AFORISMA

Meglio aggiungere vita ai giorni, che non giorni alla vita
(Rita Levi Montalcini)

Nostra Signora del Carmelo

Nostra Signora del Carmelo
colei che ci ha donato lo scapolare
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domenica 24 novembre 2024

MILLE ANNI PER L' "AVE MARIA" - 2° conferenza per l'Avvento di Padre CLAUDIO TRUZZI OCD


MILLE ANNI PER L’ “AVE MARIA”

** Il Santo Padre, Giovanni Paolo II, aveva affidato il Giubileo a Maria, 
«Un atto dovuto a Maria … non potrebbe essere una meditazione tranquilla sulla sua grandezza e bontà, rivitalizzando la preghiera che più spesso le rivolgiamo, l’“Ave Maria”?
Sicuramente dall’infanzia siamo cresciuti recitando “avemarie”. Può darsi che da allora l’abbiamo recitata migliaia di volte, questa semplice preghiera, una delle prime mandate a memoria. 
Perché non provare a recitarla, a meditarla, come se fosse la prima volta che lo facciamo, liberandola, cioè, da ogni peso di possibili abitudini meccaniche e monotonie, con cui talvolta la circondiamo?
Proprio così. Può darsi che l’ “Ave Maria”, 
– produca in alcuni l’eco di preghiere stanche e sonnolenti; 
– o suggerisca mormorii e bisbigli di vecchiette, più o meno devote;
– o ci trasporti a quei rosari parrocchiali detti da “avemarie mordi-la-coda”, perché sembra che stia lottando un gruppo con l’altro per iniziare la propria parte prima che l’altro abbia terminato la sua...
Tuttavia, né questo modo di pregare, apparentemente meccanico, è tanto negativo; né l’ “Ave Maria” può ridursi ad un pregare meccanico. 
– Primo, perché dietro quest’apparente automatismo labiale con cui si sgranano milioni di “avemarie”, non cessa d’esserci virtù: l’inestimabile virtù d’essere giunti a convertire la propria preghiera in qualcosa tanto spontaneo  – e per ciò stesso, meccanico – come la propria respirazione. 
– E sosteniamo il secondo, giacché, in verità, l’ “Ave Maria” è un tesoro che non possiamo camuffare nel biascicare di parole pronunciate a cascata. ...
L’ “Ave Maria” è una vera perla composta da verità rivelate e definizioni dogmatiche. In essa, una sola parola equivale a un piccolo inno; e termina con una supplica che è come un gemito sgorgante dal profondo della tragedia umana – fatta di peccato e di morte – e che poi si scioglie in un’attitudine di speranza e d’abbandono.
Nell’ “Ave Maria” si compie per intero il ciclo della maternità mariana. Riconosciamo Maria 
– come la madre che ci diede la vita; 
– come madre che veglia sulla nostra esistenza; 
– come madre, il cui influsso trascende la nostra piccola storia 
– come madre da cui dipende la nostra nascita alla luce, alla vita che non ha fine.
°   Di questa preghiera si sono date infinite definizioni. Da parte nostra consideriamola come il grido della coscienza collettiva del Popolo di Dio, che converte in lode e supplica il nucleo del messaggio rivelato»
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Quindi per questo prepariamoci a pregare insieme e con calma queste quarantuno parole, così, come se avessimo appena scoperto questa commovente formula di amore filiale. 
E contempliamo, passaggio per passaggio, col medesimo stupore di chi va scoprendo, una dopo l’altra, le diverse meraviglie dietro ogni angolo del cammino.
AVE!
Fra conoscenti è sempre stato normale salutarsi, per quanto fugace fosse stato l’incontro. 
Per questo pure Maria avrà salutato moltissime volte; e, a suo turno, sarà stata salutata da molti, sempre che, per esempio, s’incrociasse con qualche conoscente sulla strada. In un villaggio come Nazareth, tanto piccolo che neppure le meticolose mappe dei romani lo segnavano, tutti conoscevano la giovane Maria; tutti l’avrebbero salutata incontrandola, mentre andava alla fonte o con il gregge o in giro per qualche commissione. Tutti l’avranno stimata una ragazza buona, amabile e, sicuramente, tutti le avranno ricolto un saluto.
“La pace sia con te!” era il saluto più abituale di allora. Ebbene, anche oggi gli ebrei continuano a salutarsi con la medesima espressione, “Shalom!”. Finché un bel giorno... «Dio inviò l’arcangelo Gabriele in una città della Galilea chiamata Nazaret, ad una vergine, sposa di un uomo di nome Giuseppe della casa di Davide: il nome della vergine era Maria. Entrò da lei e le disse:“Salve, piena di grazia, il Signore è con te”!» (Lc 1, 6 ss.). 
Naturalmente questo saluto era molto più pregnante e sublime di quegli altri che accennavamo.
Fermiamoci un attimo ad approfondirne il significato e la ricchezza..
Il primo termine che l’angelo rivolge a Maria è la parola “Ave”. In italiano essa significa semplicemente “Io ti saluto”, “Dio ti salvi”. Equivale, né più né meno, al nostro “buon giorno!”. 
“Ave”, tuttavia, è un termine latino e l’arcangelo Gabriele certamente non si rivolse a Maria in latino, ma nel suo dialetto aramaico. Gabriele avrà usato la parola “Rannì”. Luca, però, non scrive il suo vangelo in latino o in aramaico, ma in lingua greca; e traduce “rannì” con “kairè”.
Perché tanta spiegazione d'idiomi? Per sondare nel vero significato di simile saluto, per scoprirne tutto un invito alla gioia. In effetti, quest'espressione greca significa: "Rallegrati!". Ed ogni volta che la dirigiamo a Maria, dovremmo farlo in questa chiave e con tale disposizione d’animo. Quando ripetiamo:
– «Rallegrati, Maria!», col profeta Gioele esclamiamo: «Alza grida di gioia, figlia di Sion. Rallegrati …, figlia di Gerusalemme. Non temere, perché Dio è con te!».
– «Rallegrati, Maria!», con le medesime parole dell’Angelo manifestiamo la ragione di tale gioia: «Tu concepirai e darai alla luce un figlio, che si chiamerà Figlio dell’Altissimo».
– «Rallegrati, Maria!» ti ripetiamo con il sacro autore, perché «tu sei la gloria di Gerusalemme, tu la gioia di Israele, tu l’orgoglio del nostro popolo».
È interessante sottolineare come la gioia suscitata in Maria da tale saluto non poté esaurirsi a quel momento; né possiamo ridurla a un puro ricordo di qualcosa che passò. Al contrario. Dobbiamo essere convinti che noi stessi possiamo riprodurlo nel suo cuore ogni qualvolta le ripetiamo con amore tali parole.
Dopo l’esperienza della sua Annunciazione, Maria sarà continuamente salutata in mille ed una occasione dal popolo cristiano. E Maria capterebbe tutte le sfumature, come anche noi differenziamo i saluti a seconda di chi ce li rivolge e secondo le espressioni e i toni. E se questo è vero, che emozione per lei quando i suoi figli la salutano con le stesse parole che quell’arcangelo usò in quell’occasione. La gioia e trepidazione che sperimenta ogni volta che le ripetiamo: «Ave, Maria!».

lunedì 19 febbraio 2024

13 - LO STILE DEL CRISTIANO - IL FICO CHE METTE LE FOGLIE (Il tempo di DIO) Conferenze di P. CLAUDIO TRUZZI OCD

Carissimi,

soltanto ora riesco a inviarvi l'ultima conferenza[13] sulla Parabole. Sono stato ricoverato per tre settimane in ospedale, ed ora mi hanno dimesso (ancora intero!). Se tutto andrà bene, ci rivedremo alla prossima serie. Se sì, non so ancora quando; ma ci risentiremo, a Dio piacendo. Vorrei però ringraziarvi tramite e-mail, non avendo potuto farlo a tempo debito. Vi auguro ogni bene.

