lunedì 11 gennaio 2021
sabato 9 gennaio 2021
LA FAVOLA DEL POTERE E I FIGLI DEL RE di Padre MAURO ARMANINO
La favola del potere e i figli del re
C’era una volta un Re. Avvicinandosi l’ora di lasciare il suo trono a uno dei tre figli pensò bene di chiamarli a sé e di inviarli in missione. Ognuno di loro sarebbe dovuto tornare con un dono rappresentativo di come avrebbero voluto il loro regno, una volta al potere. Il Re avrebbe scelto il suo successore in funzione dell’importanza e il significato del simbolo presentatogli. Passarono anni da quando i figli erano partiti per il lungo viaggio di ricerca e già il Re loro padre disperava di poterli rivedere. Un giorno però, quasi al tramonto del sole, il figlio maggiore tornò alla reggia e gli consegnò ciò che aveva messo da parte per lui. Si trattava di una splendida spada lavorata a mano da uno dei migliori artigiani del mondo allora conosciuto. Un’arma così affilata, maneggevole e leggera, da destare invidia perché da essa emanava un senso di potenza e d’invincibilità. Un’arma del genere, simbolo di forza, destava timore, ammirazione e assicurava sicurezza e perpetuità al regno. Al Re il simbolo piacque molto e, con un gesto impulsivo, avrebbe voluto affidargli le chiavi del regno. Una promessa però è una promessa, specie se si tratta della parola di un Re. Decise dunque di aspettare il simbolo del regno sognato che gli altri figli avrebbero portato a casa.
Qualche giorno più tardi tornò il suo secondo figlio. Con malcelata soddisfazione aprì quanto aveva custodito in una curatissima borsa ricamata d’oro. Si trattava di diamanti mai visti prima da occhio umano. La forma, i colori e la purezza del taglio al vederli mozzavano il fiato. Il Re, pure avvezzo a diamanti, pietre preziose e ori raffinati, ne fu sedotto e, per un momento, dimenticò la promessa che aveva fatta a sé stesso e agli altri. La luce che emanava dai diamanti era unica e avrebbe rappresentato la luminosità, la ricchezza e la prosperità del futuro regno come il secondo figlio immaginava. Il Re, che aveva accumulato una notevole esperienza di governo nei decenni del suo regno, era soddisfatto per quanto i primi due figli gli avevano mostrato. Aveva l’impressione di aver loro trasmesso qualcosa di necessario per governare i sudditi qualora avesse lasciato il potere. Con un poco di apprensione si accinse ad attendere il terzo e ultimo dei suoi figli, il più giovane di loro. Passavano i giorni, le settimane, i mesi e forse gli anni. Il tempo di abdicare si stava ormai avvicinando. Finché una mattina, di buonora, arrivò il terzo e più giovane dei suoi figli. Suo padre lo trovò trasformato nello sguardo e nel volto. Molto più maturo di quando era partito.
Il giovane spiegò a suo padre, stanco ormai dall’attesa, il motivo del suo ritardo. Era rimasto per tutto il tempo, dopo aver invano cercato un simbolo per il suo futuro regno, con un vecchio saggio, consumato dall’esperienza della vita. Stare con lui e abbeverarsi alla sua ancestrale saggezza era stata una lezione di vita più importante dei corsi che aveva seguito nelle università del regno. Non si era accorto del tempo passato ad ascoltare la saggezza antica del suo unico e indimenticabile maestro. Alla domanda del padre di mostrargli quanto gli aveva portato come simbolo del regno che avrebbe sognato servire, il giovane figlio, da una consunta bisaccia estrasse i doni. Si trattava di due modesti sacchi di pelle chiusi con cura alla sommità con un laccio di corda usata. Il figlio, in silenzio, mostrò al padre ormai stanco, i due simboli che aveva ricevuto in dono dal vecchio saggio. Era stata la sua ultima eredità perché il vecchio saggio era deceduto il giorno prima del suo ritorno alla reggia. Aprì sotto gli occhi attenti del padre e degli altri fratelli il primo dei sacchi che conteneva cenere. Poi, con lentezza e nello stupore dei presenti, aprì il secondo sacco che conteneva sabbia. Cenere e sabbia è quanto il più giovane di figli aveva portato al Re suo padre che, stupito e deluso dal figlio minore, si accingeva a scegliere tra i doni dei primi due figli.
