AFORISMA

Meglio aggiungere vita ai giorni, che non giorni alla vita
(Rita Levi Montalcini)

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Nostra Signora del Carmelo

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lunedì 10 aprile 2017

GESU' CRISTO - UMANO

GESù CRISTO - UMANO

Alle orecchie dei devoti, dei troppo devoti, può sembrare pericoloso o addirittura dissacrante parlare di una “umanità in tutto simile alla nostra” di Gesù. Quasi fosse un attentato devastante alla sua divinità. Ma saremmo falsamente devoti al mistero che abita Gesù se, allontanando sdegnosamente da lui ogni ombra di fragilità, finissimo per cancellarne ogni ombra di vera umanità. E dovremo forse chiamare “ombra” la fragilità di Gesù? O non appartiene forse alla nostra natura l'essere fragili?
Ci sono fragilità nella nostra natura che vanno, se pur faticosamente, superate; ce ne sono altre che vanno semplicemente riconosciute. In sincerità: in sincerità verso Dio e verso se stessi.
1 –  «Nato da donna» – scrive Paolo. Da un grembo di donna. Fragile quel cucciolo d'uomo, fragile il grembo, come tutti i grembi di donna. Sgusciò in un contesto di fragilità, una lampada fioca in mano a Giuseppe, forse l'altra mano a stringere tenera quella di Maria, a darle spinta di forza nel travaglio del parto. Fragile, inerme il bimbo, in bisogno di fasce e di latte, quello della madre. Nato da donna. Donna che lo introdusse, mettendolo alla luce, nel territorio della fragilità.
• Lo introdusse così nella fragilità del corpo. Che lui accusava come tutti noi. Accusava stanchezza a tal punto da prendere sonno, e profondo, sulla barca nella traversata in piena notte del lago e neppure la bufera delle onde a svegliarlo.
Accusava stanchezza e pure sete. Quel mezzogiorno in una delle sue traversate di regione, sentì morso di sete, seduto stanco a un pozzo di Samaria chiese da bere ad una donna in cerca del pozzo. 
Come tutti noi, Gesù non fu risparmiato dalla fame; lo annotano i vangeli: era mattino d'inizio aprile, il giorno prima era entrato  in Gerusalemme; quel mattino, mentre usciva da Betania, ebbe fame, ma il fico cui erano andati i suoi occhi aveva bellezza di forme ma privo di frutti. Ci rimase male.
A volte poi non gli reggevano proprio le forze fisiche: se ne accorsero quel giorno, poco fuori il pretorio, quando costrinsero un uomo di Cirene a portare dietro lui la sua croce.
• Direi, approfondendo, come tutti noi, fu fragile anche nel campo dei sentimenti. Non era roccia im-mobile, né quercia impassibile alla bufera. Non tetragono, come quelli che sbandierano indifferenza agli assalti della vita; pagò, lungo i suoi giorni, debiti di fragilità, come succede a ciascuno di noi. A volte a scuoterlo, ad amareggiarlo, sino a farlo impetuosamente dolorosamente sbottare senza quasi più contenersi, era, infatti, la nostra avvilente ottusità: «O generazione incredula! Fino a quando sarò con voi, fino a quando dovrò sopportarvi?».
  Certo non si preoccupava di “trattenersi”, chiuso ai sentimenti: quella chiusura che in taluni “uomini di spirito” sembra a volte (o spesso), sfiorare l'impassibilità. Non si preoccupò di guardarsi dallo scoppio dello sdegno, né di guardarsi – se mai è debolezza –, dall'accensione improvvisa dei sogni. Per qualcuno ciò potrebbe essere sintomo di fragilità; Gesù  non mise proprio in atto nessun esercizio per sfuggirla.
    La sua predicazione senza diplomazie – specie verso le autorità religiose –, conobbe i toni aspri e ruvi-di, quasi impietosi, senza infingimenti né contenimento, incontrando opposizioni altrettanto dure, violen-te: segnali per lui di una morte annunciata. Accadde anche che a volte i discepoli stessi lo invitassero a moderare i toni. Ma lui, resistente a ogni invito che suonasse cedimento a calcoli umani! Gli interessava Dio, e la difesa a tutto campo della dignità di noi umani. Schiettezza senza moderazione, a prova di morte.
