AFORISMA

Meglio aggiungere vita ai giorni, che non giorni alla vita
(Rita Levi Montalcini)

Nostra Signora del Carmelo

Nostra Signora del Carmelo
colei che ci ha donato lo scapolare

sabato 28 febbraio 2026

CICLO SU FIORI PER LA SANTINA di PADRE NICOLA GALENO OCD



 



CON LO SGUARDO DI UN COLONIZZATO di PADRE MAURO ARMANINO

Con lo sguardo di un colonizzato

Lo ammetto. Sono stato colonizzato, forse non abbastanza, dall’ Africa Occidentale e in particolare dal Sahel. Fin dal mio primo soggiorno in Costa d’Avorio per un paio d’anni come inesperto insegnante di muratura in un centro professionale. Assieme ad un amico avevamo scelto il volontariato internazionale sostitutivo del servizio militare. Correva la fine degli anni 70, ruggenti, così saranno in seguito definiti. Da allora l’Africa occidentale non mi avrebbe più abbandonato se si eccettua uno splendido transito di tre anni a Cordoba, in Argentina. Anche in quel Paese si trattava di intercettare i fragili sentieri e le parole che parlavano di lotte per la dignità nelle periferie povere della città.

Nel frattempo, licenziatomi dalla fabbrica dove avevo ripreso il lavoro, ero tornato in Costa d’Avorio. Stavolta come missionario di ‘professione’, e cioè come religioso per l’accompagnamento dei giovani studenti fino all’inizio degli anni ’90. Fu poi la volta della Liberia che chiudeva, durante il mio soggiorno, una lunga guerra (in)civile nel 2007. Al ritorno, dopo la pace, ho transitato uno splendido centro storico nella città di Genova. In carcere ma soprattutto sulle strade ho avuto modo di incontrare volti africani nel mio Paese di origine. Arrivai in seguito il Niger, nel Sahel, per quattordici anni, come testimone privilegiato della drammatica ed esaltante realtà dei migranti.

Ed è stato durante quest’ultimo soggiorno, tra sabbia, vento, tempesta e soprattutto polvere che il processo di ‘colonizzazione africana’ si è in qualche modo approfondita, perfezionata e realizzata. Certo l’operazione non si è ancora totalmente compiuta. D’altronde un proverbio più volte ascoltato in quella porzione d’Africa l’affermava con chiarezza...’anche se resta a lungo nello stagno il legno non diventerà mai un coccodrillo’. Viene solo ricordato agli incauti ospiti che l’appartenenza ad una cultura diversa della propria sarà sempre parziale e precaria. La consapevolezza di questa intrinseca fragilità rende il processo di colonizzazione dell’ospite un cantiere permanente.

Ho lasciato il Sahel l’anno scorso per un servizio in patria solo per constatare che il Sahel e l’Africa finora vissuta non mi hanno mai lasciato. Proprio in quel senso parlo di una certa colonizzazione che sembra essere diventata una seconda natura, un modo di reinterpretare il mondo e la vita stessa. Ed è in questa prospettiva che, coinvolto con nostalgia, rammarico e passione, seguo le vicende e i discorsi che emergono da questo amato Continente. Si tratta di metter assieme, con parole di vento, lo sguardo di un colonizzato da un trentennio di soggiorno in Africa occidentale. Sguardo che chi scrive si augura non ritornerà mai più normalizzato e omologato al sistema.

Ad esempio, sembra del tutto irrilevante, ai capi di stato africani recentemente riuniti ad Addis Abeba, che migliaia di giovani, donne e bambini continuino a voler fuggire dal Continente. Non degno di menzione che, in numero imprecisato, trovino la morte nei deserti e nei mari che circondano l’Africa. Nessun riferimento ai centri di disumanizzazione per migranti finanziati dall’ Europa in Libia. Del tutto inosservato passa, nella dichiarazione finale del vertice, la morte di centinaia di giovani africani in Ucraina, inviati al fronte con false promesse da agenzie russe. Il fenomeno era stato denunciato da tempo. I ‘Black Wagner’ dall’Africa al fronte ucraino in nome e una guerra mai scelta.

Il trentanovesimo vertice dell’Unione Africana si è chiuso con, tra l’altro, il duplice impegno di far tacere le armi nel conflitto armato del Sudan e nel Sahel. Quest’ultimo insanguinato dall’azione di gruppi armati ormai da un decennio. I capi di stato hanno altresì sottolineato la non tolleranza a ulteriori tentativi di destabilizzazione delle democrazie mediante colpi di stato militari. Non una parola, invece, sui ‘golpe’ istituzionali che garantiscono per molti dei presenti una ‘presidenza a vita’. Anzi alcuni di loro, per quale alchimia politica non si sa, vengono scelti come mediatori di conflitti. Forse perché affidabili e abili dittatori.

Si nota, sempre nel vertice citato, il richiamo al tempo tragico della tratta atlantica degli schiavi dimenticando che è esistita, non meno avvilente, la tratta operata in Africa orientale con le carovane in contesto ‘islamico’. Si domandano scuse e risarcimenti per questo. Mai però si assiste ad una autocritica che faccia luce sulle responsabilità locali che hanno reso possibile il dramma della schiavitù, peraltro già ben esistente e applicata sul posto. Mai si menziona, per il ‘politicamente corretto’ che spesso nei Paesi del Maghreb gli africani sub-sahariani vengano trattati, a tutti gli effetti, da schiavi. L’Africa ‘bianca’ è diversa.

