AFORISMA

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(Rita Levi Montalcini)

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Nostra Signora del Carmelo

Nostra Signora del Carmelo
colei che ci ha donato lo scapolare

martedì 8 novembre 2011

BEATA ELISABETTA DELLA TRINITA'(biografia di P. Claudio Truzzi)

IN QUESTO MESE SI FESTEGGIANO BEN TRE ELISABETTE, TRA SANTE E BEATE!

Il 5 novembre, insieme a S. Zaccaria, si festeggia la sua sposa, Santa Elisabetta, madre della Vergine Maria.

Il 17 di questo stesso mese, cade la ricorrenza di Santa Elisabetta d'Ungheria, ma oggi, 8 novembre, per noi Carmelitani, è la Beata Elisabetta della Trinità ad essere ricordata con particolare affetto. Qui sotto riporto la biografia redatta da P. Claudio Truzzi, ocd, e attualmente nostro Padre Provinciale della Provincia Lombarda.

"Domenica mattina, 18 luglio 1880, Elisabetta Catez vede la luce in una baracca del campo militare d'Avor, vicino a Bourges, dove il padre, Giuseppe Francesco, è ufficiale col grado di capitano.
La nascita è preceduta da gravi preoccupazioni: i medici infatti hanno avvertito che il cuore del nascituro non batte più e che bisogna intervenire per salvare almeno la madre.
Gli sposi chiedono al Cappellano Chaboisseau di celebrare una Messa per ottenere da Dio un parto felice. Al termine della Messa viene al mondo - come ricorderà, poi, la signora Catez - una bambina sana, molto bella e vivace. La bimba riceve il Battesimo nello stesso campo militare, il 22 luglio successivo, festa di S. Maria Maddalena.
Vive serenamente la sua infanzia prima a Bourges, poi ad Auxonne, infine a Digione. Qui, il 20 febbraio 1883 nasce la sorellina Margherita: la piccola "Guite" sarà tanto dolce quanto Elisabetta, il "piccolo capitano", è turbolenta! "È un vero diavolo; si trascina; ha bisogno ogni giorno di un paio di calzoncini bianchi!... Elisabetta, che parla così bene, ti divertirà molto, è una grande birichina", scrive la mamma.
Ha solo 7 anni quando a breve distanza muoiono prima il nonno materno Rolland e, otto mesi dopo, il 2 ottobre, il padre, il fiero capitano, che, improvvisamente stroncato da una crisi cardiaca, muore nelle braccia della bambina.
Il suo animo sensibile recepì in profondità la sofferenza per il padre morente e il dolore che la sua morte portò nella famigliola così affiatata.
La signora Catez affronta la sua condizione di vedova con grande dignità e buon senso; si trasferisce in una casa più piccola e utilizza le risorse per assicurare alle figlie una formazione ed un'educazione rispondente alla loro posizione sociale e ai valori morali coltivati dalla famiglia.
Grazie alla sua sapiente opera, Elisabetta potè gradualmente volgere al meglio la potenzialità del suo carattere; così il dolore per la perdita del padre, l'amore tenerissimo verso la madre e il senso di responsabilità verso la sorellina consolideranno il lavorio su di sé per rispondere ai desideri della mamma e ai movimenti della grazia di Dio.
Tutti i testimoni concordano nell'affermare che tra la prima Confessione a 7 anni e la prima Comunione a 11 anni, Elisabetta cambiò progressivamente e radicalmente, tanto che a 11 anni il suo carattere si era totalmente modificato, senza che l'impegno da lei posto nel vincersi alterasse la sua naturale vivacità e gaiezza.