Era, il vecchio e stanco Re, tentato dal primo e dal secondo dei regali mentre si sentiva offeso da quanto il terzo figlio gli aveva portato. Non volle prendere però nessuna decisione prima di aver riposato una notte sperando che il sonno gli portasse consiglio. E così fu. Il mattino seguente convocò i tre figli e li informò della decisione di affidare il suo regno al terzo figlio, il minore. Spiegò loro che un regno basato sulla ricchezza avrebbe avuto bisogno di armi per difenderla e che le guerre non avrebbero mai avuto fine. Il nuovo Re, alla fine, aveva capito a sue spese che il potere non è che cenere che il vento disperde. Avrebbe infine ricordato che le tutte ricchezze del mondo, usate senza saggezza non sono altro che sabbia.
Mauro Armanino Niamey, 10 gennaio 2021
Il blog di P. Mauro
Nel suo blog ci comunica il suo viaggio in questo nuovo mondo.
mercoledì 6 gennaio 2021
IL FASCINO DI UNA VITA (Autobiografia di S. Teresa d'Avila)
IL FASCINO DI UNA VITA
(Autobiografia di S. Teresa d’Avila)
Nell’estate del 1922 una sera quasi a casaccio Edith Stein prese tra le mani l’Autobiografia della Santa castigliana, tradotta in tedesco. Dovette essere una lettura davvero affascinante se nel richiuderla si trovò interiormente cambiata: ormai aveva fatto la sua scelta definitiva per il Cristo!
Non posso dire che a me sia capitata la stessa cosa, essendo il contesto del tutto diverso. E’ infatti uno dei più rigidi inverni ed io mi sto ancora leccando le ferite dei 13 gradi sottozero trovati in Brianza qualche settimana fa. Il fegato mi ha mandato subito in cassa malattia e così per reagire a tanta inerzia che altro di meglio se non riprendere in mano il libro che convertì Edith Stein? Ho privilegiato inizialmente l’edizione spagnola, fornita di una introduzione davvero esauriente su tutte le vicissitudini del manoscritto originale, per poi passare a quella italiana.
Il volume, che io posseggo, è tutto malconcio a causa di una mia distrazione. Lo dimenticai in macchina, fidandomi troppo della Fiat 127. Dopo un terribile acquazzone, me lo ritrovai tutto inzuppato d’acqua. Mi spiaceva disfarmene, perché conteneva tutte le mie annotazioni a matita sui punti da me giudicati di rilievo. Con pazienza certosina nel giro di una settimana riuscii ad asciugare tutte le pagine ad una ad una. Naturalmente le tracce dell’acqua hanno alterato la copertina e lasciato vistose macchie gialle in tante pagine. Ma che importa? Per me è come un piccolo ...Mosè salvato dalle acqua!
Per tagliar corto, mi sono rituffato nella sua lettura. Poi sono passato ad un’edizione telematica dello stesso libro. In tal maniera posso selezionare e mettere da parte tutti i passi, che più hanno fatto vibrare il mio cuore. Perché?
I più furbi avranno capito che aspetto sempre l’occasione buona per spiccare un volo poetico!
A qualcuno queste parafrasi in versi non diranno molto. A me invece consentono di riassumere meglio emotivamente quanto interiormente captato durante la lettura. E così nascono queste umili poesie: il pregio letterario sarà scarso, a seconda dei gusti, ma di certo il loro contenuto spiritualmente elevato! Sotto il titolo di ciascuna poesia metto il riferimento al capitolo e paragrafo dell’Autobiografia.
La Santa ha davvero uno stile avvincente: viene subito allo scoperto con la sua abituale arditezza. Credo piaccia a noi moderni questa sua immediatezza! Ha davanti a sé una porta e capisce che essa è l’ingresso per la vera felicità dell’anima...