Con lo sguardo di un colonizzato mi verrebbe da aggiungere che nel Continente i poveri non contano quasi nulla se non quando siamo prossimi alle elezioni. Che i militari al potere, senza nessun permesso, facciano ciò per cui sono destinati. Al servizio del popolo tramite il rispetto delle istituzioni. Che smettano, una volta per tutte, di manipolare e sedurre, con le armi in mano, con inutili e vane promesse di benessere. Che i politici e gli intellettuali africani abbiano ancora il coraggio di guardarsi allo specchio e chiedersi dove e come hanno tradito la loro funzione. Che i religiosi, di ogni confessione, smettano di sedere accanto alla mensa dei potenti e siano con coerenza, semplici e umili operatori di giustizia e di verità. E che, infine, i poveri prendano la parola e danzino l’avvenuta liberazione da ogni paura.

             Mauro Armanino, Genova, febbraio 2026


venerdì 27 febbraio 2026

NOTIZIE UTILI inviate da PADRE MAURO ARMANINO

      Asilo un diritto sotto pressione

Chiara Marchetti 

Un abitante del pianeta su 67. Questo secondo le stime dell’UNHCR è il dato che fotografa la gravità dello sradicamento forzato a livello globale alla fine del 2024, quando è stato toccata la cifra record di 123,2 milioni di persone in fuga. E se le cause della migrazione forzata continuano a peggiorare, la crisi dell’asilo – soprattutto nel cosiddetto Nord globale – sembra ormai diventata una condizione permanente. È il quadro che emerge dal Rapporto 2025 sul diritto d’asilo della Fondazione Migrantes, intitolato significativamente Richiedenti asilo: le speranze recluse.

Anche se a metà 2025 il dato globale è leggermente sceso (117,3 milioni), soprattutto per alcuni rientri in Paesi come Afghanistan, Siria e Sudan, non si può non notare come si tratti di ritorni in condizioni precarie, che non garantiscono una reale reintegrazione.

Le cause restano le stesse, ma sempre più intrecciate: conflitti armati, persecuzioni politiche, crisi economiche, disuguaglianze e cambiamenti climatici. Nel solo 2024 quasi 46 milioni di persone sono state costrette a spostarsi a causa di eventi ambientali. E, contrariamente alla percezione diffusa in Europa, tre rifugiati su quattro continuano a essere accolti in Paesi a basso o medio reddito. A fronte di un incremento esponenziale delle spese militari, la cooperazione allo sviluppo, che potrebbe potenzialmente migliorare le condizioni di vita in certi contesti e prevenire la necessità di fuga da parte di alcune componenti della popolazione locali, è ai minimi storici. Il confronto è inquietante e smaschera qualsiasi retorica dell’“aiutiamoli a casa loro”: il 2,5 del PIL globale è dedicato alla spesa militare globale, mentre la spesa complessiva per gli aiuti allo sviluppo umano e alla cooperazione si va addirittura contraendo e corrisponde a solo lo 0,33% del PIL globale. L’Italia è ferma allo 0,28%, con la beffa di conteggiare in questa cifra le spese per l’esternalizzazione e il primo anno di accoglienza delle persone che fanno domanda d’asilo.

Il rapporto evidenzia quindi una tendenza preoccupante: la gestione delle migrazioni forzate viene sempre più trattata come una questione di sicurezza e controllo, più che di protezione. Politiche un tempo considerate eccezionali – respingimenti, accordi con Paesi terzi, procedure accelerate o extraterritoriali – stanno diventando la norma. L’Unica norma che sembra attrarre fondi e consenso.

Anche l’Europa si muove in questa direzione. Nel 2024 le domande di asilo per la prima volta nell’Unione sono diminuite a circa 913 mila (-13% rispetto al 2023), ma la percezione politica resta quella di una pressione crescente. Intanto i tassi di riconoscimento mostrano segnali di contrazione e, nei primi mesi del 2025, le decisioni positive risultano in forte calo. Sul fronte degli arrivi irregolari, i dati indicano una diminuzione complessiva, ma il prezzo umano resta altissimo. Nei primi nove mesi del 2025 si contano quasi 1.300 morti o dispersi nel Mediterraneo, con il rischio di morte sulla rotta centrale pari a un caso ogni 58 arrivi. Tra i nodi più controversi emerge la crescente esternalizzazione delle politiche migratorie. Il cosiddetto “modello Albania”, analizzato nella parte dedicata all’Italia, viene interpretato come un laboratorio per spostare fuori dai confini nazionali la gestione dell’asilo, sollevando interrogativi sul rispetto delle garanzie giuridiche e sul futuro stesso del diritto di protezione. 

Tutte preoccupazioni che diventano ancora più concrete nel 2026, anno della concreta implementazione del Patto europeo sulla migrazione e l’asilo che renderà il diritto d’asilo e la libertà di movimento ancora più difficile da rivendicare ed esigere. Il quadro che ne emerge è quello di una trasformazione profonda: l’emergenza diventa normalità e il diritto d’asilo rischia di essere progressivamente svuotato.

