AFORISMA

Meglio aggiungere vita ai giorni, che non giorni alla vita
(Rita Levi Montalcini)

EDIZIONI PER VOI

Edizioni per voi: da leggere direttamente.
Alla destra della home-page, potrete sfogliare:
IL PAESE DI FANTASIA, fiaba in versione digitale (E-book)
e le sillogi poetiche:
DANZANDO IN PUNTA DI PENNA (tra versi poetici)
ILLUSIONI
PATCHWORD (ritagli di strofe)
Basta cliccare sulla copertina, e si aprirà il libro digitale
Buona lettura!
Oltre a questi e-book, l'autrice Danila Oppio ha pubblicato altri libri, la cui copertina è visibile sempre alla destra della home-page.

Avviso:
la grafica è stata modificata, poiché la precedente era obsoleta, ma il blog e l'amministratore restano gli stessi!

Nostra Signora del Carmelo

Nostra Signora del Carmelo
colei che ci ha donato lo scapolare

lunedì 30 gennaio 2012

CREAZIONE ED EVOLUZIONE: NON SONO IN ANTITESI


 Dicono che la religione sia l’oppio dei popoli. Non è assolutamente vero, semmai lo sono io, che a tutto il diritto ne porto questo cognome!
Ma vorrei disquisire su questo concetto, così amato e, nel contempo, accantonato.
Sono persuasa che, se dai tempi più remoti della storia dell’uomo, un concetto seppur vago di un Dio creatore si è sempre insinuato nella mente,  ciò significa che qualche verità sussiste.
Nei canoni induisti dei Testi Sacri Veda, scritti antecedentemente alla Torah ebraica, e nella fede in Manitoba, o in Tatanka Mani, il Grande Spirito Creatore, così come nei Sacri Testi Ebraici della Torah, come nel Vangelo cristiano, e a seguire nel Qu’ran (Corano)  non si può negare che ogni civiltà abbia intuito la presenza di una grande Energia Cosmica,  di un Essere Supremo cui l’uomo deve sottoporsi, in quanto semplice creatura, fatta di materia.
Non è facile comporre le tessere del mosaico dei miei pensieri, per giungere ad una conclusione chiara, ci sto arrivando poco alla volta.
Gli antichi popoli adoravano il Dio Sole, la Luna e le Stelle, comprendendo che erano corpi celesti di straordinaria potenza: formavano i giorni e le notti, indicavano l’orientamento: la loro perfetta sincronia aveva un’aura misteriosa, poco comprensibile alla scarsa cultura dei popoli primitivi, ma abbastanza indicativa di un Qualcosa o di un Qualcuno più grande del più grande uomo.
L’astronomia ha compiuto passi da gigante e, retrocedendo nel tempo, è arrivata a ricostruire le origini dell'universo. a partire dal brodo primordiale fino al successivo big-bang, ovvero quell'esplosione cosmi  ca  che ha dato origine alle stelle ed ai pianeti. Fin qui, nulla da eccepire. Ma è riuscito l’uomo, lo scienziato, a comprendere come quel brodo primordiale si sia formato, da dove è venuto? Dal nulla non nasce nulla, lo sa anche il contadino che coltiva il suo terreno: se non poni il seme nella terra, non crescerà nessun fiore e pianta. Se le specie animali (uomo incluso) non si uniscono, non procreano. Ovvero, ci vuole la materia prima per formare una creatura, sia essa di origine vegetale che animale.
Quindi da dove ha avuto origine la Creazione?  Le religioni hanno dato un nome a Colui che ritengono il fautore di tanta meraviglia: Dio, Yahveh, Allah, Manitoba, Tatanka, e tutti gli altri appellativi che ogni popolo, nella sua lingua, ha scelto per dare un nome almeno, vista l’impossibilità di darne un volto, a questa Forza che nessuno conosce veramente.

La Miracolosa

sabato 28 gennaio 2012

PAULO COELHO: UNIRE IL SENTIERO SPIRITUALE

Unire il sentiero spirituale

DI PAULO COELHO IL 27 GENNAIO 2012
Tante emozioni muovono il cuore umano quando decide di dedicarsi al cammino spirituale. 

Questo può essere un motivo "nobile" - come la fede, l'amore del prossimo, o la carità. 
O può essere solo un capriccio, la paura della solitudine, la curiosità, o la paura della morte.

Niente di tutto questo conta. Il vero cammino spirituale è più forte delle ragioni che ci hanno portato ad esso e a poco a poco si impone con amore, disciplina e dignità. 

Arriva un momento in cui ci guardiamo indietro, ricordiamo l'inizio del nostro viaggio, e ridiamo di noi stessi. Siamo riusciti a crescere, anche se abbiamo percorso la strada per motivi che erano molto futili.

Dio si serve della solitudine per insegnarci qualcosa sulla convivenza. 

A volte si serve della rabbia perché possiamo comprendere l'infinito valore della pace. 
Altre volte si serve del tedio, quando vuole mostrarci l'importanza dell'avventura e lasciare le cose alle spalle. 

Dio si serve del silenzio per insegnarci qualcosa sulla responsabilità di ciò che diciamo. 

A volte si serve della stanchezza perché possiamo comprendere il valore del risveglio. 
Altre volte si serve della malattia per mostrarci l'importanza della salute. 
Dio si serve del fuoco per insegnarci qualcosa sull'acqua. 

A volte si serve della terra in modo che possiamo comprendere il valore dell'aria. E a volte si serve della morte quando vuole mostrarci l'importanza della vita

Ricordati di questo quando per qualche motivo ti senti incapace di proseguire nel tuo cammino

NON POTEVANO MANCARE!

Ma chi l'ha detto che i Padri Carmelitani sono persone serie? Sanno divertirsi e scherzare anche loro!! Eccoli qui da sinistra in piedi:  Padre Fausto Lincio, Padre Emile Zambo Mbogo, Padre Mario Bianchi, Padre Giulio Pozzi,  Fra Maurizio Costa, Padre Fiorenzo Croci, Padre Davide Bernasconi, Padre Renzo Bertoli, Padre Giancarlo Camastra, Fra Roberto Vitale, Padre Alberto Fiorini.Seduti, Padre Gabriele Mattavelli, preso in braccio da Padre Edoardo Mancini. Chiedo scusa,non conosco gli altri due giovani frati, però mi pare di riconoscere fra Federico colui che è accanto a Padre Gabriele, se qualcuno legge, potrebbe comunicarmi cortesemente i nomi mancanti, così che io possa aggiornare la didascalia?
 E se anche non portano tutti l'abito carmelitano, non significa che non siano carmelitani doc!! Come ben sapete: l'abito non fa il monaco!!! Naturalmente questa foto l'ho "rubata" a Fra Maurizio! Non me ne vogliate, ma è difficile ritrovare gran parte dei nostri Fratelli riuniti in una foto: tutti insieme appassionatamente!

venerdì 27 gennaio 2012

SHOA - 27 GENNAIO: IL GIORNO DEL RICORDO

OGGI, GIORNO DELLA MEMORIA DELLA SHOA, DELL'OLOCAUSTO.
VOGLIO RICORDARE TUTTI GLI EBREI CHE HANNO SUBITO SOPRAFFAZIONI DISUMANE, CON QUESTA POESIA, BELLISSIMA, TOCCANTE, DI GAVINO POGGIONI,  PUBBLICATA SUL SITO "CANTIERE POESIA". RINGRAZIO GAVINO PER AVERMELO COMUNICATO!

