AFORISMA

Meglio aggiungere vita ai giorni, che non giorni alla vita
(Rita Levi Montalcini)

Nostra Signora del Carmelo

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colei che ci ha donato lo scapolare
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domenica 31 maggio 2026

SULLE ORME DI PAPA LEONE IV MARIA NELLA CULTURA AFRICANA Quarta conferenza di Padre CLAUDIO TRUZZI OCD

    SULLE ORME DI PAPA LEONE IV

MARIA NELLA CULTURA AFRICANA  


Molto si è scritto e detto sull’inculturazione di Maria nel Nuovo Mondo e in Europa, ma poco nei confronti dell’area africana. Non così per la devozione a Lei, che nel continente nero ha trovato, seppur in epoca recente, un grande sviluppo ed accoglienza. 
Parlando della devozione mariana in Africa dobbiamo a rigore distinguere il contesto del Nord Africa, in particolare l’Egitto e l’Etiopia, dove esiste fin dagli albori dell’era cristiana, una solida presenza di fedeli e di segni della devozione a Maria. Non si può, infatti, dimenticare il suo “viaggio” con Giuseppe in Egitto, come espressamente menzionato dei Vangeli, gesto originario del culto mariano, e di tutti gli altri segni legati alla vita delle prime comunità cristiane presenti in quelle terre sin dagli inizi, come ci attestano i testi sacri e altri antichi documenti. 

L’Africa sub-sahariana, invece, ha vissuto – in parallelo alle fasi storiche della colonizzazione 
Europea – la nascita e la crescita della devozione mariana, così come l’opera stessa di evangelizzazione. 

La gran parte degli Ordini missionari posero, fin dagli esordi, la loro opera sotto la protezione della Vergine. Questo vale sia per l’epoca coloniale – quando ci fu la “corsa all’Africa” che dette nuovo e gran-de impulso all’attività missionaria delle varie confessioni cristiane – sia per i secoli precedenti, quando si ebbero i primi, ma infruttuosi, contatti culturali con le popolazioni africane. 
La materna e compassionevole figura della Madonna fu proposta immediatamente dai missionari cattolici ai “catechizzandi” come centralissima e qualificante della religione da loro predicata [non di rado in aperto antagonismo con l’evangelizzazione condotta dai concorrenti missionari protestanti]. 
Generalmente, tenendo conto della formazione dei missionari, il culto a Maria fu veicolato secondo i parametri e gli schemi della devozione popolare occidentale europea. Conseguentemente la devozione mariana in Africa, e la fede in generale, si è incontrata, ma spesso scontrata, con la realtà delle religioni tradizionali. Infatti: le “marianofanie” (apparizioni di Maria) rivelano tale dialettica dell’inculturazione, (anche se spesso sembra più un adattamento). Infatti,
–  Mentre alcuni aspetti presentano un chiaro contesto africano, come “soprattutto la loro estrema spettacolarità e durata, i canti intonati dai veggenti nel corso delle visioni, le benedizioni da loro impartite, l’imposizione terapeutica delle mani, alcune formule di saluto”...
–  Nelle loro grandi linee restano saldi negli schemi e nelle formule del modello europeo: l’apparizione di una Donna vestita completamente di bianco, o di bianco col velo ‘blu come il cielo’, che tiene le mani giunte o sul petto, o come “distese”, com’è rappresentata nella ‘medaglia miracolosa’. 
L’estasi è dialogica, l’acqua benedetta riveste un ruolo centrale, la recita del rosario è vivamente raccomandata (nella sua forma tradizionale della ‘coroncina dei ‘7 dolori’), i veggenti sperimentano la visione dell’inferno…. Maria si qualifica con “titoli” noti (‘Madre del Verbo’, il nome della parrocchia stessa: ‘Immacolata Concezione’), e la Vergine rivolge pressanti esortazioni alla preghiera, alla mortificazione, al pentimento, alla sopportazione delle sofferenze; e affida messaggi, chiede l’edificazione di un santuario...
Sembra, in una parola, che la “Vergine miracolosa” in Africa debba essere la Vergine “canonica’” – quella codificata dal Concilio di Trento – affinché possa essere “riconosciuta”. 
Il cammino dell’evangelizzazione è lungo e non facile. Il culto e la devozione a Mara sembra possa esprimere bene il processo d’inculturazione e la necessità di superare il criterio ‘eurocentrico’.
• Un dato ci aiuta a comprendere la necessità di approfondire le strategie dell’evangelizzazione, 
soprattutto nei confronti del culto mariano. Le chiese dedicate a Maria sono estremamente numerose fin dagli esordi dell’azione missionaria – ovvio segno della forte devozione mariana dei portoghesi, ma anche della presa che questa devozione deve aver avuto immediatamente sui nuovi convertiti.



Il Continente era stato posto sotto la protezione di Maria, ma possiamo distinguere:
– il periodo fino al Concilio Vaticano II, quando Ella era presentata come “la Mediatrice di tutte le grazie, la Madre di tutti gli uomini e la vergine umile”,
– e il post-concilio, allorché si cerca di “declinare la sua figura e il suo ruolo con maggiore attenzione al sostrato socio-culturale locale, cercando di recuperare alla Vergine tutta una serie di elementi portanti della tradizione religiosa, e specie nei suoi aspetti comunitari, delle popolazioni cristianizzate”. 
La cultura tradizionale africana, da parte sua, ha aiutato a comprender ed accettare la figura di Maria, in quanto, secondo la visione popolare, “tutti i membri della società africana devono concorrere all’unità di vita ed a incrementare la discendenza che procede dagli antenati, e quindi anche dalla propria: a ciò stesso serve la famiglia, composta di uomini e donne, o piuttosto di padri e di madri, perché nel matrimonio africano l’aspetto “di genitore” prevale nettamente su quello di “coniuge”. Di fatto, essere al servizio della vita – che è il compito assegnato da Dio all’uomo e alla donna – significa essere al servizio della fecondità.” Le donne sono “l’orgoglio del gruppo, perché sono coloro che portano la vita, la linfa d’amore e d’unità. La loro maternità non è che un servizio reso alla comunità; ed è anche per Dio ch’esse adempiono la loro missione di madri.” Significativo è poi il fatto che la donna africana non sia solo la sede della vita e non abbia soltanto il ruolo essenziale dell’educazione dei figli. Ella è pure “la consigliera privilegiata dell’uomo, la protettrice della pace, la nutrice della famiglia ed è in rapporto privilegiato con la spiritualità”. Ancora oggi, infatti, la donna-madre ha un ruolo vitale nell’equilibrio e nella struttura della società tradizionale africana.Si comprende, allora, come il culto a Maria, la Madre per eccellenza, abbia attecchito immediatamente nella religiosità dei locali, pur in un dialogo non sempre facile tra religione tradizionale e approccio euro-centrico. La maternità spirituale e fisica di Maria ci permette di cogliere le reali e profonde somiglianze con l’idea di madre propria della cultura africana. Ecco perché nella ‘comparazione’ con la madre africana, Maria, in generale, è “più madre che sposa”: pure lei educa il figlio, accetta i sacrifici e le sofferenze della maternità, vive nel silenzio, è guardiana della pace. Maria è prima “figlia della famiglia, della Chiesa”, e poi Madre e unità di tutti i credenti.
Le strade per una ulteriore e feconda evangelizzazione e inculturazione ci sono e andranno percorse con coraggio e fedeltà evangelica.

