AFORISMA

Meglio aggiungere vita ai giorni, che non giorni alla vita
(Rita Levi Montalcini)

Nostra Signora del Carmelo

Nostra Signora del Carmelo
colei che ci ha donato lo scapolare

martedì 12 dicembre 2023

8 – LO STILE DI FIGLI b – COME IL CUORE DEL PADRE [1] Ottava conferenza di P. CLAUDIO TRUZZI OCD

 

8 – LO STILE DI FIGLI

b – COME IL CUORE DEL PADRE [1]

1.  PERDONO DA CONDIVIDERE (Il servo Malvagio)

[“Signore, dovrò perdonare fino a sette volte?”. Gesù rispose a Pietro: “Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette”]. «Per questo il Regno dei cieli è paragonato a un re che volle fare i conti coi suoi servi. Iniziando, dunque a chiedere i conti, gli fu presentato uno che era debitore di diecimila talenti. Poiché costui non poteva pagare, il padrone comando che fossero venduti lui, la moglie, i figli e quanto possedeva e saldasse così il conto. Allora quel servo, gettatosi a terra, lo supplicava: “Signore abbi pazienza con me e ti restituirò ogni cosa”. Impietositosi del servo, il padrone lo lasciò libero e gli condonò il debito”. Appena uscito, quel servo s'imbatté in uno dei suoi compagni che gli doveva cento denari. Lo afferrò e, quasi strozzandolo, diceva: “Paga quel che devi!”. Bocconi a terra lo implorava dicendo: “Sii benevolo con me e ti soddisferò!”. Egli non acconsentì, ma andò a farlo gettare in carcere fino a che non gli avesse pagato il debito. Venuti a conoscenza dell'accaduto, gli altri servi se ne rattristarono grandemente e andarono a riferire ogni cosa al loro padrone. Allora il padrone, chiamatolo a sé, gli dice: “Servo malvagio, ti ho condonato tutto qual debito perché mi avevi supplicato; non dovevi anche tu aver pietà del tuo compagno, come io ho avuto pietà di te?”. Preso, perciò, dall'ira, il padrone lo consegnò agli sbirri, finché non gli avesse restituito tutto ciò che gli doveva. 

Proprio così il Padre mio tratterà voi, se non rimettete di cuore ciascuno al proprio fratello». Mt. 18, 21-35

Mi pare azzeccato il titolo di un commentatore: “Parabola dell'uomo graziato ma spietato”.

È una parabola in cui domina la caratteristica dell'esagerazione. Qualcuno parla addirittura d'inverosimiglianza.

È spropositata la somma di cui il servo è debitore verso il re: diecimila talenti. Difficile, oggi, tradurre la somma nella nostra moneta. Per farsi un'idea approssimativa, comunque, sarà bene tener presente che la rendita annuale di Erode il Grande, arrivava a 900 talenti. “Diecimila talenti”, quindi una somma non lontana dai dieci miliardi di euro. Appare perciò ingenua la supplica del servo: «Signore, abbi pazienza con me e ti restituirò ogni cosa». Anche una dilazione di venti, cento anni, non gli avrebbe permesso di saldare il debito.

•   Il padrone, mosso a compassione, va ben oltre la richiesta del poveraccio. Non si limita a concedere una proroga nel pagamento, ma condona totalmente il debito.

La lezione è trasparente: ognuno di noi, nei confronti di Dio, è debitore insolvibile. Se non intervenisse l'atto gratuito del Suo perdono, smisurato, da soli, coi nostri sforzi, le nostre opere, non riusciremmo mai a conquistare la salvezza. La salvezza è grazia: non ci si salva da soli. È possibile soltanto “essere salvati”.

•  All'uscita, il servo insperatamente graziato, non trova di meglio che afferrare per la gola un collega che gli deve poche decine di migliaia di lire – una miseria! – urlandogli a muso duro: «Paga quel che devi!».

Ed ecco la seconda lezione: i debiti che gli altri hanno contratto nei nostri riguardi – in confronto a ciò che abbiamo sottratto a Dio col peccato e coi nostri rifiuti – sono quisquilie. Torti, offese, sgarbi, indelicatezze varie: tutte cose trascurabili se paragonate al nostro peccato. E il nostro comportamento diventa meschino, come quello del servo graziato, quando dimentichiamo simile sproporzione.

•  Ma la lezione fondamentale della parabola è un'altra.

«Servo malvagio – gli rinfaccia il re quando se lo ritrova davanti – non dovevi forse anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ha avuto pietà di te?».

Ecco l'equivoco imperdonabile del servo graziato e spietato: credette che il perdono potesse tenerselo per sé. Non comprese che doveva a sua volta trasmetterlo al collega che lo supplicava. Non comprese che il perdono non poteva “fermarsi” a lui, ma doveva continuare, giungere sino al fratello.

Il re aveva “dimenticato” il suo debito, stracciato il foglio con quella cifra enorme. Ma lui ha tenuto in tasca il suo foglietto con quella cifra ridicola. E non mancò di minacciare il proprio debitore sventolandogli sotto il naso il pezzetto di carta accusatore.

Come sarebbe stato bello se, in risposta al gesto del padrone, anche lui avesse mandato in pezzi il documento di ciò che il collega gli doveva. Poteva imitare il gesto magnanimo del suo re. Invece, si lasciò sfuggire quella stupenda occasione.

–  Troppe volte anche noi dimentichiamo che il perdono che riceviamo da Dio va donato, partecipato coi fratelli; che il perdono ottenuto da Dio deve tradursi in pace, riconciliazione, gioia offerta a tutti, anche ai nostri nemici; che possiamo imitare il comportamento di Dio: che quando Dio ci dice: «Io perdono», dice pure: «Perdona a tua volta».

Il perdono, infatti, non consiste semplicemente nel seppellire qualcosa che appartiene al passato. Non è una sepoltura sotto il velo dell'oblio. Il perdono è atto di creazione, inaugurazione di una storia nuova.

Il tempo dei ripicchi, delle ritorsioni, dei dispetti, delle offese senza perdono, dei colpi dati e restituiti... è finito. Inizia un tempo in cui agisce unicamente la potenza dell'amore.

•• Neppure Pietro l'aveva capito: «Signore, quante volte dovrò perdonare al mio fratello, se pecca contro di me? Fino a sette volte?». Lui aveva azzardato quella cifra che già gli sembra enorme: ha l'impressione di mostrarsi fin troppo generoso, “eccessivo” nel perdono. [Sette è, infatti, il numero che indica la pienezza divina].

Pietro: «Devo essere come Dio?...».

Gesù: «Non dico fino a sette...».

Ah, meno male! Esiste pure un limite oltre cui non si può andare... Avrà tirato un sospiro di sollievo, Pietro. Gesù stava abbassando le tariffe... Voleva ben dire! Ma il sorriso di compiacimento gli si spegne quando sente: «…ma fino a settanta volte sette!». “Dieci volte la pienezza divina moltiplicata per se stessa”.

Povero Pietro. Intendeva fissare un “tetto”, precisare qual è “l'ultima volta”.

E Gesù scompiglia le sue cifre “ragionevoli”. 

–  Gli dice chiaramente che non c'è l'ultima volta;  

–  che il perdono non si può arginare, deve sempre avere un seguito. 

–  Che è ora di smetterla di fare i conti. 

–  Che nella vita del cristiano deve entrare il Vangelo, non una puntigliosa contabilità.

È finito il tempo dei conti. Ecco la “buona novella”.

•  Intendiamoci. Non è che dobbiamo perdonare agli altri per ottenere a nostra volta il perdono da Dio.

No! La salvezza ci è già stata data gratuitamente. Il perdono ci è già stato concesso.

Il nostro perdono è la conseguenza, non la causa della salvezza.

Il nostro gesto di perdono è la risposta, il “segno” manifesto che siamo stati perdonati.

Stracciamo il nostro miserabile biglietto (con su scritto quanto ci “deve” il fratello), non affinché Dio ci condoni il debito, ma perché già Dio ha stracciato il foglio che ci riguardava...