LA PORTA DELL’ORAZIONE
(Vita 8,9)
Mi sembra l’orazione quella porta
privilegiata donde del Signore
entrano tante grazie! Inutilmente
altrove busserei... L’Amato vuole
fare dell’alma mia la dimora
ove versar delizie a profusione!
IL FASCINO DELLA PREDICAZIONE
(Vita 8,12)
Sentirmi dir dagli altri “L’oratore
non è dei più valenti”, non mi frena.
L’ascolto volentieri, ben trovando
quanto nutrire possa l’alma mia!
Sentir parlar di Dio ed il parlarne:
per me non v’è delizia superiore!
LA STATUA DEL CRISTO PIAGATO
(Vita 9,1)
Questo casuale incontro con la statua
del Cristo assai piagato si rivela
davver provvidenziale: m’aspettava!
E’ come se dagli occhi miei le squame
cadessero: comprendo tutto il peso
di tanta ingratitudine. Mi prostro
contrita in cor e m’abbandono al pianto...
IL LIBRO DELLA NATURA
(Vita 9,5)
Mi basta solo spingere lo sguardo
sui campi sterminati, d’un ruscello
il murmure ascoltar e contemplare
dei fiori la bellezza per sentirmi
tutta rapita in Dio! La Natura
è sempre un libro aperto per chi voglia
raccogliersi e pensar celesti cose!
AMORE SCONFINATO
(Vita 8,5)
So bene quanto nutre la fiducia
nella misericordia del mio Dio:
l’averlo preso come il solo Amico
col quale intimamente intrattenersi,
convinta del suo affetto sconfinato!
SPESATA IN TUTTO
(Vita 8,8)
Servir a proprie spese il mio Signore...
Mi fanno rider certe creature!
Chi sa nell’orazione incamminarsi
farsi violenza deve sugli inizi,
ma poi lo sforzo rende: trova sempre
leggero ogni travaglio, avendo il core
vivificato sempre dalla gioia.
Tutte le spese paga il mio Signore!
INGENUO PREGARE
(Vita 9,3)
Pare un’ingenuità questo pregare
restio ad affidarsi al raziocinio...
Nell’intimo raccolta mi figuro
il Cristo nei momenti che più solo
lo vedono. Mi sembra che m’accolga
più facilmente... Sente l’afflizione
e questa solitudine: vorrebbe
certo un aiuto, eppure domandarlo
forse non osa. Tanta compagnia
di chi pur nulla dice lo conforta.
Gli pare che il sudore sì penoso
tergergli sappia un cuore innamorato!
I SANTI PECCATORI
(Vita 9,7)
Forse qualcuno ride nel vedere
quanto devota sia di quei santi,
che furon nella vita peccatori...
Diventano l’appoggio sospirato
per me, che scorgo i frutti del perdono
divino che mutò la loro vita!
Eppur rimane sempre un’amarezza:
seppero lor rispondere decisi
alla chiamata senza abbandonarlo!
Perché non mi risolvo ad imitarli,
assecondando sempre il mio Signore?
DIVINA PRESENZA
(Vita 10,1)
Sempre mi metto ai piedi del Maestro
per contemplarlo ed ecco all’improvviso
m’invade la fragranza del divino.
Non resta dubbio alcuno: noi viviamo
l’una nell’Altro, dall’Amor saldati!
ATTONITA
(Vita 10,1)
Nitida sensazione di restare
fuori di sé con l’anima sospesa...
S’esercita il volere nell’amare
mentre smarrirsi pare la memoria...
Sa l’intelletto rendersi presente,
eppur non può discorrere: contempla
attonito i prodigi che la Grazia
compie, gli umani sforzi trascendendo!
IMMAGINI SACRE
(Vita 9,6)
Nessun mi crederebbe: fantasiosa
da tutti ritenuta, sono inerme
quando dinanzi agli occhi nulla vedo...
Non so neppur il Cristo immaginarmi.
Mi sento come un cieco che parlando
con chi gli sta davanti ben comprende
dell’altro la presenza, eppur non vede...
