AFORISMA

Meglio aggiungere vita ai giorni, che non giorni alla vita
(Rita Levi Montalcini)

Nostra Signora del Carmelo

Nostra Signora del Carmelo
colei che ci ha donato lo scapolare

sabato 28 gennaio 2023

L'IMPERO DEL SILENZIO NEL SAHEL di Padre MAURO ARMANINO


Edvard Munch - L'Urlo

      L’impero del silenzio nel Sahel


Il silenzio, in qualunque modo usato e applicato, è pericoloso tanto quanto la parola. D’altra parte, a ben pensarci, uno non sta senza l’altro perché sono entrambi figli dell’esitazione originale. Il compito di dare un nome alle cose, nell’affresco biblico del libro della Genesi, è parte costitutiva dell’opera creatrice dell’umanità. Parola e silenzio, ciascuno a modo loro, creano o sottraggono qualcosa di inedito alla realtà. Così come per la parola anche il silenzio si presenta sotto variegate e talvolta opposte forme. C’è, ad esempio, il silenzio complice di chi vede e sa ma, per opportunismo o vigliaccheria, tace quanto avrebbe dovuto essere gridato dal tetto. Questo tipo di silenzio si apparenta a quanto, anni or sono, scriveva il giornalista di investigazione del Burkina Faso Norbert Zongo, trovato ucciso il 13 dicembre del 1998 in un’auto … ‘La cosa peggiore non è tanto la cattiveria dei malvagi quanto il silenzio dei buoni’… Il silenzio complice in questione sembra avere una lunga vita nel Sahel e, con ogni probabilità, anche in altre zone.
La cultura del silenzio, di cui si parla con allusioni più o meno esplicite, a popoli e tradizioni ancestrali, si riferisce ad un silenzio che protegge, custodisce, conserva e salvaguarda l’onore e il buon nome della famiglia, della persona o del gruppo. Le popolazioni di origine contadina sviluppano una particolare capacità nell’assumere e creare impenetrabili barriere allo sguardo esterno e molesto di chi appare come ‘straniero’. La violenza famigliare, simboli culturali, iniziazioni rituali ma anche efferati delitti o strategie di dominazione potranno perpetuarsi anche grazie a questo tipo di silenzio. In positivo esso permette di ‘resistere’ e ‘dare una ragione’ all’insensatezza di aspetti della realtà che sfuggono ad ogni tentativo di comprensione. Evidentemente questo non giustifica affatto un tacere, il silenzio appunto, che in definitiva, viene come a ratificare lo stato ‘naturale’ delle cose e dei rapporti sociali. Esso ha, in particolare, caratterizzato l’attitudine di generazioni di donne che hanno sofferto in silenzio l’oppressione e la violenza.
C’è, poi, un silenzio forse unico nell’esperienza umana che è quello del dolore. E’ il silenzio che, spesso, segue il grido di dolore o di rabbia. Come se non esistessero parole in grado di dire, spiegare o semplicemente balbettare l’immensità del dolore di cui si fa l’esperienza. La malattia, la fame, la guerra, le persecuzioni, l’ingiustizia patita, la riduzione dell’umano a cosa mercantile, il tradimento e l’improvvisa scomparsa di una persona cara. Questo e molto altro, da mettere sotto il capitolo infinito della sofferenza, proprio per la sua radicale appartenenza al singolo, diventa indicibile. Solo il silenzio, un silenzio denso e, per certi versi, fecondo, può in qualche misura comunicare l’incomunicabile. E ‘il silenzio del testimone dei campi di sterminio dell’epoca nazista che i ‘sopravvissuti’, tra di loro Elie Wiesel e Carlo Levi, hanno vissuto e patito per anni. Hanno avuto bisogno di tempo per tentare di tradurre, spesso ad increduli, il dramma innominabile che li ha cambiati per sempre. I campi continuano in Libia e, lo sappiamo, rimane solo l’Urlo’.
Potremmo infine citare il silenzio che, in assoluto, tutti li contiene e che, a suo modo, li esprime: il silenzio di Dio. Potremmo definirlo come il silenzio assoluto perché oltre e prima del quale tutto rischia di cadere nell’assurdo.  Un silenzio attribuito a Dio oppure frutto di coloro che hanno dimenticato ciò che attraversa ogni umana esperienza. In realtà, contrariamente a quanto si dice, all’inizio di tutto ciò che costituisce la vita e cioè l’amicizia, il lavoro, la morte, il male, la violenza, la sopraffazione, le persecuzioni e l’amore, non troviamo la parola ma il silenzio! Esso è portato via dal vento e, per una misteriosa opera della creazione, lo trasforma in polvere che, del silenzio, è l’immagine più fedele.
    
   Mauro Armanino, Niamey
 27 gennaio, Giorno della Memoria


lunedì 23 gennaio 2023

VITA DI TERESA - ADOLESCENZA - seconda conferenza di Padre CLAUDIO TRUZZI OCD


2 – VITA di TERESA

ADOLESCENZA

«... Ad un tratto la Vergine Santa mi parve bella, tanto bella che non avevo visto mai cosa bella a tal segno: il suo viso spirava bontà e tenerezza ineffabili, ma quello che mi penetrò tutta l'anima fu il sorriso stupendo della Madonna. Allora tutte le mie sofferenza svanirono, delle grosse lacrime mi bagnarono le guance, ma erano lacrime di una gioia senza ombre...»..

Oscura esperienza della sofferenza 

L'esperienza dolorosa del collegio trovava un certo equilibrio in famiglia, ma questo equilibrio ad un certo momento si ruppe. Vi contribuirono diversi fatti.

•  Un segno profondo aveva lasciato nel suo spirito la misteriosa visione del babbo (estate del 1879 o 1880). Il signor Martin si trovava ad Alençon, per affari. 

Potevano essere le due o le tre del pomeriggio, il sole sfolgorava e tutta la natura pareva in festa. 

Teresa dalla finestra che guardava il giardino, scorge

«un uomo vestito in tutto e per tutto come Papà: medesima statura e identico passo, soltanto molto più curvo. La testa era coperta da una specie di grembiule di colore incerto, in modo che non potei vedere il viso. Portava un cappello simile a quello di Papà. Lo vidi avanzare d'un passo regolare, lungo il giardinetto mio. Subito un sentimento di timore soprannaturale m'invase l'anima; ma in un'attimo riflettei che certamente Papà era tornato, e si nascondeva per farmi una sorpresa. Allora chiamai forte forte, con una voce che tremava dall'emozione: “Papà., papà!…”. Ma il misterioso personaggio non pareva udisse: continuò il suo passo regolare senza neppure voltarsi e scomparve dietro gli alberi. Il tutto durò un istante solo, ma mi s'impresse così profondamente nel cuore che, oggi, dopo quindici anni... il ricordo è ancora presente come se la visione stesse dinanzi agli occhi». (A-68)

Soltanto anni dopo, lei e le sorelle capirono che la visione si riferiva al loro padre. Negli ultimi anni di vita, infatti, il signor Martin fu colpito da arteriosclerosi cerebrale e conseguenti agitazioni o anomalie  psichiche. 

– Forse l'evoluzione di Teresa sarebbe rimasta negli argini della normalità, se un trauma non fosse venuto a dissestare il tenue equilibrio della sua affettività. Teresa stessa ce ne offre tutti i dati descrivendo cruda-mente l'evento che – in retrospettiva – interpreta in chiave di provvidenza superiore. Che cosa era successo?

Senza che nessuno la preparasse, improvvisamente Teresa viene a sapere che anche la sua “seconda seconda mamma” (Paolina) l'avrebbe lasciata. Stava, infatti, per entrare al Carmelo. 

«Come dire la mia angoscia? Piansi amaramente... Se avessi saputo a poco a poco la partenza della mia Paolina carissima, forse non  avrei sofferto tanto, ma essendo venuta a conoscere di sorpresa, fu come una spada che mi si conficcasse nel  cuore». (A-82) 

Si sentì tradita: l'affetto di Paolina per lei, non era – come invece si era illusa – al primo posto!

