AFORISMA

Meglio aggiungere vita ai giorni, che non giorni alla vita
(Rita Levi Montalcini)

Nostra Signora del Carmelo

Nostra Signora del Carmelo
colei che ci ha donato lo scapolare

lunedì 30 maggio 2016

IRIS di Danila Oppio

Foto di Padre Nicola galeno OCS

Iris
Su di un arcobaleno
 Discese l’Iris Dea
Dell’Olimpo messaggera
E alla Terra un segno lasciò
Che splendida idea!
Così, d’un fiore superbo
D’azzurro indaco vestito
Il sole rapito, s’innamorò

Danila Oppio

venerdì 27 maggio 2016

In ricordo di Claudia Bertramino - di Edi Morini


 Se puoi ospitare il ricordo di Claudia in uno dei tuoi blog, Ti ringrazio molto. Era un'amica storica: nella foto, la terza seduta da destra.

 Claudia Bertramino ha concluso, dopo lunghe sofferenze, la sua breve, laboriosa esistenza terrena, a soli 54 anni. Una vita scandita da scelte coraggiose, testimoniate a caro prezzo molto prima che giungessero leggi tardive a siglarne la legittimità. Scelte difficili in un piccolo paese e in una società meno evoluta di quanto voglia apparire.
 Cara Claudia, nello splendido mese delle rose sei sbocciata in Paradiso, per sempre al sicuro, avvolta e cullata, protetta dall'eterno abbraccio di Dio e dall'affetto dei tuoi genitori, che hai certo ritrovato nella Luce che non tramonta.
 Ricorderemo sempre con lacerante nostalgia la tua allegria, il tuo altruismo, l'entusiasmo e la dedizione di cui eri capace quando ti donavi agli altri. Il tuo amore per i sofferenti, a cui hai dedicato un'intera vita di lavoro, era pari a quello per gli animali, che soccorrevi e adottavi in ogni occasione.
Hai sempre lavorato nel settore dell'assistenza domiciliare come oss. Prima presso il foyer in Borgata Serre di Angrogna (To), da quando avevi sedici anni. Poi con una cooperativa di Torre Pellice, infine nel territorio di Pianezza. Ti sei occupata con pazienza e tenerezza di bambini in difficoltà, malati terminali, persone alle prese con fragilità e dipendenze. Lo hai fatto senza risparmiarti, lasciandoti coinvolgere fino in fondo da ogni dramma, ascoltando e consolando. Assorbendo la sofferenza che vedevi ogni giorno.
Ti piaceva cantare e recitare e hai partecipato attivamente alla quotidianità della comunità protestante a cui appartenevi. Eri fiera di essere valdese.
Amavi la tua bella casa alla Garsinera (Angrogna), popolata di mici, cani e asinelli, ma anche i bei viaggi, la buona tavola, le  comitive spensierate, la musica di Gianna Nannini ("Pia come la canto io!" ci è rimasta nel cuore), il mare, la Toscana e i libri.  Eri una donna sensibile, totalmente anticonformista, intelligente, ospitale, schietta, generosa, un'ottima cuoca e una zia insuperabile per i tuoi nipoti.
Arrivederci, Claudia, grazie dell'amore che hai saputo dimostrare ai meno amabili con discrezione e umiltà.
" Patiremo sete del nostro vino e rimpiangeremo la tua fragranza. Dove sei fuggito, sole che nascesti nella prima delle nostre primavere, dove ? Non farai più ritorno ? Non sarà più con noi il tuo gelsomino, non rivedremo il tuo ciclamino ai lati della strada, non verrà più ad annunciarci che anche noi abbiamo radici profonde nella terra e che il nostro respiro sale senza fine verso il cielo ? Visiterai nell'ora del tuo amore le desolate vie dei nostri sogni ?" (Kahlil Gibran)

Edi Morini, Via Parri 5, 10066 Torre Pellice (To)

mercoledì 25 maggio 2016

Un'anima altamente eucaristica: ELENA ROCCA nel ricordo del fratello Peppino

Un’anima altamente eucaristica,

ELENA ROCCA,

nel ricordo del fratello PEPPINO

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Confesso che nel leggere la prima parte
di questa lunga lettera di Giuseppe Rocca
a Don Giuseppe Mazzanti (1879-1954)
stesa a 32 anni di distanza dalla morte della sorella
mi è sembrato di rivedere Teresa e Rodrigo
nella loro casa di Avila,
intenti ai loro giochi di ispirazione religiosa.

