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Nostra Signora del Carmelo

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lunedì 29 ottobre 2012

LA SEDUZIONE DELL'ALTROVE - DACIA MARAINI

Se c'è una scrittrice che mi ha sempre affascinato, questa è lei, Dacia.
 Molte altre scrittrici mi hanno colpito per i loro romanzi, sia di fantasia che storici, e tra queste posso annoverare Elsa Morante, Natalia Ginzburg, Oriana Fallaci, Lalla Romano, Maria Bellonci, fino a Susanna Tamaro e molte altre. Perché solo nomi femminili? Penso che la sensibilità delle donne arricchisca il contenuto delle loro opere, senza nulla togliere ai signori scrittori che hanno regalato al mondo opere di grande valore.
Torniamo alla Maraini. Quello che apprezzo in lei, non è solo il suo stile giornalistico, quel suo fare cronaca frammisto all'acutezza e alla profondità dei suoi pensieri, ma proprio lo stile con cui si esprime: sobrio, elegante, senza fronzoli e con un uso appropriato dei vocaboli, tanto da rendere sintetici eppure ampliati i suoi racconti.
Sto leggendo LA SEDUZIONE DELL'ALTROVE e vale la pena leggere la sua prefazione: il libro contiene sue esperienze di viaggi, spesso di lavoro. 
"Credo di avere avuto una prima idea dell'esotismo quando da bambina ho visto, in Giappone, l'acquerello di un allievo di mio padre che rappresentava gli scalini digradanti di un anfiteatro romano in una città fantasiosa, cosparsa di statue di pietra coperte da viluppi di edera e fiori selvatici. E io, che non avevo ricordi dell'Italia, essendo partita per Tokyo a poco più di un anno, sono stata subito spinta a fare mia quella visione di una città che pure mi era stata descritta tante volte dai miei genitori, ma con occhi diversi: una metropoli caotica, affollata, dominata dai preti e da una antica nobiltà terriera bigotta e senza scrupoli. Una città dai magnifici ricordi, che ospitava il Parlamento italiano di cui aveva fatto scempio il fascismo. Questo era il pensiero dei miei. Ma io me la trovavo davanti più accattivante, la bella capitale lontana e sconosciuta, come un imperscrutabile luogo del desiderio, a metà fra un museo e un misterioso e bellissimo cimitero. Un luogo segnato dalle memorie di un impero maestoso che aveva dominato il mondo, che aveva prodotto filosofi e poeti e grandi architetti, che aveva inventato strategie di guerra e codici legali ancora in atto. Un luogo in cui il tempo era sospeso, e le memorie di fatti crudeli giacevano morte e rese inoffensive dal vento della storia, inghiottite da una specie di giungla vegetale fatta di riccioli contorti e spinosi. Per i giapponesi quello era l'esotico: un'Italia astratta e mai esistita in cui contavano solo le rovine di una civiltà scomparsa. Esotico è quel "sentimento che tende ad esaltare forme e usanze di paesi lontani", come dice il vocabolario, una "predilezione per tutto ciò che è straniero".

Tornando in Italia nel dopoguerra, ho scoperto che le mie realtà giapponesi più scontate e quotidiane rappresentavano per gli italiani qualcosa di affascinante, di sconosciuto ed esotico: il teatro No, la festa dei ciliegi, i giardini di sabbia e pietra, il grandi Buddha (Dacia ha scritto Budda, ma word mi dà errore e allora ho corretto) di legno, le pagode e i templi verniciati di rosso e di nero che per me erano pane di tutti i giorni, diventavano improvvisamente stranezze su cui fantasticare.
HO avuto la fortuna di provare cosa fosse il sentimento dell'esotico, imparando a considerare le leggi della deformazione dovuta alla lontananza: quel desiderio sognato che amplifica ed abbellisce ciò che ci incuriosisce e ci attrae di una civiltà distante e sfuggente. Capivo che era l'innamoramento del diverso.
Ma in che rapporto stava questo amore con l'opposto sentimento di sospetto e di odio per il dissimile? Non c'erano forse dei legami sotterranei che rendevano l'uno la faccia scura e l'altro la faccia chiara dello stesso sentire?
Ricordo la prima volta che sono capitata davanti a un quadro di Gauguin. Quei cavalli azzurri,(anche qui la Maraini si è confusa, i cavalli azzurri non sono opera di Paul Gauguin, ma di Franz Marc, lo stile è simile) quelle palme rosa, quelle madonne dai piedi nudi e il seno fasciato da una veste di cotone dai colori sgargianti, mi sorprendevano e mi ammaliavano. Era l'esotismo europeo del XIX secolo. Un miraggio succoso e colorato che evocava isole lontane immaginate felici. Le stesse isole che si trovano nei libri di Conrad, nei romanzi di Stevenson che divoravo con fame insaziabile.