2.  Maria, madre della famiglia africana
Credo opportuno approfondire tale aspettoÈ importante ricordare chel 'Africa ha una moltitudine di culture, e, in ragione dell'orizzonte geografico e storico, dai popoli dell'Africa emerge una realtà comune ed identica nel suo fondo e nell'espressione delle sue forme di vita, senza per questo lasciare nell'ombra il fatto che l'Africa ha parecchi volti. Nel modo in cui gli Africani hanno interiorizzato i valori di vita ed umanizzato il loro ambiente naturale, essi hanno creato ciò che possiamo considerare di diritto come una certa unità culturale. 
Si tratta qui di un insieme di concezioni e di espressioni, interrogazioni e risposte ai problemi ed enigmi della vita, nelle relazioni tra gli esseri viventi in questo mondo e quelli viventi nell'aldilà, tra tutti gli esseri e l'Essere Supremo. Ecco perché si può affermare: «Tra le denominazioni di Maria, quella di madre parla di più e meglio allo spirito ed al cuore dell'Africano. Il titolo di Madre occupa, in effetti, nelle tradizioni e costumi africani, un posto di scelta. Maria sarà chiamata “Mamma Maria”».  (Atal Dosithée)In altre parole, quando l'Africano chiama la Vergine Maria "Mamma", la maternità di Maria va vista anche come qualcosa di dinamico, vivente e sacro. C'è qui un ricco simbolismo da scoprire. 
Per esempio, «gli Africani – come del resto accade in molte altre culture –, associano la maternità con la generazione e con gli altri elementi simboleggiati dalla femminilità e menzionati più sopra. 
É dunque possibile chiamare Dio "Madre", senza per questo contraddire la dottrina cattolica, se quel sostantivo è inteso a indicare la forza generativa di Dio, la vita, la fertilità, la tenerezza, la compassione, la cura e cosi via». Parlando della pietà mariana in Africa, "bisogna ricordarsi che i neri hanno un attaccamento profondo per la madre. Sotto il suo aspetto di Madre di Dio e di Madre degli uomini, Maria non poteva mancare di sedurli». (Joseph Bauchaud))
Nell'Africa “nera” – come abbiamo già accennato – le donne, madri di famiglia, hanno difatti, un ruolo molto incisivo per il mantenimento dell'equilibrio sociale. Sono un elemento catalizzatore nel governo della società africana, tanto bene sul piano umano che sul piano religioso. Per i negro-africani, le madri di famiglie o dei clan sono portatrici di vita, linfa di amore e di unità tra i membri del clan. 
Le madri africane, in quanto portatrici di vita, sono tenute sempre in grande stima ed investite di una grande responsabilità sui bambini. Ciò accade per il fatto che nella società africana, tutti i membri concorrono al bene della comunità lavorando all' “unità di vita o unione vitale”. L'espressione "unità di vita" ed "unione vitale" significa, una relazione di essere e di vita di ciascuno coi suoi discendenti, la sua famiglia, i suoi fratelli e sorelle di clan, la propria ascendenza, e … con Dio, sorgente di ogni vita.
C'è dunque nella cultura africana un valore accordato al fatto d’essere madre o mamma. 
Senza esitazione alcuna si può, quindi, coniugare il valore della maternità della donna africana rispetto al caso della Vergine Maria, Madre di Gesù e Madre della Chiesa. 
1 • L'Africano riporterà, consapevolmente o no, il titolo di “Mamma” su Maria. Così, la maternità biologica o spirituale può essere considerata come la cerniera o il denominatore comune che portano ad avvicinare la madre di famiglia africana alla Vergine Maria, Madre di Gesù e nostra Madre. 
Difatti, nell'Africa nera, ogni donna è chiamata mamma. In effetti, si può dire che la vita sociale africana è ritmata da una rete di relazioni complesse. 
Non è sempre facile per un non-africano afferrare, di primo acchito, chi l'Africano chiama fratello, sorella, mamma o babbo. Tutto il villaggio è formato quasi solamente dalle persone con cui si ha una relazione di parentela. L'amica di sua mamma è sua mamma, e tutti quelli della generazione di sua madre sono mamme. Nello stesso modo si dice anche del padre. Così per molti africani, la madre del mio amico è mia madre; non la chiamerò mai signora ma mamma, allo stesso modo come la mia propria madre. In generale, le famiglie africane sono numerose ed è la mamma che fa l'unità della famiglia.
Riconoscere la Vergine Maria, Madre di Gesù e Madre della Chiesa, come Madre di tutti gli uomini, non pone nessun problema per l'Africa sub-sahariana. 
La Vergine Maria è dunque accettata come madre degli Africani o meglio “nostra madre”, (“la nostra Mamma Maria” come si usa nella Repubblica Democratica del Congo). 
2 • Tuttavia, la maternità divina di Maria è un elemento nuovo per le culture africane. 
Per l'Africano occorre un chiarimento particolare sul titolo di Maria, Madre di Dio, perché si tratta qui di una dimensione tutta particolare della fede cristiana della Chiesa universale, che l'Africano deve apprendere. È solo partendo da Gesù – Figlio di Dio e fratello di tutti gli uomini – che le culture africane risaliranno alla maternità tutta speciale della Vergine Maria, (Lc 1,35) che è un caso unico al mondo ed irripetibile. Si tratta, infatti, di una Madre Vergine. 
Affermano gli esperti, a proposito, che oggi, per certe tribù, la verginità è molto apprezzata nella vecchia società africana ed essa stessa è un valore. In Africa, esistono dei popoli presso cui un matrimonio è ritenuto valido solamente quando la ragazza o la fidanzata, è rimasta vergine prima del matrimonio. È come affermare che presentare la sua ragazza vergine per un matrimonio è un onore per i suoi genitori, una fierezza per il suo fidanzato, una gloria per la sua famiglia. 
Le culture africane possono quindi ricondurre il valore della verginità al caso eccezionale ed unico della Vergine Maria, Madre-Vergine. È quindi è soltanto questione di portarvi la novità del cristianesimo. 
Gli africani accettano senza problema la “Mamma Maria” come madre sempre Vergine, perché si tratta di un intervento speciale di Dio per una missione straordinaria: la salvezza dell'umanità. La Vergine Maria è stata chiamata da Dio per l'opera della salvezza. Maria è la Madre di Dio e nostra madre. E allora e non ci sarà più bisogno d’insistere sulle sue qualità di “mediatrice”, di “ausiliatrice” e di “avvocata, ... perché tutte queste nozioni si riepilogano in una sola parola: la Madre. 
La figura della Vergine Maria, Madre di Gesù e mamma degli Africani (ben accetta e ben capita), è per l'Africa “nera” la stella che ci guida verso Gesù Cristo. 
•• Gli ANTENATI. – 
Richiamiamo ancora un’altra caratteristica della religiosità e cultura africane.  
Ecco una considerazione di un missionario da anni in Camerun. Il tam-tam annuncia la morte di un membro del villaggio. “Nel villaggio tutti si conoscono e tutti partecipano al funerale. Anche se non si tratta d’un parente stretto, è sempre uno della famiglia intesa in senso ampio, come s'usa in Africa. Perché, lì, la famiglia non comprende solo genitori e figli, o tutt'al più i nonni ed i nipoti, come avviene da noi, ma s’estende a quattro o cinque generazioni, includendo tutte le famiglie dei prozii e prozie, degli zii e delle zie, con relativi figli e tutti i parenti d'acquisizione. Una vera tribù, quindi, che coinvolge in qualche modo tutto il villaggio ed include pure gli antenati d’ogni nucleo familiare, che sono considerati veri membri della famiglia. I defunti, infatti, sono viventi e presenti, anche se invisibili, accanto ai loro familiari, sempre pronti ad ascoltarli ed a proteggerli”. Ecco una preghiera rivolta al nonno defunto:
 «Nonno, ricevi questo dono. È una piccola offerta nostra. Tieni lontano da noi ogni vento dannoso. Ferma ogni spirito cattivo che progetti male contro la fami-glia. Non dimenticare di proteggere tutti i bimbi di questa casa. C'è ancora un posto qui dove s'accende il fuoco per te».
 Tale grande fiducia nei defunti, si basa sulla convinzione che il defunto non solo è vivo, ma continua ad avere per la famiglia lo stesso amore che aveva prima di morire. È come un vincolo indistruttibile che permane oltre la morte, anzi è potenziato, perché il defunto diventa anche il più efficace intermediario presso Dio: «Essendo disincarnato – scrive Hampate Bã – è posto in condizioni che gli permettono di parlare all'Essere Supremo».
La vita cresce e continua. Se vogliamo penetrare un po' più addentro nel significato della venerazione per i defunti – che troviamo, pur con variazioni e sfumature diverse, in tante tradizioni dei vari Paesi dell'Africa, specie dell'Africa Bantù –, dobbiamo rifarci alla concezione dell'universo e della vita che la sottende.Secondo la presentazione che ne fanno gli studiosi africani, l'universo è composto di due parti: una visibile (quella dei corpi) ed una invisibile (quella degli spiriti). Si tratta di due dimensioni della stessa realtà che vivo-no vicine una all'altra, anzi a volte si compenetrano formando così un unico mondo. Quello che chiamiamo "l'aldilà”, o "l'altro mondo" – e che pensiamo completamente distinto e lontano dal nostro, è invece, per loro, vicino, in questo stesso mondo in cui viviamo. Soltanto che è invisibile. “È interessante come in talune parti dell'Africa si crede che la crescita dell'uomo continui anche di là [oltre la morte naturale]. È considerato importante, per tale passaggio, che i parenti li ricordino di continuo ed offrano doni e libagioni in loro onore. Solo così passeranno dalla fase di “morti-viventi” ed entreranno nel mondo degli spiriti. La vita insomma è un continuo viaggio, che deve sempre più avvicinarti alla saggezza e trasparenza di Dio fino a portarti, attraverso la morte, vicino a Lui e realizzare lì pienamente la missione d’intermediario fra Dio e gli uomini viventi sulla terra.
“È bello scoprire nelle varie tradizioni dei popoli – pur mescolati a credenze e forme discutibili – dei valori che appartengono alla realtà più profonda dell'uomo, veri "semi del Verbo", disseminati dove meno te l'aspetti. Questa visione della vita come una crescita continua, l'unità fra mondo visibile ed invisibile, la continuità della vita oltre la morte in un'altra dimensione, fanno parte del patrimonio dell'umanità. Sono verità impresse nell’uomo, perché ad immagine di Dio, e verità già radicalmente cristiane”.  (A. Raggio  CN. 20 - 1985I)
Ebbene, anche gli africani divenuti cristiani, continuano a mantenere sempre un rispetto e un attaccamento verso gli antenati buoni e di cuori buoni, perché da loro hanno ereditato i valori positivi della cultura, e in loro possono trovare un nesso tra la fede cristiana e la cultura africana. 
E quindi Maria, essendo la Madre di Gesù, è dunque l'antenata di tutti loro e occupa un posto speciale vicino al Figlio suo. È per loro semplicemente inimmaginabile pensare che la madre sia separata dal suo figlio. Simile mentalità ha preparato l'Africano a capire ed accettare facilità – come conseguenza “naturale”, il dogma dell'Assunzione di Maria in Cielo e il conseguente suo continuo interessamento verso di noi. 


Segue nella prossima pagina, basta cliccare su prosegui a leggere, e troverete tutte i santuari mariani in Africa, e molti proverbi interessanti del Continente africano. 

domenica 24 maggio 2026

VERE E FALSE APPARIZIONI DI MARIA - Terza conferenza di Padre CLAUDIO TRUZZI OCD

Vere e false apparizioni di Maria [3]


«Venite ai piedi di questo altare»

Le 11 e 30 di notte. Suor Catherine Labouré (24 anni) si sveglia, sentendo pronunciare il suo nome per tre volte. Socchiude la cortina del suo lettino e vede il suo angelo custode, sotto l’apparenza di un fanciullo di circa 5 anni, che le dice: “Seguimi sino alla Cappella dove la Santa Vergine ti aspetta”. 

Catherine si riveste in tutta fretta e lo segue sino alla cappella. Questa è illuminata come alla messa di mezzanotte, ma lei non vede la Santa Vergine. S’inginocchia ed inizia a pregare. 

