AFORISMA

Meglio aggiungere vita ai giorni, che non giorni alla vita
(Rita Levi Montalcini)

Nostra Signora del Carmelo

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colei che ci ha donato lo scapolare

domenica 10 giugno 2018

IL SACERDOTE CHE MAGGIORMENTE STIMO: DON ALBERTO VALLOTTO

Fonzaso: 57 anni di vita sacerdotale dell'Arciprete don Alberto Vallotto che è stato per tutti questi anni a celebrare la Messa nella Chiesa della Natività di Maria Bambina. 


Una splendida foto del campanile illuminato dai raggi del sole



Una recentissima foto di Don Alberto, 85 anni portati benissimo! 


Don Alberto è stato ordinato sacerdote nel 1959 dal vescovo di Padova, Gerolamo Bordignon. Dopo avere frequentato il seminario nella città del Santo, arriva a Fonzaso nel 1961. L'allora giovane prete padovano, nato a Laghi di Cittadella nel gennaio del 1933, infatti aveva bisogno di aria buona dopo una malattia curata proprio nel suo paese natìo. Per questo era stato indirizzato al comune del Feltrino, a una parrocchia tranquilla: doveva restarci per 6-7 mesi.

Una vita dedicata alla comunità cristiana e non di Fonzaso. Cinquantasette anni di gioie e di pianti che lo hanno accompagnato nel vivere con passione e coinvolgimento tutte le tappe che ogni singola famiglia ha vissuto e affrontato. E il paese glielo ha voluto riconoscere, dai fedeli giunti anche dalle frazioni di Agana, Frassenè e Giaroni. Tutto questo avveniva due anni fa, per i suoi 55 anni di sacerdozio.  E alla fine era arrivato anche un regalo dal Vaticano: la Segreteria di stato della Santa sede gli ha comunicato che l'indomani sarà uno dei celebranti della Messa officiata da Papa Francesco. 

