AFORISMA

Meglio aggiungere vita ai giorni, che non giorni alla vita
(Rita Levi Montalcini)

Nostra Signora del Carmelo

Nostra Signora del Carmelo
colei che ci ha donato lo scapolare

venerdì 2 dicembre 2022

QUI I NOSTRI SOGNI SONO STRETTI di Padre MAURO ARMANINO

 


Qui i nostri sogni sono stretti

Lo cantava, in tempi non sospetti, il compositore francese Jean-Jacques Goldman assieme alla cantante di origine britannica Sirima, poi deceduta. L’album esce nel lontano 1987. Da allora i sogni di tanti sono stati trafugati, normalizzati e tradotti in prodotti commerciali ecologico-compatibili col sistema. Altrove, cantavano in coppia i due artisti traducendo il francese LA- BAS, lontano dall’altra parte perché, da quest’altra i sogni sono diventati stretti come non mai. Ormai ‘Stretti’ i sogni perché è tutto l’impianto dell’immaginario simbolico a essere stato manipolato dall’ignavia e complicità del ceto intellettuale, politico e dai comuni cittadini in via di sparizione. 
‘Qui è già tutto deciso prima e non si può cambiare. Tutto dipende dalla tua nascita e io non sono nato nel posto giusto’, continua così la canzone di Goldman che ripete come una litania infinita … ed è per questo che partirà altrove. Il giornale non allineato di Niamey ‘ L’investigatore’ del primo dicembre scorso, riportando il brano citato del cantautore francese, ricorda nell’editoriale il ‘diritto alla rivolta’. Il direttore si riferisce ai migranti e rifugiati che cercano altrove i sogni smarriti nella propria terra e sottolinea la patetica resistenza alla mobilità delle persone. Nulla, afferma l’editoriale, potrà fermare l’Esodo dei tempi moderni.
Da questa parte del mondo li chiamavano proprio così, ‘esodanti’, coloro che rischiano e non raramente perdono la vita per cercare altrove ciò che pensano essere stato rubato o smarrito a casa propria. Un nome impegnativo e ricco di storia perché narra, nell’Esodo, il transito da una terra di schiavitù a una terra nuova, dove scorre, secondo le stagioni, latte, miele e dignità. Né le leggi restrittive, ricorda ancora l’editoriale citato, né i fili spinati, né i muri, né le forze dell’ordine, né le condizioni ambientali ostili, potranno fermare o ridurre il desiderio dei candidati all’esilio. In effetti, tra ‘esodo’ e ‘esilio’ c’è sempre un deserto, un mare e frontiere da attraversare. L’esodo è un transito precario mentre l’esilio è una condizione perenne di vita.
‘Altrove, occorre del cuore e del coraggio, ma tutto è possibile alla mia età … se hai la forza e la fede’, continua così la canzone di Jean-Jacques, tutto è detto perché tocca, in modo trasversale ciò in cui consiste il diritto alla rivolta. La dichiarazione universale dei diritti umani data del 10 dicembre del ’48. L’elenco dei diritti è patrimonio comune dell’umanità e a questi dovremmo aggiungere ciò che affermava la Costituzione francese del 1793 all’articolo 35… ‘Quando il Governo viola i diritti del popolo, l’insurrezione è per il popolo e per ciascuna parte del popolo il più sacro dei diritti e il più indispensabile dei doveri’.
Tra il 2013 e il 2018, secondo l’ineffabile Organizzazione Internazionale delle Migrazioni, il numero dei decessi dei migranti, specie nel deserto del Sahara, è stimato a 6.615 persone. Sono migliaia di rivolte che, sommate ai decessi nei mari, sulle montagne e sulle varie frontiere del mondo globalizzato, formano un corteo infinito di sogni seminati nel vento e portati in esilio, a germogliare.

     Mauro Armanino, Niamey 4 dicembre 2022  


NDR: ho scelto queste due foto, che non sono del tutto attinenti all'articolo, ma che Padre Mauro mi aveva inviato, e che in parte invece lo sono, perché la scritta "Lève-toi et marche..." ha un legame con l'Esodo. 
E anche la processione nel giorno di Cristo Re, è un modo di elevare lo spirito. Ho anche trovato una poesia di Langston Hughes che insegna a non arrendersi ma. I sogni sono l'anticamera della Speranza! 

