AFORISMA

Meglio aggiungere vita ai giorni, che non giorni alla vita
(Rita Levi Montalcini)

EDIZIONI PER VOI

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ILLUSIONI
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Buona lettura!
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Nostra Signora del Carmelo

Nostra Signora del Carmelo
colei che ci ha donato lo scapolare

lunedì 16 giugno 2014

In memoria di Sr. Maria Agnese Benedettina

Sr. M. Agnese in Rwanda (a destra).


















Luigia De Lorenzi prima del suo ingresso in Monastero

 Il 14 giugno 2014 il Signore ha chiamato a sé la nostra cara consorella
Sr. M. Agnese De Lorenzi OSB
di anni 94 e 77 di Professione monastica.

Luigia, originaria di Teòlo (Padova), molto determinata, a 16 anni fa il suo ingresso nel nostro Monastero su indicazione dei monaci di Praglia, non essendoci più posto nei noviziati della Diocesi di Padova.
Emette la Professione il 5 ottobre 1937, allora memoria di S. Placido m.
Il suo carattere molto aperto e gioioso la predisponeva ad avere facilità nei rapporti personali vivendo al contempo una profonda vita interiore.
La sua spiritualità la esprimeva in un grande amore per la celebrazione dell’Ufficio Divino al quale ha partecipato fin quando la lucidità glielo ha permesso; ma pur nella malattia non ha mai perso la capacità di trasmettere il senso di preghiera e di pace che viveva interiormente.
Impegnata nella nostra Comunità in diverse attività: maglieria, dispensiera, aiuto economa e infermiera, incaricata dell’accoglienza degli ospiti e Maestra delle Novizie.
Nel 1968 su richiesta del A. I. M. (Aiuto Implantazione Monasteri) e della Congregazione dei religiosi si rende disponibile per un aiuto alla Comunità della fondazione belga di Maredret a Sovu in Rwanda dove vi trascorrerà 26 anni conquistando la simpatia e l’affetto di tutti coloro che l’hanno conosciuta. La sua presenza è stata di riferimento e pacificante la Comunità.
Rientra in Italia per gravi motivi di salute alla vigilia del grande genocidio.
Nel 1995, su richiesta della comunità ruandese sfollata in Belgio, viene inviata per un’analisi della situazione dei Monasteri di Sovu e di Kigufi dopo la terribile guerra civile nella quale avevano perso la vita nove Consorelle ruandesi.
Rientrata definitivamente nelle nostra Comunità vi trascorre serenamente gli ultimi anni della sua vita in completo abbandono alla volontà di Dio.
Da uno scritto autografo di Sr. Agnese (1994 ca.):
“Padre Santo, vengo a Te! Ecce quod concupivi iam video… sì, Padre, è da tanto tempo che aspetto la Tua chiamata, che desidero il tuo incontro definitivo!... conosco la mia povertà, la mia miseria; ma ho sempre avuto ed ho una grande fiducia, non nei miei meriti, ma nella Tua grande misericordia. Grazie per tanti Tuoi doni. Sì, il Tuo Amore per me è stato grande; mi hai ricolmata di grazie, mi hai accompagnata e Ti sei rivelato fin dalla mia tenera giovinezza con i Tuoi lumi e richiami.
Da parte mia, nonostante le mie grandi deficienze, ho cercato di seguirti sempre con filiale abbandono alla Tua volontà. Ti ho seguito per vie davvero da me inaspettate e solo la Tua grazia ha potuto farmi sormontare tante difficoltà e pericoli!... Il mio abbandono in Te è sempre stato la mia forza. Tenere la mia mano nella Tua mi è stato di grande conforto anche nei momenti più duri e difficili!...
Ho cercato la sincerità del cuore e la verità… e con questa sincerità ho amato tutti i Fratelli, ma specialmente tutte le Consorelle dei vari Monasteri con le quali sono vissuta più o meno a lungo, e questo, in modo particolare le mie Consorelle del Monastero di S. Benedetto, parecchie delle quali sono già in cielo. Sì, sono tanto grata e riconoscente alle Madri e Consorelle del mio Monastero nel quale ho fatto la mia Professione. La lontananza non mi ha mai fatto dimenticare la carità e le attenzioni avute nei miei confronti, specialmente durante la mia lunga malattia. Sono felice che il Signore abbia disposto che io vi ritorni per morirvi!...”