Dopo circa una mezz’ora, il suo angelo custode le sussurra: “Ecco la Santa Vergine”. (…) 

La Vergine si rivolge a lei e le parla dei tempi difficili che si annunciano. Il mondo intero cadrà nella confusione e verranno cose gravi. La Croce sarà trattata con disprezzo e sarà calpestata. Con grande tristezza, rivela che la piaga sul fianco di Nostro Signore si riaprirà. Con aria d’ incoraggiamento aggiunge: “Venite ai piedi di questo altare. Là le grazie saranno riversate su tutte le persone che lo chiedono con fiducia e fervore”. 

«Maria mi guardò e sorrise dicendo: "Io t'ho scelta”.

Oh come ero felice, che bontà, che tenerezza nel suo sguardo e che misericordia! Lei portava sul petto lo scapolare del Sacro Cuore di Gesù, e come era bello! 

Tacque nuovamente e poi mi disse: "Coraggio, tra poco inizia il periodo delle tue prove”. In seguito incrociò le mani sul petto e partì».

Prima Apparizione della Vergine a santa Catherine Labouré, il 18 luglio 1830

Apparizioni e visioni 

a – Excursus storico

Secondo gli studi più recenti, una delle prime apparizioni mariane della storia si ebbe nel 270 quando si ha notizia di un'apparizione di Maria a s. Gregorio Taumaturgo. [vescovo greco antico, 213 Nika, Turchia]. 

– Agli inizi dell'Alto Medioevo risalgono le apparizioni a s. Teofilo [vescovo e teologo siro, vescovo di Antiochia) e  a s. Maria Egiziaca [monaca e eremita egiziana, 344-421, in Egitto].

– Dell'VIII secolo è il cosiddetto miracolo di s. Giovanni Damasceno [Padre e dottore della Chiesa. Damasco dopo il 658 – monastero di San Saba, presso Gerusalemme, 749], al quale la Vergine avrebbe restituito la mano tagliata dall'emiro di Damasco.

– L'apparizione più significativa dell'epoca moderna è quella di Guadalupe, in Messico. Dal 9 al 12 dicembre 1531 una Signora apparve per cinque volte, sulla collina del Tepeyac, a Juan Diego, un indigeno messicano, da poco convertito e battezzato.

Dal XIX secolo si susseguono le apparizioni in Europa. 

– Le tre apparizioni avvenute nel 1830, in rue du Bac a Parigi, a Caterina Labourè, 24 anni, nativa della Borgogna e novizia presso le Figlie della Carità.

– L'apparizione di La Salette, del 19 settembre 1846, ai due pastori Melania Calvat di 14 anni e Massimino Giraud di 11, riconosciuta ufficialmente il 19 settembre 1851. 

– Le 18 apparizioni di Lourdes a Bernadette Soubirous, avvenute dall'11 febbraio al 16 luglio 1858.     


– L'apparizione in cielo di Nostra Signora nella Francia invasa dai prussiani, il 17 gennaio 1871. 

– Le sei apparizioni della Vergine a Fatima, in Portogallo, il 13 di ogni mese (tranne agosto) da maggio ad ottobre del 1917, a tre ragazzi: Lucia Santos, Francesco e Giacinta Marto. L'ultima apparizione, quella del 13 ottobre, fu caratterizzata dal miracolo del sole che ballava in cielo, che impressionò una folla di 70 mila perso.


– L'apparizione di Beauraing, in Belgio: dal 29 novembre 1932 al 3 gennaio 1933, cinque bambini videro 33 volte la Vergine su di una nube bianca.

– Le apparizioni della Vergine dei poveri alla bambina Mariette Beco, a Banneux: nove volte, dal 15 gennaio al 2 marzo 1933, riconosciute dalla Chiesa il 22 agosto 1949


– Il caso più recente: le apparizioni  della Vergine a 6 veggenti di Medjugorje – una località in Bosnia-Erzegovina – iniziate nel giugno 1981. Queste “presunte” [ = ufficialmente non riconosciute come tali dalla Chiesa]  apparizioni, sarebbero tuttora in atto. L'autorizzazione da parte di Papa Francesco (maggio 2019) dei pellegrinaggi ufficiali della diocesi o parrocchie non dev’essere interpretata come un'autenticazione degli avvenimenti, i quali necessitano di ulteriore esame da parte della Chiesa.

“In duemila anni di cristianesimo si calcola che ci siano state nel mondo circa mille apparizioni della Madonna” – afferma padre Mannes Ghizzardi, domenicano, studioso di problemi mariani. Il noto teologo francese René Laurentin, in una sua mastodontica opera, ne ha catalogate addirittura 1800. 

E la cosa che sorprende ed incuriosisce sta nel fatto che quasi la metà di tali apparizioni siano avvenute nel Ventesimo secolo. Anzi, dopo la Seconda guerra mondiale, quindi in un tempo molto vicino a noi. Possiamo affermare che negli ultimi cinquant'anni si è verificata un'autentica esplosione di apparizioni mariane. E non più limitate all'Europa, come per il passato, ma pure in America, in Africa, nei Paesi dell'Est e perfino in Giappone, in Corea, in India e in Cina.

b –APPARIZIONI: che cosa s’intende?….

•  Per indicare il fenomeno delle apparizioni, si usano spesso, in modo ambiguo e polivalente, i termini "apparizione", "visione", "audizione", "rivelazione privata", ecc. 

È vero che le apparizioni –  così come le visioni e le audizioni – appartengono all’ordine della comunicazione divina e dell’azione rivelatrice di Dio (dato che svelano alcuni aspetti del mistero divino), ma esse non si svolgono allo stesso modo. 

•  Relativamente alla "percezione" dell’oggetto soprannaturale, ad esempio, mentre

– il termine "visione" si usa per “descrivere” – in senso analogico – esperienze sia corporali [percezione sensibile di una realtà oggettivamente invisibile all’uomo], sia immaginarie [percezione per via imma-ginativa di un oggetto esistente nel presente], sia intellettiva [conoscenza soprannaturale senza percezione di un oggetto), 

– il termine apparizione, invece, può essere usato soltanto per le percezioni corporali e immaginarie, ma non per quelle intellettive. 

•  Inoltre, mentre “apparizione” sottolinea il ruolo essenziale dell’oggetto che si manifesta (Cristo, Maria, un santo, ecc.), “visione" evidenzia invece l’azione del veggente che percepisce la natura "invisibile" dell’oggetto soprannaturale. 

•   Ancora più evidente è la differenza tra “apparizione” e “audizione”. Mentre, infatti, l’apparizione è la percezione di un oggetto soprannaturale, l’audizione è la percezione della parola rivelante la sua volontà. 

Soprattutto negli ultimi tempi, questi due fenomeni risultano intimamente connessi, nel senso che il veggente sempre più spesso, oltre a “vedere”  l’oggetto soprannaturale, ne “ascolta” pure la parola, per cui, non soltanto diventa il "rivelatore" dell’oggetto soprannaturale, ma anche il suo “messaggero”. 

Il mariologo, René Laurentin, vede nell’apparizione “la manifestazione visibile di un essere, la cui vista in quel luogo o in quel momento, è inconsueta e impensabile, secondo l’ordine naturale delle cose". 

Quindi, per riassumere, stando a tali definizioni, l’apparizione risulta caratterizzata da due elementi: 

1 – La “presenza" di una persona che si trova al di fuori della normale esperienza dei sensi, e 

2 – la “percezione" di questa presenza per via di conoscenza sensibile. Il veggente, che spesso cade in estasi (si estranea, cioè, dal mondo che lo circonda, pur restando nel pieno possesso delle sue facoltà), è convinto di trovarsi in contatto diretto ed immediato con l’essere che gli si è manifestato, il quale non si presenta come un’immagine statica, ma ha tutte le caratteristiche della tridimensionalità.

«In base a quali criteri possiamo capire se un'apparizione è vera o falsa? - 

Se l'autorità ecclesiastica dichiara autentica un'apparizione, siamo obbligati a condividere tale giudizio? Varie volte, ho pregato a san Damiano, quando era viva “Mamma Rosa”. Ho fatto male? 

È vero che molti luoghi di culto sono sorti in seguito ad apparizioni mai approvate dalla Chiesa?

Tali domande e altre simili si sentono spesso. Alcune riguardano il problema in generale; altre si riferiscono a episodi dei nostri giorni, come le apparizioni di Medjugorje in Iugoslavia, o di fronte a casi più recenti e discussi. Crediamo che non sia difficile chiarire le idee, se si tengono presenti le seguenti considerazioni.

1 – Occorre distinguere tra rivelazione “pubblica” (quella contenuta nella Sacra Scrittura) e rivelazioni “private”, ossia quelle varie rivelazioni a individui o gruppi, avvenute in vari modi (tra cui, anche per mezzo di apparizioni), con valore e risonanza molto diversa da caso a caso.

•  La rivelazione pubblica è alla base della nostra fede: essa è completa; è Parola di Dio per tutti gli uomini.

•  Le rivelazioni private – quanto al contenuto – non aggiungono nulla alla rivelazione pubblica; ma, se sono autentiche, ne richiamano un qualche elemento particolare. Perciò non è mai obbligatorio credere ad esse: non sono necessarie alla fede, dato che non le aggiungono nulla. Possono tuttavia, essere di grande aiuto a richiamare certe verità rivelate, in un momento in cui di tali verità c'è particolare bisogno. Ed è solo a tale scopo che vanno prese in seria considerazione. 

Troviamo espressi questi concetti anche nell'omelia del Papa a Fatima, il 13 maggio 2005: «La Chiesa ha sempre insegnato e continua a proclamare che la rivelazione di Dio è portata a compimento in Gesù Cristo, il quale ne è la pienezza, e che «non è da aspettarsi nessun'altra rivelazione pubblica prima della manifestazione gloriosa del Signore... La Chiesa valuta e giudica le rivelazioni private secondo il criterio della loro conformità con tale unica Rivelazione pubblica». E parlando dell'apparizione al tre pastorelli aggiunse: «Il messaggio di Fatima è, nel suo nucleo fondamentale, la chiamata alla conversione e alla penitenza, – come nel Vangelo... Il contenuto dell'appello della Signora di Fatima è così profondamente radicato nel Vangelo e in tutta la Tradizione, che la Chiesa si sente impegnata da questo messaggio».

