AFORISMA

Meglio aggiungere vita ai giorni, che non giorni alla vita
(Rita Levi Montalcini)

Nostra Signora del Carmelo

Nostra Signora del Carmelo
colei che ci ha donato lo scapolare

sabato 24 novembre 2018

LA SECONDA TERESA 1923





3 TAPPE:


1°  Elena Rocca legge la traduzione italiana della “STORIA DI UN’ANIMA”.

2°  Don Giuseppe Mazzanti solo dopo la morte di Elena scopre Sr. Teresa

3° Beatificazione della Piccola Teresa di Lisieux nell’aprile del 1923

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Nell’analizzare la marea di documenti stesi e conservati
da Don Giuseppe Mazzanti ho fatto una gioiosa scoperta.
Alla vigilia della Beatificazione della cara Consorella di Lisieux
fu colpito dall’esauriente articolo del giornalista Enrico Pucci
sul quotidiano cattolico di allora, ritagliandolo per un sicuro utilizzo
nella predicazione. A 95 anni dalla sua stesura quell’articolo
per me conserva tanta vivezza ed attualità. La carta ingiallita
non mi ha consentito alcuna scansione. Me lo sono dovuto trascrivere
tutto parola per parola e questo ha costituito un ulteriore arricchimento personale. 

L’Avvenire d’Italia, 29-4-1923                              

LA SECONDA TERESA

Iddio stesso la fece con le sue mani, le aprì ogni pensiero, le suggerì ogni parola, la volle in mezzo a noi perché vivesse con noi l’età nostra faticosa ed illuminasse le tenebre nostre con la luce che traspare da ogni accento e da ogni gesto suo,
  
Pio XI giustamente ripeterà per Lei il verso di Dante: “pare che sia cosa venuta di ciel in terra a miracol mostrare”; e più tardi sviluppò e completò il pensiero del Poeta, dicendola “venuta dal cielo sulla terra per meravigliare e il cielo e la terra”.
  
Ventiquattro anni soli, e trascorsi tutti prima nel silenzio raccolto della pia casa paterna, poi in quello più grave e pieno del Carmelo di Lisieux. Ma bastano per mettere questa anima in cima a quell’ideale cammino di perfezione che è il sospiro dell’anima cristiana e di fare la madre ed autrice di squisita santità e di inesausto apostolato.
  
Poi scorrono appena altri 25 anni dalla morte di lei e il mondo è pieno della nostra “piccola Teresa”,  del “piccolo Fiore” e da quel nome mille cuori in ogni parte della terra hanno palpito nuovo della divina carità.
  
Tale è l’ultimo miracolo della santità cristiana che domani stesso il Capo della Chiesa si accinge a consacrare nella gloria della Basilica vaticana. La biografia di Suor Teresa del Bambin Gesù e del Volto Santo non è nè lunga nè complicata, è la vita semplice di una vergine tutta piena dell’amore di Dio e del prossimo, tutta nascosta nella consacrazione più completa che una vita umana possa fare di se stessa a Dio.
  
Iddio stesso la fece nascere ad Alençon in una famiglia piissima nella quale il padre non fa a malincuore, ma con trasporto di gioia il sacrificio di cinque figliuole che a Dio si consacrano nella vita religiosa, quattro al Carmelo ed una alla Visitazione; e rimpiange la morte di due figlioletti rapiti sull’alba della vita, soltanto perché non ha potuto vederli in età da consacrarsi anche essi a Dio nel sacerdozio. Con tanta cura Iddio aveva preparato il terreno, nutrite le radici dalle quali doveva sorgere e trarre alimento sì splendido fiore.

Il mistero di una vocazione



   Ma più che ogni parola nostra, è la parola stessa di Teresa che ci può aprire i tesori dell’anima sua, quella parola che ella scrisse nella “Storia di un’anima”, la sua propria storia narrata a richiesta della Priora del Monastero, “Madre sua venerata”.

