AFORISMA

Meglio aggiungere vita ai giorni, che non giorni alla vita
(Rita Levi Montalcini)

Nostra Signora del Carmelo

Nostra Signora del Carmelo
colei che ci ha donato lo scapolare

mercoledì 9 gennaio 2013

L'UMANITA' CORRE VELOCE VERSO IL NIENTE


Noi non andiamo da nessuna parte. Ci accontentiamo solo di partire, di separarci da ciò che è vivo, a profitto del vuoto della rapidità.
Una profezia inquietante, sulla sparizione dell’umanità, è al centro del saggio L’orizzonte negativo – saggio di dromoscopia che il filosofo e studioso francese d’architettura e di armamenti Paul Virilio dedicò, nel 1984, proprio alla rivoluzione dei trasporti e della comunicazione.
Virilio definisce la dromologia come “la scienza o la logica della velocità- La dromologia è importante quando si considera lo strutturarsi della società in relazione con la guerra. “Chi controlla il territorio lo possiede. Il possesso del territorio non riguarda principalmente le leggi ed i contratti, ma prima di tutto riguarda la gestione del movimento e della circolazione”.
 Immaginando il senso degli sviluppi che abbiamo vissuto puntualmente dopo, Virilio incanalò soprattutto il tema della velocità come fine ultimo di questi progressi. Alla fine, è la tesi cara a Virilio, con gli ultimi sviluppi delle tecnologie l’umanità “sta producendo una precisa idea del niente e dell’assenza”.
Il tempo reale dell’ubiquità e dell’immediatezza della comunicazione è la conquista finora più originale e più specifica della storia umana. Ma ha l’effetto perverso di portarci dentro a una non-realtà, e qui curiosamente lo studioso francese abbraccia un concetto caro al grande teologo protestante Dietrich Bonhoeffer, che dalle prigioni naziste, prima di essere impiccato nel lager di Flossenbuerg, aveva scritto: “l’immediatezza è un’impostura”.
Il grande intellettuale francese ha recuperato la felice intuizione del teologo  Bonhoeffer, secondo cui «l'immediatezza è un'impostura», per spiegare che cosa sta succedendo con i nuovi media.
La tesi di Virilio è che ha un effetto perverso essere in contatto perenne con chiunque nel mondo, senza magari rivolgere più la parola alle persone accanto a noi: è «l'espressione del declino dell'unità di vicinanza», di una traiettoria ben definita «nell'orizzonte negativo, verso la sparizione». Ma questa è ben un'altra questione, molto di fondo, e non toglie nulla al grande colpo dei soliti ignoti: l'uccisione della tv da parte delle nuove generazioni. 

Di recente Virilio ha spostato la sua riflessione sulla “terza rivoluzione”, dell’integrazione nel corpo umano di tecnologie. E’ il passaggio, quest’ultimo, che sta rendendo possibile l’uomo-macchina, come del resto una marea di spettatori si è resa conto seguendo Pistorius alle Olimpiadi.
L'incidente integrante
La tecnologia non può esistere senza la possibilità d’incidenti. L'incidente è ciò che c'è d’inopinato, di non previsto e nasce con la nascita stessa della tecnologia: quando si è inventato il battello, si è inventato anche il naufragio, quando si è inventato il treno, tecnologia per spostarsi più velocemente, si è creata la catastrofe ferroviaria. È qualcosa d’insuperabile che però la tecnocrazia censura, essa accetta infatti solo di vedere la positività del suo oggetto e dissimula senza posa l'incidente.

Paul Virilio Parigi, 4 gennaio 1932 è un francese, filosofo, scrittore, urbanista, teorico culturale ed esperto di nuove tecnologie, noto principalmente per i suoi scritti sullo sviluppo della tecnologia in relazione alla velocità ed al potere, con vari riferimenti all'architettura, l'arte, la municipalità e le forze armate.


