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Nostra Signora del Carmelo

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colei che ci ha donato lo scapolare

venerdì 30 marzo 2012

LAICI CARMELITANI


Relazione del Padre Provinciale P. Claudio Truzzi, tenuta in occasione del Congresso Provinciale del 24 marzo 2012 presso il Convento del Corpus Domini a Milano

LAICI CARMELITANI

Il carisma ecclesiale carmelitano non è monopolio dei monaci e delle monache; si è diffuso talmente nel mondo, che innumerevoli laici ne hanno fatto il loro respiro vitale.
Dobbiamo aver chiaro il significato di "carisma": dono dello Spirito Santo effuso sui santi, persone come noi, ma con una grande disponibilità e apertura all'invasione della grazia, tanto che questa ha potuto plasmarli liberamente e trame dei santi, esempi sublimi per la Chiesa intera.
"Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me" (Gal 2, 20). Ecco il santo!
Il carisma è elargito per il bene comune; mai è dato al singolo per il singolo. Scopo del carisma, che scende dall'alto, è sempre il bene dell'intera Chiesa di Dio.

1. Qual è il nostro carisma di carmelitani e come viverlo

Sappiamo dalla santa Madre che il carisma proprio del Carmelo è la preghiera-orazione. L'orazione carmelitana non è semplice preghiera vocale, ma è quel "trattenersi in solitudine con Dio, dal quale sappiamo di essere amati" (cf Vita 8, 5). Come tale, la preghiera è dialogo d'amore che ci rende amici di Dio, e la dottrina teresiana, che instaura quel profondo legame d'amore che Dio vuole tessere con ogni suo figlio, è aperta ad ogni battezzato.
L'orazione, seguita fedelmente, è il mezzo per pervenire all'unione, di cui parla estesamente san Giovanni della Croce nelle sue Opere. Quando parliamo di unione con Dio, non intendiamo quella so-stanziale o essenziale di cui usufruisce ogni creatura per poter esistere, ma vogliamo significare l'unione di somiglianza che si stabilisce per amore tra Dio e l'essere umano. L'unione sale sempre più su, sino alla trasformazione del nostro essere in Dio. Come?

1. Con l'umiltà vera: Chi sono io? Un povero piccolo niente, che tende la mano al Padre suo, vuota, aperta verso l'alto per ricevere, e, a mia volta, ridonare. Tutto mi deriva dal Padre mio.
2. Con la fedeltà alle scelte fatte. Ognuno di noi ha assunto degli impegni davanti a Dio. 
– Che cosa significa promettere castità? Dare, in ogni amore o amicizia, il primato del proprio cuore a Dio; tutto il resto diventa segno dell'unico Amore. 
– Che cosa significa obbedienza? Scegliere liberamente di aderire alla Voce che mi ha chiamato. 
– Che cosa significa povertà? Considerare ogni cosa, ogni realtà, anche noi stessi, come dono gratuito di Dio e non appropriarsi di nulla; preferire, cioè, i beni eterni ai beni terreni che lasceremo. 
Ogni carmelitano laico è formato in vista di donarsi più totalmente a Dio. E il legarsi a Dio sempre più strettamente non significa altro che avviarsi verso la santità e la libertà vera, di cui Cristo è modello. Chi più libero di lui, e chi più di lui legato al Padre? La sequela del Signore è l'avventura più bella e gra-tificante che ad una povera creatura umana è dato di sperimentare. I Santi ne hanno fatto l'esperienza.
3. Con tante piccole rinunce che dispiacciono alla nostra natura umana impastata di peccato, ma che servono ad irrobustire l'uomo interiore o spirituale, che agisce portato dallo Spirito e non dalla carne che si corrompe e corrompe.
4. Con l'accoglienza della sofferenza quotidiana, vista quale mezzo di purificazione e di santificazione e non come un peso da scartare.
5. Con gli atti “anagogici” (o elevazione della mente e del cuore a Dio), che traiamo. Giovanni della Croce, così li sintetizza: "Vi è una maniera facile, fruttuosa e perfetta per vincere vizi, tentazioni e acquistare virtù soda: l'atto amoroso. Si ha quando l'essere umano resiste e distrugge ogni tenta-zione o altro male sin dal suo sorgere. Esempio: sento un primo moto d’impazienza o ira o spirito di vendetta per un'offesa ricevuta; invece di resistergli con un atto della virtù contraria - e que-sto già è meritorio - non appena lo sento, gli vado incontro con un atto di amore …, sollevando il mio affetto all'unione con Dio “Mio Dio, io voglio amare te; mio Dio aiutami”; ecc. – Con tale elevazione mi allontano dal vizio, o imperfezione che sia, e mi presento al mio Dio, unendomi con Lui. In tal modo il vizio o tentazione o imperfezione si calma e il nemico resta defraudato nel suo intento. L'essere umano, trovandosi più in ciò che ama, che in ciò che anima, toglie l'oggetto alla tentazione e così il nemico non trova dove colpire e attaccarsi, poiché la creatura non si trova più nel luogo dove il nemico la vuole danneggiare, ma in Dio. .... In questi atti amorosi bisogna istruire i principianti, i cui atti anagogici non sono così veloci, leggeri e fervorosi da avere il potere con il loro salto di allonta-narsi del tutto di là – cioè dal male che si combatte – e unirsi con il Signore. Se si accorgono che quella tentazione non si dimentica del tutto, per resistere cerchino di approfittare di tutte le armi possibili e di tutte le riflessioni finché non vincano totalmente la tentazione. Il loro modo di resistere e vincere deve essere questo: prima resistano con i moti anagogici più fervorosi possibili e li esercitino molte volte, senza scoraggiarsi; qualora essi non bastassero, perché la tentazione è forte ed essi sono deboli, approfittino di tutte le armi – preghiere, pratiche, devozioni – che vedranno essere necessarie per que-sta resistenza e vittoria. Questo modo di resistere è eccellente e certo" (cf Insegnamenti spirituali, 5).