   Quell’autobiografia ella scrisse con semplicità pari all’umiltà. Prima di accingersi a scriverla, Essa apre il Vangelo per trarne ispirazione e l’occhio le cade sul versetto: “Gesù, salito sopra un monte, chiamò a sé quei che volle”! E le basta; in quelle parole trova la spiegazione di quello che essa è, e di quello che essa fa.
 
 “Ecco il mistero della mia vocazione, della intera mia vita, e soprattutto il mistero della preferenza di Gesù per l’anima mia. Dio ha pietà di chi vuole, e fa misericordia a chi vuol far misericordia – come dice S. Paolo – non è dunque opera di colui che corre, ma di Dio che fa misericordia”.
  
Così giustificata di dover parlare di se stessa, Teresa ci apre con soave candore tutta l’anima sua.  “Quell’anima la vediamo dalle prime naturali e spontanee inclinazioni alla pietà passare ad una comprensione sempre più alta e piena della bontà di Dio e insieme a questa comprensione vediamo crescere in lei senza lotta e senza sforzo e con gaudio ogni giorno maggiore, la corrispondenza di un abbandono totale alla volontà del Maestro che la chiamava con tanta dolcezza.
  
Quell’anima ha una sensibilità squisita per tutte le bellezze della natura e degli affetti ed un tocco d’artista nel cogliere i fiori più belli e profumati del suo passato!  Aveva appena cinque anni, la madre le era morta, il padre la conduceva con sé alla pesca. “Qualche volta – ella scrive – mi provavo anche io a pescare con la mia piccola lenza, ma generalmente preferivo sedermi in disparte sull’erba fiorita. I miei pensieri si facevano allora molto intensi e, pur ignorando ciò che volesse dir meditare, l’anima si profondeva in una vera e proprio orazione mentale.
  
Ascoltavo i lontani rumori e il mormorio del vento. Talvolta alcune note indecise che la musica militare faceva giungere a me dalla vicina città, adagiavano in una soave mestizia il mio cuore. La terra non mi pareva più che il luogo di esilio , ed io non sognavo che il Cielo!”.
  
A sette anni è ancora attraverso lo spettacolo superbo della natura che Iddio le parla: “La sera di quel giorno (in quel giorno aveva veduto il mare per la prima volta) nell’ora nella quale il sole pare tuffarsi nell’immensità delle onde lasciando sovra esse un grandissimo solco luminoso, andai a sedermi con la mia Paolina (la sorella che le faceva da madre) sopra uno scoglio deserto. Contemplai lungamente quel solco d’oro che ella mi diceva essere l’immagine della grazia che illumina quaggiù il cammino delle anime fedeli e in mezzo a quel solco immaginai di vedere il mio cuore. Risolvetti allora di non mai allontanarlo dallo sguardo di Gesù perché rapido e tranquillo potesse vogare verso le rive del cielo”.

Quando la felicità del Cielo scende in cuore


   Poi è l’educandato, la prima Comunione, la Cresima. Al momento della prima Comunione, Teresa ha il volto inondato di lacrime. Le compagne si domandavano: perché avrà pianto? Avrà avuto qualche cosa che inquietava la sua coscienza, avrà pianto perché non aveva vicino la mamma morta e la sorella carmelitana. “E nessuno capiva – lei aggiungeva – che quando tutta la felicità del cielo scende in un cuore, questo cuore esiliato, debole e mortale, non la può sopportare senza lacrime”.
  
A quattordici anni e mezzo la vocazione è matura, e Teresa ha deciso di entrare nel Carmelo, là dove già l’hanno preceduta due sorelle. Ecco la pagina nella quale essa narra la dolce e dolorosa confidenza fatta al padre suo: “Il babbo era seduto in giardino e con le mani giunte contemplava le bellezze della natura.


Il bel volto di lui aveva una espressione tutta celeste, ed io sentii che il suo cuore doveva essere inondato di pace. Senza dire una parola, andai a sedermi al suo fianco con gli occhi già bagnati di lacrime. Egli mi guardò con tenerezza invincibile, e, attirando la mia testa sopra il suo cuore, mi disse: “Che hai, piccola Regina mia? Confidamelo”.
 
