AFORISMA

Meglio aggiungere vita ai giorni, che non giorni alla vita
(Rita Levi Montalcini)

Nostra Signora del Carmelo

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colei che ci ha donato lo scapolare
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martedì 18 aprile 2023

13 martedì sant'Antonio 2023 - Sesta video-meditazione a cura di padre T...






Ciao Danila,

cosa significa per il cristiano coltivare lo spirito di carità per essere al servizio del prossimo?

Oggi padre Tiberio, dalla periferia di Lisbona, ci dice che la vita è servizio, amore e carità.

L'invito che ci rivolge padre Tiberio è quello di non avere paura e di non essere indifferenti al dolore degli altri. Se apriamo il nostro cuore e accogliamo il nostro prossimo con amore, con gioia e umiltà, scopriremo davvero che vivere è servire... e nel servire troveremo la gioia.

Buona riflessione e buon cammino!

Pace e bene!














P.S. Se vuoi approfondire le riflessioni settimanali puoi scaricare gratuitamente il libretto «13 martedì - Con sant'Antonio sui sentieri della Pace», in formato pdf.


martedì 28 marzo 2023

13 martedì sant'Antonio 2023- Terza video-meditazione



Ciao Danila,

con la video-meditazione di oggi, riflettiamo insieme a padre Antonio Ramina, Rettore della Basilica, sul significato della parola gentilezza.

Cosa significa agire con gentilezza? Sant'Antonio, nei suoi scritti, ci spiega che nella nostra quotidianità dobbiamo esprimerci con l'umiltà di Gesù: con affidabilità, con pazienza e con misericordia; perché il Signore non sta nel fuoco o nel terremoto, ma in una brezza leggera.

Anche se di questi tempi sembra non andare più di moda, dovremmo coltivare lo stile della gentilezza, per guardare all’altro con apertura di cuore, per essere più accoglienti, soprattutto con chi è più bisognoso.

La gentilezza è segno di forza e grandezza interiori: rende giustizia a chi è più fragile, a chi ha bisogno di noi. Dona pace a chi la offre e a chi la riceve.

 

Buon cammino!

Pace e bene!










Padre Giancarlo Zamengo
P.S. Se vuoi approfondire le riflessioni settimanali puoi scaricare gratuitamente il libretto «13 martedì - Con sant'Antonio sui sentieri della Pace», in formato pdf.
 




Per scaricare il file pdf della tredicina cliccate sul link sovrastante. 


venerdì 6 maggio 2022

QUALCHE OPPORTUNA RIFLESSIONE


 

E ANCHE UN'AZALEA CADUTA DALLA PIANTA, PUO' PARLARCI DI DIO, CON UNA BELLA POESIA DI P. NICOLA GALENO OCD




sabato 16 aprile 2022

UN PEZZO DI LEGNO CHE TI ...SALVA!



Un racconto che fa riflettere!

Un pezzo di legno che ti...salva!

C'è un uomo che tiene appeso in salotto, nel posto d'onore, uno strano oggetto.

Se qualcuno gli chiede il perché di quella stranezza racconta: " Il nonno, una volta mi accompagnò al parco.

Era un gelido pomeriggio d'inverno. Il nonno mi seguiva e sorrideva, ma sentiva un peso. Il suo cuore era malato, già molto malandato. Volli andare verso lo stagno. Era tutto ghiacciato, compatto!

      "Dovrebbe essere magnifico poter pattinare", urlai, "vorrei provare a rotolarmi e scivolare sul ghiaccio almeno una volta!". Il nonno era preoccupato. Nel momento in cui scesi sul ghiaccio, il nonno disse: "Stai attento...”. Troppo tardi.

       Il ghiaccio non teneva e urlando caddi dentro. Tremando, il nonno spezzò un ramo e lo allungò verso di me. Mi attaccai e lui tirò con tutte le sue forze fino a estrarmi dal crepaccio di ghiaccio.

Piangevo e tremavo.

      Mi fecero bene un bagno caldo e il letto, ma per il nonno questo avvenimento fu troppo faticoso, troppo emozionante. Un violento attacco cardiaco lo portò via nella notte.

Il nostro dolore fu enorme. Nei giorni seguenti, quando mi ristabilii completamente, corsi allo stagno e ricuperai il pezzo di legno. È con quello che il nonno aveva salvato la mia vita e perso la sua!

Ora, fin tanto che vivrò, starà appeso su quella parete come segno del suo amore per me!"

Buona Santa Pasqua a tutti voi! 



sabato 19 giugno 2021

HOPE: SPERANZA - ESPÉRANCE - ESPERANZA - HOFFEN - надеяться ( nadeyat'sya) - 希望 (Xīwàng) di DANILA OPPIO



Leggendo un comunicato di Padre Mauro Armanino, sono affiorate alla mia mente determinate considerazioni che avevo già in testa da parecchio tempo.

Mi ricordo che tanti anni fa la Nestlé aveva donato grandi quantità di latte in polvere, destinate ai neonati africani. Che poi morivano. No, non era il latte a causare la loro morte, ma la mancanza di adeguate istruzioni. L’acqua dei pozzi artesiani, quella dei fiumi o raccolta dalle piogge era colma di batteri, e inquinata da altri fattori. 