 










Sr. M. Agnese lo scorso S. Natale.

In memoria di Sr. M. Agnese De Lorenzi, OSB

(di anni 94 e 77 di Professione monastica, chiamata al Cielo il 14-6-2014)
(Parafrasi da un suo scritto di venti anni)

TI VEDO FINALMENTE 

Ti vedo finalmente, Oggetto amato!
Da tanto tempo aspetto la chiamata
per sigillar l’incontro nell’eterno!
La mia povertà, la mia miseria
non perdo mai di vista, ma confido
soltanto nella tua misericordia.
Grazie per i tuoi doni: fu l’Amore
grande nei miei confronti. M’hai colmata
di grazie, accompagnando questi passi
sin dalla giovinezza coi tuoi lumi.
Pur conscia dei miei limiti, ti volli
assecondare con filiale ardore.
Furon davvero tante e inaspettate
le vie che percorsi: la tua Grazia
mi fece sormontar molti perigli.
Davvero fu mia forza solamente
l’essermi abbandonata tutta in te!
Tenere la mia mano nella tua
in quei momenti tragici divenne
l’unico mio conforto genuino.
Sincerità del cor e verità
furon costante oggetto di ricerca...
Con tal sincerità seppi i fratelli
e le sorelle circondar d’affetto.
Come dimenticar tutte coloro
che già mi precedettero alla sponda
del Cielo? Sono grata alle sorelle
di questo Monastero, che mi vide
emetter la mia prima Professione.
Neppur la lontananza scalfir seppe
tanta riconoscenza. Nel vedermi
ancor di puro affetto circondata
in questa prolungata malattia,
dò lode al quel Signore che mi volle
far ritornare qui perché potessi
chiuder serenamente il mio cammino.

(Parma 16-6-2014), Padre Nicola Galeno

sabato 14 giugno 2014

Pappagalli verdi? Li definirei rosso sangue!