 Poi, alzandosi, come per dissimulare la propria commozione, incominciò a camminare lentamente, stringendomi sempre al suo cuore. Gli parlai tra le lacrime del Carmelo e del mio desiderio di entrarvi presto e allora anche egli pianse, ma pure non mi disse niente per dissuadermi della mia vocazione...

Continuammo un pezzo a passeggiare insieme; io avevo il cuore sollevato ed il babbo non piangeva più. Mi parlò come un santo ed avvicinandosi a un piccolo muro mi mostrò dei fiorellini bianchi simili a gigli in miniatura, e cogliendone uno me lo dette, spiegandomi con quanta cura il Signore lo avesse fatto nascere e lo avesse conservato fino a quel giorno.
 
 Credevo proprio di udire la mia storia, tanto era viva la somiglianza tra il piccolo fiore e la piccola Teresa. Ricevei quel fiorellino come una reliquia e vidi che nel coglierlo, il babbo ne aveva svelte le radici senza romperle.

Pareva destinato a vivere ancora in altro terreno più fertile, e il mio caro babbo aveva fatto allora propriamente lo stesso riguardo a me, permettendomi di cambiare con la montagna del Carmelo la dolce valle testimone dei miei primi passi nella vita. Ingommai il mio fiorellino bianco sopra una immagine di Nostra Signora della Vittoria, e lo conservo ancora.

Pare che la santa Vergine mi sorrida e che Gesù Bambino lo tenga in mano; ma lo stelo si è spezzato accanto alla radice e Dio certamente vuol dirmi così che spezzerà presto i lacci del suo piccolo fiore, e non lo lascerà appassire quaggiù...” Infatti quando Teresa così scriveva mancavano soltanto pochi mesi alla sua morte.




L’INGRESSO AL CARMELO

   L’ingresso al Carmelo è però conteso alla piccola Teresa dalla giovanissima età. La vita austera delle figlie della grande Teresa sembra troppo grave per i suoi anni così pochi. E tutti intervengono, il superiore del monastero, il vicario generale, il vescovo per esaminare, giudicare, ed alla fine affrettare che le porte dell’asilo sospirato si aprano per lei.
  
Tutti, perfino Leone XIII, al quale la semplice fanciulla trova l’ardire di parlare nell’udienza del pellegrinaggio francese col quale era venuta a Roma per il grande giubileo di quel Pontefice. “Beatissimo Padre – essa gli dice -  in onore del Vostro giubileo permettetemi di entrare al Carmelo a 15 anni – “Bambina mia, risponde il papa, fate ciò che i superiori decideranno. – Oh! Se voi diceste di sì, tutti lo vorrebbero – Andiamo, andiamo, conclude il Pontefice, vi entrerete se il buon Dio lo vuole”.  E mentre gli altri pellegrini si succedono ad uno ad uno davanti al papa, Leone XIII accompagna a lungo con lo sguardo la dolce figura dell’implorante.
  
Ed infatti Teresa entra al Carmelo sei mesi dopo, a quindici anni appena per concessione singolare. E’ il 9 aprile 1888. E da quel giorno fino al 30 settembre 1897 arde la sua fiamma nell’asilo sacro e silenzioso e ogni giorno il calore è più acceso, la luce più vivida. Subito dopo la professione religiosa, la destinano ad aiutare la maestra per le novizie e diventa consigliera ed educatrice finissima delle tenere anime che lo Sposo si è scelto.
  
Ci sono con lei le sue sorelle, una di queste è la sua superiora e sembra che nel sacrificio essa abbia dovuto trovare anche la soddisfazione più completa alle tendenze pie del cuore. Ma non è così. Come tutti i santi, ella è assetata non solo di amore, ma anche di dolore. Lo ha chiesto al suo Dio. “Son pronta a tutto, datemi l’amore, datemi il dolore, come volete: o piuttosto datemi l’uno e l’altro. Ed è così che alle gioie delle emozioni purissime si alternano nell’anima sua le aridità e i dubbi e le tentazioni.
  