Dietrich Bonhoeffer (Breslavia, 4 febbraio 1906 –Flossenbuerg 9 aprile 1945) è stato un teologo luterano tedesco, protagonista della resistenza al Nazismo.

Prendiamo ora in esame la velocità di comunicazione attraverso la posta elettronica, internet, che ormai ha raggiunto un tempo quasi reale. Servono solo pochi secondi, in certi casi, il tempo di trasmissione di un e-mail o di un documento.

Un tempo i mezzi di trasporto erano lenti: carrozze trainate da cavalli, che impiegavano giorni o mesi per condurre i passeggeri da una località a un’altra.
(non tengo conto, in questa esposizione, anche della scomodità dei viaggi e delle condizioni delle vie carrozzabili, ma solo del tempo).
Così anche i plichi, le lettere, subivano un lungo viaggio prima di arrivare a destinazione, eppure la gente aveva la pazienza di aspettare e di accettare i tempi richiesti.
Oggi, ce la prendiamo con il server, se la posta elettronica va a rilento o se non riusciamo a navigare velocemente in rete. E magari il ritardo è di pochi minuti o ore. Diventiamo nevrotici, se il nostro PC s’impalla, perché intasato da troppe schede aperte.
Ci agitiamo se gli amici o le persone, con cui siamo in relazione via internet, non ci rispondono a tamburo battente, ovvero in tempo reale. Siamo diventati nevrotici, per cui l’incidente integrante avviene anche tra persone, proprio a causa della tecnologia. Ci irritiamo e gli scambi relazionali diventano tesi…tutto per la fretta, per l’alta velocità, che non è solamente imputabile ai treni. 
La nostra vita diventa veloce, ogni azione in gara con il tempo, perché la tecnologia ha fatto miracoli: il bucato si fa in fretta, con la lavatrice; ai piatti ci pensa la lavastoviglie, l’aspirapolvere compie il suo dovere declassando la scopa, il mixer ci fa risparmiare tutto quel tempo che occorreva per usare la mezzaluna o il pestello…e via di questo passo.
Ora che succede? Che se uno di questi strumenti si guasta, noi entriamo in crisi: ci vuole tempo per preparare il cibo, ci vuole tempo per fare il bucato a mano, ci vuole tempo per lavare i piatti, e noi di tempo non ne abbiamo più, o ci sembra di non averlo, e noi ci irritiamo.
Tutto questo trambusto, a causa della tecnologia…
Ma del tempo risparmiato grazie alla tecnologia, che ne facciamo?
Lo usiamo per incontrarci con gli amici, magari al bar per un aperitivo o un caffè, oppure inviandoli a casa nostra, per uno scambio di opinioni, una chiacchierata rilassante?  Assolutamente no! Lo consumiamo in nervosismo, in tensioni, in corse non sempre necessarie, perché dobbiamo andare di fretta, vivendo sempre sull’orlo di una crisi di nervi. E perdiamo il dominio del nostro territorio. Non lo possediamo più.  E l’idea del niente e dell’assenza prende possesso in noi.
L’immediatezza diventa così un’impostura, come sostiene Bonhoeffer? Forse si, perché non ci prendiamo il tempo per riflettere, per assaporare la vita, nelle sue piccole cose, per dedicarlo noi stessi, nella quiete più assoluta, leggendoci dentro e riflettendo sulla verità della nostra esistenza.
No, noi corriamo, dobbiamo fare, dobbiamo agire, e la tecnologia ci aiuta a fare di più e ad agire meglio, ma ci ruba anche quel tempo che era prezioso quando la tecnologia non aveva ancora messo piede su questa Terra.
E allora, arrivati al termine di questa nostra corsa nella vita, tirando le somme, possiamo solo affermare che abbiamo corso, grazie anche alla tecnologia, ma ci resterà una domanda dalla risposta inevasa: CON TUTTO IL NOSTRO CORRERE, ABBIAMO DAVVERO VISSUTO?

