AFORISMA

Meglio aggiungere vita ai giorni, che non giorni alla vita
(Rita Levi Montalcini)

Nostra Signora del Carmelo

Nostra Signora del Carmelo
colei che ci ha donato lo scapolare

sabato 23 novembre 2019

BEATITUDINI - VI parte - Conferenze di Padre Claudio Truzzi OCD


VI (5°) – BEATI I MISERICORDIOSI,
PERCHÉ TROVERANNO MISERICORDIA


Tale Beatitudine – come altre –, si esprime in vari modi, secondo le diverse traduzioni della Bibbia: “Beati coloro che prestano aiuto, perché riceveranno aiuto”, recita una; mentre altri la traducono in forma tradizionale: “Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia”.
Ad ogni modo, come sfondo rimane sempre un’attitudine: la misericordia. Però…

VEDIAMO
Chi sono i “misericordiosi”. In che cosa consiste usare e trovare “misericordia”?
Misericordiosi, in generale, sono coloro che si mostrano compassionevoli di fronte a qualsiasi necessità; coloro che partecipano sinceramente delle angustie dei loro fratelli: i problemi materiali e, soprattutto, quelli morali.
  Essere misericordioso è più che sentir pietà.
  Essere misericordiosi è, anche, qualcosa che supera il piano meramente emotivo.
  Essere misericordiosi è un qualcosa di fondamentale nella Bibbia e, per ciò stesso, tale attitudine appare nelle sue pagine con estrema frequenza. Alcune volte per caratterizzare l’opera di Dio e di Gesù; altre volte per incitare l’uomo ad esserlo pure lui.