 Padre Claudio

 

13 – STILE DEL CRISTIAN0 – IL FICO CHE METTE LE FOGLIE

 (il tempo di Dio)

Poi Gesù disse questa parabola: 

Osservate bene l’albero del fico e anche tutte le altre piante. Quando vedete che mettono le prime foglioline, voi capite che l’estate è ormai vicina. 

Così dovreste fare anche voi: quando vedrete che stanno per accadere tutte queste cose, sappiate che il regno di Dio è vicino. Vi assicuro che questa generazione non passerà prima che tutto avvenga. Cielo e terra passeranno, ma non le mie parole!».(Luca 21,28-33)


La pianta di fico è presa come paragone forse perché s’alzava con i suoi bottoni pregnanti pronti a emettere foglie, proprio dove Gesù – sul monte degli Ulivi – stava parlando ai suoi discepoli. (Dicono che il fico sia una delle piante più frequenti del territorio palestinese).

Per comprendere il significato della parabola, è bene collocarla nel suo contesto.

Siamo vicini ai giorni della Passione, quando ormai scribi, farisei, sadducei e ipocriti di ogni genere hanno stancata la pazienza del Salvatore: sembra proprio che tutta quella gente si rifiuti di credere all’evidenza più luminosa: 

– di miracoli, ne aveva fatti più del bisogno, 

– di verità, ne aveva annunziate: o a parole rotonde, o per mezzo di parabole (che le cose le dicevano sotto veli trasparenti da farle capire anche agli orsi); 

Qualcuno Gli aveva rivolte domande che facevano nascere la speranza che ormai fossero maturi i tempi, per buttarsi in ginocchio innanzi a Lui con un «credo» pieno di entusiasmo; invece erano sempre i medesimi: dicesse profezie o parlasse per allegoria, tirasse fuori insulti da bruciare la pelle o li animasse con i segni della misericordia, sembrava di parlare al muro: «ipocriti, razza di vipere, sepolcri imbiancati, assassini di profeti», non c’era niente da fare. Niente da fare neppure con la dolcezza, l’accostamento, il riferimento chiaro tra una parabola e un gesto di bontà.

Con i suoi discepoli esisteva, invece, una certa confidenza; anche se non sempre egli poteva essere tranquillo sul loro comprendonio: spiegava le cose con fiducia e parlava di cose o di avvenimenti per loro strani, ma che sono la base su cui costruire un cristianesimo serio. 

Era arrivato, Gesù, persino a piangere davanti a loro quando, osservando Gerusalemme e il suo Tempio, ne aveva previsto e predetto la distruzione e il castigo della città Santa, mentre il suo pensiero correva anche più avanti: alla fine del mondo. [Tanto da creare una certa confusione tra la distruzione del tempio e la distruzione del mondo].  

E fu proprio a proposito di questi accadimenti che egli raccontò la breve parabola del fico annunciatore di primavera. [Forse un Biblista vi potrebbe dare spiegazioni complete e precise; io m’accontento di dirvi le cose da catechismo (via sicura per il Paradiso)]

Il concetto che Gesù voleva esprimere è semplice e fondamentale: né Gerusalemme, né il suo Tempio, opera dell’uomo, sono eterni, e neppure il mondo è eterno: Dio solo ha in mano l’eternità e ne fa partecipi i suoi figli che si sforzano di vivere secondo la sua volontà. 

Anzi l’unico suo desiderio è che gli uomini non si lascino travolgere dalle cose e giungano impreparati al momento in cui il temporaneo finisce ed inizia l’eterno.

Questo momento in cui le cose cambieranno è nella mente di Dio ed è preparato, per quel che riguarda l’uomo, dal maturare di altri eventi. 

La distruzione di Gerusalemme avverrà quando sarà pronto l'imperatore romano Tito, il sacrilego profanatore del Tempio, il vendicativo distruttore di popoli; ma già aleggia nell’aria qualcosa che lascia intravedere “l’ira funesta” dei Romani).
La fine del mondo avverrà solo quando Dio vorrà, ma ha già fatto capire che essa avverrà; Lui sa di che cosa ha fatto il mondo e che consistenza ha la sua composizione.
Si ricordino dunque gli uomini che il tempo passa velocemente e che come l’estate giunge immediata-mente dopo le foglioline del fico, così la fine può avvenire dal mattino alla sera di un “giorno” più o meno lungo. Ma non dimentichi l’uomo che ci son conclusioni previste ancor più velocemente; guarda per esempio la vita di un fiore o la vita di un uomo.
E qui siamo entrati – con parlare... in italiano – in fatti estremamente chiari.
Tanto che noi anziani – che ci pare ieri quando ci spuntarono i primi baffetti (parlo di uomini, si capisce) – già ne abbiamo tagliati, lisciati dei mezzi chilometri e ci pare ieri che ponevamo le date 1950 -’80-’95-’99 ecc. e siamo nel 2024, e non abbiamo tanta certezza di raggiungere il 2026 o al 2029.
Il che, in parole povere, vuol significare che 
1° – tra le prime foglioline del fico e il fico con la goccia d’oro,... beh! c’è un fiato: 
2° – e che ... appena defunti..., siamo già nel mondo nuovo, come se il vecchio fosse distrutto.
Ma non prendiamocela poi tanto amaramente, perché se rimanesse sempre la primavera dalle foglioline tenere, addio bei fichi; ma addio anche buon vino, buon pane, e gioia del raccolto, come dire: addio speranza!


 UN FICO CHE NON RISPETTA LE STAGIONI
(Dio chiede “miracoli”)

