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martedì 1 marzo 2016

Lettera a Dio di un sacerdote in punto di morte: Padre J.L.Martin OCD

Testimonianze
                         La lettera a dio di un sacerdote in punto di morte

J.L.Martin Carmelitano scalzo

Ha scritto molte opere letterarie, tra cui ricordiamo: “Vita e mistero di Gesù di Nazareth” e “Ragioni: per vivere, per avere speranza, gioia, amore e di altre cose”, che ha raccolto molti articoli di giornale basati su fatti reali di tutti i giorni.
Ha scelto la vita di un “sacerdote scalzo” e con profonda semplicità ha cercato di essere fedele alla sua vocazione. Fin da giovane ha sofferto di una grave malattia al cuore e ai reni che lo costrinse ad essere in dialisi per molti anni. Ha vissuto ogni momento senza perdere la, fino alla sua morte avvenuta a Madrid l’11 giugno 1991. Vogliamo condividere l’ultimo articolo scritto prima della sua morte, una lettera a Dio, un testo prezioso degno di essere meditato e condiviso.


Grazie. Con questa parola potrei concludere questa lettera, Dio, o “amore mio”. Perché questo è tutto quello che ho da dire: grazie, grazie. Se dall’alto dei miei cinquantacinque anni mi guardassi indietro, cosa troverei se non la catena senza fine del tuo amore? Non c’è una singola parte della mia storia in cui non abbia avuto la tua misericordia su di me. Non c’è stato un momento in cui non abbia sperimentato la tua presenza amorevole e paterna accarezzare la mia anima.
Ieri ho ricevuto una lettera da un’amica che ha appena saputo dei miei problemi di salute, e mi ha scritto arrabbiata: “Una grande rabbia invade tutto il mio essere, mi ribello ancora di più contro il Dio che permette alle persone come te di soffrire”. Poverina! Il suo affetto non le fa vedere la verità. Perché – a parte che io non sono più importante di nessuno – la mia vita è la testimonianza di due cose: nei miei cinquant’anni ho sofferto non poco per mano degli uomini. Da loro ho ricevuto ferite e offese, solitudine e incomprensioni. Ma da te non ho avuto nulla, se non infiniti gesti di affetto. La mia ultima malattia è uno di loro.
Mi hai dato, prima di tutto, il fatto di essere. Questa meraviglia di essere un uomo. La gioia di respirare la bellezza del mondo. Il fatto di trovarmi a mio agio nella famiglia umana. La consapevolezza che, dopo tutto, se dovessi fare un bilancio delle ferite ricevute queste sarebbero comunque molto di meno rispetto al grande amore che gli stessi uomini hanno messo sull’altro lato della bilancia della mia vita. Sono stato un uomo fortunato e fuori dal comune? Probabilmente. Ma in nome di cosa potrei pretendere di essere un martire della condizione umana se so che, in definitiva, ho avuto più sostegno e comprensione che difficoltà?
E poi, tu hai accompagnato il dono di essere con quello della fede. Nella mia infanzia ho percepito la sua presenza in ogni momento. Per me, l’immagine era quella di un Dio semplice. Non sono mai stato spaventato dal tuo nome. E ho piantato nell’anima quella favolosa sensazione di sapere che ho amato, di sentirmi amato, di sperimentare la tua presenza quotidiana con il passare delle ore. Sono stato tra uomini che hanno maledetto il giorno della propria nascita, che hanno urlato che non hanno chiesto di nascere. Neanche io l’ho chiesto, perché prima non esistevo. Ma poi ho conosciuto quella che sarebbe stata la mia vita, ho gridato a te chiedendoti la vita, ed è proprio questo ciò che in realtà mi hai dato.
Credo che sia stato assolutamente decisivo nascere nella famiglia che tu hai scelto per me. Oggi non avrei tutto ciò che in seguito ho ottenuto, se non avessi avuto i genitori e i fratelli che ho avuto. Sono stati tutti delle testimonianze viventi della presenza del tuo amore. Da loro ho imparato – molto facilmente – chi tu fossi. Da allora ho iniziato ad amare te – e quindi ad amare tutti e tutto. Sarebbe stato assurdo non amarti. Sarebbe stato difficile vivere nell’amarezza. La felicità, la fede e la fiducia nella vita sono stati, per me, come un piatto delizioso portato a pranzo da mia madre. Qualcosa che ci sarebbe stato al cento per cento. E se non ci fosse stato, sarebbe stato semplicemente perché quel giorno le uova erano più costose, non perché vi fosse poco amore. Poi ho anche imparato che il dolore era parte del gioco. Non una maledizione, ma qualcosa collegato con quanto dà la vita; qualcosa che, in ogni caso, non avrebbe mai potuto togliere la gioia del tutto.