E soprattutto ho pianto
quando racconta gli estremi istanti della sorella...
Ho avuto la netta sensazione
che ella venisse risucchiata
nel fulgore eterno!


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CICLO SULLE TOMBE DELLA FAMIGLIA ROCCA AL PIRATELLO DI IMOLA



LA TOMBA DI ELENA ROCCA (1893-1919)



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LA FOTO DI ELENA




LA TOMBA DEL FRATELLO GIUSEPPE ROCCA (1891-1985)





LA FOTO DEL FRATELLO GIUSEPPE



TESTIMONIANZA DI GIUSEPPE ROCCA SULLA SORELLA ELENA



LA LETTERA INDIRIZZATA A DON GIUSEPPE MAZZANTI

Carissimo Don Peppino,
                      spero avrà ricevuto a suo tempo la mia lettera in risposta alla sua gentilissima in data 21-8-51 nella quale mi faceva un dovere di scrivere le mie testimonianze sulla cara sorella Elena.
   Solo ora, e chiedo umilmente scusa del ritardo, adempio la promessa fattale unendo alla presente sette fogli commerciali scritti di mio pugno che mia sorella Maria le consegnerà personalmente.
   Favorisca guardare se va bene quanto scritto e quando può, mi tenga informato. Invio a Lei e Sorella cordialissimi saluti e ossequi.
                                                     Giuseppe Rocca

P. S. Lei mi parlò una volta di una profezia che l’Elena aveva fatto su di me: si è poi avverata?

   Io Rocca Giuseppe figlio di Giuseppe e di Musconi Caterina nato a Imola (Balìa) il 19 maggio 1891, di professione insegnante tecnico pratico domiciliato a Verona in Via S. Paolo, a chi mi ha fatto un dovere di scrivere sulla mia cara sorella Elena posso dire quanto segue:
  
L’Elena aveva due anni meno di me e perciò non posso ricordare i particolari della sua nascita. Mi risulta tuttavia che fu portata al Fonte Battesimale dalla sorella Teresa, ora Suor Colomba. Fu lei, l’Elena, a rinnovare in Fonte Battesimale dopo la consacrazione del Sabato Santo. Madrina, presente alla cerimonia, fu la Contessa Elena Recamadoro di Bologna.
  
L’Elena era di temperamento delicato e gentile. Da piccola pareva un poco permalosa, ma la colpa era di noi fratelli e sorelle che eravamo un po’ gelosi delle tenerezze della Nonna per lei e qualche volta passando vicini all’Elena le facevamo delle smorfie poco piacevoli. Prendeva parte ai giochi dell’infanzia, ma non tollerava atti sgarbati.
  
I nostri genitori erano piccoli proprietari di case e di campi che lavoravano essi stessi, con l’aiuto dei figli. Il Papà commerciava anche. Essi si servivano di noi bimbi per porgere la carità ai molti poveri che bussavano alla nostra porta e ricordo che l’Elena compiva questo ufficio con grande gentilezza.

VERSO LA PRIMA COMUNIONE

   Abbiamo frequentato insieme la scuola elementare di Fornace Guerrini e posso affermare che l’Elena ne traeva molto profitto e che sia in classe che fuori tenne sempre ottima condotta. Quando ci stavamo preparando alla Prima Comunione facevama a gara a chi imparava prima e meglio la Dottrina Cristiana, ella però era sempre più brava di me. A quei tempi si andava alla Prima Comunione all’età di 12 anni (io infatti ne avevo 12), ma l’Elena vi fu ammessa ugualmente pur avendone soli 10. Questa eccezione alla regola ritengo fosse dovuta più che all’opportunità di fare una sola festa in famiglia, al fatto della precoce maturità spirituale di Elena.
  