Ma il rapporto invita anche a una lettura diversa. Le guerre non sono il nostro destino ineluttabile, così come non lo è la corsa al riarmo. Il diritto internazionale, il diritto d’asilo, la diplomazia e la ricerca del bene comune possono e devono tornare al centro. La solidarietà, insieme al rispetto per la terra, sono valori che possiamo e dobbiamo continuare a coltivare. Invertire la marcia rispetto a un orizzonte di sgretolamento dei meccanismi di tutela dei diritti umani e di messa in discussione del diritto d’asilo non solo è possibile, ma necessario. L’orrore e la sofferenza inflitti alle persone nei luoghi d’origine e lungo i percorsi di fuga non possono essere ridotti a errori collaterali o al segno di un tempo in declino. Così come non possiamo accettare che la reclusione o i rimpatri, sempre più privi di garanzie legali, vengano presentati come un’alternativa al diritto d’asilo e all’accoglienza di chi cerca protezione.

Comune.info

Dichiarazione dei vescovi della Calabria: «Il mare ci chiede conto»

Un salvagente arancione. È quello che il comandante della Guardia Costiera di Tropea ha riconosciuto tra le onde, prima ancora di capire che attorno a quel salvagente c’era ancora un uomo. O quel che ne restava. Quella macchia di colore nel grigio del Tirreno è diventata, per noi, il simbolo di questa stagione: una vita che aveva cercato di salvarsi, e non ce l’aveva fatta.


Da Scalea ad Amantea, da Paola a Tropea, da Pantelleria a Custonaci: le coste della nostra terra e della Sicilia hanno accolto nelle ultime settimane almeno quindici corpi senza nome, restituiti dal Mediterraneo dopo i naufragi silenziosi che il ciclone Harry ha consumato tra il 15 e il 22 gennaio. Secondo le organizzazioni umanitarie, i dispersi totali potrebbero essere un migliaio. Un numero che non è una statistica: è una comunità intera inghiottita dal mare mentre l’Europa guardava altrove.

Noi vescovi di Calabria non possiamo tacere.

Lo diciamo con il dolore di pastori che riconoscono in quei corpi anonimi la dignità inviolabile di ogni essere umano, creato a immagine e somiglianza di Dio. Lo diciamo con la fermezza di chi sa che il silenzio, in certi momenti, diventa complicità. Lo diciamo consapevoli che quello che sta accadendo non è una tragedia isolata.

L’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni certifica che nei primi mesi del 2026 i morti sono triplicati: 452 vittime nel solo mese di gennaio, contro 93 dell’anno precedente. Meno arrivi, più morti.

Il nostro primo pensiero e la nostra preghiera di pastori sono rivolti a ognuno di loro, ai loro cari rimasti in patria o che forse li stanno attendendo.

Ai nostri fedeli chiediamo di non abituarsi. Di non lasciare che la notizia di un altro corpo trovato in spiaggia diventi ordinaria amministrazione. Il comandante Durante si è gettato tra le onde per recuperare quel che restava di un uomo. Vogliamo che la nostra Chiesa sia capace della stessa umanità. Dobbiamo pregare per alimentare la speranza, vincere la nostra indifferenza e aprire spazi di accoglienza prima di tutto nella nostra mente e nel nostro cuore.

Chiediamo alle istituzioni italiane ed europee di essere all’altezza della migliore tradizione di civiltà del nostro paese e del nostro continente che crede nella sacralità di ogni essere umano e soprattutto se in difficoltà lo accoglie e se ne prende cura. Chiediamo quindi di aprire corridoi umanitari sicuri per chi fugge da guerre, persecuzioni e miseria.

Chiediamo che le procure di Paola, Vibo Valentia e Trapani ricevano ogni risorsa necessaria per dare un nome a chi è stato restituito dal mare e per accertare le responsabilità.

Chiediamo che si smetta di misurare il successo di una politica migratoria contando solo chi arriva senza considerare chi muore.

Il mare ci chiede conto. Quei morti ci chiedono conto e noi non possiamo rispondere con il silenzio.

I Vescovi della Conferenza Episcopale Calabra

22- 02- 2026

lunedì 23 febbraio 2026

PENSIERI QUARESIMALI IN SPAGNOLO



























LO SPORTIVO SAN PAOLO - lirica di Padre NICOLA GALENO OCD



 

CONOSCENZA DI SE' (Ordine Secolare Carmelitano)


La preoccupazione di Lorenzo era sempre la stessa: Quale direzione dare alla propria vita per darle un senso? Per andare lontano?

 Poi, col tempo, capì che non era proprio così: certe strade non portano lontano, portano "dentro".

Un giorno, mentre camminava senza meta, prese coscienza che ogni scelta fatta nella vita - giusta o sbagliata - aveva lasciato una traccia dentro di sé.

Un giorno incontrò Chiara seduta su un gradino, il viso rivolto al sole.

"Che fai Lorenzo"? chiese Chiara.

 "Sto cercando la mia strada,” le disse.

Lei sorrise piano: “Forse la strada non è fuori di te. Forse quella strada ti sta riportando a te.”

Quelle parole gli scesero dentro come acqua chiara.

Ripensò ai suoi tentativi, ai cambi di rotta, ai dubbi che lo avevano accompagnato, ai suoi fallimenti ma anche ai suoi successi.

Non erano deviazioni: erano passi. E capì che ogni passo, anche il più incerto, lo aveva avvicinato un po’ di più a conoscere se stesso.

