AFORISMA

Meglio aggiungere vita ai giorni, che non giorni alla vita
(Rita Levi Montalcini)

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Nostra Signora del Carmelo

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colei che ci ha donato lo scapolare

lunedì 10 aprile 2017

Gesù vero uomo e VERO DIO



Gesù vero uomo e vero DIO

Rev. Padre, non pare anche a lei che nel presentare la figura di Gesù Cristo, si preferisce oggi mettere in luce i suoi tratti umani? E questo a scapito della sua divinità. Le sembra che l'uomo contemporaneo abbia proprio bisogno di questo?».                                                                                                                                  C. V.
  Il lettore, esprimeva una preoccupazione che, mi pare abbia un fondamento. Possiamo fare un po' di luce in questa questione?
– Non c'è dubbio che l'uomo contemporaneo viva in un mondo ed in una cultura fortemente secolarizzati. La sua mentalità di fronte alla realtà, non è in prevalenza contemplativa, ma "operativa": il mondo è il campo in cui è messa in opera la sua azione egemonica. Ogni visione trascendente viene spazzata via come inutile, perché il mondo – si dice – è saldamente nelle mani dell'uomo.
Mi sembra che ci sia anche in questa visione un aspetto “positivo”, direi quasi d’invocazione, e sarebbe proprio un bisogno d’incontrare un Dio “concreto”. Forse si obbedisce inconsciamente a tale bisogno quando si "desacralizza" Gesù, e lo s’avvicina ad ogni costo all'uomo, affinché l'uomo, incontrandosi con lui, non veda un estraneo, un lontano.
È, invece, proprio il caso d’affermare chiaramente che in questa situazione di crisi l'uomo può salvarsi da un completo naufragio – che è sotteso a questa sicura autosufficienza immanente – soltanto incontrandosi con Gesù di Nazareth come l'Uomo-Dio. Simile bisogno di visibilità, di concretezza, è legittimo, a condizione che non si defraudi il contenuto profondo dell'essere di Gesù Cristo. A Filippo che gli chiedeva: «Signore, mostraci il Padre, e ci basta!», Gesù risponde: «Chi ha visto me, ha visto il Padre!».
Gesù, infatti, non rinuncia, con questo ad identificarsi col Padre, ad affermare la sua natura divina.
•• Bisogna ammetterlo: si tratta di un tema [Gesù Cristo: uomo-Dio] difficile. attorno al quale ci si è cimentati dalle origini del cristianesimo sino ai nostri giorni.
– I primi Concili della Chiesa affrontarono appunto tale questione. Fondamentale. Le prime eresie cristiane ruotarono proprio attorno alla figura di Gesù Cristo, alla sua umanità vera e alla sua natura divina, e cercarono di comporle fra di loro. A tali eresie hanno reagito i concili, a cominciare dal primo, quello di Nicea (325), seguito dal concilio di Efeso (431) e da quello di Calcedonia (451). Ma si potrebbe ricordare ancora il V Concilio ecumenico, tenutosi a Costantinopoli nel 553.--
L'incontro con Gesù Cristo non è un incontro con la sua sola umanità: questa è veicolo di Dio per l'uomo. Gesù infatti aggiunge: «Io sono nel Padre, ed il Padre è in me». Certo, si può anche dire e scrivere: «Andiamo a Gesù, perché il Dio che abbiamo trovato fuori di lui è una specie di nemico assente, che non ci rende possibile pensare o vivere come vorremmo, cioè da cristiani». In realtà, l'approccio a Gesù di Nazareth comporta una critica e qualche volta l'abbandono di certe idee e rappresentazioni di Dio “di nostro 'copy right'”. Ciò è certamente positivo; ma non sarebbe corretto, – in nome di tale "purificazione"– , svuotare del suo contenuto la persona di Gesù e ridurlo ad un puro espediente, di Gesù stesso – ieri, (e della Chiesa oggi) –, per catturare la fede ed il bisogno dell'uomo che esige visibilità e concretezza.
