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sabato 7 giugno 2014

Ricordando il primo carmelitano giapponese

P. Agostino Okumura (Ichirou, 1923-2014)


RICORDANDO IL PRIMO CARMELITANO GIAPPONESE

   Pochi giorni fa, scrivendo ad un confratello di Kanazawa (Giappone nord occidentale) dicevo di aver sognato a lungo due confratelli tuttora viventi, precisandone il nome: segno che qualcuno di mia conoscenza si apprestava a fare i bagagli per il Cielo... Io recito subito tanti Requiem, anche se a volte debbo attendere giorni e settimane prima della conferma. Questa invece mi è giunta trenta ore dopo: si trattava del primo giapponese ad aver rivestito l’abito carmelitano.

   Lo vidi per la prima volta agli inizi degli anni Sessanta, quando ero giovane studente di filosofia a Piacenza. Con altri aveva fatto la Transiberiana ed era visibilmente stanco: mi sembrò comunque un vero asiatico a giudicare dalle caratteristiche somatiche. Me lo ritrovai poi ad Uji nell’autunno del ’71 e ricordo di essermi da lui confessato in francese, lingua che lui parlava correntemente, essendosi fatto frate in Francia.

   Di lui conoscevo pochissimo, ma subito capii che l’essere uscito dalla Todai (l’Università di Tokyo) rappresentava un alone, che lo avrebbe accompagnato per tutta la vita. Quando rientrai in Giappone nell’85, lui faceva il Maestro degli Studenti nel nostro conventino di Tokyo Kaminoge e quindi la domenica mi toccava ascoltare anche le sue prediche: confesso di non aver mai afferrato niente, anche se mi avvinceva la musicalità della sua parlata. Quando cominciai a leggere anche qualche suo scritto, mi convinsi che per seguirlo bisognava avere una padronanza letteraria della lingua giapponese, che raramente noi stranieri, soprattutto missionari, possediamo. Lo ebbi poi anche come Delegato Generale per diversi trienni ed è a questi periodi che risalgono i fatterelli che sto per raccontare.

   Per me era sempre stato un dramma affrontare un viaggio in aereo: nella valigia non ci stava mai tutto e continuavo a disfarla ed a rifarla. Una volta andai ad accoglierlo all’aeroporto intercontineale di Tokyo Narita: mi meravigliai che venisse solo con una borsetta a tracolla ed una valigetta in mano. Mi spiegò che era il sistema più sicuro per evitare le snervanti attese per il ritiro dei bagagli, in quanto lui portava tutto con sé sull’aereo.

   Nei primi anni ‘90 mi trovavo in Italia per assistere più da vicino la Mamma, che aveva il morbo di Alzheimer. Lui doveva andare a Roma per partecipare ad una riunione del Segretariato per i non credenti. Per risparmiare aveva trovato un volo conveniente dell’Aeroflot di Mosca con scalo a Milano e prosecuzione per Roma dopo qualche giorno. Mi pregava pertanto di farmi trovare all’aeroporto per portarlo poi al Convento di Legnano, dove si trovava il nostro caro F. Domenico, da tempo ammalato. Io non avevo la macchina a disposizione e pertanto pregai un caro amico di farci da... tassista! Andammo a Linate, ma questo benedetto volo dell’Aeroflot non arrivava in base agli estremi da lui segnalati. Veniamo poi a sapere che quegli aerei, essendo troppo grossi, non potevano atterrare a Linate, ma solo alla Malpensa. Fu allora che vidi per la prima volta il tachimetro toccare i 140 all’ora (a quei tempi non c’erano limiti, ma non guidavo io comunque!) per arrivare in tempo alla Malpensa: per nostra fortuna l’autostrada non era intasata. Non vi dico l’esultanza di F. Domenico nel vedersi comparire davanti l’inatteso Delegato Generale del Giappone.

   All’indomani, potendo finalmente disporre di una macchina, lo accompagnai a Biella dai miei Genitori: voleva a tutti i costi far visita alla Mamma inferma alla quale bastava vedere il mio abito da frate per atteggiare un sorriso che le ricordava qualcosa di veramente piacevole un tempo. Naturalmente mio Papà fu fiero di regalargli un paio di sandali da lui fatti a mano, non senza avergli prima fatto assaggiare l’immancabile carne cruda di cavallo a pranzo.