Non arriveremo mai a conoscerci chi siamo veramente e che direzione dare alla nostra vita, se insieme non ci preoccupiamo di conoscere Dio


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"Pretendere di entrare in cielo senza prima entrare in noi stessi per meglio conoscerci e considerare la nostra miseria, per vedere il molto che dobbiamo a Dio e il bisogno che abbiamo della sua misericordia, è una vera follia

(S.Teresa D'Avila)

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«La mia Misericordia è felice di accettare le promesse e i desideri che, a poco a poco, divengono atti: promesse e desideri sono atti in germoglio.

"Non scoraggiarti mai. Pensa spesso che IO sono presente.

Posso essere presente e non aiutarti?

"La creatura non è infinitamente cara al Creatore? Se tu sapessi...

"Tendi spesso l’orecchio verso di Me: intenderai.

"Giovanni, appoggiato al Mio Cuore, ne intese i segreti.

"Se non avesse avuto questo gesto di tenerezza, avrebbe inteso?

"IO sono come il timido: Mi occorre il vostro primo passo».

(Gabrielle Bossis - Lui e Io - Diario intimo di una mistica del novecento)


domenica 22 febbraio 2026

SECONDA CONFERENZA - DIO -di Padre CLAUDIO TRUZZI OCD

 


DIO PADRE . Cima da Conegliano 

2 – Conferenza
                  DIO (MIO)

Dietro certe "benevole tolleranze” senti spesso un compatimento per i credenti, gente semplice o interessata, che, per amore o per ignoranza, non può o non vuole porsi le domande devastanti che "agnostici e atei avuto invece il “coraggio” d’affrontare. 
 Può esserci del vero per qualche superstite (sempre più raro), “cristiano per abitudine”, per certi svogliati praticanti. Quanto al cristiano veramente consapevole della sua fede, è perché, in realtà, è uno che si è posto, forse, più interrogativi, e più profondi, di chi credente non è. Egli è uno che non si è fermato alle critiche, ma è andato ben oltre, spingendosi alla “critica delle critiche”. Alle domande ha replicato con altre domande, e con altre ancora che non hanno risposta se non arrendendosi al Mistero. «Ed io lo contraddirò sempre, sino a che non confessi spaventato che, se ha ragione lui, tutto è incomprensibile» (Pascal)
Così, capita, spesso, confrontandoci con certuni, pur colti e lucidi, di trovare conferma a quell’altra affermazione dell’implacabile Pascal: «Ateismo, segno di profondità di pensiero. Ma fino ad un certo punto soltanto». Gente che ha di certo una sonda, ma non è abbastanza lunga o non la spinge sufficientemente in giù per scoprire l'oro. Credente è colui al quale è stato dato di scendere oltre. Credere è sinonimo di oltrepassare.
– Le scienze, invece sono il luogo del "come?". Tutte: sia quelle naturali (fisica, astronomia, zoologia, botanica...) sia quelle umane (sociologia, psicologia, storiografia…). Ma la religione non si allontana di certo dall’indagare sul “come?” Ma anzi essa va al di là: si chiede anche “perché?”
Ecco la radice della crisi dell'era contemporanea che cerca d’estirpare dal cuore il bisogno di chiederci “perché?”, spiegandoci che fermarsi al “come” è l’unico atteggiamento degno di uomini adulti. Sta qui, però, pure la ragione del riemergere attuale della religiosità – anche se in forme troppo spesso selvagge e deviate – tra Sette americane, tarocchi, sfere di cristallo, fondi di caffè, guru, veggenti sospetti e ricerca del “miracolismo” ...
Colpa nostra se non abbiamo saputo accogliere sinora il bisogno, che emerge con virulenza dopo la lunga, forzosa rimozione, di non accontentarsi di piccole risposte a piccole domande: “Com’è fatto?”, “Come funziona?”, “Che è successo?». La gente inizia a chiedersi “Perché tutto questo?». Sta a noi raccogliere la sfida.

