sabato 28 febbraio 2026
CON LO SGUARDO DI UN COLONIZZATO di PADRE MAURO ARMANINO
Con lo sguardo di un colonizzato
Lo ammetto. Sono stato colonizzato, forse non abbastanza, dall’ Africa Occidentale e in particolare dal Sahel. Fin dal mio primo soggiorno in Costa d’Avorio per un paio d’anni come inesperto insegnante di muratura in un centro professionale. Assieme ad un amico avevamo scelto il volontariato internazionale sostitutivo del servizio militare. Correva la fine degli anni 70, ruggenti, così saranno in seguito definiti. Da allora l’Africa occidentale non mi avrebbe più abbandonato se si eccettua uno splendido transito di tre anni a Cordoba, in Argentina. Anche in quel Paese si trattava di intercettare i fragili sentieri e le parole che parlavano di lotte per la dignità nelle periferie povere della città.
Nel frattempo, licenziatomi dalla fabbrica dove avevo ripreso il lavoro, ero tornato in Costa d’Avorio. Stavolta come missionario di ‘professione’, e cioè come religioso per l’accompagnamento dei giovani studenti fino all’inizio degli anni ’90. Fu poi la volta della Liberia che chiudeva, durante il mio soggiorno, una lunga guerra (in)civile nel 2007. Al ritorno, dopo la pace, ho transitato uno splendido centro storico nella città di Genova. In carcere ma soprattutto sulle strade ho avuto modo di incontrare volti africani nel mio Paese di origine. Arrivai in seguito il Niger, nel Sahel, per quattordici anni, come testimone privilegiato della drammatica ed esaltante realtà dei migranti.
Ed è stato durante quest’ultimo soggiorno, tra sabbia, vento, tempesta e soprattutto polvere che il processo di ‘colonizzazione africana’ si è in qualche modo approfondita, perfezionata e realizzata. Certo l’operazione non si è ancora totalmente compiuta. D’altronde un proverbio più volte ascoltato in quella porzione d’Africa l’affermava con chiarezza...’anche se resta a lungo nello stagno il legno non diventerà mai un coccodrillo’. Viene solo ricordato agli incauti ospiti che l’appartenenza ad una cultura diversa della propria sarà sempre parziale e precaria. La consapevolezza di questa intrinseca fragilità rende il processo di colonizzazione dell’ospite un cantiere permanente.
Ho lasciato il Sahel l’anno scorso per un servizio in patria solo per constatare che il Sahel e l’Africa finora vissuta non mi hanno mai lasciato. Proprio in quel senso parlo di una certa colonizzazione che sembra essere diventata una seconda natura, un modo di reinterpretare il mondo e la vita stessa. Ed è in questa prospettiva che, coinvolto con nostalgia, rammarico e passione, seguo le vicende e i discorsi che emergono da questo amato Continente. Si tratta di metter assieme, con parole di vento, lo sguardo di un colonizzato da un trentennio di soggiorno in Africa occidentale. Sguardo che chi scrive si augura non ritornerà mai più normalizzato e omologato al sistema.
Ad esempio, sembra del tutto irrilevante, ai capi di stato africani recentemente riuniti ad Addis Abeba, che migliaia di giovani, donne e bambini continuino a voler fuggire dal Continente. Non degno di menzione che, in numero imprecisato, trovino la morte nei deserti e nei mari che circondano l’Africa. Nessun riferimento ai centri di disumanizzazione per migranti finanziati dall’ Europa in Libia. Del tutto inosservato passa, nella dichiarazione finale del vertice, la morte di centinaia di giovani africani in Ucraina, inviati al fronte con false promesse da agenzie russe. Il fenomeno era stato denunciato da tempo. I ‘Black Wagner’ dall’Africa al fronte ucraino in nome e una guerra mai scelta.
Il trentanovesimo vertice dell’Unione Africana si è chiuso con, tra l’altro, il duplice impegno di far tacere le armi nel conflitto armato del Sudan e nel Sahel. Quest’ultimo insanguinato dall’azione di gruppi armati ormai da un decennio. I capi di stato hanno altresì sottolineato la non tolleranza a ulteriori tentativi di destabilizzazione delle democrazie mediante colpi di stato militari. Non una parola, invece, sui ‘golpe’ istituzionali che garantiscono per molti dei presenti una ‘presidenza a vita’. Anzi alcuni di loro, per quale alchimia politica non si sa, vengono scelti come mediatori di conflitti. Forse perché affidabili e abili dittatori.
