AFORISMA

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(Rita Levi Montalcini)

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Nostra Signora del Carmelo

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colei che ci ha donato lo scapolare

lunedì 28 febbraio 2011

GLI AMICI DI DIO

Don Lolo, amico di Dio

Un'omelia di mons. Mario Delpini, vescovo ausiliare di Milano, in memoria di un sacerdote ucciso tragicamente a Busto Arsizio vent'anni fa. Un testo che - attraverso di lui - parla dritto a ciascuno di noi
Vivono tra noi gli amici di Dio. Vivono come tutti: di fatiche e di gioie, di giorni di frenesia e di giorni di festa, di giorni di salute e di giorni di malattia, ma gli amici di Dio vivendo come tutti, vivono in modo straordinario. Come tutti, incontrano la gente: incontrano persone simpatiche e persone insopportabili, hanno amici e talora anche nemici, incontrano tanta gente, come tutti, ma chi incontra gli amici di Dio ne conserva un ricordo particolare. Hanno il loro carattere, come tutti: alcuni sono timidi e altri estroversi e chiacchieroni, alcuni sono irruenti e reattivi, altri sono pazienti e discreti, eppure tutti gli amici di Dio sono come segnati da una disciplina che li rende disponibili anche a quello che non viene spontaneo. Vivono tra noi, gli amici di Dio, non si notano a prima vista, non fanno rumore, eppure sono quelli che tengono in piedi il mondo, quelli che mettono mano alle cose storte e cercano di raddrizzarle: che si tratti di un bambino che piange, di un malato che è solo o dei problemi di dimensione planetaria.
Gli amici di Dio vivono tra noi, vivono come tutti, sono uomini e donne che assomigliano in tutto agli altri. Eppure hanno qualche cosa di straordinario.
Gli amici di Dio vivono una particolare libertà. Hanno consegnato a Dio il loro desiderio di essere felici e perciò non si preoccupano più troppo di se stessi. Sanno che Dio non li deluderà, mai.
Perciò sono liberi. Sono liberi dalla paura: si espongono a tutti i rischi che la missione comporta, non per ingenuità o presunzione, ma per obbedienza. Sono liberi dalla ricerca del consenso, sono liberi dai giudizi altrui: ascoltano tutti e sanno che da tutti devono imparare, ma il criterio del loro agire non è la popolarità o l'approvazione del mondo. La libertà viene da una fortezza interiore dove abita il timor di Dio. Sono liberi dagli interessi meschini. Non si domandano mai "che cosa ci guadagno?", perché vivono di gratitudine. Il dono che hanno ricevuto è talmente grande, talmente gratuito che non possono che condividerlo gratuitamente. Sono disposti a rimetterci persino, non hanno preoccupazioni per il loro futuro.
Sono liberi anche dall'ossessione di verificare i risultati. Si impegnano con tutte le forze, si appassionano alle imprese che li coinvolgono, ma sanno di essere solo operai mandati a seminare.  Del raccolto sono incaricati gli angeli di Dio.
Gli amici di Dio abitano in un mistero e ne sono commossi. Sono stati visitati da un invito, sono stati chiamati all'intimità indicibile. Nella solitudine non si annoiano, perché la presenza di Dio non è una parola, ma una comunione tremenda e affettuosa. Amano il silenzio e talora li sorprendi in una preghiera che non riesci a indovinare, nel cuore della notte o all'alba. Non parlano spesso di sé, hanno un riserbo sulla loro vita spirituale. Ma se poni loro delle domande, puoi restare sorpreso per parole di fuoco o per uno zampillare di acqua fresca per la tua sete.
Gli amici di Dio sono gente che vive con uno scopo. I loro obiettivi non vengono dall'ambizione, non sono nutriti dal desiderio di una carriera, dalla presunzione di un protagonismo. Hanno uno scopo, ma è piuttosto l'obbedienza alla missione. In quello che fanno mettono tutto se stessi, non risparmiano né forze, né intelligenza, né risorse, fino al sacrificio. Non hanno un altrove in cui evadere, non difendono le parentesi del loro privato, come possibilità di un'altra vita. Non hanno un'altra vita perché la missione che hanno ricevuto è diventata tutta la loro vita. Si considerano solo dei servi e vivono con fierezza il loro servire, perché conoscono il loro Signore.
Gli amici di Dio ospitano insieme una gioia invincibile e una struggente tristezza. Non si sa come spiegare quello che provano, eppure portano in giro per la città il loro sorriso in cui indovini una gioia che non viene da fortunate coincidenze o dall'assenza di problemi, ma da un'inesplorabile profondità, come una sorgente che non cessa mai di alimentare l'esultanza. Ma la gioia degli amici di Dio non è un ingenuo essere giulivi. Hanno dentro una tristezza struggente: è l'intensità della compassione perché non c'è soffrire che li lasci indifferenti; è il sospiro del compimento perché non c'è giorno della vita in cui non invochino "venga il tuo regno".
Vivono tra noi, gli amici di Dio e passano per lo più inosservati. I titoli dei giornali e le chiacchiere intessute di luoghi comuni li ignorano perché si dedicano alla lamentela e al pettegolezzo, alla critica e alla denuncia, alla retorica e alla mormorazione. Così gli amici di Dio non fanno notizia.
E sono qui anche in mezzo a noi, anche se passano inosservati.
Capita però, talvolta, che un evento straordinario attiri su di loro l'attenzione e allora tutti se ne accorgono e restano ammirati.
Così è stata la vicenda di don Isidoro e la tragedia della sua morte. Un amico di Dio è morto come un agnello immolato e agli occhi di tutti si è rivelata la gloria di Dio che ha avvolto di luce la vita di don Isidoro fin dai suoi primi anni.  Così lui, così discreto, così schivo è diventato notizia e personaggio.
Perché mai sarà successo questo?
Io credo che gli amici di Dio compiano la loro missione in vita e in morte. Perciò credo che talora capiti che gli amici di Dio richiamino l'attenzione di molti perché tutti si possano sentire rivolta una parola, un invito, una domanda.
Vuoi diventare anche tu amico di Dio? Io ti dico che ne vale la pena!