Chi è incamminato risolutamente verso la santità, abbraccia la croce quotidiana, scartata dal mondo, perché sa che è il mezzo scelto da Gesù per la salvezza, sua e del mondo, in particolare del pezzetto di mondo che entra in contatto con lui e che Dio gli dà da salvare. Siamo responsabili del prossimo che ci circonda o che incontriamo. Non si va in paradiso da soli. Ogni santo trascina con sé tanti altri fratelli in paradiso, principalmente con la preghiera e poi, dove è possibile, con l'azione. "Attirami, noi correremo" – diceva Teresa di Lisieux.
Tutto questo e altro ci farà entrare progressivamente nella logica divina e ci porterà, senza quasi accorgerci, alla fusione della nostra volontà con quella di Dio, in modo che nulla vi sia di discorde tra la propria volontà e quella di Dio: quello che vuole Lui lo voglio anch'io con tutte le forze, e quello che voglio io lo vuole il mio Dio per l'amore che ci fonde in una cosa sola.
Il segreto per giungere a tanto – che poi è il raggiungimento della maturità di Cristo, di cui parla san Paolo, è quello di "trattenerci", di "stare" con Uno che ci ama da sempre, elevando verso di Lui il proprio cuore e con il cuore tutto l'essere.
Tenere fisso lo sguardo su Gesù in ogni avvenimento della vita (cf Eb 12, 2). “Fissate gli occhi su lui e vi diverrà facile ogni cosa” (7 M.) -, mai dimenticando che Egli ci ha redento col suo Sangue.
Nella misura del nostro saper "stare" da solo a solo – in ciò consiste il centro dell'orazione car-melitana, – Dio ci trasforma giorno dopo giorno in Sé, ci rende figli suoi ad immagine di Gesù, il Figlio.