 ASPETTANDO
Parole stampate su strisce di carta bianca,
serpenti di folla,
adunate di giovani e adulti
da tutte le latitudini
per pregare e socializzare
in questa parte di mondo
ove la guerra non è ma si sente
Abbraccio di sentimenti,
calvario di pianto,
di dolori rinnovati
quasi obbligati e puntuali
per queste nostre generazioni,
passate e presenti e, ahimè!, future!
Aspettando
l’alba di un giorno di pace
per seppellire i corpi
e i ricordi di gente che non è più.
Aspettando
l’alba di un giorno lontano,
tramonto di mille civiltà
l’una contro l’altra armata,
nel nome e per conto di un solo Dio
che non hanno voluto o saputo amare.
Aspettando
da quando siamo in vita
la civiltà del cuore e del pensiero.
Aspettando
invano che il potente sia meno potente,
che il debole sia meno debole.
Aspettando
che i bambini siano il futuro del nostro mondo
li ammazziamo
e non solo con le bombe
ma con tutte le altre armi
che la moderna civiltà ci ha regalato.
Aspettando
quei bambini che sono morti di fame e di sete,
di malattie e sopraffazioni indicibili.
Aspettando
quelli che non ritorneranno
alle case distrutte, ai loro genitori ammazzati,
inutilmente.
Quei bambini,
che non sanno di essere bambini,
sanno solo di essere oggetti,
di far parte di un mondo che corre,
dove,
non si sa,
ma di certo in un baratro infinito
di miseria e di abbandono.
Aspettando
che l’odio diventi amore,
che l’ingiustizia diventi giustizia,
che non esistano più
i terzi e i quarti mondi,
che il nord dei ricchi si mescoli al sud dei poveri,
diseredati e senza terra da calpestare
Aspettando,
noi siamo diventati vecchi,
quasi colpevoli, perché non abbiamo urlato
le disgrazie del nostro tempo.
Noi
abbiamo soltanto aspettato!

COMMENTO SUL NATALE


Ho ricevuto oggi questa bellissima storiella, e mi ha talmente colpito, che la giro a voi!!



(Don Angelo Saporiti, Commento sul Natale)

Ancora un poco e sarà già tempo di disfare il nostro presepe e di buttare via l'albero di Natale che abbiamo messo su all'inizio dell'avvento. 
Solo qualche patacca qua le là o qualche luccichio d'argento ci ricorderanno i giorni di festa trascorsi. 
Ogni angioletto, ogni luce dorata so che li ritroverò intatti al prossimo Natale. 
C'è una cosa che però rimarrà con me e non metterò nello scatolone... 
Quando l'anno scorso misi via il presepe e i cinque angioletti, tenni l'ultimo tra le mie mani...
"Tu resti", gli dissi, "ho bisogno di un po' della gioia di Natale per tutto questo nuovo anno". 
"Hai avuto fortuna!" mi rispose.
"Come?" gli chiesi.
"Ehm, io sono l'unico angelo che può parlare...".
"È vero! Ma guarda un po'! Un angelo che parla? Non l'ho mai visto. Non può esistere!". 
"Certo che può esistere. Succede soltanto quando qualcuno, dopo che il Natale è passato, vuole tenere con sé un angioletto, non per errore, ma perché desidera rivivere un po' della gioia di Natale, come succede adesso con te. Solo in questi casi noi angeli possiamo parlare. Ma capita abbastanza raramente... A proposito, mi chiamo Enrico". 
Da allora Enrico è sulla libreria nella mia stanza.
Nelle sue mani regge stranamente un cestino della spazzatura. Abitualmente sta in silenzio, fermo al suo posto. Ma quando mi arrabbio per qualcosa, mi porge il suo cestino e mi dice: "Getta qua!".
Io getto dentro la mia rabbia. E la rabbia non c'è più. Qualche volta è un piccolo nervosismo, o un stress, altre volte è una preoccupazione, a volte un bisogno, altre volte un dolore o una ferita che io da solo non posso chiudere, né riparare... 
Un giorno notai con più attenzione, che il cestino di Enrico era sempre vuoto.
Gli chiesi: "Scusa ma dove porti tutto quello che ci getto dentro?".
"Nel presepe", mi risponde.
"E c'è così tanto posto nel piccolo presepe?".
Enrico, sorrise.
"Stai attento: nel presepe c'è un bambino, che è ancora più piccolo dello stesso presepe. E il suo cuore è ancora più piccolo. Le tue difficoltà, non le metto proprio nel presepe, ma nel cuore del bambino. Capisci adesso?". 
Stetti un po' a pensare.
"Questo che mi dici è veramente complicato da comprendere. Ma, nonostante ciò, sento che mi fa felice. Strano, vero?". 
Enrico, aggrottò la fronte e poi aggiunse: "Non è per niente strano, ma è la gioia del Natale. Capisci?".
Avrei voluto chiedere ad Enrico molte cose. Ma lui mise il suo dito sulla sua bocca: "Pssst", mi fece in tono garbato. "Non parlare. Semplicemente, gioisci!".