Tenetevi stretti ai sogni
perché se i sogni muoiono
la vita è un uccello con le ali spezzate
che non può volare.
Tenetevi stretti ai sogni
perché quando i sogni se ne vanno
la vita è un campo arido
gelato dalla neve.

venerdì 25 novembre 2022

LA SOVRANITA' PERDUTA (E RITROVATA) NEL SAHEL di Padre MAURO ARMANINO

 



La sovranità perduta (e ritrovata)
 nel Sahel


Noi, popolo nigerino sovrano, deciso a consolidare quanto acquisito nella Repubblica e l’indipendenza nazionale...Inizia con queste parole il preambolo dell’ultima Costituzione della settima Repubblica del Niger, rivista e corretta dopo l’ultimo colpo di stato militare del 2010. All’articolo 4 della stessa si ricorda che...’ La sovranità nazionale appartiene al Popolo ’ (maiuscolo nel testo). Già, la sovranità, parola che conserva un fascino particolare nel nostro immaginario sociopolitico. Essa deriva da ‘sovrano’, latino medioevale che indica qualcuno che si trova al di sopra e dunque designa l’esercizio del potere su un luogo e persone determinate. I suoi sinonimi, poi, non lasciano adito al dubbio...’autorità, dominazione, impero, padronanza, superiorità, supremazia, onnipotenza’...Parlare di sovranità esprime dunque la capacità di decidere che fare della propria storia, personale e collettiva e cioè come autodeterminarsi. 
Se questo è vero allora sovranità e dignità camminano assieme come sorelle e, come ricordava lo scrittore Charles Péguy a proposito della piccola speranza, c’è la terza delle sorelle, la più piccola che le tira entrambe. Nel nostro caso la sorella minore, porta il nome di libertà. Essa conduce le due altre sorelle per mano, tirandole a volte dalla sua parte, giocando se occorre e strattonandole quando le due sembrano stancarsi di camminare. In vari Paesi del Sahel, infatti, la sovranità e la dignità sono entrambe orfane della libertà. La sovranità appare soprattutto tradita dagli intellettuali di regime che hanno preferito sedersi alla mensa dei potenti invece che sostare con l’indigenza dei poveri, di cui hanno dimenticato l’origine. Hanno svuotato le parole del loro senso e verità, prostituendole per un’effimera fama che il vento del deserto spazzerà via in fretta. Di loro non resterà nulla per le nuove generazioni che attendevano parole di speranza.
La sovranità venduta è quella dei politici che hanno dilapidato, dall’epoca delle indipendenze degli anni ‘60 fino ai nostri giorni, il patrimonio di lotte, ideali e fermenti di un mondo differente ereditato dall’anelito alla libertà. Figli del sistema, hanno assimilato e interiorizzato lo stile coloniale di potere per il quale governare significa dividere, accumulare ed espropriare quanto di più sacro c’è al mondo: la giustizia. Si perpetuano grazie alla complicità e alla passività del popolo che comprano e svendono al miglior offerente del mercato globale. La sovranità confiscata, invece, è opera dei fabbricanti d’armi e gli imprenditori della violenza che si avvale dell’ingiustizia. Essi la usano per trafficare mercanzia pregiata e si circondano di ideologie religiose per giustificare e infliggere la sofferenza e la morte ai poveri, abbandonati alla loro sventura dallo Stato. 
La sovranità ritrovata, invece, è quella che i migranti generano grazie alle frontiere dalle quali sono attraversati. Le regalano a chi sa accoglierla come un dono prezioso. Quel giorno si farà una grande festa di nozze per tutte le donne dimenticate dalla storia.

    Mauro Armanino, Niamey, 27 novembre 2022

Ciclo sulle Vetrate di S. Maria Segreta a Milano - Poesia di P. NICOLA GALENO OCD


LA BEATA MARIA ANNA SALA      80418


 Entri nel fior degli anni

tra quelle Marcelline,

che avvinsero il tuo cor.


In lor vedevi intensa

vita interior e azione

educativa insieme.


Dovunque tu sapesti

serenità portare:

viveva il Cristo in te!


(Milano 4-8-2017), Padre Nicola Galeno


mercoledì 23 novembre 2022

Ciclo sulla vita di S. COLOMBANO (Tele di Felice Vanelli) didascalie poetiche di P. Nicola Galeno OCD









 
Questo Santo non è molto conosciuto dai più, ricordo che c'è una località che porta il suo nome: San Colombano al Lambro, per il resto, ho voluto aggiungere alle splendide immagini e relative poesie di P. Nicola, la storia del Santo, narrata da Papa Benedetto XVI!



Il santo abate Colombano è l’irlandese più noto del primo Medioevo: con buona ragione egli può essere chiamato un santo «europeo», perché come monaco, missionario e scrittore ha lavorato in vari Paesi dell’Europa occidentale. Insieme agli irlandesi del suo tempo, egli era consapevole dell’unità culturale dell’Europa. In una sua lettera, scritta intorno all’anno 600 e indirizzata a Papa Gregorio Magno, si trova per la prima volta l’espressione «totius Europae, di tutta l’Europa», con riferimento alla presenza della Chiesa nel Continente (cfr Epistula I,1).

Colombano era nato intorno all’anno 543 nella provincia di Leinster, nel sud-est dell’Irlanda.

