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martedì 22 aprile 2014

Le scarpette della Madonna dell'Annunziata a Napoli

di Paolo Barbuto

La statua della Madonna dell’Annunziata non è al centro della chiesa. Si trova in un angolo, dentro una teca dai vetri puliti di fresco. I lunghi capelli che coprono il mantello azzurro sono veri: le donne del quartiere: se ne privarono per regalarli alla mamma di tutti i bimbi abbandonati. 

Suor Maura ha un’età indefinita, sulle spalle il peso di una vita intera, cammina a fatica ma sorride in quella maniera dolce che solo certe donne sante conoscono. Suor Maura racconta la storia delle scarpe della Madonna. Storia, favola dolce. Nessuno lo chiama miracolo, per carità. Qualcuno la definisce leggenda. La voce flebile si perde nel chiaroscuro della chiesa. La statua della Madonna viene curata con amore dalle suore. Capelli sempre in ordine, vestiti lindi, comprese le scarpine. Che vanno cambiate spesso, perché la suola si consuma. E qui la realtà si fonde con leggenda e fantasia.

Per il quartiere, quelle scarpine consumate sono il segno di un miracolo: «La Madonna va a visitare tutti i suoi figli», dice senza ombra di dubbio una donna di Forcella. Suor Maura conferma. Quelle scarpine consumate vengono trattate come reliquie, anche se per la Chiesa non sono tali. Sono custodite con amore, vengono affidate a chi ha bisogno di una grazia. Una mamma le infila sotto al cuscino del figlio malato finché non guarisce; un marito le chiede per la moglie in fin di vita: «Solo che una volta una donna me ne chiese una, e non me l’ha più restituita».

Suor Maura per un solo istante s’incupisce. Dicono che la Madonna continui ancora oggi a vegliare sui bimbi dell’Annunziata. Raccontano che un giorno un medico in servizio di notte ha sentito una voce chiamare il suo nome. Quella voce lo ha trascinato davanti alla culla di un neonato, poi è sparita. «Quel bimbo stava soffocando, la Madonna l’ha salvato». La Madonna che consuma le scarpe, quella notte vegliava su uno dei suoi figli. Forse non sarà un miracolo, ma crederci non costa nulla...

(tratto da "Il Mattino" del 5 ottobre 2009)



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