AFORISMA

Meglio aggiungere vita ai giorni, che non giorni alla vita
(Rita Levi Montalcini)

Nostra Signora del Carmelo

Nostra Signora del Carmelo
colei che ci ha donato lo scapolare

lunedì 28 ottobre 2019

BEATITUDINI - parte terza - Conferenze di P. Claudio Truzzi OCD




3 [1] – BEATI I POVERI DI SPIRITO  
«Beati coloro che scelgono di essere poveri, perché hanno Dio per Re».
Sappiamo che il cammino di Gesù verso la felicità passa per l' “amore”.
Però, a sua volta, all'amore si giunge per mille cammini.
Nelle sue “Beatitudini”, Gesù pone in risalto come per giungere ad amare, il primo cammino sia di essere “poveri”. E allora noi...
Vediamo...  Chi sono i poveri?
Non basta consultare il dizionario per saperlo, né controllare il coefficiente della “rendita pro capite”, perché se Luca parla semplicemente di “poveri”, Matteo, secondo le diverse traduzioni, chiama “beati” ...
- “Coloro che scelgono di essere poveri”,
- “I poveri di spirito”,
- “Coloro che sono coscienti di essere poveri”,
- “Coloro che si sentono poveri dinanzi a Dio”.
Tali sfumature complicano un po' la possibile interpretazione circa i “poveri” che Gesù chiama “beati”.
Tuttavia, in qualcosa possiamo concordare. Esiste una povertà “materiale”: quella di chi è privo del necessario per vivere, dell'indigente e misero; e quell'altra di chi, pur possedendo il fabbisogno, si sente un nulla dinanzi a Dio.
Quindi, non c'è povertà nell'abbondanza; né dove esiste il superfluo. Neppure è povero chi, al solo aprire la bocca, vede compiersi tutti i suoi capricci.
Non è, tuttavia, alla povertà materiale che si riferisce Gesù. Una piaga sociale, un frutto del peccato com'é l'indigenza, non potrà mai essere la piattaforma di nessuna beatitudine o felicità.
Quando parla di “povero”, Gesù va più in là del “mendicante”.
Rifacendosi all'Antico Testamento, per san Matteo
– i “poveri” sono gli umili, i semplici, coloro che non contano sui propri mezzi per uscire da una triste
   situazione e confidano completamente nella Provvidenza divina che sanno non mancare mai;
– sono coloro che, non avendo nulla di cui gloriarsi e in cui appoggiarsi, si aprono alle promesse di Dio  e vivono la virtù della speranza. «Non c'è nulla tanto grande con la speranza del povero», recita un proverbio popolare.
– “Poveri”, infine, dovrebbero essere, oggi, in questo senso, coloro che – non vantando privilegi, non possedendo polizze di assicurazione, né rotondi conti correnti, né stupide superbie e altre facciate dietro di cui trincerarsi –, lungi dal rinchiudersi in se stessi, si aprono sempre più a ciò che Dio chiede ed a ciò che di nostro possono aver bisogno gli altri.
“Ricco”, invece, secondo il Vangelo, sarebbe l'opposto:
– chi crede di non aver bisogno di Dio né del prossimo; [Fariseo e pubblicano]
– chi afferma di possedere tutto ben stretto;
– chi non vede il senso di aspettare "la beatitudine del regno di Dio", né ora, né mai, perché tale benessere già sa fabbricarsela da solo quando lo voglia.
Approfondimento
Non siamo di fronte ad una specie di consacrazione della povertà, quasi fosse una condizione ideali per accogliere il regno di Dio. Sarebbe allora una legittimazione dell'ingiustizia e dell'avidità umane, che vengono invece smascherate e condannate nei quattro “guai a voi, ricchi” successivi.
E neppure si deve credere che dipenda dal fatto che i povero siano moralmente migliori dei ricchi.
Non c'è nessuna condizione sociale, e nessun merito da parte degli uomini che renda, di per sé, idonei al regno. Questo è un dono gratuito di Dio, non conquista dell'uomo. Dio non è un contabile.
In realtà, ciò che è in gioco, nelle beatitudini, è l'idea stessa che ci si fa di Dio.
«Gesù proclama che Dio ha deciso di stabilire il suo regno e di manifestare la sua potenza regale. Chi trarrà profitto da questo nuovo stato di cose? I poveri, gli oppressi, gli schiacciati. Se Dio è veramente un re degno di tal nome, eserciterà il suo potere proprio in favore dei poveri, dei piccoli, e per i poveri sarà un bene che Dio stesso si faccia loro protettore. Allora saranno felici. Per i poveri si apre una speranza meravigliosa» (J. Dupon). Per cui la beatitudine si potrebbe tradurre così: «Beati i poveri, perché Dio è stanco di vederli soffrire, perché Dio ha deciso di mostrare che vi ama».
Così bisogna evitare di utilizzare la beatitudine in chiave di rassegnazione o, peggio, come pretesto “religioso” per mantenere un ordine sociale ingiusto. Le beatitudini non devono servire a schiacciare i poveri, ma a liberarli. La povertà resta un male contro cui bisogna lottare senza tregua.
Il messaggio di Cristo non si riassume nell'amore alla povertà, ma all'amore ai poveri.
L'ideale non è la povertà, ma l'amore che si esprime nel gesto di condividere, nel trasformare i beni in sacramento di fraternità. D'altra parte, saremo giudicati proprio sull'atteggiamento che avremo adottato nei confronti di quelli che hanno fame, sete, sono senza vestiti, senza casa, malati, prigionieri (Mt 25). «Quello che avrete fatto a costoro, l'avete fatto a me» – dichiara Gesù.