Chi la conobbe appena un anno dopo la sua prima Comunione non voleva credere che ella fosse stata così "terribile" come si diceva.
Già la sera stessa del giorno della sua prima Comunione, è molto colpita dalla spiegazione del suo nome, che la Priora del Carmelo - situato a pochi passi da casa sua - le diede: Elisabetta=casa o abitazione di Dio.
Corrispondeva correttamente all'esperienza da lei vissuta in quel giorno: un orizzonte meraviglioso e sempre più nuovo le si era dischiuso. Nessuna tempesta successiva potrà alterarne il ricordo e il "richiamo".
Questi "episodi" non devono però creare in noi l'immagine di una ragazzina esteriormente troppo diversa dal normale o "strana".
Se si escludono le lezioni al Conservatorio (iniziate a otto anni), Elisabetta non ha frequentato scuole. La signorina Irma Florey le dà, a casa, lezioni di formazione generale e letteraria. Questa formazione rimarrà abbastanza incompleta. Si devono certamente alle sue doti personali, più che alla scuola, la profondità del suo pensiero e la vivacità delle immagini nei suoi scritti.
Quanto alla musica, studia al Conservatorio ed ogni giorno trascorre molte ore al piano. Spesso partecipa attivamente ai concerti organizzati in città dal Conservatorio e dal grande Teatro di Digione, presso San Michele. La sua maestria precoce le varrà le lodi dei giornali locali. Probabilmente la madre intendeva avviarla all'insegnamento della musica, ma la strada di Elisabetta volge altrove!
A quattordici anni fa di se stessa questo "autoritratto": "Senza orgoglio io credo che l'insieme della mia persona non sia da disprezzare. Sono bruna e, secondo il parere degli altri, abbastanza alta per la mia età. Ho due occhi neri scintillanti, le mie folte sopracciglia mi conferiscono un'aria severa. Il resto della mia persona è insignificante. I miei eleganti piedi potrebbero farmi soprannominare "Elisabetta dai lunghi piedi"... Questo il mio ritratto fisico.
Passando al morale, dirò che ho un carattere abbastanza buono. Sono gaia e, lo devo confessare, un po' stordita. Ho buon cuore. Sono di natura civettuola. Si dice che bisogna esserlo un po'. Non sono pigra "io so che il lavoro rende felici". Senza essere un modello di pazienza, so generalmente contenermi. Non ho rancore. Ecco il mio ritratto morale. Ho i miei difetti, e purtroppo poche qualità. Spero di acquistarne...".
Si nota la simpatica sincerità di una ragazza che sa sorridere anche dei propri difetti, e la modestia di Elisabetta che non fa nessun accenno ai successi per le eccellenti qualità di pianista.
Va crescendo la sua maturità spirituale e la vita interiore che già la rende libera da tanti "valori" importanti per le sue coetanee e per la società che frequenta. Ciò le permetterà di non prendersela troppo quando, ingiustamente, le verrà tolto un prestigioso premio già assegnatole dalla giuria (il primo premio di piano al Conservatorio di Digione).
Elisabetta custodisce il suo cuore; ma non per questo è insensibile alle bellezze del creato; e neppure rifiuta la compagnia e il sano divertimento; ama i bei vestiti e per non gravare sull'economia familiare impara taglio e cucito e se li confeziona!