Educato nella propria casa da ottimi maestri che lo avviarono allo studio delle arti liberali, si affidò poi alla guida dell’abate Sinell della comunità di Cluain-Inis, nell’Irlanda settentrionale, ove poté approfondire lo studio delle Sacre Scritture. All’età di circa vent’anni entrò nel monastero di Bangor nel nord- est dell’isola, ove era abate Comgall, un monaco ben noto per la sua virtù e il suo rigore ascetico. In piena sintonia col suo abate, Colombano praticò con zelo la severa disciplina del monastero, conducendo una vita di preghiera, di ascesi e di studio. Lì fu anche ordinato sacerdote. La vita a Bangor e l’esempio dell’abate influirono sulla concezione del monachesimo che Colombano maturò col tempo e diffuse poi nel corso della sua vita.

All’età di circa cinquant’anni, seguendo l’ideale ascetico tipicamente irlandese della «peregrinatio pro Christo», del farsi cioè pellegrino per Cristo, Colombano lasciò l’isola per intraprendere con dodici compagni un’opera missionaria sul continente europeo. Dobbiamo infatti tener presente che la migrazione di popoli dal nord e dall’est aveva fatto ricadere nel paganesimo intere Regioni già cristianizzate. Intorno all’anno 590 questo piccolo drappello di missionari approdò sulla costa bretone. Accolti con benevolenza dal re dei Franchi d’Austrasia (l’attuale Francia), chiesero solo un pezzo di terra incolta. Ottennero l’antica fortezza romana di Anne-gray, tutta diroccata ed abbandonata, ormai coperta dalla foresta. Abituati ad una vita di estrema rinuncia, i monaci riuscirono entro pochi mesi a costruire sulle rovine il primo eremo. Così, la loro rievangelizzazione iniziò a svolgersi innanzitutto mediante la testimonianza della vita. Con la nuova coltivazione della terra cominciarono anche una nuova coltivazione delle anime. La fama di quei religiosi stranieri che, vivendo di preghiera e in grande austerità, costruivano case e dissodavano la terra, si diffuse celermente attraendo pellegrini e penitenti. Soprattutto molti giovani chiedevano di essere accolti nella comunità monastica per vivere, come loro, questa vita esemplare che rinnovava la coltura della terra e delle anime. Ben presto si rese necessaria la fondazione di un secondo monastero. Fu edificato a pochi chilometri di distanza, sulle rovine di un’antica città termale, Luxeuil. Il monastero sarebbe poi diventato il centro dell’irradiazione monastica e missionaria di tradizione irlandese sul continente europeo. Un terzo monastero fu eretto a Fontaine, un’ora di cammino più a nord.

A Luxeuil Colombano visse per quasi vent’anni. Qui il santo scrisse per i suoi seguaci la Regula monachorum per un certo tempo più diffusa in Europa di quella di san Benedetto disegnando l’immagine ideale del monaco. È l’unica antica regola monastica irlandese che oggi possediamo. Come integrazione egli elaborò la Regula coenobialis, una sorta di codice penale per le infrazioni dei monaci, con punizioni piuttosto sorprendenti per la sensibilità moderna, spiegabili soltanto con la mentalità del tempo e dell’ambiente. Con un’altra opera famosa intitolata De poenitentiarum misura taxanda, scritta pure a Luxeuil, Colombano introdusse nel continente la confessione e la penitenza private e reiterate; fu detta penitenza «tariffata» per la proporzione stabilita tra gravità del peccato e tipo di penitenza imposta dal confessore. Queste novità destarono il sospetto dei vescovi della regione, un sospetto che si tramutò in ostilità quando Colombano ebbe il coraggio di rimproverarli apertamente per i costumi di alcuni di loro. Occasione per il manifestarsi del contrasto fu la disputa circa la data della Pasqua: l’Irlanda seguiva infatti la tradizione orientale in contrasto con la tradizione romana. Il monaco irlandese fu convocato nel 603 a Châlon-sur-Saôn per rendere conto davanti a un sinodo delle sue consuetudini relative alla penitenza e alla Pasqua. Invece di presentarsi al sinodo, egli mandò una lettera in cui minimizzava la questione invitando i Padri sinodali a discutere non solo del problema della data della Pasqua, problema piccolo secondo lui, «ma anche di tutte le necessarie normative canoniche che da molti cosa più grave sono disattese» (cfr Epistula II,1).

Contemporaneamente scrisse a Papa Bonifacio IV come qualche anno prima già si era rivolto a Papa Gregorio Magno (cfr Epistula I) per difendere la tradizione irlandese (cfr Epistula III).