giovedì 26 gennaio 2012

BETELGEUSE: OBBEDIENTE ALL'ORDINE COSMICO

Attenzione! Oggi la prendo da lontano, da molto lontano! Sono uscita in giardino, e ho volto lo sguardo al cielo, stasera particolarmente stellato. Davanti ai miei occhi appariva nitido Orione, con la sua cintura e l’arco teso. Si tratta di una delle più grandi e splendenti costellazioni del cielo.  La parte ben visibile è costituita da un grande quadrilatero che comprende due stelle di prima grandezza, Betelgeuse – una supergigante rossa con un diametro che varia tra le 300 e le 400 volte il diametro del sole ed una distanza da noi in 310 anni luce) e Rigel – una supergigante bianco-azzurra distante da noi 910 anni luce e con una luminosità pari a 57.000 volte quella del Sole), e da tre stelle allineate, da sinistra Alnitak, Alnilam e Mintaka, rispettivamente zeta, epsilon e delta orionis.
Betelgeuse è una delle stelle più studiate dagli astronomi. Conosciuta fin dall’antichità, ben visibile a occhio nudo (è a nona/decima stella più brillante del cielo notturno, a seconda dei cataloghi), occupa una delle spalle del grande cacciatore nella Costellazione di Orione, all’interno della quale viene identificata con il nome di Alpha Orionis.
Sposto lo sguardo dalla parte opposta del cielo, e due pianeti mi fanno l’occhiolino: Venere e Giove, ben allineati e in questo periodo paiono enormi stelle, una rossastra e l’altra blu.
L’ho presa sufficientemente alla larga? Il senso dell’osservazione di parte dell’universo, sta nel fatto che lo stesso obbedisce ad un preciso ordine matematico: se dovesse disobbedire anche solo la più piccola stella del firmamento, succederebbe una catastrofe cosmica!!!
E di obbedienza, infatti, vorrei trattare, ma non di quella forma servile, subordinata ad un comando imperioso, al quale non ci si può sottrarre. L’obbedienza non è seguire di peso la volontà altrui, ma è soprattutto dare ascolto e fare spazio agli altri, rispondere alle loro attese e necessità, anche se a volte rispondere al meglio significa dover dire il contrario.
Ognuno ubbidisce a qualcosa,  per abitudine talvolta: ad un partito, ad una chiesa, al solito giornale, alle cose quotidiane. Ma non bisogna assoggettasi troppo passivamente. Lasciar decidere agli altri, che siano autorità, mode, tendenze, pubblicità…ci rende obbedienti senza accorgercene, come ipnotizzati  da chi fa più rumore.  Ascoltare e seguire qualcosa che ci viene imposta in modo subdolo, ci toglie la libertà illudendoci di darcela. Il pericolo non viene dall’essere critici, ma piuttosto dal non esserlo abbastanza. In qualunque società, il contributo migliore spesso è di chi si oppone,  che contesta, non di chi è sempre tranquillo, che non pone problemi, di chi tace anche quando dovrebbe parlare e dissentire, col rischio di fare degli sbagli e perfino del male senza rendersene conto.  La possibilità del dissenso, è l’altra faccia dell’obbedienza, senza la quale l’obbedienza è cosa vuota, indegna. La coscienza, sebbene non assoluta ed infallibile, è autorità.
Se l’universo obbedisce ad un ordine cosmico, noi possiamo obbedire o disobbedire secondo coscienza: questo è necessario per salvaguardare la nostra libertà.
Sappiamo che molti popoli sono stati, e alcuni lo sono tuttora, relegati ad una supina obbedienza a governi tiranni, ma ritengo che il fatto ancora più grave della tirannia, sia l’accettare servilmente certi ordini che sono contro la libertà individuale e sociale, contro l’espressione più importante dell’uomo: il suo pensiero, la libertà di poter lavorare, studiare, seguire il proprio credo religioso, e anche di mantenere gli usi e costumi propri di un popolo, del loro modus vivendi. Penso all’obbligo dato alle donne musulmane di dover indossare il bourka. Noi occidentali lo riteniamo un uso barbaro, ma per loro è una tradizione.
In certi casi, però, è necessario disobbedire. Quando? Laddove, per esempio, ci impongono scelte contrarie alla nostra etica,  libertà di pensiero, filosofia di vita – questo dal punto di vista individuale – e contrarie all’economia di una Nazione, ai bisogni autentici di un popolo. Per concludere: la coscienza civile, personale e sociale,va sempre e comunque rispettata e fatta rispettare.
Ogni dittatura è un abuso di potere enorme, così come ogni governo che non fa il bene della propria Nazione ma solo gli interessi dei governanti stessi. Non capisco come si possa obbedire ciecamente laddove sarebbe necessaria una grande disobbedienza. Come è possibile che una Nazione, composta da milioni di cittadini, debba subire i soprusi di poche persone che la governano. E’ disdicevole, è contro ogni sano principio della logica!
L’universo gira secondo leggi fisiche e matematiche, e guai se Betelgeuse dovesse esplodere (lo farà tra qualche miliardo di anni) ma l’uomo può cambiare la rotta della propria esistenza, e invece di creare danni irreversibili, potrebbe migliorare questo mondo che sta andando verso una china pericolosa!  Disobbediamo un po’ a fin di bene: diciamo no agli armamenti, no all’inquinamento…..e scriviamo un bell’elenco di cose sbagliate alle quali potremmo dire no, tutti insieme appassionatamente!
Sono uscita ancora in giardino, le stelle si sono spostate nell’emisfero celeste, o meglio, la terra ha ruotato di qualche ora,  Betelgeuse mi fa ancora l’occhiolino, ed io le sussurro: ma quante volte e per quanti millenni hai già sentiti questi discorsi, e cosa è cambiato da allora?  Pare che tu mi risponda;”Tutto e niente: ma non è mai venuta meno la speranza di un mondo migliore!”-

lunedì 23 gennaio 2012

PIEVE DI LUBACO

C'è una chiesetta.....che mi ha preso il cuore!! L'ho vista sul blog della Pieve di Lubaco,  ed in effetti, più che chiesetta è una bellissima Pieve! Consiglio ai lettori di questo blog, di entrarvi a respirare la pace e la quiete che quel luogo infonde. Trovate il link tra i miei preferiti: Pieve di Lubaco. Ma per mettervi già a vostro agio, eccovi alcune foto che don Maurizio Roma ha inserito nel sito parrocchiale. Bellissime, straordinarie!!! Se solo potessi fare un viaggetto, ci andrei di corsa. Sono certa che il Signore mi concederà di realizzare questo mio sogno, anche se dovessi attendere parecchio tempo! 
 Queste antiche pietre, consunte
da giorni, anni e secoli, quanta gente hanno visto
passare, pregare, piangere, adorare!                               O Dio, tu sei il mio Dio, all'aurora Ti cerco
                                                                                       Di Te ha sete l'anima mia....

domenica 22 gennaio 2012

MA COS'E' QUESTO INCANTO?


Sono le Pale di San Martino di Castrozza al tramonto!
Ora ditemi: chi ha fatto tutto questo? Giovanni, Luca, Maria, Daniela? Chi ha pennelli tanto speciali che possano dipingere i colori con i raggi del sole e l'aria? E quella luna, chi l'ha appesa in cielo, come un lampadario che si accende e spegne da solo, al semplice tocco di un filo dorato del sole? Madre Natura, Dio Padre, io no di certo, e neppure tu!