E frattanto il suo corpo fragile e innocente è tribolato da dolori e malattie. Mai però è fiaccata la sua fibra o il suo cuore. Essa ha acceso nell’anima la fiamma dell’apostolato. Dal segreto del chiostro lontano di Lisieux unisce le sue preghiere, i suoi dolori, i suoi sospiri, ai missionari che faticano per le terre selvagge e pagane.



LA BRAMA APOSTOLICA

   Fin da bambina le era divampato questo fuoco apostolico nel cuore: “Una domenica, un’immagine del Crocefisso sporse un po’ più dal chiuso libro delle preghiere, lasciandomi vedere solamente una delle mani ferite e sanguinanti del Redentore. Il mio cuore parve spezzarsi dal dolore alla vista di quel sangue prezioso che cadeva per terra senza che nessuno si desse premura di raccoglierlo e feci il proposito di starmene continuamente a  piè della Croce per raccogliere quella divina rugiada di salute per spargerla poi nelle anime”.

Fu infatti il pensiero, il desiderio cocente di tutta la sua vita. Sugli ultimi giorni suoi ad una sorella che la vedeva camminare a gran fatica e la consigliava di posarsi rispondeva: “Sa chi mi dà la forza? Cammino per un missionario, penso che laggiù lontano uno di loro si è forse esaurito nei suoi viaggi apostolici ed io offro le mie fatiche al buon Dio per diminuire le sue”.
  
La brama apostolica va perfino oltre la tomba. Perché non altro è il sublime testamento di Lei: “Non conto di starmene inoperosa in Cielo: il mio desiderio è di lavorarvi ancora per la Chiesa e per le anime. Non ho mai dato a Dio che amore, Egli mi renderà l’amore. Dopo la mia morte farà cadere una pioggia di rose”.
  



Una delle pagine più belle di tutta questa storia è quella nella quale Teresa ci narra il primo annunzio della morte, l’annunzio non temuto, ma sospirato con desiderio insaziabile.  “La sera del giovedì (il giovedì santo del 1896) non avendo ottenuto il permesso di vegliare tutta la notte presso il Santo Sepolcro tornai a mezzanotte in cella; ma appena appoggiato il capo sul guanciale sentii come un fiotto salirmi gorgogliante alle labbra. Credei di morire ed il mio cuore parve spezzarsi dalla gioia. Avendo però spento già il lume, mortificai la mia curiosità fino al mattino dopo e mi addormentai tranquillamente.
  
Alle cinque dato il segno della sveglia, pensai subito che sarei venuta a sapere qualche cosa di lieto e avvicinandomi alla finestra me ne persuasi, vedendo il fazzoletto tutto pieno di sangue. Madre mia, che speranza! Era intimamente persuasa che il mio Diletto nel giorno anniversario della sua morte mi facesse udire una prima chiamata come un lontano e dolce mormorio che mi annunziasse il Suo arrivo felice”.
  
Era così infatti. Teresa lo sentiva ogni giorno più e meglio. Nulla è più espressivo del contrasto fra il suo desiderio del Cielo e la sete di fare del bene sulla terra: “Sento che la mia missione sta per cominciare, la mia missione di fare amare Iddio come io l’amo, di additare alle anime la mia piccola via.
  
Io voglio passare il mio Paradiso nel far del bene quaggiù sulla terra. E ciò non è impossibile perché nel seno stesso della visione beatifica gli angeli vegliano sopra di noi. No, non potrò mai riposarmi fino alla fine del mondo!
  

Ma quando l’angelo del Signore avrà detto: Il tempo non è più! Allora mi riposerò e potrò godere, perché il numero degli eletti sarà completo”.

Lo Sposo era sempre più vicino. Il curato le chiedeva: E’ rassegnata a morire? e Teresa rispondeva: - Padre mio, trovo che non c’è bisogno di rassegnazione se non per vivere; per morire non provo che gioia. E quindici giorni prima della morte scriveva: “Sono un fiore primaverile che il padrone del giardino coglie per suo diletto. Tutti siamo fiori piantati su questa terra e che Dio coglie a suo tempo, quale più presto e quale più tardi. Ma, io piccola effimera, me ne vado la prima!”
  