Da Pappagalli verdi  -  Cronache di un chirurgo di guerra – di Gino Strada





Un vecchio afgano con i sandali rotti e infangati, e il turbante con la coda che scendeva fino alla cintura, stava accanto al figlio di sei anni nel pronto soccorso dell’ospedale di Quetta.
Il bambino si chiamava Khalil e aveva il volto e le mani, o quel che ne restava, coperti di abbondanti fasciature. Stava sdraiato, immobile, la camicia annerita dall’esplosione. Qualcuno aveva strappato una manica e ne aveva fatto un laccio, legato stretto sul braccio destro per fermare l’emorragia.
“E’ stato ferito da una mina giocattolo, quelle che i russi tirano sui nostri villaggi” disse Mubarak, l’infermiere che faceva anche da interprete, avvicinandosi con un catino di acque e una spugna.
Non ci credo, è solo propaganda, ho pensato, osservando Mubarak che tagliava i vestiti e iniziava a lavare il torace del bambino, sfregando energicamente come se stesse strigliando un cavallo. Non si è neanche mosso, il bambino, non un lamento.
In sala operatoria ho tolto le bende: la mano destra non c’era più, sostituita da un’orrenda poltiglia simile a un cavolfiore bruciacchiato, tre dita della sinistra completamente spappolate.
Avrà preso in mano una granata, mi sono detto.
Sarebbero passati solo tre giorni, prima di ricevere in ospedale un caso analogo, ancora un bambino. All’uscita della sala operatoria, Mubarak mi mostra un frammento di plastica verde scuro, bruciacchiato dall’esplosione.
“Guarda, questo è un pezzo di mina giocattolo, l’hanno raccolta sul luogo dell’esplosione. I nostri vecchi le chiamano pappagalli verdi”… e si mette a disegnare la forma della mina: dieci centimetri in tutto, due ali con al centro un piccolo cilindro. Sembra una farfalla più che un pappagallo, adesso posso collocare come in un puzzle il pezzo di plastica che ho in mano, è l’estremità dell’ala. “…Vengono giù a migliaia, lanciate dagli elicotteri a bassa quota. Chiedi ad Abdullah, l’autista dell’ospedale , uno dei bambini di suo fratello ne ha raccolta una l’anno scorso, ha perso due dita ed è rimasto cieco.”
Mine giocattolo, studiate per mutilare bambini. Ho dovuto crederci, anche se ancora oggi ho difficoltà a capire. (…)
Mine antiuomo di fabbricazione russa, modello PFM-1.Li gettano nei villaggi come fossero volantini pubblicitari che invitano a non perdere lo spettacolo domenicale del circo equestre.
La forma della mina, con le due ali laterali, serve a farla volteggiare meglio. In altre parole, non cadono a picco quando vengono rilasciate dagli elicotteri, si comportano proprio come i volantini, si sparpagliano qua e là su un territorio molto più vasto. Sono fatte così per una ragione puramente tecnica – affermano i militari – non è corretto chiamarle mine giocattolo.
Ma a me non è mai successo, tra gli sventurati feriti da queste mine che mi è capitato di operare, di trovarne uno adulto.
Neanche uno, in più di dieci anni, tutti rigorosamente bambini.
La mina non scoppia subito, spesso non si attiva se la si calpesta. Ci vuole un po’ di tempo – funziona, come dicono i manuali, per accumulo successivo di pressione. Bisogna prenderla, maneggiarla ripetutamente, schiacciarne le ali. Chi la raccoglie, insomma, può portarsela a casa, mostrarla nel cortile agli amici incuriositi, che se la passano di mano in mano, ci giocano.
Poi esploderà. E qualcun altro farà la fine di Khalil. Amputazione traumatica di una o entrambe le mani, una vampata ustionante su tutto il torace e, molto spesso, la cecità. Insopportabile.
Ho visto troppo spesso bambini che si risvegliano dall’intervento chirurgico e si ritrovano senza  una gamba, o senza un braccio. Hanno momenti di disperazione poi, incredibilmente, si riprendono. Ma niente è insopportabile per loro, come svegliarsi al buio.
I pappagalli verdi li trascinano nel buio, per sempre.
Che cosa spinge la mente umana a immaginare, a programmare la violenza?
Ho immaginato – sapendo che era tutto maledettamente vero – un ingegnere efficiente e creativo, seduto alla scrivania a fare bozzetti, a disegnare la forma delle PFM-1. E poi un chimico, a decidere i dettagli tecnici del meccanismo esplosivo, ed infine un generale compiaciuto del progetto, e un politico, che lo approva, e operai in un’officina che ne producono a migliaia, ogni giorno.
Non sono fantasmi, purtroppo, sono esseri umani: hanno una faccia come la nostra, una famiglia come l’abbiamo noi, dei figli. E probabilmente li accompagnano a scuola la mattina, li prendono per mano quando attraversano la strada, ché non vadano nei pericoli, li ammoniscono a non farsi avvicinare da estranei, a non accettare caramelle o giocattoli da sconosciuti…
Poi se ne vanno in ufficio, a riprendere diligentemente il proprio lavoro, per essere sicuri che le mine funzionino a dovere, che altri bambini non si accorgano del trucco, che le raccolgano in tanti. Più bambini mutilati, meglio se anche ciechi, e più il nemico soffre, è terrorizzato, condannato a sfamare questi infelici per il resto degli anni. Più bambini mutilati e ciechi, più il nemico è sconfitto, punito, umiliato.
E tutto ciò avviene dalle nostre parti, nel mondo civile, tra banche e grattacieli. Non ho saputo più nulla di Mubarak, da sette anni. Ho incontrato molti Khalil in giro per il mondo, l’ultimo si chiama Thassim. (…) 

