AFORISMA

Meglio aggiungere vita ai giorni, che non giorni alla vita
(Rita Levi Montalcini)

Nostra Signora del Carmelo

Nostra Signora del Carmelo
colei che ci ha donato lo scapolare

lunedì 13 novembre 2023

4 REGNO DI DIO - quarta CONFERENZA di PADRE CLAUDIO TRUZZI OCD

 



4- B – IL REGNO DI DIO – (2)

4 CHIESA SANTA DI UOMINI PECCATORI [“Buon grano e la zizzania”] 


«Il Regno dei cieli è paragonato ad un uomo che seminò buon seme nel suo campo. Mentre gli uomini dormivano, venne il suo nemico, seminò fra il grano la zizzania e se ne andò. Quando poi crebbe il frumento e portò frutto, allora apparve anche la zizzania. I servi andarono dal padrone e gli dissero: “Signore, non hai forse seminato buon seme nel tuo campo? Come mai c'è della zizzania? Egli rispose: “Il nemico ha fatto questo”. 
I servi gli dicono: “Vuoi che andiamo ad estirparla?”. Ed egli: “No, perché c'è il pericolo che estirpando la zizzania, sradicata insieme ad esse anche il grano. Lasciate che crescano entrambi fino al raccolto; al tempo del raccolto dirò ai mietitori: “Radunate prima la zizzania e legatela in fasci affinché sia bruciata; il grano invece riponetelo nel mio granaio».
… «Colui che semina il buon seme è il Figlio dell'uomo; il campo è il mondo; il buon seme rappresenta i figli del regno; la zizzania, invece i figli del male; il nemico che la seminò è il diavolo; la mietitura è la fine del mondo; i mietitori, infine, sono gli angeli. Come, dunque, si raccoglie la zizzania e la si brucia nel fuoco, così avverrà alla fine del mondo: il Figlio dell’uomo manderà i suoi angeli a radunare dal suo Regno tutti gli scandali e tutti gli opera-tori d'iniquità, affinché li gettino nella fornace ardente. Là sarà pianto e stridore di denti. Allora i giusti risplenderanno come il sole nel Regno del Padre loro!». Matteo 13. 24-32; 37-43
Una parabola tutta costruita sui contrasti. Contrasti di personaggi, gesti, mentalità, di tempo soprattutto. Lo sfondo è unico: un campo. Il Padrone vi semina il grano. Ma, una notte, ecco il Nemico che di soppiatto ci spande manate di zizzania.
Tra i due gesti, l’opposizione è netta. 
– L'Avversario compie la sua azione di nascosto, approfitta delle tenebre, del sonno dei contadini; interviene sul lavoro altrui per guastare, e poi sparisce, non lo vediamo più.
– Il Padrone del campo, invece, è sempre presente. Non perde di vista il “suo” campo dal momento della semina sino alla mietitura: agisce, parla, spiega. Soprattutto, non abbandona la propria opera.
Oltre ad essere Padrone del campo, [Dio] è Padrone del tempo. Non si lascia afferrare dall'impazienza. Non è che la vista della zizzania nel grano gli faccia piacere. Tutt'altro! 
Si oppone, tuttavia, allo zelo intempestivo dei servitori che vorrebbero sradicare immediatamente la zizzania [Ma dov'erano quei contadini quando il Nemico agiva indisturbato sul Campo? Dormivano... Già!].  
–  È più facile “accorgersi” del male quando il male ha già compiuto guasti irreparabili, che prevenirlo, farsi trovare vigilanti, lucidi.
È più facile denunciare che testimoniare. Più facile protestare che darsi da fare –.
Il Padrone impedisce che si compia una “colossale operazione di pulizia” nel campo. Ci tiene troppo al grano: «...affinché non succeda che... sradichiate anche il grano».  
Questa frase costituisce il punto focale, l'insegnamento di fondo della parabola.
–  Dio ha tempo. Dio sa attendere. L'appuntamento viene fissato alla fine, al momento della mietitura. La selezione si farà allora, non prima.
– Siamo noi che abbiamo una fretta maledetta.
Noi, con la nostra mania di vagliare, discriminare, classificare.
Noi siamo per le posizioni nette: il Regno di Dio in questi confini precisi; di là, il regno di Satana; di    qui, i buoni, di lì i cattivi. Questa è la verità, quello è l'errore. Bianco o nero!
Anche i farisei non volevano per nulla contaminarsi con gli altri. [Così, tante Sette antiche e moderne!].
«Si direbbe un peccato tipico delle persone cosiddette “religiose”. Il bisogno, cioè, di far coincidere la santità con la separazione. Naturalmente attraverso dei confini visibili e definitivi. Hanno la pretesa di sradicare il male ... etichettando esattamente le persone quasi fossero prodotti di un supermercato: questo è il settore dei “figli della luce”, quello lo scantinato dei “figli delle tenebre”. 
Si sentono sicure solo quando hanno sistemato per bene il campo nemico, ne hanno tracciato la mappa dettagliata. E decidono ora quali sono gli individui che devono stare laggiù.  Loro sanno chi è zizzania e chi buon grano. Loro hanno la pretesa d'insegnare botanica a Dio. Hanno la presunzione d'insegnare a Dio le terapie più spicce per eliminare il male con tutte le sue brutture. Loro possiedono il diserbante infallibile. Con il pretesto di combattere il male, sono sempre contro qualcuno» (ib.).
«La zizzania (o loglio) è un'erba parassitaria, ma si direbbe che certi “servitori del bene” vivano a loro volta a spese del nemico. Se certi cecchini dell'ortodossia, ... non tenessero a portata di penna (o lingua) alcuni bersagli prediletti, ... non saprebbero che cosa fare. Sono solamente capaci d’accanirsi su ciò che fanno gli altri. Se certi moralisti non avessero motivi per stracciarsi le vesti e gridare contro le malefatte altrui (vere o presunte) non riuscirebbero più a vivere. Campano, appunto, sulla zizzania. La zizzania è il loro provvidenziale, “datore di lavoro”!» (ib.)
La parabola, invece, serve a ricordarci alcuni punti piuttosto importanti:
1.  La presenza del male non rappresenta un fatto eccezionale. È la norma. Nella Chiesa, come nel mondo. Dovunque. Non c'è da meravigliarsi che il male sia mescolato al bene; che i due crescano insieme, coesistano nello stesso campo. La Chiesa, dovremmo saperlo, è santa, ma composta di peccatori.
2.  L'uomo non ha il diritto di “anticipare” il giudizio finale. Questo spetta a Dio, in esclusiva. È compito suo. La data è quella stabilita da Dio, non dai nostri calendari. 
E poi l'uomo non possiede il metro adatto per giudicare i propri simili. Di quel metro Dio è gelosissimo custode. Non lo concede in appalto a nessuno. Nessuno di noi, quindi, deve “rubare” il mestiere a Dio. Il nostro compito, semmai, si esercita nel campo della comprensione, della tolleranza, del rispetto, della pazienza, della longanimità. È stato st acutamente affermato: “Non diciamo mai che Dio è dalla nostra parte; ma preghiamo affinché possiamo noi stare dalla parte di Dio!”. 
3. Il male e il bene non delimitano territori definiti. Soprattutto non dividono e oppongono le persone tra loro. La linea di confine del male, ad esempio, non passa attraverso individui o gruppi. Passa attraverso il cuore di ogni uomo. Per cui nessuno di noi può illudersi di essere totalmente di qua o di là di quella linea. C'è in tutti noi, una possibilità, una capacità di male, di tradimento. Il cuore dell'uomo è produttore di grano e zizzania allo stesso tempo.
Ostinarsi a guardare e denunciare chiassosamente il male che sta fuori di noi, nel campo nemico, significa non vedere il peccato che affonda, indisturbato, le radici dentro di noi. 
4.  E poi che c'è anche un modo “diverso” di guardare nel campo. Tutto dipende dall'occhio con cui si osserva una certa realtà. C'è chi vede nel mondo esclusivamente sporcizia, corruzione, violenza, cattiveria, falsità. Ma c'è chi – senza ignorare quei prodotti –, riesce a scorgere anche il bene, la generosità, la pulizia, l'onestà, la coerenza. Certi individui sembrano specializzati a cogliere l'opera di Satana, e risultino incapaci di scoprire l'azione di Dio.  
Oltre che imparare il tempo di Dio, dobbiamo farci imprestare pure il suo sguardo.
Il Padrone del campo s’affida ai tempi lunghi, come antidoto al “prurito separatista” dei servi. 
Il suo diserbante è, infondo, la speranza. Lui vede “diversamente” in quel campo. Ed è grazie alla speranza che, alla fine, ciò che era (o che sembrava) zizzania, o lo era in partenza, può diventare, sotto l'influsso benefico di quella trepidante attesa, un prodotto buono, da collocare a pieno diritto nel granaio celeste. [cfr. “Figliol Prodigo”]
•• “TESTA O CROCE”...
Signore, non è che lo abbia scoperto ora; però è adesso che voglio parlarne con Te:
“Perché hai voluto che tutti abbiano la loro porzione di virtù e di peccato: la loro ‘testa e croce’,  
i loro ‘pro e contro’, le loro luci ed ombre, la loro parte di frumento e di zizzania?
“Buon grano” è il sesso; no?
Nulla di meglio se lo si utilizza come strumento per dare e ricevere vita, amore.
Però poche sono le zizzanie peggiori, se si converte in un piacere egoistico 
e nella vendita in saldo della dignità dell’uomo.
“Buon grano”, quello della scienza posta al servizio dell’umanità.
Se con essa, però, produciamo armi di distruzione e di morte, l’avremo convertita nella peggior delle zizzanie.
“Buon grano” l'acino di uva.
Da esso spremiamo quel vino che rallegra il cuore dell’uomo.
Zizzania, invece, quando lo mutiamo in quel povero alcolizzato aggrappato al lampione.
“Grano buono”, quello del denaro.
Un mezzo imprescindibile per promuovere il progresso e lo sviluppo dei popoli.
Zizzania, però, che sfrutta ed opprime in tante occasioni i deboli.
•  Nulla, Signore, nulla è totalmente buono, né integralmente cattivo.
Ogni cosa possiede la sua porzione di grano e di zizzania.
Testa o croce in qualsiasi medaglia. Misteriosa dualità del cuore umano.
La disgrazia, Signore, è che mai, come ai nostri giorni, 
sono tanto sfumati i contorni fra il bene e il male, tra il grano e la zizzania!
Che il tuo Spirito, Signore ci aiuti a discernerli...;
e a non convertire questa vita in un film western, del tipo “i buoni ed i cattivi”.
•   Signore: io sono una vera sentina di contraddizioni.
Dentro di me si mescolano due personaggi con la medesima carta d’identità; 
soltanto che uno è meraviglioso, e l’altro un disastro;
l’uno, quasi un eroe e l’altro, un codardo; l’uno, è solidale, l’altro, egoista...
Nella mia medesima personalità si mescolano il figlio di Adamo, che non vuole sottomettersi a nessuno e a nulla, rivendicando sovranità assoluta; e il figlio dello Spirito, che ti cerca e brama come terra assetata, senz’acqua e che ti grida: Abbà (Papà)!
Concedimi, Signore, bastante umiltà per riconoscere le mie debolezze e per saper anche riconoscere la porzione di buon seme che c’è in me: “buon grano” che viene da Te.
Dammi pure la lucidezza e la forza per scoprire ed assumere il male che oscura la mia vita, 
senza rassegnarmici come fosse una fatalità.
Per ultimo, Signore, 
che non dia per assodato che i “seminatori di zizzania” siano soltanto i malvagi “ufficiali”.
Per certo, Signore – contro la tua affermazione – chi seminò la zizzania fu uno di quelli considerati “buoni”. Guarda che lo fece molto furtivamente e senza che nessuno se ne accorgesse,
e che, se pensiamo alla rapina in banca, non sono i ladri col mitra, 
ma quelli in guanti bianchi, quelli che rubano di più e senza far rumore.