† – “DIO DI GESÙ CRISTO”?  «Una mia amica m’ha fatto notare come, oggi, ricorra spesso, l'espressione "il Dio di Gesù Cristo", e mi chiedeva se questa "moda" avesse qualche giustificazione speciale. È solo una sottolineatura ad effetto? Tra cristiani non dovrebbe bastare il nome "Dio" per intendersi?!».   
–  No, non è un 'espressione ad effetto. E non darei troppo per scontato che i cristiani abbiano sempre "l'idea giusta di Dio". Basterebbe riflettere su certe immagini di Dio passate anche nella catechesi: "giudice severo che aspetta l'uomo al varco", "un essere potente da tenere buono con doni e riti", ecc..
* Lungo tutta la sua storia, l'uomo ha cercato di "dare volto" a quell'anelito interiore verso il trascendente: dall'animismo [ogni cosa è dio] al panteismo [Dio s’identifica con la "Natura"], dal politeismo al monoteismo, dal "mito" alla "riflessione filosofica". 
Certamente lo Spirito non è estraneo a questo sforzo umano di avvicinarsi a Dio, e pian piano prepara l'umanità alla Rivelazione. Anche la possibilità che ogni uomo ha di conoscere attraverso la ragione l'esistenza di Dio – come afferma il Concilio di Trento – fa parte di tale disegno di un Dio che si vuole rivelare all'uomo. 
Ecco un primo punto da sottolineare: Dio si rivela all'uomo; la ricerca umana non è uno sforzo unilaterale e non è finalizzata alla semplice affermazione dell'esistenza di Dio. Dio si vuole presentare all'uomo e il suo rivelarsi ha come fine ultimo la loro comunione (S. Giovanni della Croce direbbe "l'unione con Dio").
*  Gesù sottolinea con forza sia che «Dio, nessuno l'ha mai visto», sia che: «Chi vede me, vede il Padre». Ecco, Dio si presenta di persona, non lascia l'uomo in balia della propria ricerca.
Dio si rende visibile nella persona, nell'agire, nella parola del Gesù di Nazareth: «Questi è il mio Figlio prediletto, ascoltatelo!». Gesù afferma pure: «Nessuno va al Padre, se non per mezzo mio.... Io sono la via ...», indicando come la Rivelazione non sia rivolta solo al cervello, alle idee dell'uomo. Dio si rivela nel Figlio suo, in una persona reale! 
Davvero il cristiano ha bisogno di sentirsi ricordare spesso simile "pazzia" di Dio, e soltanto la "memoria del Signore Gesù, il Cristo" può farlo correttamente ed efficacemente. Egli è l'unica Parola che rivela Dio. Il cristiano ne è convinto per dono libero e gratuito di Dio stesso. 
Ma non solo. Il cristiano è incaricato di annunciare a tutti gli uomini la "buona novella": cioè, che il Padre ci ha amati quando ancora eravamo peccatori e ha inviato il Figlio suo affinché tutti gli uomini siano salvi. Abbiamo un'"impensabile" responsabilità e una "sconfinata" potenzialità. Permettiamo allo Spirito di attuarle!  
† –   DIO, “NON ONNIPOTENTE”?
Siamo molto sconcertate per ciò che abbiamo udito durante un corso di catechesi. Ecco le affermazioni che ci fanno problema: «Dio non è onnipotente – affermava quel giovane sacerdote – perché, ad esempio, Dio non può far quadrare un cerchio…; se fosse tale, Egli obbligherebbe l'uomo ad amarlo; avrebbe fatto scendere dalla croce Cristo...». Abbiamo cercato di parlare col sacerdote, che però ci ha “liquidate” con un: “Avete capito male e siete troppo rigide di mentalità». Gradiremmo che qualcuno ci aiutasse a capire.
Le affermazioni sembrano strane in bocca ad un sacerdote – così come sono riportate –; comunque possono essere di base per contestare un certo modo di «pensare ed esprimere» l'onnipotenza di Dio e la sua bontà.  
Occorre, anzitutto, ricordare che il linguaggio umano è sempre povero ed inadeguato, specie quando si cimenta su una realtà così “al di sopra” del nostro mondo, come è Dio. Le nostre immagini, le nostre “definizioni”, non possono far altro che “alludere” alla Sua grandezza, bontà, potenza, misericordia ... Se non si tiene conto dell'abisso che intercorre tra Dio e la conoscenza umana, si rischia di prendere lucciole per lanterne ..., di «creare un dio a nostra immagine e somiglianza»! 
Ma c’è dell’altro. Se tale precauzione è necessaria, sempre, quando di tratta una Realtà che supera la nostra esperienza, tanto più bisogna procedere coi piedi di piombo quando poi si vuole “parlare” del Dio-dei-cristiani e dei suoi «attributi». perché qui si supera il campo dello sforzo razionale umano e si entra nel campo della Fede: Fede, che non fa certo a pugni con la ragione, ma che può emettere una luce tale da “abbagliare” la ragione e farla vacillare.
In altre parole, quando noi cristiani vogliamo “parlare di Dio”, non si deve mai dimenticare che si tratta di un Dio che s’è “manifestato”, non di un Dio «raggiunto» attraverso lo sforzo della nostra intelligenza. E l'unico che può svelare qualcosa di Dio è solo Gesù stesso, perché soltanto Lui «è disceso dal cielo» (Gv. 3, 13); ed essendo una «cosa sola con il Padre», può ben affermare: «Chi ha visto me, ha visto il Padre».
Questo noi crediamo – la Fede! –: Dio si è “rivelato” nel Gesù di Nazaret («Io vi dico quello che ho visto presso il Padre» (Gv. 8, 38). Se, invece, ci si allontana da Lui, si rischia di costruire delle caricature di Dio (anche se, secondo una logica umana, certe “immagini di Dio” sembrano più razionali). Ma noi siamo alla ricerca di un'immagine di Dio il più possibile “vera”, non il più possibile al livello della nostra intelligenza....!
E sono proprio la risurrezione del Signore, l'amore offerto (e non imposto), la capacità di volgere al bene la storia, pur densa di peccati, degli uomini, il caricarsi – fino alla morte – delle sofferenze umane,... i “segni” della potenza di Dio, rivelati da Cristo.
Purtroppo, si tratta di un concetto di “potenza” che ci va stretto. Noi preferiamo la potenza di Dio come “semplice superamento dei nostri limiti”: e così Dio, per essere sul serio «onnipotente e buono» dovrebbe: 
– far quadrare il cerchio (ossia rendere possibile un assurdo!); 
– imporre il bene scavalcando la libertà dell’uomo, (ossia “fare il prepotente”!); e, infine, 
– intervenire in maniera clamorosa ogni volta che, secondo noi, le cose non vanno come vorremmo!
                          