In altre parole: la particolarità, anzi la singolarità di Gesù non si può conoscere passando sopra a ciò che proprio a Lui stava più a cuore: il suo rapporto ed insieme la sua identità col Padre. Nella sua umanità Gesù è sempre intimamente “dal Padre”, e perciò “figlio di Dio”. 
Il “comeavvenga, rimane un mistero insondabile. Ma la difficoltà di comprensione non ci autoriz-za ad un mutamento sostanziale della nostra fede.
La sintesi del Catechismo
Allo scopo di offrire un primo orientamento propongo di soffermarsi con attenzione su alcune espressioni del Catechismo della Chiesa cattolica che, in certo qual modo, fa il punto sulle controversie e ci dichiara la posizione cattolica.
Al n. 464 leggiamo: «L'evento unico e del tutto singolare dell'incarnazione del Figlio di Dio non significa che Gesù Cristo sia in parte Dio e in parte uomo, né che sia il risultato di una confusa mescolanza di divino e di umano. Egli si è fatto veramente uomo rimanendo veramente Dio. Gesù Cristo è vero Dio e vero uomo. La Chiesa nel corso dei primi secoli ha dovuto difendere e chiarire questa verità di fede contro le eresie che la falsavano».
Il ricordo degli errori del passato può aiutarci a capire gli errori del presente, o perlomeno certe unilateralità nel considerare la figura di Gesù: unilateralità che non sono mai mancate né mai mancheranno, sia a causa del carattere poliedrico della figura di Gesù, sia anche a causa delle sensibilità culturali, psicologiche, sociali, politiche, che variano da epoca a epoca.
• Le prime eresie, più che la divinità di Gesù, ne negarono la sua vera umanità (gnosticismo, docetismo). –  [Sin dal tempo degli apostoli, la fede cristiana ha insistito sul realismo                                                            dell'incarnazione del Figlio di Dio «venuto nella carne» (cf. Gv 1lGv 4,2-3)].
• In seguito, dapprima contro gli errori di Paolo di Samosata, e poi contro l'eresia ariana, è stato affermato che Gesù Cristo è Figlio di Dio per natura, e non per adozione. Il concilio di Nicea professò che il Figlio di Dio è «generato, non creato, della stessa sostanza del Padre».
• L'eresia nestoriana riteneva che in Cristo ci fosse una persona umana congiunta con la persona divina del Figlio di Dio. Il concilio di Efeso professarono che l'umanità di Cristo non ha altro soggetto che la persona divina del Figlio, che l'ha assunta e fatta sua al momento del suo concepimento.
• L'eresia monofisita sosteneva che in Cristo non esisteva più la natura umana, essendo stata “assunta” dalla persona divina del Figlio di Dio. Contro di essa il concilio di Calcedonia affermò che lo stesso Gesù Cristo è «perfetto nella sua divinità e perfetto nella sua umanità, vero Dio e vero uomo..., consustanziale al Padre per la divinità, consustanziale a noi per l'umanità, "simile in tutto a noi, fuorché nel peccato" (Eb 4,15)».
Il concilio di Calcedonia professa, poi, che dobbiamo riconoscere un solo e medesimo Cristo «in due nature, senza confusione, senza mutamento, senza divisione, senza separazione».