•• I DUE LUPI 
Una sera un uomo anziano confidò al suo giovane nipote la storia di una battaglia che si combatteva all'interno del suo cuore: «Figlio mio, ciò che si combatte dentro di me è una battaglia fra due lupi: 
– Il primo lupo è malvagio, pieno d’invidia, collera, angoscia, rimorsi, avidità, arroganza, sensi di colpa, orgoglio, sentimenti d'inferiorità, menzogna, superiorità, egocentrismo. È terribile perché mi rende triste e depresso!
– Il secondo lupo invece è buono, pieno di pace, amore, disponibilità, serenità, bontà, gentilezza, benevolenza, simpatia, generosità, compassione, verità e fede. È meraviglioso perché mi rende la vita bella e felice!». 
Il bambino un po' disorientato pensò per un minuto, poi chiese: «Nonno, ma quale dei due lupi vince?». 
Il vecchio rispose semplicemente: «Di solito vince sempre il lupo che nutro...».
•• PERCHÉ, SIGNORE, TANTA ZIZZANIA?
Provo quasi vergogna, Signore, a farti questa domanda
che tanti filosofi e pensatori si sono posti invano da generazione in generazione:
«Perché esiste il male? Perché tante guerre, fame, solitudini, sfruttamenti, droghe, ingiustizie... zizzania?
Su una terra come questa, in cui alcune aurore di primavera, possono godere di certi riflessi della tua Creazione, com’è possibile che coesistano nel medesimo cuore tanta viltà e menzogna, 
insieme a tanto desiderio di purezza e d’autenticità?
Qual è la ragione di questa complicità con il male, che afferra e combatte per trionfare nel cuore d’ogni uomo, d’ogni razza, d’ogni civiltà, e persino nelle più disinteressate rivoluzioni?
Perché, Signore, permetti che crescano questi fiori del male, questa zizzania, 
che frequentemente soffoca le deboli spighe dell’amore e del bene?
Scandalo? Mistero? Enigma senza risposta?
So bene che un’infinità di mali ci affliggono a causa del nostro peccato e del peccato altrui;
però... e perché il peccato?
So che ci hai creati liberi per scegliere il bene o il male; 
tuttavia, non è proprio questa libertà un insondabile mistero?
Signore: so soltanto una cosa sicura; 
che Tu, il Seminatore della semente del Regno di Amore, 
fosti il primo ad esser sorpreso di tanta zizzania nel campo del Padre.
E che sapesti mantenere, nonostante le sconfitte, una confidenza totale nella sua volontà.
Concedimi, Signore, una simile confidenza che un giorno 
il male sarà vinto, estirpato, radicalmente, dalla terra e dal mio cuore.
E che il meglio di ogni uomo e di tutta la Creazione sarà raccolto 
nel Regno del Padre tuo, nel più abbondante ed eterno dei raccolti...
E mentre attendiamo che questo si avveri, 
fa’ che continuiamo a vincere, giorno dopo giorno, il male con il bene. (da Orar, n. 24) 
•• LEZIONE DI CATECHISMO
La catechista: “Rispondete per iscritto: Come mi giudico: “Sono buona o cattiva?”. Elisabetta, di otto anni, portò il suo “compitino” alla catechista. Aveva scritto: “Sono metà buona e metà cattivella.”!