† – DIO, UNO SOLO PER TUTTI? «Che cosa direbbe lei ad un giovane, che afferma: “Io crederei anche in Dio, ma dovrebbe essercene uno uguale per tutti; e poi, sono cristiano per caso. Se fossi nato in India ...».
    È strano: mentre s’esige una libertà di opinione e il pluralismo, si vorrebbe poi giustificare un certo agnosticismo col fatto che Dio abbia permesso all'umanità di percorrere strade diverse ed abbia "annunciato" – non imposto – la "Buona novella"!
      E se l'uomo nella sua ricerca ha espresso variamente l'idea di Dio, questo non prova che Dio non esista, o che ve ne siano tanti quanti l'umanità ne ha immaginati. Permettete un paragone un po' banale: un gruppo di amici stappa una buona bottiglia di vino, all'assaggio vi sono commenti diversi. Che si direbbe di un osservatore che concludesse: o che quella bottiglia non esiste o che ogni bicchiere con-tiene vino diverso? …
     A Dio piacque di elargire all'uomo la possibilità di ricercare, di crescere nella fede, e nel suo “rivelarsi” non ha smentito tale sua decisione. Pertanto, rispetta la fatica e gli errori dell'uomo e non vuole "saltarli" con un atto di forza. É tanto fedele a tale suo progetto che il Figlio lo ha vissuto sino alla morte di croce, pur di non cedere alla tentazione del potere. 
Anche noi, quando ragioniamo di fede, dobbiamo mettere in conto tale modo di agire di Dio, ed invocare lo Spirito che sa persuadere senza plagiare. Non dimentichiamo che la forza della Parola non è violenza! Vi è poi un mandato del Signore che ci deve far riflettere e ... non solo: “Da come vi amerete gli uni gli altri, da questo capiranno che siete miei discepoli”. Amiamo veramente coloro ai quali annunciamo il Vangelo? 


† –   DIO, “DEBOLE”?
Ho sentito un’affermazione che mi ha stupita: «Il nostro Dio “è un Dio debole"». A noi è stato insegnato sin da piccoli che "Dio è l'Onnipotente".... In verità quando i Salmi mi parlano della "potenza di Dio", o quando prego: "Credo in Dio, Padre onnipotente", io, a questa onnipotenza ci credo davvero. Dio ha voluto manifestarsi su questa terra nella debolezza per indicarci l'unica possibilità' di arrivare a Lui, cioè per mezzo del suo Cristo Crocifisso, ma non è anche questa una manifestazione della sua potenza? E non è onnipotenza la Risurrezione? ».
Mi si conceda una premessa: ogni linguaggio umano è "incapace" di Dio, ossia non vi è aggettivo, immagine, concetto che possano definire in modo esauriente Dio. Il Signore afferma: “Chi vede me, vede il Padre mio”; ma, a Pietro, che aveva dato la risposta giusta alla domanda del Signore: “E voi chi dite che io sia?”, preciserà: “Beato te, perché né carne, né sangue te l’ha rivelato, ma il Padre mio ...”. 
Se dimentichiamo l’inadeguatezza del linguaggio umano, rischiamo di "affermare" un dio "fatto da noi", un idolo! Il Signore ha legato l'"Andate e predicate" al "Da come vi amerete gli uni gli altri, capiranno che siete miei discepoli", e l'efficacia dell'annuncio all'invio dello Spirito Santo! 
Ciò significa che, mentre dobbiamo essere consapevoli dell’insufficienza del nostro linguaggio nei confronti di Dio, non dobbiamo, tuttavia, scoraggiarci perché lo Spirito Santo è all'opera.
•   Ed ora veniamo agli aggettivi "debole", "onnipotente". 
Nell'esperienza umana questi due termini appaiono contraddittori: 
– “debolezza”, infatti, è carenza di forza, di potenza, di volontà'; essa rende incapaci di bene, infedeli, ecc..
–  al contrario, l’“onnipotenza” è pensata come il superamento d’ogni limite, come forza infinita, capace di dominare ogni cosa e di creare. 
Quando il Credo recita "Dio, Padre onnipotente" intende affermare l'infinita capacità di bene e l'assoluta libertà di Dio, "Signore del cielo e della terra". Quest’idea di Dio è sostenuta dalla Rivelazione: è sufficiente scorrere le pagine della Bibbia per trovare un'infinità d’episodi a sostegno e difesa dell'onnipotenza del Dio d'Israele, in contrapposizione all'impotenza degli altri "dei, falsi e bugiardi". 
Gesù stesso fu vittima di una volontà oppressiva, un potere che, come ogni potere umano, si fonda e si afferma sul controllo violento di ogni realtà… Durante il suo processo Cristo afferma a Pilato di essere "re", ma che il suo regno "non è di questo mondo". Pilato non capisce, ma si cautela e lo manda a morte. Pilato rappresenta la mentalità di questo mondo: il potere difeso e sostenuto dalle armi, da leggi fatte su misura; il potere che si realizza imponendo regole agli altri. 
In tale logica anche Dio, per essere tale, dovrebbe superare la "prova di forza", altrimenti sarebbe un “debole”, quindi “impotente”. Ma Cristo elude la trappola – deludendo, però, chi s’attendeva un Messia potente ‘secondo questo mondo ’  – e proclama che il suo Regno non è di questo mondo"; cioè, che non ha bisogno di usare i modi e i mezzi dei potenti di questo mondo. Il potere di Dio non si manifesta distruggendo l'avversario, perché non ha avversari, ma dando all' "altro" spazio, dignità, libertà, responsabilità. 
Ecco la "debolezza" di Dio: essere capace, cioè, di aiutare senza forzare, di poter vincere il male senza fare violenza, saper attendere che il seme cresca e sviluppi le capacità di bene che Egli stesso gli ha donato. 
Ricordiamo le molte parole del Signore sul "farsi ultimi", servi, "dare la vita"...  
Una "debolezza" che è il segno dell'onnipotenza secondo Dio, non il risultato di una carenza. 
Un “debolezza” che rende possibile all'uomo partecipare della potenza di Dio Padre. 
A sostegno di tale tesi si può ricordare il travaglio di Cristo narrato nelle tentazioni: anche lì Gesù vince scegliendo la "debolezza del Padre", piuttosto che il potere di Satana.