E il 2 ottobre 1882 (Teresa ha 9 anni) Paolina entra nel Carmelo di Lisieux. E così Teresa si ritrovò nuovamente orfana. 

«Tutti i giovedì andavamo, a famiglia riunita, al Carmelo, ed io, avvezza a trattenermi "a cuore a cuore" con Paolina, ottenevo a mala pena due o tre minuti alla fine della conversazione, e beninteso li passavo a piangere per andarmene poi col cuore a pezzi. Non capivo come, per delicatezza verso la zia, lei rivolgesse la parola a Giovanna e a Maria invece che alle sue figlioline; non capivo, e dicevo nel fondo di me stessa: “Paolina è perduta per me!”. 

È sorprendente vedere quanto il mio spirito si sviluppò nella sofferenza; si sviluppò a tal segno che dopo breve tempo mi ammalai». (A–85)

I sintomi della malattia furono molteplici.

Precedette un mal di testa continuo (verso la fine di quell'anno). La bambina  se ne  lamentava appena, perché lieve: era, infatti,  in grado di proseguire i suoi studi, e quindi nessuno si preoccupava di lei. Ciò durò fino alla Pasqua del 1883, allorché  il male scoppiò in tutta la sua virulenza. Teresa aveva 10 anni.

Il signor Martin era andato a Parigi con Maria e Leonia, mentre Teresa e Celina erano state accolte in casa della zia. Una sera, improvvisamente «mentre mi spogliavo fui presa da una tremito strano; credendo che avessi freddo, la zia mi avviluppò tra le coperte e le bottiglie calde, ma niente poté attenuare la mia agitazione, che durò tutta la notte». 

Il giorno dopo, il medico, chiamato d'urgenza, diagnosticò – come lo zio – «che avevo una malattia molto grave, dalla quale una bambina tanto giovane mai era stata colpita. ....». (A–86). Le sofferenze intime degli anni precedenti ne avevano logorato l’organismo, e la partenza di Paolina ne aveva scosso l’equilibrio. 

Ma per il giorno della vestizione di Paolina (6 aprile), Teresa si sentì improvvisamente meglio e con sua immensa gioia poté recarsi al Carmelo ed abbracciare la sua "mamma", sedersi sulle sue ginocchia e colmarla di carezze. Fu, purtroppo, soltanto uno squarcio di sereno fra nubi minacciose che si sarebbero subito scatenate.

«L'indomani fui ripresa dal disturbo che avevo avuto, e la malattia divenne tanto grave che non avrei dovuto guarire, secondo le previsioni umane. Non so come descrivere un malessere tanto strano: sono persuasa ch'era opera del demonio, ma per lungo tempo dopo la guarigione ho creduto d'aver fatto apposta ad essere malata, ed è stato, questo, un vero martirio per l'anima mia» . 

.... «Dicevo, infatti, e facevo cose che non pensavo; quasi sempre apparivo in delirio; pronunciavo parole che non avevano senso, e tuttavia sono sicura di non essere stata priva, nemmeno un istante, dell'uso della ragione. Parevo spesso svenuta, non facevo più il minimo movimento, e allora mi sarei lasciata fare qualsiasi cosa, anche uccidere, e tuttavia udivo tutto quello che si diceva intorno a me; e mi ricordo ancora tutto. Mi è accaduto una volta di restare a lungo senza poter aprire gli occhi, e di aprirli un attimo quando mi trovavo sola. 

Credo che il demonio avesse ricevuto un potere esteriore su me, ma che non potesse avvicinarsi alla mia anima. al mio spirito, se non per ispirarmi certi spaventi forti dinanzi a determinate cose, per esempio, di fronte a medicine molto semplici che tentavano inutilmente di farmi accettare...» (A-88/90).

La famiglia si strinse amorosamente e con abnegazione intorno a Teresa. Per quanto riguarda gli amici di famiglia che venivano a farle visita, Teresa supplicò di lasciarla tranquilla, perché – nota argutamente – «mi dispiaceva di vedere persone sedute intorno al mio letto, file di cipolle, che mi guardavano come una bestia rara».

I suoi, non sapendo più come comportarsi, fecero celebrare delle Messe presso Nostra Signora delle Vittorie, a Parigi. Ci voleva un miracolo. Nella stanza di Teresina si trovava la statua della Santa Vergine, verso cui “spesso, molto spesso” Teresa si rivolgeva. 

Domenica di Pentecoste, 13 maggio 1883, 

«Maria uscì in giardino lasciandomi con Leonia, la quale leggeva accanto alla finestra; in capo a qualche minuto mi misi a chiamare a bassa voce: – Mamma... Mamma…! –. Leonia era abituata a sentirmi chiamare sempre così: non ci fece caso. La cosa durò a lungo. 

Chiamai, allora, più forte, e finalmente Maria tornò. Vidi perfettamente quando entrò, ma non potevo dire che la riconoscevo, e continuai a chiamare sempre più forte: – Mamma! –. Soffrivo molto di quella lotta forzata ed inspiegabile, e Maria ne soffriva forse più di me. 

Dopo vani sforzi per dimostrarmi che era vicina a me, si mise in ginocchio accanto al mio letto con Leonia e Celina; si volse alla Vergine Santa e pregò col fervore di una madre, che chiedesse la vita del figlio: in quel momento ottenne quello che desiderava». (A-93)

«... Ad un tratto la Vergine Santa mi parve bella, tanto bella che non avevo visto mai cosa bella a tal segno: il suo viso spirava bontà e tenerezza ineffabili, ma quello che mi penetrò tutta l'anima fu il sorriso stupendo della Madonna. Allora tutte le mie sofferenza svanirono, delle grosse lacrime mi bagnarono le guance, ma erano lacrime di una gioia senza ombre.... Senz'alcuno sforzo abbassai gli occhi e vidi Maria che mi guardava con amore: pareva commossa, quasi capisse il favore che la Madonna mi aveva concesso... Vedendo il mio sguardo fisso sulla Vergine Santa, ella pensò. "Teresa è guarita!"». (A–94)

•  Seguì un periodo di discreta tranquillità.

Tre mesi dopo la guarigione, il sig. Martin condusse le figlie al paese natio, Alençon. Era la prima volta che Teresa ritornava là e la sua gioia fu grande nel rivedere i luoghi dell'infanzia, e specie la tomba della mamma.

«Potrei dire che proprio durante il soggiorno ad Alençon feci il mio primo ingresso nel mondo. Tutto era gioia, felicità intorno a me: ero festeggiata, carezzata, ammirata; in una parola, la vita mia per quindici giorni fu disseminata di fiori. Confesso che questa vita aveva un fascino per me... A dieci anni il cuore si lascia abbagliare facilmente, e perciò considero una grande grazia di non essere rimasta ad Alençon; gli amici che avevamo là erano troppo mondani, sapevano troppo intrecciare le gioie della terra e il servizio di Dio». (A–100)

Prima Comunione

Fonte di maggiore consolazione al suo essere era la religione. 

La religiosità familiare l'aveva permeata fin dai primi accenni d'intelligenza, ne aveva subìto il fascino e ne aveva goduto. Poi, però, a motivo della severa interpretazione dei suoi aspetti etici, ne aveva sofferto inconsciamente; scoprì infine nelle pratiche di pietà una sorgente di serenità e di pace.

L '8 maggio 1884 Teresa riceve la sua prima Comunione. Aveva fatto un ritiro spirituale di alcuni giorni in collegio. Proprio su questo ritiro Teresa scrive delle annotazioni curiose: pur avendo già undici anni ella non sapeva ancora pettinarsi da sola; sperimentò «di essere una bambina coccolata e circondata di premure come poche sulla terra, sopratutto tra quelle che avevano perduto la mamma". (A–105)

Fu una delle parentesi più belle della sua fanciullezza. E lo definisce «il giorno bello tra tutti». 

