Il Paradiso non può attendere
Blog di riflessioni con uno sguardo alla spiritualità carmelitana
domenica 8 novembre 2026
UNA PAROLA AL GIORNO di Padre MAURO ARMANINO
domenica 1 novembre 2026
Tutti vedono la violenza del fiume in piena di Padre MAURO ARMANINO
Tutti vedono la violenza del fiume in piena
Questa poesia di Bertold Brecht, lo stesso che ricordava che nella storia umana nulla è naturale, porta come titolo ‘Violenza’. Gli occhi di colui che scrive ne sono stati, per anni, feriti. Nei racconti del padre partigiano nella ‘ Vecchia Cento Croci’ con la banda ‘Richetto’. Lui, Kent come nome di battaglia e non ha mai sparato un colpo perché ha rifiutato di possedere un’arma. Raccontava della violenza nazifascista e poi di quella, molto meno visibile, nella fornace dove lavorava a Sestri Levante. Operai che svenivano per il caldo del forno e tornavano a casa, come lui, con le mani lesionate da mattoni e refrattari. Io, stesso, la violenza l’ho rivista qualche anno più tardi in fabbrica. Anni violenti perché assetati di conquiste possibili di un mondo nuovo che era giusto dietro l’angolo. L’occupazione della fabbrica e poi, complici i primi venti di accomodamento sindacale al potere, lo sradicamento della stessa a Serravalle, nel basso Piemonte. Della Laminatoi di Metalli Industriale, LMI, diventata una multinazionale tentacolare non si sarebbe più sentito parlare. Tornava la calma e senza colpo ferire i lavoratori ‘delocalizzati’ e ‘desindacalizzati’ si stancarono di viaggiare così lontano dall’abitazione.
La tempesta che fa piegare gli alberi di betulle
Dicono che è violenta
Avrei visto la violenza sui giovani e su chi si opponeva al partito unico in Costa d’ Avorio, gli effetti della guerra sporca in Argentina. Figli, spose, fratelli, sorelle e madri dei ‘Desaparecidos’ col grido del ‘Nunca Mas’. Mai più, che ricordava i nomi degli scomparsi buttati in mare o torturati in celle preparate per i sovversivi. Tutto nel piano dell’operazione Condor degli Stati Uniti che, com’è noto, preparò anche il golpe in Cile contro l’eletto socialista Salvador Allende. L’avrei vista nella guerra civile in fase terminale in Liberia nella paura della gente, gli sfollati e soprattutto nei giovani e bambini soldato. Tutti scolpiti dentro dal tradimento di illusorie promesse di un futuro mai arrivato in tempo.
Ma che dire della tempesta
Che spezza la schiena agli operai dei cantieri
Su une stele del cimitero di Waldheim, a Chicago negli USA, sono scritte le ultime parole di uno dei sindacalisti anarchici impiccati con false accuse nel 1887. Augustin Spies scrisse...’ Il giorno verrà quando il nostro silenzio sarà più potente delle voci che voi oggi strangolate’. Ho sentito le voci assordanti del silenzio nel carcere di Marassi durante il mio servizio come volontario assistente del cappellano. Le stesse voci le avrei sentite nelle carceri della Liberia e del Niger. In questo Paese la violenza era evidente sui migranti, rifugiati e richiedenti asilo. L’esternalizzazione delle frontiere e del linguaggio di potere aveva creato un lessico prima inesistente. Migrante, clandestino, illegale, irregolare e dunque criminale. Allo stesso tempo la violenza dei gruppi armati di vari orizzonti ideologici e religiosi vantavano spesso mortali interpretazioni del libro sacro dell’Islam. Migliaia di scuole chiuse, terre abbandonate, granai bruciati e la paura che ciò accada ancora l’indomani. Malgrado le false assicurazioni dei militari che nel frattempo sono al potere nel Niger dal 2023.
Quando il governo viola i diritti del popolo, l'insurrezione è per il popolo e per ciascuna parte del popolo il più sacro dei diritti e il più indispensabile dei doveri.
L’afferma l’articolo 35 della Costituzione del 1793 (conosciuta anche come Costituzione giacobina o montagnarda). In un recente articolo il giornalista Patrizio Ricci, cita il giurista spagnolo Miguel Herrero de Minon. Quest’ultimo ricorda che, fin dall’inizio, l’Unione Europea è stata creata senza un demos, popolo, dunque rimane il cratos come solo potere istituzionale e dunque violento. Rispondere alla violenza ‘oggettiva’, naturalizzata, con quella ‘soggettiva’, più immediata e visibile è uno dei modi per smascherarla e snidarla. Esistono però altri modi per insorgere e far risorgere una storia differente a cominciare col rifiuto di imbracciare le armi, come fece il padre partigiano.