Intransigente come era in ogni questione morale, Colombano entrò poi in conflitto anche con la Casa reale, perché aveva rimproverato aspramente il re Teodorico per le sue relazioni adulterine. Ne nacque una rete di intrighi e manovre a livello personale, religioso e politico che, nell’anno 610, si tradusse in un decreto di espulsione da Luxeuil di Colombano e di tutti i monaci di origine irlandese, che furono condannati ad un definitivo esilio. Furono scortati fino al mare e imbarcati a spese della corte verso l’Irlanda. Ma la nave si incagliò a poca distanza dalla spiaggia e il capitano, vedendo in ciò un segno del cielo, rinunciò all’impresa, per paura di essere maledetto da Dio, riportò i monaci sulla terra ferma. Essi, invece di tornare a Luxeuil, decisero di cominciare una nuova opera di evangelizzazione. Si imbarcarono sul Reno e risalirono il fiume. Dopo una prima tappa a Tuggen presso il lago di Zurigo, andarono nella regione di Bregenz presso il lago di Costanza per evangelizzare gli Alemanni.

Poco dopo però Colombano, a causa di vicende politiche poco favorevoli alla sua opera, decise di attraversare le Alpi con la maggior parte dei suoi discepoli. Rimase solo un monaco di nome Gallus; dal suo eremo si sarebbe poi sviluppata la famosa abbazia di Sankt Gallen, in Svizzera. Giunto in Italia, Colombano trovò un’accoglienza benevola presso la corte reale longobarda, ma dovette affrontare subito difficoltà notevoli: la vita della Chiesa era lacerata dall’eresia ariana ancora prevalente tra i longobardi e da uno scisma che aveva staccato la maggior parte delle Chiese dell’Italia settentrionale dalla comunione col Vescovo di Roma. Colombano si inserì con autorevolezza in questo contesto, scrivendo un libello contro l’arianesimo e una lettera a Bonifacio IV per convincerlo a fare alcuni passi decisi in vista di un ristabilimento dell’unità (cfr Epistula V). Quando il re dei longobardi, nel 612 o 613, gli assegnò un terreno a Bobbio, nella valle del Trebbia, Colombano fondò un nuovo monastero che sarebbe poi diventato un centro di cultura paragonabile a quello famoso di Montecassino. Qui giunse al termine dei suoi giorni: morì il 23 novembre 615 e in tale data è commemorato nel rito romano fino ad oggi.

Il messaggio di san Colombano si concentra in un fermo richiamo alla conversione e al distacco dai beni terreni in vista dell’eredità eterna. Con la sua vita ascetica e il suo comportamento senza compromessi di fronte alla corruzione dei potenti, egli evoca la figura severa di san Giovanni Battista. La sua austerità, tuttavia, non è mai fine a se stessa, ma è solo il mezzo per aprirsi liberamente all’amore di Dio e corrispondere con tutto l’essere ai doni da lui ricevuti, ricostruendo così in sé l’immagine di Dio e al tempo stesso dissodando la terra e rinnovando la società umana. Cito dalle sue Instructiones: «Se l’uomo userà rettamente di quelle facoltà che Dio ha concesso alla sua anima allora sarà simile a Dio. Ricordiamoci che gli dobbiamo restituire tutti quei doni che egli ha depositato in noi quando eravamo nella condizione originaria. Ce ne ha insegnato il modo con i suoi comandamenti. Il primo di essi è quello di amare il Signore con tutto il cuore, perché egli per primo ci ha amato, fin dall’inizio dei tempi, prima ancora che noi venissimo alla luce di questo mondo» (cfr Instr. XI). Queste parole, il santo irlandese le incarnò realmente nella propria vita. Uomo di grande cultura scrisse anche poesie in latino e un libro di grammatica si rivelò ricco di doni di grazia. Fu un instancabile costruttore di monasteri come anche intransigente predicatore penitenziale, spendendo ogni sua energia per alimentare le radici cristiane dell’Europa che stava nascendo. Con la sua energia spirituale, con la sua fede, con il suo amore per Dio e per il prossimo divenne realmente uno dei Padri dell’Europa: egli mostra anche oggi a noi dove stanno le radici dalle quali può rinascere questa nostra Europa.

Autore: Papa Benedetto XVI (udienza generale 11.06.2008)


sabato 19 novembre 2022

SAN RAFFAELE DI SAN GIUSEPPE (JOSEF KALINOWSKI)



SAN RAFFAELE DI SAN GIUSEPPE
(JOSEF KALINOWSKI)
1835 - 1907

Memoria, 19 novembre

Contesto storico
Quando Giuseppe (Josef) Kalinowski nel 1835 viene al mondo – a Vilna (oggi Vilnius), da un'antica e nobile famiglia polacca – la Polonia da circa quarant'anni non esiste più sulla carta geografica; i potenti di turno se la sono spartita: l'82% alla Russia, il 10% all'Austria e l'8% alla Prussia; e così sarà fino al 1918, quando nuove e ancor più gravi sventure si andranno già profilando all'orizzonte. In quegli anni la russificazione procede spietata, a marce forzate: gli zar sanno che per distruggere e asservire il popolo polacco, oltre alla forza militare e al dissanguamento economico, bisogna espropriarlo della sua cultura e della sua fede.