«Come fu dolce il primo bacio di Gesù all'anima mia! Fu un bacio d'amore; mi sentivo amata, e dicevo anche: "Vi amo, mi do a Voi per sempre"». 

La gioia era troppo grande, troppo profonda perché lei potesse contenerla. Lacrime copiose l’inondarono. 

«Pensavano fossero lacrime di tristezza per l'assenza della mamma o della sorella carmelitana. Ma non era così: erano pure lacrime di gioia. Solo la gioia mi riempiva il cuore. Non capivano che tutta la gioia del Cielo venendo in un cuore, questo cuore esiliato non poteva sopportarla senza spargere lacrime». (A–109)

– La prima Comunione segnò una svolta decisiva nella sua vita. Teresa aveva pure chiesto a Gesù di toglierle la libertà, perché la libertà le faceva paura; lei si sentiva così debole... 

•  E il 14 giugno, la Cresima. Questa le dona la "forza di soffrire" – confessa. 

Frutto della Cresima fu per Teresa anche una maggiore interiorizzazione. 

Testimoniano che “Teresa si servì raramente di un libro per pregare. La sua preghiera era tutta interiore e sembrava una contemplazione. Pure durante la Messa festiva, faticava a seguire il messalino e teneva spesso la testa alzata. Sembrava distratta, mentre seguiva una preghiera personale. 

La tempesta degli scrupoli

La guarigione miracolosa del maggio 1883 non segnò, tuttavia, la fine delle sue sofferenze. 

Guarita, liberata? Dalla crisi, sì; dalle incrinature profonde del suo psichismo, non ancora. 

Dai sintomi, sì; rimane ancora la lesione alle radici. 

Teresa è ancora convalescente – come un fiore dalla sensibilità a fior di pelle –, allorché subisce un altro attacco. Il ritiro spirituale in preparazione della solenne rinnovazione della sua prima Comunione scatena in lei "la terribile malattia degli scrupoli». (21 maggio 1885).

«Bisogna essere passati attraverso questo martirio – confessa – , per capirlo bene: dire quanto ho sofferto per un anno e mezzo, mi parrebbe impossibile. Tutti i miei pensieri e le mie azioni più semplici divenivano per me oggetto di turbamento; non avevo riposo se non dicendoli a Maria, e ciò mi costa-va molto, perché mi credevo obbligata ad elencare i pensieri stravaganti che avevo riguardo a lei stessa. Appena deposto il fardello, gustavo un attimo di pace; ma questa pace passava come un lampo, e ben presto il martirio riprendeva». (A–121)

Come se ciò non bastasse, deve affrontare distacchi continui. Nell'ottobre 1886 la sorella Leonia entra fra le Clarisse e il 15, anche la sua “confidente”, Maria, pure lei, fa il suo ingresso al Carmelo! 

Della numerosa famiglia, ai Buissonnets non restano che il babbo, Celina e Teresa.

Sempre più sola al mondo; sempre più ferita. Così si sente Teresa nella festa di Tutti i Santi del 1886. Presto compirà 14 anni. Ma è come se ne avesse ancora soltanto quattro!

Sentendosi più che mai sola, Teresa si rivolge allora ai suoi fratellini morti prematuramente, e «ben presto la pace» inonda la sua anima.


ADOLESCENZA 

(25 dicembre 1886 - 8 aprile 1888)

Promossa alla “maturità” 

Benché in pace, Teresa si trovava ancora "nelle fasce dell'infanzia".  Confessa: 

«Ero veramente insopportabile per la sensibilità eccessiva. 

Così, se mi accadeva di dare involontariamente un po' di dispiacere a qualcuno cui volessi bene, invece di dominarmi e non piangere – ciò che ingrandiva il mio errore anziché attenuarlo –, piangevo come una Maddalena, e quando iniziavo a consolarmi della cosa in sé, piangevo per aver pianto. 

Tutti i ragionamenti erano inutili, e non riuscivo a correggermi di questo brutto difetto». (A–132)

Come poteva mai desiderare di entrare in monastero, ancora così “bambina”? 

Ella sembrava destinata a svolgere un ruolo di “bambola vivente” delle sorelle che l'amavano sinceramente, ma non erano in grado di capirne le reali esigenze, e quindi neppure di aiutarla a realizzarsi come donna. («Celina voleva ancora trattarmi come una bambina, dato che ero la più piccola della famiglia") (A –133). 

Per crescere e maturare definitivamente era necessario "un piccolo miracolo" che la liberasse dalla strettoia dell'infantilismo cui la costringevano la tenerezza eccessiva del padre e quella insufficiente e sprovveduta delle sorelle. Teresa era ormai donna (14 anni) e fisicamente ben sviluppata; ne aveva tutta l'apparenza, sebbene l'animo fosse contortamente infantile.

 La notte di Natale del 1886, durante la Comunione della Messa, Gesù realizza «in un istante» – sotto le apparenze più banali, come Egli si diverte spesso a fare: una piccola storia di scarpe e cappello – la "completa conversione" che dieci anni di sforzi non avevano potuto ottenere. 

 «Gesù – confessa Teresa – si degnò di farmi uscire dalle fasce e dalle imperfezioni dell'infanzia. Mi rese forte e coraggiosa… e da quella notte benedetta in poi, non fui vinta in alcuna battaglia; anzi, camminai di vittoria in vittoria.... La sorgente delle mie lacrime fu asciugata e non si aprì se non raramente e difficilmente...». (A–133) 

Che cosa mai accadde?

Tornati a casa dalla chiesa, Teresa si disponeva – come ogni anno – ad estrarre con "grida di gioia" i regali di “Babbo-natale” dalle “scarpette fatate” poste nel caminetto. Sennonché il babbo, scorgendo anche lui le scarpette, si lasciò sfuggire le maldestre parole: “Fortuna che è l'ultimo anno!”. 

Teresa, che stava salendo in camera a cambiarsi, le udì. In altri momenti sarebbe scoppiata a piangere «come una fontana» – confessa –; ma ora era cambiata! Ricacciò indietro le lacrime e ridiscese le scale con la consapevolezza di una donna realizzata che si accingeva a recitare per "compiacere" la parte di una bimba dinnanzi alle scarpe colme di piccoli doni. 

Celina, presente al fatto, ricorda: “Fui testimone di questo cambiamento e credevo di sognare quando la vidi dominarsi in un momento di dispiacere, che in altri tempi l'avrebbe sconvolta, e rallegrare il babbo con la sua piacevolezza; in seguito non fu più dominata dalle impressioni della sensibilità”.

Da quel momento Teresa si liberà di tutto il bagaglio d’immaturità che nell'intimo non possedeva proprio – come ne faceva fede la sua religiosità che in quella lunga crisi si era salvata come unico valore pieno e sviluppato, e che aveva affrettato la liberazione di Teresa. 

In quel momento Teresa «ritrovò la forza d'animo che aveva perduto a 4 anni e mezzo, e da ora in poi avrebbe conservato per sempre» . (A–133) 

Il periodo “più bello”

Inizia così il terzo periodo della sua vita: «più bello degli altri, più colmo di grazie del Cielo».

Teresa descrive questa terza tappa come un'aurora «dalle brezze profumate»  (L. 142): una luna di miele più che una convalescenza.. «Provavo slanci d'amore prima sconosciuti» (A-147). «La carità entrò nel mio cuore... Fui felice»  (A–134): gioia di un amore che può finalmente realizzarsi in pienezza nel dare se stesso.  Al Belvedere dei Buissonnets gode, con Celina, intense gioie spirituali. 

E tutto questo Teresa lo sperimenta anche nell'intelligenza: 

«Gesù mi istruiva in segreto delle cose che riguardavano il suo amore». 

«Tutte le grandi verità della religione... immergevano l'anima mia in una felicità che non era di questa terra. Presentivo ciò che Dio riserva a coloro che lo amano». (A-138)  

Anche noi rimaniamo stupiti nel constatare come “una fanciulla di 14 anni capisce i segreti della perfezione mediante quella luce che splendeva nel suo cuore”.

