AFORISMA

Meglio aggiungere vita ai giorni, che non giorni alla vita
(Rita Levi Montalcini)

Nostra Signora del Carmelo

Nostra Signora del Carmelo
colei che ci ha donato lo scapolare

venerdì 13 marzo 2020

GESÚ PARLA IN PARABOLE - Parte Quarta B -Conferenza di Padre Claudio Truzzi OCD



















4 – LO STILE DI FIGLI
b – COME IL CUORE DEL PADRE
1.  PERDONO DA CONDIVIDERE (Il servo Malvagio)
[“Signore, dovrò perdonare fino a sette volte?”. Gesù rispose a Pietro: “Non ti dico fino a sette volte, ma fino a set-tanta volte sette”]. «Per questo il Regno dei cieli è paragonato a un re che volle fare i conti coi suoi servi. Iniziando, dunque a chiedere i conti, gli fu presentato uno che era debitore di diecimila talenti. Poiché costui non poteva pagare, il padrone comando che fossero venduti lui, la moglie, i figli e quanto possedeva e saldasse così il conto. Allora quel servo, gettatosi a terra, lo supplicava: “Signore abbi pazienza con me e ti restituirò ogni cosa”. Impietositosi del servo, il padrone lo lasciò libero e gli condonò il debito”.
Appena uscito, quel servo s'imbatté in uno dei suoi compagni che gli doveva cento denari. Lo afferrò e, quasi strozzandolo, diceva:“Paga quel che devi!”. Bocconi a terra lo implorava dicendo: “Sii benevolo con me e ti soddisferò!”. Egli non acconsentì, ma andò a farlo gettare in carcere fino a che non gli avesse pagato il debito.
Venuti a conoscenza dell'accaduto, gli altri servi se ne rattristarono grandemente e andarono a riferire ogni cosa al loro padrone. Allora il padrone, chiamatolo a sé, gli dice: “Servo malvagio, ti ho condonato tutto qual debito perché mi avevi supplicato; non dovevi anche tu aver pietà del tuo compagno, come io ho avuto pietà di te?”. Preso, perciò, dall'ira, il padrone lo consegnò agli sbirri, finché non gli avesse restituito tutto ciò che gli doveva. 
Proprio così il Padre mio tratterà voi, qualora non rimettiate di cuore ciascuno al proprio fratello». Matt. 18, 21-35
Mi pare azzeccato il titolo di un commentatore: “Parabola dell'uomo graziato ma spietato”.
È una parabola in cui domina la caratteristica dell'esagerazione. Qualcuno parla addirittura d'inverosimiglianza.
È spropositata la somma di cui il servo è debitore verso il re: diecimila talenti. Difficile, oggi, tradurre la somma nella nostra moneta. Per farsi un'idea approssimativa, comunque, sarà bene tener presente che la rendita annuale di Erode il Grande, arrivava a 900 talenti. “Diecimila talenti”, quindi una somma non lontana dai dieci miliardi di lire. Appare perciò ingenua la supplica del servo: «Signore, abbi pazienza con me e ti restituirò ogni cosa».
Anche una dilazione di venti, cento anni, non gli avrebbe permesso di saldare il debito.
•   Il padrone, mosso a compassione, va ben oltre la richiesta del poveraccio. Non si limita a concedere una proroga nel pagamento, ma condona totalmente il debito.
La lezione è trasparente: ognuno di noi, nei confronti di Dio, è debitore insolvibile. Se non intervenisse l'atto gratuito del Suo perdono, smisurato, da soli, coi nostri sforzi, le nostre opere, non riusciremmo mai a conquistare la salvezza. La salvezza è grazia: non ci si salva da soli. È possibile soltanto “essere salvati”.
•  All'uscita, il servo insperatamente graziato, non trova di meglio che afferrare per la gola un collega che gli deve poche decina di migliaia di lire – una miseria! – urlandogli a muso duro: «Paga quel che devi!».
Ed ecco la seconda lezione: i debiti che gli altri hanno contratto nei nostri riguardi –  in confronto a ciò che abbiamo sottratto a Dio col peccato e coi nostri rifiuti – sono quisquilie. Torti, offese, sgarbi, indelicatezze varie: tutte cose trascurabili se paragonate al nostro peccato. E il nostro comportamento diventa meschino, come quello del servo graziato, quando dimentichiamo simile sproporzione.
•  Ma la lezione fondamentale della parabola è un'altra.
«Servo malvagio – gli rinfaccia il re quando se lo ritrova davanti – non dovevi forse anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ha avuto pietà di te?».