• Lo consumava, senza moderazione alcuna, zelo per la casa di Dio, per il vero volto di Dio e dell'uomo. E ben ricordiamo ciò che avvenne nell'avvicinarsi di quella pasqua. Un gesto voluto. Giovanni annota il particolare di Gesù che annoda le cordicelle per farne una sferza: «Fatta allora una sferza di cordicelle...». Cacciò tutti fuori dal tempio, con le pecore e i buoi. E non si contenne, non gli bastarono le parole: «Gettò a terra il denaro dei cambiavalute e ne rovesciò i banchi e ai venditori di colombe disse: Portate via queste cose e non fate della casa del Padre mio un luogo di mercato». Fragile davanti alle emozioni?
     Lontano anche dall'ideale “dell'uomo di spirito” che ha in somma cura l'arte di sorvegliarsi, allonta-nandosi da ogni forma di eccesso persino nei sogni. Non è forse vero che un giorno i discepoli, di ritorno da una compera di cibo nel villaggio più vicino, lo trovarono a parlare con la donna di Samaria, così preso dall'acqua, che la sua parola aveva disseppellito dal cuore della donna, da abbandonarsi a visioni di sogno? Lui in quel sole caldo, li invitò, sorprendendoli, a contemplare campi biondeggianti di grano in anticipo di mesi. Quanti maestri dello spirito gli avrebbero gridato di guardarsi da quelle farneticanti esaltazioni invocando un minimo di moderazione! I vangeli, a differenza di quello che avremmo fatto noi perché non apparissero in lui ombre di “debolezza”, non nascondono, non censurano, anzi raccontano senza esitazioni di sorta i suoi turbamenti. Un turbamento sino al pianto.
  Non stava certo nella figura dell'uomo forte, colui che che non si scompone, che tiene alto il suo profilo in ogni evenienza. Turbato sino al pianto – narra il vangelo. Pianto per morte di un amico. Né si preoccupò di nascondere quella che alcuni ancora chiamano fragilità e debolezza. Apertamente. Tutti lo videro; tutti a dare testimonianza di quanto lui amasse Lazzaro.
   La fragilità dell'anima turbata. C'è chi non si lascia mai turbare nell'anima, imperturbabile; c'è chi nasconde il suo turbamento. C'è chi – come Gesù – il turbamento lo patisce straziante ruvido, sente il cuore tremare e lo confessa senza falsi pudori.
Stando al racconto dei vangeli non potremmo certo dire che Gesù le scelte – soprattutto quelle estreme –, le abbia affrontate con animo spavaldo, bensì pagando alla fragilità umana un caro prezzo.
L'ora della sua morte non l'affronta in modo spavaldo, come fosse un passaggio naturale. No, anche lui è turbato. E Gesù si svela nel suo turbamento, nella sua fragilità. Non è come noi che ipocritamente, per falsa immagine di spiritualità, vogliamo esibire una fede senza turbamenti. Lui confida: «Ora l'anima mia è turbata!». E sarebbe anche tentato di allontanare quell'ora.
E aggiunge: «E che cosa devo dire allora? Padre, salvami da quest'ora? Ma per questo sono giunto a quest'ora. Padre, glorifica il tuo Figlio!». Gesù non chiede di essere risparmiato, ma di essere glorificato. Il legno diventerà il luogo della gloria. Accoglie la sua ora, ma dopo aver attraversato senza sconti il mare del turbamento dell'anima, il mare della sua fragilità.
   Leggo nei vangeli che, nell'orto, in vigilia di morte «cominciò a spaventarsi ed a sentire angoscia». Confessò tristezza: «Ora – confessò – l'anima mia è triste fino alla morte». E gli ulivi lo videro sudare sangue di morte. Messia chino sulle debolezze degli umani, egli abitò la nostra esistenza, una fragile tenda, un telo di vento. Abitò la nostra fragile carne.
Superò la fragilità, anche quella estrema, oserei dire, con un nome che si affaccia, costantemente,  nell'ora della debolezza: “Padre”. “Padre” ancora nella notte degli ulivi: «Padre, se vuoi allontana da me questo calice: tuttavia non sia fatta la mia, ma la tua volontà».
“Padre” nell'ora della croce dopo l'urlo che ferì il cielo, «Dio mio Dio mio, perché mi hai abbandonato», urlò: estrema fragilità. Dopo l'urlo, l'invocazione struggente, pure gridò a gran voce: «Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito». Una fragilità consegnata alla preghiera, sollevata dalla fiducia in un Padre che non abbandona nel grido i suoi figli.