E' stato il don Alberto che tutti a Fonzaso, in oltre mezzo secolo, hanno imparato ad amare e apprezzare. Il suo legame con Dio condiviso con quello che lo unisce alla comunità: «Siete tutti parte della mia vita», ha detto parlando nella chiesa gremita, «e tutti siamo parte della casa reale di nostro Signore. Quante gioie, quanto ho pianto, quante cose ho condiviso in tutti questi anni. Ricordo quando il Vescovo mi disse “vai a Fonzaso per sei, sette mesi, poi si vedrà”. Mica sapevo che avrei fatto qui 55 anni di sacerdozio. E sono stati anni molto felici. Prima mi ha aiutato monsignor Zanella, poi è toccato ai padri e alle madri canossiane, tutta la parrocchia e anche ai padri polacchi. A guidarmi, sempre, è stata la luce di Cristo. Chi cammina con Dio nella luce sa vedere le difficoltà di chi ti è a fianco, del proprio vicino. Dio illumina ogni famiglia e ogni famiglia è una piccola chiesa domestica. Io ce l'ho messa tutta e sono dispiaciuto se non sono riuscito a toccare il cuore di tutti».
A proposito di cuori, tantissimi quelli che sono stati appesi sugli altari laterali: pensieri, aforismi, anche un solo semplice grazie che i fonzasini si sono presi la briga di scrivere testimoniando così il loro affetto verso don Alberto. Tutti questi cuori saranno poi raccolti e donati al prete: «Così», ha detto una parrocchiana all'inizio della messa, «potrai prenderli e leggerli quando senti il bisogno di qualche bella parola». «L'essere con voi», ha poi aggiunto don Alberto, «è fraternità. Non sono sposato, eppure ho una famiglia straordinaria composta da tutti voi. E poi c'è la casa di riposo da mandare avanti con i suoi 120 ospiti».
Infine i ringraziamenti, dove don Alberto ha ricordato il ruolo di genitori, fratelli e sorelle quando, a ventott'anni, la malattia lo costrinse per tre mesi a doversi appoggiare a loro. E un grazie particolare lo ha dedicato ai donatori di sangue e all’associazione Vita. Anche l'amministrazione comunale ha voluto essere presente con l'assessore Daniele De Marchi, il quale ha sottolineato il clima di eccellente collaborazione  che si è instaurato tra l’amministrazione comunale, mentre la nipote di don Alberto, Serenella, ha ringraziato a nome della famiglia tutta la comunità fonzasina che ha accolto con tanto amore il loro congiunto.
Ecco, sono stata una fonzasina part-time, in quanto, seppur nativa del luogo, ho sempre abitato a Milano e poi a Legnano ma, fin che ho potuto, ogni anno, non ho mai mancato di recarmi a salutare questo adorabile don Alberto, perché il suo fraterno abbraccio mi ha sempre donato tanta serenità, e le sue semplici parole, toccavano nel profondo il mio cuore. Ha celebrato il rito funebre per mio padre, e poi è stato vicino a mamma, e questo non lo posso scordare.
Ecco, vorrei che tutti i sacerdoti fossero come lui, siano essi conventuali o diocesani. Se un grande biblista o un teologo, con tutto il suo sapere, non conosce la carità, quella di San Paolo, che sosteneva nella prima lettera ai Corinzi, vale niente, e non lo dico io, ma l'Apostolo.
Anche parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi la carità, sono come un bronzo che risuona o un cembalo che tintinna.E se avessi il dono della profezia e conoscessi tutti i misteri e tutta la scienza, e possedessi la pienezza della fede così da trasportare le montagne, ma non avessi la carità, non sono nulla.
E se anche distribuissi tutte le mie sostanze e dessi il mio corpo per esser bruciato, ma non avessi la carità, niente mi giova.
La carità è paziente, è benigna la carità; non è invidiosa la carità, non si vanta, non si gonfia, non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell'ingiustizia, ma si compiace della verità. Tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta. La carità non avrà mai fine. Le profezie scompariranno; il dono delle lingue cesserà e la scienza svanirà. La nostra conoscenza è imperfetta e imperfetta la nostra profezia. 1Ma quando verrà ciò che è perfetto, quello che è imperfetto scomparirà.Quand'ero bambino, parlavo da bambino, pensavo da bambino, ragionavo da bambino. Ma, divenuto uomo, ciò che era da bambino l'ho abbandonato. Ora vediamo come in uno specchio, in maniera confusa; ma allora vedremo a faccia a faccia. Ora conosco in modo imperfetto, ma allora conoscerò perfettamente, come anch'io sono conosciuto.
Queste dunque le tre cose che rimangono: la fede, la speranza e la carità; ma di tutte più grande è la carità!