UNA OBBEDIENZA SENZA LIBERTA', OPPOSTA ALLA LIBERTA',NON SAREBBE UMANA

L'obbedienza è virtu' e vizio - "Ob-audire" . Meglio critici che passivi -
L'obbedienza è ambigua, come idea e come comportamento. E' un valore e un disvalore, una virtù e un vizio. Come virtù la conosciamo bene. Il bambino buono è quello che obbedisce. Così ci è stato insegnato fin da piccoli, anche giustamente. Cambiano le pedagogie, in bene ed in male, ma è sempre imitando chi ci precede nella vita, quindi anche obbedendo, che ci formiamo, cresciamo, impariamo, diventiamo ciò che saremo. Si diventa liberi cominciando naturalmente col non esserlo, e venendo guidati a fare prima per obbedienza, poi liberamente, ciò che impariamo a considerare necessario, utile,buono. Il bambino senza modelli chiari, che poi potrà criticare, resta come un mollusco senza scheletro interno che lo sostenga. Quel che gli viene comandato, anche dolcemente e con amore come fanno i buoni genitori, non ci riduce, ma ci dà una base solida, necessaria, sulla quale possiamo poi camminare, anche eventualmente in altre direzioni, con la nostra libertà e responsabilità. Anche per noi adulti che ci riteniamo capaci, liberi e responsabili, l'obbedienza sarà sempre una virtù, semplicemente perché ci sono gli altri, e l'obbedienza non è anzitutto eseguire di peso la volontà altrui, ma è essenzialmente dare ascolto e fare spazio agli altri, rispondere alle loro attese e bisogni, anche e a volte rispondere bene è dover dire il contrario.
Ma l'obbedienza  è pure un vizio. Chi anzitutto e preliminarmente obbedisce eseguendo, rinuncia a pensare, ad ascoltare la propria coscienza, e manca anche di contribuire alla funzione di chi, in qualsiasi società, ha un compito direttivo, indicativo. Per dire qualcosa sull'obbedienza, dobbiamo in primo luogo dirne la problematica, e quindi sdoppiare l'oggetto: quale obbedienza? Il dovere e la virtù non sono semplicemente obbedire, ma stanno nel chiedersi "se" obbedire, se obbedire ancora, in che cosa obbedire. Una obbedienza senza libertà, opposta alla libertà, non sarebbe umana, non rispetterebbe l'umanità di chi obbedisce, e questa violazione avverrebbe proprio da parte dell'obbediente, non soltano da parte del comandante che volesse imporsi. Si tratta sempre di obbedire liberi. La prima obbedienza è il rispetto di questo valore inviolabile, negli altri come in noi stessi. Io posso dedicare la mia libertà, rinunciare alla mia decisione, per agire come un altro mi chiede, o per servire il suo valore, la sua vita, o una degna causa. Se cedo la mia libertà incondizionatamente, vado contro l'umanità mia e di tutti.Questo non ho il diritto di farlo, perché questa umanità non è solo mia: svilita in me è offesa per tutti. La spenderò invece per ciò che è giusto,la userò secondo la misura, e anche al limite che la giustizia le pone. 
Meglio critici che passivi
Ognuno ha le sue obbedienze, se non altro per abitudine: obbedienza al suo partito, alla sua chiesa, al solito giornale, agli usi correnti. Purché non ci si adagi, infatti la via passiva, lasciata decidere dagli altri, dalle autorità, dalle mode e tendenze, dalle apparenze vuote ma imponenti, da chi fa più rumore,ci rende obbedienti senza che lo decidiamo, si impone a noi, ci toglie libertà con l'illusione di darci libertà solo perché ci discostiamo da qualche proposta più mite o più nuova, più scomoda, più inusuale, per obbedire alle voci più forti e pressanti. Il pericolo non viene dall'essere critici, ma dal non esserlo abbastanza! In qualunque società o comunità, il contributo migliore è di chi persino "dà fastidio", e "pianta grane",non di chi è sempre tranquillo,non pone mai problemi, di chi tace anche quando dovrebbe parlare e dissentire, col rischio di fare degli sbagli o persino del male senza volerlo. La possibilità, il coraggio e l'umiltà del dissenso, sono l'altra faccia dell'obbedienza, senza di cui l'obbedienza è cosa vuota, indegna. E questa è anche l'altra faccia della coesione necessaria in una comunità, che viene dal fare insieme le stesse cose tanto quanto dal cambiare le abitudini per fare cose migliori.
Reciprocità delle coscienze
Forse la coscienza è comoda (fare come mi pare e piace9?. No, assolutamente. Ma certamente può sbagliare, può inclinare verso risposte di comodo. Perciò una caratteristica della vita della coscienza è la reciprocità. L'ascolto delle altre coscienze è costitutivo essenziale della ricerca che ognuno fa nella propria coscienza. Già l'intima coscienza personale non è un solitario auto-ascolto. Infatti, la mia coscienza è un altro in me, perché mi può confortare ma può anche contestarmi, giudicarmi,rimordermi e castigarmi, premere irresistibilmente fino a farmi cambiare direzione di cammino. Per quanto determinata da tante cose, sebbene non assoluta e non infallibile, la coscienza è autorità, perché è l'istanza che ci fa crescere in umanità e in grazia: è l'ultima autorità, ha questo primato.
Quanto sopra è uno stralcio tratto dalla rivista Servitium su "obbedienza" n. 178 luglio - agosto 2008

Ho inteso pubblicarla, poiché rispecchia pienamente ciò che già pensavo, ma per il quale non trovavo le giuste parole per spiegare il rapporto tra ragione-libertà-coscienza-obbedienza.
Sappiamo tutti che molti popoli sono stati, e sono tutt'ora, relegati ad una china obbedienza da parte di governanti tiranni, ma ritengo che il fatto grave sia proprio quello di accettare supinamente certi comandi che sono contro la libertà individuale e sociale, contro l'espressione più grande che è il pensiero dell'uomo, la libera scelta di un lavoro, di una religione, di un modus-vivendi - basti pensare all'obbligo per le donne musulmane di indossare il burka. Ma al di là di queste considerazioni classiche, direi che a volte è necessario disubbidire. Laddove, per esempio, ci impongono scelte che vanno contro la nostra morale, contro la libertà di di pensiero, di espressione, contro l'economia di una Nazione, contro i bisogni autentici di un popolo. 
Ho tralasciato tutto ciò che va contro Dio, per una semplicissima ragione: chi è credente, sa già quali sono le obbedienze e le disobbedienze che la Fede chiede (di qualsiasi religione), chi non crede, non se ne fa nulla delle scelte di coscienza che una fede richiede. Ma la coscienza civile, di un popolo, personale e sociale, va sempre rispettata.
Non ho pubblicato la foto di un dittatore, tutti ne conosciamo il volto distorto, ma ho scelto un'immagine che dimostra in modo chiaro come si possa obbedire ciecamente laddove sarebbe stata necessaria una grande disobbedienza,

Rina Brundu: In questo tempo che passa....