   Ebbene, per uno come noi che cercano, da poveri cristiani, di spiare Gesù e la sua vita, per lasciar-sene in qualche misura contagiare, è fonte di consolazione il fatto che Gesù stesso nel suo cammino verso la croce abbia conosciuto fragilità e turbamento. Ce lo saremmo sentito meno vicino, meno compagno del viaggio, se non ne avesse spartito con noi il turbamento, se verso la morte fosse andato con passo spavaldo, da eroe, il forte cui non trema il cuore. Ci emoziona, nella preghiera di Gesù, quel perseverare, nonostante tutto, a dare a Dio il nome di Padre, con una confidenza che ci rabbrividisce: «Abbà!». E c'insegna una immagine più autentica di preghiera. Dentro un dilemma: pregare affinché ci siano risparmiati i passaggi faticosi, le tempeste della vita, o pregare affinché non veniamo meno, affinché non ci sentiamo soli e abbandonati nell'attraversamento? Come ci fa pregare il salmo: «Anche se vado per valle oscura, non temo alcun male, perché tu sei con me» (Sal 23,4).
Nella fragilità, come sostegno Gesù cercò il volto di Dio. Dobbiamo però, per debito di verità, aggiungere che nel momento della fragilità Lui cercò anche volti di amici, senza minimamente velare questo suo bisogno profondo di vicinanze anche umane. Mendicante di amicizie e di affetti. Il racconto del giardino narra quel suo andare in cerca degli amici e la desolazione di trovarli addormentati, quasi non ci fossero. Per tre volte raccontati quei passi in ricerca, per tre volte raccontata la delusione: «Venne e li trovò addormentati…; venne di nuovo e li trovò addormentati…; venne per la terza volta e disse loro: Dormite pure e riposatevi. Basta! È venuta l'ora: ecco il Figlio di dell'uomo viene consegnato nelle mani dei peccatori. Alzatevi e andiamo!».
 Una fragilità la sua, come la nostra che anela ad essere riconosciuta e sollevata da chi ti ama. I vangeli ci raccontano di Gesù che, nei primi giorni della settimana che vide la sua passione e la sua morte, cercava rifugio del cuore, passando le sere e le notti a Betania, in casa di amici. Aperta la porta per l'amico, l'amico che sentiva la pressione, ormai vicina, delle croce. E non fu proprio a Betania che, all'inizio di quella settimana che si preannunciava per Gesù decisiva, una donna amica, Maria, in quella cena si accorse, lei sola, del segreto che pesava sul cuore del suo amico e maestro, ora che il cappio stava per soffocarlo una volta per sempre? E lei a ungerlo e a profumarlo con un profumo che fece gridare tutti per l'eccesso di uno spreco! E Gesù – a fronte dei discepoli così lontani dal capire che cosa gli passasse nel cuore – a difenderla: lei era giunta, con gli occhi di chi ama, a intravedere, a capire, ad accogliere un bisogno segreto del cuore.
Dono, per chi attraversa il buio della fragilità, la luce che pulsa dal volto di un amico, di una amica. Dono inestimabile è avere al fianco uno che ti legga nel cuore, uno che vegli sulla tua angoscia, consapevole di non potertela purtroppo cancellare, ma pronto a portarla con te.
Gesù sembra raccontare la improponibilità di una fede, in forza della quale presuntuosamente si arrivi a dichiarare che basta Dio a noi stessi. Cercò il volto del Padre, cercò il volto degli amici.
Angelo Casati [rielaborazione e adattamento, p. Claudio]


1– Il Vangelo e i “fratelli" di Gesù
«Il Vangelo riporta diverse volte la frase “i fratelli di Gesù”. Dunque Gesù non fu il solo figlio di Maria. Questa è una delle affermazioni martellanti dei Testimoni di Geova e di altri per negare o la divinità di Gesù o la verginità della Madonna. Se le cose non stanno così, perché allora si continua a tradurre nelle nostre Bibbie e si legge in chiesa "i fratelli di Gesù"?».
Nella Bibbia la parola fratello è largamente usata con significato molto ampio: oltre ai figli degli stessi genitori, o di uno di essi (stesso padre e madri diverse), indica anche cugini, nipoti, cognati, zii, ecc. Nelle civiltà in cui i legami del sangue sono fortissimi e la lingua piuttosto povera di vocaboli, come l'ebraico e l'aramaico [le lingue parlate dal popolo della Bibbia], è comprensibile che la parola “fratello” abbia assunto estensione e significati che non ha nella nostra lingua.