GINO STRADA

Ho letto tutto il libro di Gino Strada, Pappagalli Verdi, e andrebbe conosciuto da ogni essere umano vivente su questo pianeta. Poi  ho svolto una piccola ricerca, quelle mine antiuomo, di produzione russa, non sono le sole ad essere vendute ai guerrafondai, anche l’Italia ha la sua gran parte di colpa.
Noi stiamo in un letamaio cerebrale, la puzza è tanto forte, da non farci più avvertire il profumo della verità. Assopiti i sensi, l’indifferenza abbonda, “tanto, tutto questo avviene lontano da noi!” questa è il pensiero che ognuno pensa, che lo ammetta o meno!
Il racconto di Gino Strada, leggermente abbreviato per questioni di spazio, è uno dei tanti narrati nel libro, ambientati in varie parti del mondo, dove le guerre sono quotidiane, che ci crediamo o no. Africa, Asia, Sud America…
Forse, ma credo si tratti di mera utopia, se le fabbriche di armi cambiassero produzione e si occupassero di giocattoli veri, di attrezzi da lavoro, i distruttori di popoli perderebbero la materia prima per innescare guerre. Ma il giro di danaro è immenso, e le belve assassine non sono mai sazie di sangue!
Dovere di ogni uomo, è informarsi e non rimanere all’oscuro o girare il capo da un’altra parte, tacitando la propria coscienza. Tutti siamo responsabili, se non alziamo le nostre voci contro gli abomini.

PRODUTTORI DI MINE

Valsella meccanotecnica spa di brescia

La Valsella è controllata dal gruppo Borletti, anche se non è chiara la conclusione della lunga trafila, iniziata alla fine del 1994, per la cessione della precedente quota del 50% del capitale sociale della Meccano Tecnica Mt spa, la finanziaria di controllo della Valsella, che faceva capo alla Fiat Ciei spa (gruppo Fiat).
La Valsella dichiara che le mine terrestri oggi non sono in produzione. D'altro canto essa è pronta a "rendere disponibili" prodotti nel campo delle cosiddette "mine intelligenti", cioè le mine programmabili a tempo, nel caso venissero considerate accettabili.
Sei, società esplosivi industriali spa di brescia 

La Sei è controllata dalla Saepc, Societè Anonyme d'Explosifs et de Produit Chimique di Parigi.
La Sei controlla per l'89,55% la Sarda spa di Cagliari. Il gruppo Epc, Explosifs et Produit Chimique, è un importante gruppo chimico che, nel campo degli esplosivi, è presente con due stabilimenti in Francia, due in Gran Bretagna, uno in Marocco, uno in Portogallo, oltre all'Italia
Non si hanno dati sulla quota della produzione Sei destinata al mercato militare. La Sei dichiara di non produrre più mine terrestri, ma continua sicuramente a produrre mine marine.

Immagini dal web ( e ho scelto quelle meno sconvolgenti, per non ferire troppo la sensibilità di chi legge)


Danila Oppio

venerdì 13 giugno 2014

Causa di beatificazione e canonizzazione di Padre Marcello dell'Immacolata




 Giovedì 19 giugno, solennità del Corpo del Signore, l'Arcivescovo di Ferrara Comacchio, Mons. Luigi Negri, in Cattedrale alle ore 19.00 durante il pontificale  
darà l'annuncio ufficiale di aver accolto la richiesta del Postulatore Generale Romano Gambalunga per l'introduzione della causa di beatificazione 
e canonizzazione del servo di Dio 
Padre Marcello dell’Immacolata 
(al secolo Carlo Zucchetti, 
Vighignolo 1914 - Ferrara 1984), 
che per oltre trentasei anni ha operato 
nella arcidiocesi come confessore della città, insegnante di religione presso l’Istituto L. Einaudi 
e cappellano presso l’ospedale dei bambini 
di via Savonarola. 
Una vita da frate carmelitano spesa 
“facendosi tutto a tutti, 
per salvare ad ogni costo alcuni” (1 Cor. 9,22). 
    