Ecco l'equivoco imperdonabile del servo graziato e spietato: credette che il perdono potesse tenerselo per sé. Non comprese che doveva a sua volta trasmetterlo al collega che lo supplicava. Non comprese che il perdono non poteva “fermarsi” a lui, ma doveva continuare, giungere sino al fratello.
Il re aveva “dimenticato” il suo debito, stracciato il foglio con quella cifra enorme. Ma lui ha tenuto in tasca il suo foglietto con quella cifra ridicola. E non mancò di minacciare il proprio debitore sventolandogli sotto il naso il pezzetto di carta accusatore.
Come sarebbe stato bello se, in risposta al gesto del padrone, anche lui avesse mandato in pezzi il documento di ciò che il collega gli doveva. Poteva imitare il gesto magnanimo del suo re. Invece, si lasciò sfuggire quella stupenda occasione.
–  Troppe volte anche noi dimentichiamo che il perdono che riceviamo da Dio va donato, partecipato coi fratelli; che il perdono ottenuto da Dio deve tradursi in pace, riconciliazione, gioia offerta a tutti, anche ai nostri nemici; che possiamo imitare il comportamento di Dio: che quando Dio ci dice: «Io perdono», dice pure: «Perdona a tua volta».
Il perdono, infatti, non consiste semplicemente nel seppellire qualcosa che appartiene al passato. Non è una sepoltura sotto il velo dell'oblio. Il perdono è atto di creazione, inaugurazione di una storia nuova.
Il tempo dei ripicchi, delle ritorsioni, dei dispetti, delle offese senza perdono, dei colpi dati e restituiti... è finito. Inizia un tempo in cui agisce unicamente la potenza dell'amore.
Neppure Pietro l'aveva capito: «Signore, quante volte dovrò perdonare al mio fratello, se pecca contro di me? Fino a sette volte?». Lui aveva azzardato quella cifra che già gli sembra enorme: ha l'impressione di mostrarsi fin troppo generoso, “eccessivo” nel perdono. [Sette è, infatti, il numero che indica la pienezza divina].
«Devo essere come Dio?...».
«Non dico fino a sette...».
Ah, meno male! Esiste pure un limite oltre il quale non si può andare... Avrà tirato un sospiro di sollievo, Pietro. Gesù stava abbassando le tariffe... Voleva ben dire! Ma il sorriso di compiacimento gli si spegne subito quando sente: «... Ma fino a settanta volte sette!». “Dieci volte la pienezza divina moltiplicata per se stessa” (A.Maillot).
Povero Pietro. Intendeva  fissare un “tetto”, precisare qual è “l'ultima volta”.
E Gesù scompiglia la sue cifre “ragionevoli”. 
–  Gli dice chiaramente che non c'è l'ultima volta;  
–  che il perdono non si può arginare, deve sempre avere un seguito. 
–  Che è ora di smetterla di fare i conti. 
–  Che nella vita del cristiano deve entrare il Vangelo, non una puntigliosa contabilità .
È finito il tempo dei conti. Ecco la “buona novella”.
•  Intendiamoci. Non è che dobbiamo perdonare agli altri per ottenere a nostra volta il perdono da Dio.
No. La salvezza ci è già stata data gratuitamente. Il perdono ci è già stato concesso.
Il nostro perdono è la conseguenza, non la causa della salvezza.
Il nostro gesto di perdono è la risposta, il “segno” manifesto che siamo stati perdonati.
Stracciamo il nostro miserabile biglietto (con su scritto quanto ci deve il fratello), non affinché Dio ci condoni il debito, ma perché già Dio ha stracciato il foglio che ci riguardava...

2.   IL FRATELLO MAGGIORE   (Da IL FIGLIO PRODIGO)
«...Vestitelo, mettetegli l'anello al dito e i calzari ai piedi. Portate il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo                  e facciamo festa»...
«Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; chiamò un servo e gli domandò che cosa fosse tutto ciò. lì servo gli rispose: “È tornato tuo fratello e il padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo”. Egli si arrabbiò, e non valeva entrare. Il padre allora uscì a pregarlo. Ma lui rispose a suo padre: “Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai trasgredito un tuo comando, e tu non mi hai dato mai un capretto per far festa con i miei amici. Ma ora che questo tuo figlio che ha divorato i tuoi averi con le prostitute è tornato, per lui hai ammazzato il vitello grasso”. 
Gli rispose il padre:“Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”».             Luca 15,11-32
•   Chi si ritiene giusto, che appartiene al club delle persone per bene, trova facile accettare un Dio giusto. 
