martedì 18 aprile 2023
13 martedì sant'Antonio 2023 - Sesta video-meditazione a cura di padre T...
martedì 28 marzo 2023
13 martedì sant'Antonio 2023- Terza video-meditazione
venerdì 6 maggio 2022
QUALCHE OPPORTUNA RIFLESSIONE
sabato 16 aprile 2022
UN PEZZO DI LEGNO CHE TI ...SALVA!
Un pezzo di legno che ti...salva!
C'è un uomo che tiene appeso in salotto, nel posto d'onore, uno strano oggetto.
Se qualcuno gli chiede il perché di quella stranezza racconta: " Il nonno, una volta mi accompagnò al parco.
Era un gelido pomeriggio d'inverno. Il nonno mi seguiva e sorrideva, ma sentiva un peso. Il suo cuore era malato, già molto malandato. Volli andare verso lo stagno. Era tutto ghiacciato, compatto!
"Dovrebbe essere magnifico poter pattinare", urlai, "vorrei provare a rotolarmi e scivolare sul ghiaccio almeno una volta!". Il nonno era preoccupato. Nel momento in cui scesi sul ghiaccio, il nonno disse: "Stai attento...”. Troppo tardi.
Il ghiaccio non teneva e urlando caddi dentro. Tremando, il nonno spezzò un ramo e lo allungò verso di me. Mi attaccai e lui tirò con tutte le sue forze fino a estrarmi dal crepaccio di ghiaccio.
Piangevo e tremavo.
Mi fecero bene un bagno caldo e il letto, ma per il nonno questo avvenimento fu troppo faticoso, troppo emozionante. Un violento attacco cardiaco lo portò via nella notte.
Il nostro dolore fu enorme. Nei giorni seguenti, quando mi ristabilii completamente, corsi allo stagno e ricuperai il pezzo di legno. È con quello che il nonno aveva salvato la mia vita e perso la sua!
Ora, fin tanto che vivrò, starà appeso su quella parete come segno del suo amore per me!"
Buona Santa Pasqua a tutti voi!
sabato 19 giugno 2021
HOPE: SPERANZA - ESPÉRANCE - ESPERANZA - HOFFEN - надеяться ( nadeyat'sya) - 希望 (Xīwàng) di DANILA OPPIO
Leggendo un comunicato di Padre Mauro Armanino, sono affiorate alla mia mente determinate considerazioni che avevo già in testa da parecchio tempo.
Mi ricordo che tanti anni fa la Nestlé aveva donato grandi quantità di latte in polvere, destinate ai neonati africani. Che poi morivano. No, non era il latte a causare la loro morte, ma la mancanza di adeguate istruzioni. L’acqua dei pozzi artesiani, quella dei fiumi o raccolta dalle piogge era colma di batteri, e inquinata da altri fattori.
Se il latte in polvere non è stato accompagnato da adeguate istruzioni, che consistevano in: “Fate bollire l’acqua prima di aggiungere la polvere di latte”, tutta quella carità pelosa non solo non è servita a nulla, ma ha causato distruzione.
Altra considerazione: già in Italia, al tempo in cui ho messo al mondo i miei tre figli, (avrebbero potuto essere ancora di più, se due di loro non hanno potuto vedere la luce, perché sono morti immaturi nel mio ventre ancora in stato fetale), le coppie si limitavano ad accontentarsi di uno o due figli al massimo. Quando, parlando con altre mamme e le informavo che avevo tre bimbi, mi guardavo stupite e mi dicevano che ero stata brava, ma un po’ incosciente. Tre figli? Ero considerata quasi un’eroina!
Potevo permettermeli. Sapevo che avrei potuto offrire loro cibo, alloggio comodo e istruzione fino alla laurea universitaria. Cosa accaduta.
Quel che mi lascia parecchio interdetta, è che proprio le popolazioni più povere mettono al mondo un’intera squadra di calcio, senza pensare che spesso il padre, privo di lavoro, non ha alcuna possibilità di nutrire la sua prole, ed è per questo che tanti bimbi muoiono nei primi mesi o anni di vita, denutriti, o ammalati perché manca il modo di curarli adeguatamente.