Danila Oppio

Mentre scrivevo tutto questo, mi sono ricordata che il poeta Gavino Puggioni aveva composto una poesia, pubblicata su  "L'arcobaleno in giardino" Magnum-Edizioni, che rispecchia molto il contenuto del mio articolo, e la ripropongo alla vostra lettura.

E RIPENSO

Gente che corre
In auto
In moto
In bicicletta
A piedi
E si accalca

Gente che viaggia
Con l’ansia
Col desiderio
Sempre in fretta
Sempre stanca

Gente che non guarda
Dove va ma va
Vuole arrivare
Alla meta
Tutti i giorni
Dall’alba al tramonto

Rincorre anche il sole
La luna e le stelle
Dopo,
e non si ferma mai
ma dove va?
….. e la vita?

Gavino Puggioni
26 febbraio 2003



domenica 6 gennaio 2013

L'APE PARALITICA


di Domenica Luise


Giornata per la Vita
Era un’ape paralitica, che abitava in un paesino interno della Sicilia.
Lì c’erano ancora ragazze come lei che, il pomeriggio, passavano alcune ore a ricamarsi il corredo sedute a crocchio davanti alla porta di casa.
Non sempre era stata paralitica.
Da piccola il volo l’annoiava, ma era sempre meglio delle faccende domestiche. Suo padre e sua madre, su questo, non transigevano: o volava come natura vuole o si trovava un lavoro oppure,al limite, avrebbe cucinato il miele per tutta la famiglia.
Perfino gli esseri umani sanno che le api sono operose, questa qui, invece, era nata pigra.
Le piaceva leggere, diceva, ma a scuola aveva sempre ripetuto le classi ed, alla fine, le avevano dato la terza media per vetustà.
In pratica, la piccola ape sognava coi libri aperti davanti: ecco, adesso incontro un baldo giovane, che mi rapisce a volo e mi porta nella sua cella di lusso.
Invece, a furia di poltrire nel letto e di non esercitare le ali, divenne sempre più grassa e la prima volta che i genitori l’obbligarono a raccogliere un secchiello di polline, lei inciampò su di una foglia di margherita, sbatté violentemente la testa contro un bocciolo di rosa e giacque a lungo, a zampe all’aria, finché non la portarono, incapace perfino di raddrizzarsi, al pronto soccorso.
Consultarono i più rinomati professori, ma il verdetto fu sempre uguale: immobilità nervosa.
Le analisi erano perfette eppure la ragazzina non muoveva affatto le ali. In quanto alle zampe, gliele dovevano piegare e raddrizzare i fratelli e le sorelle. Quelli si stancavano di interrompere continuamente lo studio o il gioco e così la piccola ape provò il bisogno e il disamore.
Forse, se avesse imparato a volare bene finché era in tempo, non si sarebbe fatta male inciampando così stupidamente.
Provò a ricamare il corredo alle sorelle perché la trattassero meglio, quelle si presero la roba senza nemmeno ringraziarla, come se ogni cosa fosse dovuta.
Regalò ai nipoti tutti i suoi risparmi, quelli si presero i soldi, ma le sbadigliavano davanti e certe volte facevano finta di non sentirla quando li chiamava.
Sua madre si lamentava sempre della disgrazia che le era capitata, suo padre l’accusava di essersi andata a cercare i guai col lanternino.
Immobilità nervosa. Che bella malattia nuova!
I giovanotti dei sogni, si sa, non esistono e la piccola ape invalida rimase zitella. Dalla disperazione perse l’appetito, ma nessuno se ne accorse.
Una volta ricamato il corredo alle sorelle, le fecero lavorare a uncinetto, coi rimasugli di lana, le coperte per tutta la famiglia. Era lei che pelava le patate per il minestrone o sbatteva a lungo le uova quando cucinavano il pan di Spagna. Almeno si passava il tempo e faceva qualcosa.
Insegnò l’alfabeto ai nipotini piccoli e fu così che riprese i libri in mano.
Un giorno si ritrovò a disegnare un’ape ballerina sul margine del sillabario. A scuola era stata sempre brava in disegno, ma a quei tempi era troppo pigra e annoiata per accorgersene.