Se il latte in polvere non è stato accompagnato da adeguate istruzioni, che consistevano in: “Fate bollire l’acqua prima di aggiungere la polvere di latte”, tutta quella carità pelosa non solo non è servita a nulla, ma ha causato distruzione.

Altra considerazione: già in Italia, al tempo in cui ho messo al mondo i miei tre figli, (avrebbero potuto essere ancora di più, se due di loro non hanno potuto vedere la luce, perché sono morti immaturi nel mio ventre ancora in stato fetale), le coppie si limitavano ad accontentarsi di uno o due figli al massimo.  Quando, parlando con altre mamme e le informavo che avevo tre bimbi, mi guardavo stupite e mi dicevano che ero stata brava, ma un po’ incosciente. Tre figli?  Ero considerata quasi un’eroina!

Potevo permettermeli. Sapevo che avrei potuto offrire loro cibo, alloggio comodo e istruzione fino alla laurea universitaria. Cosa accaduta. 

Quel che mi lascia parecchio interdetta, è che proprio le popolazioni più povere mettono al mondo un’intera squadra di calcio, senza pensare che spesso il padre, privo di lavoro, non ha alcuna possibilità di nutrire la sua prole, ed è per questo che tanti bimbi muoiono nei primi mesi o anni di vita, denutriti, o ammalati  perché manca il modo di curarli adeguatamente.

Ricordo che anche nei secoli scorsi, in Italia e nel resto del mondo, sfornavano figli in gran quantità, debilitando le mamme, che spesso morivano ancor giovani. E poi non potevano istruirli, curarli perché allora non c’era l’assistenza medica gratuita, e nutrirli, a meno che non appartenessero a famiglie contadine, che possedevano un piccolo pollaio, una mucca per mungere il latte, e un orto e alberi da frutta che producevano un po’ di tutto. Ma gli altri? Quelli che vivevano in città? La battuta che correva di bocca in bocca era questa: “Allora non c’era la televisione e fare all’amore restava l’unico diversivo.”. Certo, il controllo delle nascite era proibito dalla Chiesa, i figli sono dono di Dio.  Peccato che Dio non scenda dal Cielo per portare cibo e cure a tutte quelle creature. E il detto: “Aiutati che il Ciel t’aiuta” non vale per queste situazioni.  Senza andare troppo lontano, anche i coniugi Martin, genitori di Santa Teresina del Bambino Gesù, ebbero nove figli, ma solo cinque figlie giunsero all'adolescenza, e tutte cinque si fecero suore.

Patrick Brontë, Pastore Anglicano, e quindi di buona cultura, ha messo al mondo sette figli, due dei quali sono deceduti in tenera età e anche  l’unico figlio  maschio Branwell e le sorelle scrittrici di fama, morirono molto giovani.  Eppure non mancava le possibilità economiche, anche se non del tutto agiate, però la tubercolosi viaggiava nei secoli, ed ha colpito i figli del Pastore e anche Santa Teresina di Lisieux. Il motivo lo conosciamo: allora esistevano solo cure palliative,  la penicillina non era stata ancora inventata. 

E non lo era neppure quando mia nonna paterna ha avuto ben 11 figli, e gli ultimi  tre, una coppia di gemelli nati prematuri (allora non c’erano incubatrici e la possibilità di salvare con adeguate cure i piccoli, e l’altro è deceduto a 3 anni per difterite, proprio perché i vaccini e la penicillina non erano ancora in produzione). Gli altri otto sono sopravvissuti. Perché tanti figli? Poiché il nonno aveva possedimenti terrieri, una fattoria da mandare avanti, servivano braccia giovani e forti. Intanto mia nonna era sfibrata da tanti parti. Incoscienti! Questo è il termine che ripeto davanti a tanta prole.

Ho conosciuto una coppia di sposi senegalesi, lui era Consigliere Economico del suo Paese e viaggiava per l’Europa, tra Milano e Bruxelles, quindi dal punto di vista economico non aveva problemi. Quando li conobbi, avevano già dieci figli, tutti belli, sani ed educati in modo perfetto. Lei era già incinta dell’undicesimo, e doveva trascorrere tutta la gravidanza a letto, altrimenti rischiava di perdere la creatura. Alla mia domanda rivolta alla signora: “Perché tanti figli?” Ottenni questa risposta: “Una moglie musulmana ha il dovere di dare al marito tutti i figli che Allah vuole”. Ho saputo da conoscenti che ha messo al mondo un totale di 14 figli. Che  Allah l’aiuti.  Pur trattandosi di gente di cultura, certe mentalità sono dure a morire. 

In ogni caso, loro potevano permettersi il lusso di crescere una numerosa prole, e tantissimi altri emulano, ma a quest'ultimi è negata la possibilità di dare ai figli ciò di cui hanno bisogno. 

Oggi però ci sono tutti i medicinali per aiutare chi è ammalato, perfino i vaccini antivirali, (che poi non siano ancora stati  testati a lungo, lo sappiamo, ma si spera producano l’effetto desiderato). 

Si sprecano troppi soldi per cose inutili, e mi riferisco non ai singoli privati, ma alle Nazioni del Mondo.  

Cosa serve andare sulla Luna, arrivare fino a Marte, spendendo cifre astronomiche, se non pensiamo prima agli abitanti della Terra?