Cara Rina, mi sono permessa di prendere da una pagine del tuo giornale: ROSEBUD-giornalismo online questo articolo di tuo pugno, che hai pubblicato alcuni giorni fa, perché lo trovo così sentito, scritto con uno stile davvero da grande scrittore, e desideravo condividerlo con i miei lettori, Spero che ne trarranno un grande insegnamento, da ogni angolazione lo leggano: letteraria, poetica, intimista, spirituale. A me ha dato molto!!! Grazie!


di Rina Brundu.
Come si può fare della buona letteratura poetica: ne sono estasiata!
 In questo tempo che passa, veloce, che mangia i suoi giorni, le ore, i minuti, tutti i nostri sogni, in questo tempo che passa veloce che depone polvere che diventa crosta si sposta illude ci costa, in questo tempo che non sento più mio mi sono accorta di averti dimenticato, di averti a mio modo scordato, di non averti convenientemente salutato. Quando te ne sei andato. Che a pensarci bene, facendo mente locale, sono solo pochi mesi che sedevamo sotto quel sole cocente, a suo modo stridente con il freddo intorno e parlavamo di niente, di robe stonate, storie mai raccontate, conosciute a memoria, fondi di bottiglia di vite antiche spezzate e che nessuno ricordava più. Che seduto sulla panca di quella vecchia piazzetta non hai mai fatto discorsi grandi, ragionamenti, convincimenti profondi credimi non so se ne avevi nel caso ritengo te li tenevi e preferivi ascoltare. Anche parlare sono convinta ti costasse fatica, come il tedio di ciò che sapevi. E poi la noia. Ma a volte ridevi quando lei si faceva gioco di noi e intuivi, capivi, presentivi, captavi ciò che non aveva bisogno di essere detto. Che a narrarlo ci pensavano i raggi del sole, quando rossastri irridevano il mondo, creavano mostri, coni d’ombra dentro e intorno al villaggio, imbrogliavano l’anima in quel canto benigno. Che a narrarlo ci pensava la pioggia cadendo fitta, briosa, dispettosa, irritante, antipatica, fastidiosa, ripuliva l’aria e ci illudeva di essere. Ancora. Che a narrarlo ci pensava la neve. Quella soffice di infiniti anni fa, quella stessa che diventava mantello, pesante, sfilacciato, afflosciato sul quale catturare anche il più docile agnello, vitello, ti costava. Fatica. Immagino. Immagino perché il resto lo narrava il silenzio proprio quello che è sempre stato barriera, muro di gomma mai veramente provato. Mi chiedo adesso cosa sei stato? Ragazzo ribelle, forse rassegnato? Uomo adulto prostrato, testardo, ostinato? O invece duttile, remissivo, ubbidiente, conciliante che in fondo, credo (di nuovo!), poco ti importava delle vaneglorie del mondo dentro il nulla dei canyon assolati dove ricercavi libertà. In questo tempo che passa, veloce, che mangia i suoi giorni, le ore, i minuti, tutti i nostri sogni, in questo tempo che passa veloce che depone polvere che diventa crosta si sposta illude ci costa, in questo tempo che non sento più mio… mi sono accorta di averti dimenticato, di averti a mio modo scordato, di non averti convenientemente salutato. Lo faccio adesso, zio.

sabato 21 gennaio 2012

HO IMPARATO

(This text, which I found on the Internet, is attributed to me . I did not write it, but I think worth reproducing here)Paulo Coelho
I’ve learned that you cannot make someone love you. All you can do is be someone who can be loved. The rest is up to them;
I’ve learned that no matter how much I care, some people just don’t care back;
I’ve learned that it takes years to build up trust, and only seconds to destroy it.
I’ve learned that you can get by on charm, for about fifteen minutes. After that, you’d better know something;
I’ve learned that either you control your attitude or it controls you.
I’ve learned that no matter how hot and steamy a relationship is at first, the passion fades and there had better be something else to take it’s place.
I’ve learned that sometimes the people you expect to kick you when you’re downhill are the ones to help you get back up.
I’ve learned that sometimes when I’m angry I have the right to be angry.
I’ve learned that true friendship continues to grow, even over the longest distance. Same goes for true love.
I’ve learned that just because someone doesn’t love you the way you want them to doesn’t mean that they don’t love you with all they have.
I’ve learned that maturity had more to do with what types of experiences you’ve had and what you’ve learned from them and less to do with how many birthdays you’ve celebrated.
I’ve learned that your family won’t always be there for you.
I’ve learned that no matter how good a friend is, they’re going to hurt you every once in a while.
I’ve learned that it isn’t always enough to be forgiven by others. Sometimes you have to forgive yourself.
I’ve learned that no matter how bad your heart is broken, the world doesn’t stop for your grief.
I’ve learned that our background and circumstances may have influenced who we are, but we are responsible for who we become.
I’ve learned that just because two people argue, it doesn’t mean they don’t love each other. And just because they don’t argue, it doesn’t mean they do.
I’ve learned that we don’t have to change friends if we understand that friends change.
I’ve learned that two people can look at the exact same thing and see something totally different.
I’ve learned that no matter how you try to protect your children, they will eventually get hurt and you will get hurt in the process.
I’ve learned that your life can be changed in a matter of hours by people who don’t even know you.
I’ve learned that it’s hard to determine where to draw the line between being nice and not hurting people’s feelings and standing up for what you believe.


venerdì 20 gennaio 2012

EDGAR LEE MASTERS . SPOON RIVER

COME ABBINARE POESIA E ARTE FIGURATIVA
(ma attenzione, non baciate Mary, se avete il cuore debole!)


Non potevo correre o giocare
da ragazzo.
Da uomo potevo solo sorseggiare dalla coppa,
non bere -
perché la scarlattina mi aveva lasciato il cuore malato.
Ora giaccio qui
confortato da un segreto che nessuno tranne Mary conosce:
c'è un giardino di acacie,
di catalpe, e di pergole dolci di viti -
là quel pomeriggio di giugno
al fianco di Mary -
baciandola con l'anima sulle labbra
all'improvviso questa prese il volo.


