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sabato 17 settembre 2016

Don Giusppe MazzantI: MALATTIA E MORTE DI ELENA ROCCA (1893-1919)






Don Giuseppe Mazzanti: MALATTIA E MORTE DI ELENA ROCCA (1893-1919)

   







                                                                                                                  Elena   Rocca (1893-1919)

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“Ringrazio Dio di avermi fatto assistere
alla morte di quell’Angelo,
morte che ha saputo diffondere sull’animo mio
un senso ineffabile di giocondità”.

(Inizio della lettera di Don Giuseppe Mazzanti a 16 giorni dalla morte di Elena)


Imola 18 gennaio 1919

   Carissimo Padre,
Le avrei scritto molto tempo prima intorno alla morte dell’Elena se non fossi stato impedito dalle troppe occupazioni.

Mi proverò a buttar giù alla meglio, e un po’ in fretta!, ciò che ò visto, che ò provato e provo ancora nell’animo mio.

Elena ammalò il 27 u. s. Sembrava un male trascurabile, ma la sera del 29 il medico riscontrò una polmonite.  Proprio nella stessa sera si metteva in letto anche il fratello Canonico. L’una e l’altro avevano contratto il morbo fatale, il Canonico per dovere e carità di ministero, Elena per sola carità, giacché da mesi passava da una casa all’altra facendo iniezioni e confortando le amiche inferme.
Tra queste fortunate vi è pur mia sorella che durante l’ottobre scorso à sentito i benefici servigi di questa creatura Santa.

La mattina del 31 mi recai dall’Elena. Essa mi guardò col suo immutabile e tranquillo sorriso e mi chiese di benedirla. Avrebbe voluto comunicarsi, ma lo stomaco si ribellava a qualunque cibo. Si confessò nello stesso giorno al suo Confessore ordinario. Il dì appresso era più sollevata; combinai di viaticarla e le portai una minima parte di sacra specie. Ma quando, deposto il SS.mo sul piccolo tavolo preparato nella stanza, mi accostai per chiederle se se aveva bisogno di conciliarsi, essa, prendendomi un braccio, Non mi comunico, disse, se prima non ò parlato a D. Rocco.

   Le altezze dell’Elena mi erano affatto ignote e quel suo atto mi lasciò quasi mortificato. La avvisai che il fratello febbricitante non si sarebbe potuto alzare, che gli domandava un sacrificio troppo grande. Tutto fu inutile; il rifiuto e il comando erano recisi.

Il povero canonico alzatosi lasciò il letto, venendo a confortarla. Rimasero insieme un quarto d’ora, ignorando noi tutti ciò che si dissero quelle due anime. Il Canonico non doveva più vedere la sua Elena.

Così confortata la giovinetta si comunicò edificandomi col suo portamento devoto e con le sue infuocate preghiere. Non mi allontanai più dal suo letto. Il male faceva rapidi progressi, lasciandoci tuttavia la speranza della guarigione.

Non era ancora trascorsa un’ora dalla Comunione quando l’Elena mi chiamò e stringendomi e baciandomi la mano quasi a ricompensarmi della mortificazione causatami, mi disse: Sono raggiante, sono contenta, vado in Paradiso.  Presagiva dunque la morte e presagiva anche il Paradiso.

Non troppa fretta, Elena, soggiunsi io. Preghi piuttosto Gesù che la lasci ancora a conforto dei suoi e a suo maggior profitto spirituale. Del resto, continuai io, lei si piega a qualunque volere di Dio? Accennò di sì col capo. Mi pregò poscia di non allontanarmi e che l’aiutassi a sostenere le tentazioni.  Del male fisico non si lagnò mai, anzi desiderò di averne tanto per amore del suo Dio.    

Sapendo di trovarmi con un’anima singolare, dissi qualche cosa al fratello per sapermi come regolare. Pranzai appena e ritornai al suo letto. La natura soffre, mi disse una volta. Le andavo leggendo preghiere e le suggerivo buone cose come ella desiderava. Ai medici che vennero per un consulto: non mi ingannino, disse, tanto so che muoio.

Verso le 19.30 c’era nela stanza un terzo medico, che sostituiva quello curante; poco dopo entrò pure quest’ultimo. L’inferma si era messa seduta sul letto come se fosse sana; incrociò le mani tra le quali stringeva il Crocifisso e disse ad alta voce una lunga e tenera preghiera raccomandando ad uno ad uno i suoi di casa a Gesù.

Ricordò me pure e ciò mi fa gioire. Tengo più a questa preghiera dell’Elena che a tutte le ricchezze di quaggiù. Buona Elena, ti ringrazio e ti benedico! Fammi degna di te!... L’atteggiamento con cui pregava, le espressioni nobili, infuocate non potevano non commuovere. Il medico curante non poté resistere e lasciava la stanza dicendo tra i singhiozzi: E’ una Santa! E’ una Santa!
  