2 – In base a quali criteri l'autorità ecclesiastica – che nel nostro caso è il vescovo del luogo – dichiara se una apparizione è vera o falsa? Qui, evidentemente, il giudizio del vescovo deve tener conto non soltanto di un dato, ma di più elementi. Il fatto in sé dell'apparizione non è accertabile con metodi “scientifici” – che invece sono di grand’aiuto in altri casi, come per attestare guarigioni miracolose o lacrimazioni di immagini sacre.

In questo caso lo studio è perciò più difficile e si basa: su

– la conformità del messaggio “privato” alla rivelazione “pubblica” (unico fondamento della fede e dei costumi);

– la sincerità, coerenza, vita santa del veggente o dei veggenti (spesse volte tale vita santa è posteriore all'apparizione e conseguente ad essa); e circa

– eventuali miracoli – o – frutti spirituali che l'apparizione determina nel popolo cristiano [È un po' il criterio evangelico: «Dai frutti si conosce la pianta”].  

Come si nota, si tratta d’un giudizio di non semplice soluzione, per cui è proverbiale la prudenza della Chiesa. Bisogna guardarsi dalla faciloneria dei falsi entusiasmi (fanatismi, trucchi, illusioni...), pur mantenendo rispetto per la persona del veggente e per chi ritiene d’avere motivi sufficienti per osservare da vicino le cose.

Qui, pure i fedeli hanno un loro ruolo, possono aiutare l'autorità ecclesiastica a comprendere un fenomeno: “C'è sete di Dio o semplice curiosità? C'è fede o superstizione?…”. Ma come?

– Chi ha vera fede, sa che un fatto soprannaturale è possibile e si rallegra perché il Signore, la Vergine, i Santi – che sempre ci sono vicini e ci assistono – possano anche rendersi visibili. Perciò

– chi ha fede evita i due estremismi: sia della credulità facilona e sia del sistematico rifiuto, per motivi preconcetti. Ma egli sa pure che accertare la verità è difficile, e non si stupisce che le autorità ecclesiastiche abbiano impiegato (o impieghino) anni di studio prima di pronunciarsi a favore della autenticità di certe apparizioni o “rivelazioni”. È molto più semplice un giudizio prudenziale e provvisorio: «Per ora non risultano motivi certi per poter affermare che la tale apparizione o messaggio siano autentici...». 

È evidente che una simile dichiarazione lascia piena libertà ai singoli di pensarla come credono (anche se li induce alla prudenza), ma ha pure riflessi su quelle pubbliche manifestazioni di culto, la cui autorizzazione dipende dal vescovo.

Quindi, per riassumere: Quando la Chiesa approva le apparizioni – e conseguenti “rivelazioni” – è perché esse non contrastano la fede e la morale, e manifestano indizi che permettono di aderirvi con un assenso non di fede ma umano, fondato su una personale valutazione critica. 

3 - Conclusioni. 

È vero quanto alcuni hanno scritto: «Molti luoghi di culto sono sorti in seguito ad apparizioni mai approvate ufficialmente dalla Chiesa. Evidentemente, in tal caso, ci si è basati più sulle conseguenze buone riscontrate e sulla validità del messaggio (la sua conformità al Vangelo e la sua efficacia pratica) che non sul momento iniziale che l’ha determinato. Un caso: la diffusione della Medaglia Miracolosa è una realtà mondiale; la cappella di Rue du Bac, a Parigi, segnala un afflusso straordinario di pellegrini (tra cui Giovanni Paolo II, nel 1980); eppure, mai l'autorità ecclesiastica s’è pronunciata sulle apparizioni a santa  Caterina Labouré. Così l’autorizzazione per Medjugorie.

Anche nel caso un'apparizione fosse dichiarata autentica dall'autorità  competente, non siamo obbligati a crederla tale: perché non si tratta[ripetiamo!] di una dichiarazione di fede, e nulla aggiunge al patrimonio della fede. Chi però tiene presente la prudenza che usa la Chiesa prima di simili dichiarazioni, rischia di assumere un atteggiamento ingiustificato, irragionevole, se oppone il suo rifiuto. 

E non si può negare, per semplice preconcetto, la possibilità di eventi soprannaturali: il Signore rispetta la nostra libertà, ma è anche molto geloso della “sua” (!), e non ci chiede permesso o si consulta con noi per intervenire nella storia umana come e quando vuole...

NOTA – La famiglia che ha pregato a San Damiano stia tranquilla: non importa – e non sta a noi dirlo –, se le apparizioni a Mamma Rosa sono state autentiche o no; l'importante è che siano autentiche le nostre preghiere. La fede è vera se porta a Dio e alla sua Parola, superando il fatto particolare: ci può essere chi recita preghiere autentiche in un luogo in cui non c’è stato nessun fenomeno soprannaturale, e pure chi prega male là dove tale fenomeno è avvenuto. Il Signore guarda il cuore.

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S. Teresa di Gesù, (vera esperta di visioni!)  così la pensava …       Il Castello interiore, IX, 11)

«Coloro cui Dio concede un’apparizione, potrebbero non saperne parlare. Poiché è una cosa che i confessori non possono vedere, e la persona che ne è favorita non sa alle volte spiegarsi, essi han tutti i motivi di temere. Perciò si deve procedere con circospezione e attendere che il tempo ne mostri i frutti, osservando se l'anima ne esca più umile e più fortificata in virtù. Il demonio, se è lui, darà presto dei segni e si lascerà sorprendere in mille falsità. 

Il confessore che ha esperienza, ed ha provato queste cose, non tarderà molto ad accorgersi. 

Dalla relazione che gliene faranno, vedrà prontamente se è l'opera di Dio, dell'immaginazione o del demonio, specialmente se avrà ricevuto dal Signore il dono del discernimento degli spiriti. 

Se avrà questo dono e sarà fornito di dottrina, lo conoscerà molto bene anche senza esperienza».

MARIA: “Perché ci appare ogni volta sotto una forma differente?

Nella Chiesa cattolica, veneriamo Maria con amore filiale. Lei è importante per noi, non solo perché ci mostra Gesù, ma anche perché ci indica il cammino che Dio ha scelto per giungere sino a noi, Gesù. 

Ella ci porta a Gesù, non soltanto attraverso il mistero della Incarnazione, ma pure con le sue apparizioni e segnali. Ma perché ci appare ogni volta sotto una differente forma?

In genere, gli interventi di Maria coincidono con precisi fatti storici, o per un bisogno particolare del popolo di Dio. E la Vergine riveste le caratteristiche etniche dei popoli che abitano i luoghi da Lei scelti per apparire. Con ciò mostra come il suo Gesù sia Salvatore e guida per ogni suo “fratello”, e Maria, madre di tutti gli uomini, in tutti i tempi e in ogni cultura. 

   QUANDO MARIA CI PARLA

«… Ho sentito che a Medjugorie, la Vergine sta raccontando la sua vita. Conosco anche vari mistici che hanno fatto altrettanto: Maria Agreda, Caterina Emmerich. ... E mi piace leggere i volumi di Maria Valtorta. Vorrei chiedere: Che valore hanno, da un punto di vista storico e critico, queste narrazioni?». 

Il piano della mistica, [= esperienza di Dio o di realtà interiore che porta verso un’unione con una realtà superiore, fuori dalle forme ordinarie di conoscenza e di esperienza], anche quando si tratta di santi canonizzati, si muove su un terreno diverso da quello della critica storica, perché i fenomeni mistici si adattano alla mentalità e alla cultura del soggetto, e hanno scopi differenti da quelli degli studiosi di storia o di esegesi biblica. 

Facciamo un esempio: fino a poco tempo fa si riteneva che Gesù fosse stato crocifisso con i chiodi nel palmo della mano; i mistici stigmatizzati (da san Francesco a san Padre Pio) hanno avuto le ferite della passione nel palmo della mano. In seguito agli studi sulla sindone (che è un preziosissimo documento storico, oltre che una reliquia) si è approfondito questo particolare, con la conclusione che i chiodi perforavano i polsi. È un risultato di studi, non contraddetto dai fenomeni mistici, anche se diverso da essi.

Se confrontiamo tra loro le varie “storie della Passione”, come alcuni mistici ce la presentano, notiamo subito un fatto rilevante: non c'è nessun accordo tra i diversi racconti. Ma sarebbe ingiusto tacciare di falso tali narrazioni, che i mistici ci riportano non come semplici descrizioni, ma come eventi a cui essi hanno partecipato intimamente, che hanno vissuto provando spesso nella propria carne le sofferenze di Cristo, in modo addirittura visibile e testimoniato dalle persone presenti.

Significa allora che la dimensione mistica è diversa da quella storica: il Signore si serve dei mistici non per aggiungere particolari alle narrazioni evangeliche, ma per farcene vivere più intimamente lo spirito. 

•  Ecco un altro esempio, dato che lo scrivente cita «Il Poema dell'Uomo Dio» della Valtorta. 

Quando Maria Valtorta narra la cattura di Cristo e il suo itinerario verso la dimora di Caifa, sembra che tutte le case siano aperte, con gente pronta ad insultare il condannato, ad imprecare contro di lui in ogni modo. Un episodio simile è storicamente impensabile; la cattura di Gesù avvenne di notte, di nascosto. Ma se al racconto della Valtorta diamo un altro significato – non strettamente storico – e se vediamo rappresentate, in quelle persone, l'umanità che si ribella a Cristo, che l'offende, che col peccato partecipa alla sua passione, allora anche quella descrizione acquista significato: può non essere una descrizione storica, ma può essere un'interpretazione dell'atteggiamento degli uomini di tutti i tempi nei riguardi di Cristo.