Durante la concelebrazione l'Arcivescovo  comunicherà che l’apertura solenne della Causa 
avrà luogo sempre in Cattedrale a Ferrara 
il 29 di novembre prossimo, 
nel trentesimo della morte 

e nel primo centenario della nascita del servo di Dio.

martedì 10 giugno 2014

Testimonials d'eccezione per i libri di Anna Montella




Lo so, questo è un blog a carattere religioso e in particolare carmelitano, così come lo sono io, ma essendo anche scrittrice e poetessa, mi piace condividere con gli amici quanto riguarda la mia attività artistica. Molto carino questo video-trailer che è stato realizzato per presentare i libri della cara amica Anna Montella. Vale la pena guardarlo ed ascoltarlo, essendo anche breve!
Una precisazione, in queste immagini sono ritratti personaggi più o meno famosi, due dei quali sono il Maestro José Van Roy Dalì, figlio del pittore surrealista Salvador Dalì, che ha anche illustrato la copertina de La stagione di mezzo, una raccolta di racconti di Anna Montella,  e il regista scrittore Alessandro Quasimodo, figlio del poeta Salvatore Quasimodo.  Inoltre l'artista Bomben ha illustrato la copertina di Doppelgaenger. Un bel team di personaggi a dare lustro ai libri dell'amica scrittrice, poetessa, creatrice di eventi, eclettico e straordinario personaggio quale è Anna Montella.

Danila Oppio

domenica 8 giugno 2014

Beata Maria Bolognesi

Porto a conoscenza di questa trasmissione. Padre Nicola Galeno ocd

CENTRO MARIA BOLOGNESI     

VIA GIOVANNI TASSO, 49
45100 ROVIGO


                                                                                                          Rovigo, 8 giugno  2014
 Comunicato stampa

Oggetto: Trasmissione sulla Beata Maria Bolognesi
[Su Tele Padre Pio Digitare Terrestre Canale N. 145]

           
Lunedì 9 giugno - su Tele Padre Pio, Canale Terrestre N. 145 - alle ore 10,30 e con ripetizione  alle ore 15,40  ed alle ore 23, 20   sarà trasmesso un servizio sul legame spirituale  tra la Beata Maria Bolognesi e San Padre Pio.
           
            Poiché la Beata Maria Bolognesi è patrimonio della Chiesa universale, l’Ente morale a lei intitolato, che è stato attore della Causa di Beatificazione, sta promuovendo ora anche la realizzazione di un gemellaggio tra i due stigmatizzati. Infatti, molti non sanno che la Beata Maria Bolognesi  aveva ricevuto da Gesù - come Padre Pio - il dono e la sofferenza delle Stimmate.
           
È risaputo che la vita interiore di questa mistica del Polesine - per la quale si sta già lavorando per la sua  Canonizzazione - è purtroppo sconosciuta ai più perché - in obbedienza alla Chiesa -  è stata sempre avvolta da tanto silenzio; ora però, dopo la Beatificazione, questo “divieto” non è più tale, per cui urge cominciare a parlare non solo delle sue “stimmate”, ma anche degli incontri tra lei e Padre Pio, che le si presentava - come affermano nelle loro memorie Zoe Mantovani e Zerbinati Sonego Noemi - in bilocazione.

            Queste anime sante - San Pio e Beata Maria - hanno avuto in vita anche la conoscenza diretta che Papa Pio XII, dopo il decesso, è andato diretto in Cielo, pertanto, essendo santo, merita di essere canonizzato.

            In occasione della Canonizzazione dei Papi Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II, lo scrivente ha indirizzato al Santo Padre Papa Francesco, una lettera facendo presente il suo personale desiderio, condiviso anche dalla Parte Attrice.

            Ogni altro approfondimento in merito a Papa Pio XII, che ha proclamato il Dogma dell’Assunta e a Papa IX, che ha proclamato il dogma dell’Immacolata Concezione, sarà evidenziato nel corso della trasmissione, durante la quale emergeranno tanti altri dati interessanti sulla vita, le virtù eroiche e la fama di santità di questi instancabili discepoli del Risorto, ambasciatori della sua Pace e della sua Misericordia.