MEDITIAMO...
Che attitudine ci richiede tale beatitudine? La medesima di Maria, all'Annunciazione.
“Povero” nel linguaggio biblico, furono gli "anawin", coloro che, non possedendo nulla, ponevano tutta la loro speranza nelle promesse di Dio. Maria fu l'ultima degli "anawin", colei che semplicemente disse: «Sì!», giacché nel povero comandano sempre i disegni di Dio. Maria non è colei che “fece”, ma che “la-sciò che Dio compisse in lei cose grandi” e che si convertì in piena “disponibilità” per il suo Dio e i suoi.
Questa dev'essere la nostra “attitudine” per meritare la felicità che Gesù promette ai poveri di spirito.
Però..., per quale motivo essere “poveri in spirito”?
*   Prima di ogni altra considerazione, ricordiamo la fondamentale: perché Gesù fu povero.
Dev'essere sempre l'imitazione del Signore ciò che ci spinge ad essere ed a vivere poveri: amiamo la povertà semplicemente perché Lui l'amò e come Lui l'amò.
*  San Paolo, nel suo cantico ai Filippesi (2, 5-8)
[«Cristo Gesù, pur essendo per natura Dio, non stimò un bene irrinunciabile l'essere uguale a Dio, ma annichilò se stesso prendendo la natura di servo, diventando simile agli uomini, ed essendo uomo, si umiliò facendosi obbediente fino ala morte, e alla morte di croce».],
descrive la povertà di Gesù come annichilazione, svuotamento, alienazione della sua condizione divina, come incarnazione ed obbedienza sino alla morte ed alla morte di Croce.
Quindi, se Lui, essendo ricco, si fece povero per amor nostro, è logico che io faccia altrettanto.
*   Dall'atra parte, essere povero secondo lo stile di Gesù, comporterà per me rinunciare non soltanto a possibili capricci, ma persino ai miei buoni desideri, diritti e piani personali. Tutto ciò in onore ad una piena disponibilità ai disegni ed al volere di Dio.
*   La povertà, inoltre, è favorita di, e, a sua volta, genera non poche virtù. Presuppone, infatti, una mortificazione costante, poiché significa dar la morte, giorno per giorno, ad un'infinità di desideri, creando, in tal modo, spazi ogni volta maggiori all'azione dello Spirito.
Di fronte a ciò di cui abbiamo bisogno e che non teniamo, inizia a chiederci pazienza e speranza.
Se il Signore mi dice: «Esci dalla tua terra e dalla tua patria e vattene in un paese che io ti mostrerò» (Gen, 12,1), Egli mi sta ponendo alla prova la fede nuda e la mia speranza e confidenza in Lui; e, naturalmente, l'amore, poiché la mia decisione si suppone gratuita e disinteressata.
*  L'essere poveri secondo lo Spirito, conduce ad una sequela di Cristo più pura e radicale... e verso una gioiosa libertà di spirito. Povero è chi non ha nulla da perdere, se non le proprie catene.
*   Infine, “povertà e missione” sono, a loro volta, concetti che camminano insieme: «Andate. Non portate né oro, né argento, né denari nella vostra cintura. Neppure una bisaccia per il viaggio; né due tuni-che, né sandali, né bastone» (Mt 10, 6-9).
Chiediamoci
–  Come reagire di fronte ad una società che ha fatto del superfluo una necessità?
–  Che cosa pensiamo di una Chiesa che ancora necessita di tanto denaro per evangelizzare?
–  Come possiamo essere poveri, mentre in realtà non manchiamo di nulla?
Iniziamo col far nostra l' “opzione preferenziale per il povero e i poveri”.
L'amicizia e il tratto con la povertà ed i poveri ci faranno capire il significato del "superfluo"; e da qui scopriremo il progetto di Dio su di noi e suoi "nostri beni economici".
E concludiamo con una certezza: la povertà evangelica è un "dono dello Spirito". Una grazia che bisogna chiedere, come tutte, con umiltà, con fiducia e perseveranza: un apprendistato che dobbiamo realizzare giornalmente dalla mano del nostro Maestro e con l'esempio dei suoi più fedeli seguaci.
Per ciò stesso...
Preghiamo
"La povertà e le povertà"
Signore, chiedere è il miglior modo di riconoscere la propria povertà
di fronte a colui cui uno dirige le sue suppliche.
Per questo ci accostiamo a Te – Signore e Datore di ogni dono – con questa nostra fila di suppliche.
Ci sappiamo creati a tua immagine;
però siamo pure coscienti di essere peccatori, cioè, gente di "cattiva immagine",
che potremo cambiare soltanto  rivestendoci di nuovo dell'immagine del tuo Figlio.
Ma... per ricuperare tale immagine,
dobbiamo realizzare nelle nostre esistenze ciò che fu, per la Sua,  il "punto di partenza": Spogliarci!
La nostra prima supplica è proprio per questo:
Dacci un cuore povero
che ci serva come "Chilometro 0" della nostra rotta verso Te.
Liberaci anche, Signore,
sia da una concezione “materialistica”,
e sia da quella “spiritualistica” della povertà.
La prima può degenerare in “spettacolo”;
con la seconda possiamo correre il pericolo
di credere che non siamo attaccati a nulla, perché ... non ci manca nulla!
Donaci la grazia di vivere in povertà
concreta, reale , visibile, significante...
Altra supplica, Signore: che non dimentichiamo
che c'é qualcosa di peggiore del sostituire la fede e la fiducia in Te:
è il riporre la nostra speranza e tranquillità nel denaro.
Ci riferiamo al cadere nella mostruosità
di pensare che possiamo estendere il tuo Regno a forza di denaro.
E per ultimo, Signore,
ti preghiamo di sradicarci la nostra impenitente tendenza di cercare “sicurezze”:
la sicurezza di una "coscienza che si sente a posto",
la sicurezza di una legge scrupolosamente adempiuta;
la sicurezza di alcuni principi di una solidità provata,
e persino la sicurezza degli stessi dogmi professati con molta fermezza ed a viso aperto.
Illudersi di possedere la verità, è talvolta una sottilissima forma di ricchezza,
una prova  che non è la verità a possederci.
Spogliaci dei nostri morbidi cuscini di verità.