***********************
Si legge nei Vangeli che Gesù ha invocato il Padre dicendo: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?». Mi sono spesso chiesto: se Gesù Cristo, che era Dio, sapeva che sarebbe risorto, perché questa gioiosa certezza non gli è stata di sollievo nel doloroso travaglio della Passione? O, più semplicemente, il suo lamento era quello di un uomo solo ed abbandonato, che, quale vero uomo, aveva assorbito dubbi ed incertezze, simili a quelle che quotidianamente ci accompagnano?                 
• La domanda ripropone un problema che, in realtà, non è nuovo. Eppure, ogni volta che si ripresenta, appare sempre molto attuale sia dal punto di vista strettamente teologico, sia dal punto di vista delle scienze umane. Sì, perché queste, oggi soprattutto, ci possono aiutare a fare un po' di chiarezza su alcuni risvolti della personalità di Gesù di Nazareth.
Attenti: quando dico “teologia” non intendo riferirmi a quel campo aperto soltanto agli “addetti ai lavori”, bensì a quella riflessione matura sulla fede (sui suoi contenuti, ma anche sull'esperienza) che è accessibile a tutti i credenti. Ebbene, questa ci dice che Gesù di Nazareth – secondo la testimonianza del Vangelo e di tutta la rivelazione biblica –, è vero Dio e vero uomo e come tale è considerato e creduto.
Sono due affermazioni, queste, oppure possono e devono essere considerate come due aspetti di un'unica professione di fede?
Spieghiamoci: come vero uomo, Gesù deve essere considerato alla stregua di ogni creatura umana: razionale, intelligente e libera. Soggetto pienamente responsabile dei suoi pensieri, affermazioni ed azioni. Persona dalle molteplici e singolari doti umane; personalità sotto molti profili eccezionale ma non anormale; un genio, un leader, un carismatico, indubbiamente, ma dalle caratteristiche personali ben definite e niente affatto patologiche. Ecco quanto scrive, in proposito, uno dei più grandi e rinomati psicanalisti contemporanei, L. Ancona: «La maggiore caratteristica di Gesù, così come emerge dai Vangeli, è là coerenza. Aveva un progetto grande e lo ha perseguito con estrema coerenza. Coerente in modo straor-dinario, mi sembra, anche nel tirare le conseguenze di quel che sapeva. Sapeva di essere Figlio di Dio e al contempo un uomo come gli altri. Ma penso anche [è una mia ipotesi personale, ovviamente, ma credo non incompatibile con il dogma] che abbia scoperto a mano a mano, avanzando nella sua avventura, ciò che doveva fare, il senso della sua missione».
Mi pare che ci sia qui una testimonianza, degna della massima attenzione non solo per l'autorevolezza dello scienziato, ma anche per la conferma che ad essa viene soprattutto dai Vangeli. [Ravasi]
 Una volta descritta la psicologia di Gesù, rimane ancora una penombra, ed è quella dimensione di mistero che caratterizza la sua personalità e che accompagnerà sempre la nostra ricerca su di lui.
Più ci si addentra nella “conoscenza” della sua esistenza terrena, più si assapora la ricchezza del suo insegnamento; s'intuisce pure che in lui la divinità non annulla né spegne l'umanità; così come l'umanità non oscura né isola la divinità. Invece di tentare un connubio forzato e artificioso, siamo invitati, anche dal magistero della Chiesa, a considerare la santa umanità di Gesù così da arrivare sempre ad ado–rarlo come vero Dio. Perciò, il fatto che Gesù, come Dio, sapesse di dover risorgere, nulla toglie alla serietà e alla drammaticità storica del suo epilogo terreno.
Anzi, se si riflette che nell'unità della sua persona, anche la divinità ha esperimentato la sofferenza, allora possiamo intuire quale sommo grado di dolore Gesù abbia raggiunto nella sua passione è morte.
– E se Gesù avesse scelto il potere e la gloria?