   Lui era disposto a pagarmi il biglietto aereo da Milano a Roma, perché poi non era pratico sul come raggiungere da Fiumicino la nostra Casa Generalizia di Roma. Sapendo che il conto era salato, mi accordai che l’avrei atteso allo scalo romano partendo da Milano in treno il giorno prima. E così avvenne. Al momento del rientro in Giappone mi strapagò tutte le spese affrontate, dicendo che le lire non gli servivano più: effettivamente in Giappone la nostra liretta era considerata carta straccia e potevi cambiarla solo in aeroporto, rimettendoci parecchio.

   Conosceva bene italiano, francese ed inglese e pertanto potevo permettermi di fare con lui disquisizioni filologiche impossibili con altri confratelli. Era comunque molto distratto: quando si immedesimava in un argomento, perdeva facilmente l’idea del tempo. Una volta nel nostro Noviziato di Uji vicino a Kyoto mi ricordai che in refettorio aveva accennato ad una conferenza che avrebbe dovuto tenere a Nagoya nel tardo pomeriggio. Nell’incontrarlo casualmente per i corridoi gli ricordo: “Ma, Padre, non dovrebbe essere già a Nagoya per la conferenza?”. Si mette una mano sulla fronte, scappa in cella per prendere l’indispensabile, salta sull’auto del confratello per la stazione di Rokujizou donde prendere il treno per Kyoto e salire poi sul primo Shinkansen (TAV) per Nagoya (ce ne sono ogni quarto d’ora).

   In refettorio gli si poteva mettere davanti qualsiasi cosa e la mangiava senza far storie. Quella sera in un nostro Monastero, dove eravamo entrambi ospiti, la priora pensò bene di farci assaggiare del sashimi (pesce crudo) molto quotato. Io vedo che lui lo mette in bocca senza fare smorfie. Faccio per addentarlo e mi accorgo che era ancora... congelato! Naturalmente non l’ho assaggiato per niente...

   Un giorno mi regalò un suo libretto sulla Preghiera, tradotto in italiano credo da un Missionario del Pime. Dopo averlo letto gli dissi: “Però io lo vorrei gustare nella lingua originale!”. Subito me ne procurò una copia. Comincia l’ardua lettura tenendo affiancati i due testi, ma capii subito che si discostavano notevolmente. Per tradurre fedelmente P. Okumura bisognava essere un altro... Okumura! Basti quest’esempio. Un giorno mi pregò di tradurgli in italiano un suo intervento scritto in francese da presentare a quella Commissione vaticana. Potrebbe sembrare una cosa sciocca, ma anche un letterato agguerrito come lui, quando era costretto ad esprimersi in una lingua straniera, poteva addirittura sembrare puerile...

   Fui presente al funerale del suo anziano Papà, andando anche per la prima volta al forno crematorio di Uji, e mi fu molto grato per le fotografie scattare durante la cerimonia funebre: i parenti sarebbero stati contenti di riceverle. Ma non posso tralasciare quest’ultimo episodio che fa risaltare quanto fossi acerbo nella comprensione della psicologia giapponese.

Io da buon italiano nelle mie reazioni non avevo ancora adottato né il freno a mano né quello a pedali, di cui sono superdotati i giapponesi. Non avevo minimamente capito che ostacolare i desideri di una persona era segno di somma rudezza. Era stato rieletto Delegato Generale e doveva nominare i suoi 4 Consiglieri. Passai anch’io per l’ascolto e sento stranamente fare il mio nome. La cosa non mi lusingò nemmeno per un istante, non essendo mai stato affetto da superiorite acuta, e palesai la mia perplessità nell’accettare l’incarico, adducendo come scusa l’effettiva insufficienza linguistica. Comunque non dormii tutta la notte. All’indomani, quando presentò la lista dei futuri ministri del suo Governo, non c’era naturalmente il mio nome. Se fossi stato zitto, avrei preso sicuramente l’ultimo seggio vacante. Ma ringrazio il Signore: per me il pernottare fuori casa è un sommo tormento, in quanto questa povera schiena conosce solo l’angolatura del suo letto ed in caso di lunghe trasferte sa già di passare almeno tre notti insonni. Spendere per divertirsi lo capisco, ma per soffrire... no!