l 14 febbraio 1991, all’età di soli quarantasei anni, moriva don Isidoro Meschi. Don Lolo - come lo chiamavano tutti - sacerdote meratese, è stato assassinato con una pugnalata al cuore. Ad ucciderlo è stato uno dei suoi ragazzi, un giovane con gravi problemi psichici. Don Isidoro lo aveva seguito per anni, aiutandolo anche a costruirsi una prospettiva professionale. Erano da poco passate le 22. Si trovava nei campi dietro alla cascina che aveva ristrutturato per adibirla a comunità di recupero. Aveva un appuntamento con il ragazzo che lo avrebbe poi assassinato. Doveva parlargli, forse offrire un consiglio. Il giovane alza la voce, si arrabbia, perde il controllo ed estrae un coltello. 
Don Isidoro invece di scappare resta con lui, cerca di farlo ragionare e di tranquillizzarlo. Invece il ragazzo lo pugnala con una stilettata dritta al cuore. Per don Isidoro non c'è stato niente da fare, a nulla è servita la corsa all’ospedale. Forse sapeva di dover morire. Una volta, cinque anni prima di essere assassinato, in occasione di una malattia, la sorella Maria gli disse che doveva guarire perché lei non avrebbe retto al dolore della sua perdita. Lui le rispose: «Fino a quarantacinque anni non morirò». Percepiva che se ne sarebbe andato alla stessa età di suo padre. Al funerale il Cardinale di Milano, Carlo Maria Martini, lo ha definito un santo: «Chissà che egli non diventi un giorno un segno per tutta la Chiesa».

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