La notte sognò di danzare lieve lieve in un raggio di luna. Si trovava sul tetto spiovente di una casa di vetro, aveva le scarpette da ballo ed un tutù di velo candidissimo.
Si svegliò con la faccia bagnata di lacrime. Chiese un quaderno e una matita, sua madre vide che disegnava e dapprima la lasciò stare, dopo un paio d’ore, tuttavia, le portò il lavoro a uncinetto dicendole che, almeno, facesse qualcosa di utile.
La piccola ape sbagliò tutti i punti e dovette scucire più volte il lavoro. Suo padre se ne accorse e non disse niente, ma era evidentemente contrariato.
Il nipote minore volle fatto un problema, il mezzano un tema, la più grande le portò altra lana per un plaid ai ferri.
Chissà se la zia sarebbe stata capace di farle un vestito, una giacca o almeno un gilet, che si usava tanto.
Quel pomeriggio la piccola ape meditò. In fondo, le venne da pensare, si trattava di immobilità nervosa. Non era nulla di reale.
Provò invano, per tutta la notte, a muovere le zampe.
Il giorno dopo le riportarono il lavoro a uncinetto, venne anche la vicina di casa con un grosso pacco di altri rimasugli di lana.
< Così almeno fa qualcosa, povera creatura > disse.
Accanto alla sedia a rotelle della piccola ape c’era un cesto rigurgitante di gomitoli multicolori.
Dopo averci provato per tutto il giorno, riuscì a muovere appena l’alluce del piede sinistro. Ciòl’esaltò.
“ Se guarisco” pensava, “ vado a scuola di ballo e volo artistico. A dito a dito mi muoverò di nuovo.”Ebbe a malapena il tempo di disegnare ballerine per un’oretta, dopo si addormentò a piombo col quaderno sul petto. Con suo rammarico, quando si svegliò, si accorse che era già giorno fatto. La nipotina grande le portò il caffelatte e, con l’occasione, le chiese se le sapesse fare un gilet a uncinetto. Sua madre le trascinò accanto, contemporaneamente, un sacco di patate da pelare. Il papà non la guardò nemmeno: stava pensando ai propri guai col capoufficio.
La piccola ape provò di nuovo a muovere l’alluce, cosa che le riuscì senza difficoltà, e subito si accorse che aveva tutte e due le zampe libere.
Stava per gridare forte la sua gioia, ma all’ultimo momento si trattenne: voleva prima volare.
Per tutto il giorno tacque, lavorò a uncinetto, pelò patate e sbatté le uova del pan di Spagna. Non sentì nemmeno il bisogno di disegnare.
La notte, di nascosto, si alzò e si accorse subito che poteva camminare.
Allora si vestì e vide che era dimagrita tanto. L’abito di lino rosa, nel quale entrava a malapena e si sentiva come una torta alla fragola, adesso le stava più che a sacco. Cercò di sistemarsi stringendo un cordone della tenda intorno alla vita, si profumò per gioia e provò le ali: funzionavano, o così le parve.
Senza pensare al pericolo che correva, prese lo slancio e si buttò dalla finestra. Precipitò nella notte, terrorizzata, chiuse gli occhi aspettando l’impatto, ma ormai era talmente leggera che l’aria la sostenne e fluttuò soavemente.
Si ritrovò stretta al petto di un giovane maschio, che l’aveva afferrata a volo. Aveva gli occhi azzurri, la barba ed i capelli biondi inanellati che brillarono nel plenilunio, odorava di miele e la cingeva con un solo braccio mentre con l’altra mano le sollevava il viso:
< Quanto sei bella > ronzò lui.
< Anche tu > rispose lei arrossendo fino alle ali.
< Quanto sei magra e lieve > l’ammirò lui, < da dove vieni, come ti chiami, mi vuoi sposare?>
Lei tacque, oppressa dalla sorpresa. Un grillo romantico li vide, accordò il violino e si mise a suonare. Il cuore della piccola ape sembrava un ordigno bellico pronto a scoppiare di gioia.
< Mi chiamo Vita > rispose.