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5.   È UNA FESTA, NON UN FUNERALE  [Le nozze del figlio del Re]
«... Il Regno dei cieli è simile ad un Re, il quale fece un banchetto di nozze per suo figlio. Egli mandò i suoi servi a chiamare coloro che erano stati invitati alle nozze, ma questi non vollero venire. Di nuovo inviò altri servi dicendo: “Dite agli invitati: ecco ho preparato il mio pranzo: i miei buoi e gli animali ingrassati sono già stati macellati e tutto è pronto; venite alle nozze”. Ma essi, noncuranti, andarono chi ai propri campi, chi ai propri affari. Altri, poi, presi i servi, li maltrattarono e li uccisero. Il re, adiratosi, inviò i suoi eserciti ad annientare quegli omicidi e ad incendiare la città.  Dice quindi ai servi: “Il banchetto nuziale è pronto, ma gli invitati non ne erano degni. Andate dunque ai crocicchi delle vie e chiamate alle nozze tutti quelli che troverete”. 
Andarono quei servi per le vie e radunarono tutti quelli che trovarono, buoni e cattivi, e così la sala si riempì di commensali. 
Entrato il re a vedere i commensali, trovò là un uomo che non indossava la veste nuziale. Gli dice: “Amico, come mai sei entrato qui senza la veste nuziale?”. Egli ammutolì. Allora il re disse ai suoi servitori: “Legatelo mani e piedi e gettatelo nelle tenebre esteriori: là sarà pianto e stridore di denti”. Molti, infatti, sono chiamati, ma pochi gli eletti».  Matt. 22, 1-14
Ancora una parabola “impossibile”. Perché?
– Riesce difficile, infatti, immaginare che degli uomini possano rifiutare un invito a nozze. Tanto più se si tratta di un re. L'invito è all'insegna della più assoluta gratuità. È richiesta unicamente la presenza, anche a mani vuote.
– E riesce ancor più arduo comprendere – dopo il rifiuto dei primi destinatari – quell'invito indifferenziato: «Andate ai crocicchi delle strade e tutti quelli che troverete, chiamateli alle nozze». Notare quel “tutti”! E «buoni e cattivi»! Che banchetto regale è mai questo, in cui sono abolite le differenze, azzerati i ranghi, e addirittura i buoni si ritrovano a fianco con delle persone “indegne”? Non è bello ritrovarsi intruppati in una combriccola così scalcagnata. Se il re premia così anche i cattivi, vale proprio la pena di comportarsi onestamente?!
– Infine, il terzo elemento “impossibile” della parabola: l'uomo sorpreso senza abito di nozze. Sembra strano che soltanto questo disgraziato sia stato ritenuto “indegno”. Tanto più che il reclutamento è stato fatto senza guardare troppo per il sottile, agli angoli delle strade, senza preavviso!
•  Ebbene: Fuori da ogni logica – ma purtroppo reali, abituali – i nostri comportamenti  nei confronti di Dio!
Se Dio ci convocasse per una puntigliosa resa dei conti, non c'è dubbio che lasceremmo da parte ogni cosa e ci presenteremmo puntuali. Se Dio ci chiamasse, come Padrone esigente, a portare i frutti del nostro lavoro, a pagare ciò che gli è dovuto... faremmo la fila pazientemente e i servi dovrebbero intervenire per disciplinare l'afflusso.
Dio, invece, ci sorprende con un invito a un banchetto nuziale! Che seccatura! 
Dimentichiamo che l'ideale cristiano non è una morale opprimente, ma una beatitudine. 
Il credente non è uno schiavo sotto il giogo, ma una persona liberata. L'esistenza cristiana è una festa.
Ma – sembra strano – tutto ciò ci sorprende, che ci coglie alla sprovvista, … ci irrita.
La giustizia, la severità, la costrizione … le percepiamo … normali, logiche. 
La gratuità, invece, quella fa scandalo! Il dono imprevedibile, immeritato, quello, non riusciamo proprio ad ammetterlo!
E allora non prendiamo neppure in considerazione l'invito; lo ignoriamo (o lo stimiamo meno).
Ci comportiamo come se quella convocazione alla gioia non fosse mai risuonata alle nostre orecchie. «Non se ne curarono e andarono chi al proprio campo, chi ai propri affari». 
La vita continua affogata nelle solite meschinità, dispersa nelle solite cose insignificanti. Importante è correre, affannarsi, anche se non sappiamo dove si va e perché! 
Qualcuno adotta perfino un comportamento villano e criminale nei confronti dei messaggeri: «Presero i suoi servi, li insultarono e li uccisero». 
Se fossero state guardie armate che recavano l'invito, le avremmo seguite rispettosamente. Quelli, invece, erano disarmate e recavano un invito. Offesa imperdonabile! L'uomo riscopre tutta la sua carica di violenza e di aggressività dinanzi a Colui (Dio) che non impone nulla, offre senza chiedere nulla in cambio. L'uomo è disposto a pagare. La gratuità gli è intollerabile.
–   Ritorniamo un momento a quell'individuo sorpreso senza abito nuziale.
In proposito i commenti si sprecano. Qualcuno parla di “opere buone”, ma evidentemente ci si dimentica che là dentro sono stipati “buoni” e “cattivi”. Il certificato di buona condotta non era stato richiesto, per essere invitati!
Assai più interessante è l'intuizione di un commentatore contemporaneo, A. Maillot, il quale spiega: «Quell'individuo ha frainteso sul significato dell'invito. Ha creduto di dover partecipare ad un funerale, non ad un pranzo di nozze. È il simbolo di quei cristiani che non arrivano a credere che il Regno di Dio è un banchetto nuziale, e si vestono, e adottano una faccia da una sepoltura. 
È l'immagine del “credente”, ma rivestito di severità, austerità, tristezza, silenzio, mentre, invece, bisognerebbe indossare l'abito della gioia e della speranza. È un uomo [un cristiano] che si fa l'idea che occorra portare la tristezza del mondo, invece di recare al mondo il sorriso di Dio».  (ib.)
Proviamo a chiederci: il clima delle nostre assemblee liturgiche rivela che siamo seduti intorno alla mensa eucaristica per festeggiare le nozze del Figlio, oppure che compiamo una pesante, noiosa cerimonia?
Il nostro volto esprime la gioia degli invitati a celebrare la vittoria del Cristo sulla morte, oppure tradisce la sofferenza, la sfiducia, o, peggio, la noia?
Qualcuno tirerà in ballo: la fame del mondo, la violenza, la minaccia di guerre, i regimi oppressivi, o i problemi, anche gravi, della famiglia o personali...
Ma questo qualcuno non comprende che la gioia non è evasione. 
La gioia è una forza, è una sfida, è qualcosa che afferra il cristiano quando celebra:
 l'Eucarestia e lo costringe ad andare a recarla in un mondo senza pace e senza gioia.
In questa prospettiva, indossare “l'abito di nozze” 
– è stato scritto – 
significa indossare non il vestito della festa ma “l’abito da lavoro”.