Quanto ti sono grata, immagin sacra!
Tu sempre fai vibrare questo cuore
per l’indiscusso suo Signore!
STARE CON DIO
(Vita 9,9)
Che strana sensazione! Il desiderio
in me si fa crescente di restare
a lungo con l’amato mio Signore,
quanto da lui distolga allontanando...
Sento d’amarlo, eppure in me rimane
tanta incertezza sul significato
di genuino Amor che tutto doni!
GRATITUDINE
(Vita 10,4)
L’umil persona sa nel cor nutrire
viva riconoscenza per i doni
da Dio ricevuti. Lei di suo
solo tanta povertà...
Ricca la fece sol l’Amor divino!
RICCHEZZA
(Vita 10,6)
Sempre mi sento molto debitrice
al sommo Amor che volle riversare
in questo cor gli ingenti suoi tesori
intesi ad arricchir spiritualmente
me stessa e quanti stanno a me d’intorno.
Se li lasciassi a lungo inoperosi,
potrebbe il Donatore spazientirsi
privandomi di tutto e consegnando
a gente laboriosa i suoi averi...
Sapendo d’esser ricca, stimolata
mi sento ad investire largamente
in questa dedizione sconfinata!
DISTACCO
(Vita 10,6)
Comprendo certa gente che si pasce
sol di mondane cose... Non sapendo
d’avere già del cielo la caparra,
è sempre sì restia a quel distacco
che solo dona all’alma libertà!
MIO E SUO
(Vita 10,7)
Senza illusioni so guardar me stessa
e quanto dai miei scritti si ricava.
Il bene viene solo dal mio Dio,
quanto di difettoso è tutto mio!
(Legnano 15-1-2006)
PADRE NICOLA GALENO
martedì 5 gennaio 2021
SPEZZERANNO LE LORO SPADE E NE FARANNO ARATRI - Al Carmel apre una scuola agricola di Padre Federico Trinchero
Spezzeranno le loro spade e ne faranno aratri”.
Al Carmel apre una scuola agricola
P. Federico Trinchero
“Spezzeranno le loro spade e ne faranno aratri”. Al Carmel apre una scuola agricola
Notiziario dal Carmel di Bangui n° 29, 5 Gennaio 2021
“Spezzeranno le loro spade e ne faranno aratri… non impareranno più l'arte della guerra”. Quando il profeta Isaia annunciava questa radicale riconversione industriale post-bellica, che avrebbe portato finalmente la pace per Gerusalemme, forse non avrebbe immaginato che le sue parole sarebbero state, in un certo senso, un annuncio di speranza e un sogno possibile anche per la città di Bangui e per tutto il Centrafrica.
Il Centrafrica vive, ancora una volta, giorni difficili. Nelle ultime settimane, diversi gruppi di ribelli, nell’intento di destabilizzare il paese, impedire le elezioni e, probabilmente, raggiungere la capitale per l’ennesimo colpo di stato, hanno seminato paura in numerose città. Saccheggi di uffici pubblici e scontri armati, divampati come fuochi nella savana, ci hanno come riportato alla casella di partenza, cioè alla guerra iniziata nel 2013 e dalla quale – lo sapevamo bene – non eravamo del tutto usciti. Milizie armate un tempo nemiche – Selekà e Anti-balaka – si sono addirittura alleate pur di arrivare al potere. Al momento non si contano molte vittime e l’elemento confessionale, che aveva caratterizzato in precedenza il conflitto, è per fortuna assente. Si tratta, molto più semplicemente, di una lotta per il potere che ha trovato il fattore scatenante nell’esclusione, tra i candidati alla presidenza, dell’ex capo di stato François Bozizé (sul quale pende un mandato di arresto internazionale), salito al potere nel 2003 con un colpo di stato e destituito a sua volta, dieci anni dopo, con un altro colpo di stato. Se la situazione non è precipitata è solo grazie al contingente di pace dell’ONU e alla presenza di altri militari stranieri, tra cui i russi e i ruandesi.