Però, non potendo spaccare teste per sostituire il cervello di tanta gente che si crede padrona dell’Universo, possiamo tornare a più miti consigli e sperimentare il proverbio: “Aiutati che il Ciel t’aiuta”. Come? Educando le popolazioni più povere, al controllo delle nascite. Non si mettono al mondo figli come fossero coniglietti, sperando nella loro sopravvivenza. Non si fa, se non siamo certi di poter offrire loro un futuro decente. Ma anche, nell’immediato, almeno cibo e cure mediche. 

E non si mettono al mondo creature contando solo su aiuti esterni. Che spesso non arrivano a sufficienza e non per tutti. Occorre dare loro indipendenza economica, un buon lavoro.

Stiamo raggiungendo il numero di quasi otto miliardi di abitanti nel mondo, e neppure il Covid  è riuscito a ridurne il numero. Questa è una battuta cinica, me ne rendo conto, ma volutamente espressa, perché penso che qualcuno abbia causato questa pandemia proprio con l’intenzione di ridurre la popolazione mondiale. 

A mio avviso, ci staremo ancora tutti su questo nostro pianeta, se solo si mettesse in pratica vera condivisione, per non creare un così forte divario sociale.  Proprio i Paesi più sovraffollati e poveri, mettono al mondo tanti figli, ben sapendo che nessuno garantisce la loro sopravvivenza. I genitori per primi. 

I missionari fanno il possibile per fare giungere aiuti, ma mi fido poco delle associazioni benefiche, poiché alla fin fine gli aiuti sono ridotti al minimo, per un giro d’affari che non mi pare del tutto pulito. 

E mi fido ancor meno di certi governi che pensano agli affari propri e se ne infischiano se le popolazioni del Paesi che governano hanno vita non facile, anzi, piuttosto vacillante e senza futuro. 

La sabbia nel Sahel appartiene al deserto, ma si è infiltrata anche nelle menti di chi ha la responsabilità di dare pace, sicurezza e futuro agli abitanti delle Nazioni. Le teste ripiene di sassi e sabbia non producono altro che polvere. 

Danila Oppio

venerdì 22 gennaio 2021

L'ONU proibisce le armi nucleari e l'Italia che fa? di Manlio Dinucci e Danila Oppio

L'ONU proibisce le armi nucleari e l'Italia che fa? di Manlio Dinucci e Danila Oppio

Stamane  ho ricevuto questo articolo da Padre Mauro Armanino, missionario in Sahel (Niger). Lo riporto qui sotto con la mia conseguente risposta.

L’Onu proibisce le armi nucleari
e l’Italia che fa?

Entra in vigore il Trattato Onu che proibisce le armi nucleari, ma la Nato proibisce all’Italia di aderirvi. Il governo non vede, non sente e non parla. Restano così in Italia, paese “non-nucleare”, le vecchie bombe nucleari Usa tra poco sostituite dalle nuove.
Manlio Dinucci 

Oggi, 22 gennaio 2021, è il giorno che può passare alla storia come il tornante per liberare l’umanità da quelle armi che, per la prima volta, hanno la capacità di cancellare dalla faccia della Terra la specie umana e quasi ogni altra forma di vita. Entra infatti in vigore oggi il Trattato Onu sulla proibizione delle armi nucleari. Può essere però anche il giorno in cui entra in vigore un trattato destinato, come i tanti precedenti, a restare sulla carta. La possibilità di eliminare le armi nucleari dipende da tutti noi.
 
Qual è la situazione dell’Italia e cosa dovremmo fare per contribuire all’obiettivo di un mondo libero dalle armi nucleari? L’Italia, paese formalmente non-nucleare, ha concesso da decenni il proprio territorio per lo schieramento di armi nucleari Usa: attualmente bombe B61, che tra non molto saranno sostituite dalle più micidiali B61-12. Fa inoltre parte dei paesi che – documenta la Nato – «forniscono all’Alleanza aerei equipaggiati per trasportare bombe nucleari, su cui gli Stati uniti mantengono l’assoluto controllo, e personale addestrato a tale scopo». Inoltre, vi è la possibilità che vengano installati sul nostro territorio i missili nucleari a raggio intermedio (analoghi agli euromissili degli anni Ottanta) che gli Usa stanno costruendo dopo aver stracciato il Trattato Inf che li proibiva.
 
In tal modo l’Italia viola il Trattato di non-proliferazione delle armi nucleari, ratificato nel 1975, che stabilisce: «Ciascuno degli Stati militarmente non nucleari, parte del Trattato, si impegna a non ricevere da chicchessia armi nucleari, né il controllo su tali armi, direttamente o indirettamente». Allo stesso tempo l’Italia ha rifiutato nel 2017 il Trattato Onu sulla abolizione delle armi nucleari –  boicottato da tutti e trenta i paesi della Nato e dai 27 dell’Unione europea –  il quale stabilisce:  «Ciascuno Stato parte che abbia sul proprio territorio armi nucleari, possedute o controllate da un altro Stato, deve assicurare la rapida rimozione di tali armi».
 