«L’indomani, uscendo essi da Betania, Gesù ebbe fame. E veduto di lontano un fico che aveva foglie, andò a vedere se vi trovasse qualcosa; ma, avvicinatosi, trovò soltanto foglie. Non era, infatti, il tempo dei fichi. 
Prendendo allora a parlare, disse all’indirizzo del fico: “Nessuno mai più, in eterno, mangerà frutto da te!”. E i discepoli udirono. 
(…) Passando la mattina dopo accanto al fico, lo videro secco dalle radici. Pietro si ricordò e disse: – “Rabbì, vedi! Il fico che hai maledetto s’è seccato!” . 
E Gesù prese a dir loro: “Abbiate fede in Dio. In verità vi dico: chiunque dirà a questa montagna: Levati e gettati nel mare! E non esiterà in cuor suo, ma crederà che accadrà ciò che dice, l’otterrà» (Mc., 11, 12-14; 20-23)
Più volte ho tentato di evitare l’episodio del fico sterile. Mi dava un gran fastidio.
La pretesa di Gesù di cogliere un frutto allorché non è ancora la stagione, mi sembrava assurda, oltre che ingenua. Difficile trovare una giustificazione “ragionevole”. Meglio scantonare. Meglio epurare quella pagina del vangelo, scomoda. La scomodità è un conto, il ridicolo, un altro.
– Voltaire ci aveva riso a crepapelle. I teologi avevano cercato in tutte le maniere di scavalcare pietosamente la difficoltà, con modesti risultati.
Alcuni interpreti avevano persino insinuato il dubbio che il fatto derivasse da una tradizione spuria.
Alla fine, però una conclusione s’imponeva: proprio la sua non-ragionevolezza è la garanzia della sua autenticità. 
Quindi dobbiamo fare i conti anche con questo povero fico che ha l’unico torto di rispettare le stagioni. Si potrebbe definire una pianta colpevole di osservare scrupolosamente il regolamento!
Fosse almeno un parabola! Potremmo sempre scoprire un’applicazione che non faccia a pugni con la nostra logica. Invece si tratta di un episodio realmente accaduto. È un episodio che diventa parabola: la parabola che documenta le assurde pretese di Dio nei miei riguardi.
E, allora, per capire, per non scandalizzarmi, devo sbarazzarmi del mio buon senso; devo sradicare le mie esigenze razionali.
Quanti tentativi di ridurre a “dimensioni ragionevoli” le pretese di Cristo! Quante rassicurazioni ci sono state date in proposito. Quante volte abbiamo udito labbra “devote” sentenziare: “Dio non pretende tanto…”. Evidentemente, per questi “tranquillizzatori” di mestiere, l’episodio del fico che viene maledetto, dev’essere stata una banale svista del Signore, un grosso abbaglio in fatto di calendario.
Gesù Cristo non esige molto;  e non ci chiede neppure moltissimo. Ci chiede semplicemente l’impossibile. Pretende il miracolo. Quasi ci dicesse: l’amore deve far miracoli!
“Ho un professore esigentissimo”, si lamenta lo studente. Eppure Dio è “peggio” ancora. Quando vai a sostenere l'esame d’italiano, ha il coraggio d’interrogarti in … trigonometria.
“Il mio padrone non capisce nulla”, sbotta l’operaio. “Cinquecento bulloni al giorno. E lui adesso ne esige seicento. Non sa che cosa vuol dire…”. 
Eppure il Signore è ancora “peggio”. Aspetta da te il bulloni anche quando sei in ferie…
“La mia superiora sceglie soltanto me, che sono super-occupata…”. Eppure il Signore ti chiede quest’atto di fede, perché ha fiducia in te… 
“In casa mia i miei pretendono e si aspettano che faccia tutto io, che ormai sono anziana…”. Eccetera, eccetera...
••  Torniamo all'episodio. 
1 – «Gesù ebbe fame. Veduto di lontano un fico che aveva foglie, andò a vedere se vi trovasse qualcosa».
Lo vedo avvicinarsi a me. Ha fame. Punta lo sguardo e mi fruga dentro, perché cerca “qualcosa”: 
un frutto, anche uno solo, in mezzo al fogliame.
Fa l’inventario della mia mercanzia, per scoprire “qualcosa” che interessa a Lui. 
Mi auguravo che non si occupasse di me, non mi individuasse. Si accontentasse di passarmi accanto. Uno dei tanti alberi che fiancheggiano la strada. 
Perché concentrare la sua attenzione proprio su me? Perché frugarmi con quegli occhi implacabili?
Egli ha fame. E io sono un albero da frutto. Non una pianta ornamentale.
2 – “Ma avvicinatosi, trovò soltanto foglie”. Cioè
Un laico. “Il mio nome scritto sul registro dei battesimi. La tessera dell’Azione cattolica. L’immaginetta nel portafoglio. La medaglia di san Cristoforo sul cruscotto dell’auto. “Ho uno zio Monsignore”. 
Le mie chiacchiere… “Sono stato in pellegrinaggio ad Assisi, Lourdes, Medjugorie… Sono stato attento alla predica del parroco e risposto alla s. Messa. Sono persino abbonato al quotidiano cattolico, leggo il settimanale diocesano e ricevo il Bollettino di Sant’Antonio. Non vado a vedere – o non vedo – porcherie, sul computer ... Non faccio del male a nessuno…”.
Gesù:… Soltanto “foglie”; commenterebbe il Signore. “Tutto lì il tuo cristianesimo? Ma io voglio frutti, non foglie. Ho fame e la tua ombra non mi riempie lo stomaco…”.
3 – “Non era, infatti, il tempo dei fichi”.
Noi: “Signore, ragiona: non è la stagione; non ho avuto tempo. Perché tanta fretta? Sii comprensivo, dunque. Non sono un santo, in fin dei conti. Persino il sacerdote col quale mi sono consigliato, mi ha detto che posso star tranquillo, che non sono obbligato…
Avrei dovuto parlare? Prendere posizione? Ma non era opportuno; ci vuole prudenza, non bisogna precipitare le cose, si rischia di compromettere tutto. 
E poi,…  non se ne sarebbe cavato nulla ugualmente. Non è la stagione! 
Signore, controlla per favore il tuo calendario. Ci dev’essere uno sbaglio. Vedi di regolarlo sul mio, e lasciami … in pace”.
4 – “Prendendo allora a parlare, disse Gesù all’indirizzo del fico: – Nessuno più in eterno mangerà frutto da te –. E i suoi discepoli udirono”. 
Udirono… Chissà se anche compresero che la fede deve spuntarla sulle false necessità? Che l’amore ha il dovere di compiere miracoli?
“Tenevo un’agenda – confessa uno scrittore – sul mio tavolo. [Come molti di voi, credo]. Ogni giorno ci erano segnati i miei appuntamenti, le scadenze. Insomma, tutto ciò che dovevo fare.
Certi fogli erano massacrati di richiami, di impegni. Osservandoli, riconoscevo di “fare fin troppo”. In alcuni giorni, quando ero letteralmente strangolato dal lavoro, rubavo ore al sonno, per rispettare l’agenda. E mi illudevo di essere tremendamente esigente con me stesso.
Se avessi lasciato quell’agenda nelle mani del Signore… Vi avrebbe scritto sopra cose impensate, richieste folli, scadenze impossibili, cifre spropositate. Ed io, leggendo quelle esigenze assurde, avrei strabuzzato gli occhi e avrei avuto l’impressione d’impazzire. 
Avrei dovuto, invece, essere ubriaco di gioia, perché era segno che Dio mi riteneva capace dell’impossibile. Se Lui cerca il fico fuori stagione, significa che ama, stima quella pianta fino al punto di ritenerla capace del miracolo.
Chi non ama, chiede quisquilie. Gli uomini chiedono così poco alle creature: briciole di tempo, il corpo, la bellezza, qualche attimo di piacere, un po’ di considerazione, una manciata di denaro, qualche applauso, qualche inchino più o meno spontaneo…
Non li amiamo. Si limitano, perciò, a chiedere loro delle miserie. 
E così ci comportiamo verso Dio!! “Cercate prima il Regno di Dio, e tutto il resto vi sarà dato”. Sono parole di Gesù. Invece anche con Lui ci fermiamo alle “cianfrusaglie”, all'accessorio.
Dio invece, mi ama. Mi stima immensamente. Mi chiede, infatti, tutto. Esige da me l'impossibile.
Gesù Cristo non è morto in croce affinché io “non facessi del male a nessuno”, ma affinché diventassi capace di fare miracoli.   (liberamente da Pronzato – Vangeli scomodi – 319)