• Disposta ora a "dimenticare se stessa per far piacere", è ormai felice. Lo sarà per sempre. 

Teresa ha iniziato ora «una corsa da gigante».  

Senza cessare di costituire una chiamata alla vita contemplativa, la sua vocazione religiosa si qualifica come vocazione missionaria. Volendo fare della sua piccola Teresa “un pescatore di anime”, Gesù le ispira un gran desiderio di lavorare per la conversione dei peccatori. 

Ella sente che la carità s'impadronisce del suo cuore. 

Una domenica di luglio, guardando un'immagine di Nostro Signore in Croce, 

«fui colpita dal sangue che cadeva da una mano sua divina. 

Ne provai un dolore grande pensando che quel sangue cadeva a terra senza che alcuno si desse premura di raccoglierlo... 

Il grido di Gesù sulla croce mi echeggiava continuamente nel cuore: "Ho sete!" 

Queste parole accendevano in me un ardore sconosciuto e vivissimo... 

Volli dare da bere all'Amato, e mi sentii io stessa divorata dalla sete delle anime.

Non erano ancora le anime dei sacerdoti che mi attraevano, 

ma quelle dei grandi peccatori: bruciavo dal desiderio di strapparli alle fiamme eterne...". (A-134)

Ed inizia, impegnandosi a salvare un criminale impenitente di nome Pranzini, il quale il 31 agosto sul patibolo, bacia le piaghe del Crocifisso. È il suo "primo figlio". 

**   Ciò che ora fiorisce nel cuore di lei non è tanto la compassione dei fratelli – che si concretizzerà più tardi – quanto un'immensa compassione per Gesù. 

A risuonare per primo nel cuore di Teresa non è il grido desolato dei fratelli, 

ma il grido del suo Gesù: “Ho sete!”. 

Questa sete diverrà anche sua: ma in questo momento non sa ancora dove la condurrà. 

**


sabato 21 gennaio 2023

Una donna libera contro la schiavitù, la storia di suor Fortunata Quascè - da Vatican News

 


Una donna libera contro la schiavitù, la storia di suor Fortunata Quascè

Il 25 gennaio la presentazione del romanzo di Maria Tatsos sulla vita della prima missionaria comboniana africana e del numero di febbraio di Donne Chiesa Mondo dedicato alle missionarie

Vatican News

La storia della prima suora missionaria comboniana africana e la missionarietà femminile sono i contenuti del romanzo storico “Fortunata Bakhita Quascè - Una donna libera contro la schiavitù” e del numero di febbraio della rivista Donne Chiesa Mondo, dedicato appunto alle missionarie, che verranno presentati il 25 gennaio prossimo alle ore 11.30 presso la Sala Marconi di Palazzo Pio, a Roma. A intervenire saranno l’autrice, Maria Tatsos, che nel libro racconta la straordinaria vicenda spirituale e umana del sud sudanese Fortunata Bakhita Quascè; Suor Anne Marie Quigg superiora generale delle Suore Missionarie Comboniane;

Raffaella Perin, docente di Storia della Cristianità presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano; Lucia Capuzzi, giornalista di Avvenire e Direttrice artistica del Festival della Missione Milano 2022, nonché collaboratrice di "Donne Chiesa Mondo", e Rita Pinci, coordinatrice del Comitato di direzione del mensile femminile dell'Osservatore Romano. Modera l’evento Suor Gabriella Bottani, Suora Missionaria Comboniana, già coordinatrice internazionale di Talitha Kum.

L’impegno di Fortunata contro la tratta

Con questo numero "Donne Chiesa Mondo", spiega Rita Pinci, "abbiamo deciso di parlare di

missione e di missionarie domandandoci che cosa è che porta alla scelta missionaria tante donne. Ripercorriamo la storia di due millenni, partendo dalla Maddalena che per prima annunciò la risurrezione dando così inizio al movimento missionario e analizziamo come si è superata, dopo il Concilio, l'idea di "piantare" la Chiesa in altri popoli, luoghi, spazi, culture, riscattando l'origine della missione, che è la Chiesa in uscita. Con il titolo della rivista Siamo tutte missionarie, continua Pinci, “intendiamo sottolineare l’advocacy oggi di donne religiose e laiche, che è fede, impegno umano e sociale, generosità e gratuità totale. La missione è un principio, è un modo con cui si entra in contatto con gli altri, con l’Altro. È inquietudine per chi è escluso”. “Fortunata Bakhita Quascè è stata per me una sorella nell’ impegno contro la tratta” - afferma suor Bottani - la sua vita libera, la sua fede, la sua perseveranza coraggiosa, mi hanno sostenuto nei momenti difficili”.

La missione nasce dall’incontro con Dio

Senza avere a disposizione documenti scritti, perché Fortunata non ne ha lasciati, ma con lo scrupolo di una ricerca storica, Maria Tatsos racconta Suor Fortunata Bakhita in un romanzo storico in coordinamento con le suore comboniane impegnate contro la tratta di persone. “La sua vita - è l’analisi di suor Anne Marie Quigg, superiora generale delle comboniane - ci ricorda che la missione ha la sua origine nell’incontro con Cristo ed avviene tramite la testimonianza e l’annuncio ricevuto da persone concrete. Da persone dalle quali Fortunata ricevette cura e educazione. Fu così che riconobbe la dignità di essere figlia amata da Dio”.


L’articolo si può leggere su 

https://www.vaticannews.va/it/chiesa/news/2023-01/donna-libera-schiavitu-storia-suora-fortunata.html?utm_source=newsletter&utm_medium=email&utm_campaign=NewsletterVN-IT

Ringrazio padre Nicola Galeno OCD per avermelo fatto conoscere.

Danila Oppio


NOMI E STORIE DI SABBIA DAL SAHEL di Padre MAURO ARMANINO

 


Cécé con Padre Armanino


       Nomi e storie di sabbia dal Sahel

Cécé, che faceva il piastrellista nella sua Guinea d’origine è appena tornato dall’Algeria dove non poteva mai uscire dal cantiere edile dove aveva trovato, infine, un lavoro precario. Dice che lo pagavano a volte e meno del dovuto. Non valeva la pena rimanere ancora ed ha scelto dunque di tornare a casa per ritrovare lo stesso mestiere che aveva lasciato l’anno prima. Un’andata e un ritorno a tappe che traccia geografie politiche, frontiere immaginate, espulsioni, deportazioni, allontanamenti mirati e destini sconfitti. Il sentimento di vergogna per quanto investito in termini di tempo, denaro, energie, sogni e rimpianti si mescola con l’amaro sollievo di essere, malgrado tutto, ancora in vita. Non è poco di questi tempi nei quali i mari, i deserti e soprattutto l’uso delle frontiere non sono che sofisticati sistemi di eliminazioni a punti.

Arrivano il giorno dopo ma sono in città, a loro dire, da un paio di settimane. Entrambi originari della Liberia e partiti assieme alla volta del Sudan con la segreta speranza di raggiungere, via l’Egitto, l’Europa. Maurice  ha fatto l’università e insegnava mentre Amos si affermava come tecnico nell’ informatica. Solo che nel Sudan la situazione è tragica a causa della resistenza alla dittatura militare. Trovano inutile e impossibile rimanere ulteriormente nel Sudan e qui sopravvivono dormendo dove possono ospiti del Mercato Grande di Niamey. Sono in attesa di rifare il cammino di ritorno al Paese che li ha abbandonati dopo averli illusi con un presidente e una pace senza pane e fantasia. Profumano di viaggio e di avventure mai sopite perché vanno in Liberia con qualche anno e alcuni deserti in più da raccontare a coloro che hanno lasciato a casa.