Luciano Faraon

sabato 7 giugno 2014

Ricordando il primo carmelitano giapponese

P. Agostino Okumura (Ichirou, 1923-2014)


RICORDANDO IL PRIMO CARMELITANO GIAPPONESE

   Pochi giorni fa, scrivendo ad un confratello di Kanazawa (Giappone nord occidentale) dicevo di aver sognato a lungo due confratelli tuttora viventi, precisandone il nome: segno che qualcuno di mia conoscenza si apprestava a fare i bagagli per il Cielo... Io recito subito tanti Requiem, anche se a volte debbo attendere giorni e settimane prima della conferma. Questa invece mi è giunta trenta ore dopo: si trattava del primo giapponese ad aver rivestito l’abito carmelitano.

   Lo vidi per la prima volta agli inizi degli anni Sessanta, quando ero giovane studente di filosofia a Piacenza. Con altri aveva fatto la Transiberiana ed era visibilmente stanco: mi sembrò comunque un vero asiatico a giudicare dalle caratteristiche somatiche. Me lo ritrovai poi ad Uji nell’autunno del ’71 e ricordo di essermi da lui confessato in francese, lingua che lui parlava correntemente, essendosi fatto frate in Francia.

   Di lui conoscevo pochissimo, ma subito capii che l’essere uscito dalla Todai (l’Università di Tokyo) rappresentava un alone, che lo avrebbe accompagnato per tutta la vita. Quando rientrai in Giappone nell’85, lui faceva il Maestro degli Studenti nel nostro conventino di Tokyo Kaminoge e quindi la domenica mi toccava ascoltare anche le sue prediche: confesso di non aver mai afferrato niente, anche se mi avvinceva la musicalità della sua parlata. Quando cominciai a leggere anche qualche suo scritto, mi convinsi che per seguirlo bisognava avere una padronanza letteraria della lingua giapponese, che raramente noi stranieri, soprattutto missionari, possediamo. Lo ebbi poi anche come Delegato Generale per diversi trienni ed è a questi periodi che risalgono i fatterelli che sto per raccontare.

   Per me era sempre stato un dramma affrontare un viaggio in aereo: nella valigia non ci stava mai tutto e continuavo a disfarla ed a rifarla. Una volta andai ad accoglierlo all’aeroporto intercontineale di Tokyo Narita: mi meravigliai che venisse solo con una borsetta a tracolla ed una valigetta in mano. Mi spiegò che era il sistema più sicuro per evitare le snervanti attese per il ritiro dei bagagli, in quanto lui portava tutto con sé sull’aereo.

   Nei primi anni ‘90 mi trovavo in Italia per assistere più da vicino la Mamma, che aveva il morbo di Alzheimer. Lui doveva andare a Roma per partecipare ad una riunione del Segretariato per i non credenti. Per risparmiare aveva trovato un volo conveniente dell’Aeroflot di Mosca con scalo a Milano e prosecuzione per Roma dopo qualche giorno. Mi pregava pertanto di farmi trovare all’aeroporto per portarlo poi al Convento di Legnano, dove si trovava il nostro caro F. Domenico, da tempo ammalato. Io non avevo la macchina a disposizione e pertanto pregai un caro amico di farci da... tassista! Andammo a Linate, ma questo benedetto volo dell’Aeroflot non arrivava in base agli estremi da lui segnalati. Veniamo poi a sapere che quegli aerei, essendo troppo grossi, non potevano atterrare a Linate, ma solo alla Malpensa. Fu allora che vidi per la prima volta il tachimetro toccare i 140 all’ora (a quei tempi non c’erano limiti, ma non guidavo io comunque!) per arrivare in tempo alla Malpensa: per nostra fortuna l’autostrada non era intasata. Non vi dico l’esultanza di F. Domenico nel vedersi comparire davanti l’inatteso Delegato Generale del Giappone.

   All’indomani, potendo finalmente disporre di una macchina, lo accompagnai a Biella dai miei Genitori: voleva a tutti i costi far visita alla Mamma inferma alla quale bastava vedere il mio abito da frate per atteggiare un sorriso che le ricordava qualcosa di veramente piacevole un tempo. Naturalmente mio Papà fu fiero di regalargli un paio di sandali da lui fatti a mano, non senza avergli prima fatto assaggiare l’immancabile carne cruda di cavallo a pranzo.