Ma la fede del cristiano consiste nell'accettare un Dio che è Amore. Siamo capaci di “perdonare” a Dio il suo amore? Di non scandalizzarci delle sue follie, delle sue esagerazioni, delle sue debolezze? Crediamo che Dio (e noi) si vince la la “debolezza”?
Il nostro racconto più “ragionevole”? Tralasciando [per amor cristiano] di calcare troppo la mano sull'avventura del fratello minore, indubbiamente avremmo presentato il Maggiore in una luce più favorevole. La fedeltà di chi è rimasto – tutto casa e lavoro – avrebbe sottolineato maggiormente l'enormità della colpa di quello scapestrato che ha scavalcato il mura di cinta della casa paterna e se n'è andato a dilapidare “i suoi averi con le male femmine”.
Avrei messo – poi – sulle labbra del padre un predicozzo coi fiocchi, una strigliata da levar la pelle. “Sei la vergogna della nostra famiglia!... Hai voluto avvelenarmi gli anni della mia vecchiaia... Che dirà la gente? Guarda, invece, tuo fratello, così laborioso e fedele! Comunque, devi dimostrare di meritarti il posto nella nostra casa. Dei riguadagnarti la mia fiducia. Ti metto alla prova, ti terrò d'occhio affinché la mela marcia non abbia a guastare anche quelle sane...”. E, per concludere, una lezione salutare.
È proprio un ragionamento condotto sul filo della “ragionevolezza”. Nessun sconfinamento troppo audace. Dio è buono ma giusto. E poi occorre evitare soluzioni che possano sembrare incoraggiamenti al vizio.
Ecco la parabola di Gesù, riveduta e corretta, la “mia” parabola “salutare ed edificante”. Ma … non ho azzeccato il Personaggio principale ed ho sbagliato la finale. Se vogliamo completare la prova, possiamo aggiungere la parabola del “Padrone della vigna”' Mt. 20-16. Ma la domanda decisiva rimane sempre la stessa: riconosciamo questo Dio che ama così pazzamente? Soprattutto il modo con cui l'Amore ama?
Errori del Maggiore
1 – Non conosce la suprema libertà che consiste nell'ammettere: Ho sbagliato.
Ha il torto di essere “onesto”. Troppo onesto. E forse è stata la sua onestà fredda e legalista a far decidere il fratello minore a scavalcare il muro di cinta. 
«Vi sono colpe felici, come vi sono onestà insulse e ingombranti. Il Maggiore ce ne offre un esempio con un'onestà che si distacca e si oppone. ... Non è il bene che eleva la barriera e fa da impedimento, ma la strettezza d'animo di chi fa il bene. ... Il bene è l'unico ponte che si può gettare ogni momento attraverso le fosse scavate dai nostri egoismi. Invece il “bene” del Maggiore è un abito di distinzione, un titolo da opporre, la tessera che separa». (Mazzolari). 
Ci sono comportamenti virtuosi, freddi, acidi, legalistici, gretti che attirano quasi irresistibilmente verso il peccato.
2  – Moralismo 
È lecito supporre che il maggiore non abbia risparmiato predicozzi e consigli al fratellino irrequieto. Gli avrò persino dipinto, a tinte forse, la bruttezza del peccato e delle sue conseguenze.
E il prodigo aveva iniziato a sospettare che il peccato non fosse poi così brutto («La donna [Eva] vide che l'albero era buono da mangiare, che era una delizia per gli occhi, e che quell'albero era attraente» Eva. Gen., 3,6)
– Non possiamo accontentarci di parlare della bruttezza del peccato. Nessuno commette il peccato soltanto per fare il male, ma perché scopre un bene, una bellezza sia pure minuscola, sia pure parziale, nel peccato. Si tratta, invece di manifestare con la vita, con il nostro atteggiamento, che c'è più gioia a fare il bene che a fare il peccato, che c'è più felicità a seguire le beatitudini del Cristo che quelle del mondo.
Il maggiore ha il torto di non aver saputo dimostrare concretamente tutto ciò.
Ha ridotto l'appartenenza nella casa del padre a una questione di regolamento, di legge, di doveri e  di divieti. Gli ha imbottito il cervello con ciò  che doveva fare, senza dirgli mai ciò che era.
«Forse il peccato capitale di certe educazioni cristiane è proprio questo: abbiamo insegnato agli uomini ciò che dovevano fare e ci siamo dimenticati di dire loro ciò che erano... I nemici peggiori della religione non sono quelli che combattono apertamente. Sono le schiere compatte dei figli maggiori che la immeschiniscono, la deformano, la riducono ad acido e gretto moralismo». (Pronzato)
3 – Il padre visto come ragioniere
Pensava che, per essere a posto nella casa del Padre, fosse sufficiente rispettare scrupolosamente il regolamento. «Non ho mai trasgredito un solo tuo ordine». A dire il vero, c'era un piccolo avanzo sotto la voce “avere”: «un capretto per far festa con gli amici».