Con tutto ciò non possiamo escludere che i mistici abbiano anche suggerimenti o mozioni di reale valore storico. Sono cose da controllarsi caso per caso. I loro interventi sono spesso stati di stimolo a studi particolari, e sono stati anche di aiuto a trovare soluzioni. Alcuni studiosi di lingua aramaica antica, ad esempio, hanno avuto aiuto per le loro ricerche ascoltando la mistica tedesca Teresa Neumann (morta nel 1962) quando, nelle sue estasi, parlava in aramaico.

Altro esempio significativo. Nel maggio 1878, la beata Maria di Gesù Crocifisso, la ”Piccola araba” [monaca carmelitana scalza] doveva andare da Betlemme a Nazaret. Già da alcune settimane aveva predetto che Dio le avrebbe mostrato il luogo esatto in cui avvenne l'episodio dei due discepoli di Emmaus. Dopo essersi fermata a Ain Karem, il villaggio della «Visitazione», la carrozza fa tappa a Latroun-Amwas, per il cambio dei cavalli. Qui suor Maria – che non era mai stata da quelle parti –, si stacca dalle compagne, che stentano a tenerle dietro. Quasi di corsa, raggiunge la sommità di un poggio, tra spine ed erbacce; lì affiorano le macerie di un'antica costruzione. La suora guarda commossa e dice alle compagne: «Questo è veramente il luogo in cui nostro Signore mangiò con i suoi discepoli!».

Qui sotto una pergamena scritta in aramaico, lingua parlata da Gesù, con la traduzione in italiano. 

Il terreno fu acquistato e, dopo una serie di scavi, si ottennero risultati sorprendenti: la scoperta di ben tre santuari di epoca diversa, costruiti l'uno sull'altro nei secoli III, V, XII. Gli studiosi ritengono d’aver prove sufficienti per affermare che quella località era la Emmaus di cui ci parla il Vangelo di Luca.

Vediamo quindi che i suggerimenti venuti per vie extra culturali, hanno essenzialmente uno scopo religioso, ma possono anche aiutare negli studi. Sono naturalmente cose da controllarsi caso per caso; non è possibile un giudizio globale. GIUSEPPE FERRARI

TESTIMONIANZE

È la Santa Vergine che mi ha detto di mandarti a cercare...

Durante la guerra 15-18, padre Lalande è mobilitato come caporale infermiere in un ospedale, a Ivry, in Francia. Una sera un ragazzo viene a cercarlo in ospedale: «Cosa vuoi?». «Cerco un Prete da parte di mio padre che sta morendo». Stupito, padre Lalande si decide a partire perché un’anima lo cerca. In cammino, cerca di conversare con il ragazzo che risponde, invariabilmente: «Sapete, curato, io!...».

Arriva, e il padre entra in una topaia dove un vecchio agonizza; lo confessa e gli da l’estrema unzione. Poi domanda: «Come avete saputo che io ero in ospedale». 

«Non lo sapevo – risponde il vecchio. È la Santa Vergine che mi è apparsa e mi ha detto di mandarti a cercare... Ero un ragazzo trovato per le strade di Costantinopoli. Ho fatto la prima comunione da dei religiosi che mi avevano accolto. Durante il ritiro, il predicatore ci ha fatto promettere di recitare tutti i giorni un ‘Ave Maria’, qualsiasi cosa accada. Ho fatto di tutto, stuprato, rubato, assassinato. Ma non ho mai smesso il mio Ave Maria, quotidiano. L’altra notte, ho visto la Vergine che m’ha detto: «Stai per morire, fai chiamare il padre che è all’ospedale per confessarti».

  Madonna di Akita (Giappone), notte tra il 5 e il 6 luglio: pregare con la Vergine

Nel XX secolo, a Àkita, Giappone, una statua lignea della Vergine Maria, (replica della Vergine che apparve ad Amsterdam, nei Paesi Bassi, Nostra Signora di tutti i Popoli) ha versato lacrime per 101 volte. Suor Agnes Sasagawa, religiosa giapponese, membro della Comunità delle Ancelle dell'Eucaristia a Àkita, è la suora favorita – in realtà, dal 1956 – da visioni dall’angelo custode e della Madre di Dio. Maria le diede messaggi di estrema gravità. 

«Stavo da sola – e feci un cenno di saluto verso l'altare, poi mi diressi alla statua della Vergine. Le parole del volto risuonano ancora nel mio spirito: «La ferita di Maria è molto più profonda e dolorosa della tua». 

All'epoca – racconta suor Agnès Sasagawa Katsuko – la statua si trovava a destra in fondo all'altare, che era sopraelevato. Quando ho posato il piede sul gradino, sentii che la statua di legno prendeva vita ed era sul punto d’indirizzarmi la parola. Guardai: era impregnata d’una luce risplendente. 

Istintivamente mi prosternai a terra e allo stesso tempo una voce d'una indescrivibile bellezza toccò le mie orecchie totalmente sorde. «Figlia mia, mia novizia, mi hai obbedito abbandonando tutto per seguirmi. La malattia delle tue orecchie è dolorosa? Guariranno, stanne certa. Sii paziente. Questa è la prima prova. La ferita della mano ti fa male? Prega in riparazione dei peccati dell'umanità. Ciascuno di questa comunità è mia figlia insostituibile; reciti bene la preghiera delle Serve dell'Eucarestia? Allora preghiamo insieme». In quel momento, quando Lei iniziò a pregare, l'angelo che mi era apparso nella cappella, riapparve a lato e si unì alle nostre voci. Sempre prosternata e con l'anima vuota da ogni pensiero, stavo per intonare la frase "Gesù presente nell'Eucarestia" quando la “voce” m’interruppe: «realmente presente!”, e per meglio impregnare il mio spirito perplesso, la voce completò: «D'ora in poi aggiungerai “realmente”», calcando sulla parola “realmente”.  

[Benedetto XVI (allora, cardinale), nel 1988 approvò gli eventi di Akita come "affidabili e degni di fede].

DON BOSCO – Il sogno che rivela il futuro 

«A nove anni – narra don Bosco nelle Memorie biografiche – feci un sogno che mi rimase profondamente impresso nella mente. 

Mi parve di essere vicino alla mia casa, ai Becchi, in un cortile spazioso dove era raccolta una moltitudine di ragazzetti che giocavano. Alcuni ridevano, altri bestemmiavano. Io mi sono subito lanciato in mezzo a loro, per farli smettere. Il quel momento apparve un Uomo venerando, nobilmente vestito. Il volto era così lumino-so che non potevo fissarlo. Mi chiamò per nome e mi disse: «Non con le percosse, ma con la mansuetudine e con la carità dovrai acquistare questi tuoi amici. Mettiti dunque immediata-mente a parlare loro sulla bruttezza del peccato e sulla preziosità della virtù». Confuso e spaventato, risposi che io ero un ragazzo povero e ignorante. In quel momento i ragazzi, cessando risse e schiamazzi, si raccolsero tutti intorno a Colui che parlava. Quasi senza sapere che cosa dicessi: «Chi siete voi – chiesi – che mi comandate cose impossibili?». «Proprio perché queste cose ti sembrano impossibili, dovrai renderle possibili con l'obbedienza e acquistando la scienza». 

«Come potrò acquistare la scienza? «Io ti darò la Maestra. Sotto la sua guida potrai diventare sapiente». 

«Ma, chi siete voi? «Io sono il Figlio di Colei che tua madre ti insegnò a salutare tre volte al giorno. Il mio nome chiedilo a mia Madre».

In quel momento vidi accanto a lui una Donna di maestoso aspetto, vestita con un manto che splendeva come il sole. Scorgendomi confuso, mi fece cenno di avvicinarmi, mi prese con bontà per mano: «Guarda» – mi disse. Guardando mi accorsi che quei ragazzi erano tutti scomparsi, e al loro posto vidi una moltitudine di capretti, di cani, di gatti, di orsi e di altri animali. «Ecco il tuo campo; ecco dove dovrai lavorare. Renditi umile, forte e robusto: e ciò che in questo momento vedi succedere di questi animali, tu lo farai per i miei figli». 

Volsi allora lo sguardo, ed ecco: invece di animali feroci apparvero altrettanti mansueti agnelli che, saltellando, correvano e belavano, come per far festa intorno a quell'Uomo e a quella Signora. 

A quel punto mi misi a piangere, e pregai quella Donna a voler parlare in modo chiaro, perché io non sapevo cosa volesse significare. Lei mi pose la mano sul capo e mi disse: «A suo tempo tutto comprenderai». 

Aveva appena dette queste parole che un rumore mi svegliò, e ogni cosa disparve. Io rimasi sbalordito. Mi sembrava di avere le mani che facevano male per i pugni che avevo dato, che la faccia mi bruciasse per gli schiaffi ricevuti da quei monelli. Don Bosco


domenica 17 maggio 2026

MARIA, UNA DI NOI . UMANA - Seconda conferenza Mese di Maggio di Padre CLAUDIO TRUZZI OCD

 MARIA, UNA DI NOI – UMANA   

Seconda conferenza mese di maggio di Padre CLAUDIO TRUZZI OCD


Maria è una povera donna di Nazareth

Una “anawin”(“povera di Javeh”). Una che ha appreso a confidare in Dio poiché intorno a sé non ci sono molti segni di tenerezza. E il Dio d’Israele non è soltanto il suo rifugio, ma la pietra angolare che dà stabilità alla sua vita, la terra fedele che sostiene la sua laboriosità. E Maria s’aggrappa ad una confidenza e ad una promessa. E inizia a credere. 

Si converte nella donna credente. Nonostante nessuno se n’accorgeva: passava per le viuzze di Nazareth come qualsiasi altra persona. E allora Dio la convertì nella “benedetta”. La bellezza e la bontà di Dio si sparsero sulla sua “povertà” e l’illuminò della sua luce. 