MEDITIAMO
1 – La misericordia di Gesù, la descrive in tutta la sua bellezza, la “Lettera agli Ebrei”.
Fermiamo la nostra attenzione sui seguenti testi:
«Perciò [Cristo] dovette essere assimilato in tutto ai fratelli, per diventare pontefice misericordioso e fedele nelle cose che riguardano Dio per espiare i peccati del popolo» (2,17)
«Non abbiamo, infatti, un pontefice che non possa compatire alle nostre infermità, essendo stato tentato in tutto a nostra somiglianza, eccetto il peccato» (4,15).
«Ed imparò da ciò che soffrì l’obbedienza, pur essendo Figlio. E reso perfetto, diventò per tutti quelli     che gli prestano obbedienza, autore d’eterna salvezza» (5,8).
Secondo i sopracitati testi, tre sono gli elementi essenziali della “misericordia di Gesù”:
  Grazie alla sua esperienza, può “comprendere”  le debolezze umane.
  Poiché le comprese, può “averne compassione” .
  E per ambedue le cose, può offrirci un “aiuto efficace”.
2La misericordia dell’uomo, deve possedere – secondo Gesù – le medesime caratteristiche. Quelle peculiarità che egli magistralmente illustra nella parabola del “Buon Samaritano” (Lc 1, 30-37). L’uomo “abbandonato semi-vivo” dai briganti lungo la strada, necessitava
  non soltanto che si accorgessero di lui (come fecero il sacerdote e il levita) …
  ma che qualcuno “comprendesse” la drammaticità delle situazione (il samaritano).
  Comprensione che soltanto è facile per chi si è trovato nella stessa situazione, e che lo spinge    alla “compassione” (di fatto, il samaritano n’ebbe pena).
  Infine, la compassione muove ad un”aiuto efficace”. (Versò sulle sue ferite olio e vino, ecc.).
Grazie a questa serie d’attitudini ed azioni verso un bisognoso, Gesù stesso afferma del Samaritano che “praticò la misericordia” verso quello sconosciuto (Lc 10,37).
3 – La misericordia di Dio è, quindi, la sua nota tipica e peculiare, radice dell’azione  misericordiosa dell’uomo, e che, nel caso di Dio, si manifesta nel perdono dei peccati”.
Il tema del perdono, com’elemento chiave della misericordia di Dio – che si rende presente soltanto in coloro che sono capaci d'imitarLo – trova la miglior espressione nella parabola del “Servo malvagio” (Mt 18, 23-25). Gesù, rispondendo alla domanda di Pietro sul numero delle volte che avrebbe dovuto perdonare le offese del fratello («Non sette volte, ma settanta volte sette»), rafforza ciò che aveva voluto insegnare con la parabola: «Non avresti dovuto aver misericordia del tuo compagno, come io l’ebbi per te?».
L’umanità della misericordia
La reazione di Gesù dinanzi al suo prossimo, l’amore concreto ed assoluto che lo lega ad esso non è soltanto la manifestazione della sua natura divina, ma pure un segno della sua umanità.
Il suo è, per noi, un chiaro messaggio: la più autentica natura umana non è quella della violenza, dell’egoismo, della paura dell’altro, del rifiuto e dell’indifferenza, ma, al contrario, è quella dell’amore verso il prossimo, del desiderio di aiutare l’altro, di accoglierlo, soccorrerlo, toccarlo, amarlo.
Questa è una verità che non dovremmo mai dimenticare: nell’intimo delle nostre viscere – sia maschili, sia femminili –, c’è, prima di tutto, la spinta dell’amore verso l’altro, il desiderio di dare e condividere la vita. Siamo purtroppo portati a credere il contrario, a vedere, cioè, soltanto l’istinto alla violenza, al disamore, all’individualismo egoista e alle braccia conserte, piuttosto che aperte, al volto del prossimo.
Tutto ciò è, al contrario, la corruzione della più genuina umanità.
Nelle nostre viscere c’è voglia di amore e forza di vita, ed incontrare un “Figlio dell’uomo” è ciò che ci aiuta a crederci ed a farlo. Dobbiamo recuperare quell’umanità che è iscritta nella parte più umile e potente della nostra carne.
Proprio la capacità dell’amore e della tenerezza verso chi si trovi nel bisogno è quanto ci qualifica come figli di Dio, ma anche come autentici esseri umani.
“Fare misericordia” significa riflettere sul cinismo morale e sociale in cui spesso vediamo cadere i nostri simili. Molti di noi sono diventati refrattari alla vita comune, affatto disinteressati al destino ed al bene del prossimo. Una perdita di umanità che ha bisogno d'essere curata. Ad aver bisogno di misericordia siamo tutti noi, quando lasciamo che l’egoismo e la cupidigia ci rendano ottusa l’anima.
CHIEDIAMOCI
Ecco un test per misurare il nostro coefficiente di “misericordia”.
  Nella nostra vita sociale, e come cristiani, è bene partecipare alle pene e gioia, progetti o successi, dubbi e certezze con gente d’altra ideologia (e persino di fama dubbia) o è preferibile evitare contagi ed influenze, e trattare soltanto con gente “garantita”? –
Risposta: Mt 9, 13: «Andate ed imparate che cosa significa: “Misericordia cerco e non sacrificio”. Non sono, infatti venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori».
  Un atto di compassione – cui facciamo in modo che segua un aiuto efficace –, di fronte a Dio vale più, uguale o meno di tutto le opere di culto che possiamo fare in suo onore, propositi buoni, impegni presi – osservanza del Precetto domenicale, incluso?
Riposta: Mt 12,7: «Se aveste capito che cosa significa: Misericordia voglio e non sacrificio, non avreste condannato degli innocenti. Si il Figlio dell'Uomo è padrone del sabato».
San Vincenzo de Paoli: «Se un malato ha bisogno di voi, lasciate pure il tempo di orazione. Là siete sicure di trovare il Signore».
**  Viveva un tempo un uomo molto austero, il quale aveva fatto voto di non toccare né cibo né bevanda fino al tramonto del sole. L'uomo sapeva che il suo sacrificio era gradito al Cielo, perché tutte le sere sulla montagna più alta della valle si accendeva una stella luminosa, visibile a tutti. U
n giorno l'uomo decise di salire sulla  montagna e un ragazzino del villaggio insistette per andare con lui. 
Per il caldo e la fatica, presto i due ebbero sete. L’uomo incoraggiò il bambino a bere, ma quello rispose:
«Lo farò soltanto se bevi anche tu!». 
Il poveretto era in un grave imbarazzo: non voleva rompere il suo voto, ma neppure far soffrire la sete al piccolo. 
Alla fine bevette e il bambino fece lo stesso.
Quella sera, l'uomo non osava guardare in cielo, per paura che la stella fosse scomparsa. Si può quindi immaginare la sua sorpresa quando, dopo un po', alzò gli occhi e vide che sulla montagna splendevano non una, ma due stelle lucenti! 