Preghiera di un “Abbandonato”
Signore, desidero essere un “abbandonato”.
No, non voglio dire un pelandrone, né un ignavo; e neppure un vagabondo ozioso.
Desidero essere soltanto un cristiano,
uno di quelli che un giorno hanno letto Matteo 6, 33, e presero sul serio quelle parole:
«Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutto il resto vi sarà dato in sovrappiù».
Desidero ripeterti, sereno, le parole del tuo Figlio e nostro fratello, Foucauld:
«Padre, mi pongo nelle tue mani.
Fai di me quello che desideri.
Avvenga ciò che vuole, ti ringrazio,
purché si compi la tua volontà in me  e in tutte le creature.
Padre, non desidero niente più...».
Però, Signore,
quando agisco in questo modo,
coloro che mi sono attorno mi chiamano: utopico, romantico, sognatore, insensato...
E io non sono nulla di tutto ciò, Padre mio.
Da tuo Figlio ho appreso che «gli uccelli del cielo né seminano, né mietono, né accumulano e,
tuttavia, Tu provvedi loro il cibo» (Lc 12, 22).
Perché non dovresti aver cura di me?
Perché devo tener tutto programmato?
Perché non lasciarti spazio affinché anche Tu possa operare?
Però continuano a prendermi in giro:
Dicono che sto seguendo mode ecologiche; o che, per comodità,
non voglio farmi carico dell'angustia dei problemi e dei pesi che ogni giorno ci presenta.
E non è così, Padre mio; non è proprio così!
Più che sfuggire dalla dura realtà, ciò che faccio è lavorare, sì:
però, poi, affidarmi a Te, senza condizioni.
Desidero essere povero!
Sembra facile, sembra comodo,
e tuttavia, come costa tale abbandono completo!
Necessito una fiducia illimitata in Te.
Necessito non distrarmi da ciò che è sostanziale: Tu.
Necessito recitare nell'anima e tradurre nella mia vita quei versi di san Giovanni della Croce:
         «L'anima mia s'è data – tutti i miei beni sono a suo servizio;
non pascolo più la greggia, – non ho più altra cura,
 ché solo nell'amore è il mio esercizio»  (Cantico 28)
Materiale complementare:
Sal 15: "Proteggimi, o Dio, mi rifugio in Te". – Sal 22: "Il Signore è il mio  Pastore".
Sal 26: “Il Signore è mia luce e mia salvezza”.
Sofonia: 3, 11-13: “Dio mi renderà povero, se glielo permetto”.
Isaia 61, 10-62: Cristo di compiace della sua sposa povera e lei risponde.
San Giovanni della Croce: Salita II, 7, 15. Fiamma 3, 46; Cantico 28.