† – DIO E LA VIOLENZA DELLA NATURA


«Dio costituisce un problema in più, oppure offre la prospettiva entro cui ogni problema trova la giusta comprensione? Come si spiega il disordine che si è introdotto nel corso della storia?».
La natura presenta aspetti misteriosi. È un libro di difficile lettura, suscita diversi e contrapposti sentimenti. L'universo: ordinato e disordinato ad un tempo, buono e cattivo a seconda dei suoi effetti benefici o, viceversa, devastanti. L'uomo prova di volta in volta meraviglia, paura, adorazione. Una realtà, comunque, da rispettare e a cui sottomettersi. 
Per l'uomo antico e medievale, la natura è però un sicuro punto di riferimento: buono è quel comportamento che si avvicina alla natura, cattivo invece ciò che si allontana dalla medesima. Nella cultura tradizionale la natura è letta in chiave del tutto strumentale: le cose, le piante, gli animali non sono considerati come valori finali, ma sempre come mezzi e strumenti in riferimento all’umano. 
La sensibilità attuale ha maturato una concezione che guarda alla realtà creata come a un tutto complesso e collegato. Non per questo la comprensione diviene trasparente. La natura non si palesa sempre buona e pacifica, al contrario rivela forme svariate di aggressione e di violenza, presenta, appunto, quella che potremmo chiamare la storia del “pesce grosso che mangia il pesce piccolo”.  
Risulta difficile spiegare la violenza nel mondo naturale. In un certo senso è più decifrabile la violenza tra gli esseri umani, in quanto la colpa ha nome e cognome: l'uomo dotato di libertà e di responsabilità. 
•   La formazione di una nuova sensibilità e le nuove sorprendenti possibilità di interferire sulla natura obbligano a rileggere il racconto biblico della creazione, in particolare quel libro che ne parla: il libro della Genesi. Dio conclude la sua opera riconoscendo che “quanto aveva fatto ... era cosa molto buona” (Gen 1,31). Tutto è in armonia: l'uomo con l'altro uomo, l'uomo con Dio, l'uomo con la natura. L'uomo riceve in cibo, come dono, “ogni erba che produce seme... e ogni albero in cui è il frutto” (Gen 1,29) e non ha bisogno di uccidere animali: «Nessuna violenza, nessun dramma, nessuna dissonanza, nessuna ombra turbano il quadro di una armonia creata perfettamente». Dio vuole un mondo buono e armonioso. 
Come si spiega il disordine che si è introdotto nel corso della storia? La situazione non è proprio buona, per nulla molto buona. 
Il quadro di armonia è infranto con il peccato che sconvolge le relazioni a ogni livello. Ricorda bene Giovanni Paolo II: “Con il loro peccato (Adamo ed Eva) distrussero l'armonia esistente... Ciò portò non solo all'alienazione dell'uomo da se stesso, alla morte e al fratricidio, ma anche ad una certa ribellione della terra nei suoi confronti (cf. Gen 3,17-19; 4,12). Tutto il creato divenne soggetto alla caducità, e da allora attende, in modo misterioso, di essere liberato per entrare nella libertà gloriosa insieme con tutti i figli di Dio (cf. Rom. 8,20-21)”. 
L'annuncio e la realizzazione della redenzione non riguardano solo l'uomo e la comunità degli uomini, ma anche l'universo e il cosmo. «La creazione stessa attende con impazienza la rivelazione dei figli di Dio» (Rom 8,19). Il racconto della creazione non dice solo “ciò che è stato», ma offre il modello e il programma di ciò che il mondo “deve” essere. La creazione non è realtà perfetta, ma perfettibile, da portare a compimento. Dio ha affidato tale compito all’uomo e alla donna, affinché, fedeli ai disegni del Creatore, umanizzino il creato attraverso la conoscenza intima e il rispetto del volto di ogni realtà creata. 
Di fronte al male nelle sue molteplici manifestazioni non è Dio che viene posto in questione, ma la libertà–responsabilità umana, la sua chiusura, il suo egoismo, il negarsi al suo progetto di salvezza e di liberazione progressiva che coinvolge uomini e cose. Anche se non si vede come eliminare la forza distruttrice all'interno del mondo naturale, si può e si deve superare ogni iniziativa di morte prodotta dall’uomo sulla natura. 
Nell'orizzonte degli obblighi morali non rientra soltanto il rispetto verso l'uomo, ma pure verso tutte le creature: il mondo dei viventi e delle cose. FRANCO DE IURE *

Dio, come vederlo?
Un giovane era sinceramente e disperatamente alla ricerca di Dio, 
ma non riusciva a trovarlo.
Seppe da qualcuno di un uomo saggio e avanti negli anni che abitava proprio lì vicino. 
Un giorno, perciò, si recò a casa di quest'uomo anziano per porgli la domanda che da tempo non trovava risposta.
Entrò in casa e dopo averlo salutato gli chiese: "Come posso vedere Dio?".
Il vecchio che nella sua lunga esistenza aveva imparato a conoscere Dio attraverso tante difficoltà,  si fermò un momento a pensare, poi disse:
«Caro giovane, non so se ti posso aiutare, perché penso di avere un problema molto diverso dal tuo...