Se ne andò il 30 settembre 1897: - Madre mia – diceva quella mattina alla priora – il calice è pieno fino all’orlo. Non avrei mai creduto che fosse possibile soffrir tanto... Ma tutto ciò che ho scritto circa il mio desiderio di patimenti, è verissimo. Non mi pento di esser mi consacrata all’amore. E più tardi: - Ma è questa l’agonia? Non sto per morire. E alla risposta affermativa: - Ebbene, andiamo, andiamo: “oh! No, non vorrei soffrir meno! Poi fissando lo sguardo sul Crocefisso: Oh, io l’amo! O mio Signore, io vi amo! E fu la parola che chiuse per sempre le labbra mortali.

   Fiori del Carmelo ambedue: lei, la Piccola Teresa di Lisieux e la sua grande madre di quattro secoli fa, Teresa d’Avila. E per loro il nome di Teresa significa ormai la pienezza dell’amore tanto nella via inaccessibile dell’estasi e del rapimento, quanto nell’altra semplice e piana dell’abbandono infantile, cieco alle mani sicure e forti del Padre dei Cieli.

La grande Madre è il genio del pensiero e dell’azione che nel sasso terrestre scava per Iddio una nuova fonte di santità e di dottrina, è l’acqua che affissa gli occhi nel sole e riflette sulla terra il lume immortale. La figliola, la seconda Teresa, non osa avere i voli e gli ardimenti dell’aquila. Le grandi opere mi sono vietate. Io non posso predicare il Vangelo né versare il sangue. I miei fratelli lavorano per me, mentre io, povera fanciulla, me ne sto vicinissima al Trono reale ed amo per coloro che combattono”.
  
Ebbene la Piccola fanciulla saprà spargere dei fiori, imbalsamerà dei loro profumi il trono divino, canterà con la sua voce argentina il cantico dell’amore. “Non un solo fiore io troverò senza sfogliarlo per il mio diletto. E poi canterò, canterò sempre, anche se debbo cogliere le mie rose in mezzo alle spine. Il mio canto sarà tanto più melodioso quanto più queste spine saranno lunghe e pungenti”.
  
E ancora: “Per Te – io lo so, o mio diletto – i santi hanno commesso follie ed operato cose grandi perché erano aquile. Ma io sono troppo piccina per farne e la mia follia consiste nello sperare che il Tuo amore voglia accettarmi quale vittima: la mia follia consiste nel contare sugli angeli e sui santi per volare fino a Te con le Tue medesime ali, o mia aquila adorata! Me ne starò quanto vorrai con l’occhio fisso a Te poiché voglio essere affascinata dal Tuo sguardo Divino e fatta preda del Tuo amore. Un giorno, lo spero, Tu piomberai sopra di me, trasportandomi nel focolare dell’amore, mi immergerai finalmente in quella ardente voragine per rendermi vittima fortunata in eterno!”.
  


Così questo piccolo fiore dei nostri giorni raggiunge le cime più alte di quella tradizione mistica che in tutti i tempi fu uno dei segni caratteristici della Chiesa di Dio. La fioritura del Carmelo sbocciata superba con Teresa d’Avila e Giovanni della croce si accresce con Lei di nuovo splendore e di nuovo profumo. E per tutte le anime è aperto un nuovo solco luminoso, il solco della “piccola via” della seconda Teresa.
  
Ed in questa giornata mentre a S. Pietro il Papa si inginocchia davanti all’immagine della povera carmelitana e per venerarla con lui si stringono intorno all’altare del pescatore fedeli romani e pellegrini francesi e forestieri di ogni nazione, il pensiero corre al lontano Carmelo di Lisieux, dove le sorelle della Beata, sorelle nella famiglia della carne e nella famiglia dello spirito, esultano e piangono e pregano...
                                                 ENRICO PUCCI
                                               
ooOoo

(Milano 22-11-2018), Padre Nicola Galeno

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