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Il ritorno del figliol prodigo

Opera di Giovanni Francesco Barbieri, detto Guercino


2.   IL FRATELLO MAGGIORE (Da “IL FIGLIO PRODIGO”)

«...Vestitelo, mettetegli l'anello al dito e i calzari ai piedi. Portate il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa» ...

«Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; chiamò un servo e gli domandò che cosa fosse tutto ciò. lì servo gli rispose: “È tornato tuo fratello e il padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo”. Egli si arrabbiò, e non valeva entrare. Il padre allora uscì a pregarlo. Ma lui rispose a suo padre: “Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai trasgredito un tuo comando, e tu non mi hai dato mai un capretto per far festa con i miei amici. Ma ora che questo tuo figlio che ha divorato i tuoi averi con le prostitute è tornato, per lui hai ammazzato il vitello grasso”. Gli rispose il padre: “Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”».              Luca 15,11-32

•   Chi si ritiene “giusto”, chi appartiene al “club delle persone per bene”, trova facile accettare un Dio giusto. 

Ma la fede del cristiano consiste nell'accettare un Dio che è Amore. Siamo capaci di “perdonare” a Dio il suo amore? Di non scandalizzarci delle sue follie, delle sue esagerazioni, delle sue debolezze? Crediamo che Dio (e noi) si vince la “debolezza”? Il nostro racconto più “ragionevole”? 

Tralasciando [per amor cristiano] di calcare troppo la mano sull'avventura del fratello minore, indubbia-mente avremmo presentato il Maggiore in una luce più favorevole. La fedeltà di chi è rimasto – tutto casa e lavoro – avrebbe sottolineato maggiormente l'enormità della colpa di quello scapestrato che ha scavalcato il muro di cinta della casa paterna e se n'è andato a dilapidare “i suoi averi con le male femmine”.

Avrei messo – poi – sulle labbra del padre un predicozzo coi fiocchi, una strigliata da levar la pelle: “Sei la vergogna della nostra famiglia!... Hai voluto avvelenarmi gli anni della mia vecchiaia... Che dirà la gente? Guarda, invece, tuo fratello, così laborioso e fedele! Comunque, devi dimostrare di meritarti il posto nella nostra casa. Devi riguadagnarti la mia fiducia. Ti metto alla prova, ti terrò d'occhio affinché la mela marcia non abbia a guastare anche quelle sane...”. E, per concludere, una lezione salutare.

È proprio un ragionamento condotto sul filo della “ragionevolezza”. Nessun sconfinamento troppo audace. Dio è buono ma giusto. E poi occorre evitare soluzioni che possano sembrare incoraggiamenti al vizio.

Ecco la parabola di Gesù, riveduta e corretta, la “mia” parabola “salutare ed edificante”. Ma … non ho azzeccato il Personaggio principale ed ho sbagliato la finale. Se vogliamo completare la prova, possiamo aggiungere la parabola del “Padrone della vigna”' Mt. 20-16. Ma la domanda decisiva rimane sempre la stessa: riconosciamo questo Dio che ama così pazzamente? Soprattutto il modo con cui l'Amore ama?

ERRORI DEL “MAGGIORE”

1 – Non conosce la suprema libertà che consiste nell’ammettere: “Ho sbagliato”.

Ha il torto di essere “onesto”. Troppo onesto. E non potrebbe forse è stata la sua onestà fredda e legalista a far decidere il fratello minore a scavalcare il muro di cinta. 

«Vi sono colpe felici, come vi sono onestà insulse ed ingombranti. Il Maggiore ce ne offre un esempio con un'onestà che si distacca e si oppone. ... Non è il bene che eleva la barriera e fa da impedimento, ma la strettezza d'animo di chi fa il bene. ... Il bene è l'unico ponte che si può gettare ogni momento attraverso le fosse scavate dai nostri egoismi. Invece il “bene” del Maggiore è un abito di distinzione, un titolo da opporre, la tessera che separa». (Mazzolari). 

Ci sono comportamenti virtuosi, ma freddi, legalistici, che spingono quasi irresistibilmente verso il peccato.

2 – Moralismo 

È lecito supporre che il Maggiore non abbia risparmiato predicozzi e consigli al fratellino irrequieto. Gli avrò persino dipinto, a tinte forse, la bruttezza del peccato e delle sue conseguenze.

E il Prodigo aveva iniziato a sospettare che il peccato non fosse poi così brutto («La donna [Eva] vide che l'albero era buono da mangiare, che era una delizia per gli occhi, e che quell'albero era attraente» Gen., 3,6)

– Non possiamo accontentarci di parlare della bruttezza del peccato. Nessuno commette il peccato soltanto per fare il male, ma perché scopre un bene, una bellezza sia pure minuscola, sia pure parziale, nel peccato.

Si tratta, invece di manifestare con la vita, con il nostro atteggiamento, che c'è più gioia a fare il bene che a fare il peccato, che c'è più felicità a seguire le beatitudini del Cristo che quelle del mondo.

Il maggiore ha il torto di non aver saputo dimostrare concretamente tutto ciò.

Ha ridotto l'appartenenza nella casa del padre a una questione di regolamento, di legge, di doveri e di divieti. Gli ha imbottito il cervello con ciò che doveva fare, senza dirgli mai ciò che era [figlio!].

«Forse il peccato capitale di certe educazioni cristiane è proprio questo: abbiamo insegnato agli uomini ciò che dovevano fare e ci siamo dimenticati di dire loro ciò che essi erano... I nemici peggiori della religione non sono quelli che combattono apertamente. Sono le schiere compatte dei figli maggiori che la immeschiniscono, la deformano, la riducono ad acido e gretto moralismo». (Pronzato)

3 – Il padre visto come ragioniere

Pensava che, per essere a posto nella casa del Padre, fosse sufficiente rispettare scrupolosamente il regolamento. «Non ho mai trasgredito un solo tuo ordine». A dire il vero, c'era un piccolo avanzo sotto la voce “avere”: «un capretto per far festa con gli amici».

Il figlio maggiore, questo “buon cristiano”, ha il torto di declassare il padre al ruolo di ragioniere, affibbiandogli l'incarico di tenere la contabilità delle sue opere buone, dei suoi meriti. E rimane scandalizzato al ritorno del prodigo, costatando che la sua aritmetica è andata a rotoli. I conti non tornano, e ... lui va in crisi. La sua stizzosa presunzione gli impedisce che lo sfiori il dubbio se non si trovi proprio lui, e non il fratello minore, «in un paese lontano».

Il Maggiore indaga, piagnucola, s'indispettisce, protesta. “Non è giusto!”. 

Altre volte Gesù aveva scandalizzato:

«Questi hanno lavorato un'ora soltanto e tu li tratti come noi, che abbiamo sopportato il peso della giornata e il caldo». (Mt., 20,12). Non è giusto!

«Zaccheo, scendi in fretta, perché oggi devo fermarmi in casa tua». (Lc., 19, 5). Con tante case di persone “perbene”, guarda un po' dove va a cacciarsi!

«Ci sarà più gioia in cielo per un peccatore che si pente che per novantanove giusti, i quali non hanno bisogno di penitenza».  (Lc., 15, 7). Non è giusto! 

«Neppure io ti condanno: va', e d'ora in poi non peccare più». (Gv., 8, 11). È troppo! Una pacchia, per i peccatori, cavarsela così a buon mercato...

«I suoi molti peccati le sono perdonati perché ha dimostrato molto amore” (Lc., 7, 47). Dove andiamo a finire di questo passo?

«Conducete qui i poveri, gli storpi, i ciechi e gli zoppi». (Lc., 14, 21). Non è dignitoso!

«In verità ti dico: oggi sarai con me in Paradiso!». (Lc., 23, 43). Una bella compagnia, davvero.

Il Maggiore si scandalizza del Vangelo, perché gli manda all'aria la contabilità, e non si rassegna ai comportamenti imprevedibili di quel cuore, alle bizzarrie di quell'amore. Una formazione religiosa articolata sui regolamenti sforna dei “praticanti”, non dei figli. Non dei cristiani.

