Alle frontiere del tempo
L’Harmattan è un vento secco e continentale che soffia dal Sahara verso l’Africa occidentale, soprattutto tra novembre e marzo. Trasporta polveri finissime e sabbia, abbassa drasticamente l’umidità e può ridurre la visibilità fino quasi ad annullarla. Nel deserto non è solo un fenomeno climatico: modella il paesaggio, blocca gli spostamenti e impone i suoi tempi. Quando arriva, ridisegna tutto.
Alle frontiere del tempo
Nei pressi di Recco, in provincia di Genova, vi abita la ‘Valle del tempo’. Si tratta di 3 paesini caratterizzati da campanili che esibiscono grandi e particolari orologi della nota ditta Trebino, nata in questa zona. Uscio, Terrile e Calcinara sono i nomi di questi borghi incollati alle colline che scendono, assai bruscamente, al mar Tirreno. Partecipando al ‘Festival del tempo’, tenuto appunto a Uscio un paio di settimane or sono, non potevo non tentare di riandare alle frontiere del tempo vissuto in questi ultimi anni prima di tornare dal Niger. Siccome esso ci è imprestato posso raccontarlo.
Il tempo come operaio in fabbrica per sette anni a Casarza Ligure nella Trafilerie e Laminatoi di Metalli. Vissuto coi compagni di lavoro perchè compagno è quello che condivide lo stesso pane. Il tempo dell’impegno sindacale con la Federazione Lavoratori Metalmeccanici, FLM. Il tempo come volontario in Costa d’Avorio che avrebbe segnato una frontiera decisiva per il cammino che sarebbe poi seguito in casa SMA. Sociètà Missioni Africane il tempo della preparazione e, dopo l’ordinazione, la ripartenza per lo stesso Paese dell’Africa Occidentale. Il tempo di Cordoba in Argentina, nella ‘villas miserias’ (baraccopoli) della bella città universitaria. Quello della guerra (in) civile in Liberia vissuta nella capitale Monrovia sotto attacco dei ribelli. Giorni in cui il tempo sembrava essersi fermato per sempre. Il tempo nel Centro Storico di Genova e quello dei detenuti nel carcere di Marassi, visitato per tre anni due volte la settimana. Poi il tempo che il Niger si è portato via per quattordici anni.
Il tempo di Natasha, morta di fame sulla strada quando aveva un anno, in occasione della sua prima e ultima migrazione con la mamma dalla Sierra Leone. Il tempo dell’amico Pierluigi Maccalli, rapito per due anni da gruppi armati terroristi di ispirazione ‘islamica’. Un tempo di sabbia, di vento e di tempesta. Tempi abitati e ritmati da avvenimenti come le chiese bruciate nel 2015 a Niamey e soprattutto dal transito di centinaia di migranti coi loro sogni nascosti nelle borse ingiustamente credute vuote. Il tempo dei militari che hanno preso il potere nel luglio del 2023 non è che un tempo di polvere. Sappiamo solo che non è misurabile ma che detta lui il ritmo dei giorni dalla creazione in poi. La polvere e il vento sono i due elementi nei quali si è rifugiato il tempo fino ad oggi.
L’opacità è la misura del nostro tempo. Inutile tentare di accantonarlo, farlo fruttare, conservarlo in un luogo sicuro per essere poi utilizzato a piacimento. Il tempo che ho spiato nel Niger è soprattutto un tempo di attesa. Della pioggia, del raccolto, del lavoro, del cibo di ogni giorno, della nascita di un figlio, del prossimo colpo di stato e soprattutto della pace perduta, venduta, mercanteggiata e sfinita da troppi tradimenti. Nel Niger, come altrove del resto, ognuno ha ed è il suo tempo che solo occasionalmente coincide con quello dell’altro e non si accorda mai con gli orologi. In fondo il tempo è come la vita. Un mistero da abitare o meglio, una frontiera da attraversare su una passerella sospesa tra due sogni.
Mauro Armanino, Genova, ottobre 2026
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