L’Italia, sulla scia di Usa e Nato, si è opposta al Trattato fin dall’apertura dei negoziati, decisa dalla Assemblea generale nel 2016. Gli Stati uniti e le altre due potenze nucleari della Nato (Francia e Gran Bretagna), gli altri paesi dell’Alleanza e i suoi principali partner – Israele (unica potenza nucleare in Medioriente), Giappone, Australia, Ucraina – votarono contro. Espressero così parere contrario anche le altre potenze nucleari: Russia e Cina (astenutasi), India, Pakistan e Nord Corea. Facendo eco a Washington, il governo Gentiloni definì il futuro Trattato «un elemento fortemente divisivo che rischia di compromettere i nostri sforzi a favore del disarmo nucleare».
 
Il governo e il parlamento italiani sono quindi corresponsabili del fatto che il Trattato sull’abolizione delle armi nucleari – approvato a grande maggioranza dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite nel 2017 ed entrato in vigore avendo raggiunto le 50 ratifiche – è stato ratificato in Europa fino ad oggi solo da Austria, Irlanda, Santa Sede, Malta e San Marino: atto meritevole ma non sufficiente a a dare forza al Trattato.
 
Nel 2017, mentre l’Italia rifiutava il Trattato Onu sulla abolizione delle armi nucleari, oltre 240 parlamentari – in maggior parte del Pd e M5S, con in prima fila l’attuale ministro degli Esteri Luigi Di Maio – si impegnavano solennemente, firmando l’Appello Ican, a promuovere l’adesione dell’Italia al Trattato Onu. In tre anni non hanno mosso un dito in tale direzione. Dietro coperture demagogiche o apertamente il Trattato Onu sull’abolizione delle armi nucleari viene boicottato in parlamento, con qualche rara eccezione, dall’intero arco politico, concorde nel legare l’Italia alla sempre più pericolosa politica della Nato, ufficialmente «Alleanza nucleare».
 
Tutto questo va ricordato oggi, nella Giornata di azione globale indetta per l’entrata in vigore del Trattato Onu sulla proibizione delle armi nucleari, celebrata da attivisti dell’Ican e altri movimenti anti-nucleari con 160 eventi per la maggior parte in Europa e Nordamerica. Occorre trasformare la Giornata in mobilitazione permanente e crescente di un ampio fronte capace, in ciascun paese e a livello internazionale, di imporre le scelte politiche necessarie a realizzare l’obiettivo vitale del Trattato.
 
(il manifesto, 22 gennaio 2021)

E' la solita storia del cane che si morde la coda. Dalla fine della II Guerra Mondiale l'Italia ha fatto un patto d'alleanza con gli USA, per averci salvato dalla Germania nazista. (e di conseguenza dal fascismo italiano!)
Così abbiamo dovuto calare le braghe e accettare che il nostro territorio accolga le basi missilistiche, aeree e navali.
Le basi USA in Italia disciplinate sulla base di accordi bilaterali, secondo quanto pubblicato dall’Italian Yearbook of International Law, sono otto e precisamente le seguenti:
• Aeroporto di Capodichino;
• Aeroporto di Aviano, Pordenone;
• Camp Derby, Livorno;
• la base di Gaeta, Latina;
• la base dell'Isola della Maddalena;
• la stazione navale di Sigonella;
• l'osservatorio di attività solare in San Vito dei Normanni;
• una presenza in Vicenza e Longare.
Queste ultime si devono ad una “bilateralizzazione” dell’art. 3 del Trattato NATO ai sensi del quale “le Parti, individualmente e congiuntamente, nello spirito di una continua e effettiva autodifesa e assistenza reciproca, manterranno e svilupperanno la propria capacità individuale e collettiva di resistenza ad un attacco armato”. Gli Stati Uniti, in altre parole, essendo distanti dal teatro di guerre e tensioni nel Mediterraneo e nel Medio Oriente, si giovano dell'opportunità di usare le basi situate sul territorio italiano – e degli altri Stati che le concedono – per rendere più efficiente la loro partecipazione alla Nato. Oltre a queste, bisogna inoltre tenere presenti sia le basi interamente italiane, ma che possono essere messe a disposizione dell'Alleanza, come ad esempio la base di Taranto ove le navi dell'Alleanza possono rifornirsi ed appoggiarsi.
Il nostro Governo è talmente legato a doppio nodo con gli USA e quindi con la NATO che ignora (o glissa) il pericolo che si corre anzi, si sente protetto dagli Stati Uniti.
Temo che il risultato di questa proibizione da parte dell'ONU finirà con il nulla di fatto.
Danila Oppio

giovedì 13 agosto 2020

IL SACRIFICIO E I SACRIFICATI: lettera dal SAHEL di Padre MAURO ARMANINO


Il sacrificio e i sacrificati : lettera dal Sahel

DI padre Mauro Armanino

Dal Blog   https://www.senzafine.info/2020/08/lettera-dal-sahel-di-padre-mauro.html

Senzafine: Arte, Cultura e Società di Renata Rusca Zargar

La festa della ‘Tabaski’, comunemente chiamata così nell’Africa Occidentale francese, iniziata ieri terminerà lunedì. Questa importante festa del calendario musulmano ricorda, con allusioni al racconto biblico, la fede obbediente di Abramo che non aveva esitato a sacrificare il figlio (Isacco o Ismaele, secondo il racconto). Fermato in tempo prima del gesto fatale, il figlio fu sostituito da un capro e la festa in questione fa memoria di questo avvenimento, sacrificando un capro o più per famiglia. Malgrado la crisi conseguente alla pandemia, che ha finora relativamente risparmiato il Niger, la cerimonia si è svolta come di consueto. Lungo le strade di Niamey e nei cortili, i capri uccisi sono messi ad arrostire, consumati in famiglia il giorno seguente e parti dell’animale condivise con parenti, vicini e poveri. Il sacrificio è stato preceduto dalla rituale preghiera alla ‘grande moschea’ di Niamey e nelle altre sparse nei quartieri della città. La tradizione, sempre molto sentita dalla popolazione, si è rinnovata. L’acquisto dei capri per la circostanza, ha permesso a molti allevatori dei villaggi e in città, di tornarsene a casa con il necessario per far sopravvivere la famiglia.