• La penitenza del “Maggiore”? Consiste nel vedersi “preceduto” dal Prodigo. E non soltanto da lui. «Le prostitute vi precedono nel Regno di Dio». (Mt., 21, 23). 

È proprio il colmo! Non soltanto preceduto da quel dissoluto, ma addirittura dalle «male femmine», con le quali il Prodigo ha «dilapidato i suoi beni». “Non c'è proprio più religione!”: gli viene voglia di gridare – come talvolta succede a noi. Esatto! Non c'è più religione... senza amore.

*  In genere questa parabola suscita sempre delle resistenze. Quando si pone l’accento sulla misericordia del Padre in attesa trepidante – che copre la distanza che lo separa dal figlio con una corsa e un abbraccio, prevenendo qualsiasi sua giustificazione –, c’è sempre qualcuno che ha bisogno di sottolineare come in realtà il figlio s’è pentito, e la prova consisterebbe nel fatto che è “rientrato in se stesso” ed è tornato a casa.

È stato, tuttavia, sottolineato che «una lettura un po’ più attenta e scevra da pregiudizi, rivela facilmente che il figliol prodigo torna a casa perché si trova nel bisogno e nella solitudine più disperante, ridotto a mangiare carrube come gli ani-mali più impuri per gli Ebrei e, per di più non incontra nessuno che abbia compassione di lui e gliene offra. Nella sua dissipazione materiale e spirituale, il giovane si è tagliato fuori non soltanto dalla relazione col padre, ma pure dal consorzio degli uomini. Ha perso la sua identità di uomo, prima ancora che quella di figlio.

Nessun pentimento profondo, dunque, ... benché il figlio intenda rivolgergli parole che suonano di circostanza, alla luce della considerazione che i servi di suo padre mangiano meglio e più di lui. – L’approccio di chi sottolinea a tutti i costi che il figlio si è pentito sottende, a ben guardare, la nostra mentalità retributiva, per cui il perdono lo si deve comunque “meritare,” e finisce col collocarci sulla linea del figlio maggiore, personaggio interessantissimo e stranamente oscurato dal ben più noto fratello minore».

•• Ma per un figlio scavezzacollo che ritorna da lontano, c'è l'altro, che sta dentro, “esemplare” nella sua condotta, che si rifiuta di rientrare, d’incontrarlo. Che non gradisce la festa, non sopporta la gioia del padre, non riconosce il fratello che non possiede i suoi titoli di merito («questo tuo figlio», sottolinea con acredine... E il padre insiste: «questo tuo fratello»). E allora il padre deve di nuovo uscir fuori a “pregare” il figlio “obbediente”. Pregarlo di cambiare cuore, di essere d'accordo con la sua gioia. 

Uno ritorna con una mentalità da servo («Non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi garzoni»). L'altro rimane ostinatamente fuori perché ha la mentalità del ragioniere e non è in sintonia col cuore del padre. Il padre, invece, resta convinto che «bisognava far festa e rallegrarsi». Per questo non esita a «uscir fuori». A cercare quello che è rimasto, a recuperare quello che non si è “perduto”.

*  Quanto deve “camminare” questo padre per convincere il lontano 

– che nella Casa si entra a testa alta in qualità di “graziati” e non nella veste di condannati; 

– che si è accolti come figli e non come servi.

– E l'unica penitenza che si riceve è quella di una festa incredibile. Nella Casa si ritrova la musica, il canto, la festa, ... non il lamento funebre.

* E quanto deve “camminare “il Padre, soprattutto per tentare di convertire il figlio “fedele” che rifiuta d'entrare perché è convinto di essere dentro...

•• Già. Perché c'è qualcosa di peggio di non essere a posto: è credersi a posto.

«C'è qualcosa di peggio che camminare su una cattiva strada; ed è la spavalda sicurezza – mai incrinata dal minimo dubbio – di trovarsi sulla strada buona. Non c'è niente di più “mostruoso” di questo “monumento di inappuntabilità”, di questo insopportabile “avente diritto” quale appare il figlio maggiore. Lui ha bisogno di sicurezza, e si sente “assicurato” nel fare, nelle sue prestazioni esatte, senza sgarro. È un calcolatore, uno squallido burocrate della virtù, senza un guizzo di vita, di gioia, di spontaneità, di “gratuità”. La sua è una perfezione esecutiva, senz'anima, senza creatività. Non c'è soltanto un abisso tra lui e il fratello scavezzacollo. Ma, soprattutto, tra la sua mentalità e quella del padre».      [Citazioni da www.tuttavia.eu].

In fondo, la conversione più difficile è la sua. Difficile convincersi che il posto, nella casa, non lo si può “conservare”, ma soltanto “ritrovare” giorno per giorno. E che la fedeltà non è semplicemente un “rimanere”, ma un accettare quotidianamente, le sorprese e le sconvolgenti iniziative del Padre. 

Non basta non abbandonare la casa; bisogna sapere tener dietro al “vecchio” che corre incontro al figlio scappato che ritorna. E partecipare alla festa, senza produrre la nota stonata.

•  Nella parabola manca il “lieto fine”.

Il lieto fine avverrà soltanto quando si verificherà l'avvenimento della conversione del figlio maggiore. 

Il padre ha potuto provvedere il vitello grasso, l'anello, il vestito più bello, i calzari, per il ragazzo ch’è tornato pentito. Ma non ha potuto provvedere l'accoglienza del fratello maggiore: questo non era in suo potere.

Ma, come sarebbe stato bello se avesse potuto offrire anche il cuore colmo di gioia del fratello rimasto: un cuore dilatato dalla bontà, dal perdono. Di questo, purtroppo, non poteva disporre...

Sia che ci riconosciamo in quello che se ne è andato, come nel figlio rimasto a lavorare sodo (ma senza gioia, senza amore), la parabola ci presenta l'esigenza della conversione. Conversione come capacità di misurare i nostri passi su quelli del Padre. E di condividere la sua “voglia” di festa.

•• Il fratello maggiore è, in effetti, colui con il quale è molto più facile identificare noi stessi: è, in fondo, una persona “perbene”, seria, che ha sempre lavorato e vissuto senza colpi di testa.

Si è giustamente sempre sottolineato che anche lui, come l’altro, non ha capito nulla dell’amore immenso del Padre, e, così come lo scialacquatore suggerisce al padre di trattarlo come uno dei suoi servi, allo stesso modo il maggiore sottolinea che lo ha sempre “servito” e non ha mai trasgredito a un suo comando. Perciò egli trova inconcepibile che per l’altro figlio (che non chiama mai “mio fratello”), il padre si prodighi in feste, banchetti e ricompense.

C’è una frase interessante e rivelatrice del cuore del Maggiore: egli non addita il minore come chi si è ridotto a mangiare le ghiande coi porci – condizione che, come osservavamo prima, lo fa uscire da qualsiasi relazione, anche la più degradata, con altri uomini. Per evocare il fratello, egli agita agli occhi del Padre solo lo spettro del “peccato sessuale”: suo fratello minore è, per lui, quello «che ha sperperato i tuoi beni con le prostitute».

Con queste parole – in cui moralisticamente rinfaccia il peccato – il fratello maggiore cerca di muovere l’indignazione del Padre, rinfocolando, invece, soltanto la propria. Egli tenta di coprire con la censura morale la sua acrimonia verso il fratello, di cui sembra invidiare la capacità di osare, di staccarsi da casa, e il risentimento verso il Padre, di cui certo invidia la bontà infinita e senza calcoli (cfr. Mt 20,15).

Alla gioia fremente del Padre fa da contraltare la sua tristezza da contabile dell’amore, che si ferma sulla soglia della porta, perché, da perfetto invidioso, non riesce a sostenere la vista e la presenza del peccatore perdonato e divenuto “una creatura nuova”, come indicano i sandali, simbolo dell’uomo libero, perché “le cose vecchie sono passate, ne sono nate di nuove” (2 Cor 5, 17) (da www.tuttavia.eu)

O Signore, 

non tutti i figli sono sulla via del ritorno. 

Ritorneranno, ma intanto si credono ancora in diritto di farTi soffrire. 

E il ritorno d’un figlio non fa cessare l'agonia del Padre.