Si nota, sempre nel vertice citato, il richiamo al tempo tragico della tratta atlantica degli schiavi dimenticando che è esistita, non meno avvilente, la tratta operata in Africa orientale con le carovane in contesto ‘islamico’. Si domandano scuse e risarcimenti per questo. Mai però si assiste ad una autocritica che faccia luce sulle responsabilità locali che hanno reso possibile il dramma della schiavitù, peraltro già ben esistente e applicata sul posto. Mai si menziona, per il ‘politicamente corretto’ che spesso nei Paesi del Maghreb gli africani sub-sahariani vengano trattati, a tutti gli effetti, da schiavi. L’Africa ‘bianca’ è diversa.
Con lo sguardo di un colonizzato mi verrebbe da aggiungere che nel Continente i poveri non contano quasi nulla se non quando siamo prossimi alle elezioni. Che i militari al potere, senza nessun permesso, facciano ciò per cui sono destinati. Al servizio del popolo tramite il rispetto delle istituzioni. Che smettano, una volta per tutte, di manipolare e sedurre, con le armi in mano, con inutili e vane promesse di benessere. Che i politici e gli intellettuali africani abbiano ancora il coraggio di guardarsi allo specchio e chiedersi dove e come hanno tradito la loro funzione. Che i religiosi, di ogni confessione, smettano di sedere accanto alla mensa dei potenti e siano con coerenza, semplici e umili operatori di giustizia e di verità. E che, infine, i poveri prendano la parola e danzino l’avvenuta liberazione da ogni paura.
Mauro Armanino, Genova, febbraio 2026
venerdì 27 febbraio 2026
NOTIZIE UTILI inviate da PADRE MAURO ARMANINO
Asilo un diritto sotto pressione
Un abitante del pianeta su 67. Questo secondo le stime dell’UNHCR è il dato che fotografa la gravità dello sradicamento forzato a livello globale alla fine del 2024, quando è stato toccata la cifra record di 123,2 milioni di persone in fuga. E se le cause della migrazione forzata continuano a peggiorare, la crisi dell’asilo – soprattutto nel cosiddetto Nord globale – sembra ormai diventata una condizione permanente. È il quadro che emerge dal Rapporto 2025 sul diritto d’asilo della Fondazione Migrantes, intitolato significativamente Richiedenti asilo: le speranze recluse.
Anche se a metà 2025 il dato globale è leggermente sceso (117,3 milioni), soprattutto per alcuni rientri in Paesi come Afghanistan, Siria e Sudan, non si può non notare come si tratti di ritorni in condizioni precarie, che non garantiscono una reale reintegrazione.
Le cause restano le stesse, ma sempre più intrecciate: conflitti armati, persecuzioni politiche, crisi economiche, disuguaglianze e cambiamenti climatici. Nel solo 2024 quasi 46 milioni di persone sono state costrette a spostarsi a causa di eventi ambientali. E, contrariamente alla percezione diffusa in Europa, tre rifugiati su quattro continuano a essere accolti in Paesi a basso o medio reddito. A fronte di un incremento esponenziale delle spese militari, la cooperazione allo sviluppo, che potrebbe potenzialmente migliorare le condizioni di vita in certi contesti e prevenire la necessità di fuga da parte di alcune componenti della popolazione locali, è ai minimi storici. Il confronto è inquietante e smaschera qualsiasi retorica dell’“aiutiamoli a casa loro”: il 2,5 del PIL globale è dedicato alla spesa militare globale, mentre la spesa complessiva per gli aiuti allo sviluppo umano e alla cooperazione si va addirittura contraendo e corrisponde a solo lo 0,33% del PIL globale. L’Italia è ferma allo 0,28%, con la beffa di conteggiare in questa cifra le spese per l’esternalizzazione e il primo anno di accoglienza delle persone che fanno domanda d’asilo.