Quando nel 1906 il fratello sacerdote Don Rocco fu nominato, e prese possesso, in qualità di Canonico Parroco della Chiesa Cattedrale d’Imola, chiamò con sé la famiglia. L’Elena giunta in città fu mandata come alunna alla scuola di lavoro presso le Ancelle del S. Cuore dove si meritò la stima e l’affetto delle Suore e delle compagne che spesso venivano a trovarla anche a casa nostra.
  

LA STRANA MALATTIA

All’età di 14 anni l’Elena fu colpita da una misteriosa malattia che tanto doveva farla soffrire fisicamente e moralmente. Dopo i pasti era presa da sonnolenza e si assopiva profondamente. Fu prima curata in casa dal medico di famiglia Dottor Angelo Mondini, poi fu messa sotto la cura del Prof. Masetti, direttore dell’Ospedale Civile d’Imola, il quale la tenne una ventina di giorni. Visto che invece di migliorare, peggiorava, la rimandò in famiglia. I famigliari quando l’Elena ritornò dall’Ospedale Civile, la rimisero sotto la cura del medico di famiglia Dott. Mondini. Intanto le condizioni dell’Elena si era aggravate.

Il sonno da cui era presa dopo i pasti durava più a lungo e quando si svegliava, non poteva né aprire la bocca, né articolare parola. Per toglierla da questo stato si doveva ricorrere alla corrente elettrica, così poteva mangiare; ma poi era ripresa dal sonno e si ripetevano i fenomeni di prima e cioè la bocca rimaneva ermeticamente chiusa e la lingua rattrappita. Durante questi periodi si vedeva che l’Elena soffriva molto; non ricordo di averla mai vista compiere però o gesti incontrollati o fare del male ad alcuno. Il Dott. Mondini che era in servizio presso l’Ospedale Luigi Scolli non poteva continuare a rimanere a disposizione della nostra famiglia per fare in casa la cura elettrica all’Elena. Propose egli allora di fare ricoverare l’ammalata nell’ospedale dove lui prestava la sua opera, al fine di far meglio e con più tranquillità la cura elettrica.

L’APPARIZIONE DI S. ANTONIO DI PADOVA

I famigliari erano tutti contrare a mettere la loro Elena in cura in un ospedale per malati di mente perché essi non avevano mai riscontrato in lei alcun sintomo di alienazione mentale. Avendo però essi la massima stima e fiducia nel loro medico curante non ritennero in coscienza di poter negare il loro consenso alla proposta del Dott. Mondini. Anche l’Elena, pur avendo piena coscienza del del luogo e dell’ambiente in cui si sarebbe venuta a trovare, aderì al desiderio del medico e a piedi, accompagnata dalla sorella Maria, si recò all’ospedale Luigi Lolli. Questo avenne il 5 dicembre 1907.

Purtroppo anche questa cura non diede i risultati sperati, il male anzi si andò sempre più aggravando. Le sofferenze fisiche e morali dell’Elena aumentarono a dismisura. Vista inutile tutta la scienza umana, tutti di famiglia ricorsero con ancor più fiducia, umiltà ed insistenza alla Scienza Divina.

Pregarono e fecero pregare interponendo l’intercessione della Vergine SS. e dei Santi. Il Signore che “atterra e suscita”, che “affanna e che consola” pose termine con una guarigione miracolosa ed istantanea alle sofferenze dell’Elena e dei famigliari suoi. Seppi poi dall’Elena che le era apparso S. Antonio, da lei particolarmente invocato, con in braccio il Santo Bambino Gesù, che le aveva detto: “Alzati che sei guarita; vatti a casa che hai finito di penare”. Era il 23 gennaio 1908.
  