È vero che gli autori dei nostri vangeli hanno scritto in greco, lingua in cui ci sono vocaboli per esprimere diversi gradi di parentela, ma non si deve dimenticare che la prima fissazione e diffusione di ciò che Gesù aveva detto e fatto, avvenne nella primitiva comunità cristiana, di origine giudaica, che parlava normalmente l'aramaico, come Gesù. La traduzione in lingua greca del “materiale” che riguardava Gesù è rimasta impregnata della mentalità e dei modi d'esprimersi degli ebrei, come accadde qualche secolo prima con la traduzione in greco dell'Antico Testamento [detta dei Settanta], la quale, tra l'altro, usa correntemente la parola fratello (adelfòs) ogni volta che ricorre la corrispondente parola ebraica, anche se  si tratta palesemente di altro grado di parentela. Ricordiamo soltanto il caso di Abramo, che dice a Lot: «Noi siamo fratelli» (Mc 13,32), mentre in realtà Lot è nipote di Abramo, figlio di suo fratello Haran (Mc 13,32).
2 – Gesù “Unigenito” e “Primogenito”
Considerando più da vicino i vangeli costatiamo subito che Matteo e Luca, nelle pagine che rievocano l'infanzia di Gesù, lo presentano come figlio unico. Non si potrebbe immaginare, per esempio, che Maria andasse in pellegrinaggio da Nazareth a Gerusalemme con Gesù dodicenne e Giuseppe (Mc 13,32) se avesse avuto diversi altri figli necessariamente più piccoli, tanto più che le donne non erano obbligate al pellegrinaggio. La parola “primogenito” (Mc 13,32) non implica altri figli, ma designa semplicemente il primo nato in vista dei particolari obblighi che la legge imponeva a suo riguardo (Mc 13,32).
I vangeli non ci dànno la storia della famiglia di Gesù e soltanto occasionalmente nominano i suoi “fratelli”. Però, soltanto lui è chiamato "il figlio di Maria" (Marco 6,3), così come Maria è soltanto e sempre “la madre di Gesù” o “la madre di lui”; ma mai si afferma che sia la madre di qualcuno di coloro che son detti fratelli di Gesù.
– Di quattro di loro Marco (6,3) ricorda anche i nomi: Giacomo, Ioses (o Giuseppe), Giuda e Simo-ne. Lo stesso Marco ci dà un'informazione che qui c'interessa, quando narra che alla crocifissione di Gesù erano presenti Maria Maddalena, Maria madre di Giacomo il minore e Ioses (Marco 15,40), cioè dei primi due “fratelli” suddetti. Orbene, questa Maria, nominata dopo la Maddalena in un momento così solenne e conosciuta come la madre di Giacomo e di Ioses, non può essere certamente la madre di Gesù, né i suoi figli per conseguenza sono i suoi fratelli carnali.
– Anche Giovanni ricorda una Maria, sorella della madre di Gesù accanto alla croce (Giov. 19, 25). Se Maria, madre di Giacomo e Ioses, e Maria sorella della madre di Gesù – presenti alla crocifissione – sono la stessa persona, i “fratelli di Gesù” Giacomo e Ioses risultano essere di fatto suoi cugini primi.
– Il medesimo grado di parentela si può attribuire verosimilmente agli altri due fratelli, Simone e Giuda, nominati da Marco dopo Giacomo e Ioses, senza altre precisazioni.
E noto, poi, come Gesù morente affidi sua madre al discepolo prediletto (Gv 19, 25-27): il valore e il significato di questo celebre testo supera certamente il senso di un semplice affidamento per la protezione e l'assistenza: esso, infatti, contiene anche un gesto di pietà filiale difficilmente pensabile se Maria avesse avuto altri figli.
* In sostanza, il linguaggio e la mentalità dell'ambiente in cui è vissuto Gesù e si è sviluppata la primitiva comunità cristiana, consentono di spiegare l'espressione “fratelli di Gesù” nel senso che la tradizione cristiana e poi anche la fede definita della Chiesa, hanno sempre inteso: non si tratta di figli di Maria. Basarsi sulla parola “fratello” per sostenere il contrario, non è scientificamente sostenibile.
