AFORISMA

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(Rita Levi Montalcini)

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Nostra Signora del Carmelo

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domenica 28 maggio 2017

FIGLIOL PRODIGO - FRATELLO MAGGIORE

FIGLIOL PRODIGO – FRATELLO MAGGIORE

 Guercino - Il ritorno del figliol prodigo


Il fratello maggiore recita il confiteor alla rovescia: «Da tanti anni ti servo, senza aver mai trasgredito un solo tuo ordine». Evidentemente appartiene alla stessa razza del fariseo: «Dio, ti ringrazio, che non sono come il resto degli uomini: rapaci, ingiusti, adulteri (…). Io digiuno due volte la settimana, pago la decima di tutto ciò che acquisto» (Luca 18, 11-12).
Invece dovrebbe confessare innanzitutto di essere:

1 – Dilapidatore di sogni

«… Codesto tuo figlio che ha dilapidato i suoi beni...».
E non si accorge che il primo “dilapidatore” è stato proprio lui.
Ha dissipato sogni, ideali arditi, il gusto dell'avventura. Ha accorciato accuratamente tutti gli oriz-zonti troppo alti. Si è creato un mondo su misura della propria meschinità e mediocrità.
Ha messo le pantofole, si è trasformato in un uomo d'ordine, è invecchiato precocemente.
Anzi non è mai stato giovane. Ha dilapidato la speranza, la freschezza della giovinezza con i suoi slanci e le sue irrequietezze; ha lasciato appassire i sogni più audaci.

2 – Troppo onesto

Lui non conosce la suprema libertà che consiste nell'ammettere: ho sbagliato.
Ha il torto di essere onesto. Troppo onesto. Ed è stata probabilmente la sua onestà fredda e legalistica a decidere il fratello minore a scavalcare il muro di cinta.
«Vi sono colpe felici, come vi sono onestà insulse ed ingombranti». Il Maggiore ce ne dà un esempio con un'onestà che si distacca e si oppone.
«Il mondo è pieno di barriere: barriere di razza, di nazione, di censo, di professione. Perché non aggiun-gervi anche quella del bene? I buoni ci tengono a far casa da sé: il club della gente onesta!» «Non è il bene che eleva la barriera e fa da impedimento, la è la strettezza d'animo di chi fa il bene... Il bene è l'unico ponte che si può gettare ogni momento attraverso le fosse scavate di nostri egoismi. Invece il bene del Maggiore è un abuso di distinzione, un titolo da opporre, la tessera che separa» (Mazzolari).
Il prodigo si è staccato dalla casa paterna perché il fratello, per primo, si è comportato come un separato. Le virtù del Maggiore, meglio il suo modo di essere virtuoso, aveva innalzato la barriera.
Ci sono comportamenti virtuosi, freddi, acidi, legalistici, gretti, che attirano quasi irresistibilmente verso il peccato.

3– Dose massiccia di moralina.