In effetti, nel Niger come altrove nel Sahel, ad essere sacrificato non è solo il capro. Secondo i risultati della prima edizione ‘Dell’inchiesta armonizzata sulle condizioni di vita delle famiglie’ nello spazio economico dell’Africa Occidentale, il Niger è il paese che conta il più grande numero di poveri. Tre abitanti su quattro, secondo questo rapporto, vivono sotto la soglia di povertà. L’inchiesta si basa sulla soglia internazionale di povertà  monetaria moderata, per la quale si considera povera la persona che spende meno di 3,2 dollari al giorno. Da ciò risulta che il 75,5 % della popolazione del Paese si trova in questa particolare categoria di persone. Nello stesso rapporto si evidenzia che la Costa d’Avorio e il Senegal sono i Paesi dell’Unione Monetaria con la più debole concentrazione di poveri mentre, a parte il Mali e il Benin, la maggior parte degli altri Paesi si trova sotto la soglia di povertà. Questi sono tra i ‘sacrificati’ del sistema che, almeno fino all’imprevista visita del Coronavirus, si vantava di cifre record nella macroeconomia, in barba alle crisi di crescita registrate altrove. Sacrificati invisibili ma reali che appaiono nelle statistiche per poi scomparire. 

Naturalmente non sono gli unici a perpetuale il sacrificio rituale. Dovremmo parlare di alcuni attivisti sui diritti umani e un giornalista del Paese che hanno passato e reso attuale la festa del sacrificio in carcere. Anche altrove che cose non vanno meglio. Ricordava un rapporto di Global Witness di appena qualche giorno fa, che oltre 200 militanti per l’ambiente e i diritti umani, sono stati sacrificati, la maggior parte di loro in Asia. Dovremmo sommare le centinaia di migliaia di sfollati nel vicino Burkina Faso, Mali e lo stesso Niger. Rifugiati provocati dal banditismo armato verniciato di djiadismo, tutti quanti poveri contadini e già "gli invisibili’ prima ancora di essere stati strappati dalle loro case e terre. Le migliaia di bambini che non avranno mai l’opportunità di mangiare e bere quanto basta per garantire una sana e decente crescita umana. Lo ricordava recentemente un articolo pubblicato sul ‘Le Monde’ che il ‘virus della fame’ minaccia, nel già fragilizzato Sahel, milioni di persone. 

‘Tutte le conseguenze delle misure anti-Covid-19, messe in atto dagli Stati saheliani, sono state sottostimate’, afferma Alexandra Lamarche dell’ONG Refugees International,’ il Programma Alimentare Mondiale stimava che 3,9 milioni di persone nel Sahel centrale avrebbero sofferto di insicurezza alimentare in questa stagione. Oggi siamo a 5 milioni’. La chiusura di mercati e frontiere, i coprifuoco, il divieto dell’uso delle moto e altre restrizioni negli spostamenti, hanno avuto come conseguenza quella di complicare la vita dei contadini e più in generale sul sistema agro-pastorale che dà lavoro a circa 25 milioni di saheliani. Dalla memoria del sacrificio di Abramo, della sua obbediente sottomissione all’appello di Dio fino ai numerosi ‘sacrificati’ di oggi esiste una tragica continuità. Saperli riconoscere e assumerne la ferita è solo il primo passo. In questo ambito la ‘sottomissione obbediente’ di Abramo si chiamerebbe ‘complicità’.                                    

         Mauro Armanino, Niamey, 1 agosto 2020

Commento di Renata Rusca Zargar

Sono stata fortunata: sono nata in Italia, i miei genitori erano piuttosto abbienti, anche se, ai miei tempi, usava far capire che non si può sempre avere tutto nella vita. Infatti, mia madre non mi comprava le banane o i gelati e neppure, diventata un po' più grande, i dischi o gli orecchini di plastica che mi piacevano tanto. Pur essendo una femmina che non ha mai avuto tanti diritti quanto il beato maschio, mi hanno fatto studiare, così i diritti me li sono conquistati da sola. Poi, ho sempre lavorato, il che mi ha permesso di fare scelte libere nella vita perché sono sempre stata economicamente autosufficiente. La cultura, infine, mi ha resa privilegiata. Dunque, sono stata molto fortunata. Dove io sia nata geograficamente o da quale famiglia, non è merito mio. Però, senza merito, ho avuto tutto nella vita.
Così, quando sento dire che arrivano nel nostro paese persone che non vengono da luoghi in guerra non riesco a non farmi alcune domande: "Se io posso mangiare, divertirmi, curarmi, ho potuto far studiare i miei figli senza problemi che, a loro volta, saranno sempre privilegiati, perché altre persone umane come me non possono avere nulla? Perché muoiono di fame, i bambini non hanno i vaccini, non possono curarsi, avere tutte le belle cose che io ho? Come mai? Sono davvero criticabili se pensano che, venendo qui, avranno anche loro e i loro figli quello che io ho?"