Com’era immaginabile, le elezioni del 27 dicembre sono state fortemente perturbate e incerte fino all’ultimo. Di fatto, in molte città e villaggi non è stato possibile votare, sia perché il materiale elettorale non è arrivato, sia perché gli elettori sono stati minacciati e, presi dalla paura, hanno preferito non recarsi ai seggi. In alcuni casi, i ribelli si sono addirittura impossessati delle urne per poi bruciarle. Il presidente uscente, Faustin Archange Touadera, è dato per vincente, ma il risultato sarà sicuramente contestato. Davanti a noi si apre, purtroppo, un periodo buio e che non si risolverà né facilmente né rapidamente.
Alcuni giorni prima del voto, avevamo programmato di recarci nella nostra missione di Bozoum, a 380 km a nord dalla capitale, per aprire le celebrazioni del 50° del nostro arrivo in Centrafrica e, soprattutto, per la professione solenne – cioè l’impegno definitivo nell’Ordine – di fra Martial e fra Jeannot-Marie. Iniziamo il viaggio di buon mattino, ma, quando stiamo per uscire dalla città, siamo informati dell’arrivo dei ribelli proprio a Bozoum. Impossibile proseguire. Impossibile fare la professione solenne a Bozoum. Ma com’è difficile fare marcia indietro! Non ho mai visto i miei confratelli così arrabbiati e scoraggiati. Tuttavia, nonostante l’improvviso cambio di programma, fra Jeannot-Marie mi rassicura: “Mon père, per quanto ci riguarda, la professione solenne si può fare anche stasera ai Vespri”. Il desiderio e l’urgenza dei miei due giovani confratelli di pronunciare il loro per sempre a Dio nel Carmelo, anche se in condizioni non previste e con i ribelli che potrebbero arrivare in capitale da un momento all’altro, mi edifica e c’incoraggia a prendere la decisione di fare la professione non più a Bozoum, ma a Bangui. Tutta la comunità si mobilita e, domenica 20 Dicembre, Fra Martial e fra Jeannot-Marie diventano carmelitani per sempre. La professione solenne è il giorno che ogni frate ricorda come il più bello della propria vita. Un giorno preparato e atteso da lunghi anni. Purtroppo i nostri confratelli, dai quali ci separano centinaia di chilometri e centinaia di ribelli, non hanno potuto raggiungerci. Ma li sentiamo ugualmente vicini in un forte abbraccio di fraternità e in un’invisibile barriera di pace della quale il paese ha più che mai bisogno.
Per fortuna tanti piccoli cantieri di pace cercano di strappare un po’ di terreno alla guerra e alla povertà. Uno di questi piccoli cantieri è stato aperto anche al Carmel dov’è nata, alcuni mesi fa, una piccola scuola agricola.
In Centrafrica il 75% della popolazione vive di agricoltura contribuendo al 50% del PIL. Sebbene un quarto della sua superficie sia costituito da terre arabili, purtroppo solo il 5% è effettivamente coltivato. Il paese, inoltre, dispone di buone risorse idriche e di un clima favorevole. Purtroppo tale potenziale non è adeguatamente sfruttato ed è praticata solo un’agricoltura di sussistenza che ha l’inevitabile effetto che il 50% della popolazione si trovi in situazione d’insicurezza alimentare.
È in tale contesto che è nata la Scuola Agricola Carmel, un piccolo seme in un grande campo tutto ancora da arare e coltivare. All’origine di questa scuola c’è un grande sogno dell’instancabile padre Anastasio Roggero, il fondatore della missione di Bangui, il quale vorrebbe vedere ogni metro quadro del Centrafrica occupato da un albero. I metri quadri del Centrafrica sono tanti e quindi si è dovuto accontentare di un centinaio di ettari acquistati, più di 20 anni fa, alle porte di Bangui. In questa grande superficie di terreno, nel corso degli anni, sono stati creati un grande palmeto con relativo oleificio, un allevamento di bovini, un pollaio, un ricco vivaio di piante tropicali, un grande orto, una piccola piantagione di ananas, papaye e caffè… Indubbiamente il quadro ideale per una scuola agricola che, grazie ad un finanziamento della Conferenza Episcopale Italiana tramite l’8xmille, è stata ultimata lo scorso anno. Nel mese di novembre la scuola ha finalmente aperto le porte e quasi quaranta giovani – tra cui anche una decina di ragazze – si sono iscritti ai corsi. L’obiettivo della scuola è quello di offrire una formazione che permetta a questi giovani di diventare un giorno dei piccoli imprenditori agricoli.