LA GAIEZZA D’UN TEMPO

Sì, Elena infatti tornò subito in famiglia e da quel giorno non sofferse più del male di prima, né si ammalò più per molti anni cioè fino alla breve malattia che la portò poi alla tomba.

Dopo la miracolosa guarigione l’Elena riprese la gaiezza del suo carattere, il suo sorriso dolce ed ingenuo, la grande voglia di lavorare in casa e fuori casa, di dedicarsi ad opere di pietà, d’apostolato, di carità verso i poveri, gli ammalati, di fare del bene ai piccoli sia con la parola che con l’esempio. Ma soprattutto la vidi animata da una grandissima pietà eucaristica. Dopo d’aver ricevuto la S. Comunione, alla quale si accostava ogni giorno, e d’avere fatto il ringraziamento, ella rimaneva lungamente inginocchiata nel suo banco, con le mani giunte e lo sguardo fisso all’altare dove c’era il Tabernacolo, immobile, quasi rapita in estasi. Più volte l’ho vista in questo atteggiamento nella Cripta sotterranea di S. Cassiano, e l’ho presente come se tuttora la vedessi.
  
QUEL FORTE GRIDO DI DOLORE

Erano già passati alcuni anni dalla miracolosa guarigione dell’Elena. Mi pare che fossimo nel periodo della Settimana Santa, ma non ne sono certo. Avevamo appena finito di pranzare e tutti di famiglia eravamo ancora a tavola. Solo l’Elena ed io eravamo già in piedi e si rideva e scherzava. Ad un certo momento posai scherzando una mano sulla sua testa, ma senza forza. L’Elena emise un forte grido di dolore e dal suo volto trasparve l’espressione di un’acuta sofferenza. Si ritrasse in disparte piangendo. Mio fratello Don Rocco mi sgridò severamente, e così pure la Mamma. Io rimasi fortemente sorpreso perché non riuscivo a spiegarmi come mai una mano posata così scherzando sulla testa di mia sorella Elena avesse potuto provocare ad essa tanta sofferenza. Ricordo benissimo che la mia mano non aveva avvertito nulla sulla testa di mia sorella all’infuori della normale sensazione dei capelli.

Io allora non sapevo niente dei fatti straordinari attribuiti all’Elena e cioè della crocetta incastonata sul petto, della croce di spine, delle Stimmate ecc. Io consideravo allora mia sorella una buonissima e bravissima ragazza, ma ero ben lungi dal pensare a queste cose. Solo più tardi, a morte avvenuta, appresi queste cose e riandando col pensiero al fatto su ricordato, pensai che l’Elena in quel giorno avesse in testa una invisibile Corona di Spine. Solo così potevo spiegarmi il perché del dolore acuto provato dall’Elena in quel giorno, al contatto della mia mano sul suo capo.
  
LA “SPAGNOLA”

Il giorno 27 dicembre 1918 Elena si mise in letto con febbre. Il Dott. Mondini constatò poi trattarsi di polmonite. Aveva contratto l’infezione del morbo terribile, la cosiddetta “Febbre Spagnola”, mentre animata da un grande spirito di carità si recava, noncurante del pericolo, a visitare gli ammalati per curarne il corpo e lo spirito. Dopo qualche giorno si mise in letto anche il fratello Don Rocco colpito dallo stesso male, il quale doveva poi a distanza di otto giorni seguire Elena nella tomba.
  