«Beato l'uomo che ha cura del debole. Veglierà su di lui il Signore, lo farà vivere felice e non lo abbandonerà».
  In concreto, su che cosa saremo esaminati al termine della vita? –
Risposta: Mt 25,35 ss. «Ebbe fame e mi deste da mangiare, ebbi sete e mi deste da bere...».
«Ho colto questo dialogo tra due signore: – Io vado a Lourdes tutti gli anni...–
E l?altra: – Io ci vado tutti i giorni. All'Ospedale, al Ricovero, in certe case dove domina la solitudine più desolante. C'è tanta gente che non ha nessuno ed aspetta visite... –
  Sappiamo che persino le migliori opere possono essere rovinate, se compiute con intenzioni non tanto
buone. Con che atteggiamento dobbiamo realizzare le opere di misericordia? –
Riposta: Mt 6,2.«Quando tu fai l'elemosina, non metterti a suonare la tromba davanti a te, come fanno gli ipocriti nelle sinagoghe e nelle strade per averne gloria presso gli uomini... Non sappia la tua sinistra quello che fa la tua destra».
  Sappiamo che cosa si deve fare per mostrarci compassionevoli e misericordiosi, e come metterlo in prati-ca. Per esperienza, tuttavia, sappiamo pure che una delle difficoltà che si presenta riguarda i destinatari del nostro atteggiamento compassionevole. Siamo certi che dobbiamo esserlo verso tutti?
Risposta: Lc 6, 27-28. «Ma a voi che mi ascoltate io dico: Amate i vostri nemici, fate del bene a quelli che
              vi odiano. Benedite coloro che vi maledicono, pregate per coloro che vi fanno del male».
  Ed, infine, fino a che punto dobbiamo spingerci? –
Riposta: Lc 6, 36 «Siate misericordiosi come Dio, vostro padre, è misericordioso».
                          e 23, 34. «Gesù diceva: “Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno”».

PREGHIAMO
  Signore: donaci un “buon cuore”
Signore! Lo diamo per scontato, perché è inutile negarlo:
oggi, l’aggettivo qualificativo “buono”, applicato ad una persona, non lo si sopporta.
Non so, prima; però, oggi, no!
Oggi ad un giovincello gli puoi dire che ha la faccia somigliante a questo o a quello, a qualsiasi cosa, anche la più assurda.
Più o meno te lo accetterà, tutto, tutto, … eccetto se gli dici che ha “una faccia da buono”.
Il “buono” lo si usa per altre cose. Per quasi tutte le rimanenti cose:
ci piace possedere un buon appartamento e una buona macchina. Scegliamo un buon medico o avvocato.
Se proprio, sogniamo ... un “buon marito” o una “buona moglie”.
Però, insisto, non lasciamoci ingannare.
Dopo venti secoli di cristianesimo, ancora pesa in noi quel ritornello, secondo cui:
“Da buono a tonto il passo è breve, e c’è chi lo ha fatto”.
Ma la misericordia è frutto di un cuore “buono”. O meglio, “colmo di bontà”.
La compassione non è altro se non l’effluvio della nostra bontà; il togliere il tappo al nostro amore.
Un cuore misericordioso – come uno buono – è un cuore:
umano, sensibile, clemente, benigno e mite, capace di compassione,
capace d’intenerimento di fronte alla necessità fisica o morale del fratello.
Donaci o Signore, un cuore che sia capace di compiere tutte le cose “con amore e per amore”.
Un cuore “buono”.  Un cuore … “simile al Tuo”!