Più tardi chiamò il medico rimasto a sostituire quello di casa, il tenente medico Gamberini di questa città, e arditamente gli chiese se era cristiano. Senza dubbio, rispose l’interpellato. Allora lei deve sapere, spero, le preghiere, e volle senz’altro che il medico le dicesse con lei. Gli fece recitare il Pater, l’Ave, il Gloria, l’Angelus ed il Requiem. Il buon dottore, curvo sull’inferma, docile come un bambino la seguì parola per parola, scandendo le sillabe, proprio come lei voleva.

Poi nuovamente interrogandolo, mentre gli stringeva la mano come per compiacersi di avere al letto un medico cristiano: à dei bambini lei? – Sì, Elena, ne ò due. – Ebbene, soggiunse con tutta l’effusione della sua carità, li educhi nella religione cristiana! Il medico trattenne a stento le lagrime, e, lo farò, disse; ma tu, Elena, tu piuttosto prega per i miei bambini. – Quando?... poi ridendo allegramente: Ah! Sì, sì, quando sarò in paradiso! Tutti si piangeva.
  
Intanto il mostro d’inferno che sapeva d’aver dinanzi un’eroina, tentava i più studiati assalti. I famigliari ebbero momenti di timore sentendo che l’Elena si accusava cattiva, che non aveva mai amato Dio, che aveva finto sempre, ma che ora la commedia cessava, mentre era troppo tardi. Però confidava sempre nella divina misericordia. Per me quelli erano lampi fulgidi di una umiltà sentita e profondamente radicata.
  
La lotta divenne violenta e fu vista dibattersi sul letto più di un’ora senza requie. Coraggio, Elena, le diceva ogni tanto. Gesù s’appressa e le vuol bene. Più le dispiace di non averlo amato, più Gesù le perdona. – Sono all’inferno, mi disse una volta. Ah mio Dio! Non vi ò mai voluto bene. Nessuno può capire quanto io sono stata cattiva. Poi agitandosi sempre mi afferrò un braccio e mi sussurrò. Voglio far la confessione... generale, se non la faccio non muoio. Allontanatisi gli altri, si trasse sulla sponda del letto perché potessi sedere e mi pregò di non stancarmi; poi cominciò a confidarmi le sue pene.
  
Io ascoltavo quell’Angelo che mi edificava; piangevo ed arrossivo; ero indegno di esserle accanto. La lasciai, come era mio dovere nella sua grande umiltà, mentre mi sentito tentato a dirle forte forte: Elena, tu sei una santa.
  
Ricevuta con allegrezza l’assoluzione si acquetò. – Erano le due di notte. Cominciai di nuovo le preghiere degli agonizzanti e questa volta in italiano. Elena mi seguiva, ed era così presente a se stessa che ad un tratto mi fermò e volle che le ripetessi un passo, non ricordo quale, che forse avevo letto male. Poi il suo volto si coprì di pallore. La morte era imminente. I fratelli piangenti, credendola spirata, trassero lungi la madre che poco prima Elena aveva teneramente abbracciata infondendole coraggio.

Rimanemmo io solo ed il medico a raccogliere gli ultimi rantoli. Alle due e 15 un altro lievissimo sospiro e l’anima candida spiccò il volo per i Cieli. Il volto d’Elena sfolgorò un attimo improntandosi ad un sorriso così bello che sempre ò conservato. Così morì la nostra Elena ravvolta nell’umiltà in cui era sempre vissuta. Purtroppo l’ò conosciuta mentre mi sfuggiva.

Se non avesse comandato a tutti di pregare per lei, di non dimenticarla sotto il pretesto che la credevano buona, io sulla sua tomba starei come dinanzi all’Altare. Ringrazio Dio di avermi fatto assistere alla morte di quell’Angelo, morte che ha saputo diffondere sull’animo mio un senso ineffabile di giocondità.
  

Otto giorni dopo anche il povero Canonico Rocco, lui pure rassegnatissimo e pieno di edificazione, seguiva nella tomba la sua amata Elena. Quando certi fiori vengono divelti la terra si fa brulla, ci annoia, ci fa sentire la nostalgia del Cielo. Preghi per me. Se qualche altra volta potrò servirla mi reputo onoratissimo.
                                     Sac. Don Giuseppe Mazzanti
                                       Vice Cancelliere Vescovile


(Elena Rocca con la sua candida veste di Figlia di Maria)


L’ISTANTE DEL TRAPASSO DI ELENA

Sorella, consumasti il tuo Calvario
con uno schianto sovra questa terra,
eppur non so spiegarmi quanto avviene...
Scompaion tutte quelle contrazioni
dal viso. Per incanto si distende
un riso celestiale: già contempli
il sospirato Sposo nel fulgore!

(Ferrara 22-3-2016) , Padre Nicola Galeno


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