AFORISMA

Meglio aggiungere vita ai giorni, che non giorni alla vita
(Rita Levi Montalcini)

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Nostra Signora del Carmelo

Nostra Signora del Carmelo
colei che ci ha donato lo scapolare

martedì 1 marzo 2016

S. Giovanni della Croce - Conferenze di P. Claudio Truzzi OCD

ROMANZE TRINITARIE E CRISTOLOGICHE  
(Toledo 1578)
a cura di P. Claudio Truzzi OCD

Attraverso le opere di Giovanni della Croce scorrono rivoli, fiumi, torrenti di vita e di dottrina che sfociano, a volte, impetuosi, in pagine oceaniche e piene di profondità. 
Una di queste, di un insolito ardore e di una tenerezza indicibile, s’incontra nell’Annotazione alla canzone 27 a proposito di Dio Padre
“In quest’unione interiore Dio si comunica all'anima con un amore così vero che non c'è affetto di madre che con tanta tenerezza accarezzi suo figlio, né amore fraterno né forma d’amicizia che vi si possa comparare; perché a tanto giungono la tenerezza e la sincerità dell'amore, con il quale l'immenso Padre ricrea e solleva l'anima umile e amante [o cosa mirabile e degna d’ogni timore e ammirazione!] da sottomettersi veramente a lei, ed elevarla, come se Egli fosse il servo e lei il Signore. Ed è così sollecito a favorirla, come se Egli fosse lo schiavo, e lei Dio. Tanto profonda è l'umiltà e la dolcezza di Dio!” (CB 27, 1).
Ecco il Padre Celeste, capace di un amore autentico, più tenero di una madre, più amico di qualunque altro, umile e dolce, e sollecito a rendere l'uomo grande.
Chiuso nel carcere di Toledo, fra Giovanni scrive il suo più lungo componimento poetico: una romanza di 310 versi. Si tratta di una meditazione da mistico sull’intera storia della salvezza: come agisce il Padre Celeste, nel suo progetto di creazione dell’universo e dell’uomo, della salvezza, della Chiesa, di tutto il bene della futura umanità? Giovanni riempie di queste riflessioni le ore interminabili della carcerazione, tra il 1577 e il 1578.
** Cercandone la sorgente, il poeta e mistico inizia a descrivere la vita intima di Dio: 
In principio era il Verbo
ed aveva in Dio sua vita
ed in Lui la sua infinita
possedea felicità. (…)
La gloria del Figlio
è la stessa che è nel Padre
e tutta la propria gloria 
il Padre nel Figlio possiede. 
Per tal causa, infinito 
è l’amore che le unisce [Persone divine], 
perché unico è l’amore 
che i Tre hanno, loro essenza, 
ché l’amor quanto più è uno, 
tanto più amor produce. 
**   Il Padre e il Figlio, uniti dall'amore immenso che procede dai due, ossia, lo Spirito Santo, dialogano tra loro e il Padre va già dando consegne su come amare e comportarsi in futuro con gli uomini. 
Da notare la dolcezza del dialogo. Nelle parole del Padre traspare quasi la trepidazione che il Figlio non si equivochi su ciò che egli sta per proporgli: Lui non deve dubitare dell’amore unico del Padre suo e come la sua presenza gli sia più che sufficiente:
“Di niente mi compiaccio, Figlio,
se non di tua compagnia;
se qualcosa mi contenta, 
in te stesso io la amo:
quel che più a te somiglia 
tanto più mi rallegra,
quel che niente in te somiglia 
in me mai nulla trova. 
In te solo io mi compiaccio, 
vita della vita mia. (…)
**  Perché non dare – per così dire – uno sfogo a tanto amore e farne partecipi altri esseri?  Ecco il progetto della creazione: un atto d’amore. Un amore che è il prolungamento dell’amore verso il Figlio!
A chi ti amasse, o Figlio,
me stesso io darei,
e l’amore che in te ho posto,
quello stesso in lui porrei,
in ragion dell’amore che ha portato
a colui che tanto amo.
 “Una sposa che ti ami
Figlio mio, voglio donarti, 
che per tua grazia meriti 
di stare in nostra compagnia,
affinché conosca i beni 
che io possiedo in tale Figlio, 
e con me si congratuli 
di tua grazia e leggiadria”.