I genitori, la sorella Suor Colomba, il fratello Luigi oggi sacerdote Salesiano, ed io ci alternammo al capezzale dei due cari infermi per prestare loro le cure del caso e per confortarli. Intanto le condizioni di Elena si andavano aggravando. Solo, vicino al al suo letto, l’assistevo. Ad un certo momento ella allargò le braccia a forma di croce e rimase ferma, con le gambe tese e gli occhi chiusi, per qualche tempo. Io che ero seduto alla testata del letto posai le mie dita sul polso della sua mano destra per seguirne l’andamento del cuore. In principio il cuore, anzi il polso batteva regolarmente, poi man mano gradatamente diminuì d’intensità fin quasi a fermarsi. Io seguivo con apprensione quanto stava accadendo e comprendevo benissimo che la vita d’Elena stava spegnendosi, che avrei dovuto muovermi, chiamare i parenti, il medico ed il Sacerdote; ma una forza superiore alla mia volontà mi obbligava all’inazione.


“MI LASCI MORIRE SENZA SACERDOTE?”

Ad un tratto l’Elena si scosse, aprì gli occhi, voltò di scatto il capo verso di me e mi rimproverò con le parole seguenti: “Mi lasci dunque morire senza Sacerdote?”. Io avvertii subito i parenti del desiderio di Elena, poi tornai vicino al suo letto. Poco dopo, a voce bassa, quasi parlasse a se sola, soggiunse: “Se non faccio una confessione generale, non muoio”
  
Di lì a poco il confessore arrivò, accolto con molta gioia da Elena, ed io mi ritirai.
Un altro giorno mi trovavo pure solo nella camera di mia sorella. Le sue condizioni si erano aggravate ancora e si vedeva che l’Elena soffriva molto. Col cuore pieno di angoscia cercavo tuttavia di confortarla e d’incoraggiarla. Ella lottava con grande forza d’animo: solo di tanto in tanto pareva aveese dei momenti di angoscia e di lotta. 

“SONO VISSUTA MORTA, SONO MORTA VIVA”

Ad un tratto mi fece cenno di avvicinarmi. “Ricordati bene, mi disse, che sulla lapide della mia tomba voglio siano poste le parole seguenti: SONO VISSUTA MORTA, SONO MORTA VIVA”.  Io le dissi di sì per tranquillizzarla e cercai di cambiare discorso dicendole che non sarebbe morta.; ma ella volle che subito ed in sua presenza prendessi nota per iscritto della frase da lei dettatami. Dopo di che si mise più calma.

A TU PER TU CON DON ROCCO

Il giorno 1° gennaio Elena espresse il desiderio di vedere e di parlare a Don Rocco. Gli fu osservato che era in letto con febbre e che non era bene che si muovesse. Ella insistette. Don Rocco saputo del desiderio della sorelle andò su da lei. Quando ritornò in camera sua e si fu messo a letto mi disse di andare nella camera dell’Elena a prendere una cassettina chiusa a chiave che si trovava nel cassetto del suo comò, e mi indicò il posto dove avrei trovato la chiave. Io andai su a prendere la detta cassettina e la chiave e portai tutto nella camera di Don Rocco.

Questi mi fece aprire la cassetta in sua presenza e mi pregò di bruciare tutti gli incartamenti che vi si trovavano dentro. Io ero restio ad obbedire, ma egli insistette ed allora io buttai alcune di quelle carte sul fuoco del caminetto che ardeva in camera. In quel mentre entrò nella camera di mio fratello un sacerdote di cui ora non ricordo il nome, venuto a far visita all’infermo. Egli mi chiese che cosa stessi facendo ed io risposi che stavo bruciando documenti che riguardavano l’Elena. Egli si mostrò molto sorpreso di quanto stavo facendo e mi pregò di smettere. Don Rocco non si oppose ed io rimisi tutto dentro la cassetta e la chiusi a chiave. Io non lessi allora, né dopo; nessuna di quelle carte perché mi sarebbe sembrata una profanazione. L’Elena era restia a rendere pubbliche cose che la riguardavano ed io non mi permisi di andare contro la sua volontà. Così non so di preciso di che cosa si trattasse.