«Ho letto un commento sull'episodio evangelico delle Tentazioni di Gesù nel deserto, che mi ha lasciato alquanto perplesso, per non dire disorientato, per cui vorrei, se è possibile, una risposta. Ecco il testo: “La scena, ambientata probabilmente sul monte della Quarantena, può dare al lettore moderno l'impressione che quelle di Gesù non siano state vere tentazioni, ma una semplice discussione. Bisogna invece riconoscere, sotto la forma letteraria, che Gesù è travagliato nella sua coscienza dal problema fondamentale della sua vita: quale Messia essere. Se "scegliere", cioè, quella parte che i suoi stessi discepoli si attendono da lui: di messia regale, politico, temporale, o quella parte che gli ha affidato il Padre, il servo sofferente. È una “scelta”che turba Gesù, come sarà turbato nel Getsemani prima di accettare la morte. La disputa con il Tentatore è il riflesso oggettivato  di questa “scelta”, in cui è coinvolta la stessa identità di Gesù....
Quest'interpretazione del brano evangelico ha suscitato in me vari interrogativi e m'ha portato quasi a dubitare della divinità di Gesù. Perché, è vero che Gesù è stato tentato come uomo, ma essendo una sola persona con la natura divina [due nature, una sola persona], se con la natura umana avesse scelto il messia-nismo terreno, politico, trionfale – come si aspettavano i suoi discepoli –, anche la natura divina avrebbe dovuto scegliere lo stesso messianismo. In tal caso, si sarebbe posto in opposizione alla volontà del Padre: che era quella del “servo sofferente”; e quindi la volontà dei Figlio contro quella del Padre, come due dèi. Voi mi direte che non è successo, ma leggendo questo commento, si vede che l'ipotesi di questa possibilità è sorta nei commentatori».  
Il lettore pone un quesito teologico estremamente complesso che si sviluppa lungo i due versanti fondamentali della realtà di Gesù Cristo, versanti che sono entrambi da salvaguardare.
  Da un lato c'è infatti la reale umanità di Gesù, che non dev'essere semplificata al punto da ridurIa ad una larva evanescente o ad un dato “spiritualizzato”. Già agli esordi stessi del cristianesimo, s. Giovanni dovette ripetutamente ribadire – contro le prime eresie gnostiche, che annullavano l'umanità del Cristo, – la grande professione di fede che il «Verbo si fece carne e pose la sua tenda in mezzo a noi» (Gv. 1,14).
In questa prima direttrice dell'essere di Gesù Cristo, si deve collocare la presenza della tentazione, cioè della dinamica della libertà propria della coscienza umana. La Lettera agli Ebrei, alludendo alla prova del Getsemani, scrive: «Proprio per essere stato tentato ed aver sofferto personalmente, Cristo è in grado di venire in aiuto a quelli che sono tentati» (2,18). La stessa lettera in 4,15 definisce però i limiti di questa “tentazione” in Gesù, e ribadisce che questa fraternità di Cristo con noi non significa che egli avesse corso concretamente il pericolo del peccato, del cedimento.
   È qui che appare il secondo versante del problema: l'unicità dell'uomo Gesù che è anche partecipe della divinità. Cristo prova la lacerazione interiore della libertà e della prova [non dobbiamo ridurre il Cristo ad un automatico esecutore d'un progetto imposto]. Ma contemporaneamente dobbiamo riconoscere che Cristo Gesù  ha sempre orientato le sue scelte e la sua opera sulla volontà del Padre.
**  Per la questione specifica delle tentazioni narrate agli inizi dei Vangeli e concernenti la via messianica da scegliere [via del trionfo politico, taumaturgico ed economico o via della croce e della fedeltà alla parola di Dio], gli esegeti ritengono che si tratti di un'oggettivazione narrativa del travaglio interiore della libertà del Cristo uomo. In altre parole, si sarebbe “sceneggiata” visivamente la vicenda interiore di Gesù davanti alla sua drammatica missione di salvezza.
Ma si può intravedere un aspetto inedito sotteso a quelle narrazioni. In esse Gesù vorrebbe tratteggiare non soltanto il proprio “stile”, ma anche quello della Chiesa. Essa deve vivere della Parola di Dio, deve adorare solo il Signore e non il mondo, non deve sfidare le promesse di Dio. Gesù respinge in anticipo tali tentazioni ed i Vangeli invitano la Chiesa a respingere le stesse tentazioni cui sarà continuamente sottoposta. In un certo senso protagonisti di queste tentazioni sarebbero i credenti in Cristo, più ancora che il Cristo stesso. [G. Ravasi ]