BEATITUDINI . parte seconda - Conferenze di P. Claudio Truzzi OCD

2 Beati coloro che soffrono,  perché saranno consolati


Da un lato, nulla ci sembra tanto opposti come i concetti di “sofferenza” e di “beatitudine”; però, dall’altra parte, se ci fu qualcuno che soffrì, questi fu Gesù. E non crediamo che nessuno possa negare che fu “beato”.
Da una parte, le beatitudini – così come le espone Matteo – sono come “attitudini” con cui dobbiamo vivere il Vangelo (da poveri, pacifici, ecc.); tuttavia, dall’altra parte, questo “soffrire” non ci sembra un’ “attitudine”, ma piuttosto qualcosa che ci capita addosso.

VEDIAMO
Chi sono gli “afflitti”, e perché sono chiamati “beati”?
Sorge spontanea la domanda: «Com’è possibile che qualcosa che noi non vogliano, né Dio voglia – la sofferenza – ce la converta Gesù in motivo di felicità e beatitudine?».
Molto semplice: Gesù vincola la felicità di coloro che soffrono alla consolazione che questi riceveranno.
Però, quando? Sempre?
No, soltanto nella misura in cui lo conformiamo con il suo; quando gli diamo il “senso”, il “significato” che gli diede Lui; quando, alla fine, sappiamo trasformarlo in strumento di redenzione nostra e altrui.
Non porta consolazione divina qualsiasi dolore. Soffrire per il soffrire è una stoltezza o stupidità umana.  Però: 
        – Soffrire, affinché non soffra un altro,
     – Soffrire, facendosi cireneo della sofferenza altrui,
       – Soffrire in espiazione dei propri peccati,
      – Soffrire con il fine d'imitare e “supplire” a ciò     che manca alla passione di Cristo [San Paolo].
Soffrire, in questo modo, è farlo sulla stessa onda dei grandi “soffritori” dell’Antico e Nuovo Testamento.
Questi sono gli «afflitti, che saranno beati, perché saranno consolati». Cristo può proclamare “beati” coloro che soffrono e piangono perché, in quanto Messia, è il gran “Consolatore”. Simeone, appena lo vede, può morire tranquillo perché ha incontrato colui che aspettava, la “consolazione d’Israele” (Lc 2,25).
Molto tempo prima già il profeta Isaia descrive il Cristo come l’Unto dello Spirito del Signore «per divulgare la buona notizia a coloro che soffrono, per lenire i cuori straziati, per consolare gli afflitti di Sion, per mutare la cenere in corona, il suo vestito di lutto in profumi di festa, la sua tristezza in cantici». (61, 1-3).