Nascita di una vocazione

Questa ragazza simpatica e disinvolta ha già superato, verso i tredici anni, una dolorosa fase di scrupoli. È capace di profondo raccoglimento e, alle soglie della sua giovinezza, si è consacrata interamente a Dio. Ecco il suo racconto: "Stavo per compiere 14 anni, quando una mattina nel ringraziamento della Comunione mi sentii spinta irresistibilmente a scegliere Gesù per mio unico Sposo, e senza indugio a Lui mi legai col voto di verginità. Non ci scambiammo parole, ma ci donammo l'un l'altra in silenzio, con un amore così forte, che la risoluzione di non appartenere che a Lui divenne in me definitiva". (S 23)
Elisabetta è impegnata in una donazione totale che diventa sempre più la legge, l'opzione fondamentale della sua vita.
Questa scelta, contrariamente a quanto si potrebbe pensare, non produce né rifiuto della sua condizione sociale, né dicotomia tra la sua vita di società e la sua vita interiore.
Le persone più sensibili che la avvicinavano avvertivano in lei, dal suo sguardo, una "profondità" non comune. Una volta una signora le disse: "Elisabetta, tu vedi Dio!"
Conoscere l'esistenza del Carmelo fu per Elisabetta una questione "geografica": la sua casa di Digione distava pochi metri dal Monastero, ed ella imparava il ritmo della giornata delle Monache dal suono della campanella che la raggiunge nelle stanze di casa sua. Una coincidenza? Certo è che il suo proposito di totale donazione a Dio la porta a considerare la vita religiosa come sbocco della sua vocazione che, ben presto, si preciserà come "chiamata al Carmelo".
Ma quando parlò con la mamma della sua vocazione al Carmelo ne ebbe una risposta negativa che non ammetteva repliche; le fu proibito addirittura di frequentare il Carmelo! E nulla faceva prevedere la possibilità di un cambiamento.
Tuttavia la speranza di Elisabetta rimase solida e ferma la sua decisione. Esternamente e nella vita di ogni giorno ella si comportò come se il problema non esistesse. Continuò gli studi, l'impegno nelle opere parrocchiali, i viaggi, la partecipazione alla vita sociale con naturalezza e senza creare problemi in famiglia.
Gli anni passavano, ma il suo proposito non mutava: ella li viveva come una preparazione per la vita al Carmelo. Furono anni di sofferenza perché la chiamata di Dio si faceva via più chiara e il cammino spirituale si precisava sempre più in linea con la vita claustrale Carmelitana.
Finalmente (è il 26 maggio del 1899) "...dopo colazione - scrive Elisabetta - questa povera mamma mi ha interrogata, e quando ha veduto che le mie idee erano sempre le stesse, ha pianto molto, e ha detto che a ventun'anni non mi impedirà di partire;... Quanto ho ammirato la sua rassegnazione! È stata propriamente la Madonna che mi ha ottenuto questa grazia, poiché non avevo mai trovato la mamma così. Quando le ho vedute piangere tutte e due (mamma e sorella), anch'io ho pianto a dirotto. O mio Gesù! Bisogna che siate proprio Voi a chiamarmi e sostenermi... perché il mio cuore non si spezzi. Per risparmiare loro una lacrima, tenterei tutto;... ed invece sono propriamente io che le affliggo così!"
Si rivela qui la profonda umanità di Elisabetta e la sua squisita sensibilità: la gioia per l'ottenuto consenso non la distrae dal dolore della madre e della sorella.
E così sarà anche dopo la sua entrata al Carmelo; non teme di esprimere la calda tenerezza del suo cuore, di partecipare ed immedesimarsi con la mamma, la sorella (si sentirà mamma - più che zia - delle nipotine), le zie, gli amici.
Fin dalle prime volte che aveva trattato della sua entrata al Carmelo, la Madre Priora le aveva offerto di seguirla nelle fondazioni del Monastero di Paray-le-Monial e lei aveva accettato, senza fare cenno alle sue preferenze per il Carmelo di Digione e al bisogno di trovare già stabilita, nella piena regolarità, quella vita di solitudine e di preghiera cui si sentiva chiamata. La violenza che doveva fare a se stessa aumentava con l'avvicinarsi della sua entrata, ma lasciò che gli altri facessero di lei ciò che volevano.
Prima di lasciare definitivamente la sua casa, Elisabetta si inginocchia davanti alla fotografia del padre e gli chiede l'ultima benedizione. È il 2 agosto 1901, primo venerdì del mese: la mamma, la sorella e qualche amica l'accompagnano, prima, alla Messa e, poi, alla porta del Convento.
Dietro le porte della Clausura l'accolgono le nuove sorelle e la Maestra delle Novizie, Madre Germana di Gesù (che sarà presto anche Priora). Veste l'abito delle postulanti, e meraviglia tutti per il suo raccoglimento, la sua amabilità, per la gioia e la semplicità con cui svolge i compiti che le vengono richiesti.
La vita di una Postulante nel suo complesso è austera e molto diversa da quella vissuta fuori. Per Elisabetta non vi sono più il pianoforte, i viaggi..., deve adattarsi al ritmo della vita di comunità che ella trova molto impegnativa, ma entusiasmante e che vive con generosità.
Giunge così l'8 dicembre: dopo quattro mesi di postulandato, ha luogo la "vestizione" di Elisabetta. Secondo l'uso, ella passa la mattinata con la sua famiglia e le amiche nella casa esterna del Monastero.
Nel pomeriggio, indossando un abito da sposa, si presenta alla Vestizione religiosa che ha luogo nel coro: le viene dato il nome di "Elisabetta della Trinità", nome che è un po' la sintesi della sua spiritualità: essere l'abitazione dove la Trinità trovi accoglienza e dedizione totale.