**  Stupenda la descrizione della creazione: sposa del Figlio|
Non dirà, poi, il Verbo fatto carne, Cristo: “Tu non hai voluto né sacrifici, né olocausti. Eccomi per fare, o Padre, la tua volontà”? E la volontà del Padre è che l’uomo lo conosca e amandolo goda della medesima felicità di Dio. Giovanni della Croce così immagina la risposta del Figlio-Verbo:
“Lo gradisco molto, Padre,
– il Figliolo gli risponde –, 
alla sposa da te data 
donerò il mio splendore,
affinché per esso veda 
quanto vale il Padre mio 
che ho, e come l’esser mio 
da tal Padre io possiedo.
Sul mio braccio appoggiata 
arderà nell’amor Tuo 
ed in un diletto eterno 
tua eccellenza esalterà”. (versi 71-76).
In questi versi traspare la tenerezza del Figlio, che immagina il futuro rapporto dfamore con la sua gsposah, con noi! Come non ricordare le parole del biblico Cantico dei Cantici, in cui è descritta la relazione fra Dio e il suo Popolo Israele come vicendevole innamoramento?
** Dal progetto e dal dialogo si passa all'azione, all'opera. Giovanni della Croce attribuisce, con tutta la teolo-gia, la creazione al Padre. 
 “Facciamo - disse il Padre -, 
ciò che merita il tuo amore”;
mentre dice tale frase 
tutto il mondo sorge creato,
un palazzo per la sposa 
con sapienza edificato. (…) 

Giovanni da poeta e mistico rende così un concetto a lui caro, che spiega in termini teologici nel suo commento alla strofa 5, 1, 4 del Cantico spirituale: 
gDio ha creato tutte le cose c abbellendole di innumerevoli grazie e virtù, in stretta dipendenza le une dalle altre, operando tutto questo per mezzo della sua Sapienza, che è il Verbo Figlio. (c) Dio con la sola immagine di suo Figlio guardò tutte le cose. (c) E guardandole comunicò loro lfessere e le grazie naturali; ma con questfimmagine di suo Figlio le lasciò rivestite di bellezza, comunicando loro lfessere soprannaturale. Ciò accadde quando Egli si fece uomo, innalzando questo alla bellezza di Dioh.
Due sono i piani della creazione, gli angeli e gli uomini
I primi, gli angeli, già possiedono tale Sposo in gioia piena. 
I mortali, invece, solo in speranza di fede, che nel cuore li assicura che Egli un giorno li risolleverà dalla miseria in cui caduti. Egli, infatti, si farà in tutto somigliante a loro, e verrà da loro e con loro abiterà. 
Da notare: il mondo materiale, nella sua meraviglia, non è altro che il palazzo della sposa! Se così bella è la creazione – tanto da far compiacere Dio stesso: alla fine dfogni giorno della creazione il commento è: gE vide che erano molto buoneh! –, quanto non saremo noi, le sue creature, per le quali ha creato tale gpalazzoh?
**   Per mezzo dei profeti, i progetti e i dialoghi intra-trinitari si trasmettono, lungo i secoli, agli uomini, che necessitano di salvezza. Questi con la preghiera, con sospiri, con lacrime e con gemiti lo pregavano incessantemente che si decidesse a rendersi presente fra loro.
L’un diceva., “O se fosse 
ai miei tempi tanta gioia”
L’altro: “Orsù, dunque, Signore, 
il tuo messaggero invia!” 
Altri poi: “O  si aprissero 
gli alti cieli e ti vedessi
giù discender coi miei occhi,
il mio pianto cesserebbe! 
Piovete, o nubi, dall’alto 
Colui che la terra brama,
e si apra ormai la terra,
che già spine produceva,
e quel fior faccia spuntare
di che essa fiorirà!”.
Altri poi: “Fortunato 
chi a quel tempo esisterà, 
e con gli occhi suoi umani 
veder Dio meriterà,
e toccano con le mani
e stare insieme a Lui
e godere dei misteri
che allora ordinerà!”.
In queste e altre preghiere passano I secoli; ma, verso gli ultimi anni, il fervore si fa più intenso. Il vecchio Simeone, prega che gli sia permesso di vedere quel gran giorno, e gli è promesso che non morirà finché non avrà preso fra le braccia e stretto al petto Dio stesso.
**   Quando giunge la pienezza dei tempi – direbbe s. Paolo –, il tempo del “riscatto della sposa, il Padre fa al Figlio una nuova proposta: quella di farsi uomo, che si “umanizzi”. Siamo sempre sul piano dell’amore. Affinché esista perfetto amore, ci dev’essere perfetta parità. Ebbene, al Figlio per essere come la sposa manca qualcosa: la carne! Egli, diventato uomo, egli potrà renderla divina. Ci sarà allora perfetta somiglianza!
“Figlio, vedi la tua sposa 
a tua immagine formata (…)
nella carne solo è diversa, 
di cui è privo l’essere tuo. 
Or nell’amore perfetto 
questa legge si richiede:
che perfetta somiglianza 
tra l’amante sia e l’amato, 
quanto più questa è perfetta 
tanto più sarà il diletto.
Tal diletto nella sposa 
Tua, molto crescerebbe 
se a sé simil ti vedesse 
anche nella carne umana.
“Mio è sempre il tuo volere
 - il Figliolo allor risponde-,
e la gloria di cui godo
è che il tuo sia mio voler.
Perciò anch’io convengo, 
o Padre, totalmente al tuo volere, 
persuaso che in tal modo 
tua bontà si manifesti
e risplenda il tuo potere,
tua giustizia e tua sapienza;
ciò andrò a dire al mondo 
e così apparirà
la bellezza, la dolcezza 
tua e la sovranità.
Andrò in cerca della sposa
ed io stesso prenderò 
le sue pene e i suoi travagli 
che la fan tanto soffrire.
E affinché ella abbia la vita
io per lei mi immolerò,
e, togliendola all’abisso,
a te, Dio, la volgerò”.