Il figlio maggiore, questo “buon cristiano”, ha il torto di declassare il padre al ruolo di ragioniere, affibbiandogli l'incarico di tenere la contabilità delle sue opere buone, dei suoi meriti. E rimane scandalizzato al ritorno del prodigo, costatando che la sua aritmetica è andata a rotoli. I conti non tornano,  ... lui va in crisi. La sua stizzosa presunzione gli impedisce che lo sfiori il dubbio se non si trovi proprio lui, e non i fratello minore, «in un paese lontano».
Il Maggiore indaga, piagnucola, s'indispettisce, protesta. Non è giusto! Altre volte Gesù aveva scandalizzato:
«Questi hanno lavorato un'ora soltanto e tu li tratti come noi, che abbiamo sopportato il peso della giornata e il caldo». (Mt., 20,12). Non è giusto!
«Zaccheo, scendi in fretta, perché oggi devo fermarmi in casa tua». (Lc., 19, 5). Con tante case di persone perbene, guarda un po' dove va a cacciarsi!
«Ci sarà più gioia in cielo per un peccatore che si pente che per novantanove giusti i quali non hanno bisogno di penitenza».  (Lc., 15, 7). Non è giusto!
«Neppure io ti condanno: va' e d'ora in poi non peccare più». (Gv., 8, 11). È troppo! Una pacchia, per i peccatori, cavarsela così a buon mercato.
«I suoi molti peccati le sono perdonati perché ha dimostrato molto amore” (Lc., 7, 47). Dove andiamo a finire di questo passo?
«Conducete qui i poveri, gli storpi, i ciechi e gli zoppi». (Lc., 14, 21). Non è dignitoso!
«In verità ti dico: oggi sarai con me in Paradiso!». (Lc., 23, 43). Una bella compagnia, davvero.
Il Maggiore si scandalizza del Vangelo, perché gli manda all'aria la sua contabilità, e non si rassegna al comportamenti imprevedibili di quel cuore, alle bizzarrie di quell'amore.
Una formazione religiosa articolata sui regolamenti, sforna dei “praticanti”, non dei figli. Non dei cristiani.
• La penitenza del Maggiore? Consiste nel vedersi “preceduto” dal Prodigo. E non soltanto da lui. «Le prostitute vi precedono nel Regno di Dio».(Mt., 21, 23). 
È il colmo! Non soltanto preceduto da quel dissoluto. Ma addirittura dalle «male-femmine». con le quali il Prodigo ha «dilapidato i suoi beni». “Non c'è più religione!”: gli viene voglia di gridare come talvolta succede a noi. Esatto. Non c'è più religione... Senza amore.
*  Ecco, in genere questa parabola suscita sempre delle resistenze. Quando si pone l’accento sulla misericordia del Padre in attesa trepidante – che copre la distanza che lo separa dal figlio con una corsa e un abbraccio, prevenendo qualsiasi sua giustificazione –, c’è sempre qualcuno che ha bisogno di sottolineare come in realtà il figlio si è pentito, e la prova consisterebbe nel fatto che è “rientrato in se stesso” ed è tornato a casa.
«Una lettura un po’ più attenta e scevra da pregiudizi rivela facilmente, invece, che il figliol prodigo torna a casa perché si trova nel bisogno e nella solitudine più disperante, ridotto a mangiare carrube come gli animali più impuri per gli Ebrei e, per di più non incontra nessuno che abbia compassione di lui e gliele offra. Nella sua dissipazione materiale e spirituale, il giovane si è tagliato fuori non soltanto dalla relazione col padre, ma finanche dal consorzio degli uomini. Ha perso la sua identità di uomo, prima ancora che quella di figlio.
Nessun pentimento profondo, dunque, ... benché il figlio intenda rivolgergli parole che suonano di circostanza, alla luce della considerazione che i servi di suo padre mangiano meglio e più di lui. L’approccio di chi sottolinea a tutti i costi che il figlio si è pentito sottende, a ben guardare, la nostra mentalità retributiva, per cui il perdono lo si deve comunque “meritare,” e finisce col collocarci sulla linea del figlio maggiore, personaggio interessantissimo e strana-mente oscurato dal ben più noto fratello minore».