Gesù ripete spesso [e lo chiede il Padre stesso per il suo Figlio]: “ASCOLTATE!”
La nostra preghiera dovrebbe essere spesso questa: “Signore, apri la mia mente e il mio cuore!”
Ma che cosa comporta “ascoltare”?
Parlare è facile; non così ascoltare.
Udire, come chi sente piovere, sentire il suono di campane senza saper da dove venga, 
anche questo risulta semplice.
Non così dell'ascoltare.
Porsi all'ascolto di qualcuno, in primo luogo significa
allontanare tutto ciò che può distrarre
il nostro udito, la nostra mente, il nostro spirito.
Ascoltare è costruire un silenzio bastante denso che esprima il grido interiore:
“Ora non esisti che tu solo!
Ora non esiste per me altro suono che la musica delle tue parole!".
Porsi all'ascolto di qualcuno significa arrestarsi,
fermarsi in un luogo, por fine all'agitazione, come per dire:
"Ora tu sei il mio centro, la mia metà!
La mia strada conduce solamente a te!”.
Porsi all'ascolto di qualcuno significa 
staccare lo sguardo da se stessi e volgerlo verso l'altro,
giungere a faccia a faccia, come per dire:
"Sono qui! Non esiste per me nessun altro interesse!
Sono pronto ad accogliere persino il sussurro delle tue parole!”
Ascoltare equivale ad accogliere,
ad aprire completamente le porte dietro cui uno si ripara,
ad abbattere tante fortezze e frontiere dietro cui noi ci barrichiamo.
Ascoltare un altro equivale a non far caso a noi stessi e preferire l'altro.
È preferire colui che mi sta dinanzi,
ed accoglierlo con il suo sacco colmo di vestiti più o meno puliti;
però che sono suoi...
È accettare che entri in me,
significa ricevere l'altro con i suoi sogni e i suoi desideri,
con i suoi gusti e disgusti;  con le sue preferenze e fobie.
È prevedere che butterà per aria
gli scaffali della mia esistenza, ordinati con tanta cura;
significa cedergli il posto; offrirgli le chiavi di casa, come se gli dicessimo:
"La tua presenza butterà tutto a gambe all'aria, però corro il rischio: ti ascolto!".
••• Stiamo per entrare in Quaresima. 
Ebbene, la Quaresima è proprio il tempo dell'ascolto, 
perché è il tempo in cui, lentamente, assimiliamo questa Parola
che è venuta ad abitare fra noi.
Quaresima è il tempo in cui tutti coloro che ascoltano la Parola
imparano a cambiare le loro tenebre in chiarore;
il tempo in cui, ponendosi in ascolto,
assumono il rischio di intraprendere un cammino verso la luce.
La Quaresima  è il tempo in cui gli uomini ascoltano il Signore
attraverso l'altoparlante di ogni prossimo.
È quando tutto ciò che indurisce i cuori, si scioglie dinanzi al calore del Vangelo.
È quando sbocciano sulle labbra parole nuove
e nel cuore sentimenti nuovi
e la condotta si apre ad attitudini nuove....

Così nasce l'Altro – Dio – in noi.
Per questo, perché... la Quaresima è il tempo del nascere!

lunedì 29 gennaio 2024

Conferenze di P. Claudio TRUZZI- 12 STILE DEL CRISTIANO .B , ATTEGGIAMENTI COERENTI - 3 AMMINISTRATORE INFEDELE

 


 12 – STILE DEL CRISTIANO

b – ATTEGGIAMENTI COERENTI


3.  AMMINISTRATORE INFEDELE 

«Un uomo ricco aveva un amministratore, e questi fu accusato dinanzi a lui di aver dissipato i suoi beni. Il padrone lo chiamò e gli disse: “È vero quello che sento dire di te? Rendi conto della tua amministrazione, perché da questo momento non potrai più amministrare”. 

L'amministratore disse fra sé: “Che farò ora che il mio padrone mi toglie l'amministrazione? Zappare, non ho forza, medicare, mi vergogno. 

So io che cosa devo fare, affinché quando mi sarà tolta l'amministrazione, mi accolgano nelle loro case”. Chiamò uno ad uno quelli che avevano debiti con il suo padrone e disse al primo:“Tu quanto devi al mio padrone”. Quello rispose: “Cento barili d'olio”. Gli disse: “Prendi il tuo foglio, siediti e scrivi cinquanta”. Poi disse ad un altro:“E tu quanto devi?”. Quello rispose: “Cento misure di grano”. Gli disse: “Prendi il tuo foglio e scrivi ottanta”. 

Il padrone lodò quell'amministratore disonesto, perché aveva agito con scaltrezza. Infatti, i figli di questo mondo, nei loro rapporti con gli altri, sono più astuti dei figli della luce». (Luca 16,)

Si tratta, indubbiamente, di una parabola imbarazzante, persino scandalosa.

Un latifondista capta alcune voci circa l'irregolarità amministrative compiute da un suo fattore. 

Lo manda a chiamare. L'interessato non pensa neppure a discolparsi: i libri contabili gli danno torto. Il licenziamento risulta inevitabile.

Ciò di cui lui si preoccupa è del proprio futuro. 

L'unica maniera per cavarsela, dal momento che non saprebbe fare altri mestieri, consiste nel procurarsi degli amici.

Ed eccolo subito in azione. Convoca i debitori del suo padrone – probabilmente mercanti-grossisti – e riduce notevolmente l'ammontare del loro debito. Una riduzione del venti per cento per il grossista di grano, e del cinquanta per cento per quello dell'olio. In ogni caso, l'abbuono è di parecchi milioni.

Bella maniera di “sistemare” uno scandalo amministrativo! A una serie d'irregolarità si rimedia con altre irregolarità. Scoperta la truffa, si evitano le conseguenze spiacevoli con altre operazioni truffaldine.

E il tutto con la benedizione del padrone, il quale “lodò quell'amministratore disonesto, perché aveva agito con destrezza”. – Anzi, secondo certi studiosi, l'approvazione non sarebbe del padrone, ma del Signore! Ossia Gesù stesso ammira il comportamento del fattore infedele.

Per questo molti parlano di “scandalo”. Qualcuno definisce il racconto come “la più raccapricciante delle parabole”. Una vergogna, insomma. Non c'è più religione (!), dal momento che Dio stesso tiene il sacco ad un ladro.

– Cerchiamo di mantenere la calma.

L'approvazione del Signore va all'amministratore disonesto, certo. 

La lode, tuttavia, non riguarda la sua disonestà, bensì la scaltrezza di cui ha dato prova. 

Gesù non pronuncia un giudizio morale sulla condotta truffaldina. Ma apprezza l'intelligenza e l'intraprendenza del furfante.

Nell'interpretazione di una parabola [ormai lo sappiamo!], si deve evitare l'errore di trovare ad ogni costo un significato, un'applicazione pratica – o, peggio, un motivo edificante – in ogni particolare. Occorre cogliere il motivo dominante, la lezione di fondo, senza soffermarsi sugli elementi di contorno.

Ora, nel nostro caso, la lezione fondamentale non è quella dell'ingiustizia, ma della capacità di tirarsi fuori da una situazione critica. 

Il Signore ama le parsone che si danno da fare, che non si dimenticano di possedere un cervello, che ricorrono alle risorse della fantasia.

Qui, l'amministratore infedele trova un varco che gli permette di uscire dalla sua situazione attraverso una scoperta decisiva: la scoperta degli altri. 

Finora non si era accorto, praticamente, della loro esistenza; aveva pensato solo a sé, ai propri interessi. Adesso scopre la realtà dell'amicizia. Dispone ancora una volta ingiustamente della proprietà che deve amministrare, tuttavia non più per sé, ma a vantaggio degli altri. E la propria salvezza passa attraverso quest'apertura agli altri.

•   Mi sembra questa una lezione essenziale per la Chiesa. 

Essa non è padrona, bensì semplice amministratrice e dispensatrice dei tesori del suo Signore. 

La Chiesa non può vivere in un circuito chiuso, pensando alla propria sicurezza, ai propri diritti, al proprio prestigio. Deve “porre in circolazione” i beni del suo Padrone. Deve scoprire la propria identità nel suo “essere per” gli uomini.

La Chiesa non può trasformare la propria vocazione in autogestione o, peggio – in “auto-digestione”. Elezione non significa privilegio, ma servizio. 

I beni del Signore vengono “dissipati” quando sono tenuti per sé, chiusi, protetti, difesi. La colpa non sta nel dilapidare, ma nell'appropriarsi. Non nel dilapidare a vantaggio dell'umanità.

Chi può illudersi di saper amministrare fedelmente? 

Eppure, la vera, grossa infedeltà consiste nel non largheggiare, nel non distribuire a piene mani.

Ed è bello, è giusto, che la Chiesa – come l'amministratore che si dichiara incapace di maneggiare la zappa – non sappia, non possa, non debba fare “altri mestieri”. L'unico suo mestiere, l'unica sua specializzazione, infatti, è: perdonare, usare misericordia, compatire, comprendere, aprire, liberare.