** La conseguenza di tale amore divino per noi?
Dio, così, uomo sarà, 
l’uomo, Dio diventerà, 
coi mortali converserà, 
mangerà e beverà;
E con lor continuamente 
Egli stesso rimarrà 
fino a che non avrà fine 
questo secolo che passa,
allorché godranno insieme,
poiché Egli è il vero capo 
della sua sposa diletta (…)
Egli poi teneramente
l’alzerà sulle sue braccia 
e il suo amore le darà. 
Così uniti, tutti in uno, 
al Padre suo la eleverà,
dove lei, del diletto 
di Dio stesso, goderà.
Come il Padre e il Figlio e quello 
che procede da loro due,
l’un nell’altro ha la sua vita, 
così avverrà alla sposa, 
che tutta assorta in Dio, 
vivrà vita divina. (…)
**   Dall'accordo di entrambi si passa all’esecuzione. 
Il Padre chiama allora un arcangelo, Gabriele, e lo invia ad una fanciulla, Maria. Sarà sufficiente, e necessario il suo assenso affinché il gran mister si compia. In lei il Verbo riveste di carne la Trinità.
Giunto è il tempo fortunato
in cui nascer Egli deve, 
il Signor, come uno sposo
dal suo talamo se n’esce,
stretto forte alla sua sposa 
che a braccio Egli conduce. 
La dolcissima sua Madre 
giù lo adagia sul presepio
in mezzo ad alcuni animali 
che ivi si trovano. 
L’uomo lieto innalza i carmi, 
l’Angel sacra melodia,
festeggiando gli sponsali 
avvenuti tra quei due. 
Dio, però, nel suo presepe 
geme, e grosse lacrime versa,
son gioielli che la sposa 
per lo sposalizio porta. 
Stupefatta è la sua Madre 
dello scambio che essa vede:
pianto umano scorge in Dio
e nell’uomo gioia piena
di cui l’uno e l’altro alieno 
per natura essere soleva,

Soltanto un mistico innamorato poteva racchiudere in poche parole e l’abbassamento di Dio che prende su di sé la nostra misera situazione: Dio che geme nel presepio e versa grosse lacrime (“pianto umano vede in Dio!) e la rinascita dell’uomo che ritrova la felicità, il senso del vivere  (“nell’uomo gioia piena”).