•• Ma per un figlio scavezzacollo che ritorna da lontano, c'è l'altro, che sta dentro, “esemplare” nella sua condotta, che non vuole rientrare, incontrarlo. Che non gradisce la festa, non sopporta la gioia del padre, non riconosce il fratello che non possiede i suoi titoli di merito («questo tuo figlio», sottolinea con acredine... E il padre insiste: «questo tuo fratello»). E allora il padre deve di nuovo uscir fuori a “pregare” il figlio obbediente. Pregarlo di cambiare cuore, di essere d'accordo con la sua gioia. 
Uno ritorna con una mentalità da servo («Nono sono più degno di essere chiamato tuo figlio.Trattami come uno dei tuoi garzoni»). L'altro rimane ostinatamente fuori perché ha la mentalità del ragioniere e non è in sintonia col cuore del padre.
Il padre, invece, resta convinto che «bisognava far festa e rallegrarsi». Per questo non esita a «uscir fuori». A cercare quello che è rimasto, a recuperare quello che non si è “perduto”.
– Quanto deve “camminare” questo padre per convince il lontano che nella Casa si entra a testa alta in qualità di “graziati” e non nella veste di condannati; che si è accolti come figli e non come servi. E l'unica penitenza che si riceve è quella di una festa incredibile.  Nella Casa si ritrova  la musica, il canto, la festa, non il lamento funebre.
– E quanto deve “camminare “il Padre, soprattutto per tentare di convertire il figlio “fedele” che rifiuta d'entrare perché è convinto di essere dentro...
•• Già. Perché c'è qualcosa di peggio che non essere a posto: è credersi a posto.
«C'è qualcosa di peggio che camminare su una cattiva strada; ed è la spavalda sicurezza – mai incrinata dal mino dubbio – di trovarsi sulla strada buona. Non c'è niente di più “mostruoso” di queso “monumento di inappuntabilità”, di questo insopportabile “avente diritto” quale appare il figlio maggiore. Lui ha bisogno di sicurezza, e si sente “assicurato” nel fare, nelle sue prestazioni esatte, senza sgarro. È un calcolatore, uno squallido burocrate della virtù, senza un guizzo di vita, di gioia, di spontaneità, di “gratuità”. La sua è una perfezione esecutiva, senz'anima, senza creatività. Non c'è soltanto un abisso tra lui e il fratello scavezzacollo. Ma, soprattutto, tra la sua mentalità e quella del padre».       [Citazioni da www.tuttavia.eu].
In fondo, la conversione più difficile è la sua. Difficile convincersi che il posto, nella casa, non lo si può “conservare”, ma soltanto “ritrovare” giorno per giorno. E che la fedeltà non è semplicemente un “rimanere”, ma un accettare quotidianamente, le sorprese e le sconvolgenti iniziative del Padre. 
Non basta non abbandonare la casa; bisogna sapere tener dietro al “vecchio” che corre incontro al figlio scappato che ritorna. E partecipare alla festa, senza produrre la nota stonata.
  Nella parabola manca il “lieto fine”.
Il lieto fine avverrà soltanto quando si verificherà l'avvenimento della conversione del figlio maggiore
Il padre ha potuto provvedere il vitello grasso, l'anello, il vestito più bello, i calzari, per il ragazzo che è tornato pentito. Ma non ha potuto provvedere l'accoglienza del fratello maggiore: questo non era in suo potere.
Eppure, come sarebbe stato bello se avesse potuto offrire anche il cuore colmo di gioia del fratello rimasto: un cuore dilatato dalla bontà, dal perdono. Di questo, purtroppo, non poteva disporre...
Sia che ci riconosciamo in quello che se ne è andato, come nel figlio rimasto a lavorare sodo (ma senza gioia, senza amore), la parabola ci presenta l'esigenza della conversione. Conversione come capacità di misurare i nostri passi su quelli del Padre. E di condividere la sua “voglia” di festa.
••  Il fratello maggiore è, in effetti, colui con il quale è molto più facile identificare noi stessi: è, in fondo, una persona “perbene”, seria, che ha sempre lavorato e vissuto senza colpi di testa.
Si è giustamente sempre sottolineato che anche lui, come l’altro, non ha capito nulla dell’amore immenso del Padre, e, così come lo scialacquatore suggerisce al padre di trattarlo come uno dei suoi servi, allo stesso modo il maggiore sottolinea che lo ha sempre “servito” e non ha mai trasgredito a un suo comando. Dunque egli trova inconcepibile che per l’altro figlio (che non chiama mai “mio fratello”), il padre si prodighi in feste, banchetti e ricompense.
C’è una frase interessante e rivelatrice del cuore del fratello maggiore: egli non addita il minore come colui che si è ridotto a mangiare le ghiande coi porci – condizione che, come osservavamo prima, lo fa uscire da qualsiasi relazione, anche la più degradata, con altri uomini. Per evocare il fratello, egli agita agli occhi del Padre solo lo spettro del “peccato sessuale”: suo fratello minore è, per lui, quello «che ha sperperato i tuoi beni con le prostitute».