Tanti, tantissimi – basterebbe anche uno solo – sono lontani, 

vogliono essere lontani, rifuggono il Tuo sguardo, 

su strade che sanno ancora troppo di falsità, d’illusione, 

di speranze umane chiuse al Tuo Mistero, ma non per questo, capaci di trattenere il Tuo amore. 

E Tu stai in attesa: ad ogni istante c'è un ritorno, c'è un abbraccio di gioia, 

ma la storia di questo mondo è fatta ancora da molteplici istanti di attesa. 

La Tua sofferenza di Padre è anche e, soprattutto,

per noi, che ci riteniamo figli devoti, da lungo tempo padroni di casa. 

L'avventura più brutta è non riuscire più a vivere l'avventura di una Casa 

dove la legge dei figli è la legge del Padre; 

dove per legge s'intende l'amore del Padre, la sua ansia per chi è lontano, 

il suo attendere il ritorno di tutti i figli, il suo soffrire per quelli di casa

che hanno fatto, di questa casa, una sicurezza personale, un privilegio indiscutibile, un meritato riposo.

Non intendo dire che occorre invidiare l'avventura del figliol prodigo; 

intendo dire che è necessario vivere l'avventura di figli devoti 

lasciandoci rinnovare continuamente, giorno per giorno, dalla potenza dello Spirito. 

Essere figli fedeli a queste esigenze rinnovatrici dello Spirito Santo, 

è cercare di dare maggior respiro a questa Casa.

Non tutti i figli s’allontanano perché figli "prodighi", incoscienti, spensierati; 

tanti se ne vanno perché incapaci di sopportare la pesantezza d’una casa, 

dove si è perso il gusto di vivere l'attesa del Padre e l'attesa di figli, 

la cui testimonianza operosa è il miglior invito all'abbraccio di un ritorno. 

L'attesa del Padre è l'attesa di tutta la Casa, l'ansia del Padre è l'ansia di tutti i figli devoti, la gioia del Padre è la gioia del mondo intero. Don Giorgio De Capitani (Messaggero di Praga)


lunedì 11 dicembre 2023

ESPERIENZE E VITE MIGRANTI NEL SAHEL di P. MAURO ARMANINO



Esperienze e vite migranti nel Sahel

La giunta militare al potere nel Niger ha abrogato la legge 036 del 2015 nata su pressioni europee in seguito all’incontro congiunto Europa Africa nella capitale maltese dello stesso anno per il ‘controllo’ dei migranti. Nel frattempo, una novantina di migranti morti nel deserto tra il Niger e l’Algeria, soprattutto donne e bambini in viaggio verso Algeri, soprattutto per esercitare l’antico mestiere della mendicità. L’obiettivo, poco nascosto, dell’abrogazione citata della legge sull’immigrazione, è per demarcarsi dall’Unione Europea che ha rinnovato l’appoggio al presidente Mohammed Bazoum ancora detenuto dai militari. Tra gli obiettivi presunti dell’abrogazione c’è anche quello di avere elementi per negoziare con argomenti ‘sensibili’. La giunta ha pure messo fine ad altre collaborazioni attinenti alle migrazioni, come ad esempio la formazione nella gestione delle frontiere, nel progetto Eucap- Niger. 
Per comprendere e interpretare meglio ciò che sta accadendo nel campo delle migrazioni nel Sahel e altrove, dovremmo fare attenzione a non cadere in alcune trappole:
- La mercificazione o ‘commercializzazione’ dei migranti... usati come "oggetti di scambio" per motivi finanziari o geopolitici... Questo è ciò che fa l'UE, ma anche il Marocco, la Libia, la Tunisia, il Sudan prima della guerra... e il nostro Niger sotto il vecchio regime. Speriamo non accada con le nuove autorità.
- Feticismo per le statistiche, i numeri, il profilo, la cartografia e la classificazione dei migranti e della mobilità in generale per controllare il fenomeno migratorio per meglio usarlo, manipolarlo, controllarlo.
- Accettazione supina e poi assimilata della narrazione dominante che vede la migrazione come un flagello, un'emergenza continua, un problema di sicurezza o umanitario, un problema di scarti residuali....

                                            Testi e contesti

Sappiamo che la storia umana è una storia di migrazioni! Qualsiasi trasformazione sociale avviene attraverso anche tramite la migrazione. Di fatto, la migrazione è uno degli SPECCHI della nostra società!
È il contesto a dettare la nostra agenda, a influenzare le nostre scelte e a guidare il nostro pensiero.... Diamo quindi un'occhiata allo "sfondo" dello scenario che implica e incide sulle migrazioni: innanzitutto, il numero stimato di migranti, circa 300 milioni, a cui vanno aggiunti circa 114 milioni di sfollati e rifugiati. È un mondo in movimento!
I conflitti armati sono almeno in parte responsabili di questi spostamenti, che generano instabilità, insicurezza, crisi alimentari e politiche.
Disuguaglianze sociali, economiche e di genere che non fanno che aumentare il divario tra Paesi, continenti, società e famiglie. Tutto questo non può essere separato dalla crisi e dalla strategia del capitalismo "cannibale", come lo ha definito Nancy Fraser. Il capitalismo sfrutta, spoglia e trasforma tutto in merce. Il suo sistema è un’apartheid applicato: escludere - ridurre l'altro a cosa, disumanizzarlo - usare la violenza per sorvegliare perpetuare il sistema. Senza questa chiave di lettura, non possiamo capire il perché dei muri, il filo spinato, l'esternalizzazione e la militarizzazione dei confini... Il sistema capitalista ha bisogno di schiavi docili, pronti a scomparire quando necessario.
Le politiche continentali, regionali e nazionali devono essere inserite in questo "macro" contesto... Un nuovo regime, le sanzioni, le frontiere, la paura dello straniero... Tutto ciò ha un impatto sulla vita quotidiana e sulla mobilità dei migranti nel Sahel e nel Niger in particolare.
Nel corso degli anni abbiamo imparato che ogni migrante ha la sua migrazione, irriducibile a qualsiasi statistica o "media".  Nel nostro servizio di accoglienza, lavoriamo soprattutto con i migranti di ritorno... quelli che hanno ‘fallito’ (o si è congiurato per farlo fallire) il loro progetto migratorio, almeno per il momento...
- Abbiamo gli espulsi, i deportati, gli espulsi... quelli che hanno finito i loro soldi e vogliono tornare nel loro Paese più o meno liberamente... per questo c’è l'OIM, l’Organizzazione Internazionale delle Migrazioni.
- Poi ci sono i "vecchi" migranti che sono qui da molto tempo... che hanno poche motivazioni per tornare senza soldi o a causa della loro situazione familiare... la vergogna del fallimento... Vivono in alcune zone della città... Altri aspettano di essere accettati...
C’è chi attende l’occasione per tentare di nuovo la fortuna o di trovare altre soluzioni... questi migranti possono sparire da un momento all'altro... oppure sono tornati dopo aver beneficiato dell'OIM e del fondo di re-inserzione al Paese d’origine... Quindi i percorsi sono diversi e a volte lo sono anche le prospettive. La presenza di molti bambini di cui a volte si cercano le madri solleva interrogativi sulla tratta delle persone.

                                        Esperienze e grida 

Il tema che il nostro gruppo di Niamey ha scelto per la prossima Giornata mondiale dei migranti del 18 dicembre è "Migrare per esistere"! Questo ci sembra riassumere l'esperienza dei migranti! La migrazione è infatti un triplice grido:
- Un grido di ribellione contro la società e il mondo così com'è! È un NO al disordine sociale e alla scomparsa generati dalla globalizzazione, dove ci sono pochi vincitori e molti perdenti...
- È un grido di dignità e libertà, nel rispetto del passato, della cultura,  delle radici e dei paesaggi che ci abitano ma allo stesso nel rischio di un altrove che relativizza il determinismo delle origini...
- Un grido di speranza per un futuro che possiamo costruire e immaginare... un mondo diverso in cui le lingue, le religioni e i confini non siano muri ma ponti...
Ecco alcune delle esperienze migranti che sono come simboli o metafore di ciò che si vive nel Sahel:

- Diallo, che è arrivato fino in Marocco, ha cercato di ‘assaltare’ l'enclave di   CEUTA, è stato picchiato, espulso e gettato nel deserto: la tragedia dei confini come filo spinato! Diceva prima di tornare al suo Paese, la Guinea... ’Meglio prigionieri in Europa che liberi in Africa’!