2. Missione specifica del carmelitano laico
Tutti i carmelitani, consacrati o laici, partecipano dello stesso carisma – l'unione con Dio – e pertanto, sono chiamati alla contemplazione e alla vita mistica, intendendo per "mistica" quel lasciarsi condurre docilmente per mano dallo Spirito Santo, il nostro Santificatore che prega in noi.
I fenomeni straordinari non sono necessari alla santità, ma il contenuto mistico dei fenomeni è proprio d’ogni battezzato che vive in grazia di Dio.
Edith Stein, rispondendo ad una suora, afferma: “Mi chiede se la vita mistica sia riservata a pochi. Il suo confratello GarrigouLagrance ha cercato di dimostrare con la massima evidenza (e molti lo hanno seguito) che la vita mistica altro non è che lo sviluppo delle tre virtù teologali e che tutti i cri-stiani vi sono chiamati, sono cioè chiamati all'essenziale, all'unione con Dio. E questo non è stra-ordinario: lo straordinario è ciò che in alcuni casi ne deriva, cioè, estasi, visioni e simili. Che poi così pochi s’incamminino per questa via, si spiega con gli ostacoli posti dagli uomini stessi. [...] Credo che una via sicura sia quella di diventare un vaso vuoto" per la grazia divina" (lettera del 20.10.1938).
Notiamo che in una sua Lettera Apostolica il Papa Giov. Paolo II, indicava esplicitamente a tutti i cristiani qualcosa di specificatamente carmelitano: le vette dell'esperienza mistica vissute nel Carmelo dai nostri Santi. Afferma che è un "segno dei tempi un rinnovato bisogno di preghiera. e poi, il Papa  chiariva implicitamente la missione del carmelitano, laico soprattutto: "Noi abbiamo il dovere di mostrare a quali profondità possa portare il rapporto con lui. La grande tradizione mistica [è sottintesa la parola "carmelitana", ma si chiarisce da ciò che segue] mostra come la preghiera possa progredire, quale vero e proprio dialogo d'amore, fino a rendere la persona umana totalmente posseduta dall'A-mato divino, vibrante al tocco dello Spirito, filialmente abbandonata al cuore del Padre [vita trinitaria]. Si fa, allora, esperienza viva della promessa di Cristo: "Chi mi ama, sarà amato dal Padre mio e anch'io lo amerò e mi manifesterò a lui" (Gv 14, 21). 
Si tratta di un cammino interamente sostenuto dalla grazia, che chiede tuttavia forte impegno spirituale e conosce anche dolorose purificazioni (la "notte oscura"), ma approda, in diverse forme possibili, all'indicibile gioia vissuta dai mistici come "unione sponsale". Come dimenticare qui la dottrina di san Giovanni della Croce e di santa Teresa d'Avila? Sì, cari fratelli e sorelle, le nostre comunità carmelitane devono diventare autentiche "scuole" di preghiera, dove l'incontro con Cristo non si esprima soltanto in implorazione di aiuto, ma anche in rendimento di grazie, lode, adorazione, contemplazione, ascolto, ardore di affetti, fino ad un vero "innamoramento" del cuore: Una preghiera intensa, dunque, che tuttavia non distoglie dall'impegno nella storia: aprendo il cuore all'amore di Dio, lo apre anche all'amore dei fratelli e rende capaci di costruire la storia secondo il disegno di Dio" (cfr NMI 33).
Ecco come la ricca spiritualità carmelitana – che prima era un po' riservata a monaci, monache e ad uno sparuto gruppo di laici –, oggi può paragonarsi ad un fiume carico di acqua che si riversa lim-pida sull'oceano del mondo ed è offerto a tutta la Chiesa. E moltissimi laici se ne si dissetano. 
Dovunque vi sono dei carmelitani –, frati o monache, fedeli al loro carisma –, questo può essere elargito da loro ai laici, possiamo dire, "per attrazione di bellezza". I laici, a loro volta, hanno il compi-to di impegnarsi per rendere affascinante nel mondo tale spiritualità carmelitana. Tutti, consacrati e laici, condividono lo stesso carisma: dono offerto alla Chiesa.
Se, per maggiore approfondimento, vogliamo risalire alle origini, nell'institutio primorum mona-chorum (L. I, c. 2) leggiamo: "Il fine della vita contemplativa ed eremitica è duplice. Il primo fine lo rag-giungiamo con le nostre forze e l'esercizio delle virtù, con l'aiuto della grazia di Dio, e consiste nell'offrire a Dio un cuore santo e purificato da ogni macchia attuale di peccato... Il secondo fine invece, è conseguito per puro dono di Dio e consiste nel gustare in cuore e sperimentare nell'anima la potenza della Presenza divina e la dolcezza della gloria celeste, non soltanto dopo la morte, ma anche in questa vita".
L' eremo, per i laici, significa non tanto lo spazio esterno, ma il vuoto interiore, spoglio di tante cose che ingom-brano e che non portano a Dio, ma anzi possono benissimo ostacolare l'invasione di Dio. Il primato dell'amore – castità – bisogna darlo a Dio che vuole ricolmare ogni essere umano, delle sue ricchezze divine e incorruttibili, della vita eterna e renderlo partecipe della sua stessa vita trinitaria, cioè vuole deificarlo, renderlo figlio a lui gradito.
Nei nostri santi, l'esperienza trinitaria è molto forte. Educandosi alla preghiera, essi ci immergono, attraverso le loro opere, nel mistero delle Tre Persone Divine che si donano scambievol mente amore l'un l'altra e vogliono che il loro calore trinitario, il loro amplesso amoroso abbracci la persona umana: Dio è partecipazione di intenso e coinvolgente amore. Le Tre Persone Divine chiedono "ospitalità" a ciascuno di noi. Lo stesso respiro trinitario che è in loro deve diventare il nostro.
Ciò si ottiene progressivamente - la nostra vita è tutta un cammino - abbeverandoci alla sorgente dell'unione con Dio, come hanno fatto i nostri santi, che, quasi tutti, ci trasmettono una dottrina teologale ricca, originale e profonda. Ogni santo tutti siamo chiamati a divenirlo - è unico, con una personalità propria e inconfondibile, che si sviluppa e si caratterizza sempre più man mano che egli entra nel piano eterno dell'amore divino.