E Colui che solo il Padre 
fino ad ora avea, 
Madre acquista, 
in modo nuovo 
concepito e strabiliante,
che da lei sola nell’intimo 
la sua carne ha ricevuto 
per cui, vero Figlio di Dio
e dell’uomo Egli può dirsi.

La madre, Maria, muta per lo stupore davanti a ciò che ha vissuto in se stessa ed ora contemplano i suoi occhi. Ella lo va meditando in quel suo cuore della più grande contemplativa della storia. E lo lascia in eredità a noi. 

AVVISI E CAUTELE

  1.  1. Dio si dà maggiormente all'anima che è più progredita nell'amore, cioè che ha la volontà più conforme a quella del suo Creatore.
  2.  2. Non ha importanza che sia sottile o grosso il filo con cui è legato un uccello, perché questo rimarrà prigioniero. sia nell'uno che nell'altro caso, fino a quando non l'avrà spezzato. è vero che quello sottile si strappa più facilmente; tuttavia, se non lo rompe, l'uccello non può levarsi a volo. Parimenti non potranno giungere alla libertà della divina unione le anime che nutrono affezione per qualche creatura, quantunque possiedano molte altre virtù.
  3.  3. Come è necessario che la terra, affinché produca, sia lavorata, altrimenti non darebbe che erbacce, così conviene che i cattivi desideri siano mortificati affinché l'anima progredisca.
  4.  4. Non sono le cose di questo mondo che s'impadroniscono dell'anima e la danneggiano, perché ella non può entrare dentro di loro, ma il desiderio e la brama esagerata di quei beni che possono risiedere in lei.
  5.  5. Sentire dolore per ogni minuto di tempo perduto, trascorso senza impiegarlo nell'amore.
  6.  6. È meglio starsene carico vicino a un forte che essere senza peso presso un debole. Quando sei carico, te ne stai vicino a Dio che è la tua forza, il quale infatti sta con i tribolati; quando sei senza peso, te ne stai presso di te, che sei la tua stessa debolezza (P 1,4).
  7.  7. Dio preferisce in te il minimo grado di obbedienza e di sottomissione a tutti quei servizi che tu pensi di rendergli (P 1,13).
  8.  8. O dolcissimo amore di Dio, mal conosciuto! Chi ne scopre le sorgenti, ha trovato riposo (P 1,16).
  9.  9. Anche se rimani fra l'amarezza, non cercare di compiere la tua volontà, poiché compiendola ti sentirai doppiamente amareggiato(P1,17).
  10.  10. Tanta è la miseria della natura che l'anima, allorché le viene concesso, non può ricevere quello che per lei è più vitale e più ardentemente desiderato, cioè la comunicazione e la conoscenza dell'Amato, senza rimetterci la vita (C 13,3).
  11.  11. è più prezioso al cospetto del Signore e dell'anima e di maggior profitto per la Chiesa un briciolo di puro amore che tutte le altre opere insieme (C 29,2).
  12.  12. Per entrare dentro alle ricchezze della sapienza divina la porta è la croce che è stretta, pochi desiderano oltrepassarla,  mentre sono molti coloro che amano i diletti a cui si giunge per suo mezzo (C 36,13).
  13.  13. Chi è innamorato di Dio non pretende né guadagno né premio, ma desidera soltanto perdere se stesso e ogni cosa per amore di Lui, riponendo in ciò il suo vantaggio (C 29, 11).
  14.  14. Grande è il potere e la tenacia dell'amore che conquista e lega Dio stesso. Fortunata  l'anima che ama, poiché ha il Signore come prigioniero (C 32,1).

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