  
Un’ultima annotazione: le cartoline di Capodanno! Qualcuno potrebbe arricciare il naso: ma che c’entra tutto questo? Ed invece esse sono un fenomeno unico nel mondo e farebbero rabbrividire queste lumacosissime poste nostrane. Mi spiego meglio.

   Per Cadodanno un giapponese normale scrive almeno una cinquantina di cartoline augurali, abbinate ad una rinomata Lotteria nazionale. Esse riportano una numerazione ed il 15 gennaio si fa l’estrazione con ricchissimi premi. Bisogna abitualmente imbucarle entro il 23 dicembre e le Poste giapponesi si incaricano di recapitarle con un giro di parecchie distribuzioni il giorno stesso di Capdoanno, ingaggiando numerosissimi studenti, perché non basterebbero i postini normali. Per loro gli auguri hanno senso soltanto se vengono recapitati in quel giorno!

   Nei primi giorni di quell’anno che cosa vedo? P. Okumura con un’aria afflitta: aveva in mano un malloppo di almeno 450 cartoline augurali ricevute. “Il guaio è che poi – mi disse – entro la fine del mese dovrò rispondere a tutte!”. Io per fortuna, essendo quasi del tutto ignoto, ne ricevevo al massimo una quindicina, anche perché non ne scrivevo... nessuna!

   E per rimanere in argomento, il 14 febbraio, giorno di S. Valentino, noi frati potevamo misurare il quoziente di gradimento tra le nostre fedeli dal numero di cioccolatini ricevuti: io facevo sempre una magra figura rispetto alla mole... okumuriana! 

Appena una cara terziaria di Uji mi ha tempestivamente comunicato la sua scomparsa, ho cominciato subito gli scavi archeologici nel mio fornitissimo archivio fotografico degli ultimi vent’anni alla ricerca disperata di qualche sua fotografia. Non ne ho trovate tante, perché il caro confratello era sovente assente per conferenze... Quando lo chiamavano al telefono ed io non riuscivo a rintracciarlo, non potevo rispondere che, non trovandosi in cella, era sicuramente su qualche treno od... aviogetto!




Biella 1990: sul balcone di casa con Mamma Concetta e Papà Salvatore.




Nagoya 8-12-2001: 50° della Missione di Hibino.

P. Okumura è il primo a sinistra. 



Idem: P. Okumura tra P. Nakagawa e F. Ambrogio Basso.


Uji, Capitolo del 2005: P. Okumura e P. Sakoguchi


idem


Uji 11-4-2005: P. Okumura è il terzo da sinistra.


Idem: da notare che il Signore nel giro di dieci giorni
ha chiamato a sé rispettivamente il primo (P. Redento)
ed il terzo (P. Okumura


Cartolina augurale nell’Anno del Topo secondo il calendario cinese


Uji: Ossario dove riposano le ceneri di tutti i Missionari morti in Giappone.


Apprendo adesso da una cara terziaria di Uji che oggi è mancato P. Agostino Okumura Ichirou, già Delegato Generale del Giappone, alle 14.52 del fuso orario giapponese, da noi alle 7.52 del 4 giugno. La veglia funebre sarà il 6 giugno alle 18 ed il funerale sabato 7 alle 10.30 nella nostra Chiesa di Kaminoge a Tokyo. PN


奥村一郎神父様が 今日(4日) 1452分 ご帰天になりました。
             通夜  6日 18時
             葬儀  7日 10時30分   上野毛教会


天国は、日本で働いて下さった神父様が3人も行かれて にぎやかになりましたね。



國分美子
..................................................

(Parma 6-6-2014), Padre Nicola Galeno

1 commento:

  1. gent sig ra
    sono Gianni Marini,leggendo il suo articolo sul primo padre giapponese ho visto nella foto Uji 11-4-2005 la presenza di mio zio padre Costanzo Adamini (il primo in piedi a dx).
    In questi giorni siamo venuti a conoscenza tramite P Cipriano che versa in gravi condizione di salute.Abbiamo molte difficoltà a sapere notizie .Il favore che vorremmo chiederle, visto la sua conoscenza di Uji e delle persone che li operano, è se potesse avere qualche notizia e farcela avere.Imi indirizzo di posta è
    giomarini54@virgilio.it
    Spero di non crearle grosso disturbo grazie
    cordiali saluti
    gianni

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