Non è risorta un’ “anima” , ma un CORPO
Gesù, risorto davvero? Risorto con il suo corpo?
A queste domande, teologi che pur si dicono cristiani [che, anzi, affermano di rappresentare il vero, "moderno" cristianesimo] rispondono oggi con dei "distinguo" sottili. O, in qualche caso, con delle vere e proprie negazioni di quanto le narrazioni evangeliche e la fede hanno sempre affermato: il sepolcro vuoto, le apparizioni a Gerusalemme e in Galilea, i "pasti" del Risorto con i discepoli.
Certo: per il Nuovo Testamento, la Risurrezione di Gesù dai morti è il più grande e insondabile dei misteri di Dio. Noi, infatti, non sappiamo neppure che significhi "risorgere". E la nostra esperienza umana può spingersi al massimo a comprendere che sia una "rianimazione", non una "risurrezione", per la quale ci manca ogni termine di confronto. Certo: il Cristo uscito dal sepolcro valica i confini della storia e si allontana dalla possibilità della nostra comprensione.
Eppure, dopo avere riconosciuto il mistero, non siamo d'accordo con "riletture" della fede tradizionale che tentino di toglierle la sua “materialità”. Niente è più lontano dall'intenzione degli evangelisti che il ridurre a spiritualismo disincarnato le esperienze pasquali. Il Cristo riemerso alla vita chiede infatti cibo, mangia, sembra volere sottolineare che la sua corporeità non si è dissolta, tanto che Pietro, annunciando la fede a Cesarea, può dire: «Dio lo ha risuscitato il terzo giorno e volle che apparisse non a tutto il popolo, ma a testimoni prescelti da Dio, a noi che abbiamo mangiato e bevuto con lui dopo la sua risurrezione dai morti» (Atti 10,41). L'essere stati a tavola con colui che era nel sepolcro, pare dunque essere per Pietro uno dei requisiti della testimonianza.
Per la mentalità giudaica, un'anima senza corpo è incomprensibile: soltanto per i Greci è pensabile la sepa-razione e magari la contrapposizione tra i due elementi. Quegli stessi studiosi che sostengono la necessità di "de-ellenizzare" [= purificare dagli influssi della filosofia greca] il cristianesimo per riscoprire le sue radici semitiche, sembrano poi contraddirsi quando cercano d'interpretare in senso “spiritualista” [= soltanto l'anima è risorta] ciò che per gli evangelisti è terribilmente concreto: «Metti qua il tuo dito e guarda le mie mani; stendi la tua mano e mettila nel mio costato; e non essere più incredulo, ma credente!» (Gv 20, 27).
  Con gli Apostoli, con tutto il Nuovo Testamento, con la fede dei cristiani di sempre, stiamo dunque per la "realtà" della Risurrezione, pur riconoscendo alla teologia il diritto (e il dovere) di tentare di approfondire un mistero che resterà tuttavia sempre tale. Così, comprendiamo come la Chiesa reagisca ad ogni tentativo di dissolvere la Pasqua nel cielo spiritualista, di sfumare una certezza senza la quale «la fede è vana e noi siamo i più sventurati tra gli uomini» – come ricorda Paolo.
In realtà, essere nel dubbio, qui, significa esserlo su tutto; questa è la roccia su cui la fede riposa. Tutto cambia se crediamo Gesù vivo o morto. Come ha scritto un teologo che pure non era cattolico e che non poteva dunque essere accusato di "papismo": «Se Gesù non è davvero risorto con il suo corpo umano, non possiamo più credere in lui, possiamo solo commemorarlo. Possiamo soltanto rievocarlo, non invocarlo. Possiamo parlare di lui, non possiamo parlare con lui. Se egli non vive, ora, con la sua materialità anche umana, parlando di lui saremmo noi in qualche modo a fare vivere Lui; non sarebbe più lui a fare vivere noi».
Ma proprio perché la Pasqua è il centro della fede, il dubbio è sempre in agguato. Non dubitano forse gli stessi apostoli, non considerano "vaneggiamenti" i primi resoconti delle donne tornate dal sepolcro? Non a caso i Vangeli riportano tracce della polemica della Chiesa primitiva contro chi nega il sepolcro vuoto ed il suo significato di fede.
Il "mondo" riderà sempre di questa convinzione cristiana, così come ridono e motteggiano gli smaliziati ateniesi quando Paolo sull'Areopago annuncia loro la Risurrezione. Ci sarà sempre dello scherno in riserva per chi s'ostinerà a credere a questo miracolo. «Il miracolo non è possibile» – spiegheranno con compatimento i "sapienti" di sempre a quei sempliciotti dei cristiani. «Non è possibile che un morto ritorni in vita: la scienza, infatti...». Rispettiamo la scienza, ma crediamo anche al mistero. E, come disse un poeta, Péguy: «Ci sarebbe da soffrire terribilmente di claustrofobia se il Cristo, rovesciando la pietra della sua tomba, non ci avesse aperto una breccia verso una dimensione più ampia».