I could not run or play
in boyhood.
In manhood I could only sip the cup,
Not drink -
For scarlet-fever left my heart diseased.
Yet I lie here
Soothed by a secret none but Mary knows:
There is a garden of acacia,
Catalpa threes, and arbors sweet with vines
There on that afternoon in June
By Mary's side -
Kissing her with my soul upon my lips
It suddently took flight
.

Credo che la dolcezza di questa poesia sia speciale, con estrema delicatezza riesce a trasmettere la sofferenza di Francis, ma anche l'amore e la gioia, la felicità per le piccole cose che malgradoil corpo martoriato è ancora in grado di provare. Un'anima che nonostante i tanti NO della vita, ha ancora il coraggio di apprezzare ciò che di buono gli capita. E Mary, gentilissima Mary, dolce e premurosa, sembra un angelo, in grado di vedere oltre l'aspetto, oltre le negazioni, oltre l'apparenza, fino al fondo dell'anima.



KLIMT - IL BACIO

S. GIOVANNI DELLA CROCE

Chiedo aiuto! C'è qualcuno che conosce il significato di questa poesia? Fa riferimento a San Giovanni della Croce, in qualche sua opera enuncia qualcosa che ha riferimento con questo fiorellino nato tra le rocce (miracolo di gennaio 2012) fotografato da Padre Nicola Galeno lo stesso giorno in cui ha scritto questa bella ode. Ma il furbetto, forse perché desidera che io mi rilegga tutte le opere di Juanito, non me lo vuol dire! Qualcuno mi può spiegare? Grazie in anticipo!

giovedì 19 gennaio 2012

COSTA CONCORDIA



Riporto qui un articolo di  Massimo Gramellini, un giornalista che secondo me, ha del sale nella zucca!! Non commento, ma se pubblico, evidentemente condivido.
A chi mi ha mandato canzoni stonate (ovvero con versi contro il comandante) e a chi lo ha insultato - e lo dico a coloro che sono cattolici - rispondo solo con questa frase: se siamo cristiani, ovvero seguaci di Cristo, dobbiamo avere la stessa misericordia del Signore, e perdonare. Il fatto è grave, non lo nego, ma a che serve infierire su una persona che, a mio modesto avviso ha sbagliato, ma molto probabilmente perché presa dal panico? E De Falco non è certo un eroe, ha fatto solo e solamente il suo dovere. Io credo che, in tutte le situazioni non belle, noi cristiani dovremmo avere sempre uno sguardo pietoso per chi le ha compiute. L'articolo qui sotto mi ha confermato ciò che già ritenevo giusto.  Per partito preso, non pubblico la foto del Comandante, lo hanno già fatto, con vilipendio, molti giornali e programmi TV. Condanno il fatto, gravissimo, ma non il responsabile. A questo ci penserà la giustizia umana e quella divina. La nave si chiama Concordia, e non vorrei fosse causa di discordia.

Un capro espiatorio per sfogare la rabbia, un eroe senza macchia per placarla. E’ la formula un po’ stucchevole delle storie italiane al tempo della crisi. Anche nel dramma del Giglio la realtà è stata immediatamente diluita in un fumetto.

Servivano un’immagine evocativa (la nave sdraiata su un fianco, simbolo del Paese alla deriva) e uno Schettino che riempisse il vuoto lasciato da Berlusconi alla casella Figuracce & Bugie e assommasse su di sé l’orrore del mondo (ieri il Tg5 ha definito i suoi tratti fisici «lombrosiani» e il Tg3 lo mostrava in smoking come il comandante di «Love Boat» per suggerire maliziosamente la sua inconsistenza morale, quando TUTTI i comandanti di una crociera indossano lo smoking, nelle serate di gala). Mancava ancora il buono, che nella trama assolve al compito cruciale di riscattare l’onore ferito della collettività, fortificandola nell’illusione di essere migliore di quanto non sia. Adesso anche il buono c’è.

Ovviamente facciamo tutti il tifo per De Falco, il capo assertivo della Capitaneria di Livorno che nella ormai celebre telefonata ordina al comandante Schettino, già inscialuppatosi verso la riva, di tornare sulla nave e comportarsi da uomo. (Ordine vano, peraltro, come quasi tutti gli ordini dati in Italia, perché Schettino gli dice di sì e poi continua a scappare).

Eviterei però il gioco insistito dei paragoni: l’eroe contrapposto al vigliacco, l’italiano buono all’italiano cattivo, fino all’urlo autoassolutorio che ho letto su un blog: «Io sono De Falco». Anch’io. Anche Schettino, credetemi, se fosse stato sulla poltrona di De Falco sarebbe stato De Falco e avrebbe dato ordini perentori al se stesso vigliacco che tremava in mezzo al mare per la paura di morire.

Non voglio togliere meriti al valido ufficiale della Capitaneria, ma contesto l’abuso del termine «eroe», che in un’epoca che ha smarrito il significato delle parole viene appuntata sul petto di chiunque fa semplicemente il proprio dovere: rifiutando una mazzetta se è un funzionario pubblico, denunciando un giro di scommesse se è un calciatore, assumendosi le proprie responsabilità se esercita un ruolo di responsabilità. Dall’Iliade a Harry Potter, l’eroe è colui - soltanto colui - che mette a repentaglio la propria vita. E non perché la disprezza (quello è il fanatico), ma perché è disposto a sacrificarla in nome di un valore più elevato: l’amore (a-mor, oltre la morte).

Non escludo che l’ottimo De Falco sarebbe stato un eroe: il destino non gli ha consentito di mettersi alla prova. Dubito che lo sarei stato io e tanti altri che disputano sulla viltà di Schettino. Per me nella storiaccia del Giglio esistono persone inadeguate e altre adeguate, ma un unico vero eroe. Il commissario di bordo che con la gamba spezzata ha continuato a salvare le vite degli altri.

domenica 15 gennaio 2012

Riverdance - Eurovision Song Contest 1994 Dublin




Dedico questo video alla cara Rina Brondu, che da parecchi anni vive a Dublino e  dirige ROSEBUD - GIORNALISMO ONLINE Spero che lei ed il suo amato Paul possano apprezzarlo!