È lo stile di Dio. Pur avendo dinnanzi a sé ogni splendore, Egli continua a preferire le “vittime”, gli uomini dal volto sciupato, le donne dallo sguardo fermo e dal cuore spezzato, la gente senza terra e senza pane, chi cerca e dubita perché tutto intorno a sé è crollato come una costruzione di carte da gioco. 

Lui continua a scegliere preferibilmente i poveri, perché sono loro che maggiormente necessitano di un briciolo di tenerezza.

È albeggiato il nuovo secolo. Una nuova opportunità perché questa bellezza e bontà continui a svilupparsi, affinché noi, gli uomini e le donne di questo tempo, possiamo soffermarci sull’umile, sul piccolo, e così creare nuovi legami di generosità e amore in un mondo bisognoso di Dio. Questi sono i tempi nuovi, il tempo in cui continuare ad alimentare la possibilità di sperare.

È sempre bene farsi domande. Un cristiano che non se ne pone, è un povero cristiano, perché tale atteggiamento, molte volte, indica che la fede che lo deve sostenere è una fede morta, sterile per il vuoto che ha dentro. Perché allora non porci alcune domande su Maria, sulla Madre, sulla Discepola del Signore?

–  Come presentare Maria agli uomini e donne di secolo XXI?

–  Quali sarebbero gli aspetti nuovi che risalterebbero e quegli vecchi che verrebbero meno?

–  O anche, più semplicemente, come mi pongo io dinanzi a Lei?

•  Maria: “una creatura come noi”

Nei dibattiti sulla Vergine Maria si delineano in genere due tendenze:

– la prima sottolinea la sua unicità, e in particolare il suo privilegio dell’Immacolata Concezione;

– la seconda invece insiste sulla condizione terrena, di “creatura”, di Maria di Nazareth e su una fede del tutto simile alla nostra, e quindi sottoposta ad oscurità e difficoltà.

Non si tratta di dare ragione agli uni o agli altri, ma di contemplare la figura di Maria per meglio conoscerla, e rendere così più solida e “vera” la nostra devozione verso di Lei.

•  Maria la credente

Prima di tutto vorrei attirare l'attenzione sull'importanza della fede in lei, o meglio, del fatto che Maria sia stata una credente.

Tale realtà è già riconosciuta dalla cugina Elisabetta: “Beata colei che ha creduto nell'adempimento delle parole del Signore” (Luca 1,45). E, da notare, non si tratta qui di un semplice dato della personalità religiosa di Maria, ma di un principio fondamentale che sta alla radice della sua missione.

Come puntualizzò Giovanni Paolo II, nelle parole di Elisabetta – con a quelle dell'angelo che la indicano “piena di grazia” (Lc 1,28) –, «si rivela un'essenziale contenuto mariologico, cioè la verità su Maria, che è diventata realmente presente nel mistero di Cristo perché ha creduto» (“Redemptoris Mater” 12).

Quindi una retta interpretazione della fede di Maria coincide con la vera immagine di Lei secondo il disegno salvifico di Dio.

 

• “La piena di Grazia” 

Nella persona di Maria occorre salvaguardare due aspetti testimoniati dalla sacra Scrittura stessa: 

– la pienezza di grazia: che la rende in modo unico amata da Dio e redenta da Cristo (mediante il privilegio dell'Immacolata Concezione),

– e la condizione terrena di creatura credente.

Tali aspetti vanno spiegati attentamente – e, prima ancora, mantenuti ben uniti, perché: 

– se si abbandona il primo (Immacolata), Maria viene declassata e ridotta al nostro livello di fedeli attratti dal peccato e, di fatto peccatori; ma, 

– se si dimentica il secondo (creatura come noi) si rischia di rendere la  Madonna una “quasi-donna”, una “semi-dea”.

È importante, allora, rifarsi alla radice della discussione, cioè alla dottrina definita dell'immunità di Maria dal peccato originale (Concilio 1854). Per questo è necessario, anzitutto, capire in che cosa consista il “peccato originale”, per comprendere come la santa Vergine ne sia stata esentata.

Ora, l'essenza del peccato originale sta nella mancanza sia della grazia divina, sia dell'elevazione soprannaturale alla quale l'uomo era stato originariamente destinato. Proprio da tale privazione deriva la nostra l'incapacità di amare Dio sopra tutte le cose e, di conseguenza, di evitare i peccati gravi personali.Da tutto ciò appare chiaro come, l'Immacolata Concezione (= concepita senza peccato originale) implichi che Maria è stata creata nella grazia di Dio – la quale è ordinata ad una vita santa e senza peccato.Pur non essendo dogma di fede che Maria sia stata immune dalla “concupiscenza disordinata” si ammette comunemente che essa non si trovi in Lei, poiché tale concupiscenza “deriva dal peccato e conduce al peccato” (Conc. di Trento). Ciò che invece bisogna riconoscere in Maria – e che neppure il peccato originale toglie nei battezzati –, è la “natura umana”, con tutto quanto comporta nella sua costituzione: funzione nutritive, generative, corporale, spirituali...: sottomissione alla legge della progressività nell'approfondimento e maturazione, condizionamento della cultura e dell'ambiente; passaggio tra le fasi dell'infanzia, adolescenza, gioventù, maturità, vecchiaia, malattia, morte...; esperienza di fame, sete, sensibilità alla temperatura, fatica, sofferenza. È chiaro che Maria avrebbe potuto essere esentata da simile condizione naturale attraverso i doni cosiddetti “preternaturali” [cioè, non dovuti alla natura umana]. Però, attenzione: ciò bisogna provarlo volta per volta alla luce della rivelazione o in base ad un'esigenza certa della sua missione...

• “La notte della fede”

Ma, proprio il Vangelo pone in guardia dall'attribuire a Maria certi doni o privilegi. Una volta si ripeteva: “De Maria, numquam satis bene” (= su Maria [non si parla bene] mai abbastanza); ma meglio correggere in: “De Maria numquam bene satis (… abbastanza bene, in modo appropriato, senza esagerare).

È infatti lo stesso Vangelo che ci informa circa il sentimento di meraviglia provato da Maria e da Giuseppe udendo le parole di Simeone (Lc 2,32); anzi assicura che nel ritrovamento di Gesù al tempio “essi non compresero le sue parole” (L 2,50).

A parte l'apparizione dell'angelo Gabriele, il cammino terreno di Maria è determinato, come abbiamo notato, dalla fede. Per due volte Luca, infatti, presenta Maria in atteggiamento di silenzio meditativo per comprendere, penetrare azioni e parole riguardanti il Figlio, che anche per Lei resta sempre un enigma permanente: «Maria, da parte sua, serbava tutte queste cose meditandole nel suo cuore» (Lc 2,19; cf 2,15).

E poi, Maria, pur inondata dalla grazia dello Spirito Santo e da tanti carismi, deve superare i condizionamenti culturali e religiosi del suo popolo per accogliere la novità evangelica instaurata dal Figlio. 

Ella sperimenta, sotto le parole di Gesù a Cana e nella vita pubblica, il passaggio non indolore da madre a discepola. Deve progressivamente re-interpretare la sua missione di madre nel contesto del regno di Dio, dando la precedenza all'iniziativa del Figlio e puntando sui legami spirituali con lei.

E deve superare una certa concezione del messianismo in auge al suo tempo per aprirsi all'inaudita esperienza del mistero di un Redentore che salva, sì, il mondo, ma attraverso la sua morte e risurrezione.

Non esente dalle condizioni naturali, Maria non è neppure esonerata dal dolore. Conosce l'esilio in terra straniera (Mt 2,13-15), il disagio abituale nei pellegrinaggi che ella compie ogni anno da Nazareth a Gerusalemme (Lc 2,41), un dolore vivissimo quando smarrisce il Figlio dodicenne (Lc 2,48). 

E che dire della “spada” che trafiggerà la sua anima (Lc 2,35)? La partecipazione materna di Maria alla passione del Signore è compiuta a caro prezzo allorché vede il Figlio suo ripudiato, oltraggiato, tradito, crocifisso, ucciso. Che dire, poi, quando si ritrova sulle ginocchia il suo Gesù calato dalla croce: livido, sanguinante per la flagellazione, con una corona di spine… Soltanto una madre potrebbe farsene un’idea! Forse sarà sgorgato dal suo cuore un “Perché, Padre?”. Più che mai allora sperimenta una particolare fatica del cuore, unita ad una sorta di “notte della fede”, forse la più profonda nella storia dell'umanità (cf. Redemptoris Mater, 17-18).

E il dolore di Maria si prolunga nella vita della Chiesa primitiva, quando il rifiuto del suo Cristo si manifesterà e prenderà sempre più forza sino alla persecuzione dei suoi discepoli.

Tutto questo mostra a sufficienza come la vita terrena della Madre di Gesù, pur essendo libera dal peccato, non è stata esente dalla fatica, dalla sofferenza e dalla legge del susseguirsi drammatico della storia. Giustamente il concilio Vaticano II ha riassunto la vicenda evangelica di Maria con le celebri parole: “Così anche la Beata Vergine avanzò nella peregrinazione della fede...” (LG 58).

Maria risolveva tutto con speditezza e facilità? No, per il semplice motivo che era sottoposta alla legge del tempo, che imponeva anche a Lei i ritmi di assimilazione e maturazione. 

Così, del resto, la presenta il Vangelo. C'è una frase, nel vangelo che conclude il racconto dell'Annunciazione, che ci deve far riflettere: «... e l'angelo si partì da lei».

Non è certo un lieto fine. Semmai è un grandioso ma faticoso e impegnativo inizio.

Maria rimane sola. Più nessuna comunicazione straordinaria. Più nessun messaggio che rassicuri ed elimini i dubbi. Il cammino lo deve compiere con l'aiuto della propria fede, non con l'assistenza speciale dei un angelo. Anche nella sua vita, come nella nostra, scoccheranno i “perché”. E la luce la dovrà ricavare attraverso le tenebre più fitte, non attraverso risposte prefabbricate. 
L'angelo ha esaurito il suo compito. Ha terminato di parlare. D'ora innanzi la Madonna dovrà interrogare gli avvenimenti quotidiani per sapere qualcosa. Memoria e riflessione. Custodia e “accosta-menti” delle varie vicende, per seguirne il senso, il filo conduttore.

