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giovedì 16 dicembre 2010

CHIAMATI ALLA SANTITA' - In cammino con S. Teresa e S. Carlo- Ultima parte

COME IMPARARE A PREGARE

Il cardinale ci richiama all’importanza della preghiera come vera relazione personale con il Signore Gesù. Vediamo ora più da vicino il cammino che ci propone Teresa, come ha insegnato alle sue sorelle a pregare, a fare della preghiera il perno di una radicale riforma di vita.
Innanzitutto Teresa si colloca pienamente nel suo contesto storico ed ecclesiale:”Verso quel tempo ebbi notizia dei danni e delle stragi che i luterani facevano in Francia e dell’incremento che andava prendendo quella setta…”(C1,2)
Il cammino di santità è sostanzialmente un servizio in favore della Chiesa: non si deve pregare per sé ma per la chiesa e i suoi ministri, non guardare tanto al bene personale ma al bene della chiesa.
E’ questo l’ardente amore per il Signore, reso più vivo dalle notizie che giungevano, che la spinge a fare qualche cosa di più per il Signore, non risparmiando fatiche per fondare in tutta la Spagna i “colombai della Vergine” in cui si preghi “per i difensori della chiesa, per i predicatori e i dottori che la sostengono”(C1,2).
La preghiera non è una chiamata a ripiegarsi sulla propria interiorità. Presuppone l’apertura del cuore alla vita degli altri, ai grandi bisogni dell’umanità, alle grandi tribolazioni della Chiesa. La preghiera è un punto di convergenza delle gioie, delle speranze, delle ansie e dei dolori dei fratelli. Quindi nella pedagogia del Cammino la prima grande preoccupazione consiste nell’educare al senso della Chiesa, svegliando la sensibilità dell’orante a impegnare totalmente la propria vita: la preghiera non è una pratica isolata a sé stante che si attua solo in certi momenti privilegiati della giornata.
La preghiera per Teresa deve a poco a poco diventare vita e trasformare l’intero tessuto esistenziale. Per questo occorre educare la vita per pregare: “e così venni nella determinazione di fare il poco che dipendeva da me: osservare i consigli evangelici con ogni possibile perfezione, e procurare che facessero altrettanto le poche religiose di questa casa”. L’attenzione non è posta tanto sul fare ma sull’essere, sulla qualità del nostro agire, sulla profondità del nostro desiderio di amare. La preghiera se è vera, deve trasformare la vita e solo se siamo predisposti a questa trasformazione impariamo veramente a pregare e fare diventare preghiera ogni azione che facciamo (in cucina, in coro, nel lavoro…). Per questo Teresa non insegna tanto un metodo di preghiera quanto piuttosto un nuovo atteggiamento del cuore.
Nei primi capitoli del Cammino di Perfezione, Teresa si sofferma in molte pagine a delineare alcune premesse importanti per incominciare una vita di preghiera:”alcune cose sono molto necessarie per chi vuole percorrere questo cammino dell’orazione…la prima è l’amore che dobbiamo portarci vicendevolmente; la seconda è il distacco dalle creature; la terza la vera umiltà la quale, benché posta per ultimo, è la prima e abbraccia le altre”(C4,4).
In queste poche righe è tracciato un nuovo stile di fraternità, le coordinate indispensabili per intraprendere il viaggio interiore verso la pienezza della propria umanità lasciando che Dio ci riempia del suo amore e della sua verità; questo in sintesi ciò che significa diventare santi secondo Teresa.
L’amore vicendevole per Teresa si esprime nell’intensità dei rapporti fraterni:”tutte dovete essere amiche, tutte aiutarvi…”C4,7), ma nello stesso tempo guardando all’essenzialità nella relazione senza perdersi in chiacchiere inutili: il silenzio e la fraternità sono due elementi indispensabili che si equilibrano a vicenda ed educano l’interiorità a guardare ciò che è più importante.
Pregare significa per lei primariamente intrattenersi a lungo con Colui dal quale ci sentiamo amate ma è altrettanto importante verificare la verità della nostra preghiera nella qualità delle relazioni fraterne.
Il distacco si potrebbe tradurre nella libertà interiore che è necessario coltivare sia nei confronti delle cose che delle persone. In altre parole Teresa ci guida a liberarci da tutto ciò che intralcia il cammino verso la scoperta della nostra vera identità e la scoperta della presenza di Dio nella verità di noi stessi. Il non possedere ciò che ci appartiene ci rende più liberi di incontrarci con Lui. Distacco significa anche imparare a poco a poco a gestire la propria reattività di pronte alle provocazioni esteriori e porsi in un margine di distanza dalla nostra emotività. Teresa ci invita a tenere gli occhi fissi su Gesù e da lì misurare ogni nostra difficoltà distanziandoci dalla nostra sensibilità che ci induce a ripiegarci in noi stesse. Il segreto consiste nell’anteporre sempre l’altro ai nostri bisogni alimentando una dedizione senza condizioni.
Umiltà per Teresa significa ricercare la verità di noi stessi in Dio, per questo secondo lei è la virtù che abbraccia e viene prima di tutte le altre. Chi si incammina per questa strada faticosa e difficile della preghiera deve essere armato di una “determinata determinazione”  come atteggiamento esistenziale che impregna tutta la vita. La dilatazione della nostra umanità nasce proprio dall’imparare a riconoscere la presenza di Dio che abita nel centro dell’anima e illumina la nostra interiorità come un diamante luminosissimo, facendone risaltare i limiti ma anche le capacità.
Per imparare a pregare non occorrono molte parole perché ciò che più conta è amare, vivere una relazione di amicizia con Gesù, sentirsi pieni della sua presenza e riversare poi il nostro amore sugli altri, pienamente inseriti nel “sentire” della Chiesa.

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