DON ANDREA GALLO a "Vieni via con me" di Fabio Fazio e Roberto Saviano

DON ANDREA GALLO: IL VANGELO DI UN UTOPISTA

"Il Vangelo è vita, è liberazione, è il gusto ed il rischio della vita!".Partendo dal concetto di utopia di Eduardo Galeano, don Andrea Gallo ci spiega: "Quando sei convinto che a 300 metri ci sia quello che vuoi raggiungere, li percorri e ti rendi conto che l'utopia è 300 metri più in là. Per questo ti dici: "allora è veramente irrealizzabile". Invece no, perché c'è un aspetto positivo: che si sta camminando, e l'utopia si realizza strada facendo".
Nel portare da oltre cinquant'anni il messaggio di Gesù, sempre sulla strada, sul marciapiede, sempre in mezzo agli ultimi, don Gallo ha messo insieme i suoi personalissimi vangeli. Il primo è il messaggio che tutti, credenti e non credenti, possono cercare la verità costruendo un'unica grande famiglia umana. Il secondo è la Pace, la giustizia verso i più poveri, i senza dignità, non come frutto della carità-elemosina, ma del riscatto storico e della giustizia. Il terzo è appunto l'utopia, perché Gesù è nell'orizzonte della speranza del Regno. Il quarto è la sobrietà, primo passo verso la solidarietà: il quinto, la Costituzione della Repubblica Italiana, che è democratica, laica, antifascista, "e non è un optional, l'antifascismo, per nessun cittadino". L'ultimo, è il "vangelo" lasciatoci da Fabrizio De André ed Ernesto Balducci, i quali ci dicono che "l'unica strada possibile è incatenarsi nella vita dei poveri e degli esclusi, non per essere travolti ed abbassati, ma per vivere insieme al loro la liberazione reale". Con la stessa energia che lo porta a girare di notte per i carrugi di Genova per aiutare chi soffre, con la stessa generosità che lo vede conferenziere in giro per l'Italia, don Gallo consegna alla parola scritta la sua personale utopia, che è poi la stessa del Vangelo: cambiare il nostro quotidiano e, di conseguenza, cambiare il mondo.
Don Andrea Gallo (Genova, 1928) viene ordinato sacerdote nel 1959. Ha fondato e guida la Comunità di San Benedetto al Porto di Genova, offrendo asilo a persone in difficoltà. 
Quanto sopra, non l'ho scritto io, si tratta della presentazione in contro-copertina del suo ultimo lavoro librario: "il Vangelo di un utopista". L'ho riportato solo per invogliarvi a leggerlo, ne vale la pena!
Se tutti i sacerdoti fossero tanti don Lorenzo Milani, Primo Mazzolari, Zeno Santini, Oscar Romero, Giovanni Fornasini, tanto per citarne alcuni, il mondo davvero potrebbe cambiare e prendere il volto di Cristo.
Non aggiungo altro, posso solo dire che questo libretto mi è stato regalato da uno dei miei figli, dallo spirito libero che non ama appartenere né alla Chiesa né a qualsivoglia associazione laica.
E' con stupore, quindi, che ho aperto il libro ed ho cominciato a leggerlo, e già dalle prime pagine - conoscevo don Andrea di fama, ma non la sua ideologia - mi sono trovata a condividere ogni sua parola, e ripensando a certi miei articoli che ho pubblicato su questo blog, mi sono meravigliata di come certe miei pensieri collimassero perfettamente con quelli di don Gallo. Nel contempo, mi si è aperta una porta: forse mio figlio ha abbandonato la Chiesa perché non ha mai incontrato don Gallo, altrimenti si sarebbe innamorato di Gesù. 
"E tu, allora, che non lo conoscevi affatto, come mai ti sei comunque innamorata di Cristo?". 
Rispondo con sincerità: non a tutti arriva lo stesso messaggio nel medesimo modo: c'è chi lo interpreta a modo suo, chi lo rifiuta, perché posto in modo categorico, o il messaggio era troppo debole e non è stato udito dall'anima. Per mia fortuna, ho potuto apprendere la Buona Novella e la reale figura storica, umana e divina di Cristo, attraverso molti strumenti che si sono assemblati in un'orchestra perfettamente accordata. Un Padre spiega bene certi passi evangelici, e mi fa conoscere il Signore attraverso una certa angolatura, un altro Padre, missionario, agisce come Gesù agiva durante la sua vita pubblica: facendo del bene ai meno fortunati; un altro ancora insegna a pregare con l'orazione-dialogo a due, tra l'anima e lo Spirito Santo, e via di seguito. Ognuno suona lo strumento da cui è capace di ricavarne un ottimo suono, ed insieme mi fanno ascoltare l'angelica musica di Dio, che il Figlio ha tradotto sulla Terra.  Ma ci sono uomini di Chiesa, che da soli suonano un concerto!!! Del resto io penso che il Signore è libero di elargire i suoi doni a chi meglio crede: come i danari, a chi dà 10, a chi 5, a chi uno solo, ma quello vale più di tutti gli altri messi insieme!!
Non cerco mai la perfezione del prossimo, neanche la pretendo da un sacerdote, guardo invece a quanto di buono c'è nel suo animo, e quanto quel buono lo condivida con i fratelli. Questo solo conta!!
Il resto sono solo inutili bla-bla, che invece di far avvicinare la gente al Signore, rischiano di farla allontanare. 
Non posso però non usare la misericordia che Dio mi chiede di avere verso i fratelli, così come Lui l'ha tanto effusa su di me: da tutti i sacerdoti che ho incontrato, o religiosi, ho potuto attingere qualche insegnamento utile per migliorarmi. 
Non vi scandalizzate se vedete questo sacerdote con l'eterno sigaro in bocca, e con un cappello molto "laico": lui è così, non si deve mai fermarsi all'apparenza, ma guardare la sostanza!!!



MONACHE CARMELITANE DEL CONVENTO DI LEGNANO

Qui mi trovo in difficoltà: non riesco a riconoscere le monache: nella loro discrezione claustrale non le ho ben identificate, tranne Madre Elisabetta,allora superiora del Monastero. Madre Elisabetta si trova tra fra Maurizio e Padre Massimo. La prima a destra della foto, in piedi, è Madre Giovanna, attuale Superiora. Tutti noi ricordiamo con grande riconoscenza ed affetto Madre Elisabetta, tornata al Cielo dopo lunga e dolorosa malattia, alcuni anni fa.
Con le monache, posso riconoscere qualche frate e Padre: fra Maurizio Costa, fra Roberto Vitale, Padre Massimo Fiorucci, Padre Renzo Bertoli, Padre Edoardo Mancini e un gruppo di giovani dello studentato.
Anche alle sorelle Monache auguro ogni bene, per questo nuovo anno 2012!!