Grazie all’aiuto di tanti amici e al loro entusiasmo – a volte più del nostro! – e grazie soprattutto alla tenacia del mio confratello padre Arland, ora la scuola funziona e ogni giorno impariamo a farla funzionare meglio.
Nel 1964 Paolo VI, proclamando san Benedetto messaggero di pace e patrono d’Europa, affermava che i monaci con la croce, il libro e l’aratro avevano trasformato ciò che restava dell’Impero romano annunciando il Vangelo, salvando il patrimonio della cultura antica, insegnando l’arte della coltivazione della terra. I Carmelitani, che non sono monaci come i benedettini, insieme a tanti altri missionari e religiosi autoctoni, svolgono per il Centrafrica la stessa opera che fu dei monaci in Europa, offrendo il loro piccolo contributo per migliorare ciò che resta dell’Impero centrafricano di Jean-Bedel Bokassà. E questo è forse ancor più vero per il convento del Carmel di Bangui, la missione in cui vivo da sette anni, dove una comunità di giovani frati vive le sue giornate alternando la preghiera, lo studio, l’annuncio del Vangelo, l’accoglienza, l’aiuto ai poveri, il lavoro e, ora, anche una piccola scuola agricola.
Il seme, gettato umilmente a Bozoum il 16 Dicembre 1971 dai quattro miei confratelli italiani, è ormai diventato un albero, i primi frutti sono ormai maturi e altri stanno germogliando. Ed è a questi giovani che appartiene la sfida e il privilegio di continuare l’opera dei primi missionari e di scrivere – con la croce, il libro e l’aratro… al ritmo dei tam-tam – la storia dei prossimi cinquant’anni del Carmelo in Centrafrica.
Poi è arrivato Natale. La gente, nonostante la paura che ancora avvolge il paese, ci raggiunge, numerosa come sempre, per celebrare con noi l’Eucaristia che, al termine, si trasforma in un’esplosione di canti e di danze. Anche i miei confratelli danzano instancabili fino a notte inoltrata. In Africa, tutto, tranne la guerra, si può fare danzando. E la danza dei miei confratelli mi sembra una supplica, quasi un esorcismo, perché il paese sia liberato dalla guerra e possa vivere in pace.
Unitevi anche voi a questa supplica e a questa danza affinché il Centrafrica possa conoscere al più presto giorni di pace.
Padre Federico
Seguono alcune immagini del Carmelo centroafricano, ho dovuto selezionarle dal folto numero inviato da padre Federico, per questione di spazio. Ringrazio P. Federico per avermi inoltrato via email il Notiziario che contiene questo suo dettagliato articolo nel quale non si leggono solo notizie ma anche il suo cuore generoso e fortemente spirituale. Danila
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| Professione qui e nelle due foto sottostanti |
Mucche
Il quarto Re Magio era originario del Sahel di Padre Mauro Armanino
Il quarto Re Magio era originario del Sahel di Padre Mauro Armanino
Lo attestano inesistenti vangeli apocrifi mai ritrovati e proprio per questo la notizia è attendibile. Il quarto Re sembra venisse dal Sahel e si è unito ai tre ben più famosi Re Magi tramite ben note piste carovaniere, attestate fin dall’antichità. Oro, incenso, mirra e… sabbia. I più sobri vangeli canonici hanno evitato di prendere in considerazione l’ultimo dei Re in questione per ovvi motivi. L’oro per il re, l’incenso per la divinità e la mirra per indicare il tipo di morte che il messia avrebbe dovuto patire. Questi i doni simbolici che la lettura teologica del vangelo di Matteo propone ai suoi lettori. Come inserire dunque il quarto Re che come dono offre solo un po' di sabbia appena colta, sarebbe stato un problema a dir poco insormontabile. La soluzione più facile è stata quella di censurare il quarto Re, originario del Sahel, che si era permesso di offrire, senza prevenire, qualche manciata di sabbia. E così fu. Anche i presepi più aggiornati e contestualizzati non prendono in conto l’ultimo Re, censurato dalle versioni ufficiali, marginalizzato e infine espunto dalle cronache più autorevoli. La cosa non sorprende più di tanto perché la sabbia non ha mai goduto di particolare attenzione o favore da parte dei teologi, dei politici e neppure dei sindacalisti.