- Violenza sui bambini, assenza di cibo, condizioni di vita pessime, paure... il deserto, le minacce... Donne che non confessano apertamente ciò che hanno subito nei loro corpi...

- Steve, che cambia confini, nomi e nazionalità per farsi accettare. Malato di un tumore al volto... nessuna istituzione, compresa la sua ambasciata, L’UNHCR o l'OIM, si occupano di lui... i poveri possono sparire...
- Boah, un liberiano che si sposerà a fine mese con una donna togolese... anche questa è una migrazione!
Infine, una storia scritta, originariamente in inglese, dall’autore, appena tornato al Paese grazie all’OIM.

                                       IL MIO VIAGGIO MIGRATORIO:

MI CHIAMO ISAAC M. WILLIAMS, SONO UN MIGRANTE DEL GHANA. COME STUDENTE DI INFORMATICA HO ABBANDONATO L'UNIVERSITA’. L'ABBANDONO A QUESTO LIVELLO È STATA LA MIA PIÙ GRANDE DELUSIONE NELLA VITA. SENTIVO CHE SENZA OTTENERE UN TITOLO DI STUDIO IN CAMPO ACCADEMICO ERO UN FALLIMENTO. HO PROVATO INVANO A CERCARE LAVORO PRESSO AZIENDE NEL MIO PAESE, MA NON SONO STATO PRESO IN CONSIDERAZIONE A CAUSA DELL’ABBANDONO CHE MI HA IMPEDITO DI OTTENERE IL MASTER.
HO QUINDI ESCOGITATO UN SECONDO PIANO CHE RITENEVO APPROPRIATO O VANTAGGIOSO PER LA MIA VITA: HO DECISO DI ANDARE IN LIBIA, DOVE UN AMICO MI AVEVA DETTO CHE ERA MOLTO FACILE TROVARE UN LAVORO NEL CAMPO DELLE TECNOLOGIE DELL'INFORMAZIONE E DELLA COMUNICAZIONE.
NON AVENDO SUFFICIENTI INFORMAZIONI SULLA MIGRAZIONE, HO INIZIATO IL MIO VIAGGIO E SONO ARRIVATO A SABHA, IN LIBIA, IL 20 MAGGIO 2022, DOVE SONO STATO ARRESTATO INSIEME A MOLTE ALTRE PERSONE E ACCUSATO DI MIGRAZIONE IRREGOLARE E DI DOCUMENTAZIONE FALSA.
DOPO IL MIO RILASCIO, SONO STATO VENDUTO COME SCHIAVO A UN UOMO ARABO PER IL QUALE HO LAVORATO SENZA RETRIBUZIONE PER QUATTRO MESI; SONO RIUSCITO A FUGGIRE DALLA SUA FATTORIA DURANTE LA NOTTE NEL DESERTO. HO ATTESO CIRCA 38 ORE PRIMA DI INCONTRARE UN UOMO NEL SUO PICK-UP CON LA SUA FAMIGLIA AL QUALE HO SPIEGATO LA MIA SITUAZIONE. MI HA PORTATO IN UN POSTO DOVE HO INCONTRATO DUE LIBERIANI E UN NIGERIANO; UNO DEI LIBERIANI È STATO COMPASSIONEVOLE E MI HA PORTATO DAL SUO MIGLIORE AMICO, UN NIGERIANO, CHE AVEVA UN'OFFICINA DOVE POTEVA RIPARARE APPARECCHI ELETTRICI. SONO POI ARRIVATO A NIAMEY DOVE IL SERVIZIO MIGRANTI E L’OIM MI HANNO AIUTATO. TRA QUALCHE GIORNO TORNO AL MIO PAESE.






   Mauro Armanino,. Niamey, 10 dicembre 2023

mercoledì 6 dicembre 2023

VITTIME, VITTIMISMI E VITTIMIZZAZIONI: APPUNTI DAL SAHEL di Padre MAURO ARMANINO

Vittime, vittimismi e vittimizzazioni:                   appunti dal Sahel

La lista sarebbe lunga e indefinita perché entità e identità delle vittime sono in costante processo di ridefinizione e aggiornamento. Si può operare classificando secondo l’importanza, l’urgenza, l’intensità, le modalità e l’opportunità. Ci sono le vittime designate dalla storia, quelle di circostanza, quelle che contano e quelle che passano, per convenzione, inosservate. Oggigiorno si parla assai di cartografie o di sistemi più sofisticati per interagire, reperire, evidenziare o far scomparire le vittime designate. Lai lista dei prescelti, appare e si nasconde a seconda della geografia politica, economica e quella dello spettacolo. 

Il dizionario definisce come vittima un essere umano o animale che, nei riti di alcune religioni, viene consacrata alla divinità e ucciso nel sacrificio. In seconda battuta è chi perde la vita in una sciagura o calamità tipo terremoto, incendio, droga, sulla strada e al lavoro. Oppure, senza includere l’idea della morte, la vittima è, a proposito di chi sia, senza sua colpa, danneggiato da persone o circostanze. Infine, si può trattare di chi si assoggetta alla volontà altrui perché succube e incapace di reagire. Il panorama ‘vittimario’ appare così ampio da includere, ad un momento o l’altro, buona parte dell’umanità.

I nascituri, le madri lasciate al loro destino, le donne violentate, i padri senza autorità, i bambini oggetto di compravendita, gli adolescenti arruolati nelle guerre, i migranti in viaggio, i rifugiati non protetti, gli sfollati non accolti, i carcerati disumanizzati, i malati abbandonati, i perseguitati per motivi politici o religiosi, coloro a chi sono stati sottratti i mezzi per vivere, i disoccupati forzati e le persone rapite. Questi e molti altri sono vittime ufficiali, riconosciute, dimenticate o semplicemente rimosse dalla lista. C’è chi giustifica la sua vita prendendosi cura di loro e chi, grazie a loro, si arricchisce o diventa qualcuno di importante.

In un modo o nell’altro, a seconda delle stagioni della vita e le peripezie della storia, quasi tutti gli abitanti del pianeta sono vittime oppure prezioso e amaro oggetto di vittimizzazione per finire nel vittimismo. Persino da noi, nel Niger dopo il colpo di stato, dichiariamo di essere vittime delle sanzioni economiche, finanziarie e frontaliere. Altri ricordano di essere state vittime del colonialismo e la quasi totalità, di essere vittime sacrificali del sistema capitalista. Persino Dio, col suo particolare statuto, potrebbe sostenere di essere annoverato come indiretta vittima degli umani che, in un momento di debolezza, ha creato.  

Non si uscirà da questo circolo vizioso o dalla farsa di questo ambito se si omette di riconoscere che le prime e autentiche vittime della storia sono la dimenticanza, la parola e la verità. La dimenticanza è all’origine di tutto quanto costituisce l’arsenale simbolico che genera le vittime. Obliare la silenziosa e fragile origine dell’umano che ci accomuna dal primo vagito, significa diventare prede della violenza mortale in seguito. La parola, lo sappiamo, è la prima vittima di tutto ciò che racconta e manipola la realtà a seconda degli interessi dell’ideologia che ci comanda. Infine, la verità, che si trasfigura nei volti delle vittime, ha scelto, in mancanza di meglio, di continuare il suo esilio in cerca di amici sinceri.