È lecito supporre che il Maggiore non abbia risparmiato predicozzi e consigli al fratellino irrequieto e scapato. Gli avrà persino dipinto, a tinte forche, la bruttezza del peccato, le sue conseguenze nefaste.
E il prodigo aveva cominciato a sospettare che il peccato non fosse poi così brutto... tra l'altro era inco-raggiato nella sua supposizione addirittura dal racconto biblico del primo peccato: «La donna vide che l'albero era buono da mangiare, che era una delizia per gli occhi, e che quell'albero era attraente» (Gen., 3, 6).
Non possiamo accontentarci di parlare della bruttezza del peccato. Nessuno commette il peccato solo per fare il male, ma perché scopre un bene, una bellezza sua pure minuscola, sia pure parziale, nel peccato.
Non si tratta tanto d'insistere sulla bruttezza del peccato (cui pochi ci credono), quanto manifestare, con la vita, la bellezza della grazia. Dimostrare con i fatti, con il nostro atteggiamento, che c'è più gioia a fare il bene che a fare il peccato, che c'è più felicità a seguire le beatitudini del Cristo che quelle del mondo. Che dà più gioia donarsi che vivere per sé; che esistono valori più grandi e più degni di noi che non i denaro, i piaceri, l'ambizione di far carriera.
«Grazia è provare più piacere a non peccare che a peccare» (Santucci). Il Maggiore ha il torto di non aver saputo dimostrare concretamente tutto ciò. Aveva l'aria di un becchino della gioia. Perciò è riuscito a fare il vuoto intorno a sé. E l'altro se n'è andato a cercarla, la gioia, “in un paese lontano”.
Probabilmente ha sottoposto il fratello minore – secondo l'espressione di Mouneri – a iniezioni mas-sicce di moralina. Ha ridotto l'appartenenza nella casa del padre ad una questione di regolamento, di doveri e di divieti. Gli ha imbottito il cervello con ciò che doveva fare, senza dirgli mai ciò che era. E il prodigo si è trovato la strada irta di cartelli di divieto, si sensi vietati. Per questo ha preteso di fare la propria strada, alla ricerca di se stesso.
«Per la verità, si trova più spesso di quanto convenga, sotto il nome di cristianesimo, un codice di condotta morale e religiosa la cui preoccupazione principale sembra quella di scoraggiare gli slanci, di colmare gli abissi, di schivare l'audacia, di svuotare la sofferenza, di ricondurre ad una conversazione domestica di richiami all'infinito, ad addomesticare le angosce del nostro stato» (Mounier).
*  Forse il peccato capitale di certe educazioni cristiane è proprio questo: abbiamo insegnato agli uomini ciò che dovevano fare e ci siamo dimenticati di dire ciò che erano. Ci siamo preoccupati in maniera quasi ossessiva della strada (abbiamo steso un codice minuziosissimo di circolazione); e abbiamo perso di vista l'uomo che la doveva percorrere.
Abbiamo scelto la soluzione più comoda, perché è più facile dire ad un individuo: fai questo, non far quello, guai se ti comporti così. Difficile, invece, rivelargli la sa identità, aiutarlo a scoprire la propria dignità, libertà, responsabilità.
«Dimmi ciò che sono, il posto che occupo nella Casa. Raccontami l'Amore del Padre», poteva grida-re il Prodigo verso il Maggiore. Non ha ricevuto risposta. La solita solfa, insopportabile. E allora ha deciso di fare da sé. È partito; senza voltarsi indietro. Perché, poi? Avrebbe incrociato quel volto accigliato, quella disgustosa caricatura del volto paterno.
I nemici peggiori della religione non sono quelli che la combattono apertamente. Sono le schiere compatte dei “figli maggiori” che la immeschiniscono, la deformano, la riducono ad acido e gretto moralismo.
Il Padre visto come un ragioniere

Pensava che, per essere a posto nella casa del Padre, fosse sufficiente rispettare scrupolosamente il regolamento («Non ho mai trasgredito un solo tuo ordine»).
Considerava i propri rapporti con il Padre come una partita di meriti da registrare con pignoleria conta-bile: nella sua aritmetica pedante i conti tornavano esattamente.
A dire il vero, c'era un piccolo avanzo sotto la voce “avere”: «un capretto per far festa con gli amici». Il Padre gli doveva un capretto. Soltanto così il bilancio “pareggiava”. Non se ne dimenticasse il vecchio; altrimenti avrebbe provveduto lui a ricordarglielo, a rinfacciarglielo, non appena se ne fosse presentata l'occasione.
Questo figlio maggiore, questo lavoratore infaticabile, quest'uomo d'ordine, questo buon cristiano, ha il torto di declassare il Padre al ruolo di ragioniere. Ha il torto di pretendere che i conti tornino sempre. E rimane scandalizzato al ritorno del prodigo, costatando che la sua aritmetica è andata a rotoli, che il Padre ha fatto una gran confusione sui libri contabili. Ricompare all'orizzonte quella canaglia di fratello. «Presto, tirate fuori l'abito più bello e rivestitelo, mettetegli al dito l'anello e i sandali ai piedi, menate qui il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa». Il Padre, all'improvviso ha buttato sul libro dei conti il peso del proprio cuore. Succede il finimondo. Le cifre si ingarbugliano. Le voci dare ed avere s'invertono; le operazioni non tornano. Non ci si raccapezza più. Il cuore combina di questi pasticci. C'è incompatibilità tra cuore e cifre.
– E il Maggiore indaga, piagnucola, s'indispettisce, gagnola, protesta. “Non è giusto!”
* «Questi uomini han lavorato un'ora soltanto e tu li tratti come noi, che abbiamo sopportato il peso della giornata ed il caldo» (Mt 20, 12). Non è giusto!
* «Zaccheo, scendi in fretta, perché oggi devo fermarmi in casa tua!».
Con tante case di persone perbene, guarda un po' dove si va a cacciare!
* «Ci sarà più gioia in cielo per un peccatore che si pente che per novantanove giusti i quali non hanno bisogno di penitenza» (Lc 15,7). Non è giusto!
* «Neppure io ti condanno: va', e d'ora in avanti non peccare più!» (Gv 8, 11).
È troppo. Una pacchia, per i peccatori, cavarsela così a buon mercato.
* «I tuoi peccati, i tuoi molti peccati le sono perdonati perché ha dimostrato molto amore» (Lc. 7, 47). Dove andiamo a finire di questo passo?
* «Conduci qui i poveri, gli storpi, i ciechi e gli zoppi» (Lc 14, 21).
Una bella compagnia, davvero!
Il Maggiore si scandalizza del Vangelo, perché gli manda all'aria la sua contabilità. Mugghia: “Non è giusto, è troppo, dove andiamo a finire di questo passo...”.
Scopre, con stupore e dispetto, che il centro della Casa non è il regolamento ma il cuore del Padre. E non si rassegna ai comportamenti imprevedibili di quel cuore, alle bizzarrie di quell'amore.
Una formazione religiosa articolata sulla legge, sul regolamento, sforna dei “praticanti”. Non dei Figli, non degli innamorati, non dei cristiani!
Chi rimane nella Casa senza amore è un disertore.
Colpevole di essere rimasto