Mauro Armanino, San Sisto di Pré, novembre 2026
mercoledì 28 ottobre 2026
A 4 mesi dal viaggio in Cielo di Padre Nicola Galeno OCD - ricordo di Marta Montanari Titonel,
Ciclo su Canti del 28 ottobre 2025
Grazie Marta!
sabato 24 ottobre 2026
Gli artigiani delle chiavi di Padre MAURO ARMANINO
Trovate il negozio o bottega incuneata nel bel mezzo di altri esercizi che costellano Sottoripa nel Centro Storico di Genova. Siamo nel quartiere del Molo, a pochi passi dall’Acquario e di fronte a Caricamento. Sottoripa è una storica via pedonale messa al riparo da antichissimi portici, tra i primi in Italia. Tra banchi esterni con ricordi e regali della città, friggitorie, frutta secca e le immancabili trattorie con tipico pesto genovese, passa inosservato il cartello che porta la scritta citata nel titolo. Ivi si fabbricano, con cura e mestiere, chiavi o duplicati di chiavi. Esse, com’è noto, sono strumenti metallici adoperati per aprire e chiudere una serratura: del portone, di casa, di un lucchetto, di un cassetto e financo dell’auto. Diventano talvolta un simbolo di potere. Nella vita è tutta una questione di chiavi.
Ricordo con una certa emozione quando, con la consunta chiavetta, ho avviato il motore di una vecchia ‘cinquecento’ di colore verde chiaro. La prima macchina della nostra famiglia operaia dopo l’ape ‘Innocenti’ del padre. Dopo anni di lavoro alla fornace dei mattoni usando la bicicletta. La chiave di casa si lasciava fuori, sulla serratura, senza alcun timore. Nel millennio scorso, nei paesi, ci si fidava dei vicini e dei passanti. L’importanza della chiave, nome che deriva dal latino ‘claudere’ e significa ‘chiudere’ è evidente solo quando ci si accorge di non trovarla. Si comincia allora a frugare dove si presume averla lasciata e, d’abitudine, il pensiero cerca il luogo dove essa è stata depositata e poi persa. In effetti ci sono chiavi che, strada facendo, abbiamo dimenticato e infine smarrito.
La prima dimenticata e poi perduta del mazzo di chiavi ritenute essenziali per il viaggio è quella della meraviglia. Parola che deriva dal verbo latino ‘mirari’, guardare con stupore’ o ‘ammirare’. Nel nostro Occidente che tutto vuole misurare, delimitare, controllare e far funzionare abbiamo gradualmente espunto la capacità di stupirci. Si è ormai dimenticato uno sguardo riconoscente sulla realtà che ci consente di avvicinarci, in punta di piedi, al mistero della vita. Chi eredita questo tipo di occhi sono anzitutto i bambini i cui occhi arrivano aperti sul mondo e tutto diventa una quotidiana scoperta. I mesi passati nel seno della madre ha solo fatto intravvedere e udire qualcosa del reale. Adesso si tratta di operarne lo svelamento tramite l’esperienza che si riveste di novità e dunque di stupore.
Dalle nostre parti i bambini sono pochi, isolati e sovente assediati dai grandi. Spesso, questi ultimi, invece di mettersi in ascolto dei loro occhi, vogliono in fretta imporre il loro sguardo deluso su una realtà che va posseduta. Da uno sguardo stupito e riconoscente si vuole far passare ad uno da conquistatori o seduttori della realtà. Il passaggio al tutto consumabile e traducibile in merce che caratterizza parte dello spirito del nostro tempo inizia dallo stupore tradito dei bambini. Esso può nondimeno risorgere nello sguardo dei poeti, dei folli, dei santi e di coloro che si lasciano ferire dal mistero. Lo stesso che insinua la seconda chiave, essenziale anch’essa, che è quella della memoria. Ricordiamo quanto sarebbe bene archiviare e cancelliamo il senso della nostra comune fragilità.
Creature di sabbia e di vento, totalmente dipendenti da mani che ci hanno ricevuto. Erranti e esuli dalla nascita che si nutrono di parole germogliate dalla terra e dal cielo. Facessimo memoria dei nostri esodi e delle porte trovate socchiuse saremmo più onesti con coloro che solo chiedono l’ospitalità dei loro sogni confiscati. Consapevoli della duplice perdita potremo, con umiltà, avvicinarci alla bottega degli artigiani delle chiavi. E domandare loro se per caso, nel deposito delle chiavi perse, riparate, rifatte o messe da parte, non si trovino quelle dello stupore e della memoria grata. Sono queste le due chiavi che potrebbero salvare il mondo.