         Mauro Armanino, Niamey, 3 dicembre 2023

domenica 3 dicembre 2023

LO STILE DI FIGLI - NON FARSI TROVARE ADDORMENTATI - settima conferenza di P. CLAUDIO TRUZZI OCD


7 – LO STILE DI  FIGLI
a – NON FARSI TROVARE “ADDORMENTATI”

1.   SERVI VIGILANTI
• «Siate anche voi come quei servi che aspettano il padrone quando torna dalle nozze, per essere pronti ad aprirgli appena arriva e bussa. Beati quei servi che il padrone al suo ritorno troverà ancora svegli. Vi assicuro che egli prenderà un grembiule, li farà sedere a tavola e si metterà a servirli. E se arrivando nel mezzo della notte o prima dell'alba troverà i suoi servi ancora svegli, beati loro. … tenetevi pronti, perché il Figlio dell'uomo verrà quando voi non ve l'aspettate». Luca 12, 34-40 
•  «Sarà come di un uomo che, partendo per un viaggio, ha lasciato la sua casa dando ogni potere ai suoi servi, a ciascuno il suo compito, e al portinaio ha comandato di vegliare. Vegliate dunque, giacché non sapete quando il padrone della casa giungerà, se la sera o a mezzanotte, al canto del gallo o al mattino. Che egli giungendo all'improvviso, non vi trovi addormentati...». Marco 13, 33-37
Sono proposte due parabole, tra le più brevi. 
I discepoli avevano posto 2 domande. 
–   La prima riguarda il segno da cui è possibile discernere l'imminenza della fine del mondo, e Gesù risponde   con la similitudine del fico: 
«Imparate dal fico questa parabola: Quando i suoi rami diventano teneri e spuntano le foglie, voi conoscete che l'estate è vicina. Così anche voi, quando vedrete accadere queste cose, sappiate che [la fine del mondo] è vicina, è alle porte». Marco 13, 28-31
–  La seconda pretende sapere quando, tutto ciò sarebbe successo. E Gesù risponde [meglio: non risponde!] narrando di un uomo che, dovendo assentarsi, affida la casa ai servitori. Su tutti, inizialmente, si staglia la figura del portinaio, che riceve l'incarico specifico di “vegliare”. Ognuno, però ha un compito particolare da svolgere, con la propria precisa responsabilità.
Non è, quindi, precisata l'ora del “ritorno” del padrone (come desidererebbero i discepoli). Anzi, si sottolinea che egli può capitare «all'improvviso».
L’importante è stare al proprio posto in senso attivo, compiere il proprio dovere.
Il più grave guaio che possa accadere è che qualcuno si trovi «addormentato». E ciò può avvenire non soltanto di notte ... Quindi non è soltanto il portinaio ad essere incaricato di vegliare. Questi non lo può fare al posto degli altri.
Quindi, il Cristo si rifiuta di rispondere alla domanda sul “quando”; non soddisfa la curiosità. Ammonisce solamente che la venuta è vicina, certa, addirittura “improvvisa”, e ... perciò occorre vegliare. Cioè,
–  Da un punto di vista negativo: si tratta di non lasciarsi prendere alla sprovvista (ossia, di non farsi trovare “addormentati” al momento della venuta del Signore.
–  In senso positivo: bisogna “vigilare”. 
«Vigilare significa essere costantemente allerta, svegli, in attesa. 
Significa vivere in atteggiamento di servizio, a disposizione del padrone che può ritornare in ogni momento. Implica lotta, fatica, rinuncia. Non è in alcun modo disimpegno o indifferenza». (B. Maggioni).
Si tratta, in altre parole, di acquisire una certa maniera di orientare l'attenzione su ciò che è veramente importante, e che non è altro che una certa arte di essere puntuali, ossia di non lasciarsi sorprendere dagli avvenimenti decisivi dell'esistenza.
Il Padrone che parte non lascia degli individui che semplicemente lo aspettino, ma degli individui che hanno qualcosa da fare, ai quali è dato qualcosa da fare. Quando Egli ritornerà, non gli interessa tanto se lo stiano aspettando, ma se abbiano svolto il compito per il quale li ha “lasciati”.
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•   Qui, il servo che si lascia sorprendere addormentato è l'equivalente di quel servo della parabola di Matteo, che va a nascondere il talento ricevuto: [«In verità, io vi dico: non vi conosco!»]. Eccola:
«Allo stesso modo, infatti, un uomo in procinto di partire, chiamò i suoi servi e affidò loro i suoi: a uno diede cinque talenti, a un altro due e a un altro uno: a ciascuno secondo le proprie capacità; poi partì.
Senza perdere tempo, chi aveva ricevuto cinque talenti andò a trafficarli e ne guadagnò altri cinque. 
Allo stesso modo quello che aveva ricevuto due talenti, ne guadagnò altri due. Ma colui che ne aveva ricevuto uno solo, andò a scavare nella terra una fossa e vi nascose il denaro del suo padrone.
Dopo molto tempo viene il padrone di quei servi e li chiama al rendiconto.
Si presentò quello che aveva ricevuto cinque talenti e ne portò altri cinque dicendo: “Signore, mi desti cinque talenti. Ecco, ne ho guadagnati altri cinque”. Gli rispose il padrone: “Bene, servo buono e fedele, sei stato fedele nel poco, ti darò il potere su molto: entra nel gaudio del tuo Signore.
Si presentò chi aveva ricevuto due talenti e disse: “Signore, mi desti due talenti. Ecco, ne ho guadagnati altri due”. Gli disse il padrone: “Bene, servo buono e fedele, sei stato fedele nel poco, ti darò il potere su molto entra nel gaudio del tuo Signore”.
Si presentò, infine, colui che aveva ricevuto un solo talento e disse: “Signore, sapevo che tu sei un uomo severo, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso; per questo ho avuto paura e sono andato nascondere il tuo talento sottoterra. Ecco, prendi ciò che è tuo”. 
Il padrone gli rispose: “Servo malvagio e infingardo, sapevi che io mieto dove non ho seminato e raccolgo dove non ho sparso; per questo avresti dovuto affidare il mio denaro ai banchieri, in modo che, al mio ritorno, avrei potuto ritirare il mio con l'interesse. Perciò, toglietegli il talento e datelo a quello che ne ha dieci”. Infatti, a chi ha sarà dato e sarà nell'abbondanza. Ma a chi non ha sarà tolto anche quello che ha. E il servo infingardo gettatelo nelle tenebre esteriori là sarà pianto e stridore di denti”».  Matteo 25,14-31 [anche Luca 19, 11-26]
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Certo, il Signore può capitare all'improvviso: a sera, a mezzanotte, o alle prime luci all'alba. 
Forse, però, che non sia addirittura già arrivato? Sì! Con la prima venuta di Cristo, il Regno di Dio è già arrivato, è presente qui, adesso, in mezzo a noi, sulla terra.
Dunque, c'è qualcosa di peggio che essere addormentati. È il non accorgersi di una Presenza. 
I testi del Nuovo Testamento che invitano alla vigilanza, si dividono in due categorie principali: 
1° - Occorre vigilare nell'attesa e nella speranza della sua venuta per essere pronti allorché si presenterà. 
2° - Bisogna ancora vigilare per far fronte ai gravi pericoli che minacciano l'esistenza cristiana. 
Quasi che l'unica maniera per essere “contemporanei” del futuro consista nel vivere in pienezza il presente; l'unico modo per rimanere fedeli all'eterno consista nel non tradire il presente.
Il credente non è uno che viaggia con il calendario in mano. Semmai ha in mano una bussola.
Cristo fornisce la direzione del cammino. Non ci offre la descrizione anticipata di ciò che accadrà lungo la strada. «La sua parola – quella che non passa – non è la chiave magica per risolvere gli enigmi della storia, i rebus della cronaca quotidiana. È luce che permette di cogliere il significato degli avvenimenti». Il cristiano non è affatto uno che sa già tutto prima. È uno che riesce ad afferrare il filo conduttore delle diverse vicende. La colpa del cristiano non è quella di non essere informato, ma quella di non essere preparato.
Dunque, al posto della curiosità e delle informazioni, la vigilanza! 
Gesù non ci dice: «State tranquilli»; ma ammonisce: «Badate!». 
Non ci avverte: «Mettete la sveglia a quella determinata ora». Impone: «Non dormite!»
• Bisogna riconoscere che fa un certo effetto l'insistenza di quell'imperativo: «Vegliate!».
Diamine, con tutto quel po' po' di fracasso provocato da guerre, persecuzioni, cataclismi, sconquassi cosmici, … si sta svegli per forza. Invece, no! Non sono gli avvenimenti esteriori – per quanto fracassoni e terrificanti! – che ci fanno stare svegli. Al massimo, quelli non ci lasciano dormire...
La vigilanza cristiana è un'altra cosa. Dipende da una realtà che c'è dentro. Un'attesa vissuta nella speranza. «Sono i passi leggeri di una Persona quelli che ci tengono svegli, e si sta in ascolto, in silenzio». (A. Pronzato) 