L'infanzia e gli studi giovanili
Alla nascita di Giuseppe Kalinowski, sono passati appena cinque anni dalla cosiddetta "Insurrezione di Novembre" durata dieci mesi, e ancora il bambino poteva vederne le tragiche conseguenze: continue deportazioni, esecuzioni capitali sulla piazza del mercato. Il piccolo Giuseppe assorbiva la fede e alimentava la sua appartenenza "cattolica" nel santuario nazionale di Ostra Brama, edificato sulla porta dell'antica città: l'immagine della Madre della Misericordia lo accompagnerà per tutta la vita. Ma un ideale profondo e determinante il piccolo Kalinowski lo assorbiva soprattutto nella Cattedrale della SS. Trinità, sulle tombe dei martiri per l'unità delle Chiese orientali con Roma.
A otto anni Giuseppe poté frequentare l'Istituto dei Nobili, un collegio nel quale il papà era insegnante di matematica: vi restò fino ai sedici anni, concludendo brillantemente il primo ciclo di formazione, rifiutandosi comunque «con orrore» di imparare quel «catechismo sullo Zar» che i russi volevano imporre. Aggiunse poi un biennio di agronomia. E qui la ferita si aprì: per un nobile polacco-lituano non c'era aperta altra strada che quella di frequentare qualche università russa, collaborando così alla propria russificazione. Giuseppe aveva una spiccata inclinazione per la matematica e finì – dopo qualche tentennamento – alla Scuola di Ingegneria di San Pietroburgo. intelligente, riservato, brillante negli studi e perfino benvoluto, al termine dei tre anni era già Tenente ingegnere e Assistente di matematica nella stessa Accademia. Ma s'era trovato anche immerso fino al collo in un ambiente saturo di indifferentismo religioso e di positivismo scientista, e la fede cominciava a vacillare. Tanto più che egli si portava in cuore il dubbio d'aver tradito una più seria vocazione. 
Confesserà infatti da vecchio: «Considerando ora alcuni elementi importanti della mia vita, avrei dovuto allora (prima di partire per la Russia) chiedere di entrare nel seminario diocesano di Vilnius. E proprio perché non l'ho fatto, molti anni della mia vita, specialmente quelli della giovinezza, si sono frantumati in pezzi divisi tra loro, riuscendo senza profitto per me e per gli altri, convertendosi in vanità». Si sentiva spiritualmente malato. Spiegava con una formula tristissima: «Questa è la mia disgrazia: che cerco lo spirito e trovo sempre la materia».
Gli accadde in quel periodo un episodio che certo lo segnò interiormente: entrò in una chiesa cattolica, preso da una voglia improvvisa di confessarsi, ma la trovo deserta; s'inginocchiò al confessionale, ma non c'era nessun prete ad ascoltarlo. Allora cominciò a piangere, e si sentì invadere da una indicibile nostalgia. Forse l'episodio spiega perché, più tardi, da vecchio sacerdote, anche se infermo e stanchissimo, non avrà mai cuore di lasciar vuoto il suo confessionale.

La riscoperta della vocazione
Josef Kalinowski Nel 1855 – avena vent'anni – poté tornare in patria per qualche breve vacanza, rivide l'oppressione della sua gente sotto il peso della potenza russa, e ciò lo sconvolgeva. 
Il primo lavoro che fu affidato al nostro giovane tenente-ingegnere fu la progettazione della ferrovia Kursk-Kiev-Odessa: egli doveva tracciarne il percorso tra il fango e le paludi; ma in quelle distese deserte e interminabili gli riuscì anche – come scrisse – «di lavorare con me stesso e su me stesso». E ritrovò Dio. Un libretto di devozione mariana, capitatogli casualmente tra le mani, finì poi per risvegliare e riscaldare la sua fede di autentico polacco.
I lavori per la ferrovia furono a un certo punto sospesi per mancanza di fondi e così Kalinowski – promosso intanto capitano di stato maggiore – fu assegnato alla fortezza di Brest-Litovski, con l'incarico di sovrintendere alle fortificazioni e alla manutenzione. Questo soggiorno si rivelò determinante per la maturazione della sua più profonda identità, e perfino per il suo più personale carisma (qui cominciarono le riflessioni sulla sua vera vocazione, e anche i suoi primi tentativi di apostolato laicale). 
Qui nel 1863 lo raggiunse la notizia della "Insurrezione di Gennaio". In merito racconterà poi nelle "Memorie": «Troppo chiara era la visione interiore della lotta di un popolo disarmato contro la forza del governo russo che disponeva di una enorme e potente armata. Conservare l'uniforme di questo esercito, quando il cuore tremava nell'apprendere le notizie dello spargimento di sangue fraterno sarebbe stato inconcepibile. Mi domandavo: "Mi è permesso rimanere passivo, quando tanti sacrificano tutto per questa causa? "». Kalinowski fece dapprima qualche tentativo di dissuadere gli insorti, e qualcuno lo accusò d'essere un vigliacco e, perfino, una spia dei russi. Rispose: «vedremo chi sarà capace di sacrificarsi». Si mise a disposizione del «Consiglio Nazionale della Insurrezione», e venne nominato Ministro della guerra per la regione di Vilnius. Prima di accettare mise una sola condizione: non avrebbe mai firmato nessuna condanna a morte. 
Ma come egli aveva lucidamente previsto, l'insurrezione fu stroncata e decapitata: uno dopo l'altro, traditi, i responsabili cadevano nelle mani della polizia zarista. Seguiva nella repressione un criterio elementare: «polacco e cattolico sono sinonimi nel linguaggio del popolo», per cui bisognava eliminare ogni traccia sia di lingua e di cultura polacca che di istituzioni cattoliche. Il Vescovo di Vilnius fu mandato in esilio e alcuni preti furono impiccati. Poi i conventi furono tramutati in prigioni. 