Ricapitolando: la missione specifica del carmelitano laico è quella di testimoniare ai fratelli la bellezza che deriva dallo "stare" con Dio, ben capace di colmare il cuore e di superare ogni attesa umana. È quella di mostrare che la vita di preghiera perseverante – l'intrattenersi da solo a solo con Colui che ci ama – sa risolvere conflitti, tensioni e anche guarire da mali psichici, che derivano di solito da mancanza di fede autentica.
Riportiamo un tratto di Edith Stein che spiega come un laico può vivere e santificare la sua giornata, carica di impegni:
"Quando la mattina ci svegliamo, subito i doveri e le cure del giorno vorrebbero inondarci da ogni parte (quando pur non ci hanno già angustiato la pace notturna). Si affaccia continuamente l'interrogativo inquieto: "Come posso fare tutto in un giorno? Quando farò questo, quando farò quello? Come affrontare questo dovere, come por mano a quella faccenda?". Ci si vorrebbe alzare d'impeto e gettarsi a capofitto nell'attività. Ma allora importa prendere in mano le redini e dirsi: “Calma! Per ora niente di tutto ciò! La mia prima ora del mattino è del Signore. Poi affronterò il lavoro quotidiano che egli mi affida ed egli mi darà la grazia di adempierlo. Ora mi avvio all'altare del Signore, ove, non si tratta solo di me e delle mie meschine faccende, ma del grande sacrificio di redenzione. Ad esso devo partecipare, purificarmi tutta, riempirmi di santa gioia e porre sull'altare, col sacrificio divino, me stessa, tutte le mie opere e le mie sofferenze. E quando il Signore verrà a me nella santa Comunione, gli potrò chiedere: "Che desideri, Signore, da me?" (Santa Teresa). E ciò che, dopo il silenzioso colloquio con Lui, mi si presenterà come il compito più immediato, darà inizio al mio lavoro. Se inizio la mia giornata lavorativa così, dopo la Messa mattutina, vi sarà in me un sacro silenzio e la mia anima sarà vuota da ciò che la inquieta ed affatica e sarà piena, invece, di santa gioia, di coraggio ed energia. Ed ecco: essa è diventata ampia, perché è uscita da sé ed è entrata nella vita divina. Come fiamma silenziosa, arde in lei l'amore che il Signore vi ha àcceso e la spinge a contraccambiargli amore e ad accenderlo in altri”:
La carità incendia e il suo ardore si riversa sul prossimo.
Chiaro davanti a sé il prossimo tratto di strada; non vede molto lontano, ma sa che quando sarà giunta là ove l'orizzonte limita il suo sguardo, si aprirà davanti a lei una nuova veduta. 
Ora inizia il lavoro quotidiano; può essere l'insegnamento – 4 o 5 ore consecutive –. È necessario star sempre attenta; non si può ottenere in ogni ora ciò che si vorrebbe, forse in nessuna: Stanchezza, inter-ruzioni non previste, discepoli im-preparati, irrequieti, scontrosi. Oppure, lavoro d'ufficio: rapporti con colleghi e superiori insopportabili, pretese impossibili, rimproveri ingiusti, meschinità umane, forse mi-serie di varia natura. Giunge la pausa meridiana. 
Si torna a casa, esauste, affrante. E qui forse attendono nuove angustie. Dov'è andata la freschezza mat-tutina dell'anima? Anche ora ci si vorrebbe tuffare di nuovo nella lotta e nella tempesta: agitazione, irre-quietezza, pentimento. Vi è ancora tanto da fare fino a sera! 
Non si deve dunque ricominciare subito? No! Non prima di aver trovato, almeno per un istante. un po' di silenzio
Ciascuna [persona] deve conoscersi od imparare a conoscersi, per sapere dove può trovare un po' di calma. Il miglior modo, se è possibile, sarebbe riversare tutte le proprie cure, ai piedi del tabernacolo per un breve tempo. Chi non può farlo, perché forse ha bisogno di un po' di riposo, si trattenga un istante nella propria stanza. Ma, se non è possibile un momento di calma esteriore, se non si ha un ambiente adatto in cui potersi ritirare, se doveri improrogabili impediscono un'ora di silenzio, sarà necessario almeno chiudersi in sé per un istante, separandosi da tutte le cose e rifugiarsi nel Signore. Egli è nel nostro intimo e può concederci in un solo istante tutto ciò di cui noi abbiamo bisogno. 
Si affronterà poi il resto della giornata; la si passerà forse in grande fatica e stanchezza, ma in pace. 
Quando poi sopravverrà la notte, e guardando indietro vedremo quanto è rimasto incompiuto e come molti nostri progetti non siano stati effettuati, se ciò eccita in noi forte confusione e pentimento, prendiamo tutto così com'è, e mettiamolo nelle mani di Dio, abbandoniamolo a lui. In lui potremo così riposare, veramente riposare, per iniziare il giorno nuovo come una nuova vita. 
Ecco un semplice cenno di come si può ordinare la giornata per dar posto alla grazia di Dio. Ciascuna [persona] saprà ben farne l'applicazione alla propria vita" (EDITf{ STEIN)
San Tommaso Moro, Gran Cancelliere d'Inghilterra, partecipava ogni mattina al Sacrificio eucaristico. Ai dignitari di corte che gli facevano osservare dove mai – con tanti compiti da assolvere –, trovasse tempo per il culto divino –, rispondeva: "È proprio per questo che vado a Messa: la partecipa-zione al banchetto eucaristico mi dà l'energia spirituale necessaria per affrontare con calma gli affari del regno".