Vivono, assieme a James, i suoi quattro figli e la madre, sotto una precaria tenda che non protegge da nulla. Come nuovi ‘naufraghi dello sviluppo’, come li definiva l’amico economista Serge Latouche anni or sono. Superstiti di un modello di società che non solo crea ma abbisogna di naufraghi come loro. Utili per tenere a bada la ciurma della nave, perché non si ammutini per dell’assenza di terra all’orizzonte. O allora sono anch’essi da annoverare tra i disertori che fuggono da quanto di più certo hanno, come noi, ereditato: una terra, le loro radici, una lingua e una storia. Rischiano un altrove senza avere le stesse garanzie di Abramo che, già anziano, aveva scelto di abbandonare la sua terra, con una parvenza di promessa divina. 

Invece Alfred giura che non era mai passato da noi, che era tornato dall’Algeria, che lì era stato prima braccato e poi espulso. Che aveva perso il suo bagaglio rubato alla stazione dei bus e per questo non aveva documenti! Niente della sua storia, lo avrebbe confessato il giorno dopo, corrispondeva al vero eppure era la sua unica storia del momento. Lui e altri nomi sono gli artisti di un mondo che, forse, solo la sabbia può tornare a creare con un sorriso di complicità.

       Mauro Armanino, Niamey, 22 gennaio 2023


lunedì 16 gennaio 2023

LA VITA di TERESA DI G.B. - Prima Conferenza di P. CLAUDIO TRUZZI OCD

• 1 • VITA di TERESA di G.B.

Conferenze di Padre Claudio Truzzi OCD

La fila dei pellegrini, in ordine, avanzava verso il Papa. Uno alla volta si fermava un attimo dinanzi al Sommo Pontefice per rendergli omaggio, in silenzio. Si alzava e lasciava il posto al seguente.  

Ad un tratto il movimento ordinato subisce un arresto più lungo del solito. 

Una ragazza, ai piedi del Papa stava parlandogli, contravvenendo al rigido protocollo. Volti che esprimevano gli interrogativi più disparati o disapprovazione per tanta "audacia" si erano voltati in direzione della causa dell'intoppo.

Chi era quella ragazzina quindicenne, dal volto inanellato da biondi capelli, che stava supplicando il Papa con tanto ardore? Dove aveva trovato tanto coraggio, lei che fino a pochi mesi prima piangeva se appena qualcuno soltanto la guardava? Che cosa aveva di tanto importante da farle superare ogni ostacolo per presentarlo addirittura al Papa?


UNA FAMIGLIA CRISTIANA 

“L’albero buono non può dare che frutti buoni…”. 

Conosciamo i genitori di Teresa: Luigi Martin e Zelia Guérin.

•  Luigi Martin, di professione orologiaio e gioielliere, aveva concepito in gioventù il proposito di farsi 

monaco, ma nel 1845 non gli fu permesso d’entrare nel monastero del Gran San Bernardo per il fatto che avrebbe prima dovuto imparare il latino. 

Per un motivo non noto, un analogo permesso era stato negato a Zelia Guérin, che desiderava entrare tra le Suore della Carità: esse gestivano l'Ospedale Nuovo di Alençon, il suo paese. Anche lei si era allora orientata verso il matrimonio. 

Il primo incontro con Luigi avvenne sul ponte di San Leonardo. La giovane produttrice del raffinato "punto di Alençon", mentre Luigi le passava davanti, udì distintamente una voce interiore che le diceva: «È questo l'uomo che ho preparato per te». – Erano gli stessi giorni di grazia durante i quali l'Immacolata, cui Zelia si era rivolta, sorrideva nella grotta di Massabielle alla piccola Bernadette Soubirous –. 

Il matrimonio ebbe luogo nella chiesa parrocchiale di Alençon, dopo pochi mesi di fidanzamento, il 13 luglio 1858, tre giorni prima dell'ultima apparizione di Lourdes.

 A parte questo preludio, la vita di questi due sposi si svolse, per 19 anni – tanto durò il loro matrimonio –, immersa nella quotidianità di una famiglia come le altre, benestante, in cui il lavoro e l'educazione dei figli assorbivano quasi tutto il tempo della giornata. Soltanto che i due sposi vivevano da cristiani i loro doveri di stato, iniziando la giornata con la messa quotidiana, praticando il rispetto delle leggi della Chiesa, partecipando alla vita della parrocchia, mettendo un particolare accento sul riposo della domenica, confessandosi frequentemente, pregando il “buon Dio”, secondo l'espressione sempre sulle labbra di Zelia, di mandare loro dei figli affinché potessero allevarli «per il Cielo». Ne ebbero nove; conobbero quattro volte il dolore della morte prematura – che non era purtroppo un'eccezione a quei tempi – e crebbero con amore le cinque figlie femmine che raggiunsero l'età adulta.

L'ultima a venire alla luce, nel gennaio del 1873, fu Teresa, la notte dal 2 al 3 gennaio 1873, al numero 42 di via Saint-Blaise ad Alençon. Battezzata nel pomeriggio del giorno 4 nella chiesa di Notre-Dame, la bambina riceve i nomi di Maria Francesca Teresa

«Queste ragazze erano formate, fin dalla giovinezza, a una pietà molto seria e fervente... La loro vita era poco tesa verso l'esterno; avevano tutte gli stessi gusti e le medesime abitudini cristiane, ed amavano molto restare insieme». (P. A.)

 Teresa affermerà: 

«Avevo soltanto buoni esempi intorno a me; naturalmente volevo seguirli». (A-32)

INFANZIA: GIOIA E DOLORE   

(2 gennaio 1873 - 25 dicembre 1886)

Secondo la sua stessa testimonianza l'infanzia si divide in due parti tra loro contrastanti: prima la gioia; poi, dopo la morte della madre (28 agosto 1877), la sofferenza, accompagnata da ipersensibilità e timidezza. 


1 – Sereno senza nubi

Da genitori avanti negli anni, specialmente da mamma sofferente e affaticata (aveva 42 anni), Teresa non poteva ereditare che una salute precaria. Benché ben costruita, ella era assai vulnerabile: anche da piccina soccombeva facilmente a bronchiti, a infiammazioni polmonari con febbre alta ed oppressione. 

Esternamente la piccola appariva alla mamma come "una biondina ardente e allegra, dalla testa inanellata da riccioli di seta, radiosa nello splendore profondo dei suoi occhi smarriti".

Indole felice e intelligenza precoce caratterizzano la sua infanzia.

   Era affettuosissima: «Per tutta la vita è piaciuto a Dio circondarmi d'amore: i primi ricordi sono sorrisi e carezze tenerissime; ma, se Egli mi aveva messo intorno tanto amore, me ne aveva posto anche nel cuore, creandolo amante e sensibile: così amavo grandemente Papà e Mamma, e dimostravo il mio affetto in mille modi, perché ero molto espansiva». (A-14)

Teresa è attaccatissima alla mamma: "... Povera bimba, non mi vuole lasciare, sta sempre con me; le piace tanto andare in giardino, ma se non ci vado anch'io, non ci rimane e piange fino a quando me la riportano". (LT. a Maria e Paolina, 25-6-1874).

– "È una bambina che si emoziona facilmente. Appena ha fatto un piccolo maldestro, bisogna che lo sappiano tutti…". (Lettera a Paolina 1876)

Ancora la mamma: "...Ha un cuore d'oro, ed è tanto carezzevole e molto franca; è curioso vederla quando mi corre dietro per farmi le sue confessioni: «Mamma, ho dato una spinta a Celina, una sola; e le ho dato un colpetto, ma non lo faccio più». Così per tutto quello che fa". (Lt a Paolina 14-5-1976)

–  Ma non tutto è rosa e fiori: i difetti non mancano. 