Ai lavori forzati in Siberia
Quando anche Kalinowski fu arrestato, decise di assumersi tutte le responsabilità, pur di non denunciare nessuno. Venne condannato alla pena capitale, e la polizia zarista avrebbe voluto disfarsene in fretta, ma così facendo avrebbero regalato ai polacchi un martire: molti lo ritenevano già un santo. La pena di morte gli fu dunque commutata in dieci anni di lavori forzati, in Siberia, ma gli fecero pagare un prezzo ancora più terribile: il Tribunale militare mise volutamente in giro la voce che l'avevano graziato per ricompensa delle informazioni e delle denunce che il prigioniero aveva rilasciate.  Così l'ex Capitano di Stato Maggiore, l'ex Ministro della guerra, col capo rasato e la casacca del prigioniero, con dignità e mansuetudine, cominciò la sua Via Crucis.
Deportato, Kalinowski ripercorse da condannato quelle terre sulle quali, come ufficiale, aveva disegnato il tracciato della ferrovia; poi il viaggio doloroso si spinse fino a Irkutsk, e sempre più lontano fino alle saline di Usolye, presso il lago Bajkal: in tutto circa 8000 Km, percorsi parte su vagoni ferroviari, parte su carri o su barche, parte a piedi. Ci vollero dieci mesi per giungere a destinazione: «le pianure immense sotto e dietro gli Urali – scrisse il condannato – erano diventate un cimitero senza confini per decine di migliaia di vittime strappate dal seno della Madre Patria, e inghiottite per sempre». 
In Siberia compì la sua più profonda maturazione interiore. Scriveva: «Il mondo può privarmi di tutto, mi resterà sempre un nascondiglio a lui inaccessibile: la preghiera. In essa si può raccogliere il passato e il presente, e anche il futuro, sotto la forma della speranza... Al di fuori della preghiera, non ho niente da offrire a Dio, posso dunque considerarla come l'unico mio dono. Non posso digiunare, non ho quasi nulla da dare in elemosina, mi mancano le forze per il lavoro; mi resta solo il soffrire e il pregare. Però mai ho avuto tesori più grandi. E non voglio altro». Il tempo che gli restava dopo il lavoro forzato lo dedicava alla preghiera, alla lettura (aveva portato con sé il Vangelo e l'Imitazione di Cristo, ma trovò perfino i poemi tradotti di Dante e Tasso, e gli Esercizi di S. Ignazio di Loyola, e testi di Teologia) e alla carità verso i più deboli compagni di sventura. Significativo è l'episodio di un prigioniero ubriacone, gravemente malato, che non voleva sentir parlare né di Dio né di uomini, e che rifiutava ogni aiuto. Il nostro santo gli stette vicino con tanta delicatezza che costui morendo esclamò: «credevo che si potesse fare a meno di Dio e degli uomini, ma non è così».