Terminiamo con una preghiera rivolta particolarmente ai laici carmelitani:
Siate, quel che siete: figli di Dio, redenti dal sangue di Cristo, santificati dal Battesimo.
Siate, quel che siete: carmelitani che testimoniano la bellezza e la grandezza di una vita vissuta in unione con Dio Trinità.
Siate, quel che siete nel vostro intimo centro, dimora di Dio.
Siate santi, vivendo un'unione con Dio sempre più intima, feconda..
Il Signore, chiamandovi a lavorare nella sua vigna e donandovi il carisma carmelitano, vi chiama ad un’eccelsa santità. Non fermatevi a chiedere briciole perché il nostro Dio è ricchissimo, onnipotente, magnanimo e vuole colmarvi già ora delle sue ricchezze divine. Vuole rendervi partecipi della sua stessa vita divina di mutuo amore donante.
Ed infine, ricordate che solo una Persona è nata ed è morta per vostro amore, per salvarvi e donarvi una vita di beatitudine senza fine: Gesù Cristo.
Amatelo, invaghitevi di lui che mai delude e sempre si dona nella Comunione.
Gesù apre ad ogni suo fratello la porta di accesso al Padre suo e nostro. Amen!


4. Come portare oggi nel mondo il nostro carisma  (NON FATTO)

L'esistenza di oggi è tanto dispersiva da frantumare facilmente il nostro essere, che dal profondo del cuore tende all'unità, alla comunione, all'amore. Le caratteristiche delle Tre Persone divine sono le medesime di ogni persona umana, creata a somiglianza di Dio.
Ogni carmelitano laico dovrebbe comprendere l'urgenza di oggi di portare il carisma carmelitano dove la Chiesa vive nel mondo, che sembra impazzire senza Dio. Con il Battesimo, egli ha ricevuto dallo Spirito Santo le virtù teologali che lo orientano a vivere costantemente unito a Dio. Fede, carità e speranza indicano il dono della vita trinitaria che si vuole donare alla persona umana. La fede, accolta e vissuta nella vita pratica, riveste di sé l'intelletto; la carità s'insedia nella volontà e nel cuore, che si protendono verso Dio, danno a Lui il primato dell'amore; la speranza si colloca nella facoltà della memoria. "Le tre virtù teologali sono gli oggetti propri soprannaturali delle nostre tre principali potenze e sono i mezzi per l'unione con Dio" (cf 2 Salita 6, 1). Esse ci mettono in contatto diretto con Dio.
Il mondo d'oggi ha estremo bisogno di tutto ciò per imparare a vivere e per dare un senso alla vita.
"I laici si trovano nella linea più avanzata della vita della chiesa; per loro la chiesa è il principio vi-tale della società umana. Perciò essi, specialmente essi, debbono avere una sempre più chiara consapevo-lezza, non soltanto di appartenere alla chiesa, ma di essere la chiesa. Essi sono la chiesa" (cf Christifideles laici 9).
In questo senso, essendo la Chiesa per sua natura missionaria, la loro esistenza di battezzati [carmelitani] si fa missione.
Essi hanno ascoltato l'invito del Signore di andare a lavorare nella sua vigna, dove hanno una parte viva di responsabilità. "La vigna, di cui parla Gesù nel Vangelo, è per loro il mondo intero (cf Mt 13, 38), che dev'essere trasformato secondo il disegno di Dio in vista dell'avvento definitivo del Regno" (cf ivi I).