MEDITIAMO
Con Cristo ogni cosa cambia di segno
«Venite a me, voi tutti che siete stanchi ed affaticati, ed io vi consolerò. Prendete il mio giogo sopra di voi e troverete ristoro per le vostre anime». (Mt 11, 28-29).
Ecco un invito sincero e sempre attuale.
Saremo, però, capaci di accettarlo e preferiremo continuare a lamentarci e maledire le nostre sofferenze?
Tutti abbiamo già il posto dove scaricarci delle nostre pene. Il triste è che preferiamo trovare la soluzione o trascinarle con i nostri mezzi o con le nostre forze, giacché pensare a Dio ci può sembrare sterile o umiliante. Conseguenza: i nostri dolori e pianti, invece di fecondare le nostre esistenze per il Regno, l’unica cosa che riescono a conseguire è irrigare ed incrementare la nostra tristezza.
«Venite a me». È l’invito che Gesù ripete dall’alto della Croce. Un invito a soffrire “perché Lui soffrì”, “come Lui soffrì”, “perciò che Lui soffrì”, e, unendo “il nostro dolore con il suo”.
Un invito, questo sì, a rivedere l’origine e la causa delle nostre tristezze, la motivazione delle nostre sofferenze, le nostre attitudini di fronte al male.
Un invito, infine, a convertirlo in dialogo amichevole con Lui. Questo, nella preghiera.
E, questo, persino dentro le varie modalità della preghiera, nella preghiera “di lamento”.
Forse ci sembrerà qualcosa di superfluo, inutile. Ma non lo è. Tutto un intero libro della Scrittura porta il nome di “Lamentazioni”. Si attribuisce al profeta Geremia, in cui fa parlare per bocca sua, tutta una serie di sofferenze personali e sociali, ed è una lezione orante che la Bibbia ci propone: Essa c'insegna che questo “lamentarsi dinanzi al Signore”, non solamente è lecito, ma persino salutare e purificante.
Invece, ciò che, sì, solitamente facciamo, è diventare nervosi e correre a gridare dinanzi ai nostri e agli estranei, deboli e forti, la nostra impotenza. Perché non imitiamo tanti profeti e santi?
Sarebbe sufficiente che aprissimo il libro dei Salmi per trovarne rapidamente uno che ci porrà sulle  labbra le espressioni adatte della consolazione nella fede. Parole che, non accrescono le nostre amarezze, ma che le mitigano e ci fanno gustare a poco a poco la consolazione di Dio.
CHIEDIAMOCI
«È vero che a nessun cristiano viene a mancare la consolazione, se egli prega con fede?».
Certo. Alcune consolazioni provengono dalla stessa virtù della speranza che Dio ci prepara dopo «questa notte passata in una cattiva locanda» – come definisce la vita s. Teresa d’Avila – Dobbiamo «stimare poco le sofferenze del tempo presente – come ricorda s. Paolo –, in comparazione con la gloria che si manifesterà a noi un giorno». (Rom 8,18).
Per colui che soffre con umiltà ed abbandono, ricordando i suoi peccati, esiste ed esistettero sempre ciò che nella letteratura spirituale si conosce come “consolazioni spirituali”: momenti in cui ci sentiamo ripieni di pace e di consolazione. Anche in mezzo alle prove della fede, di quelle “notti” o cammini nel deserto attraverso cui passano tutti gli spirituali, ci sono sempre momenti in cui uno sperimenta la vicinanza di Dio e il suo supporto, nonostante le apparenze.
Dal giorno in cui Cristo risuscitò, ad ogni tramonto totale di Venerdì Santo, segue il mattino luminoso della risurrezione.
Quando, tuttavia, parliamo di “consolazioni per il nostro soffrire”, non ci riferiamo unicamente all’Al-dilà. Convertiremmo la fede in oppio. Siamo convinti che, nonostante goderemo di felicità definitiva e totale nell’Aldilà, già in questa terra “saremo consolati”, se soffriamo in Cristo, con Cristo e per Cristo.
• Non dimentichiamo, tuttavia, che … il soffrire in modo evangelico è una grazia, un “dono dello Spirito” che bisogna chiedere.   Per ciò stesso …          
PREGHIAMO
1 – Gridano contro te, Signore
Signore! Li abbiamo visti l’altro giorno. In altri giorni.
Li abbiamo visti maledire tutto e tutti. Sì, maledicevano anche Te; bestemmiavano. Non l’ho mai capito.
Perché, se credono, che senso ha maledire il più grande e il migliore dei Padri?
E, se non credono, che senso hanno le loro bestemmie senza ritegno?
Però, perdonali, Signore, perché certamente non sapevano ciò che stavano facendo...
E perché ... sembravano aver sofferto, parevano soffrire molto.
Ché poco valgono ragioni o logiche quando ciò che ti attanaglia è il dolore. Fatto fame, oppressione, ingiustizie…!
Senza dubbio, quando ti nominano, non si riferiscono a Te; si riferiscono a quell’immagine che di Te proiettano tanti e tanti-pseudo-credenti che vanno per il mondo.
Non imputare i loro insulti.
Soltanto tu conosci fino a che punto – può ottenebrare la mente ciò che chiamiamo “passarla male”.
Sollevali, Aiutali. Consolali.
Meglio ancora: poni noi stessi sul loro medesimo cammino, umani come loro, per consolarli.
Inseriscici nelle loro medesime situazioni.
Avvicinaci al loro tugurio, al loro licenziamento, alla loro infermità, alla loro solitudine;
però incarnando dinanzi ad ogni circostanza
le medesime attitudini e le medesime reazioni che vogliamo vedere in loro.
Pero, non, non fidarti di noi.
Dona loro la tua grazia e il tuo amore.
Disfa, come se si trattasse di un pugno di neve, il freddo e l’amarezza dei loro cuori.
Dona loro un significato al dolore. Consolali!
2 – Grazie, per concederci di poter piangere, Signore!
Signore! Non sono un “piagnone”, né il “lamento personificato”;
però ti ringrazio per … aver permesso che soffrissi “la mia parte”,
e abbia permesso che soffrissi anche, la “parte degli altri”.
Rimango atterrito ogni volta che sento dire:
«Non piangere, bambino: gli uomini non piangono!».
Perché, gli uomini non piangono? E se gli uomini non piangono …
perché si chiama, questa terra in cui viviamo, né più né meno che “Valle di lacrime”?
Che sarebbe di questo mondo se nessuno piangesse?
Gli uomini e le donne che non hanno pianto sono, secondo il poeta, “come Chiese non benedette”.
Ed aggiunge che le lacrime che non si spargono
formano conche, che se un giorno dovessero trasbordare, provocherebbero catastrofi irreparabili.
Io voglio piangere, Signore.
Io desidero ringraziarti per il dono delle lacrime.
I sorrisi e le lacrime sono come il lubrificante che c’invii affinché non si ossidi lo sguardo
dinanzi alla tanta gioia e tanta pena che c’è in questo nostro mondo benedetto.
Che fredda una sepoltura senza lacrime!
Un incontro e un addio, senza lacrime!
Una pena, senza poterla piangere!
Desidero piangere, Signore, però, non per obbligo, né sciocca debolezza.
Desidero piangere, ringraziando dei tuoi doni.
Desidero piangere il mio peccato e quello dei miei fratelli.
Grazie, Signore, perché Tu stesso hai provato “questa” debolezza; perché Tu stesso c’insegnasti a piangere;
perché provocasti le nostre lacrime; perché c’insegnasti anche ad asciugarle.