Gesù bacia sua Madre
“Signore,  che il mio bacio, sia il tuo bacio…!
Signore, il tuo Vangelo ci parla soltanto del bacio traditore di Giuda.
Però, non del bacio che tu gli restituisti.
Ci piacerebbe conoscere qualcosa dei baci che hai dato nella tua vita.
I baci che riempiva di cielo tua Madre e di forza, tuo padre, Giuseppe.
Desidereremmo rivivere i baci con cui ringraziavi le donne che ti curavano e seguivano,
ed i baci che dovevi dare a coloro che sanavi miracolosamente.
Insegnaci a baciare, Signore.
Dacci la grazia del bacio traboccante d’amore.
E nessun bacio meno colmo d’amore di quelli saliti dalle tua labbra.
Che possa baciare con tenerezza e sincerità.
che i miei baci, Signore, siano sempre un riassaporare i tuoi.
Che non mi costi baciare, Signore.
Che sappia baciare, Signore.
Che possa baciare senza doppiezza e senza sospetto.
Che il mio bacio, ripeto, sia il tuo bacio
 e le mie labbra abbiamo la dolcezza delle tue labbra.
E che tutti noi uomini sappiamo baciare
senza che mai il tradimento sia la scusa di un bacio.
Che possano baciarsi con il Tuo bacio i giovani innamorati.
Che possano baciarsi con i tuoi baci i vecchietti che da tanti anni condividono la loro esistenza.
Che possano baciare col tuo bacio le madri che baciano i loro figli.
Signore, facci amare il bacio.
Che non ci vergogniamo di baciare.
Che ogni bacio sia come una poesia della tenerezza che portiamo dentro.
Baciami, Signore.
Signore, fa che ti baci
nei miei fratelli più bisognosi ….


Il bacio di Giuda dipinto da Giotto nella Cappella degli Scrovegni
Manifesto in favore della “Tenerezza
Dobbiamo rivendicare la “tenerezza”.
Soprattutto per noi, cristiani, è necessario render ben chiaro che
“Tenerezza” non equivale a “pacchianeria”.
Sì, sappiamo che è necessario alleggerire molte canzoni e preghiere
da tonnellate di zucchero e romanticismo
che non ha nulla da spartire con la “tenerezza”, sentimento religioso di prim'ordine.
“Pacchianeria”
è l’affanno del nuovo ricco di apparire fine ed elegante quando non lo è.
O quell’ostinazione dell’incolto di addolcire le sue parole a base di dolciumi a buon mercato.
La “tenerezza”, invece,
è il criterio dell’amore – l’attitudine dell’affetto, – la porta del cuore,
la brace del fervore – il clima d’ogni compassione.
Nonostante tutto,
quando si parla di “tenerezza” si è sempre timorosi che ti  prendano per "pacchiano". E no!
I Salmi, tanto terribili a volte, sono riboccanti d’espressioni di tenerezza.
E la vita del Maestro? Non ne parliamo!
A Betania, lo sanno molto bene.
Prendiamo in mano una volta di più la Bibbia.
Ripercorriamo i suoi testi. E anche quelli liturgici.
Resteremmo a bocca aperta dinnanzi ad espressioni di superba tenerezza:
«Custodiscici, Signore, come la pupilla dei tuoi occhi…
All’ombra delle tue ali, proteggici….».
O, è che tutto questo continueremo a prenderlo per “pacchianeria”?
(su un testo di J. Luis Ortega).



Cosa c'è di più tenero di una mamma che bacia il suo piccolino?