•• La lezione riguarda anche ciascuno di noi.

Nessuno ha registri a posto. Per poco che Dio ci dia un'occhiata, c'è da tremare. I conti con Lui non tornano mai.

Ebbene, la parabola ci insegna a compiere “irregolarità”. Anche se in altra maniera.

Dio ama le “irregolarità” che vanno a vantaggio del prossimo.

Si tratta di minimizzare le colpe degli altri (e non di maggiorarle, come facciamo abitualmente), di ridurre i loro difetti, di cancellare le offese, di tirare una riga sopra i torti, di non ragionare in termini di diritti o ragione, ma in termini di amore. 

Le nostre mani ridiventano “pulite” quando le spalanchiamo nel gesto del dono, per regalare gioia, luce, speranza.

Col prossimo non sono consentite le misure “giuste”. L'unica misura consentita è la “dismisura”, l'eccesso. Allora il Signore tornerà a fidarsi di noi.

Certo, mancherà sempre qualcosa nei nostri conti: farli quadrare sarà praticamente impossibile. 

Lui, però, è soddisfatto ugualmente della nostra “cattiva amministrazione”. 

Perché, ciò che manca dovrà andarlo a cercare “altrove”, e non nel portafoglio. I suoi beni sono al sicuro nelle tasche degli altri, che sono poi i legittimi destinatari.

Allora, noi ci saremo fatti degli amici che parleranno bene di noi presso l'Amico.

……………………….

4.   PARABOLA DEL FICO STERILE (LA PAZIENZA DI DIO)

«Disse anche questa parabola: Un tale aveva un fico piantato nella vigna e venne a cercarvi frutti, ma non ne trovò. 

Allora disse al vignaiolo: – Ecco, son tre anni che vengo a cercare frutti su questo fico, ma non ne trovo. Taglialo. Perché deve sfruttare il terreno? –. 

Ma quegli rispose: – Padrone, lascialo ancora quest'anno, finché io gli zappi attorno e vi metta il concime e vedremo se porterà frutto per l'avvenire; se no, lo taglierai –» (Luca 13,6-9).

Potremmo disquisire a lungo sulla giustizia di Dio, ma non che sia una giustizia che non sappia attendere, così come sa attendere il cuore d’un Padre. 

Potremmo dire tante cose sulla pazienza di Dio, ma non che essa non sappia esigere ciò che è giusto e buono per ciascuno di noi, per essere dei veri figli.

Una pazienza, perciò, che è attesa del nostro impegno. 

Un'attesa che non perdona un disimpegno, ma lo rimuove, pena l'auto-condanna. Dio interviene, suscita una scelta continua.

Ogni intervallo di passività è messo sotto giudizio da Dio, che, se dilaziona la condanna, è per provocare una crisi e un risveglio. 

Pazientare non è perciò un guardare in silenzio l'oziare dei figli. È un dialogare continuo tra uno sguardo d'amore del Padre e lo sforzo di questi figli. 

Dio attende che il nostro aprire gli occhi e le orecchie agli inviti della coscienza, che sono poi i richiami di Dio stesso, diventi l'inizio di una ripresa di dialogo.

Essenziale è dare al Signore il permesso di entrare in azione, di creare cioè quel minimo indispensabile che dia via libera alla grazia di fare il resto.

Affinché un filo d'erba spunti è necessaria almeno una zolla; un seme può attecchire anche in una fessura di muro, purché trovi qualcosa in cui marcire.

L'esigenza di questo “minimo” – in confronto alla potenzialità e al miracolo dell'agire di Dio è sempre un minimo anche il nostro eventuale eroismo – è quanto basta per rendere possibile il dialogo tra Dio e noi.

La morte di ciascuno di noi (ci ricorda il Vangelo).

Ogni stagione ha il suo frutto squisito. Ogni pianta ha la sua stagione per maturare. La natura è varia e sempre interessante, sia nel suo apparire morta, sia nel suo rifiorire e rivivere a tempo opportuno. 

La natura è sempre obbediente alla legge di Dio. Per questo ci affascina. Se non si riesce più ad assaporare la dolcezza di un frutto, colpa sarà sempre dell'uomo che ha intaccato con il suo egoismo di pietra anche le bellezze più innocenti di questo mondo.

Più che lo scatenarsi di una tempesta, la natura paventa l'imprevidenza e la noncuranza dell'essere più intelligente, che s'accorge troppo tardi del danno che può procurare ogni forma di violazione dell'armonia nel creato.

Se tutto il mondo è una parabola, tutto va giudicato e letto come un messaggio della bontà e della giustizia di Dio. Perché chiudere gli occhi? Perché non sentire?

Se un albero abbattuto da una raffica di vento può impressionare, che dire d’un'anima sconvolta da una tragedia, d’una coscienza tradita nella sua più profonda bellezza interiore?

Se il sussultare della terra – mai esente da una responsabilità umana – può terrificare e farci gridare contro il Cielo, che dire allora quando l'uomo imbestialisce a tal punto da ridurre tutto a odio, vendetta, sangue, depravazione morale?

Quando Cristo è morto sulla croce, anche la natura ha pianto. Ma l'uomo, dov'era?

Quando certe piante secche della nostra società – cioè coloro che riduciamo tali con la nostra indifferenza –, non ci impressionano più nella loro dignità emarginata, ma ci danno fastidio perché rovinano il bel panorama del nostro egoismo –, non è forse segno che siamo diventati noi delle piante aride e prive di frutti, mentre Dio ha già scelto dove far scaturire il seme di speranza per un mondo nuovo?

O Gesù, 

mi piace identificarti in quel saggio vignaiolo, 

che chiede tempo all'impazienza del padrone della vigna. 

Non che Tuo Padre sia solo giusto, senza cuore! 

Forse perché senza un tale Figlio 

il volto di Dio sarebbe stato diverso. 

Non è concepibile un Padre senza Te, Figlio! 

Lo Spirito Santo non è forse questa reciproca esigenza? 

Ed è proprio questo Spirito a rinnovare la faccia di questo mondo. 

Dove c'è Spirito, 

c'è vita, c'è il rifiorire dell'uomo, il suo camminare a maturazione. 

O Gesù, ho sempre nel cuore 

quella frase che hai rivolto alle donne di Gerusalemme, sulla via della croce:

«Perché, se trattano così il legno verde, che avverrà del legno secco?». 

Se Tu, o Cristo, il legno verde, 

il frutto benedetto dello Spirito e del sì d’una Vergine ebrea, 

hai percorso la strada del sacrificio supremo, 

perché noi, legni secchi, alberi ricchi di sole foglie, 

ci crediamo dispensati 

dal duro impegno di rinascere continuamente a vita nuova, 

facendo del nostro indispensabile sì allo Spirito di Dio 

un'adesione verginale, 

una testimonianza di povertà, una fede operosa? 

Tu dilazioni la pazienza del Padre in un'attesa d'amore; 

ma non togli il nostro impegno di dissodare il terreno, 

per dare più vitalità alla pianta della nostra vita.