Mauro Armanino, Genova, ottobre 2026
venerdì 16 ottobre 2026
ALLE FRONTIERE DEL TEMPO di PADRE MAURO ARMANINO
sabato 10 ottobre 2026
La società dei reclusi e i rivoltosi di Padre MAURO ARMANINO
La società dei reclusi e i rivoltosi
Ne parla diffusamente l’amico Italo Di Sabato nel suo ultimo libro ‘Democrazia Punitiva’. Viviamo, consapevolmente o meno, da reclusi. Oltre un decennio or sono ero tra i volontari che visitavano regolarmente il carcere di Marassi a Genova. Per avere i colloqui coi detenuti dovevo passare, dall’esterno all’interno almeno sette cancelli ad apertura elettrica azionata dal personale. Ingenuamente credevo, una volta uscito dal carcere, di lasciarmi la prigione alle spalle. L’allusione alla società dei reclusi come metafora del nostro tempo mi appare tutt’altro che fuori luogo. Se nelle carceri italiane, secondo quanto ricorda l’associazione Antigone, si trovano circa 66 mila persone, il numero, che fondamentalmente coincide con la società stessa, è incalcolabile. Meno reati e più detenuti perché, ricorda Antigone, cambiano le leggi, i tipi di reati, si elevano le pene e si restringono le possibilità alle misure alternative. La società nel suo insieme si presenta come ‘punitiva’.
La programmata mutilazione dello spirito, componente essenziale dell’identità della persona, si è tradotta nella precipitosa caduta nella mercificazione totale di tutto ciò che si presume misurabile e dunque oggetto di mercato. Uno dei drammi della nostra epoca, nell’Occidente, è l’appiattimento dell’umano alla sola dimensione commerciale. Questa è la seconda porta o cancello del carcere. Il terzo potrebbe essere identificato, di conseguenza a questa lotta senza quartiere per potere, denaro e mercati, in una nuova ‘classe armata’, riprendendo la straordinaria riflessione scritta dell’amico David Colantoni. Una classe armata che, per auto-generarsi e perpetuarsi, si avvale della collaborazione di tanti complici che assecondano questo progetto distruttivo.
Senza l’esautorazione della politica e lo svuotamento della Costituzione questa operazione non sarebbe stata possibile. Questo tradimento è il quarto cancello che reclude la società attuale. La svendita graduale di tutto ciò che ha costituito i valori insiti nella carta costituzionale. Il bene comune, la solidarietà, la dignità e il ripudio della guerra. Il tutto fondato sul lavoro. Lo smarrimento del senso e significato de lavoro appare come il quinto cancello della grande reclusione attuale. Precariezzato, sfruttato, tornato all’epoca feudale, accettato o subito spesso in condizioni di neo schiavismo. Il lavoro, inteso come trasformazione del mondo e, nel contempo di sé, è stato svuotato da ogni esperienza di legame, solidarietà e mistica del conflitto, come ricorda il citato Di Sabato. Imprigionati tra i morti sul lavoro, la diserzione sindacale e la delocalizzazione produttiva dove si paga meno.
Il sesto cancello reclusivo e recludente appare come una conseguenza di quanto sopra elencato e si potrebbe identificare come frammentazione e isolamento. Per dirla con Zygmunt Bauman, la solitudine del cittadino globale generata dalla strategia del sospetto, la fabbricazione della paura e la caccia al nemico, più debole naturalmente. Ciò insinua e provoca il settimo sigillo, cancello, porta metallica che reclude. La peggiore di tutte perché è un misto di cecità, rassegnazione, accomodamento o semplicemente convenienza a vivere, felici, contenti e protetti, in una gabbia.
La libertà, lo sappiamo, è per sua natura pericolosa perché implica una triplice responsabilità. Nei confronti di stessi, degli altri e della storia. Pure le parole sono pericolose perché creano mondi. La parola recluso significa rinchiudere ma anche aprire o dischiudere. In quest’ultima accezione, allora, non rimane altro che l’opzione della rivolta. Rivoltarsi per volgersi di nuovo ai volti dimenticati, feriti e traditi lungo la strada. Questa è forse l’unica chiave da usare per aprire i cancelli.
Mauro Armanino, Genova, ottobre 2026












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