giovedì 9 novembre 2023

Come è stato inventato il popolo ebraico - Decostruzione di una storia mitica - Shlomo SAND

 Pubblico per conoscenza, mi astengo da commenti, lascio la parola solo al giornalista che ha scritto questo articolo:

  

Come è stato inventato il popolo ebraico
 
Shlomo SAND
Decostruzione di una storia mitica.
Gli ebrei sono un popolo? A questa vecchia domanda, uno storico israeliano fornisce una nuova risposta. Contrariamente a quanto si crede, la diaspora non nacque dall'espulsione degli ebrei dalla Palestina, ma da successive conversioni avvenute nel Nord Africa, nell'Europa meridionale e nel Medio Oriente. Ciò scuote uno dei fondamenti del pensiero sionista, quello che vorrebbe gli ebrei discendenti del regno di Davide e non – ci mancherebbe! – gli eredi dei guerrieri berberi o dei cavalieri cazari.
di Shlomo Sand
Ogni israeliano sa, senza ombra di dubbio, che il popolo ebraico esiste da quando ha ricevuto la Torah (1) nel Sinai, e che ne è la diretta ed esclusiva discendenza. Tutti sono convinti che questo popolo, uscito dall'Egitto, si sia stabilito nella “terra promessa”, dove venne edificato il regno glorioso di Davide e Salomone, poi diviso nei regni di Giuda e di Israele. Allo stesso modo, tutti sanno che egli visse due volte l'esilio: dopo la distruzione del primo tempio, nel VI secolo a.C., poi in seguito a quella del secondo tempio, nell'anno 70 d.C.
Quello che seguì per lui fu un peregrinare di quasi duemila anni: le sue tribolazioni lo portarono nello Yemen, in Marocco, in Spagna, in Germania, in Polonia e nelle profondità della Russia, ma riuscì sempre a preservare i legami di sangue tra le sue comunità lontane. Pertanto, la sua unicità non è stata alterata. Alla fine del XIX secolo sono mature le condizioni per il suo ritorno nell'antica patria. Senza il genocidio nazista, milioni di ebrei avrebbero naturalmente ripopolato Eretz Yisrael (“la terra d’Israele”) poiché l’avevano sognata per venti secoli.
Vergine, la Palestina attendeva che il suo popolo originario venisse a farla rifiorire. Perché apparteneva a lui, e non a questa minoranza araba, priva di storia, arrivata lì per caso. Proprio allora avvenivano le guerre intraprese dai popoli erranti per riprendere possesso della propria terra; e criminale la violenta opposizione della popolazione locale.
Da dove viene questa interpretazione della storia ebraica? È opera, a partire dalla seconda metà dell'Ottocento, di valenti ricostruttori del passato, la cui fertile fantasia inventò, sulla base di brani di memoria religiosa, ebraica e cristiana, una sequenza genealogica continua per il popolo ebraico. L'abbondante storiografia dell'ebraismo comprende certamente una pluralità di approcci. Ma le controversie al suo interno non hanno mai messo in discussione le concezioni essenzialiste sviluppatesi soprattutto tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento.
Quando apparvero scoperte che potevano contraddire l'immagine del passato lineare, non ricevettero quasi nessuna attenzione. L’imperativo nazionale, come una mascella ben chiusa, ha bloccato ogni tipo di contraddizione e deviazione dalla narrativa dominante. I casi specifici di produzione di conoscenza sul passato ebraico – i dipartimenti dedicati esclusivamente alla “storia del popolo ebraico”, separati dai dipartimenti di storia (chiamati in Israele “storia generale”) – hanno ampiamente contribuito a questa curiosa emiplegia. Anche il dibattito, di carattere giuridico, su “chi è ebreo?”» non preoccupava questi storici: per loro ogni discendente del popolo costretto all'esilio duemila anni fa è ebreo.
Questi ricercatori "autorizzati" del passato non hanno partecipato alla controversia dei "nuovi storici", avviata alla fine degli anni 80. La maggior parte degli attori di questo dibattito pubblico, in numero limitato, provenivano da altre discipline o da paesi extra-orientali. orizzonti accademici: sociologi, orientalisti, linguisti, geografi, specialisti in scienze politiche, ricercatori letterari, archeologi formularono nuove riflessioni sul passato ebraico e sionista. Tra le loro fila c'erano anche laureati provenienti dall'estero. Dai “dipartimenti di storia ebraica” provenivano, invece, solo echi timorosi e conservatori, rivestiti di retorica apologetica basata su idee ricevute.
Ebraismo, una religione che fa proselitismo
Insomma, in sessant’anni la storia nazionale è maturata ben poco, e probabilmente non evolverà nel breve periodo. Tuttavia, i fatti portati alla luce dalla ricerca sollevano per ogni storico onesto interrogativi a prima vista sorprendenti, ma comunque fondamentali.
La Bibbia può essere considerata un libro di storia? I primi storici ebrei moderni, come Isaak Markus Jost o Leopold Zunz, nella prima metà del XIX secolo, non la percepirono in questo modo: ai loro occhi l'Antico Testamento si presentava come un libro di teologia che costituiva le comunità religiose ebraiche dopo la distruzione del primo tempio. Bisogna attendere la seconda metà dello stesso secolo per trovare storici, primo fra tutti Heinrich Graetz, portatori di una visione “nazionale” della Bibbia: trasformano la partenza di Abramo per Canaan, l'esodo dall'Egitto o ancora il regno unificato di Davide e Salomone in storie di un passato autenticamente nazionale. Da allora gli storici sionisti hanno continuato a ribadire queste “verità bibliche”, che sono diventate il foraggio quotidiano dell’educazione nazionale.
Ma poi, negli anni ‘80, la terra tremò, facendo vacillare questi miti fondatori. I risultati della “nuova archeologia” contraddicono la possibilità di un grande esodo nel XIII secolo a.C. Allo stesso modo, Mosè non poté far uscire gli ebrei dall'Egitto e condurli verso la “terra promessa” per la buona ragione che all'epoca essa... era nelle mani degli egiziani. Inoltre, non troviamo traccia di una rivolta degli schiavi nell'impero dei faraoni, né di una rapida conquista del paese di Canaan da parte di un elemento straniero.
Né vi è alcun segno o ricordo del sontuoso regno di Davide e Salomone. Le scoperte dell'ultimo decennio dimostrano l'esistenza, all'epoca, di due piccoli regni: Israele, il più potente, e Giuda, la futura Giudea. Anche gli abitanti di quest'ultima non subirono l'esilio nel VI secolo aC: solo le sue élite politiche e intellettuali dovettero stabilirsi a Babilonia. Da questo incontro decisivo con i culti persiani nacque il monoteismo ebraico.