   Lui era disposto a pagarmi il biglietto aereo da Milano a Roma, perché poi non era pratico sul come raggiungere da Fiumicino la nostra Casa Generalizia di Roma. Sapendo che il conto era salato, mi accordai che l’avrei atteso allo scalo romano partendo da Milano in treno il giorno prima. E così avvenne. Al momento del rientro in Giappone mi strapagò tutte le spese affrontate, dicendo che le lire non gli servivano più: effettivamente in Giappone la nostra liretta era considerata carta straccia e potevi cambiarla solo in aeroporto, rimettendoci parecchio.

   Conosceva bene italiano, francese ed inglese e pertanto potevo permettermi di fare con lui disquisizioni filologiche impossibili con altri confratelli. Era comunque molto distratto: quando si immedesimava in un argomento, perdeva facilmente l’idea del tempo. Una volta nel nostro Noviziato di Uji vicino a Kyoto mi ricordai che in refettorio aveva accennato ad una conferenza che avrebbe dovuto tenere a Nagoya nel tardo pomeriggio. Nell’incontrarlo casualmente per i corridoi gli ricordo: “Ma, Padre, non dovrebbe essere già a Nagoya per la conferenza?”. Si mette una mano sulla fronte, scappa in cella per prendere l’indispensabile, salta sull’auto del confratello per la stazione di Rokujizou donde prendere il treno per Kyoto e salire poi sul primo Shinkansen (TAV) per Nagoya (ce ne sono ogni quarto d’ora).

   In refettorio gli si poteva mettere davanti qualsiasi cosa e la mangiava senza far storie. Quella sera in un nostro Monastero, dove eravamo entrambi ospiti, la priora pensò bene di farci assaggiare del sashimi (pesce crudo) molto quotato. Io vedo che lui lo mette in bocca senza fare smorfie. Faccio per addentarlo e mi accorgo che era ancora... congelato! Naturalmente non l’ho assaggiato per niente...

   Un giorno mi regalò un suo libretto sulla Preghiera, tradotto in italiano credo da un Missionario del Pime. Dopo averlo letto gli dissi: “Però io lo vorrei gustare nella lingua originale!”. Subito me ne procurò una copia. Comincia l’ardua lettura tenendo affiancati i due testi, ma capii subito che si discostavano notevolmente. Per tradurre fedelmente P. Okumura bisognava essere un altro... Okumura! Basti quest’esempio. Un giorno mi pregò di tradurgli in italiano un suo intervento scritto in francese da presentare a quella Commissione vaticana. Potrebbe sembrare una cosa sciocca, ma anche un letterato agguerrito come lui, quando era costretto ad esprimersi in una lingua straniera, poteva addirittura sembrare puerile...

   Fui presente al funerale del suo anziano Papà, andando anche per la prima volta al forno crematorio di Uji, e mi fu molto grato per le fotografie scattare durante la cerimonia funebre: i parenti sarebbero stati contenti di riceverle. Ma non posso tralasciare quest’ultimo episodio che fa risaltare quanto fossi acerbo nella comprensione della psicologia giapponese.

Io da buon italiano nelle mie reazioni non avevo ancora adottato né il freno a mano né quello a pedali, di cui sono superdotati i giapponesi. Non avevo minimamente capito che ostacolare i desideri di una persona era segno di somma rudezza. Era stato rieletto Delegato Generale e doveva nominare i suoi 4 Consiglieri. Passai anch’io per l’ascolto e sento stranamente fare il mio nome. La cosa non mi lusingò nemmeno per un istante, non essendo mai stato affetto da superiorite acuta, e palesai la mia perplessità nell’accettare l’incarico, adducendo come scusa l’effettiva insufficienza linguistica. Comunque non dormii tutta la notte. All’indomani, quando presentò la lista dei futuri ministri del suo Governo, non c’era naturalmente il mio nome. Se fossi stato zitto, avrei preso sicuramente l’ultimo seggio vacante. Ma ringrazio il Signore: per me il pernottare fuori casa è un sommo tormento, in quanto questa povera schiena conosce solo l’angolatura del suo letto ed in caso di lunghe trasferte sa già di passare almeno tre notti insonni. Spendere per divertirsi lo capisco, ma per soffrire... no!