Nella stessa lettera la mamma confessa: “[Teresa] è anche più intelligente di Celina, ma meno dolce assai; e soprattutto di un'ostinazione quasi invincibile; quando dice "no", niente da fare; la metti in cantina tutta la giornata, lei ci dorme piuttosto che dire 'si’:". Ed ancora: "Sono costretta a correggere quella povera piccolina che va in furie paurose; quando le cose non vanno secondo le sue idee; si rotola per terra come una disperata credendo che tutto sia perduto. Ci sono momenti in cui è più forte di lei, ne è come soffocata. È una bambina molto nervosa, eppure è deliziosa e intelligentissima: si ricorda di tutto" (a Paolina 5-12-1875)

Teresa stessa ricorda:  

«Ma c'era un altro difetto che avevo e di cui Mamma parla spesso nelle sue lettere; un grande amor proprio. Ne do due esempi soli... Un giorno Mamma mi disse: – Teresina, se tu baci terra, ti do un soldo –. Un soldo! Era la ricchezza per me! Per impadronirmene mi bastava abbassare la mia "altezza", giacché la mia statura "minima” non frapponeva gran distanza tra me e la terra, e tuttavia la mia fierezza si ribellò all'idea "bacia la terra": diritta, indomita, dissi alla Mamma: – Oh no, Mammina mia, preferisco fare a meno del soldo! – (Manoscritto A-30).

Un'altra volta la obbligano a mettere un vestitino con le maniche lunghe. Nota Teresa:  

«Mi feci vestire con l'indifferenza che dovevano avere le bimbe dell'età mia, ma intimamente pensavo che sarei stata molto più carina con le braccine nude. Con una natura come la mia, se fossi stata educata da genitori privi di virtù, oppure se, come Celina, fossi stata viziata da Luisa [persona di servizio della fam. Martin] sarei diventata un cattivo arnese, e, forse, mi sarei perduta» (A-31)

Teresa però ammette che se aveva amor proprio, possedeva  

«anche amor del bene. Appena iniziai a pensare seriamente (e ho cominciato piccina, piccina), bastava che mi dicessero: – Questo non è bene –, che io non me lo facevo ripetere due volte». (A-32)

Verso i tre anni ha già l'abitudine di non "rifiutare nulla al buon Dio".

Al processo di canonizzazione la sorella Maria testimoniò che: "Fin da piccina mostrò un completo dominio di sé; a quell'età in cui le pene prendono proporzioni gigantesche, sapeva dominarsi per consolare gli altri. Mai si lamentava delle sue piccole pene che sopportava in silenzio". E ancora: "La sua forza d'animo si manifestò sin dai primi anni. Quand'era corretta, non si scusava mai. Un giorno, ripresa severamente dal babbo in una circostanza in cui non aveva mancato, non disse una sola parola in sua difesa".

Teresa riconosce le buone disposizioni iniziali: 

«Com'ero felice a quell'età. Cominciavo a godere della vita; ma la virtù aveva un fascino per me, ed ero, mi pare, nelle medesime condizioni nelle quali mi trovo oggi, avendo già una grande padronanza sulle mie azioni. Trovavo un fiore sotto ogni passo e il mio carattere contribuiva a rendere felice la mia vita». (A – 40/41) 

C'è un episodio, che Teresa stessa definisce come l'immagine della sua vita: 

«Un giorno Leonia, pensando di essere troppo grande per giocare con la bambola, venne da noi con un paniere pieno di vestiti e di pezzetti di stoffa per farne altri; su queste ricchezze stava distesa la bambola. – Prendete, sorelline, scegliete, vi do tutto –. Celina allungò la mano e prese un pacchetto di gale che le piacevano. Io riflettei un attimo, poi allungai la mano e dissi: – Io scelgo tutto! –, e presi il paniere senza tanti complimenti. Quelli che assistevano alla scenetta trovarono la cosa molto giusta, e la stessa Celina non si sognò di protestare ...

Questo minimo tratto della mia infanzia – nota Teresa – è il riassunto di tutta la mia vita. Più tardi, quando la perfezione mi apparve... esclamai. – Dio mio, scelgo tutto. Non voglio essere santa a metà, non ho paura di soffrire per Voi…; scelgo tutto quello che Voi volete!». (A-37) 

** Che dire?  Le categorie di bene e di male che le erano suggerite dai discorsi dei familiari, dal loro comportamento, sembrano sottolineate la molta severità. 

Teresa scrisse che i suoi difetti d'infanzia furono «repressi per tempo»: repressioni che le servirono poi ad avanzare nella perfezione diminuendo nell'amor proprio e progredendo nell'amor del bene, al punto che – come abbiamo letto – bastava che le dicessero che "una cosa non era bene" affinché non avesse più voglia di farselo ripetere; le dicevano pure che questo o quello dispiaceva al “piccolo Gesù” per cose che in una bimba della sua età, per quanto precoce, non potevano avere quella rilevanza morale che, in buona fede, le volevano far credere.  Si pensi ai commenti di Teresa sugli episodietti sopra elencati. Nella memoria di Teresa restarono come indizi di vanità e di orgoglio, mentre risulta improprio l'espediente di farle baciar terra per donarle poi un soldo in premio, come sembra pur eccessiva l'etichetta di bugia con cui qualificavano molte risposte di bambine della sua età.

Il suo piccolo mondo era pregnante di elementi etico-religiosi veramente inconsueti in una normale educazione ed accresciuti inoltre dalla sua percettività eccezionale.

Orfana

La "primavera" terminò presto! La signora Martin soffriva di un male di natura cancerosa. I primi sintomi si erano manifestati fin dal 1865; nel 1876 si palesò in modo tale da far ritenere il suo caso come disperato.

Teresa ha quattro anni quando la madre viene strappata alla sua sete di tenerezza. In quei giorni sembrava che nessuno si occupasse di lei, che la si volesse tenere lontana. Ma lei notava tutto, intuiva il significato della morte e della perdita della mamma. La sua giovane anima ne fu ferita in profondità.

Il giorno delle esequie della mamma, «il buon Dio volle darmene un'altra sulla terra e volle che scegliessi liberamente». E se Celina si gettava nelle braccia della sorella maggiore, Maria, Teresa si buttò in quelle di Paolina. (cfr. A-44)

*   Nel novembre 1877, il signor Martin con le cinque figlie (Maria, Paolina, Leonia, Celina e Teresa) si trasferisce a Lisieux, ai Buissonnets, una graziosa villetta situata su una collina, vicino allo zio Guérin. 

«Non soffrii lasciando Alençon. I bimbi gradiscono i cambiamenti; 

e venni a Lisieux con piacere».   (A–6)

Tutto sembrò riprendere il ritmo normale. Paolina, come sua seconda mamma, le era vicina da quando si svegliava; l'aiutava a vestirsi, a recitare le preghiere. Più tardi, con l'aiuto delle sorelle, Teresa impara a leggere e a scrivere.

I suoi passatempi? Le piaceva coltivare fiori nel giardino..., si divertiva ad erigere altarini in una nicchia del muro...; ma, soprattutto, erano giorni belli quando il papà la conduceva con sé a pescare. Le piaceva tanto la campagna, i fiori, gli uccelli. 

«Qualche volta – ricorda – anch'io m'ingegnavo di pescare con la mia piccola lenza, ma preferivo sedermi "sola" sull'erba in fiore; allora i pensieri si facevano profondi e l'anima mia, senza sapere che cosa fosse meditare, s'immergeva in una vera orazione... Ascoltavo brusii lontani. Il murmure del vento ed anche la musica indefinita dei soldati, la cui risonanza arrivava fino a me, mi riempi-vano il cuore di malinconia dolce. La terra mi pareva un luogo d'esilio, sognavo il cielo...». (A–50)

Nel pomeriggio il babbo l'accompagnava a passeggio: facevano la visita al Santissimo, cambiando chiesa ogni giorno, finché capitarono di entrare anche nella cappella del Carmelo: 

«Papà mi fece vedere la grata del coro, e disse che là dietro stavano le religiose. Ero ben lontana – nota Teresa – dal pensare che 9 anni dopo ci sarei stata anch'io!». (A-48)

Spesso si recava dagli zii Guérin, dove trovava la compagnia delle cuginette Giovanna e Maria di nove e sette anni. Un giorno il padre la condusse al mare. Teresa aveva 5 anni e otto mesi:

«Mai dimenticherò l'impressione che mi fece il mare: non potevo fare a meno di guardarlo continua-mente. La sua maestà, il fragore dei flutti, tutto parlava all'anima della grandezza e della potenza di Dio…. La sera, all'ora in cui il sole par che si tuffi nell'immensità delle acque, lasciandosi davanti un solco luminoso, andai sopra una roccia con Paolina sola. Lo contemplai a lungo, quel solco luminoso, immagine della grazia che rischiara il cammino su cui passerà la piccola nave dalla vela bianca. Accanto a Paolina presi la risoluzione di non allontanare mai l'anima mia dallo sguardo di Gesù, affinché voghi in pace verso la Patria del Cielo». (A-73)

** Riflessioni che denotano un'estrema malinconia, quasi stanchezza della vita: appaiono inconsueti e non rispondono a molti valori riscontrati nella sua prima infanzia.      **

Ma il "caratterino" non era per nulla domato. 