L'esilio dell'anno 70 d.C. ebbe effettivamente luogo? Paradossalmente, questo “evento fondativo” nella storia degli ebrei, da cui trae origine la diaspora, non ha dato luogo al minimo lavoro di ricerca. E per una ragione molto prosaica: i romani non hanno mai esiliato persone attraverso l’intero fianco orientale del Mediterraneo. Ad eccezione dei prigionieri ridotti in schiavitù, gli abitanti della Giudea continuarono a vivere sulle loro terre, anche dopo la distruzione del secondo tempio.
Una parte di loro si convertì al cristianesimo nel IV secolo, mentre la stragrande maggioranza si unì all'Islam durante la conquista araba nel VII secolo. La maggior parte dei pensatori sionisti ne erano consapevoli: Yitzhak Ben Zvi, futuro presidente dello Stato di Israele, così come David Ben Gurion, fondatore dello Stato, scrivevano ancora nel 1929, anno della grande rivolta palestinese. Entrambi menzionano ripetutamente il fatto che i contadini della Palestina sono i discendenti degli abitanti dell'antica Giudea (2).
In assenza di esilio dalla Palestina romanizzata, da dove provenivano i numerosi ebrei che popolarono l’area attorno al Mediterraneo fin dall’antichità? Dietro il velo della storiografia nazionale si nasconde una realtà storica sorprendente. Dalla rivolta dei Maccabei nel II secolo a.C. alla rivolta di Bar-Kokhba nel II secolo d.C., l'ebraismo fu la prima religione a fare proselitismo. Gli Asmonei avevano già convertito con la forza gli Idumei della Giudea meridionale e gli Iturei della Galilea, annessi al “popolo d'Israele”. A partire da questo regno giudeo-ellenico il giudaismo si diffuse in tutto il Medio Oriente e in tutto il Mediterraneo. Nel I secolo d.C., in quello che oggi è il Kurdistan, apparve il regno ebraico di Adiabene, che non sarebbe stato l'ultimo regno a “giudaizzarsi”: altri avrebbero fatto lo stesso in seguito.
Gli scritti di Flavio Giuseppe non costituiscono l'unica testimonianza dell'ardore di proselitismo degli ebrei. Da Orazio a Seneca, da Giovenale a Tacito, molti scrittori latini esprimono questo timore. La Mishnah e il Talmud (3) autorizzano questa pratica di conversione, anche se, di fronte alla crescente pressione del cristianesimo, i saggi della tradizione talmudica esprimeranno delle riserve al riguardo.
La vittoria della religione di Gesù all'inizio del IV secolo non pose fine all'espansione del giudaismo, ma spinse il proselitismo ebraico ai margini del mondo culturale cristiano. Nel V secolo, sul sito dell'attuale Yemen, apparve un vigoroso regno ebraico chiamato Himyar, i cui discendenti mantennero la fede dopo la vittoria dell'Islam e fino ai tempi moderni. Allo stesso modo, i cronisti arabi ci raccontano dell'esistenza, nel VII secolo, di tribù berbere giudaizzate: di fronte alla spinta araba, che raggiunse il Nord Africa alla fine dello stesso secolo, apparve la figura leggendaria della regina ebrea. Kahina, che ha cercato di fermarlo. I berberi giudaizzati parteciperanno alla conquista della penisola iberica e getteranno le basi della particolare simbiosi tra ebrei e musulmani, caratteristica della cultura ispano-araba.
La conversione di massa più significativa avvenne tra il Mar Nero e il Mar Caspio: riguardò l'immenso regno cazaro, nell'VIII secolo. L'espansione del giudaismo, dal Caucaso all'attuale Ucraina, diede origine a molteplici comunità, che le invasioni mongole del XIII secolo respinsero in numero verso l'Europa orientale. Lì, con gli ebrei provenienti dalle regioni slave meridionali e dagli attuali territori tedeschi, getteranno le basi della grande cultura yiddish (4).
Queste storie sulle molteplici origini degli ebrei compaiono, più o meno esitante, nella storiografia sionista fino agli anni Sessanta circa; vengono poi gradualmente emarginati prima di scomparire dalla memoria pubblica in Israele. I conquistatori della città di Davide, nel 1967, dovevano essere i diretti discendenti del suo mitico regno e non – ci mancherebbe! – gli eredi dei guerrieri berberi o dei cavalieri cazari. Gli ebrei appaiono allora come un “etno” specifico che, dopo duemila anni di esilio e vagabondaggio, finì per ritornare a Gerusalemme, la sua capitale.
I sostenitori di questa narrazione lineare e indivisibile non si limitano a mobilitare l’insegnamento della storia: invocano anche la biologia. A partire dagli anni ’70, in Israele, un susseguirsi di ricerche “scientifiche” ha tentato di dimostrare, con tutti i mezzi, la vicinanza genetica degli ebrei di tutto il mondo. La “ricerca sull’origine delle popolazioni” rappresenta ormai un campo legittimato e divulgativo della biologia molecolare, mentre il cromosoma Y maschile si è offerto un posto d’onore accanto ad una Clio ebrea (5) in una frenetica ricerca dell’unicità d’origine del “ popolo eletto”.
Questa concezione storica costituisce la base della politica identitaria dello Stato di Israele, ed è qui che sta il problema! Di fatto dà origine a una definizione essenzialista ed etnocentrica dell’ebraismo, alimentando una segregazione che tiene gli ebrei separati dai non ebrei – arabi così come immigrati russi o lavoratori immigrati.
Israele, sessant’anni dopo la sua fondazione, rifiuta di considerarsi una repubblica esistente per i suoi cittadini. Quasi un quarto di loro non sono considerati ebrei e, secondo lo spirito delle sue leggi, questo Stato non è il loro. D’altro canto, Israele si presenta ancora come lo Stato degli ebrei di tutto il mondo, anche se questi non sono più profughi perseguitati, ma cittadini a pieno titolo che vivono in piena uguaglianza nei Paesi in cui risiedono. In altre parole, un’etnocrazia senza frontiere giustifica la grave discriminazione che pratica contro una parte dei suoi cittadini invocando il mito della nazione eterna, ricostituita per riunirsi nella “terra dei suoi antenati”.
Scrivere una nuova storia ebraica, al di là del prisma sionista, non è quindi facile. La luce che irrompe si trasforma in forti colori etnocentrici. Tuttavia, gli ebrei hanno sempre formato comunità religiose stanziate, il più delle volte per conversione, in diverse regioni del mondo: non rappresentano quindi un “etno” portatore della stessa unica origine e che si sarebbe spostato attraverso venti secoli di peregrinazione.
Lo sviluppo di tutta la storiografia, come, più in generale, il processo della modernità, passa un tempo, come sappiamo, attraverso l'invenzione della nazione. Ciò ha occupato milioni di esseri umani nel XIX secolo e parte del XX secolo. La fine di quest’ultimo vide quei sogni cominciare a infrangersi. Un numero crescente di ricercatori sta analizzando, sezionando e decostruendo le grandi narrazioni nazionali, e in particolare i miti di origine comune cari alle cronache del passato. Gli incubi identitari di ieri lasceranno il posto, domani, ad altri sogni identitari. Come ogni personalità fatta di identità fluide e variegate, anche la storia è un'identità in movimento.