Se i quattro mesi di postulandato erano stati pieni di luce e di consolazione, i mesi del noviziato sono piuttosto duri e penosi: l'aridità, gli scrupoli tornano a tormentarla. È nella nebbia, ha giorni di confusione, in certe ore c'è angoscia e tempesta. La sofferenza scuote la sua salute; ma lei continua il suo sforzo di non gravare sulle altre, tanto che nessuno si accorge del travaglio interiore.
La fede e la fiduciosa obbedienza la guidarono a confidarsi con la Madre Germana che la aiutava a leggere tali pene come mezzo di cui Dio si serviva per far si che conoscesse meglio se stessa, si perfezionasse nell'umiltà e si avvicinasse di più a Cristo.
Elisabetta annota: "Ecco il mio stato d'animo: per me è come se Dio non esistesse", confida alla Madre Germana. Ed ad un'amica: "Non si viene al Carmelo per sognare contemplando le stelle. Vada a Lui con la pura fede!"
Anche nel ritiro che precede la Professione l'angoscia perdura, tanto che proprio alla vigilia della Professione, la Madre ritiene opportuno chiamare un confessore prudente per tranquillizzarla.
La mattina seguente - 11 gennaio 1903, festa dell'Epifania - suor Elisabetta emette la Professione perpetua, pronunziando i voti di povertà, castità ed obbedienza, davanti all'altare, ornato di fiori, della sala del capitolo, attorniata solo dalla comunità. Entro di lei sente risuonare la frase di S. Paolo: "Fratelli, vi scongiuro per la misericordia di Dio di offrire i vostri corpi come un sacrificio vivente, santo, gradito a Dio, come vostro culto spirituale", e intende viverla con gioia in risposta all'invito paolino.
Dopo la Professione Elisabetta rimane nell'ambito del noviziato, perché era usanza considerare le neo-professe come religiose che dovevano ancora perfezionarsi per un triennio, senza poter esercitare impegni di responsabilità.
Dopo aver superato la soglia del suo impegno definitivo con la professione, Elisabetta gode pienamente d'una profonda pace, d'una profonda gioia in Dio al quale continua abbandonarsi con una fedeltà e un ardore totali.
La propria vita, il personale cammino di perfezione non sono per la propria soddisfazione o sicurezza, sono per Gesù. E Gesù non è forse lo "sposo delle anime"? Non ha dato la vita per la sua Chiesa?
Suor Elisabetta non può trascurare questo mirabile disegno di Dio e sempre più si offrirà perché "l'amore trionfi" nelle anime, nella Chiesa. Perché ella è convinta, alla scuola di S. Giovanni della Croce, che quello stesso Amore che "spira" nella Trinità vuole parteciparsi agli uomini, ma è così misconosciuto e dimenticato!
Nei mesi della sua dolorosa malattia, diventerà sempre più evidente come la sua vocazione di "laudem gloriae" della Trinità si concretizzi in un vero martirio volontariamente accolto ed offerto in unione "trasformante" a Cristo.
La salute di Suor Elisabetta è rimasta discreta fino alla primavera del 1905; ma la terribile stanchezza, contro cui aveva lottato per mesi, comincia a prendere il sopravvento, e i terribili mal di stomaco, che le impedivano di nutrirsi regolarmente, non possono più esser tenuti nascosti.
Nessuno sospettava ancora la gravità del male, ma Elisabetta, il primo gennaio 1906, commentava l'assegnazione - fatta per estrazione - di S. Giuseppe come suo protettore per quell'anno: "S. Giuseppe è il protettore della buona morte e mi verrà a prendere per condurmi al Padre".
Il medico lasciava sperare che questa crisi si sarebbe superata con riposo e aria buona; per questo le venne tolto anche l'ufficio di aiuto portinaia.
A metà quaresima, invece, si aggravano i sintomi del male, che tutti i biografi definiscono come morbo di Addison, allora inguaribile. Una serie di gravi disfunzioni, prima, e poi l'atrofia delle ghiandole surrenali le procurarono quei terribili sintomi - stanchezza fino quasi all'impossibilità di compiere movimenti, mancanza di appetito con nausea e vomito, violente coliche intestinali, diminuzione della resistenza alle infezioni (si manifesteranno ulcere dolorosissime), al freddo ecc..., depressione psichica, irritabilità, insonnia - che resero necessario il trasferimento nell'infermeria della comunità.
Nella domenica delle Palme una crisi più violenta del solito consiglia di amministrarle l'Unzione degli infermi.
Ma la crisi viene superata: per intercessione di S. Teresina riacquista l'uso delle gambe e può avere la consolazione di recarsi nel coretto dell'infermeria dove, oltre a partecipare, fin che le sarà possibile, agli atti comuni, cerca la forza per sopportare gli attacchi della malattia sempre più frequenti e intollerabili.
"Sono venuta a rifugiarmi nella preghiera del mio Maestro, perché soffro tanto e avevo bisogno della sua forza Divina!" spiega alla Madre che la trova tutta rattrappita in un angolo del coretto. Eppure ella continua a preoccuparsi degli altri, a mantenere il proprio equilibrio, anche se confida al medico:
"Questa notte ho tanto sofferto che sono stata tentata di gettarmi dalla finestra; ma mi sono detta: non è così che una Carmelitana deve soffrire".
Alla Madre: "Soffro tanto che adesso capisco il suicidio. ma non si preoccupi. Dio veglia su di me".
Elisabetta, che ha saputo amare e apprezzare con acuta sensibilità contemplativa la vita, accetta la sofferenza e la morte "trasfigurandole": "Quando mi corico sul mio lettino, penso di salire sul mio altare e Gli dico: "Mio Dio, non preoccuparti!" Talvolta sento angoscia, ma allora mi calmo dolcemente e Gli dico: "Mio Dio, non importa"", confida alla Madre Maria di Gesù che era tornata a Digione per qualche tempo.