Ricordo che anche nei secoli scorsi, in Italia e nel resto del mondo, sfornavano figli in gran quantità, debilitando le mamme, che spesso morivano ancor giovani. E poi non potevano istruirli, curarli perché allora non c’era l’assistenza medica gratuita, e nutrirli, a meno che non appartenessero a famiglie contadine, che possedevano un piccolo pollaio, una mucca per mungere il latte, e un orto e alberi da frutta che producevano un po’ di tutto. Ma gli altri? Quelli che vivevano in città? La battuta che correva di bocca in bocca era questa: “Allora non c’era la televisione e fare all’amore restava l’unico diversivo.”. Certo, il controllo delle nascite era proibito dalla Chiesa, i figli sono dono di Dio. Peccato che Dio non scenda dal Cielo per portare cibo e cure a tutte quelle creature. E il detto: “Aiutati che il Ciel t’aiuta” non vale per queste situazioni. Senza andare troppo lontano, anche i coniugi Martin, genitori di Santa Teresina del Bambino Gesù, ebbero nove figli, ma solo cinque figlie giunsero all'adolescenza, e tutte cinque si fecero suore.
Patrick Brontë, Pastore Anglicano, e quindi di buona cultura, ha messo al mondo sette figli, due dei quali sono deceduti in tenera età e anche l’unico figlio maschio Branwell e le sorelle scrittrici di fama, morirono molto giovani. Eppure non mancava le possibilità economiche, anche se non del tutto agiate, però la tubercolosi viaggiava nei secoli, ed ha colpito i figli del Pastore e anche Santa Teresina di Lisieux. Il motivo lo conosciamo: allora esistevano solo cure palliative, la penicillina non era stata ancora inventata.
E non lo era neppure quando mia nonna paterna ha avuto ben 11 figli, e gli ultimi tre, una coppia di gemelli nati prematuri (allora non c’erano incubatrici e la possibilità di salvare con adeguate cure i piccoli, e l’altro è deceduto a 3 anni per difterite, proprio perché i vaccini e la penicillina non erano ancora in produzione). Gli altri otto sono sopravvissuti. Perché tanti figli? Poiché il nonno aveva possedimenti terrieri, una fattoria da mandare avanti, servivano braccia giovani e forti. Intanto mia nonna era sfibrata da tanti parti. Incoscienti! Questo è il termine che ripeto davanti a tanta prole.
Ho conosciuto una coppia di sposi senegalesi, lui era Consigliere Economico del suo Paese e viaggiava per l’Europa, tra Milano e Bruxelles, quindi dal punto di vista economico non aveva problemi. Quando li conobbi, avevano già dieci figli, tutti belli, sani ed educati in modo perfetto. Lei era già incinta dell’undicesimo, e doveva trascorrere tutta la gravidanza a letto, altrimenti rischiava di perdere la creatura. Alla mia domanda rivolta alla signora: “Perché tanti figli?” Ottenni questa risposta: “Una moglie musulmana ha il dovere di dare al marito tutti i figli che Allah vuole”. Ho saputo da conoscenti che ha messo al mondo un totale di 14 figli. Che Allah l’aiuti. Pur trattandosi di gente di cultura, certe mentalità sono dure a morire.
In ogni caso, loro potevano permettersi il lusso di crescere una numerosa prole, e tantissimi altri emulano, ma a quest'ultimi è negata la possibilità di dare ai figli ciò di cui hanno bisogno.
Oggi però ci sono tutti i medicinali per aiutare chi è ammalato, perfino i vaccini antivirali, (che poi non siano ancora stati testati a lungo, lo sappiamo, ma si spera producano l’effetto desiderato).
Si sprecano troppi soldi per cose inutili, e mi riferisco non ai singoli privati, ma alle Nazioni del Mondo.
Cosa serve andare sulla Luna, arrivare fino a Marte, spendendo cifre astronomiche, se non pensiamo prima agli abitanti della Terra?
Però, non potendo spaccare teste per sostituire il cervello di tanta gente che si crede padrona dell’Universo, possiamo tornare a più miti consigli e sperimentare il proverbio: “Aiutati che il Ciel t’aiuta”. Come? Educando le popolazioni più povere, al controllo delle nascite. Non si mettono al mondo figli come fossero coniglietti, sperando nella loro sopravvivenza. Non si fa, se non siamo certi di poter offrire loro un futuro decente. Ma anche, nell’immediato, almeno cibo e cure mediche.