Pubblicato da Le Monde 


mercoledì 8 novembre 2023

Quando si avvicina la stagione della polvere nel Sahel di Padre MAURO ARMANINO

 

Harmattan

Quando si avvicina la stagione della polvere nel Sahel

Non ci siamo ancora ma la stagione si avvicina. Caldo il pomeriggio e più fresco la notte e all’alba. Dai 40 o più gradi del pomeriggio ai 24 del mattino a Niamey che si sveglia pigramente, cullata dagli appelli alla preghiera dei numerosi altoparlanti delle moschee della città. Lei, la polvere, con fare sornione si lascia intravvedere velando quanto basta la luce del sole e installandosi poi, con la consueta serietà, su tutte le cose e in particolare sullo sguardo. Sono passati i primi cento giorni dal 26 luglio scorso ricordato ormai come il quinto colpo di stato nella giovane Repubblica del Niger. Ci si trovava ancora nella stagione delle piogge di quest’anno, irregolari come al solito e mal distribuite. La Protezione Civile ha registrato 51 morti, 80 feriti e 163.690 sinistrati a cui si può aggiungere la perdita di circa 3. 300 capi di bestiame. Adesso, a tre mesi dal golpe, ci troviamo in una stagione di mezzo che prelude l’arrivo dell’inverno del Sahel col temibile Harmattan. Viene chiamato così Il vento del deserto che coltiva l’autentica polvere da esportazione verso la costa atlantica e talvolta quella mediterranea. La polvere si permette di invitarsi, per ora in sordina.

Le ingiuste e illegali sanzioni economiche della maggior parte dei Paesi che compongono la Comunità Economica degli Stati dell’Africa Occidentale, CEDEAO, hanno fin da subito ‘impolverato’ la vita dei nigerini. In particolare, i commercianti, i viaggiatori, i migranti, i rifugiati e, in generale, i più poveri. Dopo i citati cento giorni dal golpe è difficile intravvedere quali le possibili prospettive che potrebbero disegnarsi nel futuro. Sappiamo che non c’è futuro senza presente ed è questo che, in fondo conta per la gente comune. In altre latitudini e diversi paesaggi sono stati chiesti sacrifici di ogni tipo, anche umani, per un radioso sole dell’avvenire che mai ebbe l’occasione di sorgere.  La storia umana, lo sappiamo almeno per sentito dire, si presenta troppo spesso come una serie impressionante di promesse mai mantenute e, non raramente, dipinte di sangue innocente. Ecco perché la metafora della polvere conserva tutta la sua particolare pertinenza, soprattutto in questo tempo che taluni chiamano di transizione. Che la politica sia caratterizzata da uno strato di polvere, spesso insostenibile è una cosa nota anche ai non addetti ai lavori. 