Ovviamente, non ho mai avuto una risposta compatibile con i diritti umani di tutti gli esseri umani.

Commento di Danila Oppio

Non l'ho neppure io, una risposta a tanto scempio umano, a tanta indifferenza tranne che al dio denaro. Anzi, l'avrei, ma sarebbe poco indicata ad essere pubblicata sul tuo blog, Renata, perché è una parolaccia. Che poi approfittino del "Covid" per rendere ancora più difficile la vita al prossimo, e non solo in Africa, anche in Italia, mi pare una vera assurdità. Quante aziende piccole o grandi hanno dovuto chiudere? Quanti lavoratori sono rimasti disoccupati? Sì, anche in questa nostra Nazione occidentale, quella che gli africani o gli asiatici pensano sia un luogo dove rifarsi la vita. Ahinoi! Non è proprio così. L'economia italiana va male, e allora la domanda è: se non ce la facciamo noi a tirare i remi in barca, come possono farcela tutti quei disperati che credono di trovare da noi il "Paese di Cuccagna"? Sono dell'avviso che le organizzazioni mondiali dovrebbero aiutare "in loco" i Paesi definiti del terzo mondo. Ma temo che vogliano che tutto rimanga invariato, che restino sempre confinati nella povertà più assoluta. E per povero non intendo quello che non può permettersi i vestiti firmati, i gioielli, il cellulare di ultima generazione, le auto potenti, tanto per avere lo status symbol, anche a costo di indebitarsi di rate per ottenerlo. Povero è chi non ha pane ogni giorno, che non ha acqua per bere e per l'igiene, che non ha una casa decente o meglio sarebbe dire che vive nella miseria più nera, anche se non sono africani.
Sarebbe auspicabile che ogni abitante della Terra abbia il necessario per una vita dignitosa, e questo è il diritto di ognuno. Ma le grandi potenze economiche non hanno alcun interesse per realizzare tutto questo. Non ho altre parole da aggiungere, e la carità che il singolo individuo può mettere in atto per dare un concreto aiuto, spesso non giunge a destinazione, e comunque non abbraccia un'intero popolo. Questo aiuto è di competenza degli Stati Mondiali. Le briciole non risolvono certe gravi situazioni. Il Covid ha dato il colpo di grazia.

 

venerdì 10 aprile 2020

VENERDÍ SANTO - da anonimo


Van Dyck: CRISTO IN CROCE


Chi dice che non ci sarà Settimana Santa quest'anno?...
Non avete visto l’immensa Processione di persone risultate positive al Coronavirus?
Non vedete la Via Crucis del personale sanitario che risale il Calvario della pandemia, sopraffatto e con l’angoscia nel cuore per la paura di non riuscire a resistere?
Non ha visto i medici con il camice bianco portare la croce dolorosa delle persone contaminate?
Non vedete tanti scienziati sudare acqua e sangue, come al Getsemani, per trovare un trattamento o un vaccino?
Per favore, non dite che Gesù non passa nelle strade quest’anno...mentre tanta gente deve lavorare per portare cibo e medicine a tutti noi.
Non avete visto il numero di Cirenei offrirsi in un modo o nell’altro per portare le pesanti croci?
Non vedete quante Veroniche, sono esposte all’infezione per asciugare il volto di persone contaminate?
Chi può non vedere Gesù cadere a terra, ogni volta che sentiamo il freddo conteggio delle vittime?
Non vivono forse, la Passione , le case di riposo piene di persone anziane e il personale ... con il fattore di rischio più elevato?
Non è come una corona di spine per i bambini obbligati a vivere questa crisi rinchiusi, senza capire troppo bene... senza poter correre nei parchi e nelle strade?
Non si sentono ingiustamente condannate, le scuole, le università, e tanti negozi obbligati a chiudere?
Tutti i paesi del mondo non sono forse colpiti, frustati, dal flagello di questo virus?
E non manca in questa via di dolore Ponzio Pilato che si lava le mani...coloro che cercano semplicemente a trarre un vantaggio politico o economico dalla situazione, senza tenere conto delle persone?
Non soffrono, impotenti come i discepoli senza il Maestro, altrettante famiglie e persone sole confinate in casa, molte con problemi, non sapendo come e quando tutto finirà?
Il volto doloroso di Maria non si rispecchia forse, in quello di tante madri che soffrono per la morte, silenziosa e a distanza , di una persona cara?
Non è come strappare le vesti... l’angoscia di tante famiglie e di piccole imprese che vedono le loro economie svanire? L'agonia di Gesù in croce non ci fa pensare alla mancanza di respiratori nelle unità di terapia intensiva ?
Per Favore... non dite : Niente Settimana Santa...niente Pasqua quest'anno non ditelo!
Perché il DRAMMA DELLA PASSIONE non è certo quasi mai stato così reale e autentico e la nostra stessa vita non è mai stata così in attesa e piena di speranza nella Risurrezione!