Così il carmelitano laico diventa testimone fedele nel proprio ambiente con una perseveranza lieta - perché supportata dalla vita teologale -' pur tra difficoltà e sofferenze, nello stato di vita abbracciato e nel compimento esatto dei doveri connessi al suo stato civile nel mondo.
Col suo carisma - l'unione con Dio, vissuta e coltivata ogni giorno secondo le proprie possibilità - è chiamato a testimoniare e a continuare la figliolanza di Cristo, unito al Padre, e a portare Dio nel mondo d'oggi in questo modo specifico - carmelitano - là dove vive, senza evasione, ma anzi togliendo, con la sua testimonianza, tutti gli idoli dell'ambiente (e oggi sono tanti). Ciò esige l'umile disponibilità del lasciarsi fare dallo Spirito, accogliendo ogni giorno sulle proprie spalle la croce, mezzo di salvezza, per sé e per il mondo intero. Accogliere la sofferenza quotidiana significa entrare nel mistero della partecipazione alla passione redentrice di Cristo. In altri termini ciò significa vivere da persone veramente libere. Come Cristo stesso, l'uomo più libero che mai sia esistito.

Il laico, stando nel mondo, più dei consacrati, può comprendere l'interpretazione più esatta del rapporto che intercorre tra realtà terrena e realtà divina.
È chiamato a collaborare con tutti gli uomini in diversi setton, secondo le proprie possibilità. Ciò richiede un generoso dono di sé, una morale corretta aderente alla sua fede. È chiamato a faticare per fare emergere nel mondo la risposta di Cristo al Padre:
"Sì, Padre, vengo nel mondo per compiere la tua volontà" (Sal 39). Ruolo specifico del laico, donato a Cristo perché amato per
primo da Cristo, è quello di servirsi di ogni circostanza della sua vita per diffondere la comunione con Dio e creare luoghi dove poter incontrare e sperimentare la Salvezza, attraverso il suo specifico carisma. Per ottenere questa realtà occorre, come dice l'Esortazione Christifideles laici, cf 34: "[...]assicurare la crescita
di una fede limpida e profonda, capace di fare dell'evangelizzazione una forza di autentica libertà. Ai laici tocca, in particolare, testimoniare la loro fede e come questa fede costituisca l'unica risposta pienamente valida, più o meno coscientemente da tutti percepita e invocata, dei problemi e delle speranze che la vita pone ad ogni uomo e ad ogni società. Ciò sarà possibile se i fedeli sapranno superare in se stessi la frattura tra il Vangelo e la vita, ricomponendo, nelle loro quotidiane attività in famiglia, sul lavoro e nella società, l'unità d'una vita che nel Vangelo trova ispirazione e forza per realizzarsi in pienezza. Spalancare le porte a Cristo, accogliendolo pienamente nella propria vita è l'unica strada da battere se si vuole riconoscere l'uomo nell'intera sua verità ed esaltarlo nei suoi valori. L'uomo è amato da Dio. È rincorso dal suo amore eterno. È questo l'annuncio che i laici devono portare ovunque siano. Essi hanno una parte importantissima da svolgere: formare, partecipare attivamente e responsabilmente con la loro testimonianza, con lo slancio e l'azione missionaria verso quanti ancora non credono o non vivono più la fede ricevuta con il battesimo