La liberazione e l'incontro con il Carmelo
Nel 1874 Giuseppe venne definitivamente liberato, ma il passaporto gli fu restituito con la proibizione di risiedere in Lituania; aveva 39 anni. Per mantenersi, ma anche per passione educativa, accettò l'incarico di precettore del principino Augusto Czartoryski, la cui famiglia risiedeva in esilio, a Parigi, in quell'hotel Lambert in cui i nobili esiliati conducevano una vita dignitosa e austera, quasi monastica. Il principino Augusto era di salute malferma, e questo obbligava il precettore ad accompagnarlo nelle migliori località climatiche d'Europa: maestro e discepolo erano tuttavia ambedue misteriosamente incamminati verso la santità. Si separarono nel 1877; sei anni dopo, Augusto Czartoryski, incontrerà all'Hotel Lambert S. Giovanni Bosco, e in seguito riceverà dalle mani del Santo l'abito di novizio salesiano: morirà giovanissimo, ma così maturo che San Giovanni Paolo II lo proclamerà beato nel 2004.
In Polonia l'Ordine Carmelitano – dopo ripetute soppressioni – sopravviveva in un solo convento e in un solo monastero. Le monache sognavano e pregavano perché sorgesse una guida forte e geniale, a restaurare il Carmelo e, quando conobbero Kalinowski, pensarono d'aver trovato l'uomo giusto. Gli fecero pervenire quegli aforismi in cui Santa Teresa d'Avila ha sintetizzato la sua dottrina: «Niente ti turbi / Niente ti sgomenti / Tutto passa / Dio non cambia / Con la pazienza / Tutto si acquista / Chi possiede Dio / Non manca di nulla». Giuseppe le prese come fonte di ispirazione: «ogni giorno – rispose – prendo forza da queste parole».
Finalmente la chiamata prevalse: «Da un anno mi giungeva come un eco, una voce dalla grata del Carmelo. Questa voce si è adesso rivolta a me chiaramente e l'ho accolta: una voce salvifica mandatami dalla infinita misericordia di Dio. Posso dunque soltanto esclamare: "Canterò in eterno la misericordia del Signore". Oggi considero la voce "al Carmelo!" come voce ispirata da Dio». Così a 42 anni si presentò nel noviziato di Graz in Austria e vi entrò «solo con l'idea di dedicarmi a una vita di penitenza». Vi trovò un Maestro che lo esaudì abbondantemente e non gli risparmiò nulla. Giuseppe – divenuto in convento fra Raffaele di S. Giuseppe – dirà poi che aveva patito meno in dieci anni di Siberia che in un solo anno di noviziato». Ma era entrato con questa risoluzione: «Ora non mi resta che una cosa: sacrificarmi a Lui senza riserve, e non separarmi mai da Gesù Cristo». 

Maestro e fondatore
Completò gli studi in Ungheria e ricevette gli ordini sacri in Polonia. Nell'unico convento – l'antico eremo di Czerna – vivevano solo otto vecchi religiosi, di cui quattro stranieri; l'arrivo di Kalinowski segnava dunque un inizio: benché controvoglia egli dovette essere un protagonista: nominato subito Maestro dei novizi, poi Priore, poi Vicario Provinciale. Sotto la sua guida tornò a fiorire la Provincia carmelitana di Polonia che oggi è una delle più numerose dell'Ordine.
Nel 1892 egli aprì un secondo convento a Wadowice, per farne un seminario: in quella stessa cittadina in cui vivevano allora i genitori di San Giovanni Paolo II. L'austero carmelitano distribuiva il suo tempo tra l'educazione dei religiosi e dei seminaristi, la guida spirituale dei monasteri, la cura di nuove fondazioni, il recupero del patrimonio archivistico dell'Ordine, la pubblicazione di testi spirituali. Un po' di esitazione Kalinowski la ebbe quando gli giunse tra le mani la Storia di un Anima, l'autobiografia di una suorina francese (S. Teresa di Lisieux) che stava per sconvolgere il mondo col suo «uragano di gloria» – come si esprimerà Pio XI. Al vecchio e austero religioso, rigoroso educatore di monache, quell'opera parve da principio troppo fragile e infantile, e rifiutò di pubblicarla: poi umilmente intuì che il carisma carmelitano aveva profondità e potenzialità più vaste di quelle che gli erano state trasmesse nei brevissimi anni di formazione. E scrisse a Lisieux un'umile lettera di "riparazione".
Egli era intanto divenuto il padre spirituale del suo popolo: al suo confessionale accorrevano folle sempre più numerose, fin dalle prime ore dell'alba, ed egli vi consumava la vita incurante del freddo e dei disagi sempre più gravi, man mano che la salute si indeboliva. Lo chiamarono «il martire del confessionale» – espressione ripresa da San Giovanni Paolo II nel discorso per la beatificazione. Pregava tanto che qualcuno lo definì anche «preghiera vivente»: «il nostro impegno al Carmelo – spiegava – è la conversazione con Dio in tutte le nostre azioni». 

«Che tutti siano una cosa sola!»
 Più gli anni passavano più egli sentiva che «gli era impossibile liberarsi dal pensiero dell'unione tra la Chiesa d'Oriente e quella d'Occidente», e «dal desiderio di vedere Mosca convertita». Scrisse a una monaca francese: «Anche se mi sento ormai avviare verso il declino – conto infatti 62 anni – non posso liberarmi dal pensiero che il buon Dio, se gli rimarrò fedele, mi permetterà ancora con la sua grazia di lavorare, tramite il Carmelo di Nostra Signora, per l'unità della Chiesa». «Portare la Russia a Cristo e Cristo alla Russia» era il suo sogno "cattolico", che si estendeva poi a tutti i paesi slavi: e considerò ciò parte essenziale della sua vocazione carmelitana, sulla base di una persuasione teologica e storica assieme: l'unione tra Oriente e Occidente si potrà fare soltanto in Maria, e di ciò il Carmelo deve preoccuparsi per sua intrinseca vocazione. Kalinowski, il carmelitano polacco che indicò la soluzione in Maria, è oggi una guida. Lo ricordiamo sul letto di morte mentre ripete continuamente le parole di Cristo: «Padre, che tutti siano una cosa sola!».
Beatificato da San Giovanni Paolo II a Cracovia il 22 giugno 1983, venne proclamato santo dal Papa polacco il 17 novembre 1991, a Roma.