E non si mettono al mondo creature contando solo su aiuti esterni. Che spesso non arrivano a sufficienza e non per tutti. Occorre dare loro indipendenza economica, un buon lavoro.
Stiamo raggiungendo il numero di quasi otto miliardi di abitanti nel mondo, e neppure il Covid è riuscito a ridurne il numero. Questa è una battuta cinica, me ne rendo conto, ma volutamente espressa, perché penso che qualcuno abbia causato questa pandemia proprio con l’intenzione di ridurre la popolazione mondiale.
A mio avviso, ci staremo ancora tutti su questo nostro pianeta, se solo si mettesse in pratica vera condivisione, per non creare un così forte divario sociale. Proprio i Paesi più sovraffollati e poveri, mettono al mondo tanti figli, ben sapendo che nessuno garantisce la loro sopravvivenza. I genitori per primi.
I missionari fanno il possibile per fare giungere aiuti, ma mi fido poco delle associazioni benefiche, poiché alla fin fine gli aiuti sono ridotti al minimo, per un giro d’affari che non mi pare del tutto pulito.
E mi fido ancor meno di certi governi che pensano agli affari propri e se ne infischiano se le popolazioni del Paesi che governano hanno vita non facile, anzi, piuttosto vacillante e senza futuro.
La sabbia nel Sahel appartiene al deserto, ma si è infiltrata anche nelle menti di chi ha la responsabilità di dare pace, sicurezza e futuro agli abitanti delle Nazioni. Le teste ripiene di sassi e sabbia non producono altro che polvere.
Danila Oppio
venerdì 22 gennaio 2021
L'ONU proibisce le armi nucleari e l'Italia che fa? di Manlio Dinucci e Danila Oppio
L'ONU proibisce le armi nucleari e l'Italia che fa? di Manlio Dinucci e Danila Oppio
giovedì 13 agosto 2020
IL SACRIFICIO E I SACRIFICATI: lettera dal SAHEL di Padre MAURO ARMANINO
DI padre Mauro Armanino
Dal Blog https://www.senzafine.info/2020/08/lettera-dal-sahel-di-padre-mauro.html
Senzafine: Arte, Cultura e Società di Renata Rusca Zargar
La festa della ‘Tabaski’, comunemente chiamata così nell’Africa Occidentale francese, iniziata ieri terminerà lunedì. Questa importante festa del calendario musulmano ricorda, con allusioni al racconto biblico, la fede obbediente di Abramo che non aveva esitato a sacrificare il figlio (Isacco o Ismaele, secondo il racconto). Fermato in tempo prima del gesto fatale, il figlio fu sostituito da un capro e la festa in questione fa memoria di questo avvenimento, sacrificando un capro o più per famiglia. Malgrado la crisi conseguente alla pandemia, che ha finora relativamente risparmiato il Niger, la cerimonia si è svolta come di consueto. Lungo le strade di Niamey e nei cortili, i capri uccisi sono messi ad arrostire, consumati in famiglia il giorno seguente e parti dell’animale condivise con parenti, vicini e poveri. Il sacrificio è stato preceduto dalla rituale preghiera alla ‘grande moschea’ di Niamey e nelle altre sparse nei quartieri della città. La tradizione, sempre molto sentita dalla popolazione, si è rinnovata. L’acquisto dei capri per la circostanza, ha permesso a molti allevatori dei villaggi e in città, di tornarsene a casa con il necessario per far sopravvivere la famiglia.
In effetti, nel Niger come altrove nel Sahel, ad essere sacrificato non è solo il capro. Secondo i risultati della prima edizione ‘Dell’inchiesta armonizzata sulle condizioni di vita delle famiglie’ nello spazio economico dell’Africa Occidentale, il Niger è il paese che conta il più grande numero di poveri. Tre abitanti su quattro, secondo questo rapporto, vivono sotto la soglia di povertà. L’inchiesta si basa sulla soglia internazionale di povertà monetaria moderata, per la quale si considera povera la persona che spende meno di 3,2 dollari al giorno. Da ciò risulta che il 75,5 % della popolazione del Paese si trova in questa particolare categoria di persone. Nello stesso rapporto si evidenzia che la Costa d’Avorio e il Senegal sono i Paesi dell’Unione Monetaria con la più debole concentrazione di poveri mentre, a parte il Mali e il Benin, la maggior parte degli altri Paesi si trova sotto la soglia di povertà. Questi sono tra i ‘sacrificati’ del sistema che, almeno fino all’imprevista visita del Coronavirus, si vantava di cifre record nella macroeconomia, in barba alle crisi di crescita registrate altrove. Sacrificati invisibili ma reali che appaiono nelle statistiche per poi scomparire.
