AFORISMA

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(Rita Levi Montalcini)

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Nostra Signora del Carmelo

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giovedì 21 maggio 2015

In ricordo del terremoto aquilano del 6 aprile 2009

Non può mancare una toccante testimonianza di un alpino milanese
 Non so come la pensate ma a me l’adunata aquilana degli alpini mi ha fatto bene. Da aquilano, - orgogliosamente aquilano – aprire le porte a 300 mila penne nere in una città colpita al cuore dal terremoto del 2009 è stato qualcosa che difficilmente dimenticherò. Già perché l’adunata questa volta marca il territorio del tempo. C’erano loro in quei giorni subito dopo quel 6 aprile, c’erano le loro mani sulle spalle di una città ferita a morte, c’erano  i loro occhi nei giorni successivi quando bisognava provare a rialzarsi per riprendere il cammino, c’era il loro sudore quando si trattava di mettere in sicurezza i palazzi colpiti dal sisma. Sei anni dopo ci sono ancora i loro occhi, i loro sorrisi, la loro solidarietà. La città è cambiata ma il dolore resta lo stesso. Quella ferita è ancora aperta. Si vede nei vuoti, nelle assenze, in un centro storico che si riempie di tanto in tanto. Per questo la carica dei 300 mila rappresenta una svolta. Fa capire che prima e dopo l’adunata L’Aquila non sarà più la stessa. E’ la consapevolezza di rappresentare  qualcosa di molto caro a tutto il nostro Paese. Una questione nazionale, che allontana la sindrome da sito archeologico del secondo millennio che negli  ultimi anni ha sfiorato la testa degli aquilani. La vita che hanno riportato in  città le penne nere è tornata a pulsare almeno per il tempo dell’adunata. E’ il sorriso dell’alpino che incrocia lo sguardo degli aquilani, gente dalla scorza  dura ma dal cuore tenero. Per una volta è questo che fa la differenza. Non i discorsi dei politici, non le carte di un fascicolo in tribunale per una causa  legata alla ricostruzione. 300 mila aquilani, tutti insieme a dire “Siamo  tornati”. In molti sono tornati sui luoghi dove sei anni fa c’era una tendopoli  e oggi c’è un prato dove giocare a rugby o una pista d’atletica. E negli occhi leggi l’orgoglio dell’essere alpino perché all’Aquila non c’è famiglia dove attaccato al muro non ci sia un cappello. Julia, Taurinense… Il 9° reggimento all’Aquila ha la sua “baita”. E prima o poi ci si arriva a quella “baita” perché fa parte della città. Per questo l’adunata è stata qualcosa in più di un  ritorno a casa perché “da Porta Napoli fino alla Madonna Fore”, l’alpino è di  casa soprattutto in una città colpita da una tragedia infinita come quella  del 6 aprile. Il senso di solidarietà e di vicinanza in quei giorni del dolore, sei anni dopo ha la stessa intensità, lasciando però spazio al piacere di stare  insieme nella “baita” aquilana. E li vedi i ricordi negli occhi dell’alpino che fissano i puntelli messi sei anni fa e ad un tempo sognano di toglierli in un futuro magari non troppo lontano. E’ il sogno dell’alpino ed è anche quello di  chi vive all’Aquila. Anche per questo l’adunata è stata vissuta come una festa dagli stessi padroni di casa. Qualcuno ha aperto le porte di casa, qualcun altro ha improvvisato il proprio giardino in un campeggio. Condivisione, per dirla in una parola, primo comandamento da tenere sul sentiero che per gli alpini è esso stesso un modo di vita. Le polemiche davanti alla festa non hanno lasciato traccia. E’ rimasto solo il sorriso, l’amicizia e qualche bicchiere che nella baita ci sta pure bene!
 Paolo. P.









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