Grazie a tutto questo – mi sento un po’ in imbarazzo a dirlo – il dolore non mi fa male, né l’amarezza mi addolora. Non perché io sia coraggioso, ma semplicemente perché ho imparato da bambino a concentrarmi sugli aspetti positivi della vita. E perché il mio approccio mi ha spinto ad aspettarmi il nero e in questo modo, quando arriva, per me è solo leggermente grigio. Un altro amico mi ha scritto in questi giorni dicendo che io potrei sopportare la dialisi “ubriacandomi di Dio”. E a me questo sembra un po’ eccessivo e melodrammatico. Perché per vari motivi in te mi sento sempre protetto da un’armatura contro la sofferenza. O forse il vero dolore non è ancora arrivato.
Biografia
 Nació el 27 de agosto de 1930 en Madridejos (Toledo), en el seno de una familia profundamente cristiana, de la que era el menor de cuatro hermanos. Sus padres fueron Don Valeriano, de carácter noble y sobriedad castellana, y Doña Pepita, que derrochaba bondad y buen humor -comíamos amor cada mañana, rebanadas de alma, diría de ellos-. Ambos inculcaron en él su afición temprana a la lectura y su profundo sentido del deber.
Cuando tenía tres años se trasladaron a Astorga, nuevo destino profesional de su padre quien oficiaba de secretario judicial. Allí transcurrió casi toda su infancia, hecho que evoca de manera entrañable a menudo en sus obras, hasta que a los 12 años ingresa en el Seminario de Valladolid.
Completó sus estudios de Historia y Teología en la Pontificia Universidad Gregoriana de Roma; allí formó parte del grupo poético reunido en la revista Estría del Colegio Español, que ayudó a fundar junto con José María Javierre, y en la cual colaboraron escritores como José María Cabodevilla, el más tarde arzobispoAntonio Montero Moreno, el biblista Luis Alonso Schökel, el P. Joaquín Luis Ortega (después director de la Biblioteca de Autores Cristianos), y luego el poeta y ensayista José María Valverde. Se ordenó sacerdote en 1953.
Ejerció como profesor de Literatura en el Seminario de Valladolid, dirigiendo también allí una compañía de teatro de cámara. Durante el Concilio Vaticano II fue corresponsal de prensa en el mismo. Como periodista, dirigió las revistas Vida Nueva y Blanco y Negro y el programa televisivo Pueblo de Dios de RTVE.s1Representó una literatura relacionada con el humanismo cristiano. En 1956 obtuvo el Premio Nadal por La Frontera de Dios y en 1962 el Premio Teatral de Autores. En 1976 consiguió el Premio González-Ruano de periodismo.
Su trayectoria dramática se inició con La hoguera feliz, montada por Mario Antolín por el Teatro Nacional de Cámara y Ensayo en 1969, una nueva recreación del personaje histórico de Juana de Arco en que se privilegia su capacidad de optar por el camino más difícil. La pieza fue un éxito de crítica y público. A dos barajas(1972) fue un melodrama fácil al gusto del público de entonces. Las prostitutas os precederán en el reino de los cielos (1986) constituyó su mayor éxito y, tras más de cien representaciones en provincias, llegó a Madrid y conquistó al público de la capital, sobre todo por la cautivadora interpretación de Elisa Montés.
De su prolífica obra literaria destacaron: Vida y misterio de Jesús de Nazaret, y los libros de Razonespara vivirpara la esperanzapara la alegríapara el amor,desde la otra orilla, que recogieron muchos de los artículos periodísticos publicados, seguidos semanalmente por multitud de lectores... Basados en hechos reales y cotidianos de la vida, constituyen un estilo singular, a modo de parábolas, que tratan de dar una respuesta de esperanza al dolor humano, utilizando para ello un lenguaje sencillo, transparente y a la vez profundo, al alcance del "hombre de la calle". En ellos también expone y acerca la esencia y el pensamiento de numerosos autores que influyeron en su vida.
José Luis Martín Descalzo, padeció una grave enfermedad cardíaca y renal, que lo obligó a estar sometido a diálisis durante muchos años, en los que tuvo a su lado como ángel custodio a su hermana Sor Angelines; en ese tiempo escribió muchas de las mejores páginas de su prolífica obra, además de continuar interviniendo en televisión y escribiendo artículos en prensa. Vivió en todo momento sin dejar de sembrar esperanza y vida, hasta su muerte en Madrid, el martes 11 de junio de 1991.
Su testimonio y su obra permanecen vivos, extendiéndose hoy su legado por todo el mundo, con múltiples reediciones de sus libros.

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