Il medico curante Dott. Mondini che seguiva da vicino e con grande cura la malattia dell’Elena era preoccupato per l’aggravarsi del male. Propose un consulto medico per tentare tutte le vie di salvezza, ma dopo d’aver visitata l’ammalata, i medici dichiararono che non c’era più niente da fare.    Quanta pena provai in quei terribili momenti! Era immensamente doloroso assistere impotenti al disfacimento del corpo dell’amatissima sorella ed alle sue gravi sofferenze. L’Elena che era conscia del suo male non si faceva illusioni e diceva chiaramente che sarebbe morta. Io invece osavo ancora sperare.
 
LA LOTTA CONTRO UN ESSERE INVISIBILE

 Verso sera le sue condizioni precipitarono. Si manifestarono poi dei fenomeni strani; Elena era inquieta e pareva lottasse con un essere invisibile; diceva di essere stata cattiva, d’avere finto. Tentava di sollevarsi sul letto a sedere, forse per respirare meglio ed io cercavo di reggerle la testa e le spalle. Suor Colomba le asciugava il sudore, le prestava ogni cura e la Mamma era lì presente che assisteva col cuore sanguinante a tutte le sofferenze fisiche e morali della sua creatura. Don Peppino Mazzanti l’assisteva spiritualmente con grande amore, le faceva coraggio, le parlava della bontà di Gesù, del suo perdono. L’Elena chiese di confessarsi e i famigliari uscirono dalla stanza. Quando ritornammo dall’Elena, la trovammo quieta e tranquilla. Don Peppino stava recitando la preghiera degli agonizzanti in italiano e si vedeva che l’ammalata era presente a se stessa e capiva il significato delle preghiere.

SERENAMENTE IN CIELO

La morte però stava avvicinandosi. Di lì a poco infatti vidi chiaramente salire lentamente, che dall’esofago della sorella una specie di palla, forse catarro che le strozzava la gola e le tolse il respiro. L’anima dell’Elena volò serenamente in Cielo. Erano le ore 2.15 del 2 gennaio 1919.
  
Suor Colomba ed io portammo via la Mamma che l’Elena aveva poco prima abbracciata affettuosamente e cercavamo di consolarla e di farle coraggio. Ritornato subito dopo nella camera della defunta, rimasi molto consolato nel vedere il suo volto atteggiato ad un soavissimo sorriso. Non sembrava morta ma che dormisse e sognasse il Paradiso. All’angoscia dell’agonia e della morte subentrò allora nell‘animo mio e dei miei cari una grande calma e rassegnazione.
  
LA RESSA PER VEDERE LA SALMA

Intanto in città si era sparsa la notizia della morte di Elena. Le amiche ed una grande quantità di persone facevano ressa nel corridoio dell’entrata e nella strada e insistentemente chiedevano di vedere la cara salma. Ora erano incuranti del pericolo di contrarre la “Spagnuola”; pericolo che nei giorni precedenti avevano tenute lontane le amiche. I famigliari avrebbero voluto accontentarle, ma temevano che il rumore delle molte persone che avrebbero dovuto salire e scendere le scale avesse a commuovere troppo il caro Don Rocco che stava male.

La gente intanto cresceva ed insisteva. Andai allora a chiedere al fratello Don Rocco se dovevo lasciare salire tutta quella moltitudine. Egli mi disse di sì. In silenzio e quasi con venerazione la gente sfilava in fila indiana attorno al feretro dell’Elena, che vestita con la divisa di “Figlia di Maria” con una corona di fiori bianchi in testa ed il volto sorridente, sembrava una Santa. Le visite alla salma continuarono poi per tutto il tempo che rimase in casa. Poi seguirono i funerali che per la grande moltitudine di gente accorsa riuscirono un trionfo ed una grande manifestazione di affetto e di cordoglio. Le virtù dell’Elena venivano così esaltate.
  