Certo l'esotismo è provocato da una seduzione subdola e prolungata. Qualcosa che evoca, attraverso un sogno insistito, un luogo che si immagina straordinario e felice. Un luogo che si accarezza nella fantasia, con i sensi abbagliati, e un sottile godimento che tocca le viscere.
Solo leggendo Flaubert e studiano le sue lettere ho capito quanto la seduzione dell'altrove possa essere
ingannevole e perversa. Flaubert detestava l'esotismo, lo considerava un moto dell'anima da disprezzare, un'emozione incolta, primitiva ed infantile. Di cui però si ingozzava pure lui. Per pentirsene in un secondo tempo e attribuire i suoi "bassi gusti" alla eroina Madame Bovary.
Flaubert disprezzava le fantasticherie esotiche di Emma, ma nel fondo del suo cuore ne era attratto, anche se si tratteneva dal realizzarle Questo non lo fermerà, sui trent'anni, dall'intraprendere un lungo viaggio verso Oriente che lo terrà lontano dalla Francia due anni. E non gli impedirà di andare a cercare una famosa prostituta "nera e bellissima, dalla sensualità conturbante", di cui avevano parlato e scritto famosi esploratori dell'Africa del Nord. Si metterà alla sua ricerca, la incontrerà, ci passerà una notte e ne uscirà con la sifilide. Malattia che lo porterà poi alla morte. E subito comincia a ingrassare e a perdere i capelli. Tanto che quando rientra in Francia, la madre che va a incontrarlo al porto, non lo riconosce.
Per quanto io abbia amato e frequentato gli scrittori romantici, non riesco a vedere l'esotismo come una tentazione inesorabile e perversa dello spirito. Forse l'avere scoperto da bambina che l'esotismo è relativo e quindi legato alla variabilità dei punti di vista, mi ha salvato dall'innamoramento cieco nei riguardi dei Paesi lontani e sconosciuti. Il mio viaggiare ha preso altri significati, quelli della conoscenza e dell'esperienza dell'altro, senza addolcimenti e vaghezze.