Ed ogni volta che dirà di “sì” – prima ancora di aver capito, – approfondirà il significato del mistero della propria esistenza. Ad ogni “sì”, c'è un aumento di conoscenza. 

       Il “sì” anticipa la spiegazione.
L'abbandono fiducioso precede il ragionamento. 
L'accoglienza passa prima dell'indagine.
La strada la si conosce... percorrendola. La verità la si trova ... facendola.

•  Si deve pure affermare che a Maria fu chiesto più che a qualsiasi altra creatura e che la sua fede fu continuamente sottoposta alla prova della contraddizione: da Betlemme – dove vide nascere il Messia promesso, nell'estrema povertà, al Calvario: dove Maria è testimone, umanamente parlando della completa smentita delle parole dell'angelo circa il regno di Dio.

Natività di Gesù: Giotto

Nonostante i privilegi di grazia, dobbiamo concludere che la condizione religiosa di Maria non differisce essenzialmente da quella della Chiesa e i cristiani. Quindi la fede di Maria è simile alla nostra, anche se molto più perfetta, tanto da divenire tipo e modello per tutto il popolo cristiano. Anzi, Giovanni Paolo II afferma che la “peregrinazione di Maria nella fede” si ripete e trasmette alla Chiesa e all'umanità: “La sua eccezionale peregrinazione della fede rappresenta un costante punto di riferimento per la Chiesa, per i singoli e le comunità, per i popoli e le nazioni e, in un certo senso, per l'umanità intera” (RM 6).

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Mi sia concesso di citare (liberamente) da Stefano De Fiore) una riflessione su Maria, esempio per la donna “moderna”, prendendo spunto dal Magnificat.

Maria, ha qualcosa da dire alle donne del nostro secolo? Esempio per la donna moderna

– La condizione storica da lei vissuta coincide con quella sperimentata attualmente da milioni di donne.

– Sua patria era la Palestina, un paese sottosviluppato e dominato da una potenza straniera. 

– Lei però ha vinto i condizionamenti umani del suo tempo con la coraggiosa adesione al piano di Dio.

È un fatto che molte donne del nostro tempo non si ritrovano in Maria.  

– Ella è vista come modello astratto, idealizzato, troppo vicino a un principio; oppure

– come un modello opaco, poco operativo ed in ultima analisi alienante. 

Senza dubbio il discorso su Maria di Nazareth rischia di diventare evasivo dei problemi della donna attuale se e quando ne presenta un'immagine di una donna che vive all'ombra di Giuseppe o di Cristo) o troppo alta (di una santa sublime ed inimitabile).

Simbolo della donna oppressa

La condizione storica vissuta da Maria coincide con quella sperimentata da milioni di donne: una lunga fila di formiche, addette ai lavori di riproduzione e di sussistenza. E Maria appartiene a tale fila in quanto condivise la povertà e lo stato d’inferiorità delle sue contemporanee. 

La sua patria è la Palestina, un paese sottosviluppato e dominato da una potenza straniera (cfr. Lc 2,1-5); 

il villaggio dove abita, Nazareth, è sconosciuto dai Libri Sacri degli ebrei ed è disprezzato dall’apostolo Natanaele: «Può venire qualcosa di buono da Nazareth?» (Gv 1,46); 

la sua famiglia, a dispetto dell'albero genealogico (Mt 1,1-16), è modesta, tanto che ella viene data in sposa ad un falegname (Mt 13,55-56); 

dà alla luce il figlio nell'emarginazione più completa (Lc 2,7) 

e lo riscatta nel Tempio con la offerta dei poveri (Lc 2,23).

Maria in persona dipinge il suo stato con le parole: «(Dio) ha guardato alla bassezza della sua serva» (Lc 1,48). Cogliendo lo sfondo socio-religioso di questo versetto, Lutero ne offre una pertinente parafrasi: «Ciò che Maria vuol dire è questo: Dio ha rivolto i suoi sguardi a me serva povera, disprezzata e insignificante... Avrebbe potuto scegliersi la figlia di Anna o di Caifa, che erano i capi della nazione. Invece, ha volto a me i suoi occhi pieni di pura bontà e si è servito per i suoi scopi di un'ancella misera e disprezzata» (Commento al Magnificat). 

Al di là della povertà economica, qui si tratta d’un atteggiamento tipico dei “poveri del Signore”: disponibilità al Signore e apertura alla sua volontà, pur col cuore spezzato da sofferenze e persecuzioni.

Queste non mancano a Maria, che la pietà popolare venera come “Madonna dei sette dolori”. 

 Il primo tra tanti dolori è dovuto alla scelta della verginità, 

considerata ordinariamente dagli ebrei come un obbrobrio, in quanto chiudeva la donna al dono della maternità e dei figli (Gioele 1,8; m 5,2; SaI 127,3); 

l'incomprensione dei compaesani cresce con il concepimento verginale: sospettata dal fidanzato (Mt 1,18-19),  

Maria vive l'esperienza della ragazza-madre isolata e criticata dall'ambiente (Mc 6,3; Gv 8,41).

L'ostilità dei suoi contemporanei esploderà con la coraggiosa e trascendente missione del Figlio: 

I nazaretani vogliono precipitarlo dal monte (Lc 4,29), 
i vari partiti politico-religiosi congiurano insieme per uccidere Cristo. 

In Maria si ripercuotono queste drammatiche prese di posizione contro suo Figlio e pesano su di lei come la spada predetta da Simeone (Lc 2,35). In tale profezia – nota Padre Bénoit – «non è in causa soltanto l'angoscia di una madre, afflitta per il profilarsi dell'agonia del Figlio; ma è il dolore ben più elevato, più grande, della 'donna' che porta nel suo cuore il destino di tutto un popolo ed è desolata per l'indifferenza e la contraddizione di tutti coloro che rifiutano la salvezza offerta dal figlio. Il dolore non è più limitato al dramma del Calvario; è quello di tutta una vita, durante la quale camminando sulle orme dl suo figlio nell'abiezione e negli insuccessi, Maria ha vissuto, giorno per giorno, la crisi in cui doveva soccombere la maggioranza di Israele».

Maria diviene al Calvario la Figlia di Sion che partorisce nel dolore il nuovo popolo di Dio (Gv 16,21; 19,25-27); l'Apocalisse ce la presenterà come la donna partoriente che vive la «pressura» del tempo della Chiesa in attesa della liberazione messianica (Ap 12,1-2).
In Maria trovano così il proprio volto sofferente milioni di donne che vivono in situazioni di neo-colonialismo, di povertà e sottosviluppo, o sono oggetto di pregiudizi, incomprensione, tutela e oppressione. 
Come Maria esse vivono il processo doloroso, simile ad un parto, per la nascita di un mondo più umano e rispondente al piano di Dio.

Di fronte all'esperienza evangelica di Maria cadono i miti della donna passiva e intimista, della donna esclusivamente madre, della donna narcisista e possessiva. 

La Vergine di Nazareth, la vergine del “Magnificat”, è una donna che riflette sulla storia, ne coglie le ingiustizie ed insieme l'intervento liberatore di Dio a favore degli oppressi; 

s’impegna in questa storia con libera e personale decisione; 

allarga il suo compito materno a dimensioni universali.

La donna cristiana che si ispira all'esempio di Maria non potrà più dissociarsi dalle autentiche preoccupazioni dell'odierna società. Il Magnificat rappresenta quindi un pressante appello 
all'impegno di liberazione di ogni categoria depressa ed emarginata, 

alla speranza attiva nella realizzazione di un mondo diverso, dove uomini e donne troveranno il modo di vivere in comunione di amore con Dio ed in rapporti di giustizia e fraternità tra di loro».

“TENTATA”, LA MADONNA?

«Mi è stato detto e ho anche letto in varie parti che le tentazioni di Gesù sono state vere e non simboliche; e inoltre che la Madonna non ha avuto nessuna tentazione poiché, essendo stata concepita senza peccato, non poteva averne. Ma allora la Madonna è superiore a Gesù stesso? Mettendo le cose in tal modo, non si umanizza troppo Gesù e non si divinizza quasi la Madonna? Faccio parte di un gruppo e ci raduniamo per leggere e commentare il Vangelo, ma il sacerdote che ci guida non ha saputo darci una risposta chiarificatrice, o, per lo meno, noi non abbiamo capito». 
Ignoro dove la lettrice abbia letto che la Madonna non avrebbe avuto tentazioni, a differenza di Gesù. Comunque mi auguro che al suo gruppo biblico si studino e si meditino altre cose che non simili pie aberrazioni. Se di Cristo è detto che fu «uguale a noi eccetto che nel peccato», cosa si dovrà dire di Maria? Che oltre al peccato fu preservata dalla tentazione? Nel capitolo VIII della “Lumen Gentium”, si afferma che «anche la Beata Vergine avanzò nella peregrinazione della fede e serbò fedelmente la sua unione col Figlio sino alla croce dove... se ne stette soffrendo...» (n. 58). 
«Peregrinazione nella fede» è un'espressione molto forte che significa: cammino, avanzamento, ricerca, maturazione, che richiede fede, e quale fede! In questo percorso di una vita di prove, di contrasti, non solo esterni, ma anche interni («Essi – Maria e Giuseppe – non compresero quello che egli aveva detto», nota Luca a proposito della risposta di Gesù nel tempio. Ma «sua madre custodiva queste cose in cuor suo». La tentazione non può essere elusa. Maria ha ben altri titoli di venerazione e, se vogliamo, di ammirazione presso il popolo cristiano che non privilegi che sanno più di “marialatrìa” [divinizzata] che di “mariologia” [studio di].