Sarebbe tragico che la polvere, per ora osservabile soprattutto il mattino e dunque all’inizio del giorno, si installi gradualmente nelle parole, idee e scelte che accompagnano i giorni del tempo attuale del Paese. La polvere sulle parole è forse quella più pericolosa perché, in genere, passa inosservata. L’uso quotidiano di certe parole, in realtà nient’altro che polvere, sono spacciate per verità contante. Quanto alle idee, esse non fanno che portare a compimento quanto le parole di polvere, spesso demagogiche, hanno saputo creare. Infine, la polvere avvolge inevitabilmente le scelte che dovrebbero tradurre la politica in giustizia e diritto. Diventa difficile mantenere quanto promesso e promettere quanto è azzardato mantenere. Solo il vento, lucido e temerario quando soffia, potrà riaprire orizzonti nuovi e liberi dalla polvere del tempo.





     Mauro Armanino, Niamey, 5 novembre 2023

lunedì 6 novembre 2023

3° REGNO DI DIO - TERZA CONFERENZA di PADRE CLAUDIO TRUZZI OCD

 

3° – REGNO DI DIO – 1


Per darne un'idea da una parte Gesù usa le parabole: preziosità, forza intrinseca... che deve essere apprezzata sopra ogni cosa: Il Regno dei cieli è dei «violenti», di chi impegna se stesso sino in fondo – afferma Gesù. Nel contempo ammette la difficoltà di esprimerlo. 

Affermerei che la loro caratteristica peculiare sia la capacità di sconcertare. Anche per questo Cristo ha esitato all'inizio: «A che cosa possiamo paragonare il Regno di Dio? O con quale parabola possiamo proporlo?».

Egli usa tante immagini per fornirci sia un’idea la più comprensibile a noi, e allo stesso tempo la ricchezza di tale nuova relazione fra Dio e gli uomini,

Il “Regno”, ci dice il Signore:

–  è simile al lievito, che una donna nasconde nella farina, affinché fermenti tutta la pasta;

–  è simile ad un granello di senape: il più piccolo di tutti i semi; che, però, a poco a poco cresce tanto che gli uccelli vengono a posarvisi sopra.

–  è simile ad un uomo che semina frumento: sia che il padrone vegli o che dorma, il grano germina e cresce senza che l’uomo sappia come.   –  Ecc., ecc.., ecc...

Tuttavia, nonostante tante siano le immagini impiegate, Gesù pone sempre a tutti un denominatore comune: Il «Regno dei Cieli» è qualcosa di:

– molto semplice, capace d’essere capito da chiunque;

– molto nascosto e prezioso, come un tesoro;

– molto piccolo, come un seme;

– molto dinamico e contagioso, come il lievito [«È simile il regno dei cieli a un po’ di lievito che una donna prende e mescola in tre misure di farina finché tutta la massa sia fermentata»].

– molto aperto, come una rete, e molto concreto: o si appartiene ad esso o se n’è fuori. E fuori non è possibile la Salvezza. [• «Il regno dei cieli è simile ad una rete gettata in quale, la quale ha raccolto ogm genere di pesci. … i pescatori raccolgono i pesci buoni elle sporte e buttano via quelli cattivi. Così alla fine del mondo. Gli angeli separeranno i malvagi dai giusti e li getteranno nella fornace ardente,,,» (Matteo 13, le parabole del Regno)

Analizziamo qualcuna delle parabole più significative


1.   DESIDERIO ED APPREZZAMENTO DELLA SCOPERTA 

• «Il regno dei cieli è simile ad un tesoro nascosto nel campo: un uomo lo trova e lo nasconde di nuovo; poi, pieno di gioia, va, vende tutto quello che possiede e compra quel campo».

• «Il regno dei cieli è simile ad un mercante che va in cerca di perle preziose; trovata una perla di grande valore, va, vende tutti i suoi averi e la compra». 

Gesù ricorre a diverse immagini per descriverci la realtà misteriosa del Regno di Dio: in questo caso, ad un tesoro nascosto, alla ricerca di un mercante per entrare in possesso di una perla preziosa, ecc...

Tutte immagini. Meno quella che, forse, avremmo desiderato noi!

Perché? Perché Il Regno non viene mai presentato come una cosa “già fatta” che sta a disposizione, soltanto da consumare... No. Nella prospettiva del Cristo, il Regno rappresenta una realtà dinamica. Si tratta di cercare, darsi da fare, scegliere, decidere, sacrificare qualcosa, impegnarsi. Proprio ciò che noi non vorremmo…!

•  Infatti, le due parabole che ci vengono presentate (Il tesoro nascosto in un campo e La perla di gran valore), pongono in evidenza alcune linee caratteristiche della nostra appartenenza al Regno.

•   Il punto di partenza mi pare lo si possa individuare nel senso della scoperta.

Il che presuppone una ricerca, ... una passione.

La verità è offerta a tutti, ma non è messa a disposizione su un piatto d’argento. Cercare costituisce la condizione essenziale per trovare. Bisogna che il cuore “bruci” dal desiderio, affinché il dono sia raggiunto.

E si tratta non di una scoperta marginale, ma di qualcosa di essenziale, che può determinare una svolta imprevista, all'esistenza. È una “conversione”. È la scoperta di un tutto, capace di riempire la vita dell'uomo, non di un elementare accessorio da aggiungere a tanti altri.

•   Tocchiamo così il secondo aspetto sottolineato dalla parabola. La scoperta pone l'uomo dinanzi ad una scelta precisa. Tanto è importante la scoperta, tanto dev'essere radicale la scelta.

Se il Regno di Dio è tutto, a questo tutto occorre essere disposti a sacrificare ... tutto il resto!

Non si tratta, beninteso, di disprezzare il “resto”. Occorre, semplicemente, ridimensionarlo, avvertirne i limiti, subordinarlo alla scoperta. È impossibile entrare nel Regno di Dio senza passare attraverso una fase di rottura, di rinuncia, di abbandono. Ma il sacrificio non è fine a se stesso: sfocia nella gioia del possesso. E la gioia costituisce proprio il punto culminante delle parabole. 