EPIFANIA DEL SIGNORE

venerdì 4 gennaio 2013

PAPA KAROL WOJTYLA - PENSIERI PER UN GIORNO

4 gennaio 2013


Rallegriamoci nel Signore, esultiamo di gioia santa: la salvezza è apparsa nel mondo, alleluia
E' con queste parole che la liturgia ci invita oggi a restare immersi nella "gioia santa" del Natale.
All'inizio di un nuovo anno, questa esortazione ci orienta a viverlo interamente nella luce di Cristo, la cui salvezza è apparsa nel mondo per tutti gli uomini.
Il tempo natalizio ripropone, in effetti, all'attenzione dei cristiani il mistero di Gesù e la sua opera di salvezza. Dinanzi al Presepe la Chiesa adora l'augusto mistero dell'incarnazione: il Bimbo che vagisce tra le braccia di Maria è il Verbo eterno che si è inserito nel tempo ed ha assunto la natura umana ferita dal peccato,  per incorporarla a sé e redimerla, Ogni realtà umana, ogni vicenda temporale assume così risonanze eterne: nella persona del Verbo incarnato la creazione viene meravigliosamente sublimata.
Scrive Sant'Agostino: "Dio si fece uomo perché l'uomo diventasse Dio". Tra cielo e terra si è definitivamente stabilito un ponte: nell'Uomo-Dio l'umanità ritrova la via del Cielo. Il Figlio di Maria è mediatore universale, pontefice sommo. Ogni atto di questo Bimbo è un mistero destinato a rivelare l'abissale benevolenza di Dio.