Ora, se un sacerdote si gonfia, si compiace di se stesso, si avvolge nel suo egocentrismo, non sa confrontarsi con gli altri, si sente superiore, si vanta della sua conoscenza in materia ecclesiale, non si abbassa a dialogare con chi interagisce con lui, non sa ascoltare, gira le spalle a chi gli pone qualche domanda, con superbia, atteggiamenti sprezzanti, beh, per me avrà tutta la conoscenza del mondo, ma se manca della carità, della semplicità, della modestia che è la sola capace di attirare le persone verso la sequela di Cristo, non sa fare il suo mestiere. Allontana, invece di avvicinare, crea disagio morale e spirituale, in parole povere, fa del male, consapevolmente o no. Allora non ci si ponga la domanda per quale motivo molta gente si allontana dalla Chiesa, la risposta la conosce già. Il Signore chiama, parla con calma, corregge con dolcezza, e accoglie sempre. Chi si avvicina al confessionale, anche se pare possa esprimere qualche dubbio, o addirittura avere concetti di tipo eretico, non va allontanato con disprezzo, cacciato via, ma aiutato a capire, con le giuste parole, quale sia la via per seguire Cristo. Il sacerdote che non segue le parole evangeliche del Signore, per quanto a conoscenza di tutta la Dottrina della Chiesa, di ogni Enciclica Papale e di tutti i documenti pontifici, a mio avviso è solo un asino bardato a festa se non applica la prima regola cristiana: l'Amore per Dio e per i fratelli, siano essi santi o peccatori. E con questo, credo di aver espresso il mio pensiero nel modo più totale, e vorrei tanto che qualche sacerdote leggesse quel che ho scritto da semplice fedele, ma che mette sempre al primo posto quello che Santa Teresina voleva essere. Forse non ci riuscirò mai del tutto, ma aspiro che almeno i sacerdoti carmelitani mettano in pratica quanto Teresa di Lisieux ha pensato, e guarda caso, proprio meditando sulla Prima lettera ai Corinzi di San Paolo.
 Dall'«Autobiografia» di santa Teresa di Gesù Bambino (di Lisieux); Manuscrits autobiographiques, Lisieux 1957, pp.227-229
Siccome le mie immense aspirazioni erano per me un martirio, mi rivolsi alle lettere di san Paolo, per trovarmi finalmente una risposta. Gli occhi mi caddero per caso sui capitoli 12 e 13 della prima lettera ai Corinzi, e lessi nel primo che tutti non possono essere al tempo stesso apostoli, profeti e dottori e che la Chiesa si compone di varie membra e che l'occhio non può essere contemporaneamente la mano. Una risposta certo chiara, ma non tale da appagare i miei desideri e di darmi la pace. 
Continuai nella lettura e non mi perdetti d'animo. Trovai così una frase che mi diede sollievo: «Aspirate ai carismi più grandi. E io vi mostrerò una via migliore di tutte» (1 Cor 12, 31). L'Apostolo infatti dichiara che anche i carismi migliori sono un nulla senza la carità, e che questa medesima carità é la via più perfetta che conduce con sicurezza a Dio. Avevo trovato finalmente la pace. 
Considerando il corpo mistico della Chiesa, non mi ritrovavo in nessuna delle membra che san Paolo aveva descritto, o meglio, volevo vedermi in tutte. La carità mi offrì il cardine della mia vocazione. Compresi che la Chiesa ha un corpo composto di varie membra, ma che in questo corpo non può mancare il membro necessario e più nobile. Compresi che la Chiesa ha un cuore, un cuore bruciato dall'amore. Capii che solo l'amore spinge all'azione le membra della Chiesa e che, spento questo amore, gli apostoli non avrebbero più annunziato il Vangelo, i martiri non avrebbero più versato il loro sangue. Compresi e conobbi che l'amore abbraccia in sé tutte le vocazioni, che l'amore é tutto, che si estende a tutti i tempi e a tutti i luoghi, in una parola, che l'amore é eterno. 
Allora con somma gioia ed estasi dell'animo gridai: O Gesù, mio amore, ho trovato finalmente la mia vocazione. La mia vocazione é l'amore. Si, ho trovato il mio posto nella Chiesa, e questo posto me lo hai dato tu, o mio Dio. 
Nel cuore della Chiesa, mia madre, io sarò l'amore ed in tal modo sarò tutto e il mio desiderio si tradurrà in realtà. 



Se in un Padre Carmelitano io non respiro questa adesione della Santina, può leggermi tutti i testi ecclesiastici, ma mi lasceranno fredda. 
Il dolore che ho provato per come sono state trattate alcune persone da parte di un Padre, che non solo non ha saputo essere caritatevole, ma ha offeso e ferito delle anime buone, è stato immenso. Non m'importa se mi trattano male, ma non posso sopportare quando ascolto con le mie orecchie e vedo con i miei occhi, un sacerdote INCAPACE di accogliere e aiutare. Un sacerdote che volta le spalle a chi si rivolge a lui, perché se non viene incensato, si sente offeso, trascurato, ignorato. Il che è solo una sua supponenza, e quindi ha solo bisogno di un bravo psicoterapeuta che lo aiuti a ritrovare la sua vera identità pastorale.

E questo vale anche per un educatore, un assistente spirituale, un confessore.

Beati coloro che hanno incontrato sacerdoti come Don Alberto, semplici, buoni, e attenti ai bisogni, soprattutto spirituali, delle persone. Gli altri, quelli incapaci di agire per il bene,  per favore, cambino mestiere! Ho perdonato, spero che presto l'interessato si accorga di aver sbagliato, e  sappia perdonare se stesso.
Danila Oppio

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