PERDONAMI, SIGNORE
Se, spossato, cado durante il cammino, perdonami, Signore,
Se il mio cuore vacillerà un giorno di fronte al dolore, perdonami Signore.
Perdona la mia pusillanimità. – Perdona il mio indugio.
La meravigliosa ghirlanda che ho offerto a Dio questa mattina sta già appassendo;
la sua bellezza svanisce.
Perdonami, Signore!
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2.  LE DIECI VERGINI – (Le “sciocche” insegnano!)
«Così sarà il regno di Dio. 
C’erano dieci ragazze che avevano preso le loro lampade a olio ed erano andate incontro allo sposo. Cinque erano sciocche e cinque erano sagge. Le cinque sciocche presero le lampade, ma non portarono una riserva di olio; le altre cinque, invece, portarono anche un vasetto di olio. Poi, siccome lo sposo faceva tardi, tutte furono prese dal sonno e si addormentarono. A mezzanotte, si sente un grido: “Ecco lo sposo! Andate gli incontro!”.  Subito le dieci ragazze si svegliarono e si misero a preparare le lampade. Le cinque sciocche dissero alle sagge: “Dateci un po’ del vostro olio, perché le nostre lampade si spengono”. Ma le altre cinque risposero: “No!, perché non basterebbe più né a voi né a noi. Piuttosto, andate a comprarvelo al negozio”. 
Le cinque sciocche andarono a comprare l’olio; ma proprio mentre erano lontane, giunse lo sposo: quelle che erano pronte entrarono con lui nella sala del banchetto e la porta fu chiusa a chiave. 
Più tardi giunsero anche le altre cinque, e si posero a gridare: “Signore, Signore, aprici!”. 
Ma lui rispose: “Non so proprio chi siete”.  
State svegli, dunque, perché non sapete né il giorno né l’ora».  Luca 25, 1-13

 

Nessuno e niente ci autorizza a pensare e giudicare le ragazze ‘sciocche’ della parabola, meno che sciocche; e fin che si dice sciocco, poco male, perché è una cosa che può capitare a tutti, con l’aggiunta di quel detto scherzoso: “Quando non ce n’è [in testa!] quare conturbas me!” [perché te la prendi con me?].
Forse – e senza forse –, queste poverette hanno insegnato più cose al mondo, delle altre cinque sagge e previdenti. Sì, perché l’umanità si trova immersa nelle cose sciocche e torna più facile accorgersi degli sbagli (tanto è vero che tutti ne parlano) più che delle cose buone e perfette.

 ABBOTTONA LA TASCA-DIFETTI ALTRUI

 Durante un'ispezione un colonnello si fermò, squadrò il soldato da capo a piedi e gli disse con durezza: «Abbottona la tasca, soldato!». Il soldato, assai confuso, balbettò: «La devo abbottonare subito, signor colonnello?». «Sì, immediatamente!».
 Allora il soldato si avvicinò cautamente e abbottonò il risvolto del taschino della camicia del colonnello.


È sempre più facile vedere le tasche sbottonate degli altri che non le proprie! 

Non si tratta di fare elogi fuori posto; ma di far tesoro e di ringraziare quelle cinque figliole sciocchine – che da secoli son rimaste irrimediabilmente sciocche, ma che continuano a punzecchiarci affinché non facciamo noi la loro brutta fine –.
– Bene! Rimettiamole tutte insieme, le dieci, e seguiamole, mentre con la loro lampada, sul far della sera, si dirigono verso la casa dove accoglieranno l'arrivo di un giovane sposo (di una comune amica, forse) per far festa con gli sposi.
Non è neppure da spiegare che, nell’economia della parabola, lo “sposo” è il Signore Gesù che ci ama e ci viene incontro per farci godere della sua familiarità. Egli considera così la vita dell’uomo: un andargli incontro e saperlo attendere sicuri che ci ama e tiene tutto pronto per la gran festa dell’amore.
Ma l’arrivo di Gesù non è cronometrato: si fa, talora, attendere.
Che volete, son disegni suoi! Qualche anno fa avevano un loro posto decorosissimo certe canzoni di Père Auval. Ce n’era una che non so più come fu presentata in italiano; in francese diceva: “Le Signeur reviendrà, il l’a promis: ne sois pas endormi cette nuit-là” [Il Signore ritornerà, l’ha promesso; non addormentarti in questa notte].  “Mio Dio, è forse per questa notte?”. 
Siamo dunque avvertiti: è impossibile che ciò non avvenga. 
Per farcela capire meglio, il Maestro divino s’è umiliato a presentarsi come “un ladro nella notte”.
Stoltezza somma sarebbe vivere così spensieratamente da non avvertire la necessità di prepararci il necessario per la partenza verso la casa dello ‘sposo”. 
Verrà alla nostra morte e ci troveremo faccia a faccia con Lui, mentre il corpo sarà come un velo squarciato ed Egli apparirà nello squarcio del velo che tutta la vita è stato teso tra noi e Lui. Ma tutti i giorni è venuto a noi, quasi segretamente, ma sempre amorevolmente. E lì, dietro il velo, mentre lavoro, mentre parlo, mentre leggo, mentre incontrò questa o quella persona, nell’imprevisto, nel dolore, nel turbamento.
Una grossa questione che m'impegna a rivedere la mia vita, si affaccia ora improvvisa: e... se mi squarciasse il velo mentre sono... “fuori casa”, cioè mentre sono occupato in stoltezze, lontano dal mio dovere?
Se ci penso, mi vien freddo! Trovarmi faccia a faccia col mio Signore in posizione ambigua; mentre... l’olio è dal rivenditore e le buone opere son cariche di polvere o fango? Tragico!
Non si afferma che sia possibile stare tutta la vita con la lanterna della vigilanza in mano: che non si possa vivere in onesto “impegno responsabile”. L'importante non è vivere con la “morte” sulle labbra o con la valigia in mano, ma vivere con previdenza, raccogliendo, giorno dopo giorno, opere presentabili, vivendo affinché non venga meno, nello spirito, la fiamma dell'amore.
ENTRA NELLA MIA FELICITA'...
Dopo una vita semplice e serena, una donna morì e si trovò subito a far parte di una lunga e ordinata processione di persone che avanzavano lentamente verso il Giudice Supremo: Dio. 
Man mano che si avvicinava alla meta udiva sempre più distintamente le parole del Signore. 
Udì così che il Signore diceva ad uno: – Tu mi hai soccorso quando ero ferito sull'autostrada e mi hai portato all'ospedale, entra nel mio Paradiso –. Poi ad un altro: – Tu hai fatto gratuitamente operazioni chirurgiche molto difficili, aiutandomi a ridare la speranza a molti, entra nel mio Regno –. E ancora: – Tu hai fatto un prestito senza interessi ad una vedova; vieni a ricevere il premio eterno –. E così via...
La povera donna venne presa dallo sgomento perché, per quanto si sforzasse, non ricordava di aver fatto in vita sua niente di eccezionale. Cercò di lasciare la fila per avere tempo di pensare, ma non le fu assolutamente possibile: un angelo sorridente, ma deciso, non le permise di abbandonare la lunga coda.
Col cuore che le batteva forte, e tanto timore, giunse davanti al Signore. Subito si sentì avvolta dal suo sorriso. – Tu hai stirato tutte le mie camicie...; Entra nella mia felicità –.
Ciò che conta non è fare grandi cose. – Ciò che conta non sono le grandi imprese.
Il valore di un gesto dipende esclusivamente dall'amore con cui è compiuto. 
Anche una piccola azione, fatta con amore, diventa grande agli occhi del Signore.
A volte è così difficile immaginare quanto possa essere straordinario l'ordinario…! 
È stato detto: Non è Dio pretenda che noi abbattiamo con un’ascia un baobab. Desidera soltanto che quando venga, ci trovi con l’ascia in mano!
  ••   Ripensiamo alle dieci ragazze. 
«Tardando lo sposo a venire, si assopiscono e dormono».
La linea di differenziazione tra vergini prudenti e stolte non passa attraverso il sonno. Il Vangelo sottolinea, infatti: «Si assopirono tutte...».
Poteva anche essere legittimo quell’addormentarsi, o, almeno, assai più legittimo del nostro addormentarci nella presunzione che, “per il momento”, sarebbe di cattivo gusto da parte del Signore venirci a risvegliare per chiamarci, così, sui due piedi, al Giudizio.
La linea di discriminazione è data dalla provvista di olio. Le sagge si sono portate le riserve. Quelle altre non ne hanno a sufficienza, tanto da coprire il ritardo dello sposo.
Il «grido» non è avvertimento, ma un segnale improvviso.
È vero che “qualche giovane [le proporzioni non si conoscono] muore e che nessun vecchio campa sempre”; ma qualche eccezione, in fin dei conti, dimostrerebbe che Padrone è sempre Lui!
E ci si crogiola in questa stoltezza, confutabile come poche cose al mondo.
Lo Sposo può ritardare. Ma non risulta che abbia mandato ad avvertire che non arriverà.
Ed è inutile arzigogolare sulla durezza della risposta delle “sagge”, che non vogliono imprestare un po' del loro olio alle imprevidenti. Siamo in prospettiva escatologica: non è più il tempo dei piccoli favori. Non sono consentite la “sostituzioni”. No! Nessuno può mettere la fede, le opere al nostro posto, pagare il biglietto per l'incontro decisivo. [Non esistono i bagarini!] 
In quell'Ora, l'olio dev'essere nostro, la fedeltà opera nostra. È una situazione già denunciata da Gesù: 
«Come avvenne al tempo di Noè, così sarà la venuta del Figlio dell'uomo. Infatti, nei giorni avanti il diluvio, si mangiava e si beveva, si prendeva moglie e marito, sino a quando Noè entrò nell'arca e la gente non s'accorse di nulla, finché non venne il diluvio e travolse tutti». (Mt 24, 37-39). E rimarca Gesù: 
«Non chi dice: “Signore, Signore!” entrerà nel Regno dei Cieli, ma chi fa la volontà del Padre mio».
Scherzi a parte, è inutile che noi si continui a chiamare “sciocche” le ragazze che non si provvidero dell’olio per il tempo adeguato. Prendiamoci piuttosto il gusto – vista la nostra incostanza e come è facile partire... per la tangente delle cose serie e trovarci così distratti da sembrare addormentati … – prendiamoci il gusto di far quel che delicatamente ci suggerisce lo sposo del Cantico dei Cantici: «Io dormo, ma il mio cuore vigila».
Che il Signore possa almeno trovare accanto a noi una piccola lampada accesa, segno che abbiamo ben compreso che il Suo Amore non è uno scherzo.  Che', se io non l’avessi riamato... «Non vi conosco!».  
PERDONAMI SE...