Non potendo andare al "mese di Maggio" con gli altri, essendo ancora piccola, si era costruita un piccolo altarino, così minuscolo... che due fiammiferi, di numero, funzionanti da candela erano sufficienti ad illuminare il tutto. Una sera era tutto pronto per iniziare la preghiera, e Teresa si rivolge alla domestica: «Per favore, Vittoria, cominciate il "Memorare", io accendo». 

La domestica fece finta di iniziare, ma non disse nulla, e la guardò ridendo. 

«Io – racconta – vedevo i miei "preziosi fiammiferi" che si consumavano rapidamente e la supplicai di dire le orazioni; ma lei, silenzio. Allora mi alzai e le dissi forte che era cattiva, e uscendo dalla mia dolcezza consueta, battei il piede con tutte le mie forze... 

La povera Vittoria non aveva più voglia di ridere, mi guardò stupefatta e mi fece vedere il lucignolo che mi aveva portato... Dopo aver sparso lacrime di stizza, versai quelle del pentimento sincero, col fermo proposito di non ricominciare mai più.» (A-53)

Questa volta si pentì, ma…. Teresa voleva un calamaio posto sul camino della cucina. Lei era troppo piccola per prenderlo e lo chiese gentilmente a Vittoria, ma lei rifiutò, dicendole di salire sopra una sedia. 

«Io non fiatai – ricorda Teresa –. Presi una seggiola, e intanto pensavo tra me che lei era poco amabile. Volendo farglielo sentire, cercai nella mia minuscola testa ciò che mi offendeva di più: lei spesso mi chiamava, quando era stanca di me, "piccola mocciosa", e questo mi umiliava molto. 

Allora, prima di saltar giù dalla seggiola, mi voltai con dignità e le lanciai: "Vittoria, siete una mocciosa!". Poi fuggii, lasciandola a meditare sulla profonda parola che le avevo detta...". (A-54)

Naturalmente fu obbligata a chiedere scusa, ma,

«lo feci senza contrizione, pensando che Vittoria non aveva voluto allungare il suo grande braccio per farmi un piccolo favore: perciò meritava il titolo di "mocciosa". (Ibidem)

Ferita profonda (1877-1881)

Come abbiamo detto, sembrava che tutto fosse tornato a sorriderle. Ma era apparenza. Nella sua anima era avvenuto un cambiamento profondo che perdurò dai quattro anni e mezzo fino ai quattordici.

Alla morte della mamma non aveva pianto molto, non aveva parlato con nessuno di quanto provava, ma era rimasta scossa e la ferita sanguinava. 

La presenza della signora Martin, pur avendo costantemente influito sulla sensibilità, l'intelligenza, e l'affettività della figlia, vivacizzava l'ambiente familiare con interessi di altro genere, e offriva alla sua ultimogenita che le stava sempre accanto, la sicurezza massima. La forza di volontà e l'innata fierezza della bimba traevano dal comportamento attivo della madre stimolazioni positive.

La perdita di lei – che in definitiva possedeva una natura equilibrata per vivacità di carattere, intra-prendenza, chiarezza di programmi – contrasse violentemente in Teresa i valori della vita, riducendone spazio e ritmo. Venne, infatti, a mancare il fattore più positivo per la crescita della bambina; le vennero meno i correttivi alle lacune che erano presenti in famiglia Martin, tra le quali si possono indicare la mancanza di amicizie infantili, l'impossibilità di evasioni in altri gruppi di mentalità diversa e di maggior espansione di vita, tanto richiesta dall'animo di Teresa. 

Non c'era stata ancora per la piccola una preparazione alla vita di relazione con gli estranei, sicché l'incontro con gli altri le si presentò subito difficile. 

Sull'animo suo scese improvvisamente un velo di tristezza e nell'intimo della coscienza si annidò il verme roditore e critico d'insufficienza di affetto.

“Bambina e fanciulla, piangeva per niente" – ricorderà Paolina. 

Lei stessa confessa: 

«l mio carattere felice cambiò totalmente dopo la morte della mamma; viva ed esplosiva com'ero, divenni timida e dolce, fin troppo sensibile. Bastava uno sguardo per farmi piangere; bisognava che nessuno si ricordasse di me perché fossi contenta. Non sopportavo la compagnia degli estranei e ritrovavo la mia gaiezza solo nell'intimità della famiglia». (A-45) 

La timidezza la rese insicura, e dinanzi alla gente passava per incapace, maldestra. 

Soffriva soprattutto per la sensibilità del suo cuore e la delicatezza dei suoi sentimenti.

•  Questo stato d'animo spiega le difficoltà che incontrò in seguito ed anche il peggioramento della salute. Tutti gli inverni si ammalava; d'estate, qualche volta aveva male di stomaco. 

Paolina la curava con amore e cercava di distrarla in ogni modo. Accoglieva le sue confidenze, scioglieva i suoi dubbi, la trattava con dolcezza, ma in modo fermo. Non le perdonava un'imperfezione, non tornava su una decisione presa. Così Teresa divenne "una ragazza posata, calma, per nulla fantasiosa" (Paolina). E Teresa le è riconoscente perché Paolina l'abituò a vincere i suoi timori. Senza quell'educa-zione – confessa – «sarei diventata pavidissima, mentre ora è proprio difficile che mi spaventi». (A-64)

Ma più che la solitudine e l'insicurezza intima doveva pesare su lei la mancanza di un interlocutore di sua piena fiducia. Aveva, sì, scelto Paolina come seconda mamma, ma una mamma non può esser sostituita pienamente [Teresa non si aprirà mai del tutto a Paolina]. Per esempio, il problema della vita e del suo stesso corpo non trovava chi glielo sapesse risolvere. Teresa osservava tutto in silenzio, ma le risposte che si dava non erano soddisfacenti. «Quand'ero piccina – confesserà – io avevo dispiacere di avere un corpo; ci stavo dentro a disagio: me ne vergognavo». 

Se a questa asserzione si aggiunge la testimonianza di Paolina, la quale affermò che Teresa solo più tardi era arrivata a capire che "tutto è puro, per chi è puro", si può intuire quale travaglio interiore questa sensibilissima creatura sperimentò nell'apprendere i processi della generazione. Né in casa, né fuori casa, né con adulti né con coetanei Teresa poteva chiarire a se stessa la bellezza della vita, dell'amore che scopriva fremere nell'erbe dei prati o fra le fronde degli alberi. 

Se tutto questo meraviglioso mistero si fosse dispiegato attraverso il linguaggio limpido di una madre o di un'amica, certamente Teresa, così sensibile alla vita, avrebbe sperimentato momenti assai diversi da quelli segnati nelle pagine della sua adolescenza. 

Comunque, tutto considerato, questi primi anni furono sereni. 

