Trovate il negozio o bottega incuneata nel bel mezzo di altri esercizi che costellano Sottoripa nel Centro Storico di Genova. Siamo nel quartiere del Molo, a pochi passi dall’Acquario e di fronte a Caricamento. Sottoripa è una storica via pedonale messa al riparo da antichissimi portici, tra i primi in Italia. Tra banchi esterni con ricordi e regali della città, friggitorie, frutta secca e le immancabili trattorie con tipico pesto genovese, passa inosservato il cartello che porta la scritta citata nel titolo. Ivi si fabbricano, con cura e mestiere, chiavi o duplicati di chiavi. Esse, com’è noto, sono strumenti metallici adoperati per aprire e chiudere una serratura: del portone, di casa, di un lucchetto, di un cassetto e financo dell’auto. Diventano talvolta un simbolo di potere. Nella vita è tutta una questione di chiavi.
Ricordo con una certa emozione quando, con la consunta chiavetta, ho avviato il motore di una vecchia ‘cinquecento’ di colore verde chiaro. La prima macchina della nostra famiglia operaia dopo l’ape ‘Innocenti’ del padre. Dopo anni di lavoro alla fornace dei mattoni usando la bicicletta. La chiave di casa si lasciava fuori, sulla serratura, senza alcun timore. Nel millennio scorso, nei paesi, ci si fidava dei vicini e dei passanti. L’importanza della chiave, nome che deriva dal latino ‘claudere’ e significa ‘chiudere’ è evidente solo quando ci si accorge di non trovarla. Si comincia allora a frugare dove si presume averla lasciata e, d’abitudine, il pensiero cerca il luogo dove essa è stata depositata e poi persa. In effetti ci sono chiavi che, strada facendo, abbiamo dimenticato e infine smarrito.
La prima dimenticata e poi perduta del mazzo di chiavi ritenute essenziali per il viaggio è quella della meraviglia. Parola che deriva dal verbo latino ‘mirari’, guardare con stupore’ o ‘ammirare’. Nel nostro Occidente che tutto vuole misurare, delimitare, controllare e far funzionare abbiamo gradualmente espunto la capacità di stupirci. Si è ormai dimenticato uno sguardo riconoscente sulla realtà che ci consente di avvicinarci, in punta di piedi, al mistero della vita. Chi eredita questo tipo di occhi sono anzitutto i bambini i cui occhi arrivano aperti sul mondo e tutto diventa una quotidiana scoperta. I mesi passati nel seno della madre ha solo fatto intravvedere e udire qualcosa del reale. Adesso si tratta di operarne lo svelamento tramite l’esperienza che si riveste di novità e dunque di stupore.
Dalle nostre parti i bambini sono pochi, isolati e sovente assediati dai grandi. Spesso, questi ultimi, invece di mettersi in ascolto dei loro occhi, vogliono in fretta imporre il loro sguardo deluso su una realtà che va posseduta. Da uno sguardo stupito e riconoscente si vuole far passare ad uno da conquistatori o seduttori della realtà. Il passaggio al tutto consumabile e traducibile in merce che caratterizza parte dello spirito del nostro tempo inizia dallo stupore tradito dei bambini. Esso può nondimeno risorgere nello sguardo dei poeti, dei folli, dei santi e di coloro che si lasciano ferire dal mistero. Lo stesso che insinua la seconda chiave, essenziale anch’essa, che è quella della memoria. Ricordiamo quanto sarebbe bene archiviare e cancelliamo il senso della nostra comune fragilità.
Creature di sabbia e di vento, totalmente dipendenti da mani che ci hanno ricevuto. Erranti e esuli dalla nascita che si nutrono di parole germogliate dalla terra e dal cielo. Facessimo memoria dei nostri esodi e delle porte trovate socchiuse saremmo più onesti con coloro che solo chiedono l’ospitalità dei loro sogni confiscati. Consapevoli della duplice perdita potremo, con umiltà, avvicinarci alla bottega degli artigiani delle chiavi. E domandare loro se per caso, nel deposito delle chiavi perse, riparate, rifatte o messe da parte, non si trovino quelle dello stupore e della memoria grata. Sono queste le due chiavi che potrebbero salvare il mondo.
Mauro Armanino, Genova, ottobre 2026


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