lunedì 20 maggio 2019

VOGLIAMO PARLARNE? Di DANILA OPPIO




In questi giorni sto pensando di scrivere qualcosa riguardo alla piega che sta prendendo un certo angolo di mondo, quello del clero.
Di notizie tremende ne leggiamo quasi ogni giorno, ma non sono qui a giudicare il comportamento per nulla coerente al Vangelo, di certi individui inqualificabili. Mi vien la nausea al solo pensiero.
Vorrei invece soffermarmi su cosa rappresenta oggi la spiritualità. Ne sto trattando con un religioso, il quale è di certo più vicino di me alle cose della Chiesa.
Ci sono teologi di grande intelletto, biblisti che trattano di religione come un archeologo che si sofferma su un reperto trovato in uno scavo. Lo analizza con competenza, lo classifica, lo colloca in un determinato spazio di tempo. Tutta cultura teologica senza che traspaia un minimo di spiritualità.
Mi chiedo: che senso hanno oggi le religioni, se non riflettono le tradizioni per cui sono nate? Se non seguono gli insegnamenti del Maestro che le ha fatte sorgere? Non mi riferisco solo a quella cristiana, cattolica. In genere non si respira più il senso vero della spiritualità da qualunque parte provenga. L’uomo non segue quasi più le cose del Cielo, ma quelle del mondo. O appartieni a Dio, o a Mammona. Ed è Mammona che attira maggiormente, infido, striscia come una serpe nel cuore e nella mente non solo dei laici, ma anche del clero e dei religiosi.
E così appare normale che ci si serva delle cose del mondo, e si trascurino quelle dello spirito.
Ci si aggrappa a questa vita, e non si pensa a quella che appartiene all’eternità.  Cosa mai potrà essere trasmesso ai giovani, sempre più portati a cercare emozioni forti, a rischio della propria vita? Oggi ho letto di due giovani uomini, che correvano a 220 chilometri orari sull’autostrada A1, schiantandosi e poi falciati da un’auto in arrivo. Dover erano diretti? Presso una discoteca, nella quale avrebbero comperato la loro dose di droga giornaliera.
Se non si ama questa vita che ci è stata donata, se non si conosce l’Autore della stessa, se non ci si sofferma sul senso di questa nostra esistenza, che è quella che da sempre ho individuato come la piattaforma di lancio verso il Cielo, si spreca una grande occasione. Omicidi, droga, violenza e quant’altro è ciò che sta devastando il mondo. Perché dunque seguire le cose del mondo, invece di far volare l'anima in alto, certi che solo quella è eterna?
Non dico di seguire la via dei santi d’un tempo, forse troppo accaniti contro il proprio corpo, con privazioni o torture che oggi vengono tralasciate per quell'aspetto irrazionale, isterico, che certo non era ciò che il Signore insegnava. E neppure farsi irretire da quei santi visionari, per i quali talvolta si tende a dubitare della loro sanità mentale.
Penso ai santi di oggi, quelli sconosciuti, che accettano la sofferenza fisica o morale paragonandola a prove che servono a purificarli. Poco fa ho pubblicato la storia di Marco, ma potrebbe essere quella di Luigi, di Paola, nomi a caso, e di tanti altri. Quelli che in silenzio vivono l’esperienza di Cristo, che con l’esempio ci fanno comprendere quanto sia a volte più difficile vivere in condizioni di salute pessime, o di vita grama sotto altri profili, eppure dimostrano coraggio, sorridono e combattono. Perché il loro pensiero va oltre i confini del mondo. Sale verso l’Alto in direzione dell’Altro.
Sto trattando di laici, non di sacerdoti, di monache, di religiosi che,  a mio modesto avviso, sono questi ultimi a dover infondere la forza del Signore, comportandosi come suoi discepoli, trasmettendo quel senso di spiritualità che mi pare finita nel dimenticatoio delle buone intenzioni.
Fare, creare riunioni, Consigli, ritiri, viaggiare in pellegrinaggi che sembrano sempre più giri turistici che di tipo spirituale. Nelle chiese si vedono poco, sono spesso irreperibili, per non parlare dei confessionali che sono passati di moda non solo per i penitenti, ma anche per il clero. Tempo perso? Che importa se un credente ha bisogno di liberarsi di un peso che gli grava nell’anima? Che importa se un altro vorrebbe incamminarsi verso Dio con l’ausilio di una guida spirituale? Ma dove sono questi sacerdoti, religiosi, che non hanno tempo o desiderio di rendersi utili spiritualmente per chi ne ha bisogno? Non si sa. Hanno mille cose da fare  e non sprecano tempo per queste inezie.