Confessa Teresa: 

«La mia vita scorreva tranquilla, felice. L'affetto da cui ero circondata ai Buissonnets direi quasi che mi faceva crescere; ma senza dubbio ero abbastanza grande per cominciare a lottare, a conoscere il mondo e le miserie di cui è pieno». (A-73)

In collegio

Giunse il tempo della scuola, e per Teresa si aggravarono le sofferenze.

Dopo la prima formazione in famiglia, Teresa entra in collegio, presso l'abbazia delle Benedettine di Lisieux (3-10-1881). Ha otto anni e mezzo e vi rimane quasi cinque anni, sempre come semi-convittrice. 

Le religiose nutrivano per Teresa affetto e sollecitudine e consideravano Teresa “un’allieva molto intelligente e molto pia, ma troppo timida”. 

Si rendevano conto, tuttavia, che abituata all'intimità della famiglia, incontrava difficoltà nell’adattarsi ad un ambiente così diverso.

Teresa dichiara, infatti, che quegli anni di collegio furono «tra i più tristi» della sua vita. (A–74). Troppa la differenza fra i due ambienti! Non riusciva ad inserirsi nei divertimenti delle compagne (più grandi di lei e con altri interessi), né ad affiatarsi pienamente neppure con le insegnanti. 

Ogni giorno, all'una e mezzo, mentre le compagne si divertivano, lei si appartava o preferiva ritirarsi in Chiesa a pregare... 

Non è che a casa, d'altronde, fosse molto compresa per questo disagio: spesso piangeva in silenzio e non si confidava con nessuno, perché tutti erano intenti a farne una personcina a modo. Lei apprezzava tutto ciò, ma non le riusciva di superarsi, distrarsi, liberarsi... 

Nello studio riusciva ottimamente; faceva fatica ad imparare a memoria, ma riteneva bene il senso delle cose. L'attirava particolarmente l'istruzione religiosa: era avida di spiegazioni, e talvolta poneva domande così profonde da sembrare imbarazzanti. 


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sabato 14 gennaio 2023

IL PREZZO DELLA SABBIA E LA SABBIA DA BUTTARE DI NIAMEY

 


             Il prezzo della sabbia e la sabbia da buttare di Niamey

C’è sabbia e sabbia.  Quella che si vende, quella gratuita e quella da buttare. La sabbia bianca è più cara di quella rossa ma entrambe sono aumentate di prezzo a Niamey, capitale e cantiere permanente. I motivi dell’aumento dei prezzi della sabbia da costruzione sono molteplici. Complice il livello dell’acqua del fiume è più difficile trovare posti utili all’operazione. Le tasse della municipalità e il rincaro del gasolio rendono il viaggio di sabbia col camion più oneroso a seconda dalla distanza da percorrere. Molta gente vive della sabbia. Gli scavatori, i rivenditori, i trasportatori e infine i lavoratori sui cantieri che, grazie alla sabbia, sbarcano il lunario in questi tempi di recessione armata. 

La sabbia gratuita si respira con la polvere, si porta in giro senza accorgersene, si adagia come un tappeto e si confonde con la cronaca. Il quotidiano dei cittadini né è impregnato perché, dalla politica all’economia passando per il lavoro, la sabbia è come un cane fedele che aspetta il ritorno a casa del padrone. Inutile lamentarsi della lentezza della connessione del net, dell’incertezza della linea telefonica appena riparata o delle fatture esorbitanti dell’elettricità. La sabbia costituisce come il collante di un mondo che, senza di lei, cadrebbe nel mercantilismo più feroce di cui la gestione della pandemia del Covid ha dimostrato i limiti.

La sabbia da buttare, invece, si trova di norma lungo le strade della città. Passano con irregolare scadenza i pulitori che, armati di giubbetto verde, ramazza, pala e carriola, ammassano la sabbia e poi la spostano più in là di qualche metro. Essa, consapevole della sua identità, torna appena possibile al posto a lei assegnato dal destino. La sabbia da buttare è costituita dalla maggioranza del popolo che vive nell’indigenza. Appare il più sovente come carico da buttare, se necessario, per salvare la nave dal naufragio. Sono decretati inutili, invisibili e superflui. Sono coloro che si sanno attraversati dalle elezioni presidenziali, le campagne elettorali, i progetti di sviluppo e le promesse di un paradiso nel caso tutto il resto andasse male. 

Delle tre sabbie citate, quella che è aumentata di prezzo, quella gratuita e la sabbia da buttare, sarà quest’ultima che, come preziosa eredità, rimarrà per sempre sulle strade della storia.

   Mauro Armanino, Niamey, 15 gennaio 2023



lunedì 9 gennaio 2023

ANNO NUOVO E POLVERE ANTICA: IL TEMPO DEL SAHEL di P. MAURO ARMANINO

 


                         Anno nuovo e polvere antica:

 Il tempo del Sahel

Cambiamento climatico o no, la polvere portata dal vento è arrivata puntuale come un orologio svizzero di una volta. Qui nel Sahel abbiamo tutto il tempo del mondo, all the times in the world, cantava il grande Louis Armstrong. Sotto il sole del Sahel abbiamo un tempo per tutto e tutto per un tempo, proprio come affermava a partire dall’esperienza, il saggio Qoelet. Un tempo per partorire e un tempo per morire, un tempo per piantare e un tempo per deforestare. Un tempo per piangere e uno per ridere, un tempo per lamentarsi e un tempo per danzare. Un tempo per abbracciarsi e un tempo per astenersi. Un tempo per cercare e un tempo per perdere, un tempo per custodire e un tempo per buttare. Un tempo per parlare e un tempo per tacere, un tempo per amare e un tempo per odiare. Un tempo per la guerra e un tempo per la pace che il Sahel ha persa. Chi potrebbe affermare, dice ancora il saggio, che qualcosa è accaduto per la prima volta?

Altrove non c’è più tempo e anche per questo si moltiplicano gli orologi in modo esponenziale. Li si trova dappertutto, dai cellulari alle insegne delle farmacie passando per i negozi senza dimenticare quelli ancora ai polsi dei nostalgici. Il tempo non basta mai per la semplice ragione che quando diventa la misura del denaro o come una preda da cacciare sarà sempre altrove: un passo in avanti. Qui sappiamo bene che il tempo va abitato con rispetto e stupore per quanto può offrire ogni giorno perché ogni giorno è una vita. Ci si attarda a salutare senza contare il tempo e se qualcuno muore tutto si ferma ad oltranza per vivere bene il commiato. Qui nel Sahel, tra il tempo e la vita, si è sviluppata un’ingenua complicità perché ciò che conta è il presente. La casa, il lavoro, la salute, la scuola, i matrimoni, la politica e persino le religioni, costituiscono l’esempio più eloquente dell’incertezza che trova nella polvere il suo destino. La polvere è da noi la misura del tempo.

Sono cambiati i calendari perché si è deciso che l’anno nuovo è arrivato e poi, nell’insieme, tutto continua come e quanto prima. Non c’è nulla di magico nella storia umana perché essa non fa che raccontare a memoria quello che le abbiamo insegnato con le viltà e gli eroismi di ogni giorno. Ecco perché vale la pena mettersi in ascolto della polvere, fedele compagna quotidiana del Sahel. Umile, paziente, tenace, fedele, costante e lieve, arriva col vento come alleato e offre a tutti, senza distinzioni di ceto sociale o discriminazioni di classe, la sua gratuita Epifania. In effetti tra il tempo e la polvere si è instaurata come un’alleanza che il passare delle stagioni e degli imperi non ha fatto che rendere più autorevole. La polvere copre il tempo con delicata premura e il tempo, da parte sua, ricorda alla polvere che in lei e da lei tutto nasce e tutto torna. L’eternità non è che polvere che il vento porta lontano, verso il mare.

                                                                                            

     Mauro Armanino, Niamey, 8 gennaio 2023

BENVENUTO|

Il Paradiso non può attendere: dobbiamo già cercare il nostro Cielo qui sulla terra! Questo blog tratterà di argomenti spirituali e testimonianze, con uno sguardo rivolto al Carmelo ed ai suoi Santi