Rimane il fatto che tante pagine della grande letteratura sono nate dalla passione per orizzonti appena intravisti e caricati di significato quasi religioso. Ho amato e continuo ad amare Baudelaire per i suoi ritmi che conoscono il respiro delle grandi maree. "J'ai longtemps habité sous des vastes portiques", è un magnifico inizio che introduce in una atmosfera di perdizione e struggente lontananza.
"la stupidità è spesso ornamento della bellezza; è la stupidità che dà agli occhi la limpidezza opaca degli stagni nerastri, la calma oleosa dei mari tropicali"scrive Baudelaire nei Diari intimi. E si capisce che questa esaltazione della bellezza come stupidità,si accompagna alla sua esperienza dell'altro, anzi dell'altra,la donna seducente e straniera,la donna sconosciuta e incomprensibile che gli infonde una voglia di possesso sconsiderata e vorace.
Spesso il buio che ci sta di fronte si trasforma in desiderio rabbioso di dominio. E' difficile mantenere rispetto e considerazione nei riguardi di ciò che non conosciamo. O lo circondiamo di colori avvincenti e lo contempliamo con occhi malinconici, o siamo travolti dalla voglia di denudare il meccanismo, aprirlo e scardinarlo per capirlo. Come fanno i bambini con un giocattolo troppo bello: lo spaccano per capirne il segreto.
La questione dell'altro e dell'altrove però è complicata e ha ramificazioni infinite, Chi è l'altro? e l'altro è tale solo rispetto a me come persona singola, o si oppone alla cultura del popolo cui appartengo, della comunità con cui divido le sorti? E come riconosco l'altro da me, quando le identità tendono a sfumare, a mescolarsi, a intrecciarsi malignamente? O benignamente, secondo i punti di vista?
C'è chi pensa che questa mescolanza sia positiva e produca differenza e ricchezza; c'è chi invece la teme come fumo negli occhi, Si tratta di una paura che deriva dalla debolezza o la sua forza sta nello sfuggire saggiamente l'omologazione indifferenziata che porterà all'estinzione culturale? Difficile la risposta. Ci sono Paesi che hanno saputo, come gli Stati Uniti, unire e amalgamare culture diversissime e creare un sentimento di identità robusto e riconoscibile. (Qui dissento, gli Stati Uniti hanno anche distrutto molte civiltà preesistenti, faccio riferimento al mio precedente post, sugli Indiani d'America ma posso aggiungere tutte quelle etnie che per poter vivere negli States, devono adeguarsi alle loro leggi, al consumismo e alla globalizzazione, soffocando la cultura delle loro origini, ovvero USA assorbe tutti, a patto che si adeguino e diventino "americani" secondo il loro modus vivendi).
Ci sono Paesi invece, che sono divenuti estranei a sé stessi e sono "impazziti" come fa la maionese quando l'uovo e l'olio non sono stati sbattuti con lo stesso ritmo. Hanno rifiutato l'altro a costi di morire asfissiati e hanno calcificato una cultura che è diventata morta e dura come la pietra.
La paura dell'altro si accompagna alla aure dell'altrove? Spesso si, Ma per l'altrove, si direbbe prevalga il sentimento di attesa associato a una profonda e quasi voluta ignoranza sia geografica che storica.
L'esotismo ha bisogno di nebbie che schermino il paesaggio non rivelandolo nella sua interezza. Ha bisogno di legare i luoghi del desiderio con una serie di informazioni spesso letterarie che sono più vicine al mito che alla concretezza della storia. La seduzione dell'altrove sembra nascere da una curiosità già in parte appagata da visioni che stimolano e solleticano il nostro pensiero desiderante."

Mi fermo qui, avrei voluto riportare tutta la prefazione del libro, di cui ogni parola è cesellata da un pensiero filosofico di grande apertura, ma preferisco lasciarvi proseguire la lettura di tutto il libro, che non è un romanzo, ma un pezzo di grande giornalismo. Dacia infatti ha raccolto suoi articoli di viaggio, presso Nazioni d'ogni dove, durante i quali ha raccolto esperienze che ci ripropone nel suo libro di cui al titolo del post.
Le parti in rosso, sono quelle che mi hanno colpito, tranne quella in corsivo, che è un mio commento.
Davvero vogliamo globalizzare il mondo? Davvero vogliamo omologarci tutti? I musulmani vorrebbero che noi "infedeli" abbracciassimo la loro religione, noi cristiani desideriamo convertire gente di altro credo. Gli americani ci hanno portato i chewing gum e i jeans, e noi esportiamo crema di nocciole e abiti firmati. Il commercio è necessario, per l'economia, ma questo non deve modificare gli usi e costumi di un popolo, abituato a ben altro.
Mi viene da ridere, per me Dacia è una scrittrice di grande talento e cultura, ma è caduta sull'arte. Almeno un qualcosa l'ho superata, ma ho ancora molto da imparare da lei!!

2 commenti:

  1. È un articolo bellissimo, Danila, di cultura e maturità intellettuale. Quand'ero piccolissima nella stanza da letto dei miei zii era appesa una lanterna di porcellana decorata da cinesine, io ci andavo pazza, mi affascinava quel mondo né capivo l'indifferenza di tutti gli altri. Erano signorine delicate, con abiti di seta a colori stupendi, bastava farmi coricare là dentro, fissavo la lanterna e stavo buonissima senza buttarmi dalle scale come di norma.
    Per me quello era un mondo armonico. Col tempo ho perduto completamente la paura del diverso da me e del dissimile, considero ogni cosa, persona e credenza una preziosità da preservare e rispettare. E mi sento bene con me stessa e con gli altri.

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  2. Dacia Maraini mi piace molto, come persona e come scrittrice-giornalista. Sono rimasta molto colpita da quella sua presentazione del suo libro, qui non ho preso solo uno stralcio, ma sufficiente per evidenziare il suo credo, che è un credo a difesa degli oppressi, da qualsiasi male dell'umanità!

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