Con queste parole – in cui moralisticamente rinfaccia il peccato – il fratello maggiore cerca di muovere l’indignazione del Padre, rinfocolando, invece, soltanto la propria. Egli tenta di coprire con la censura morale la sua acrimonia verso il fratello, di cui sembra invidiare la capacità di osare, di staccarsi da casa, e il risentimento verso il Padre, di cui certo invidia la bontà infinita e senza calcoli (cfr. Mt 20,15).
Alla gioia fremente del Padre fa da contraltare la sua tristezza da contabile dell’amore, che si ferma sulla soglia della porta, perché, da perfetto invidioso, non riesce a sostenere la vista e la presenza del peccatore perdonato e divenuto “una creatura nuova”, come indicano i sandali, simbolo dell’uomo libero, perché “le cose vecchie sono passate, ne sono nate di nuove” (2 Cor 5, 17)».                                                                            (da www.tuttavia.eu)
O Signore, 
non tutti i figli sono sulla via del ritorno. 
Ritorneranno, ma intanto si credono ancora in diritto di farTi soffrire. 
E il ritorno d’un figlio non fa cessare l'agonia del Padre.
Tanti, tantissimi – basterebbe anche uno solo – sono lontani, 
vogliono essere lontani, rifuggono il Tuo sguardo, 
su strade che sanno ancora troppo di falsità, d’illusione, 
di speranze umane chiuse al Tuo Mistero,
ma non per questo, capaci di trattenere il Tuo amore. 
E Tu stai in attesa:
ad ogni istante c'è un ritorno, c'è un abbraccio di gioia, 
ma la storia di questo mondo è fatta ancora da molteplici istanti di attesa. 
La Tua sofferenza di Padre è anche e, soprattutto,
per noi, che ci riteniamo figli devoti, da lungo tempo padroni di casa. 
L'avventura più brutta è non riuscire più a vivere 
l'avventura di una Casa dove la legge dei figli è la legge del Padre; 
dove per legge s'intende l'amore del Padre, la sua ansia per chi è lontano, 
il suo attendere il ritorno di tutti i figli, il suo soffrire per quelli di casa
che hanno fatto, di questa casa, una sicurezza personale, 
un privilegio indiscutibile, un meritato riposo.
Non intendo dire che occorre invidiare l'avventura del figliol prodigo; 
intendo dire che è necessario vivere l'avventura di figli devoti 
lasciandoci rinnovare continuamente, giorno per giorno, dalla potenza dello Spirito. 
Essere figli fedeli a queste esigenze rinnovatrici dello Spirito Santo, 
è cercare di dare maggior respiro a questa Casa.
Non tutti i figli s’allontanano perché figli "prodighi", incoscienti, spensierati; 
tanti se ne vanno perché incapaci di sopportare la pesantezza d’una casa, 
dove si è perso il gusto di vivere l'attesa del Padre e l'attesa di figli, 
la cui testimonianza operosa è il miglior invito all'abbraccio di un ritorno. 
L'attesa del Padre è l'attesa di tutta la Casa, 
l'ansia del Padre è l'ansia di tutti i figli devoti, 
la gioia del Padre è la gioia del mondo intero.                                          
     Don Giorgio De Capitani (Messaggero di Praga)
3.   BUON  SAMARITANO
«Il dottore della legge... chiese a Gesù: “Ma chi è il mio prossimo?”. 
Gesù rispose: “Un uomo scendeva da Gerusalemme verso Gerico, quando incappò nei briganti. Questi gli portarono via tutto, lo percossero e poi se be andarono lasciandolo mezzo morto. Per caso passò di là un sacerdote; vide l'uomo ferito e passò oltre. Anche un levita passò per quel luogo; anche lui lo vide e, scansandolo, proseguì. Invece, un samaritano che era in viaggio gli passò accanto, lo vide e ne ebbe compassione. Gli si accostò, versò olio e vino sulle ferite e gliele fasciò. Poi lo caricò sul suo asino, lo portò ad una locanda e fece tutto il possibile per aiutarlo. Il giorno seguente tirò fuori due monete, le diede all'albergatore e gli disse – Abbi cura di lui, e ciò che spenderai in più lo pagherò al mio ritorno –. 
Quale di questi tre ti sembra sia stato il prossimo di colui che aveva incontrato i briganti?”. Il dottore della legge rispose: “Quello che ebbe compassione di lui”. Gesù allora gli disse: “Va', ed anche tu fa' lo stesso”».  Luca 10, 30.37
Dobbiamo essere grati al “dottore della Legge” che ha posto sul tappeto la questione più impegnativa. Lui non chiede, come ci saremmo aspettati: “Chi è Dio?”.