  
Un’ultima annotazione: le cartoline di Capodanno! Qualcuno potrebbe arricciare il naso: ma che c’entra tutto questo? Ed invece esse sono un fenomeno unico nel mondo e farebbero rabbrividire queste lumacosissime poste nostrane. Mi spiego meglio.

   Per Cadodanno un giapponese normale scrive almeno una cinquantina di cartoline augurali, abbinate ad una rinomata Lotteria nazionale. Esse riportano una numerazione ed il 15 gennaio si fa l’estrazione con ricchissimi premi. Bisogna abitualmente imbucarle entro il 23 dicembre e le Poste giapponesi si incaricano di recapitarle con un giro di parecchie distribuzioni il giorno stesso di Capdoanno, ingaggiando numerosissimi studenti, perché non basterebbero i postini normali. Per loro gli auguri hanno senso soltanto se vengono recapitati in quel giorno!

   Nei primi giorni di quell’anno che cosa vedo? P. Okumura con un’aria afflitta: aveva in mano un malloppo di almeno 450 cartoline augurali ricevute. “Il guaio è che poi – mi disse – entro la fine del mese dovrò rispondere a tutte!”. Io per fortuna, essendo quasi del tutto ignoto, ne ricevevo al massimo una quindicina, anche perché non ne scrivevo... nessuna!

   E per rimanere in argomento, il 14 febbraio, giorno di S. Valentino, noi frati potevamo misurare il quoziente di gradimento tra le nostre fedeli dal numero di cioccolatini ricevuti: io facevo sempre una magra figura rispetto alla mole... okumuriana! 

Appena una cara terziaria di Uji mi ha tempestivamente comunicato la sua scomparsa, ho cominciato subito gli scavi archeologici nel mio fornitissimo archivio fotografico degli ultimi vent’anni alla ricerca disperata di qualche sua fotografia. Non ne ho trovate tante, perché il caro confratello era sovente assente per conferenze... Quando lo chiamavano al telefono ed io non riuscivo a rintracciarlo, non potevo rispondere che, non trovandosi in cella, era sicuramente su qualche treno od... aviogetto!




Biella 1990: sul balcone di casa con Mamma Concetta e Papà Salvatore.




Nagoya 8-12-2001: 50° della Missione di Hibino.

P. Okumura è il primo a sinistra. 



Idem: P. Okumura tra P. Nakagawa e F. Ambrogio Basso.


Uji, Capitolo del 2005: P. Okumura e P. Sakoguchi


idem


Uji 11-4-2005: P. Okumura è il terzo da sinistra.


Idem: da notare che il Signore nel giro di dieci giorni
ha chiamato a sé rispettivamente il primo (P. Redento)
ed il terzo (P. Okumura


Cartolina augurale nell’Anno del Topo secondo il calendario cinese


Uji: Ossario dove riposano le ceneri di tutti i Missionari morti in Giappone.


Apprendo adesso da una cara terziaria di Uji che oggi è mancato P. Agostino Okumura Ichirou, già Delegato Generale del Giappone, alle 14.52 del fuso orario giapponese, da noi alle 7.52 del 4 giugno. La veglia funebre sarà il 6 giugno alle 18 ed il funerale sabato 7 alle 10.30 nella nostra Chiesa di Kaminoge a Tokyo. PN


奥村一郎神父様が 今日(4日) 1452分 ご帰天になりました。
             通夜  6日 18時
             葬儀  7日 10時30分   上野毛教会


天国は、日本で働いて下さった神父様が3人も行かれて にぎやかになりましたね。



國分美子
..................................................

(Parma 6-6-2014), Padre Nicola Galeno

BENVENUTO|

Il Paradiso non può attendere: dobbiamo già cercare il nostro Cielo qui sulla terra! Questo blog tratterà di argomenti spirituali e testimonianze, con uno sguardo rivolto al Carmelo ed ai suoi Santi