Io, Dio, non riesco a non vederlo!»
Tutta la Terra può conoscere che c'è un Dio, 
perché tutto il Creato ci parla di Lui
 ma solo i puri di cuore riescono a comprenderlo...

venerdì 20 febbraio 2026

COMPLICI NELL' ETA' DELL'INCONSISTENZA di PADRE MAURO ARMANINO

 

Complici nell’età dell’inconsistenza

Non sappiamo molto di lui. Dai documenti storici in nostro possesso risulta che il governatore romano della Giudea Ponzio Pilato si fosse distinto per incapacità di empatia col complesso mondo giudaico dell’epoca. Fu destituito probabilmente a causa della durezza con cui aveva represso i Samaritani, attori di una rivolta sul monte Garizim. Rimane, secondo il vangelo di Matteo, il simbolo della complicità dell’assassinio di un innocente espresso dal gesto della lavanda delle mani. Ciò facendo voleva significare la sua completa innocenza nell’ esecuzione della condanna a morte del Cristo.
Da allora le mani, quelle ‘pulite’ dei giudici nostrani a quelle colorate di sangue, oppure dipinte in bianco, nelle manifestazioni sulle strade o nei tribunali, sono diventate una delle figure più iconiche della contestazione al sistema. L’etimologia della parola ‘complicità’, derivante dal latino, significa ‘coinvolto’, ‘piegato assieme’ e suggerisce la stretta unione o partecipazione per un’azione comune. Nel bene o nel male la ‘complicità’ esprime un reale sodalizio nell’accadimento o la realizzazione di un’impresa della quale si è comunque assai coscienti delle, talvolta drammatiche, conseguenze.

...Oggi quelle voci suonano remote, come se venissero da un’altra valle. L’ansia non manca ma non prevale. Ciò che prevale è l’inconsistenza, un’inconsistenza assassina. E’ l’età dell’inconsistenza. Così affermava lo scrittore e professore Roberto Calasso nel suo libro ‘L’innominabile attuale’ nel 2017. Non si può che concordare con lui perché l’inconsistenza ha sempre le mani sporche di sangue. Si tratta del tragico assassinio della responsabilità che dovrebbe caratterizzare l’appello dell’altro. Così come appare nel racconto eziologico che il libro biblico della Genesi nel dialogo tra Dio e Caino.
Quest’ultimo uccide il fratello Abele e la risposta alla domanda su dove si trovi il fratello è un capolavoro d’ inconsistenza assassina.... ‘Sono forse io il custode di mio fratello’? Nella risposta di Caino si riassume il diniego esistenziale del nostro tempo. Le decine di guerre dimenticate, vicine, lontane, remote o prossime, sono cifra eloquente della nostra mortale complicità. Quella delle élite più in vista, citati nell’inchiesta non conclusa dei documenti Epstein e di noi spettatori. Testimoni non sempre al di sopra di ogni sospetto del naufragio di una civiltà destinata a tramontare.


Naturalmente non si tratta solamente di un ‘Discorso sulla servitù volontaria’ come espresso dal molto citato Etienne de la Boétie. L’inconsistenza di cui parlava Calasso è qualcosa che rende ciechi e, bene ce lo ricorda, il detto ripreso dal vangelo di Luca. Non c'è peggior cieco di chi non vuol vedere e peggior sordo di chi non vuol sentire. Quando ciò accade, consapevolmente o meno, rivela, come una sottile e ineludibile Epifania, la complicità quotidiana anche dei comuni cittadini. L’assassinio del senso delle parole, dei contenuti delle stesse è in continuità con l’uccisione del reale. 
Al cuore del reale si trovano i volti dei poveri. Cioè di coloro che dei grandi sistemi imperiali, dittatoriali o falsamente democratici ne mostrano, come in uno specchio, la brutale inconsistenza. Complici perché ‘piegati assieme, coinvolti’ in qualche modo, magari anche nelle temibili e poco citate omissioni che, da troppo tempo, sono uno degli sport più praticati nelle società attuali. L’importante allora ‘non è tanto restare vivi... quanto restare umani’, così sentenziava il saggista George Orwell. Lo stesso scrisse, anzitutto con la sua morte, il giornalista e militante Vittorio Arrigoni. Rimanere umani come ribellione e profezia che trasforma l’inconsistenza assassina in albero di vita.







Ancona 22-02.2026






         Mauro Armanino, Genova, febbraio 2026

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Il Paradiso non può attendere: dobbiamo già cercare il nostro Cielo qui sulla terra! Questo blog tratterà di argomenti spirituali e testimonianze, con uno sguardo rivolto al Carmelo ed ai suoi Santi