Gli ultimi giorni del Signore
«Mi è capitato, per caso, di leggere un articolo dove si diceva che la risurrezione del Signore non è avvenuta di domenica. La tradizione comune cristiana accetta la tesi che Gesù e morto la sera del venerdì santo ed è risorto all'alba della domenica seguente La Bibbia riporta, invece, la morte nella sera del mercoledì al tramonto e la risurrezione nel tardo pomeriggio del sabato. Come si vede i conti non tornano».
Affrontare le questioni cronologiche dei vangeli è da sempre croce e delizia degli esegeti e degli storici del Nuovo Testamento. Croce, perché i dati sono estremamente esigui: i vangeli, infatti, non hanno preoccu-pazioni da “verbale di polizia” o da “resoconto cronachistico”. Lo stesso nostro lettore è convinto che i vangeli dicano di più sulle ultime ore di Gesù e così ci contrabbanda un'altra data. Ma purtroppo i dati da lui offerti sono soltanto una sua deduzione. Gli studiosi si devono, quindi, affidare alla delizia delle ricostru-zioni sugli scarsissimi segnali reali offerti dalle pagine evangeliche.
Ci accontentiamo ora di fermarci in forma molto schematica sulla questione specifica sollevata dal lettore, quella della sequenza degli ultimi giorni di Gesù.
Considerando come termine degli eventi la notte-alba del «primo giorno della settimana» – cioè la domenica di risurrezione ammessa da tutti i vangeli –, il punto di partenza fondamentale è da ricercare nell'ultima cena.
1 – Essa, nel racconto dei Sinottici (Matteo-Marco-Luca) sembra avere le caratteristiche di una cena pasquale giudaica. Di conseguenza si deve supporre che in quell'anno  – il 15 del mese di Nisan [la data  della Pasqua ebraica], iniziava la sera del giovedì e si concludeva al tramonto del giorno successivo, il venerdì della crocifissione. – È noto che il computo giornaliero giudaico era ed è effettuato da tramonto a tramonto –. Un'esecuzione capitale in giorno di Pasqua, di per sé era una cosa possibilissima sotto le forze romane di occupazione ed è storicamente attestata anche in altri casi.
2 – A questa cronologia sinottica si oppone, però, Giovanni che non presenta l'ultima cena come un banchetto pasquale e che dichiara esplicitamente che il Cristo muore nella “parasceve” (in greco "Preparazione") della Pasqua, cioè nella vigilia della festa (18,28; 19-24). Quindi per il IV vangelo, il venerdì era il 14 di Nisan e soltanto a sera iniziava il 15, il giorno pasquale.
Come risolvere questa contraddizione?
Le soluzioni proposte sono molte e complicate. Alcuni ipotizzano che la data di Giovanni sia più teologica che reale: egli ha modificato la cronologia per mettere in relazione la morte di Gesù con l'uccisione dell'agnello pasquale.  Al contrario altri pensano che siano stati i Sinottici a variare la cronologia per far coincidere l'ultima cena col banchetto pasquale.
Scalpore ha suscitato, invece, la proposta avanzata dalla francese A. Jaubert sulla base dei documenti della comunità essena di Qumran [scoperti nelle grotte del Mar Morto a partire dal 1947]. Essi, infatti, dimostrano che questi “monaci” giudei –in polemica col culto gerosolimitano –, seguivano un calendario solare in cui la Pasqua cadeva sempre di mercoledì. Gesù coi suoi discepoli avrebbe celebrato la cena pasquale il martedì sera seguendo questo calendario, l'arresto sarebbe avvenuto quella notte e la crocifissione di venerdì. Giovanni, seguendo invece il computo del calendario ufficiale, annoterebbe giustamente che la morte avvenne nella vigilia (Parasceve) della Pasqua del Tempio, il venerdì 14 Nisan. Gesù avrebbe, quindi, seguito quel calendario eterodosso, in polemica col sacerdozio gerosolimitano.
Le perplessità, comunque, restano e l'enigma cronologico è ancor lungi dall'essere risolto in modo del tutto convincente, fermo restando il dato della morte, il giorno di venerdì.
[La risurrezione «il terzo giorno» – affermata da Paolo (1 Corinzi 15,4) – anche se può essere giustificata col fatto che nel mondo semitico ogni frazione di giorno è computata come se fosse un giorno intero –, ha un valore soprattutto teologico: il «terzo giorno» nella Bibbia, infatti, è il segno di un evento decisivo nella storia della salvezza].

 meditiamo sul CREDO

Padre Claudio Truzzi



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