Proprio perché Tu sei paziente, 

noi dovremmo a maggior ragione assumerci più responsabilità, 

corrispondere al Tuo amore in attesa con più impegno, 

come il figliol prodigo ritornato a casa dal padre, 

la cui pazienza d'amore 

è sempre rimasta presente 

nel cuore del figlio, pur lontano. Don Giorgio De Capitani (Messaggero)




 


lunedì 15 gennaio 2024

4 LO STILE DI FIGLI - 10 -NON AVRAI ALTRO DI O DI FUORI DI ME




4 – LO STILE DI FIGLI
10 – NON AVRAI ALTRO DIO DI FUORI DI ME    - 1  RICCO EPULONE  





«C'era un uomo ricco, che vestiva di porpora e di bisso e tutti i giorni banchettava lautamente. Un mendicante, di nome Lazzaro, giaceva alla sua porta, coperto di piaghe, bramoso di sfamarsi con gli avanzi che cadevano dalla mensa del ricco. Persino i cani venivano a leccare le sue piaghe. Un giorno il povero morì e fu portato dagli angeli nel seno di Abramo. 
Poi morì anche il ricco e fu sepolto. 
Finito nell'Ade fra i tormenti, alzando lo sguardo verso l'alto, vide da lontano Abramo e Lazzaro che era con lui. Allora gridò: “Padre Abramo, abbi pietà di me e manda Lazzaro ad intingere nell'acqua la punta del dito e a bagnarmi la lingua, perché soffro terribilmente in questa fiamma”. Ma Abramo rispose: “Figlio, ricordati che hai ricevuto la tua parte di beni durante la tua vita e Lazzaro, parimenti le sofferenze. Ma adesso lui è consolato, tu invece sei tormentato. Per di più, tra noi e voi c'è un grande abisso. Se qualcuno di noi vuol passare da voi, non lo può fare; così pure nessuno di voi può venire da noi”. 
Quello continuò: “Allora, padre, ti supplico di inviarlo a casa di mio padre. Ho cinque fratelli e vorrei che li ammonisca a non venire anche loro in questo luogo di tormento”. 
Abramo rispose: “Hanno Mosè ed i profeti: li ascoltino!”. Quello replicò: “No, padre Abramo; ma se qualcuno dai morti andrà da loro, cambieranno il modo di vivere”. Abramo disse: “Se non ascoltano Mosè e i profeti, non si lasceranno convincere neppure se qualcuno risorge dai morti”»   Luca 16, 19,31
Una parabola pericolosa per le semplificazioni abusive cui può dar luogo.
Ad esempio: Tutto è rimandato all'aldilà. Soltanto allora ci sarà il rovesciamento delle situazioni presenti: i ricchi all'inferno ed i poveri in paradiso. Giustizia è fatta! Per cui: i poveri devono solamente pazientare un poco, giusto il tempo che i ricchi finiscano tranquillamente il loro banchetto e ricevano una bella sepoltura... Poi, gli appartenenti alla categoria di Lazzaro si prenderanno la loro strepitosa rivincita.
Ma, nessuna concezione è più opposta allo spirito della Bibbia di simile “rassegnazione”, di questo rimandare all'aldilà le soluzioni delle ingiustizie presenti. La fede – non dimentichiamolo – è anche principio d'indignazione, di lotta, non solo di rassegnazione. Il giudizio di Dio va letto e proclamato anche nella storia presente, non rimandato all'ultimo giorno. [Cfr. Il Magnificat!]
––– Cerchiamo quindi, di cogliere la parabola nel suo significato più genuino.
•  Il povero ha un nome piuttosto comune nell'ebraismo: Lazzaro (da Eleazaro, che significa “Dio aiuta”, “Yahweh viene in soccorso”). Il ricco, invece, non ha nome. Secondo la concezione semitica, il nome esprime la realtà profonda delle persone, riassume la sua storia. 
Ora, questo ricco non ha nome perché ha costruito la sua esistenza sul vuoto. Ha perso il nome perché ha smarrito le vere ragioni del vivere (non si può vivere per banchettare tutti i giorni...).
– Non sono poche, infatti, le persone che hanno “smarrito il proprio nome”, perché l'hanno sostituito con altri nomi: “denaro”, “carriera”, “potere”, “successo”, “piacere”, “yacht” ...
– E poi chiediamoci: è proprio vero che l'eternità costituisca il rovesciamento radicale della situazione presente? Almeno nel caso del ricco, pare proprio di no.
La sua sorte nell'aldilà non è altro che la fissazione definitiva di ciò che egli vive (o non-vive) oggi, il prolungamento di ciò che egli è (o, non-è) sulla terra. Lui è un isolato. Impegnato a guardare nel piatto ricolmo, non vede il povero che sta alla sua porta. I cani vedono meglio di lui. 
Ora, l'inferno non è altro che la “consacrazione” di questo stato di separazione: separazione da Dio e dai suoi amici (Abramo, Lazzaro). 
Perché? Perché quaggiù lui è vissuto lontano dagli altri, separato dai veri valori, attaccato unicamente all'avere, appiccicato al piacere egoistico, separato dal se stesso più autentico.
Il ricco in questione era già un “dannato” durante la sua esistenza terrena, scandita da regolari abbuffate, perché imprigionato nel suo “privato”. Perché, privato dal senso della vita.
Si potrebbe obiettare: “Ci sono, però, là, anche i tormenti. Mentre sulla terra quell'individuo ha goduto, s’è divertito, se l'è spassata. Almeno in questo, sembrerebbe, la situazione dell'aldilà costituisce un capovolgimento”. Ma, siamo proprio sicuri che il banchettare spensieratamente, indossare vestiti di gran lusso, accumulare denaro, spendere senza vergogna per ferie,… sia sorgente di felicità?
Ritengo non ci sia tormento maggiore di una vita vuota, o riempita di cose inutili, che è la stessa cosa; che ci sia tortura più lancinante dell'isolamento, della chiusura agli altri, del non vedere di là del proprio “io”, del non saper usare le mani nel gesto del dono, del soffocare le esigenze dello spirito. 
Anche se tale tormento, quest'angoscia sono soffocati con l'allegria e la spensieratezza, con il chiasso stordente, la dissipazione. Se cadessero le maschere, vedremmo spalancarsi ferite profonde, abissi di disperazione. Un inferno, appunto. Già su questa terra. Un inferno dotato di tutti i comfort.
•• La parabola evangelica, più che descriverci la geografia dell'aldilà, più che informarci di ciò che avviene nell' “altra vita”, ci ammonisce severamente che la sorte dell'uomo si gioca oggi, quaggiù, in questo momento. È il presente che viene “fissato” in eternità.
È l'”al di qua” che viene trasformato in “al di là”. Il ricco pare accorgersi di aver bisogno degli altri (di Abramo, oppure di Lazzaro) quando ormai ha “passato” l'abisso, quando non è più in tempo. E sembra occuparsi degli altri (i suoi cinque fratelli) in ritardo. 
Gli incontri, infatti, avvengono quaggiù; gli appuntamenti decisivi sono per l'oggi.
È soltanto l'oggi, qui, che si può essere liberati dal proprio passato, e garantirsi quindi il futuro.
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–– Esistono ricette per dimenticare il passato e non temere il futuro?
Il rimedio facile non esiste, giacché è impossibile vivere senza dar peso agli avvenimenti che han lasciato tracce in noi, soprattutto riguardo al male. Questi, a loro volta, ci predispongono e ci marcano per il futuro. Però, sì, deve esistere un’attitudine d’abbandono e di confidenza in Dio, e da questa fede, cercar di vivere soltanto il momento presente. Un proverbio ascetico afferma: 
«L'ora che tu vivi, il compito che adempi, l’uomo che tu incontri in questo momento 
sono i più importanti della tua vita».
• Perché, in "tre secondi" ci giochiamo molto ...
Se tutta la santità si riduce al fatto d’essere o no fedeli alla missione che il Signore ci chiede in ogni istante, l'esercizio di tale “fedeltà” consisterà nell'accettazione di ciò che Dio desidera da noi in questo preciso momento per quanto breve sia. Per questo, oggi, molti autori spirituali parlano del "sacramento dell'istante presente", perché ogni momento – quantunque secondo gli esperti non duri più di due o tre secondi – è sempre pieno d’infiniti messaggi divini, d’infinite lezioni. Esso contiene più saggezza di quanto l'uomo possa apprendere in libri o consigli.
Quindi lo dobbiamo trattare in maniera adeguata. Non si tratta, infatti, di pregare in questa o quell'altra occasione, ma di convertire ogni "istante" della vita in preghiera. Sembra che sia così ...: 
Il "presente" dell'uomo dura esattamente questi tre secondi. Vale a dire, un istante fugace.
Perdonami, Signore; però è chiaro che sono un po’ “spiazzato". 
Ho appena saputo che gli uomini non sono capaci di ritenere l'immagine del presente più di tre secondi. 
Tre secondi, ed è tutto finito: l'aria stessa che ho appena respirato non mi appartiene più. 
L'immagine che ho appena terminato d’essere è già memoria del passato. 
Il bacio che ho appena dato è morto fra l'emozione e il sospiro.
Mi dico, Signore: questo è terribile! Mi dico: questa constatazione limita, in modo angustiante, quella sensazione di potere che finora ci aveva sostenuto in piedi sulla terra. 
–  Noi assicuravamo che il passato non ci apparteneva, che però non ce ne importava molto. 
In alcune occasioni l'avevamo vissuto; in altre c’era appartenuto, e che ce ne restava la memoria, 
e la malinconia, e la nostalgia; 
o il dolore, che il suo passaggio aveva potuto lasciare sulla nostra pelle.
–  L'assunto del futuro poneva ancor meno problemi. 
Il futuro non c’era mai appartenuto, e neppure eravamo sicuri di poterlo vivere. 
Ti assicuro, Signore, che molte volte, quando ho pensato alle guerre e agli incerti ed insicuri orizzonti futuri dell'umanità, mi sono rifugiato – un po' vigliaccamente – nella consolante idea che forse mi avresti chiamato a Te prima che accadessero. Sarei entrato nel tuo seno, e si sarebbe posto fine a tutto questo "guazzabuglio"; o sarebbe iniziata la gioia completa, che è ancor molto più consolante.
– Però, nel presente c'eri Tu, Signore! 
Tu stesso! Più affidabile che mai; più che mai possesso nostro, cosa nostra e alimento dello spirito. 
Il presente è come tenerti fisicamente fra le mani. È come se stessi scaldando il nostro cuore. È qui, diciamo. ... Lo diciamo, e il nostro cuore si colma di gioia.
– E ora, scopriamo, che non è proprio così! 
Ora constato che appena, appena ci appartieni, non più che per questi tre miserabili secondi! 
Ci scorrono fra le dita e Tu non sei altro che la memoria dell'immediato passato. 
Sei stato cancellato da un’altra immagine, da un'altra sensazione... 