EDICOLE sacre (Cappellette)


Oggi sta avvenendo un grande recupero della pietà popolare e quindi non potevano mancare opere anche su queste immagini, così caratteristiche e numerose in un Paese tradizionalmente cristiano.

Riguardo ai nomi, quello proprio, quello più appropriato e preferito dagli studiosi: è "edicola sacra. Ma, a seconda delle zone, le denominazioni si differenziano. Per esempio:

Capitèlo (al plurale capiteli) a Venezia; capiteo a Verona, Vicenza, Padova; capitel a Treviso, Belluno, Trieste, Trento; mainis o anconis nel Friuli e nella Carnia; maina nel Cadore; santelle a Brescia; tribuline a Bergamo; maestà o cappellette in Lombardia; pilon in Piemonte; pilastrini in Emilia-Romagna; cellette nelle Marche; tabernacoli in Toscana; chiesuole nel Lazio; Madonnelle a Roma; capele o ex-voto in Val d'Aosta; altarini, un po' ovunque. Edicole sacre è il termine più usato dagli scrittori.  L'elenco non è né tassativo né completo; ma ci dà un'idea della varietà dei nomi.Pure riguardo all'origine credo che non si possa essere tassativi, ma che debba guardare alle singole zone. Si sostiene che la città di Venezia abbia il privilegio di aver dato i natali ai capitèi. Su di essi fu scritta un'opera nel secolo XV, dal monaco tedesco Johann Faber. Ancora oggi essi sono numerosissimi: circa cinquecento nei sei sestrieri [quartieri] del centro storico ed altrettanti nella Laguna e nelle isole».

Riguardo al tempo a cui risalgono queste immagini, si sostiene che: Le origini di queste forme d'arte e di devozione risalgono all'epoca tardo-romana, allorché il pagus [circoscrizione territoriale rurale (cioè al di fuori dei confini della città) accentrata su luoghi di culto locale pagano] divenne la pieve rurale [circoscrizione ecclesiastica minore –“parrocchia”] e le già esistenti edicole vennero lentamente cristianizzate, sostituendo all'immagine dei lares [divinità latine protettrici del focolare domestico e della famiglia] quella di Gesù, della Madonna, dei Santi. Gli anni più fertili per questo genere di edilizia popolare furono la prima metà del 1600 e la seconda metà del 1800. Sono opere modeste dal punto di vista artistico, m1a importanti sotto l'aspetto psicologico e sociale”.

Don Bosco e Maria Ausiliatrice


La piccola Margherita, parigina, stava lentamente spegnendosi a causa di una tubercolosi polmonare. «Guarirà! – promise Don Bosco alla madre in lacrime –; recitate ogni giorno un Padre, Ave e Gloria, poi un Salve Regina, affinché la Madonna Ausiliatrice vi esaudisca. Pregate sino al 15 agosto...». «Per due mesi e mezzo, padre mio! – si lamentò la madre –; quando penso che voi potreste semplicemente prendere mia figlia per mano e lei sarebbe guarita...». Don Bosco divenne severo: «Fate come vi ho detto!», ordinò.

La malattia continuava il suo corso: aumentava il sangue nel catarro, la febbre non dava pausa, mentre la bambina diventava sempre più scheletrica... Come è duro aver fede in queste condizioni! Ma la madre tenne duro, continuando a pregare e sperare. Il 15 agosto la madre si stava vestendo per recarsi a messa. Un grido di Margherita: «Mamma, mamma, sono guarita!». La malata, infatti, è raggiante, le sue gote rosate, lo sguardo senza traccia di febbre! Si veste rapidamente e va a messa con la madre... Fu così ben guarita, che la sua storia terminò come in una fiaba: Si sposò, divenne felice ed ebbe molti bambini...»  La Magnifica Avventura di M. Pélissier - p. 133

Sei volte 2.000 franchi

Un vecchio amico di Don Bosco, stava spegnendosi lentamente all'età di ottantatre anni, a Torino. 
«Ah! È proprio la fine, Padre mio – mormorò a Don Bosco, venuto a visitarlo.  Ancora qualche istante e partirò per l'eternità». «No, no, replicò l'uomo di Dio. La Santa Vergine ha ancora bisogno di voi in questo mondo, per la costruzione della sua chiesa».
«Io vi aiuterei volentieri! Ma vedete, non c'è speranza. «E che fareste se Maria vi rendesse la salute?». 
«Verserei per sei mesi duemila franchi alle vostre iniziative». 

«Ebbene, tornerò dai miei ragazzi; ci metteremo a pregare e strapperemo la grazia. Abbiate fiducia!». 

Tre giorni dopo, mentre Don Bosco stava scrivendo una lettera, vide inquadrarsi alla soglia della porta il suo moribondo guarito, vispo e tutto felice di portare, lui stesso, il primo dei sei versamenti promessi. 
Visse ancora per sei anni e non smise, sino alla morte, di aiutare le iniziative del Servo di Dio.
A. Auffray «Il Beato Don Bosco», p. 236
Amare Gesù come l'amava Maria. Amare Maria come l'amava Gesù

«Mia buona Madre, ti dono la mia intelligenza per studiare la tua grandezza, la mia memoria per non dimenticare i tuoi benefici, tutti i miei pensieri affinché siano tutti tuoi, il mio cuore per amarti sempre. (…) 

Sola nella mia cameretta, tutta sola con Dio solo, allora verso la mia anima nel Signore. È dolce per la mia anima la poesia della solitudine, il grande silenzio nell’amore supremo, nel dolore, il sacrificio e i baci divini di Gesù, inizi di eterni appuntamenti. 

Da dove mi viene questa sete sempre più ardente di luce e di verità, questo bisogno di riavvicinarmi sempre più alla bellezza di Dio. Nessuna calma, nessun riposo, nessuna gioia può più entrare in me, oltre al solo Dio. Tutto non è nulla, tutto mi è vano fuorché Dio. Tutto mi stanca. Tu solo, oh Dio, puoi accontentare la mia anima: Amare Gesù come l'amava Maria. Amare Maria come l'amava Gesù».    Marthe Robin,  6 Gennaio 1931

Kannon, la grande Misericordiosa…
Una delle varianti popolari del buddismo in Cina è il buddismo della “Terra Pura” (Tsing-tou). Il suo fondatore cinese, Houei-yuan, morto nel 416 d. C., trasformò il Budda storico (Gautama Buddha) in Amitabah, vale a dire Budda eterno. Questi si sottomise alla condizione umana per portare a tutti la salvezza. Tale buddismo amidista (della Terra Pura) colloca al lato di Budda una serie di esseri (bodhisattva) che aiutano Budda nell’opera di salvezza. Il più celebre è Kouan-yin che i cinesi rappresentano sotto forma di una donna. 
Le pitture e le statue cinesi rappresentano Kouan-yin come una navigatrice, di una serena bellezza, che aiuta Amitabah a condurre la barca della salvezza attraverso l’“Oceano del Dolore” sino alla riva del paradiso. Da questa barca, su cui sono stipati uomini e donne di tutte le condizioni, si alza incessante l’invocazione seguente: «Oh Kouan-yin, tu la grande misericordiosa, la più graziosa, la consolatrice universale, stacci vicino nella gioia e nel dolore, conducici sino alla terra dei beati!». 

Questo testo – che noi ritroviamo quasi identico in certe preghiere mariane – ci aiutano a comprendere come mai i primi giapponesi convertiti, ma impregnati di civiltà cinese, abbiano accostato Maria, “Madre dei Dolori e Regina della Misericordia”, a questa divinità buddista. 


 

In Giappone è chiamata Kannon.

Per poter dare libero corso ai loro sentimenti di pietà, malgrado le proibizioni della loro religione e la interdizione da tutte le manifestazioni di fede, i giapponesi convertiti hanno rappresentato la Madre di Cristo con i tratti di Kannon. Queste statuette, agli occhi delle autorità, sembravano esprimere il credo buddista, ma un segnale incomprensibile ai non iniziati – una croce – per esempio, testimoniavano sempre il carattere cristiano della statua che era, per queste anime fedeli, l’immagine della Regina dei Martiri. E la devozione a Maria sopravvisse a due secoli di durissima persecuzione, tanto da diventare per loro uno dei caratteri distintivi del Cattolicesimo (insieme alla devozione al Papa e al celibato dei sacerdoti).

Henri Mora, M. E. P., La dévotion mariale au Japon (La devozione mariana in Giappone) 

La Vergine colpita da radiazioni di Nagasaki, in Giappone

Quando la bomba atomica americana "Fat Boy" rase al suolo             Nagasaki, 80 anni fa, uno degli edifici distrutti era la cattedrale di Urakami, una delle più grandi in Asia. L'esplosione che devastò la città, quel 9 Agosto 1945, facendo più di 70.000 morti, fracassò le finestre e le pareti dell'edificio, bruciò il suo altare, fuse la campana. Ma, quello che i cattolici giapponesi hanno chiamato un miracolo, è stata la testa di una statua lignea della Vergine Maria sopravvissuta all'inferno! L'icona ha mantenuto le cicatrici della guerra: gli occhi bruciati, lasciando due orbite nere, la guancia destra è annerita e una crepa corre per la lunghezza del viso come una lacrima. «Quando l'ho vista per la prima volta, ho pensato che la Vergine stava piangendo», ha detto Shigemi Fukahori, un parrocchiano di 79 anni, che conosceva la statua prima dell'esplosione. «È stato come se lei ci mettesse in guardia contro gli orrori della guerra, sacrificando sé stessa", ha aggiunto.


 La statua mutilata è ora in mostra nella nuova chiesa ricostruita nella stessa posizione, a soli 500 metri dal punto centrale al di sopra del quale la bomba al plutonio è esplosa.

 

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Il Paradiso non può attendere: dobbiamo già cercare il nostro Cielo qui sulla terra! Questo blog tratterà di argomenti spirituali e testimonianze, con uno sguardo rivolto al Carmelo ed ai suoi Santi