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Nostra Signora del Carmelo

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domenica 15 dicembre 2013

Verso la pace in Centrafrica?

VATICAN INSIDER

Repubblica Centrafricana, la lunga via verso la pace

Cinquantamila sfollati sono accampati da tre mesi nella diocesi di Bossangoa. Il Vescovo: “Dobbiamo trovare soluzioni alla frattura tra cristiani e musulmani”



“Questa mattina Karine, una giovane donna, ha dato alla luce un bellissimo bambino, diventando mamma per la terza volta. Il lieto evento è avvenuto niente poco di meno che nella nostra Chiesa. Il parto è avvenuto senza complicazioni e siamo stati informati soltanto a cose fatte. Il bambino e la mamma stanno bene, riposano nella sala del capitolo. Quindi, per noi, oggi è già Natale e mi dispiace per voi che dovete aspettare ancora qualche giorno”. E’ felice padre Federico Trinchero, missionario carmelitano che sta ospitando oltre duemila sfollati nel convento di Nostra Signora del Monte Carmelo, a Bangui. 

A Bossangoa invece, trecento chilometri a nord della capitale, di bambini ne sono nati 59, solo nell’ultimo mese e mezzo. Sono figli e figlie dei 50mila sfollati che hanno cercato rifugio nella sede della diocesi, accampati lì dall’8 settembre scorso, quando le milizie Seleka hanno attaccato la popolazione. Il numero è stato verificato di recente da Caritas e Alto Commissariato per i Profughi delle Nazioni Unite: è il più grande assembramento di persone, in un Paese che conta 530mila sfollati interni, fuggiti da violenze e razzie (solo nell’ultima settimana, le vittime del conflitto sono più di seicento) mentre 2,3 milioni di persone hanno bisogno di assistenza immediata. 

“Gli sfollati qui si sono accampati dove potevano” commenta il vescovo di Bossangoa, monsignor Nestor Desiré Nongo Aziagbia. Fino a due mesi fa pernottavano anche nella cattedrale. Oggi dormono negli uffici, nei cortili, nella residenza del vescovo e dei religiosi, nel convento, nelle scuole, fra gli uffici diocesani e il Tribunale ecclesiastico, nel centro di accoglienza e la scuola professionale, nei garages, in falegnameria e persino nella porcilaia. 

“Noi diamo loro cibo e acqua, ma gli aiuti internazionali ci raggiungono ancora troppo lentamente” sottolinea il vescovo. I militari francesi, arrivati pochi giorni fa, hanno favorito la circolazione e il trasporto dei beni più essenziali, ma non basta. Ancora oggi gli sfollati si devono procurare l’80 per cento del cibo. Sono soprattutto le donne a spingersi nei campi, devastati e razziati dalle milizie, per raccogliere quel poco che è rimasto. Devono farlo, nonostante il rischio di attacchi e violenze sia molto alto. “Fra un mese o due, se le cose non cambieranno, la situazione diventerà ancor più grave, perché saremo ridotti alla fame” denuncia monsignor Aziagbia. 

Altro problema: l’acqua. Pozzi e pompe della diocesi garantiscono sette, otto litri d’acqua al giorno a testa. E’ un piccolo miracolo. Ma, secondo gli standard internazionali, ogni persona ne dovrebbe avere almeno 15-20 litri al giorno. 

L’esercito francese ha disarmato gli uomini della Seleka che ancora seminavano il terrore a Bossangoa e i gruppi di anti-balaka, insorti per reagire alle violenze. Per mettere fine al conflitto però ci vuole ben altro, secondo il vescovo: “E’ necessario un disarmo dei cuori, e da quello siamo ancora lontani”. In città è stato istituito un Comitato di riconciliazione che riunisce cristiani e musulmani, ma non sta dando buoni risultati, soprattutto a causa della diffidenza reciproca. 

“Non bastano le celebrazioni o i proclami, dobbiamo trovare soluzioni reali ai problemi reali, alla divisione fra cristiani e musulmani. Dobbiamo cercare un clima di riconciliazione, parlarci, ognuno deve assumersi le sue responsabilità”. Monsignor Aziagbia sa bene che occorrerà molto tempo, perché questo possa accadere: “Sì, tanto tempo. Ma non solo: ci vorrà anche molta, molta pazienza” 

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