Ci possono essere immagine di Te, un'altra volta, ma che, ugualmente, non è più quella di prima.
E ti voglio dire una cosa, Signore: ciò che più mi abbatte è che Tu stesso ti debba misurare con il nostro tempo. Credo che sbagliasti il giorno che ti sei fatto cosa nostra: perfettamente calcolabile, perfettamente "misurabile". Perché quando ti rendesti come noi, ti sottomettesti alla precarietà del tempo: al prima e al poi. E tutto questo accadde a Te che eri – e che sei – l'eternità che distrugge ogni tempo. Sono sicuro di quel che dico: non l'hai indovinato. ...
C’è, però, una cosa che non ha tempo: l'amore. 
E c'è un'altra cosa che è dura come la morte e bella come uno sguardo: è la fede. 
Temo che gli scienziati dell'immagine che giunsero alla conclusione del fatto che il nostro presente non dura che tre secondi, erano degli esperti per i quali non conta nulla l'immagine oscura della fede.  
A colui che Ti crede, Signore, – che, mi sembra, sia un qualcosa di distinto dall' “avere fede in Te” o credere a Te –, a colui che ha fede gli basta – e gliene avanza –, continuare a possederla: 
– gli bastano gli schiaffi che gli dà l'aria fino a che T’incontri;
– gli basta e avanza questo andare e venire che la fede sempre comporta.
Il meraviglioso non è possedere un cammino per dove camminare. 
Il meraviglioso è averlo iniziato, con te al fianco. I nostri tre secondi del presente diventeranno così i tre secondi più eterni che mai sono dati agli uomini che hanno fede.
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Ammonisce Gesù: «Hanno Mosè ed i profeti: li ascoltino!». E anche noi abbiamo, per questo, “Mosè ed i profeti”, ossia la Parola di Dio. 
Non abbiamo bisogno di miracoli eccezionali, come quello di un morto che venga ad ammonirci (come vorrebbe il ricco per i suoi fratelli). La fede non nasce dai miracoli. Non è un morto resuscitato ma la Parola di Dio che risuona nel nostro cuore che può farci aprire gli occhi. È la Parola il vero miracolo, la sola che può provocare una risurrezione.
 Nessuna conversione può essere fondata su un miracolo spettacolare e la paura. Certo, la risurrezione di Cristo è un miracolo, il grande miracolo. Tuttavia, anche questo miracolo è trasformato, per noi, in Parola efficace, in insegnamento (in parabola). E siamo beati perché, pur non avendo visto Gesù uscire dal sepolcro, ascoltando la Parola di Dio usciamo dal nostro sepolcro e usciamo alla scoperta dei fratelli. 
«Gesù non cerca principalmente di spaventarci con un inferno futuro o di consolarci con un paradiso futuro. Intende, piuttosto mostrarci come il cielo cammini là dove risuona la Parola di Dio che permette ad un uomo di trovare il proprio fratello» (A. Maillot).
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            2 – UN UOMO A COLLOQUIO COI SUOI BENI. (Ricco sazio e stolto)
«Le terre di un uomo ricco avevano dato un buon raccolto. Egli ragionava tra sé così: “Ora non ho più dove mettere i miei raccolti: che cosa farò? 
E disse: “Farò così: demolirò i miei magazzini e ne costruirò altri più grandi, così che raccoglierò tutto il grano e i miei beni. Poi dirò a me stesso: “Anima mia, hai disposizione molti beni, per molti anni; riposati, mangia, bevi e divertiti”. 
Ma Dio gli disse: “Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita e a chi andranno le ricchezze che hai accumulato?”. 
Così accade a chi accumula ricchezze solo per sé e non s’arricchisce davanti a Dio». (Lc 12. 16-21)
Ciò che maggiormente colpisce in quest'uomo ricco ed avido della parabola evangelica, è la sua solitudine. Qualcosa di tetro, terrificante. 
Nessuno è solo come quest'uomo che è circondato, quasi soffocato dai suoi beni. Può contare le sue rendite; lo vediamo a colloquio con le cifre. La sua voce ha il suono dei soldi.
È un individuo senza nome, senza volto [Come il ricco epulone], non ha moglie, figli, amici. 
L'unico legame stretto sono i suoi beni materiali. S'identifica con le proprie ricchezze. Lui stesso diventa campo, granaio, frumento, magazzino, portafoglio. Non è più un uomo. È una cosa in mezzo alle cose.
I beni, invece di essere veicolo di relazione con gli altri, per lui sono cose da accumulare, conservare, proteggere, difendere. Invece di essere mezzi [anticamente si diceva, giustamente, che uno aveva tanti “mezzi”], diventano fine cui si sacrifica tutto.
Quest'uomo squallido è un prigioniero. Può anche ampliare i magazzini. Ma non ne uscirà più.
È un uomo chiuso, senz'avvenire. Proprio lui che s'illude di stare al sicuro per molti anni.
Allorché gli si pronunzia la terribile sentenza: «Questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita», in realtà lui lo è già da un pezzo. La sentenza l'ha pronunziata lui stesso su di sé. Giustamente è stato rilevato che «più che una punizione, è un esaudimento».
•  Gesù lo si definisce “stolto”. Perché?
–  Perché fonda la propria sicurezza sull'avere e non sull'essere.
–  Perché s'identifica con le cose, e non le trasforma in sacramento di comunione con i fratelli.
–  Perché crede che molto denaro significhi molta vita.
–  Perché pensa che il possesso egoistico dia gioia.
–  Perché non sospetta che, anche se i conti tornano, la sua esistenza è un fallimento.
–  Perché non capisce che “l'io non ha altra protezione che il darsi, il perdersi” (A. Paoli).
–  Perché non si rende conto che non è possibile riempire il vuoto con l'ingombro.
–  Perché non si avvede che la vita va colmata di amicizia, di dono, di relazioni; non di cose.
Proviamo, ora a trarre alcune conseguenze.
*  Il possesso è sempre una limitazione. “Chiunque acquista un campo e lo recinge, si priva del resto della natura, s'impoverisce di tutto il resto” (E. Cardenal).
Il possesso è soprattutto limitazione di libertà. «Non avete mai notato che essere ricco si traduce sempre in un impoverimento su un altro piano? Basta dire: “Possiedo questo orologio, è mio!”, e rinchiudere la mano su di esso per avere un orologio, e aver perduto una mano» (A. Bloom). Il nostro spirito, il nostro cuore, tendono a rimpicciolirsi, a restringersi alle dimensioni degli oggetti sui quali si rinchiudono, alle dimensioni dei beni sui quali si ripiegano.
* La ricchezza è falsificazione delle cose, perché falsa i rapporti con esse. Il ricco crede che il suo certificato di possesso lo leghi intimamente ai beni. Ma è una colossale illusione. Le cose, come le persone, hanno una “soglia d'inviolabilità”, un “limite d'invalicabilità che non possono essere forzati da un diritto derivante semplicemente dal denaro. Una cosa non si lascia “violare dal portafoglio” (le persone, qualche volta, sì...). Per questo, anche se mi appartiene, essa rimane inviolata nella sua essenza più vera, e mi lascerà sempre insoddisfatto.
La cosa mi rimane ostinatamente “estranea”; mi sfuggirà di mano anche se la trattengo, anzi, proprio perché pretendo afferrarla, tenerla, mi sorriderà beffarda, intatta, intoccabile.
Per entrare in unione intima con un bene creato (la proprietà legata ai soldi, al diritto), può costituire un ostacolo. La facoltà di possedere si colloca al livello più profondo di noi stessi, là dove un oggetto esterno può entrare soltanto interiorizzandosi. (Liberamente da Domenica C- p. 159)
Per possedere veramente una cosa, bisogna stabilire con essa non un rapporto di possesso, di aggressività, ma di partecipazione, di meraviglia, di contemplazione.
È l'uomo “liturgico”, non l'uomo “economico” che è in armonia col creato. 
La terra appartiene ai “miti”, ossia a coloro che non rivendicano nulla. Soltanto chi prega, avendo le mani vuote, può pregare nelle cose e con le cose.
C'è un momento nella Messa, in cui ci viene ricordato l'uso corretto che dobbiamo fare delle mani. L'offertorio è il momento della consacrazione delle mani; quelle mani che ritrovano la loro funzione più vera nel gesto dell'offerta: “... Dalle tue mani abbiamo ricevuto questo pane, frutto della terra e del lavoro dell'uomo”
Le mani mi sono state date per dare. Chi le usa, abitualmente, soltanto per prendere, tenere, arraffare, non ha ancora imparato ad adoperarle, anche se è molto avanti negli anni. Soprattutto non ha ancora gustato la gioia più grande: la gioia di donare.
Ci si preoccupa d'insegnare a camminare, e il giorno in cui il bambino muove i primi passi segna un grosso avvenimento in famiglia. Bisognerebbe far festa quando il bambino inizia ad usare le mani nell'unica maniera corretta, che è la maniera di dare.
Ci si preoccupa delle mani sudicie. In realtà, le mani sono sporche soltanto quando “trattengono” qualcosa. Un cristiano, ossia un cercatore di Dio, supererà la tentazione di fermarsi, soltanto se sarà capace di trasformare le realtà terrestri in “segno” e “dono”. 
Soltanto se imparerà ad usare le mani nell'unica maniera “giusta”.
I nostri conti, a differenza di quelli dello “stolto” della parabola, 
tornano, quando tornano i conti degli altri.
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Una donna si recò alla fontana: un piccolo specchio tremolante, limpidissimo, tra gli alberi del bosco. 
Mentre immergeva l'anfora per attingere, scorse nell'acqua un grosso frutto roseo, cosi bello che sembrava dire: «Prendimi!»
. Allungò il braccio per coglierlo, ma quello sparì, e ricomparve soltanto quando la donna ritirò la mano dall'acqua. Così per due o tre volte. Allora la donna si mise ad estrarre l'acqua per prosciugare la fontana. Lavorò a lungo, sempre tenendo d'occhio il frutto misterioso, ma quando ebbe estratto tutta l'acqua, s'accorse che il frutto non c'era più. 
Delusa per quell'incantesimo, stava per andarsene via, quando udì una voce tra gli alberi (era il Gufo Belvedere, quello che vede sempre tutto): «Perché cerchi in basso? Il frutto sta lassù ...»
. 
La donna alzò gli occhi e, appeso ad un ramo sopra la fontana, scorse il bellissimo frutto, di cui nell'acqua aveva visto soltanto il riflesso.
••• Ovvio, no? Eppure spesso nella vita ci comportiamo così.