Per poter offrire Cristo ad ogni uomo seguire Maria che ha portato e dato Cristo al mondo.
In NMI il Papa propone a tutti i credenti una "misura alta della vita cristiana ordinaria" (31). Ripetiamo che in questa pedagogia della santità un posto eminente dovrà essere dato all’'apprendimento dell'arte della preghiera che conduce ogni singolo fedele all'innamoramento di Cristo, fino ad un vero invaghimento del cuore" (cf ivi 33).
Cristo, Figlio primogenito, è stato mandato dal Padre nel mondo per una missione. Ogni persona che ha abbracciato il carisma carmelitano, come Cristo, è inviata nel mondo per svolgervi una precisa e specifica missione, che la colloca nel piano d'amore divino di salvezza con un nome proprio. Fuori di questo disegno, la persona resta anonima.
Non pensiamo che la missione sia qualcosa di grandioso:
non è altro che sforzarsi di adempiere, con l'aiuto della grazia, quello che il Signore ci sta chiedendo qui e ora. Afferrare l'attimo presente, caricarlo di vita eterna, cioè di fede, di amore, di speranza. Di vita teolo-gale, di vita di unione con Dio. Viene sempre fuori il nostro bellissimo carisma carmelitano di unione d'amore con Dio.
Dobbiamo essere spalancati alla grazia, disponibili come Maria: fiat mihi. L'apertura alla grazia presuppone l'attiva e responsabile collaborazione individuale.
Attuando la propria missione, quello che Dio chiede nel miglior modo possibile, nel luogo in cui si vive, si appaga in fondo, la più intima aspirazione di felicità, insita in ciascuno di noi.
Ciò suppone il lasciarsi condurre per mano, come un fanciullino, da Qualcuno che ci trascende e sa dove andare. Così ogni figlio di Dio, ogni carmelitano laico - è di lui che parliamo diventa veramente libero e autore della sua storia.

Libero: Dio gli comunica la sua logica divina attraverso la Rivelazione e lo rende partecipe della sua libertà sovrana, che deriva proprio dalla dipendenza assoluta dal Padre (i soliti paradossi della vita spirituale). Gesù dipendeva in tutto dal Padre ed era del tutto libero.
Autore del/a sua storia: Dio, Padre tenero e premuroso più che madre, è solito nascondersi per responsabilizzare il figlio e lasciare a lui l'impegno di costruirsi la sua vita.