Evidentemente, nel mondo dell'invisibile, lui si sente perfettamente a suo agio, si ritiene già al sicuro. Dio lo “pos-siede” (Tempio, funzioni, preghiere, pagamento delle decime, pratiche, osservanza scrupolosa della Legge). Dio non fa problema per lui. È in ottimi rapporti con il cielo.
Il prossimo, invece, quello sì che fa problema. Proprio il prossimo, che si vede, si sente,, s'incontra, puzza, ci pianta i gomiti nello stomaco... è più difficile da amare che non Dio (che è pure invisibile!).
Più difficile “trovare” il prossimo che non Dio.
–  Ma fissiamo le due posizioni: quella del legalista e quella del Cristo.
•  Lo scriba: pretende una definizione di “prossimo”: sicura, precisa, in modo da sentirsi a posto in coscienza. Pone una domanda circa l'oggetto dell'amore (chi devo trattare come prossimo?).
Pensa a sé: Devo garantirmi la “vita eterna”. Dove e quando termina il mio dovere?
•   Gesù: evita di fornire una definizione di prossimo, perché la definizione lascia sempre fuori qualcosa o qualcuno. E, soprattutto, più che mettere a posto la coscienza, Gesù tende  d'introdurvi  la spina dell'inquietudine.
Gesù fa capire che il prossimo non è un oggetto, ma l'incontro tra due soggetti. Non si tratta di trovare il prossimo già bell'e fatto, per scaricarci su un po' di pietà o elemosina, ma di “farci prossimo”, ossia avvicinare. Perché il prossimo è sempre lontano: lontano dalla strada dei nostri interessi, simpatie, idee, programmi. Il pros-simo non si rende sempre amabile; anzi sembra fare di tutto per renderci estrema-mente arduo il comandamento dell'amore. Il prossimo è “lontano”. Difficile da vedere, da accettare, da sopportare.
Il prossimo diventa prossimo – ossia vicino –, quando ci avviciniamo noi.
Prossimo è colui che “rendo vicino” io. È lui, allora, che ci sente “prossimi”, “vicini”.
In altre parole, non siamo noi che scegliamo il prossimo; ma è il prossimo che ci sceglie, ci provoca.
C'è una resistenza terribile da vincere, per accostarsi al prossimo. Amare vuol dire, precisamente, abolire le distan-ze. E sono distanze interiore, più che espresse in chilometri.
Per avvicinarsi, occorre spaccare il guscio del proprio egoismo, uscire dai nostri progetti, dai nostri schemi, dal tepore di una religiosità confortevole e gratificante. Soltanto così è possibile incontrare l'altro.
E l'incontro – attraverso l'esempio che offre il Samaritano – avviene tra due uomini. Non esiste più samaritano e giudeo, ortodosso ed eretico, ma due uomini che l'incontro casuale ha spogliato delle loro maschere, del loro ruolo, della loro razza. Solamente due uomini.
Il Samaritano non chiede chi sia l'altro, di che religione, di che partito. Dinanzi a lui c'è semplicemente un povero che si trova in stato di necessità. L'avvicinamento è determinato da questo semplice connotato: un uomo. Senza aggettivi, senza titoli. Meglio l'unico titolo è il bisogno.
Gesù fa notare allo scriba: è il tuo punto di partenza che è sbagliato. Tu parti da te stesso. Devi, invece, parti-re dall'altro. Non pensare a te, alle tue esigenze. Pensa a chi è nel bisogno; mettiti al suo posto; collocati nel sua prospettiva. Chiediti: Che cosa esige da me, che cosa si aspetta, che cosa vorrebbe avere uno che si trova in quella situazione? Allora ti renderai contro che il precetto dell'amore non tollera limiti restrittivi e “securizzanti”.
Non dire: “Fin dove sono obbligato?”. Ma: “Che cosa aspetta da me quel poveraccio?”.
Se ti metti dal tuo punto di vista, ti creerai delle barriere di protezione.
Se ti metti dal punto di vista dell'altro, ti si spalancherà davanti un orizzonte senza limiti.
La lezione centrale della parabola consiste nell'insegnarci la prospettiva giusta.
Una prospettiva che in base al racconto “provocatorio” di Cristo, rappresenta un autentico capovolgimento delle posizioni. Da «Chi è il mio prossimo?», a «Chi è stato il prossimo di colui che è incappato nei briganti?».
È un rovesciamento radicale di prospettiva. Cristo invita a guardare, a giudicare, a definire partendo da “colui che è incappato nei briganti”.