Un Re che porta sabbia per migliaia di kilometri ad un altro Re, nudo e inerme come tutti i neonati, non fa buona figura. Persino sua madre, di natura sensibile e attenta ad ogni gesto nei confronti del figlio, non avrebbe saputo come interpretare il dono del Re originario del Sahel, zona di cui lei non aveva presumibilmente mai sentito nominare. Al massimo aveva avuto nozioni della regina di Saba che arrivava fino all’altro re, Salomone, le sembrava, con cammelli pieni di doni preziosi. L’Etiopia non è il Sahel e tra la regina di Saba, ben più famosa che l’ultimo dei re Magi, c’è un abisso che appunto la sabbia rappresenta con sconcertante evidenza. Della sabbia, apparentemente, c’è poco di cui essere fieri visto che nella società di quel tempo si badava molto alle apparenze del potere. Corone, troni, armate, censimenti, lotte intestine, vendette, conquiste di territori e soprattutto prestigio. Tutte cose queste che con la sabbia hanno poco o nulla da spartire. Fu così che quando il quarto Re, l’ultimo a presentare il suo dono, si affacciò sulla scena della natività, destò prima stupore, poi un sorriso di circostanza da parte degli altri Re e infine una sorta di censura da parte degli altri presenti. Il bimbo era troppo piccolo per capire e Giuseppe, il papà, dormiva.
La storia ufficiale, i presepi, i racconti tradizionali, le filastrocche e meno ancora i dipinti d’epoca, hanno mai menzionato il quarto Re che aveva donato la sabbia al Messia atteso dalle genti per liberarle dal giogo dell’oppressione dei potenti. L’oro, l’incenso e financo la mirra, resina aromatica che ha virtù antisettiche, erano ben accette e in fondo rispondevano alle aspettative regali del bimbo appena nato. La sabbia no. Troppo umile, poco rappresentativa del potere inteso come dominazione, feriale e persino scomodante quando messa assieme al vento e generatrice di polvere. Inaccettabile, quasi offensiva o comunque inappropriata per la circostanza, visto il quadro classico presentato, senza prendere in considerazione gli angeli convocati per la circostanza. Non si sarebbe saputo come e dove usarla, sarebbe stata di inciampo e poco degna per il momento così solenne che sarebbe stato tramandato nei secoli futuri. Suonerebbe proprio male, come non riconoscerlo, l’oro, l’incenso, la mirra e la sabbia. Una stonatura, una storpiatura, una sconnessione o semplicemente un clamoroso errore di valutazione. Un Re che si permette di viaggiare, di unirsi alla carovana di altri re più nobili di lui (che non era né astronomo né sacerdote né illuminato ).
Si è permesso di portare e poi offrire all’altro Re, un po' di sabbia fresca. Si potrebbe concludere che il nostro Re, censurato subito dalle cronache presenti e future, sia stato arrogante o comunque poco saggio a confronto degli altri Re che avrebbero goduto di imperitura fama. Il suo nobile gesto avrebbe potuto scomparire per sempre dalla storia senza nessuna menzione. Pallido ricordo dell’avvenimento rimane il suo racconto che nessuno ha finora creduto e soprattutto lei, la sabbia. Unico testimone autorevole e fedele di un Re che sarebbe stato tradito da tutti.
Mauro Armanino, Niamey, Epifania 2021

