Il rapporto evidenzia quindi una tendenza preoccupante: la gestione delle migrazioni forzate viene sempre più trattata come una questione di sicurezza e controllo, più che di protezione. Politiche un tempo considerate eccezionali – respingimenti, accordi con Paesi terzi, procedure accelerate o extraterritoriali – stanno diventando la norma. L’Unica norma che sembra attrarre fondi e consenso.
Anche l’Europa si muove in questa direzione. Nel 2024 le domande di asilo per la prima volta nell’Unione sono diminuite a circa 913 mila (-13% rispetto al 2023), ma la percezione politica resta quella di una pressione crescente. Intanto i tassi di riconoscimento mostrano segnali di contrazione e, nei primi mesi del 2025, le decisioni positive risultano in forte calo. Sul fronte degli arrivi irregolari, i dati indicano una diminuzione complessiva, ma il prezzo umano resta altissimo. Nei primi nove mesi del 2025 si contano quasi 1.300 morti o dispersi nel Mediterraneo, con il rischio di morte sulla rotta centrale pari a un caso ogni 58 arrivi. Tra i nodi più controversi emerge la crescente esternalizzazione delle politiche migratorie. Il cosiddetto “modello Albania”, analizzato nella parte dedicata all’Italia, viene interpretato come un laboratorio per spostare fuori dai confini nazionali la gestione dell’asilo, sollevando interrogativi sul rispetto delle garanzie giuridiche e sul futuro stesso del diritto di protezione.
Tutte preoccupazioni che diventano ancora più concrete nel 2026, anno della concreta implementazione del Patto europeo sulla migrazione e l’asilo che renderà il diritto d’asilo e la libertà di movimento ancora più difficile da rivendicare ed esigere. Il quadro che ne emerge è quello di una trasformazione profonda: l’emergenza diventa normalità e il diritto d’asilo rischia di essere progressivamente svuotato.
Ma il rapporto invita anche a una lettura diversa. Le guerre non sono il nostro destino ineluttabile, così come non lo è la corsa al riarmo. Il diritto internazionale, il diritto d’asilo, la diplomazia e la ricerca del bene comune possono e devono tornare al centro. La solidarietà, insieme al rispetto per la terra, sono valori che possiamo e dobbiamo continuare a coltivare. Invertire la marcia rispetto a un orizzonte di sgretolamento dei meccanismi di tutela dei diritti umani e di messa in discussione del diritto d’asilo non solo è possibile, ma necessario. L’orrore e la sofferenza inflitti alle persone nei luoghi d’origine e lungo i percorsi di fuga non possono essere ridotti a errori collaterali o al segno di un tempo in declino. Così come non possiamo accettare che la reclusione o i rimpatri, sempre più privi di garanzie legali, vengano presentati come un’alternativa al diritto d’asilo e all’accoglienza di chi cerca protezione.
Comune.info
Dichiarazione dei vescovi della Calabria: «Il mare ci chiede conto»
Un salvagente arancione. È quello che il comandante della Guardia Costiera di Tropea ha riconosciuto tra le onde, prima ancora di capire che attorno a quel salvagente c’era ancora un uomo. O quel che ne restava. Quella macchia di colore nel grigio del Tirreno è diventata, per noi, il simbolo di questa stagione: una vita che aveva cercato di salvarsi, e non ce l’aveva fatta.
Da Scalea ad Amantea, da Paola a Tropea, da Pantelleria a Custonaci: le coste della nostra terra e della Sicilia hanno accolto nelle ultime settimane almeno quindici corpi senza nome, restituiti dal Mediterraneo dopo i naufragi silenziosi che il ciclone Harry ha consumato tra il 15 e il 22 gennaio. Secondo le organizzazioni umanitarie, i dispersi totali potrebbero essere un migliaio. Un numero che non è una statistica: è una comunità intera inghiottita dal mare mentre l’Europa guardava altrove.
Noi vescovi di Calabria non possiamo tacere.
Lo diciamo con il dolore di pastori che riconoscono in quei corpi anonimi la dignità inviolabile di ogni essere umano, creato a immagine e somiglianza di Dio. Lo diciamo con la fermezza di chi sa che il silenzio, in certi momenti, diventa complicità. Lo diciamo consapevoli che quello che sta accadendo non è una tragedia isolata.
L’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni certifica che nei primi mesi del 2026 i morti sono triplicati: 452 vittime nel solo mese di gennaio, contro 93 dell’anno precedente. Meno arrivi, più morti.