di P. Antonio Maria Sicari ocd
da Riflessi di Dio - I Santi del Carmelo, EDIZIONI OCD, Roma 2009.
Potete vedere anche le immagini, aprendo questo link pubblicato dalla Provincia Veneta dei Carmelitani Scalzi.

venerdì 18 novembre 2022

SULLE CENERI DELLA GIUSTIZIA NEL SAHEL di Padre MAURO ARMANINO



Sulle ceneri della giustizia nel Sahel

L’anno era appena iniziato a Niamey e nel resto del Sahel quando, verso le 4 del mattino di quel martedì, le fiamme hanno invaso i locali del ministero nigerino della giustizia. Gli archivi e le pratiche giudiziarie in istanza, tutto si è tramutato in cenere. Proprio come la giustizia di cui il palazzo, da allora decentralizzato presso lo stadio Seyni Kountché, coi muri anneriti dal fumo, era il simbolo. Siamo nel ‘lontano’ 2012 e pochi, a quanto sembra, ricordano il risultato dell’inchiesta che aveva attribuito il sinistro al solito ‘corto circuito’. Lo stesso avvenne col ‘Piccolo Mercato della capitale Niamey, a tutt’oggi desolatamente abbandonato. Le ceneri della giustizia, da allora, hanno proseguito il loro corso senza soluzione di continuità nella società intera e nei Paesi circonvicini. Una giustizia di ceneri o le ceneri della giustizia!
Com’è noto e non solo nel Sahel, dove lo stato esiste saltuariamente specie alle aree periferie del Paese, la giustizia è di norma selettiva. Nelle 43 prigioni di stato la quasi totalità degli ospiti sono membri delle classi subalterne e tutti sanno che senza un sufficiente ‘bagaglio’ economico di supporto, le pratiche rischiano di trasformarsi a loro volta in polvere. La selettività della giustizia bene si accorda con il suo ruolo ‘ancillare’ nei confronti del potere. Sembra difficilmente immaginabile, per il cittadino qualunque, l’applicazione di una giustizia uguale per tutti quando non tutti sono uguali per la legge. Vuoi per il censo vuoi per la vicinanza o meno dalla classe al potere, rimane assodato che la bilancia, simbolo della giustizia imparziale, non sia che una vecchia favola. Lo ricordava George Orwell nel suo romanzo ‘La fattoria degli animali’ che alcuni degli animali della fattoria sono più ‘uguali degli altri’.
Data di appena qualche giorno, invece, la cerimonia ufficiale per l’inizio del nuovo anno giudiziario che si è tenuta in un luogo altamente simbolico, il Centro delle Conferenze Mahatma Gandhi di Niamey. Il presidente della Repubblica, primo magistrato, ha ricordato all’uditorio che ‘nell’esercizio delle loro funzioni, i magistrati sono indipendenti e non sono sottomessi che all’autorità della legge’.  Un’affermazione che coglie l’essenziale del tema scelto per quest’anno giudiziario: ‘ Ruolo della giustizia nella costruzione dello Stato di diritto’. Il presidente ha poi aggiunto che... ’ il giudice è imparziale e il suo giudizio deve essere lo stesso nel caso di amici o nemici, di potenti o di deboli, di ricchi o di poveri… tutti dovrebbero essere trattati allo stesso modo malgrado le conseguenze’. Sono parole, naturalmente, scritte sulla sabbia che tutto memorizza e poi cancella con la stessa facilità a seconda degli interlocutori.
L’intervento dei pompieri e di altri agenti aveva permesso di circoscrivere il fuoco dopo oltre quattro ore di lotta. L’edificio del ministero della giustizia sinistrato, situato nella zona dei ministeri del centro città della capitale, datava dell’epoca della colonizzazione che ha lasciato anch’essa nel Paese ceneri fumanti. L’esito dell’inchiesta era invece scontato. Anche per questo il presidente, nella sua allocuzione, affermava solennemente l’addio della giustizia alla corruzione e concludeva in modo salomonico dicendo che...’ non c’è un giudice per il potere che lo ha nominato ma un giudice al servizio della giustizia’. In genere, da questa parte del mondo le elezioni presidenziali, per questo motivo, sono un banco di prova fatale e le Commissioni Nazionali Indipendenti si caratterizzano, in genere, per sancire la vittoria di chi governa. 
Anch’esse, com’è noto, scrivono volentieri i risultati sulla sabbia.

     Mauro Armanino, Niamey, 20 novembre 2022, Festa di Cristo Re
                                      
                                                       

                 
               

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