3 – DI PROFESSIONE … “CONSOLATORE”
Signore! Ci sono senza dubbio molte professioni nella comunità cristiana. San Paolo le chiamò “carismi”.
Come le membra del corpo, hanno ognuna la propria funzione, e tutte cooperano alla salute complessiva,
così ogni carisma edifica e consolida la Comunità ecclesiale.
Oggi ti chiediamo il dono, il carisma di “sapere consolare”.
Sono molte le lacrime che  si devono asciugare in questi tempi.
Moltissime le tristezze da mitigare. – Non poche le angustie da lenire–Troppe le solitudini da condividere.
Ti preghiamo che invii uomini e donne
che si siamo prima identificate con il profeta Isaia, sino a dire con lui (61, 1-3):
«Lo Spirito del Signore è sopra di me … per consolare tutti gli afflitti …, per dare loro un diadema invece della cenere, olio di letizia invece di un abito da lutto, lode invece di un animo mesto».
Chi consola si sente figlio ed inviato del “Dio d’ogni consolazione”, il quale – come afferma san Paolo –:
«Ci solleva in tutte le nostre difficoltà affinché possiamo, a nostra volta, consolare gli altri
con quella consolazione che abbiamo ricevuto da Dio».
Questo tipo di persone sono per noi il nostro “fazzoletto”, la Veronica che con un panno asciuga il volto insanguinato di Gesù.
Ottimo mestiere, questo del consolatore! …
CONIUGA PER NOI, SIGNORE IL VERBO “SOFFRIRE” …
–  Ricorda, figlio: O stai soffrendo. O hai sofferto. O soffrirai.
–  Non incolparmi del tuo dolore. Di solito è la tua libertà e quella degli altri che te lo provocano.
–  Spiegabile o misterioso, che grande altoparlante di me è il dolore!
–  Dicono: «Il dolore esiste, quindi Dio no!». Piuttosto dì: «Se esistono entrambi, che senso dovrà avere il dolore?».
–  Io non creai il dolore. Non divinizzarlo. Soffri come me: per redimere, e affinché altri non soffrano.
–  Tommaso credette solo quando poté porre le dita nelle mie piaghe. Lascia che altri le mettano nelle tue.
– Tanto soffrirai, quanto amerai. Tanto amerai, quanto sarai capace di soffrire.
–  La penitenza purifica, merita. Però... mortificati, soprattutto, per non mortificare.
–  Non sarai libero, né utile, né felice, finché non supererai questa tua paura di soffrire.
Alla fin fine, tutto sarà come una «notte passata in un cattivo albergo».