Il nostro primo pensiero e la nostra preghiera di pastori sono rivolti a ognuno di loro, ai loro cari rimasti in patria o che forse li stanno attendendo.
Ai nostri fedeli chiediamo di non abituarsi. Di non lasciare che la notizia di un altro corpo trovato in spiaggia diventi ordinaria amministrazione. Il comandante Durante si è gettato tra le onde per recuperare quel che restava di un uomo. Vogliamo che la nostra Chiesa sia capace della stessa umanità. Dobbiamo pregare per alimentare la speranza, vincere la nostra indifferenza e aprire spazi di accoglienza prima di tutto nella nostra mente e nel nostro cuore.
Chiediamo alle istituzioni italiane ed europee di essere all’altezza della migliore tradizione di civiltà del nostro paese e del nostro continente che crede nella sacralità di ogni essere umano e soprattutto se in difficoltà lo accoglie e se ne prende cura. Chiediamo quindi di aprire corridoi umanitari sicuri per chi fugge da guerre, persecuzioni e miseria.
Chiediamo che le procure di Paola, Vibo Valentia e Trapani ricevano ogni risorsa necessaria per dare un nome a chi è stato restituito dal mare e per accertare le responsabilità.
Chiediamo che si smetta di misurare il successo di una politica migratoria contando solo chi arriva senza considerare chi muore.
Il mare ci chiede conto. Quei morti ci chiedono conto e noi non possiamo rispondere con il silenzio.
I Vescovi della Conferenza Episcopale Calabra
22- 02- 2026
mercoledì 25 febbraio 2026
lunedì 23 febbraio 2026
CONOSCENZA DI SE' (Ordine Secolare Carmelitano)
La preoccupazione di Lorenzo era sempre la stessa: Quale direzione dare alla propria vita per darle un senso? Per andare lontano?
Poi, col tempo, capì che non era proprio così: certe strade non portano lontano, portano "dentro".
Un giorno, mentre camminava senza meta, prese coscienza che ogni scelta fatta nella vita - giusta o sbagliata - aveva lasciato una traccia dentro di sé.
Un giorno incontrò Chiara seduta su un gradino, il viso rivolto al sole.
"Che fai Lorenzo"? chiese Chiara.
"Sto cercando la mia strada,” le disse.
Lei sorrise piano: “Forse la strada non è fuori di te. Forse quella strada ti sta riportando a te.”
Quelle parole gli scesero dentro come acqua chiara.
Ripensò ai suoi tentativi, ai cambi di rotta, ai dubbi che lo avevano accompagnato, ai suoi fallimenti ma anche ai suoi successi.
Non erano deviazioni: erano passi. E capì che ogni passo, anche il più incerto, lo aveva avvicinato un po’ di più a conoscere se stesso.
Non arriveremo mai a conoscerci chi siamo veramente e che direzione dare alla nostra vita, se insieme non ci preoccupiamo di conoscere Dio
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"Pretendere di entrare in cielo senza prima entrare in noi stessi per meglio conoscerci e considerare la nostra miseria, per vedere il molto che dobbiamo a Dio e il bisogno che abbiamo della sua misericordia, è una vera follia
(S.Teresa D'Avila)
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«La mia Misericordia è felice di accettare le promesse e i desideri che, a poco a poco, divengono atti: promesse e desideri sono atti in germoglio.
"Non scoraggiarti mai. Pensa spesso che IO sono presente.
Posso essere presente e non aiutarti?
"La creatura non è infinitamente cara al Creatore? Se tu sapessi...
"Tendi spesso l’orecchio verso di Me: intenderai.
"Giovanni, appoggiato al Mio Cuore, ne intese i segreti.
"Se non avesse avuto questo gesto di tenerezza, avrebbe inteso?
"IO sono come il timido: Mi occorre il vostro primo passo».
(Gabrielle Bossis - Lui e Io - Diario intimo di una mistica del novecento)
domenica 22 febbraio 2026
SECONDA CONFERENZA - DIO -di Padre CLAUDIO TRUZZI OCD
venerdì 20 febbraio 2026
COMPLICI NELL' ETA' DELL'INCONSISTENZA di PADRE MAURO ARMANINO







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