           - se non ti ravviso in colui che soffre perché non desidero farmi carico delle        sue   pene;

– perdona la mia pochezza, se rinuncio a riconoscerTi in chi mi tende la mano perché non mi sento di condividere la sua indigenza;
– perdona la mia viltà, se, anziché testimoniare la mia fede in Te, preferisco tacere in presenza di chi Ti nega;
– perdona la mia scarsa disponibilità, intrisa di supponenza e di povertà di spirito, se mi rifiuto di dare comprensione al fratello che sbaglia per offrire il suo errore a corale derisione;
– perdona la mia insipienza, se evito di riconoscere il mio «prossimo» in coloro che più mi sono vicini, per ricercarlo solo lontano, in circostanze occasionali;
– perdona la mia incoerenza, se rinnego i tuoi insegnamenti evangelici e, anziché illuminare d’amore la mia vita, mi sforzo di rattristare quella di chi mi ama; 

         – perdona la mia ingenerosità, se non mi assumo neppure un grammo del peso della Tua Croce redentrice, ma mi unisco a coloro che ti hanno crocifisso e continueranno a farlo fino al giorno del Giudizio 

      – perdona la mia indifferenza, se lascio inascoltata la Tua voce che mi chiama, disattendo i segni che mi conducono a Te,Ti offro silenzi, omissioni, fughe, dinieghi, quasi diffidassi del Tuo Amore paterno;

      – perdona la mia fragilità, se, contando sulle mie sole risorse e trovando arduo il cammino fra gli uomini, preferisco rinunciare a qualunque lotta pur di non riconoscere i miei limiti umani e rimettermi alla Tua misericordia. Silvano Salati  

Aspettarsi...! Attendere...
Pochi verbi esercitano un ruolo tanto importante nella nostra vita.
Già all'apparire in questo mondo, ognuno di noi fu: molto atteso, poco atteso, o per nulla atteso.
E tale "legge dell'attesa" non solo non ci ha abbandonato, ma ha influito moltissimo nel nostro sviluppo fisico, psichico e spirituale.
Possiamo persino affermare che ciò che definiamo il nostro "stile di vita", dipende molto direttamente da come si coniuga intorno a noi questo semplice verbo:
Di ciò che gli altri si attendono da noi.
Da ciò che ognuno si attende da sé stesso.
Da ciò che gli altri si attendono da loro stessi.
Il "sapere attendersi" è il segnale che, in un modo o in un altro, esercita il maggior influsso nella difficile arte del "saper vivere". Fino al punto che tutto l'evidente smarrimento esistenziale del nostro uomo di oggi potrebbe dipendere da questo:
Il non attendersi nulla da nessuno:
La fretta di bruciare le tappe;
l'impazienza di conoscere e sfruttare ogni cosa da solo;
il non saper che fare dei tempi di attesa....
Non starà qui la causa fondamentale di questa disintegrazione che si avverte nell'uomo e nella donna di oggi, di questa nostra civilizzazione della fretta?
La Chiesa apre l'Anno Liturgico proprio con l'Avvento: un tempo per ricordarci che ognuno di noi siamo una particella della grande Storia della Salvezza e che questa ha sempre come “sale di attesa” tempi di prolungata e paziente attesa.

 •  Però, tanta attesa, perché? a che scopo?

– La colpa di tanta attesa l'abbiamo noi, perché sbagliamo la strada, per il fuggire continuamente da noi stessi, vuoti disorientati per aver occultato a forza di “idoletti” la vera immagine di Dio. Fummo creati a sua immagine, e passiamo gran parte della vita senza conoscere noi stessi. 
–  Il merito, invece, di tanta attesa è della bontà di Dio. Egli, per l'amore che ha per noi e per l’infinita pazienza, attende, mentre continua a suggerirci dalla mattina alla sera che è sempre possibile... ricominciare

 • Aspettare... per iniziare di nuovo… Questo è il messaggio dell'Avvento. Un messaggio capace di rinnovare da di dentro il senso del suo camminare, lo stimolo per raggiungere la meta, la speranza di trovare qualche sicurezza in mezzo ad un mondo tanto effimero.

•  Dio termina sempre con il venire… Nonostante le nostre stanchezze..., nonostante il nostro inveterato pessimismo..., Dio ritorna sempre come novità, quando meno lo aspettiamo, gratuitamente, cioè, al margine dei nostri meriti. Chiede soltanto, questo sì, di essere riconosciuto, ascoltato. Lo incanta l'essere amato con lo stupore dei semplici, con l'entusiasmo dei poveri, con la gratuità degli ultimi di ogni coda.

                                    Prepariamoci a riceverlo...

 

BENVENUTO|

Il Paradiso non può attendere: dobbiamo già cercare il nostro Cielo qui sulla terra! Questo blog tratterà di argomenti spirituali e testimonianze, con uno sguardo rivolto al Carmelo ed ai suoi Santi