Discorso all'udienza generale 3 gennaio 2001
Edizioni San Paolo

mercoledì 2 gennaio 2013

ANNI VECCHI E VECCHIE BEFANE





<Ah, ah, ah, il 2012 non è ancora finito e già cerca moglie> disse una befana rattrappita alla sua compagna di tavola nell’elegante sala da pranzo dell’ospizio in collina dove vivevano ricoverate ognuna col suo sacco di carbone, residuato di tempi migliori, le calze spaiate e i giocattoli fuori moda che nessun bambino voleva perché ormai tutti riforniti di computer, tablet e telefonini.
<I genitori dovrebbero smetterla di viziare i figli, poi diventano tutti drogati, ubriaconi, politicanti imbroglioni e ladri, che si svergognano in televisione l’uno contro l’altro e così la gente capisce tutti i trespoli> rispose una secca, col mento puntuto e gli occhiali a specchio, da un paio di centinaia di anni incominciava a dimenticarsi le cose mentre le stava dicendo.
<Cosa c’entrano i trespoli?>.
<Di quali trespoli si tratta?>.
<Ma di cosa stavamo parlando?>.
<Con questa crisi perfino il 2012, che ha fatto il giovincello fino a tutta l’estate, si è dovuto togliere parecchi optional>.
<Ti sei messa pure tu a parlare inglese?>.
<Tanto quello c’è rimasto, ormai, l’italiano è una lontana memoria, chi lo ricorda più tranne qualche poetessa pazza?>.
<A proposito, cosa portiamo a Domenica Luise, oltre un sacchetto piccolo di carbone?>.
<E chi è questa?>.
<Quella dell’Usignola stonata, ha messo pure noi in una favola metaforica>.
<Perché, cosa c’è di metaforico? Noi siamo reali e artrosiche>.
<Magari un pacco di cinque o sei quaderni, qualche penna e una matita con la gomma sopra per fare le parole crociate quando la notte non dorme>.
<Ah, quella che crede di essere una poetessa>.
<Poveraccia, zoppica. Un paio di stampelle?>.
<Oppure una sedia a rotelle di seconda mano>.
<Non abbiamo tanti soldi. Forse un buono per un commento sul suo ultimo post>.
<E chi lo scrive? Io no>.
<Io nemmeno>
<Potremmo tirare a sorte, col metodo della cannuccia più corta o più lunga>.
<Sì, conosco i vostri brogli elettorali. Diamole il solo carbone>.
<Ma chi l’ha detto che tutti gli anni vecchi cercano moglie?>.
<Stava sulla gazzetta delle favole di stamattina. Ognuno di loro aspira a una befana, visto che nessun’altra donna li sopporta più>.
<E che cosa vogliono da noi?>.
<Quello che vogliono tutti i maschi dalle femmine: essere accuditi, coccolati e massaggiati, nutriti, lavati, stirati e rispettati>.
<Ma io credevo che alla fine morissero>.
<Sei una sognatrice. Ognuno vive nel ricordo che lascia: terremoti, onde anomale, guerre, politicanti corrotti, imbrogli e prevaricazioni>.
<Ma non c’è rimasto niente di buono?>.
<Resiste ancora qualche brava persona che non usa i poveri per arricchire se stessa, ma è sempre più raro incontrarne>.
<Ma voialtre, di carbone, ne avete ancora nell’armadio? Io l’ho distribuito tutto alla camera dei deputati>.
<Io l’ho dato ai mariti violenti e alle mogli crudeli>.
<Io a quelli che predicano bene e razzolano male>.
<Io ai figli maleducati coi genitori>.
<E basta, finitela con questi elenchi oppure non concludiamo niente. Il carbone è esaurito dapertutto, dobbiamo andare nel bosco, scavare una buca, riempirla di legna e accenderla. Ci sono volontarie?>.
<Alla nostra età?>.
<Siete befane o no?>.
<Siamo befane, no sceme, scava e accendi tu, dopo devi assistere il carbone finché è cotto>.
<C’è crisi, c’è crisi. Cosa potremmo dargli al posto del carbone?>
<Secondo me questa è una domanda di quelle senza risposta. Parliamo d’altro>.
<Una volta si diceva non vale un fico secco, oggi costano a peso d’oro>.
<I fichi secchi no, ho detto di cambiare discorso. Consolatevi, tra poco arriva l’anno nuovo, speriamo che non si ammazzino fino dal primo giorno>.
<Ma cosa vuoi sperare. Ti sei fatta perfino la crocchia con quei quattro capelli che ti sono rimasti>.
<Sarai bella tu, con la parrucca gialla e le rughe stirate dalla crema miracolosa alle cellule staminali>.
<Meglio il botulino, ti fa la faccia come una bambola di plastica>.
<Ragazze, finitela di litigare>.
<Ragazze un corno. E noi litighiamo quanto ci pare, del resto litigano tutti>.
<Non saresti buona nemmeno per accudire il 1943>.
<E perché proprio il 1943?>.
<È la data di nascita di una superbefana poetessa>.
<Ma è ancora viva?>.
<Sicuramente, ce l’ha fatta di nuovo>.
<Ammirevole. Che resistenza>.
<A lei il regalo bisogna farlo, magari una scopa nuova, in stile antico, di saggina vera naturale>.
<Ma tutti gli anni vecchi cercano moglie?>
<Già, nessuno escluso. E noi befane siamo numerosissime, possono scegliere>.
<Io non mi voglio sposare>.
<Io un marito ce l’ho ed è anche troppo>.
<Io sto bene single con la gatta>.
<E dagli con quest’inglese, si dice zitella>.
<Io un anno vecchio lo sposerei pure, ma solo se si può permettere una cuoca, due domestiche e un giardiniere> saltò su una befana ben tenuta a furia di bustino e stecche retro.
<Ma quelli sono vecchi bacucchi>.
<Noi, invece, pure> ammise Mimma, diceva sempre quello che pensava e perciò nessuno la sopportava, nemmeno gli anni vecchi più decrepiti>.
<A te non ti pigliano sicuro, sei strana>.
Mimma fece la sua tipica espressione imbronciata che, quand’era piccola, otteneva tanti consensi.
Cristina subito la difese: <Ma non vedete quant’è ingenua?>.
<Lasciatela stare in pace> intervenne la sorella Iole, <non è colpa sua, è stata sempre così>.
<Non dico il 1943, che è troppo antico, ma io un annetto vecchio lo sposerei, sono sincera> confessò una befana rossa, crespa, con la faccia bianca e il rossetto viola quasi nero assortito alle unghie, che sembrava anoressica tanto mangiava poco perché non voleva ingrassare.
<Meglio sola che male accompagnata> rispose una befana femminista a oltranza, in pantaloni aderenti, seno appiattito, maniche al gomito per mostrare le braccia tatuate e piercing che le tirava giù il labbro inferiore esibendo i pochi denti rimasti fra un buco e l’altro.
<Finché c’è vita c’è speranza> concluse una befana fachira sistemandosi nella posizione del loto sul suo letto di chiodi, <ed ora state tutte zitte, devo meditare sul futuro dell’umanità>.