PADRI E FRATI CARMELITANI A MILANO

Grazie a Fra Maurizio Costa,  sono entrata in possesso di questa bella foto, di qualche anno fa, scattata
nel chiostro del convento Carmelitano di Milano, adiacente la Chiesa del Corpus Domini.
Per quanto mi è dato di ricordare, appaiono in questa immagine, più o meno nell'ordine da sinistra a destra: Padre Giulio Pozzi, Padre Mario Bianchi, Fra Roberto Vitale, Padre Edoardo Mancini, Padre Davide Bernasconi, Padre Renzo Bertoli, Fra Federico, Padre Giancarlo Camastra, Fra Maurizio Costa, Padre Fausto Lincio, Padre Emile Zambo, Padre Fiorenzo Croci, Padre Alberto Fiorini.
Mi scuso per gli altri, o non li riconosco, o proprio non li ho mai conosciuti.
Un caro saluto a tutti, augurando un sereno e fruttuoso anno 2012!

venerdì 13 gennaio 2012

AVVISO AI NAVIGANTI!!

DOMANI, FINALMENTE 
DOPO QUASI UN MESE DI DEGENZA, E DOPO AVER FATTO LA SPOLA TRA 3 OSPEDALI E CLINICHE, IL MIO CARLO TORNA A CASA!!!
DIRVI CHE SONO CONTENTA E' UN EUFEMISMO: IL CUORE MI SCOPPIA DALLA GIOIA!
SENTO LA NECESSITA' DI RINGRAZIARE TUTTI VOI, CHE TANTO AVETE PREGATO E FATTO PREGARE AFFINCHE' IL MIO ADORATO MARITO SUPERASSE L'INTERVENTO CHIRURGICO AL CUORE, E POTESSE TORNARE PRESTO IN FAMIGLIA.
CERTO CI VORRA' ANCORA DEL TEMPO, PRIMA CHE POSSA RIMETTERSI COMPLETAMENTE, MA SE IL SIGNORE HA COMINCIATO L'OPERA, CERTO LA PORTERA' A TERMINE, CONCEDENDO LA COMPLETA GUARIGIONE AL PADRE DEI MIEI FIGLI.
HO TANTA FEDE IN QUESTO, COME L'AVETE AVUTA VOI. 
CIO' CHE CI HA INSEGNATO IL SIGNORE, E' DI BUSSARE, DI CHIEDERE, E IL PADRE CELESTE NON NEGHERA' CERTO IL SUO AIUTO.
E' VERO! L'ABBIAMO SPERIMENTATO E SONO QUI A TESTIMONIARLO.
GRAZIE DI TUTTO CUORE ( E' PROPRIO IL CASO DI DIRLO: CUORE) PERCHE' SONO STATE LE VOSTRE PREGHIERE, UNITE ALLE MIE, A RISANARE IL CUORE DI CARLO)
A TUTTI VOI, E AL SIGNORE NOSTRO PADRE, CHE LE HA ASCOLTATE!

mercoledì 11 gennaio 2012

LA FAMIGLIA ED IL DOLORE

LA FAMIGLIA ED IL DOLORE

Solo quando la malattia, il dolore, la sofferenza morale e fisica ci toccano da vicino, si accendono le luci che prima erano spente, o illuminavano solo qualche angolo del nostro cuore. Allora si fa pressante la necessità di veder chiaro, dentro e intorno a noi.
La grande poetessa contemporanea Maria Teresa Santalucia Scebona, descrive in modo stupendo ciò che prova chi vive un dolore:
Per trenta denari nessuno
Comprerà la mia anima
Sarò solo una piccola lucciola
Che illumina silente le cupe
Notti dell’altrui solitudine.
Può accadere di sentirsi soli, quando la nostra vita è sconvolta da un’improvvisa tempesta. E’ una solitudine profonda, che ci fa toccare con mano la nostra fragilità, la sensazione d’impotenza di fronte ad un evento che ci ha colpito all’improvviso.
Dice un saggio: “Non chiedere al Signore di alleggerirti il peso che hai sulle spalle, ma chiedi a Lui, piuttosto, di darti spalle robuste per portarlo!”. Noi abbiamo bisogno di spalle forti per portare le nostre piccole e grandi croci quotidiane. Sono tante le sofferenze che nella vita si devono affrontare: è come passare attraverso un tunnel di rovi pungenti che ci lacerano un po’ qui e un po’ là. Ma se in un primo tempo si è spaventati da eventi tanto dolorosi, poi si riescono ad accettare come fossero un collaudo per la propria anima: ci si accorge dell’importanza della famiglia, di quanto aiuto – dentro la stessa - si possa dare e ricevere, così che la croce si solleva insieme e sembra meno pesante. E si ringrazia il Signore di avercela data in dono: nei momenti difficili, la famiglia si unisce nella lotta, come una squadra sportiva che mira alla vittoria. Di fronte alla grande sofferenza, le piccole avversità che ci sembravano pesare come macigni, si trasformano d’incanto in tanti minuscoli frammenti di sabbia. Il Cuore di Gesù fa vedere ogni cosa in una prospettiva differente: quello che Dio permette è perché comunque nessuno si perda…se sappiamo di essere cullati da questo Amore, tutte le cose si vedono nella loro pienezza.
Chi non ha fede, non ha speranza e quindi cade nella disperazione. Maledice ogni causa di dolore, e invece di cementare l’affetto familiare, lo disgrega. Chi invece è nel Signore, e crede nella Sua Misericordia, comprende: quel dolore che ha colpito ogni membro della famiglia, è un mastice che unisce, che incolla ogni più piccolo frammento, che rinsalda e mette in luce quell’amore che c’è sempre stato tra marito e moglie, genitori e figli, e tra fratelli, ma che era soffocato da una polvere di banalità quotidiane, dai problemi contingenti, da un rituale di gesti che avevano perso il loro primitivo valore. Il timore di perdere un nostro caro, a causa di una grave malattia, costringe a rivalutare ogni piccolo gesto, a misurare ogni parola, e a capire che quel familiare è un dono prezioso che il Signore ci ha messo accanto, sia esso marito, moglie, madre, padre, figlio o figlia.
Comprendo allora quanto Paulo Coelho sostiene: “Ogni cosa è collegata,  ogni strada s’incontra, e ogni fiume sfocia nello stesso oceano”- Calza a pennello con la descrizione di una famiglia, se troviamo la chiave di lettura: “ogni membro della famiglia è unito all’altro, ogni vita si intreccia, e ogni individuale sentimento sfocia nel comune Amore”.
Ma non facciamo che si debba ricorrere ad una grande sofferenza per risvegliarci dal torpore nel quale sonnecchiamo: non diamo nulla per scontato, ogni mattino, appena svegli, ringraziamo il Signore di averci donato il Suo Amore e, attraverso questo, l’amore della nostra Famiglia. E’ il bene più prezioso che ci sia dato in questa vita.

BENVENUTO|

Il Paradiso non può attendere: dobbiamo già cercare il nostro Cielo qui sulla terra! Questo blog tratterà di argomenti spirituali e testimonianze, con uno sguardo rivolto al Carmelo ed ai suoi Santi