Invocazioni di vita: agnellino




In una notte buia e profonda un uomo stava per morire. L'uomo era diretto a casa. 
Per tutto l'anno aveva lavorato nei boschi, sulle montagne, lontano dal suo paese. 
Aveva lavorato disperatamente, senza sosta, ma anche così era riuscito a mettere da parte ben poco denaro. 
Aveva deciso ugualmente di tornare a casa. 
Ma proprio mentre usciva dalla foresta, era scoppiato uno spaventoso temporale. La casa dell'uomo era ancora lontana chilometri e chilometri. L'uomo era sotto una quercia quando un fulmine squarciò la pianta. Rami gli caddero addosso. Fuggì via. Perdeva sangue da un braccio e da una gamba. Fuggiva sotto la grandine, coprendosi appena la testa con le mani. Via, via, lontano dalla foresta da cui era sbucato il fulmine. 
Dopo molto correre, stramazzò ai piedi di un gradone di roccia. La parete si propendeva minacciosa, verticale. 
Steso al suolo, fradicio di pioggia, battuto dalla grandine e dal freddo, perse ogni speranza. 
Il gelo che lo attanagliava, lo persuase a lasciarsi morire. Si abbandonò quasi con sollievo alla morte. 
Lo prese, e il sonno: il conforto, pensò, dell'ultimo istante. 
Ma improvviso, cristallino, risuonò un belato. Il belato risvegliò l'uomo da quel sonno di morte, 
Era un grido nella notte. Pareva ora prossimo, ora lontano. Un agnellino preso dalla furia della bufera?
L'uomo si scosse. Lui voleva morire, ma l'agnellino? Di nuovo l'agnellino belò. All'uomo morente mancavano le forze e la voglia di vivere; però l'agnellino aveva bisogno di lui. L'uomo sentì quel belato come un'invocazione. 
E ritrovò la forza di vincere la stanchezza e la paura. Avrebbe salvato la bestiola e sarebbe tornato a morire: questo pensiero gli dette vigore. 
Si mise in ascolto. L'agnello riprese a belare. L'uomo fu diretto dal belato. Ogni tanto si fermava. La grandine gli feriva il volto, coprendo la vocina flebile. La riudì. Vicino. Dietro a dei cespugli. Girò in mezzo a degli sterpi. L'agnello non c'era. Però l'udì, come uscisse dal gradone di roccia. Tra la grandine vide un buco nella roccia. Il belato proveniva di là. Barcollò e si gettò dentro la grotta dove l'agnellino giaceva ferito in una pozza d'acqua.  Lo sollevò. Lo portò più dentro al cunicolo, all'asciutto. 
Lo tenne stretto al petto per riscaldarlo e sentì che l'agnello scaldava lui, gli ridava vita.
Stettero la notte avvinti dal caldo, in compagnia. Il mattino, un sole morbido entrò nella grotta e svegliò l'uomo e l'agnello. L'uomo accarezzò l'agnello. 
Sentì la piccola vita vibrare di fame. Anche lui aveva fame. E soprattutto un’infinita voglia di vivere. 
Siamo circondati da invocazioni e disperate richieste di vita. Perché non le ascoltiamo?

Fare il primo passo


Su di una spiaggia una conchiglia si aprì per esporsi ai raggi del sole. 
Una beccaccia passò di lì; allungò il becco a punta con l'intenzione di cibarsi della polpa del mollusco. 
La conchiglia, di fronte al pericolo, si rinchiuse, imprigionando così il becco dell'uccello. 
La beccaccia tentò di liberarsi dalla stretta…:inutilmente! Da parte sua la conchiglia, sospesa al becco, non si arrischiava di abbandonare la presa. Fu così che i due rimasero imprigionati l'uno all'altro. 
L'uccello pensava: "Cederà prima lei, per mancanza di acqua!" 
La conchiglia si diceva: "Aspetterò a liberare il becco finché lui morirà di sete!" 
Ad un certo punto arrivò un pescatore. S'impadronì della beccaccia e del mollusco e s'incamminò verso casa soddisfatto del provvidenziale bottino...
Nella vita di ciascuno ci sono situazioni che richiedono di saper compiere il primo passo.
Dovremmo agire subito e per primi quando si tratta di sganciarsi dai pericoli, 
anche quando vorremmo che fossero gli altri a iniziare.
Siamo chiamati a primeggiare nell'amore e, se serve, a perdonare…, prima che sia troppo tardi!