••  Quanto all'ultima proposta del lettore (la traduzione), direi che non è il caso di cambiare le nostre traduzioni (tra l'altro suonerebbe molto buffo sostituire “fratelli” con cugini e parenti alla lontana, in certi detti di Gesù: si provi a farlo in Marco 3,31-35.).
Piuttosto dobbiamo abituarci a cogliere la ricchezza del linguaggio biblico ed a vivere la nostra fraternità cristiana coscienti di questo profondo legame che ci unisce a Cristo e tra noi. Non dimentichiamo che i seguaci di Gesù, prima che fosse “inventato” il nome cristiano (Atti 11,26), si chiamavano semplicemente “fratelli” e “sorelle”.
4 – “DIO DI GESù CRISTO”
“Una mia amica mi ha fatto notare come, oggi, ricorra spesso, sia nelle pubblicazioni che nelle omelie, l'espressione "Il Dio di Gesù Cristo", e mi chiedeva se questa "moda" avesse qualche giustificazione speciale. Io me la sono cavata dicendo che derivava dai documenti del Concilio; devo, però, ammettere di non saperne di più. È solo una precisazione dotta, una sottolineatura ad effetto? Tra cristiani non dovrebbe bastare il nome "Dio" per intendersi?!».                                                                    Simona
  No, non è un 'espressione ad effetto. E non darei troppo per scontato che i cristiani abbiano sempre "l'idea esatta di Dio". Basterebbe riflettere su certe immagini di Dio passate anche nella catechesi: “giudice severo che aspetta l'uomo al varco”, “un essere potente da tenere buono con doni e riti”, ecc. .
*  Lungo tutta la sua storia, l'uomo ha cercato di “dare volto” a quell'anelito interiore verso il trascen-dente: dall'animismo [ogni cosa è dio] al panteismo [Dio s’identifica con la "Natura"], dal politeismo al monoteismo, dal “mito” alla “riflessione filosofica”.
Certamente lo Spirito Santo non è estraneo a questo sforzo umano di avvicinarsi a Dio, e pian piano Lui prepara l'umanità alla Rivelazione. Anche la possibilità che ogni uomo abbia la possibilità di conoscere attraverso la ragione l'esistenza di Dio – come afferma il Concilio di Trento –, fa parte di questo disegno di un Dio che si vuole rivelare all'uomo.
Ecco un primo punto da sottolineare: Dio si rivela all'uomo; la ricerca umana non è uno sforzo unilate-rale e non è finalizzata alla semplice affermazione dell'esistenza di Dio. Dio si vuole presentare all'uo-mo e il suo rivelarsi ha come fine ultimo la comunione [S. Giovanni d. Croce parlerebbe di "unione con Dio"].
*  Gesù sottolinea con forza sia che «Dio, nessuno l'ha mai visto», sia che: «Chi vede me, vede il Pa-dre». Ecco Dio si presenta di persona; non lascia l'uomo in balia della sua ricerca. Dio si rende visibile nella persona, nell'agire, nella parola del Gesù di Nazareth: «Questi è il mio Figlio prediletto, ascol-tatelo!».Gesù afferma anche: «Nessuno va al Padre, se non per mezzo mio.... Io sono la via ...», indi-cando come la Rivelazione non sia rivolta soltanto al cervello, alle idee dell'uomo. Dio si rivela nel Figlio suo che ci invia lo Spirito, affinché l'uomo possa l'impossibile: vivere, cioè, la stessa vita di Dio, amare con il Suo amore!
Davvero il cristiano ha bisogno di sentirsi ricordare spesso questa “pazzia” di Dio, e soltanto la “memoria del Signore Gesù, il Cristo” può farlo correttamente ed efficacemente. Egli è l'unica Parola del Padre. Il cristiano lo sa per dono libero e gratuito di Dio stesso. Ma non soltanto. Il cristiano è inviato alle genti per annunciare la “buona novella”: che il Padre – cioè – ci ha amati quando eravamo ancora peccatori ed ha inviato il Figlio suo affinché tutti gli uomini siano salvi.
Come vediamo, non mediteremo mai abbastanza l'espressione "il Dio di Gesù Cristo", e preghiamo lo Spirito affinché essa non resti una semplice nozione nelle nostre meningi. Abbiamo un'"impen-sabile" responsabilità e una "sconfinata" potenzialità. Permettiamo allo Spirito di attuarle!                         



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