Cerchiamo affannosamente ed inutilmente la felicità nelle vicende di questo mondo.
Disillusi ed amareggiati non ci rendiamo conto
 che solo in Dio è la nostra vera fonte di felicità…
Per quale ragione siamo sulla terra?
Noi siamo sulla terra per riconoscere ed amare Dio,
 per fare il bene secondo il suo volere e raggiungere un giorno il cielo
. (Catech. Chiesa Cattolica per Giovani)


"Sulla terra non bisogna attaccarsi a nulla,
 neppure alle cose più semplici e innocenti,
perché ci vengono a mancare quando meno ci si pensa." 
(S. Teresa di Gesù Bambino)

La PAROLA di D I O
Bene e male, vita e morte
povertà e ricchezza, tutto proviene dal Signore, 
Sapienza, senno e conoscenza della legge, 
vengono dal Signore;
carità e rettitudine sono doni del Signore,
Errore e tenebre sono per gli empi
e il male resta per i malvagi.
Il dono del Signore è assicurato ai pii
e il suo favore li rende felici per sempre.
C’è chi è ricco a forza di privazioni e di risparmio; 
ed ecco la parte della sua ricompensa:
quando dira: “Ho trovato riposo, ora mi godrò i miei beni”,
non sa quanto tempo ancora trascorrerà;
lascerà tutto ad altri e morirà.
Sta’ fermo al tuo impegno e fanne la tua vita;
invecchia compiendo il tuo lavoro.
Non ammirare le opere del peccatore,
confida nel Signore e persevera nella fatica, 
perché è facile per il Signore
arricchire un povero all’improvviso.
La benedizione del Signore è la ricompensa del pio;
in un istante Dio farà sbocciare la sua benedizione.
Non dire. “Di che cosa ho bisogno
e di quali beni disporrò d’ora innanzi?”.
Non dire: “Ho quanto mi occorre;
che cosa potrà ormai capitarmi di male?”. 
Nel tempo della prosperità si dimentica la sventura;
nel tempo della sventura non si ricorda la prosperità.
È facile per il Signore nel giorno della morte
rendere all’uomo secondo la sua condotta,
L’infelicità di un’ora fa dimenticare il benessere;
alla morte di un uomo si rivelano le sue opere.
Prima della fine non chiamare nessuno beato;
un uomo si conosce veramente alla fine”.    

BENVENUTO|

Il Paradiso non può attendere: dobbiamo già cercare il nostro Cielo qui sulla terra! Questo blog tratterà di argomenti spirituali e testimonianze, con uno sguardo rivolto al Carmelo ed ai suoi Santi