Naturalmente non sono gli unici a perpetuale il sacrificio rituale. Dovremmo parlare di alcuni attivisti sui diritti umani e un giornalista del Paese che hanno passato e reso attuale la festa del sacrificio in carcere. Anche altrove che cose non vanno meglio. Ricordava un rapporto di Global Witness di appena qualche giorno fa, che oltre 200 militanti per l’ambiente e i diritti umani, sono stati sacrificati, la maggior parte di loro in Asia. Dovremmo sommare le centinaia di migliaia di sfollati nel vicino Burkina Faso, Mali e lo stesso Niger. Rifugiati provocati dal banditismo armato verniciato di djiadismo, tutti quanti poveri contadini e già "gli invisibili’ prima ancora di essere stati strappati dalle loro case e terre. Le migliaia di bambini che non avranno mai l’opportunità di mangiare e bere quanto basta per garantire una sana e decente crescita umana. Lo ricordava recentemente un articolo pubblicato sul ‘Le Monde’ che il ‘virus della fame’ minaccia, nel già fragilizzato Sahel, milioni di persone.
‘Tutte le conseguenze delle misure anti-Covid-19, messe in atto dagli Stati saheliani, sono state sottostimate’, afferma Alexandra Lamarche dell’ONG Refugees International,’ il Programma Alimentare Mondiale stimava che 3,9 milioni di persone nel Sahel centrale avrebbero sofferto di insicurezza alimentare in questa stagione. Oggi siamo a 5 milioni’. La chiusura di mercati e frontiere, i coprifuoco, il divieto dell’uso delle moto e altre restrizioni negli spostamenti, hanno avuto come conseguenza quella di complicare la vita dei contadini e più in generale sul sistema agro-pastorale che dà lavoro a circa 25 milioni di saheliani. Dalla memoria del sacrificio di Abramo, della sua obbediente sottomissione all’appello di Dio fino ai numerosi ‘sacrificati’ di oggi esiste una tragica continuità. Saperli riconoscere e assumerne la ferita è solo il primo passo. In questo ambito la ‘sottomissione obbediente’ di Abramo si chiamerebbe ‘complicità’.
Mauro Armanino, Niamey, 1 agosto 2020
Commento di Renata Rusca Zargar
Ovviamente, non ho mai avuto una risposta compatibile con i diritti umani di tutti gli esseri umani.
venerdì 10 aprile 2020
VENERDÍ SANTO - da anonimo
lunedì 20 maggio 2019
VOGLIAMO PARLARNE? Di DANILA OPPIO
In questi giorni sto pensando di scrivere qualcosa riguardo alla piega che sta prendendo un certo angolo di mondo, quello del clero.
mercoledì 31 ottobre 2018
"ERA LA STAGIONE DEI MORTI" di Enzo Bianchi
(…)
Chi muore non è più nel tempo, non appartiene più al tempo, ma grazie alla sepoltura permane un luogo che consente di dire: «È là!» Negare questo spazio fisico identificabile significa rendere i morti «utopici», senza luogo. È paradossale: la notte di cui tutti facciamo esperienza, vedendo morire gli altri e morendo noi stessi, diventa utopia, senza luogo, come se potesse per questo diventare irreale, scomparire dal nostro orizzonte.
Nella cura anche fisica per i nostri morti è in gioco, invece, la nostra umanizzazione, che non è solo vita nell’attimo presente, ma esistenza inserita in una storia che ci precede, ci attraversa, ci sorpassa.
(dal capitolo «La stagione dei morti» tratto da «Ogni cosa alla sua stagione» di Enzo Bianchi)
Vorrei solo aggiungere un mio pensiero: se portiamo nel cuore il ricordo dei nostri cari defunti, resteranno vivi nella nostra memoria, a prescindere dai rituali di questi giorni, dove la corsa ai cimiteri, i fiori, i ceri, spesso sono solo una formalità relativa al 2 novembre, per poi scordarsene per tutto il resto dell'anno. Purtroppo ciò accade più spesso di quanto non si pensi.
Danila Oppio