a – Uomini: figli della compassione
Christine era una buona madre e un'ottima moglie, ma un triste e desolato giorno il suo giovane marito morì. Un dolore immenso e rovente dilaniò la sua esistenza. Niente riusciva ad attenuare la sua sofferenza.
Cercava invano brandelli di consolazione nei suoi bambini che la fissavano smarriti. Come specchi, gli umidi occhioni gli rimandavano l'immagine del loro papà tanto amato. Neanche più ricordava il tempo in cui lavorava cantando. Il lavoro, come il pane, gli era diventato amaro e pesante.
Una sera, rannicchiata nel letto, piangeva silenziosamente per non svegliare i bambini, quando gli apparve una figura dolce e rassicurante, che la  prese per mano. Era la Vergine del Carmelo.
«Vieni con me, Christine»  – le disse. «Vieni con me: ti porterò al fiume della pace. Chiunque si bagna nelle sue acque, troverà la consolazione che cerca». – Camminarono nella notte per molto tempo.
Ad un certo punto, Christine iniziò a sentire il rumore d’acque scroscianti. Un fiume immenso, dalle acque pure e trasparenti, scorreva davanti a loro.
«Immergiti nel Fiume della Pace» – gli intimò la Vergine. «Le sue acque scioglieranno la tua pena e la tua angoscia». Christine s’immerse. Il suo corpo fu avvolto da un conforto pieno di vigore e serenità, una pace balsamica che guariva le sue ferite.
Dopo quell'immersione salutare, Christine chiese alla Madonna: «Da dove viene quest'acqua miracolosa?».
«Sono le lacrime del mondo» rispose la Vergine. «Tutte le lacrime del mondo si raccolgono in questo fiume.
Lacrime amare: di paura, di dolore, di delusione, di sconfitta, di rabbia. Ma anche le lacrime più dolci, quelle versate per amore, per il ritorno di una persona cara, per uno scampato pericolo».
Christine udì i sospiri e i gemiti di tutti coloro che avevano versato quelle lacrime, e comprese che anche le sue lacrime erano ormai un unico pianto puro e indistinto, che scorreva nelle acque di quel fiume.
Si sentì in comunione totale con tutto il dolore e la gioia del mondo.
Fu in quel momento che la Madre di Dio le parlò del dolore di suo Figlio. Christine sentì il pianto di Cristo davanti alla tomba di Lazzaro, il pianto nel Getsemani, il suo pianto ai piedi della croce.
Christine si ridestò di colpo: il cuscino era ancora bagnato, ma una pace profonda si era impadronita di lei...
Non siamo figli del dolore, ma della compassione
b – Fiducia in Dio – nella sofferenza

