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mercoledì 10 settembre 2014

beatificazione e Canonizzazione del Servo di Dio, Fra’ Jean Thierry Ebog...





Ieri ero presente a questo momento davvero eccezionale. Fra Jean Thierry Ebogo l'avevo incontrato in più occasioni, dopo l'amputazione della gamba, e nei suoi ultimi tempi terreni.

Il Corriere della Sera online, scrive così del Servo di Dio Jean Thierry:

Un frate venuto dall’Africa il prossimo santo di Milano
Jean Thierry è stato carmelitano a Legnano, dove è morto nel 2006. Se il Vaticano confermerà, sarà il primo beato di colore della diocesi ambrosiana
di Paolo Foschini

 Beatificarne uno per raccontarne cento. Forse è questo il messaggio che la storia semplice di Jean Thierry, venuto dal Camerun senza una gamba per farsi prete in Italia e morirci a neanche ventiquattro anni, mormorando «come è bello Gesù» tra le braccia di sua mamma, continua a lanciare oggi a otto anni dalla fine del suo calvario. Un ragazzo il cui unico miracolo sicuro, almeno finora, è stato l’aver sopportato una sofferenza tremenda con lo stesso sorriso disarmante che si vede tuttora nelle sue foto su Facebook. Sofferenza sostenuta evidentemente da una grande fede, e nel suo caso particolarmente terribile. Ma che in fondo non può non richiamare, oggi più che mai, quella delle migliaia di disperati la cui unica vocazione per attraversare il Mediterraneo sta nel provare a salvarsi la vita rischiandola. Salvo invece perderla.
Ecco, per la diocesi di Milano questo ragazzo merita di diventare santo. Primo santo di colore della diocesi ambrosiana. Certo, bisognerà fare tutte le tappe e servirà ancora tempo. Ma il mattone più importante della procedura è stato già piazzato. E lo ha messo giù ieri il cardinale Angelo Scola chiudendo a Legnano, dove Jean Thierry morì il 5 gennaio 2006, la fase iniziale del suo processo di beatificazione prima che le carte passino al Vaticano: «Dopo essere stati noi a portare il Vangelo in tante zone del mondo - ha detto Scola, con un rinnovato pensiero alle tre suore appena trucidate in Burundi - accogliamo con gioia l’arrivo di evangelizzatori e testimoni che giungono da queste terre, come Jean Thierry, perché la nostra fede risorga e per imparare di nuovo ad amare chi ci sta vicino».
La storia di Jean, dunque. Questo ragazzo era nato il 4 febbraio 1982 in una città tra le montagne del Camerun che si chiama Bamenda. Alzi la mano quanti l’avevano mai sentita, eppure è uno scherzetto da mezzo milione di abitanti. Non meno ignote, per la maggior parte di noi, sono del resto le altre città della sua adolescenza: figlio di genitori cattolici, Jean si iscrive a 13 anni nel seminario di Guider, poi finisce il liceo scientifico a Monatélé nel 2002 e l’anno dopo entra nel Carmelo teresiano di Nkoabang. Dicono che fosse felice. Dicono che ripetesse sempre «voglio diventare come Gesù». Tre settimane dopo l’inizio del suo noviziato gli viene un tumore a un ginocchio e di lì a poco gli tagliano la gamba destra.
Ma lui non si avvilisce. Nel 2005 padre Gabriele Mattavelli, provinciale dei carmelitani scalzi in Camerun, decide di portarlo con sé in Italia per fargli proseguire il noviziato a Concesa, vicino a Milano, e intanto provvedergli cure migliori di quelle che avrebbe in Africa. Va in porto solo la prima parte del progetto: l’8 dicembre dello stesso anno Jean fa effettivamente la sua professione solenne di carmelitano prendendo il nome di «Fra’ Jean Thierry di Gesù Bambino e della Passione», ma l’unica cura che i medici possono offrirgli è una terapia del dolore e alla vigilia della successiva Epifania, il 5 gennaio 2006, Jean muore all’ospedale di Legnano. «Non ha mai smesso di sorridere», dice chi gli è stato vicino.
Il suo duplice funerale, prima a Legnano poi in Camerun dove è stato riportato, richiama una folla pazzesca. Un gruppo di amici apre in sua memoria una pagina Facebook. La sua tomba, nel cimitero di Nkolbisson-Yaoundè, è meta di continui pellegrinaggi da allora.
Il processo canonico avviato l’anno scorso dalla Chiesa ambrosiana per dichiararlo beato è quello la cui prima fase, si diceva, è stata chiusa ieri dal cardinale Scola. «La figura di Jean Thierry - è stata la sua considerazione finale - ci spinge a prendere in mano noi stessi e a porci la stessa domanda che per lui fu bruciante: per chi viviamo?». Che poi è una di quelle domande di fronte alle quali, in fondo, non ci sarebbe neppure bisogno né di processo né di proclamazione ufficiale: quando hai trovato la risposta beato te.
10 settembre 2014 | 09:03
© RIPRODUZIONE RISERVATA (chiedo scusa al giornalista, per aver ripreso l'articolo, ma non si tratta di plagio, ho lasciato la firma). Noi carmelitani siamo direttamente interessati oltre che eravamo presenti alla chiusura della causa, appaio nel filmato al minuto 9,22) La foto invece è nostra, l'abbiamo scattata noi.



Ringrazio Dario Giani, per la bella foto che ha scattato ieri nel nostro Santuario

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