"Eccolo che viene!"

A metà agosto fa il suo ultimo ritiro, di cui lascia per obbedienza degli appunti; verso la fine di ottobre è costretta definitivamente a letto, totalmente esausta e ormai scheletrita.
È consapevole della fine vicina:
"Sento che la morte mi afferra...
Per la natura è talvolta penoso e t'assicuro che se mi fermassi qui, non sentirei che la mia viltà nella sofferenza. Ma questo non è che lo sguardo umano, e ben presto apro l'occhio della mia anima alla luce della fede, e la fede mi dice che è l'amore che mi distrugge, che mi consuma lentamente, e la mia gioia è immensa..."; e confida alla Madre di preferire - se le fosse dato di scegliere - fra un'estasi e la morte nell'abbandono del Calvario, quest'ultima; non per il merito ma per glorificare e rassomigliare al Divino Maestro.
Verrà esaudita!
Una lunga e dolorosissima agonia l'attende.
Riceve nuovamente l'Unzione degli infermi al mattino del 31 ottobre.
A mezzogiorno, sentendo suonare le campane, spera che siano il segnale della sua "partenza", ma dovrà attendere ancora.
Conservò sino alla fine lucida la coscienza e tutto il suo spirito soprannaturale. La sete ardente, che non poteva essere alleviata perché non poteva inghiottire neppure l'acqua, rimandava la mente all'agonia di Cristo, ed ella giudicava questa somiglianza "una delicatezza infinita" del suo Sposo.
Spesso cercava di consolare le sorelle e raccomandava la mamma. Al medico che le aveva parlato dell'estrema debolezza del battito del polso dice:
"Fra due giorni, probabilmente sarò in seno ai miei Tre! È meraviglioso!"
Verso le prime ore del mattino del 9 novembre i suoi dolori si calmarono, ma i lineamenti alterati facevano presagire vicina la fine, per cui tutta la Comunità venne radunata attorno al suo letto.
Il volto si distese, gli occhi si aprirono per fissarsi in alto, e spirò senza che le sorelle potessero coglierne l'ultimo respiro: "Vado alla Luce, all'Amore, alla Vita!", erano state le ultime parole che aveva potuto pronunciare qualche giorno prima.
Le sue esequie furono più una festa che un funerale; i sacerdoti e le persone amiche che vi parteciparono affermarono di aver provato, più che cordoglio, dolcezza e speranza."
P. Claudio Truzzi

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