Il dottore della Legge parte da se stesso, dalla propria coscienza, dalla propria esigenza di salvezza («che cosa devo fare per ereditare la vita eterna?»).
Gesù spariglia  brutalmente le carte. Il problema principale è quello del ferito. Risolvendo quello, viene risolto anche il problema dello scriba. Il centro non è l'intellettuale che pone la domanda. Il centro è quel “sacco” abbando-nato ai margini della strada. Di lì bisogna partire se non si vuole strumentalizzare la carità, ossia trasformare l'amore (che è il fine della vita cristiana) in mezzo.                                                       (Cfr: Pronzato, Il pane della Domenica C- 147)
«Va', ed anche tu fa' lo stesso».
Lo scriba, che interrogava Gesù, all'inizio dimostra soltanto di voler “sapere”. Alla fine si ritrova con qualcosa da fare. Ossia, Cristo esige da lui, da noi, un sapere “diverso”. Un sapere per amare.
Chi è ... l’“altro”
L’ “altro” è chi vive vicino a te, ed accanto a te, lavora, gode e piange.
L’“altro” è colui che odia od ama al tuo fianco:
        chi t’incanta contemplare,
        chi non puoi veder neppur dipinto,
        o chi non t’interessa minimamente 
        perché passi senza guardare e non l’hai visto.
Con tutto ciò, l’“altro”
è colui con cui devi unirti – per salvarti come Umanità,
per giungere ad esser il “fratello universale”.
L’ “altro”è il tuo prossimo, 
– questo regalo che t’ha fatto Gesù: –
quel Gesù, che devi amare con tutto il cuore,  
con tutta l’anima e con tutte le tue forze;
Colui alla cui presenza sarai giudicato, 
e che ti chiederà conto del fratello.
L’ “altro” è il tramite 
per cui Dio si manifesta, – per cui Dio c’invita,
per cui Dio ci arricchisce, –per cui Dio misura il nostro amore.  
L’“altro” si chiama Luigi, Andrea, Stella, ...
Può anche chiamarsi Presidente, Vescovo, Sindaco o il “Tonto del villaggio.
Abita nella tua stessa città  – lavora nella tua medesima officina,
prende lo stesso autobus,  te lo trovi vicino alla stadio...  
L’ “altro” è né più, né meno che ... GESÙ! 
“SAMARITANO” – RIFLESSIONE/PREGHIERA
            Già ce lo dissero quegli angeli Il giorno stesso dell’Ascensione,
appena una nube ti occultò:
«Che cosa fate qui, uomini di Galilea,
imbambolati, guardando in Cielo?»
            Che ci dobbiamo fare, Signore? Per quanto ci costa, 
è una tendenza ancestrale  – di noi che ti seguiamo –, 
questa di ridurre tutto
in “padrenostri” e “avemarie”...
            Già, infatti, avevi avvertito:  «Non chiunque dice: – Signore, Signore,
entrerà nel Regno dei Cieli;
ma chi fa la volontà di mio Padre
che sta nei Cieli».
            Per questo non meni il can per l’aia, Signore.
Tu fustighi ogni formalismo ipocrita:
il mio e quello del vicino,
quello dei nostri chierici
e quello di tutte le religioni.
            Tu ci prospetti crudamente il pericolo: 
convertire le religione in puro “stato”;
confondere la pratica con la conversione;
credere unicamente con la testa 
e non con le mani e con il cuore.
            Signore! Se esiste mai un ritornello
che percorre tutto il Vangelo, in ogni direzione
è che ciò che facciamo al prossimo, 
lo facciamo a Te,
specialmente se si tratta di un povero disgraziato.
            Per questo…. 
Ci sforzi ad aprire la tua Chiesa
a tutti gli uomini della terra,
specie ai più disgraziati,
abbandonati ed emarginati della storia.
            Ricorda ad ognuno di noi – credenti o no, praticanti o no –
l’obbligo che abbiamo 
di renderci prossimi di qualsiasi uomo 
che sia stato trovato ferito 
nel corpo o nel suo spirito,
e che sia stato abbandonato 
al bordo della strada.
            Premia generosamente 
tanti “buon samaritano”
(“volontari” – diremmo oggi)
che lavorano, oggi,  in tutti gli ambiti 
dell’emarginazione sociale.
            E convincici del fatto 
che ognuno di noi deve scoprire 
il proprio ruolo di samaritano buono
affinché il Regno dell’Amore 
germini sulla faccia della terra e 
non esistano più ormai
né greci né giudei, né credenti né pagani,
ma soltanto  Figli dello stesso ed unico Padre.
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