C'erano una volta due coraggiosi cavalieri. Avevano affrontato battaglie, avventure rischiose, e messo a repentaglio la vita al soldo di molti signori.
Una sera, uno dei due, guardando il sole che tramontava, disse: «Mi resta un'ultima impresa». «Che cosa?».
«Voglio salire sulla montagna dove abita Dio».  «Perché?».

«Voglio sapere perché ci carica di pesi e fardelli gravosi per tutta la vita e continua a pretendere sempre di più, invece, di alleggerire il nostro carico, ogni tanto almeno!» – disse amaro il primo cavaliere.

«Verrò con te. Ma io penso che Dio sappia quello che fa» – concluse l'altro.
Il viaggio fu lungo e faticoso. Giunsero al monte di Dio. Salivano in silenzio, accanto ai cavalli perché il sentiero era ripido e tormentato.
Già s’intravedeva la sommità della montagna nella nebbia, quando una voce tuonò dall'alto: «Prendete con voi tutte le pietre che trovate sul sentiero!».

«Lo vedi?» – protestò il primo cavaliere – «È sempre la stessa storia! Dopo tutta questa fatica, Dio ci vuole oberare ancora. Io non ci sto più al suo gioco!». E tornò indietro.

L'altro cavaliere, invece, fece quello che la voce aveva ordinato. Ci mise molto tempo e la salita fu penosa. Ma quando il  primo raggio di sole del giorno le sfiorò, le pietre ammassate sul cavallo e sulle braccia del cavaliere brillarono di luce limpidissima. Si erano trasformate in splendidi diamanti d’inestimabile valore.
Signore, faccio più domande di quante ne fai tu. Credo che il rapporto sia di dieci ad uno.
     Io chiedo: «Perché permetti la sofferenza? Per quanto tempo dovrò sopportarla? Che scopo ha? Hai dimenticato di essere misericordioso? Ti ho stancato? Ti ho offeso? Mi hai rigettato? Dove ho perso la tua guida? Quando mi sono smarrito? Vedi la mia totale disperazione?».
            Tu mi chiedi: «Hai fiducia in me?».
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(Materiale complementare)
Salmo 125 – Salmo 136
La sofferenza consolida e purifica la fede: 1 Pietro 1, 6-9. – Patire per i fratelli da frutti: 2 Corinzi 4, 15.
Dio ci consola affinché possiamo consolare: 2 Corinzi 1, 3-6.
Gioia per le attenzioni del Padre: Giovanni 17, 13. S. Giovanni della Croce: Salita II, 7, 5; Cantico 36, 1

BENVENUTO|

Il Paradiso non può attendere: dobbiamo già cercare il nostro Cielo qui sulla terra! Questo blog tratterà di argomenti spirituali e testimonianze, con uno sguardo rivolto al Carmelo ed ai suoi Santi