ROSA ALLA MENDICANTE


Uno studente  per andare all’università percorreva ogni giorno, in compagnia d’una sua amica francese, una strada molto frequentata. 
In prossimità d’una stazione della metropolitana v’era un angolo della strada permanentemente occupato da una mendicante che chiedeva l’elemosina ai passanti. 
La donna sedeva sempre allo stesso posto, immobile come una statua, con la mano tesa e occhi fissi al suolo. 
Lo studente universitario non le dava mai nulla, mentre la sua compagna le donava spesso qualche moneta. 
Un giorno la giovane francese, meravigliata, domandò al suo amico: 
«Ma perché non dai mai nulla a quella poveretta?». 
"Hai ragione. Ma dovremmo regalare qualcosa anche al suo cuore, non solo alle sue mani!» – rispose pensieroso lo studente. 
Il     giorno dopo, l'universitario arrivò con una splendida rosa appena sbocciata, la depose nella mano della mendicante e fece l’atto di andarsene. 
Allora accadde qualcosa d’inatteso: la mendicante alzò gli occhi, guardò l'universitario, si sollevò a stento da terra, prese la mano del ragazzo e la baciò. 
Poi se ne andò stringendo la rosa al seno. 
Per una intera settimana nessuno la vide più. 
Ma otto giorni dopo, la mendicante era di nuovo seduta nel solito angolo della via. 
Silenziosa e immobile come sempre. 
«Di che cosa avrà vissuto in tutti questi giorni in cui non ha ricevuto nulla?» – chiese la giovane francese.
«Della rosa!», rispose l'amico.         da «I Pensieri del Gufo»

Gocce di rugiada


Il maestro sentenziò:
– Se la pietra dicesse: “Una pietra non può costruire una casa”, non si avrebbero case.
– Se la goccia dicesse: “Una goccia non può formare un fiume, non si avrebbero fiumi.
– Se il chicco di grano dicesse: “Una spiga non può fare un campo”, non si avrebbe raccolto.
– Se l’essere umano dicesse: “Un gesto di amore non può salvare l’umanità”, non si avrebbero mai né giustizia, 
né pace, né dignità, né felicità sulla terra –.           da “Parabolas” Ed. Monte Carmelo





UN BIGLIETTO...

Intorno alla stazione principale di una grande città, si dava appuntamento, ogni giorno e ogni notte, una folla di relitti umani: barboni, ladruncoli, marocchini e giovani drogati.
Di tutti i tipi e di tutti i colori.
Si vedeva bene che erano infelici e disperati.
Barbe lunghe, occhi cisposi, mani tremanti, stracci, sporcizia.
Più che di soldi, avevano tutti bisogno di un po’ di consolazione e di coraggio per vivere; ma queste cose oggi non le sa dare quasi più nessuno.
Colpiva, tra tutti, un giovane, sporco e con i capelli lunghi e trascurati, che si aggirava in mezzo agli altri poveri naufraghi della città, come se avesse una sua personale zattera di salvezza.
Quando le cose gli sembravano proprio andare male, nei momenti di solitudine e di angoscia più nera, il giovane estraeva dalla sua tasca un bigliettino unto e stropicciato, e lo leggeva.
Poi lo ripiegava accuratamente e lo rimetteva in tasca.
Qualche volta lo baciava, se lo appoggiava al cuore o alla fronte.
La lettura del bigliettino faceva effetto subito.
Il giovane sembrava riconfortato, raddrizzava le spalle, riprendeva coraggio.
Che cosa c'era scritto su quel misterioso biglietto?
Sei piccole parole soltanto: “La porta piccola è sempre aperta”. Tutto qui.
Era un biglietto che gli aveva mandato suo padre.
Significava che era stato perdonato e in qualunque momento avrebbe potuto tornare a casa.
E una notte lo fece.
Trovò la porta piccola del giardino di casa aperta. Salì le scale in silenzio e si infilò nel suo letto.
Il mattino dopo, quando si svegliò, accanto al letto, c'era suo padre.
In silenzio, si abbracciarono.
Il biglietto misterioso spiega che c'è sempre una piccola porta aperta per l'uomo.
Può essere la porta del confessionale, quella della chiesa o del pentimento.
E là sempre un Padre che attende.
Un Padre che ha già perdonato e che aspetta di ricominciare tutto daccapo.

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