Dopo la morte dell’Elena le condizioni di Don Rocco si andarono sempre più aggravando nonostante le cure amorose dei medici e dei famigliari e il giorno 9 gennaio l’anima sua volò in Cielo a ricongiungersi con quella dell’amata sorella Elena. Così, alla distanza di soli otto giorni, due grandissimi lutti funestarono la nostra famiglia. Il Signore ci aveva duramente provati, ma ci aveva anche elargito tanta rassegnazione e tanta forza d’animo da essere noi, quasi a consolare quelli, parenti ed amici, che venivano a presentarci le loro condoglianze.
  


Racconterò ora un fatto accaduto a me stesso.

   Dopo la morte della sorella e del fratello ritornai alla mia occupazione e cioè al lavoro di tornitore meccanico presso le Officine Meccaniche Bruno Astorri e C. d‘Imola. Mi era allora stato affidato dai dirigenti l’alesatura del foro di un grosso volano in ghisa del peso di alcuni quintali. Il volano era in posizione verticale ed io di tanto in tanto lo facevo rotolare sul pavimento dell’officina per meglio procedere nel lavoro di finitura a mano del foro. Durante uno di questi movimenti il volano, forse per un dislivello del pavimento, perdette l’equilibrio e minacciò di ribaltarsi. Io tentai di oppormi alla sua caduta , ma il peso del volano era assai superiore alle mie forze e in questo tentativo mi esposi al pericolo di rimanere schiacciato dal volano.

Ebbi allora la sensazione della gravità della mia situazione e ricorsi con fiducia all’aiuto divino. Ebbi l’ispirazione e vi riuscii non so come di spingermi più sotto il volano e di cercare di infilare la testa e le spalle nello spazio vuoto compreso tra due razze consecutive e la corona e il mozzo del volano stesso. Questo cadde pesantemente sul pavimento lasciandomi completamente illeso. Io rimasi sorpreso, sbalordito di vedermi sano e salvo, e quasi non credevo ai miei occhi. In quel momento, e lo ricordo come fosse or ora, ebbi la percezione chiara e precisa che dovevo la mia salvezza alle preghiere ed all’intercessione della cara sorella Elena che dal Cielo mi aveva protetto e salvato da un grave pericolo.
   Anche in altri momenti critici della mia vita ho esperimentato il suo aiuto e la sua protezione.

                             Verona    Ottobre 1951

                                 Giuseppe Rocca 

DALLE LETTERE DI ELENA ROCCA

Oh il buon Gesù, se lo conoscessimo, quanto di più lo ameremmo! E' un abisso di amore, di tenerezza e di gioia. Tutte le perfezioni, in modo infinito, si racchiudono in questo amabile Cuore. Vorrei io pure amarlo infinitamente, come Lui ama noi.

Vorrei morire per amore, così dar tutto a Gesù; vorrei vivere per morire tutti i giorni, per dargli delle anime e così soddisfare all'ardente sua sete.
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Non bisogna avvilirsi sai, mai, mai, perché la nostra Mamma celeste desidera più di noi che siamo tutti del suo amabile Gesù; e non risparmia niente. E tu sai meglio di me quanto può la Madonna presso il Signore.

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II mio desiderio di far conoscere e amare Gesù cresce tutti i giorni. Vorrei che tutti fossero infiammati di amore per questo Bene infinito; che tutti i buoni si adoprassero per il vero bene delle anime.                  -

Desidero potermi offrire presto vittima a Gesù per il vero bene delle anime. Desidero potermi offrire presto vittima a Gesù per il bene dei sacerdoti che ne hanno bisogno grande; vorrei essere veramente buona a fatti per essere accetta al Cuore di Gesù.





L’ULTIMA FOTO DI ELENA ROCCA

Elena, non credevo di vederti
con una chioma tanto affascinante.
Sembri davver la Sposa dell’Agnello,
pronta ad andargli incontro con fulgore!


(Ferrara 24-4-2016), Padre Nicola Galeno

BENVENUTO|

Il Paradiso non può attendere: dobbiamo già cercare il nostro Cielo qui sulla terra! Questo blog tratterà di argomenti spirituali e testimonianze, con uno sguardo rivolto al Carmelo ed ai suoi Santi