Domenica Luise

martedì 1 gennaio 2013

COMMUNICATIONES

SENEGAL
Arrivo delle Sorelle Carmelitane Missionarie Teresiane a Kaolack
 Communicationes
KAOLACK - SENEGAL (17-12-2012).- Le Carmelitane Missionarie Teresiane si trovano già nella località senegalese di Kaolack provenienti dalla Provincia di Avignone-Aquitania. Dopo il loro arrivo, si darà al più presto inizio alla costruzione di una casa per le religiose e di un centro di sanità di cui si faranno carico.   
INCONTRO
Riunione del Definitorio Generale con il Consiglio Generale O. Carm.
Communicationes
ROMA-ITALIA (17-12-2012).- Nella mattina del 17 dicembre, nei giorni in cui era riunito il Definitorio Generale, si è effettuato l’incontro con il Consiglio Generale O. Carm. È stata una riunione familiare e serena, in cui è stato analizzato, grazie alla presenza di fr.   
AVILA
La casa natale di Santa Teresa si prepara ad accogliere tutte le Province dell'Ordine
Communicationes
AVILA - SPAGNA (01-01-2013).- La comunità di Avila, situata nella casa natale di Santa Teresa di Gesù, si sta preparando, in vista del V Centenario della Nascita di Santa Teresa, a ricevere migliaia di pellegrini provenienti da tutte le Province. L'idea è che tutte le Province possano peregrinare ad Avila nel contesto del V Centenario per conoscere i luoghi che segnarono l'infanzia della Santa carmelitana.   
ARCHIVIO GENERALE
L'Archivio Generale dell'Ordine pubblica sulla web le due edizioni di Monasticon Carmelitanum
Communicationes
ROMA - ITALIA (01-01-2013).- L'archivista Generale, P. Óscar I. Aparicio, ha pubblicato sulla web dell'Ordine il laborioso lavoro di P. Ambrogio di Santa Teresa, Monasticon Carmelitanum. Due volumi che, come ha dichiarato P. Oscar, sono molto interessanti ed utili per tutti gli investigatori.   
ALBANIA
Albania, terra di missione
Communicationes
PISA - ITALIA (01-01-2013).- Fu nel dicembre del 2011 che si cominciò a progettare una missione in Albania. Nel gennaio 2012 si pianificò il primo viaggio. Questo progetto missionario è promosso dal Commissariato del Centro Italia. Per una prima sistemazione è stata fondamentale l'accoglienza da parte delle Carmelitane scalze di Nenshat che giunsero in Albania nel 2003.   