Ultimamente ho potuto costatare che si cerca di distruggere, di affossare, piuttosto che salvare il salvabile, o mantenere quel che già c'era. Non scendo nei particolari, chi mi conosce sa che ho una lingua tagliente, che taglia perché è diventata spada che stronca. Cosa sia stato affossato, lo sanno bene coloro che non ci hanno pensato due volte a fare tabula rasa. Se questo è l'operato della Chiesa, non posso condividerlo e non lo farò mai. L'Arcangelo Michele insegna, e con la spada caccia i demoni. E molti di loro sguazzano felici anche nell'interno della Santa Sede, figuriamoci se non hanno inviato le loro diramazioni anche in altri luoghi che dovrebbero essere sacri a Dio e agli uomini. 
Poi non si lamentino che le chiese si svuotano, che i giovani scelgono strade di difficile percorrenza, che la gioventù è marcia. Scusatemi, ma mi aspetto, anzi pretendo, che siano loro i primi a dimostrarsi santi, che siano loro a dare testimonianza di una vita che segue le orme di Cristo.
Questa è un'assurda pretesa? Forse si, ma ritengo che debbano essere loro a sacrificare per primi la propria esistenza, donandosi agli altri e non pensando ai propri interessi. Qualsiasi essi siano.
Per questo ammiro chi diffonde la spiritualità in varie forme, siano esse conferenze che avvicinano con semplicità i fedeli, non infarcite di argomentazioni teologiche spesso ben poco comprensibili ai semplici, o liriche poetiche a carattere spirituale che toccano il cuore della gente.  Per questo pubblico volentieri testimonianze dirette, che riguardano persone comuni e non Santi in Paradiso, perché come titola questo Blog, IL PARADISO NON PUÒ ATTENDERE, DOBBIAMO GIÀ CERCARE IL NOSTRO CIELO QUI SULLA TERRA. 
E ammiro  con gratitudine immensa i missionari che mettono a rischio la propria vita per il bene degli altri. Grazie Padre Federico del Carmelo della Repubblica Centrafricana, che con penna semplice ma d'effetto, e immagini reali, scrive articoli di grande impatto e verità, su quel che succede in Africa. Mai ricevuto qualcosa  di simile in merito al Camerun. 
Non ho voluto puntare il dito verso nessuno in particolare, mi rivolgo a tutti in generale, piuttosto mi sono limitata a osservare e a trarre alcune riflessioni, che non pretendo siano condivise, ma che senz’altro non sono apparse nella loro nuda e cruda evidenza a me sola. Volevo solo far riflettere chi legge, e spero che lo facciano anche uomini di Chiesa.
Mia madre versa in gravi condizioni. Alcuni religiosi della mia parrocchia ne sono di certo  informati, ma nessuno, dico NESSUNO, si è mai scomodato con una visita a mia madre, o almeno con una telefonata per chiedere notizie e magari spendere una preghiera per lei e per me, che soffro. (Ah, già, dimenticavo, sono presi da tanto da fare, quali pretese potrei mai accampare?) Tranne uno,  che non fa parte di questa parrocchia, eppure da lontano, ovunque egli si trovi ora o in passato, mi ha sempre seguito, e prega quotidianamente per la mia famiglia, così come tanti miei amici e conoscenti laici, che trovano il tempo, anche se ne hanno poco, per scrivermi qualche parola di conforto. 
Danila Oppio

mercoledì 31 ottobre 2018

"ERA LA STAGIONE DEI MORTI" di Enzo Bianchi




Tomba al Cimitero Monumentale di Milano


(…) era «la stagione dei morti» soprattutto perché a essi si pensava più intensamente. Si aveva non solo la consapevolezza ma anche la sensazione, direi quasi fisica, che delle generazioni ci avevano preceduto lasciandoci qualcosa e che, quindi, noi eravamo debitori verso quanti erano già morti. L’avvenire non esisteva ancora per noi, lo potevamo sognare, ma il passato era una realtà indubitabile: buona o cattiva, bella o brutta, esisteva, e al passato appartenevano i morti, soprattutto i «nostri» morti. Ecco perché ricordarsi di loro era una doverosa questione di fedeltà: si trattava di riconoscere che quelle persone non erano vissute invano e che per noi contavano ancora (…)
Oggi i sociologi sostengono che le nuove generazioni sono «senza memoria» perché non è stata trasmessa loro un’eredità o perché è divenuto difficile discernere e recepire l’esistenza stessa di beni da ereditare. Ma credo che non ci siano generazioni migliori delle altre; c’è invece il dato che oggi i morti si dileguano presto, non ci diamo più il tempo per ricordarci e aver cura di loro: siamo ricchi di tante cose, ma poveri di tempo e di spazio per quanti abbiamo amato.
(…)
Chi muore non è più nel tempo, non appartiene più al tempo, ma grazie alla sepoltura permane un luogo che consente di dire: «È là!» Negare questo spazio fisico identificabile significa rendere i morti «utopici», senza luogo. È paradossale: la notte di cui tutti facciamo esperienza, vedendo morire gli altri e morendo noi stessi, diventa utopia, senza luogo, come se potesse per questo diventare irreale, scomparire dal nostro orizzonte.
Nella cura anche fisica per i nostri morti è in gioco, invece, la nostra umanizzazione, che non è solo vita nell’attimo presente, ma esistenza inserita in una storia che ci precede, ci attraversa, ci sorpassa.
(dal capitolo «La stagione dei morti» tratto da «Ogni cosa alla sua stagione» di Enzo Bianchi)


Vorrei solo aggiungere un mio pensiero: se portiamo nel cuore il ricordo dei nostri cari defunti, resteranno vivi nella nostra memoria, a prescindere dai rituali di questi giorni, dove la corsa ai cimiteri, i fiori, i ceri, spesso sono solo una formalità relativa al 2 novembre, per poi scordarsene per tutto il resto dell'anno. Purtroppo ciò accade più spesso di quanto non si pensi.
Danila Oppio


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Il Paradiso non può attendere: dobbiamo già cercare il nostro Cielo qui sulla terra! Questo blog tratterà di argomenti spirituali e testimonianze, con uno sguardo rivolto al Carmelo ed ai suoi Santi