Che cosa ha fatto il Maggiore per impedire la partenza del prodigo? Nulla.
Nel segreto, anzi, avrà tirato un sospiro di sollievo. Con la partenza di quello scapestrato, finalmente nella Casa tornava l'ordine. Tutto a posto. Nessuna inquietudine, nessuna crisi, nessun'angoscia. E poi, i rami secchi è meglio tagliarli senza pietà.
Lui ha il torto di essere rimasto nella Casa; mentre il fratello era lontano, e il cuore del Padre lo stavo inseguendo “in un paese lontano”. La Casa era vuota perché il cuore del Padre era di là del muro di cinta.
Avrebbe dovuto partire anche lui, andare alla ricerca del fratello. Gli si offriva l'occasione di essere lui a ricondurlo nella Casa paterna. «Ci si salva insieme». E se l'è lasciata sfuggire. («Sono forse io il guardiano di mio fratello?»).
*  Essere cristiano vuol dire darsi da fare per aumentare l'inenarrabile festa di Dio. Il rimanere al sicuro, in certi casi, può essere una colpa.
§  «Codesto tuo figlio che h dilapidato i suoi beni con le male-femmine...». Il brontolio del Maggiore tradisce il suo complesso d'inferiorità nei confronti del peccato. In fondo al cuore è convinto che il fratello se la sia spassata veramente; abbia goduto le felicità..., mentre lui, per esigenza di regolamento...
-      Non ha capito la tragica confessione uscita dalla bocca del prodigo: «Io qui, muoio di fame!»
-     Non ha verificato l'impossibilità di spremere dalle creature la felicità.
-     Non ha capito che il cuore dell'uomo trabocca oltre le cose; ha bisogno di qualcos'altro. I nutri-menti terrestri non gli bastano; lo fanno morire di fame. Non sa che il male ha già la sua punizio-ne. Non è troppo sicuro che fare il bene reca maggior gioia che non fare il male.
 Tanti cristiani soffrono dello stesso complesso d'inferiorità nei confronti del peccato.
-      Il Maggiore qualche scappatella sarebbe disposto a farla pure lui, se non temesse di essere di dilapidare i suoi beni; se non fosse condizionato dl giudizio degli altri.
-     Il Maggiore evita il peccato, non perché teme di offendere mortalmente un'altra esistenza, o di insudiciare in se stesso l'immagine del Padre, ma solo perché ha paura di macchiare la propria fedina spirituale.
-      Non gli interessa tanto il proprio rapporto personale con Dio, quanto la propria buona coscienza.
Non c'è più religione! Gli viene voglia di gridare, come certe persone di mia conoscenza.

Esatto. Non c'è più religione. Senza amore.

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