CAPODANNO 2013




E’ una tersa sera invernale e mille pensieri le ronzano in testa, ballando una samba. Spalanca la finestra della sua stanza, un freddo pungente le pizzica il volto ma almeno quei pensieri voleranno fuori, lasciandola tranquilla. La luna è piena, gonfia e rotonda come se fosse incinta. Giove e Venere brillano  intensamente, in questo cielo nero, insieme a stelle più piccole, lucenti e ammiccanti. Le scie bianche di due aerei, paiono righe tirate col gesso, sulla superficie di una lavagna.
La mente si è snebbiata, i pensieri che gravavano pressanti, si sono dileguati.
Sta bene, la tristezza della solitudine è passata! La natura è la panacea di tutti i mali,  disintossica dalle ovvietà della vita, poiché nulla è ovvio, nell’universo.
Tra poco i botti di Capodanno esploderanno con fracasso infernale, e illumineranno ancor più una notte che è già splendente di suo…Nina guarda le stelle e ritorna improvvisamente bambina:
“Stella stellina, la notte si avvicina la fiamma traballa, la mucca è nella stalla, la mucca e il vitello, la pecora e l’agnello, la chioccia e il pulcino, ognuno il suo bambino, ognuno fa la nanna sul cuore della mamma”
Quando cantava questa filastrocca avrà avuto si e no due anni, massimo tre.
E la notte di Capodanno riporta alla mente anche un’altra poesiola, che il nonno ascoltava estasiato quando lei, due anni appena, la recitava in piedi sul tavolo della cucina, nella vecchia casa di campagna, davanti al camino dove bruciava un grosso ceppo, e nell’aria era ancora rimasto il profumo dello zucchero caramellato col quale il nonno preparava il croccante di mandorle.
Dai Nina, recita quella bella poesia per l’Anno Nuovo!
E Nina, tenendo l’orlo del vestitino tra le mani e dondolando un poco nell’enfasi del declamare, comincia:
“Anno ovo avanti avanti
ti fan festa tutti i guanti
tu la pace e la salute
doni ai cari genitori
ai parenti agli amici
d’esser buona io prometto
anno ovo e l’ometto!
E Nina, sorridendo alla luna incinta, la ricorda proprio come la pronunciava da piccola, perché tutti quanti per lei non aveva un senso, ma i guanti li conosceva bene, perché li indossava quando fuori c’era la neve e lei voleva giocarci. Neppure di nuovo conosceva il significato, mentre l’ovo la nonna glielo faceva sbattuto con lo zucchero, o alla coque e a lei piaceva in entrambi i modi. E l’ometto? Ma come poteva mai conoscere, una bimba di due anni appena, il significato dell’aggettivo Benedetto? Ma sapeva che l’ometto di neve, o l’ometto di zucchero, erano cose concrete, con cui aveva avuto a che fare. E allora gli applausi dei nonni e degli zii erano assicurati…e anche le risate! E lei felice di tanto entusiasmo, s’inchinava reggendo la gonnellina come le damine del settecento.
Nina sorride…quanti anni sono trascorsi da allora? Sessanta esatti! Eppure sono ricordi che riemergono così vivi, da parer vecchi di un giorno. I’aroma dei mandarini appesi all’abete vero, cresciuto nel bosco di famiglia e portato a casa dallo zio, il profumo della resina e del mugo si mischiava a quello degli agrumi e del croccante, all’acre odore di fumo sprigionato dal ceppo di legna bruciata nel camino, unica fonte di riscaldamento della grande cucina avita. Quei profumi sembrano aleggiare nell’aria…ancora adesso.
E anche adesso è Capodanno…ma i nonni sono nell’altra vita, come lo zio, Forse vivono su quella stella che brilla più luminosa delle altre che, infatti, sta ammiccando…Da lì stanno augurando Buon Anno anche a Nina e finalmente non si sente più così sola.

Danila Oppio

BENVENUTO|

Il Paradiso non può attendere: dobbiamo già cercare il nostro Cielo qui sulla terra! Questo blog tratterà di argomenti spirituali e testimonianze, con uno sguardo rivolto al Carmelo ed ai suoi Santi