Se assecondiamo l'opera divina, ci troveremo davanti un proprio programma da attuare. Dio ci ha donato l'esistenza con quei caratteri - qualità, doni, connotazioni - che la contraddistinguono e ce l'ha scelta con benevolenza infinita, avviandola ad una meta molto alta, verso la quale noi, da soli, non avremmo potuto fissare lo sguardo, non sapendo leggere nel mistero dell'eternità, della sapienza di Dio. Questa meta per noi carmelitani è l'unione con Dio, sempre più intima, sempre più profondamente realizzante, attuata giorno dopo giorno grazie all'amicizia (amistad) che postula un dialogo sempre Più intimo con Colui che ci ama: tutto il resto deve derivare da lì. La fede senza amicizia con Dio diventa irreale ed astratta.
Con Dio per amico io non sono solo, ma vivo unito all'Amico fedele, Gesù, che mi porta a vivere in rapporto con le altre Persone della Trinità.
Entrando, con libera scelta, nel piano divino, i nostri orizzonti si ampliano: ci sentiamo dilatare, ci incontriamo con una vita diversa da quella puramente terrena, di solito affannosa, pesante, mediocre, piatta, condizionante. Con una vita che ci eleva e, rivelandoci profondità inesplorate del nostro essere, ci consente di respirare un'atmosfera salutare, pur stando immersi nel mondo. Si verifica una conoscenza con la parte più vera e più intima di noi, con quella parte interiore da cui sgorgano desideri, aspirazioni, aneliti, modi di sentire, che costituiscono lo specifico del nostro essere e che, individuati, danno luogo ad una forte e adulta personalità.
Seguire la propria missione con sincerità significa conoscersi e conoscersi significa incontrarsi, prima o poi, con Dio. Ponendosi in relazione con Dio, ci incontreremo con quello che profondamente desideravamo. La sintonia delle due volontà - propria e di Dio - ci rende liberi e ci porta a vivere di là delle fluttuazioni della passibilità, collocandoci nel medesimo vivere divino. Chi si consegna a Dio totalmente, in qualunque stato di vita si trovi, non sbaglia strada né devia; al contrario si ritrova e si completa in pienezza: nasce la persona umano-divina, conforme a Cristo Uomo-Dio. Ogni parte dell'essere si completa. Ciò perché Dio ha in vista qualcosa di più e di meglio per ogni suo figlio, sempre molto limitato.
Nessuno da solo, senza la guida della grazia e la luce dello Spirito Santo, può scoprire la sua missione, che è in fondo una missione extratemporale, voluta e guidata dallo Spirito Santo per l'avvento del Regno di Cristo nel mondo. Tale missione extratemporale passa necessariamente attraverso il tempo per entrare nell'ordine eterno e proiettarsi nella vita definitiva. Assecondata, essa formerà quel capolavoro di santità che ciascuno di noi può divenire, perché ne porta in sé il germe divino. Ecco come, vivendo il proprio carisma, si fa scendere il paradiso in terra.

Siamo stati creati da Dio per un fine eterno. Purtroppo molte persone disconoscono la propria mis-sione e neanche si danno pensiero di tentare di elevarsi dal livello materiale in cui vivono, immersi nelle mille banalità della vita terrena. Come se lo spirito non esistesse.
È la preghiera, accompagnata dal sincero dono di sé, che ci permette di arrivare a Dio e pervenire all'unione d'amore con Lui.
Lo Spirito Santo illumina chi gli si affida, lo lavora e gli concede di penetrare, in parte, nella visio-ne del progetto divino ed eterno. Lo Spirito Santo accompagna per la retta via della luce, se trova docilità e disponibilità alla sua azione che trasforma di dentro.
Compiere nel mondo il piano d'amore di Dio equivale ad essere se stessi, a vivere la vita di persone libere, a ritrovare la propria identità di figli di Dio. Per questo l'uomo è stato creato e voluto dal Padre suo.

Terminiamo con una preghiera rivolta particolarmente ai laici carmelitani:

Siate, quel che siete: figli di Dio, redenti dal sangue di Cristo, santificati dal Battesimo.
Siate, quel che siete: carmelitani che testimoniano la bellezza e la grandezza di una vita vissuta in unione con Dio Trinità.
Siate, quel che siete nel vostro intimo centro, dimora di Dio.
Siate santi, vivendo un'unione con Dio sempre più intima, feconda, realizzante.
Il Signore, chiamandovi a lavorare nella sua vigna e donandovi il carisma carmelitano, vi chiama ad una eccelsa santità. Non fermatevi a chiedere briciole perché il nostro Dio è ricchissimo, onnipotente, magnanimo e vuole colmarvi già ora delle sue ricchezze divine. Vuole rendervi partecipi della sua stessa vita divina di mutuo amore donante.
Ed infine, ricordate che solo una Persona è nata ed è morta per vostro amore, per salvarvi e donarvi una vita di beatitudine senza fine: Gesù Cristo.
Amatelo, invaghitevi di lui che mai delude e sempre si dona nella Comunione.
Gesù apre ad ogni suo fratello la porta di accesso al Padre suo e nostro.
Amen!

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Il Paradiso non può attendere: dobbiamo già cercare il nostro Cielo qui sulla terra! Questo blog tratterà di argomenti spirituali e testimonianze, con uno sguardo rivolto al Carmelo ed ai suoi Santi