Il discepolo non è uno che “ha lasciato”. È uno che ha trovato. 

Cristiano non è uno che tende al sacrificio, alla rinuncia. È uno, piuttosto, che tende alla gioia e alla pienezza. E perciò è disposto a pagarne il prezzo.

•   PUNTARE UN SOLO OBIETTIVO

Un grande maestro di tiro con l'arco organizzò una gara tra i suoi allievi per valutarne il grado di preparazione.  Nel giorno fissato, un bersaglio di legno, con al centro un cerchio rosso, fu legato su un albero ad una estremità della radura. All'estremità opposta, fu tracciata sul suolo una linea, dietro la quale si piazzarono i concorrenti. 

Un giovane avanzò baldanzosamente, impaziente di dimostrare la sua abilità. Afferrò saldamente l'arco e una delle frecce, poi si sistemò in posizione di tiro. «Posso tirare, maestro?» – chiese. Il maestro che lo fissava attentamente, gli chiese: «Vedi i grandi alberi che ci circondano?». «Sì, maestro, li vedo benissimo tutto intorno alla radura». «Bene», rispose il maestro, «Torna con gli altri perché non sei ancora pronto». L'allievo, sorpreso, posò l'arco e obbedì. 

Un secondo concorrente si fece avanti.  Prese l'arco e la freccia e mirò con cura. Il maestro si portò di fianco all'arciere e gli chiese: «Puoi vedermi?». «Sì, maestro, posso vedervi. Siete qui, vicino a me». «Torna a sederti con gli altri» – rispose il maestro. «Tu non potrai mai colpire il bersaglio». 

Tutti i partecipanti, gli uni dopo gli altri, afferrarono l'arco e si prepararono a scoccare la freccia, ma ogni volta il maestro poneva loro una domanda, ascoltava la risposta e li rimandava al loro posto. 

La folla, sorpresa, iniziò a rumoreggiare. Nessuno degli allievi aveva tirato una sola freccia. 

Allora si fece avanti il più giovane degli allievi. Se n'era stato in disparte, silenzioso. Tese l'arco, poi restò perfettamente immobile, gli occhi fissi davanti a lui.

 «Vedi gli uccelli che sorvolano il bosco?» – gli chiese il maestro. «No, maestro, non li vedo». 

«Vedi l'albero sul quale è inchiodato il bersaglio di legno?». «No, maestro, non lo vedo». 

«Vedi almeno il bersaglio?». «No, maestro, non lo vedo». 

Dalla folla degli spettatori si levò una risata. Come poteva quel ragazzo colpire il bersaglio se non riusciva neppure a distinguerlo dall'altra parte della radura? Ma il maestro impose il silenzio e chiese pacatamente all'allievo: 

«Allora, dimmi, che cosa vedi?». «Io vedo soltanto un cerchio rosso» – rispose il giovane. 

«Perfetto!» – replicò il maestro. «Tu puoi tirare!»  La freccia solcò l'aria sibilando leggera e si piantò vibrando nel centro del cerchio rosso disegnato sul bersaglio di legno ...

Nel cuore d’ogni essere umano dimora un desiderio: essere felice. 

Ma quest’obiettivo, spesso, non viene centrato.

Schiacciato dagli affanni, dalle preoccupazioni del mondo e dai piaceri illusori, l'uomo sbaglia il "bersaglio" e non "vede" l'unico obiettivo che dà senso e sapore alla sua vita: DIO

••• Vorrei, però, soffermarmi sulla parabola del “MERCANTE DI PERLE”.

Ciascuno di noi, se ha veramente deciso d'entrare a far parte del Regno di Dio, ha sgranato gli occhi davanti a quella perla eccezionale, a confronto della quale tutte le altre realtà sono impallidite. Abbiamo scelto quella Realtà definitiva, quel Valore unico. Nella risposta alla nostra vocazione cristiana, abbiamo lasciato tutto per comperare la perla d'inestimabile valore. La scoperta della “perla” ha fatto cambiare tutti gli obiettivi della nostra esistenza. Con quella perla in mano, gettiamo uno sguardo nuovo sulle cose. In sostanza, abbiamo concluso un ottimo affare.

–  Ma la parabola può avere un risvolto meno esaltante. Esempio: Il mercante, che un giorno si è rivelato tanto perspicace, proseguendo nel cammino, può “impazzire”... 

«Una volta conquistata la perla preziosa, noi corriamo il rischio, a lungo andare, di farci l'abitudine e di non apprezzarla più in tutto il suo valore. Ce l'abbiamo sempre fra le mani, e finiamo per considerarla un oggetto qualunque. La polvere dei giorni feriali si deposita sulla perla, offuscandone lo splendore. Un'operazione lenta, progressiva, corrosiva. E i nostri occhi si stancano di quell'opacità prodotta dall'abitudine, e ricercano istintiva-mente qualcosa che luccichi. Allora, il mercante furbo, che ha azzeccato il colpo memorabile all'inizio, diventa il mercante ottuso che va in giro a vendere (meglio: a svendere) il suo tesoro per delle bazzecole, a barattare la perla preziosa per delle quisquilie. Cambia un valore unico per dei prodotti dozzinali».    (Pronzato –Pane per la Domenica). 

Pure noi, nella nostra giornata, rischiamo di concludere parecchi di questi affari avventati: cambi all'insegna dell'insensatezza... Possiamo cambiare, ad esempio:

La nostra unicità, per un po' di comodo conformismo.

La specificità della vocazione cristiana, con ammiccamenti a mode e ideologie più in voga.

La testa che pensa con parole d'ordine o slogan.

La coerenza, per la preoccupazione di “non aver grane”.

La preghiera, per le devozioni.

La testimonianza coraggiosa, per un avanzamento di carriera.

Dio... per un'infinità di surrogati. (ib.)

Comunque, questo mercante “impazzito” – quale posso diventare io, e forse anche tu – commette ostinatamente lo stesso grossolano errore: barattare una perla autentica per dei pezzetti di vetri colorati. 

•• Diamanti, non sassi

Un giovane partì alla caccia di anitre selvatiche sulla riva di un fiume. Era armato solo di una fionda. Raccolse alcuni ciottoli sul greto e cominciò a scagliarli con tutta la sua forza. 

Mirava soprattutto agli uccelli che si fermavano incautamente sulla riva. 

I sassi lanciati finivano con un tonfo nell'acqua profonda. 

Soltanto due ciottoli colpirono a morte due uccelli, prima di finire anche loro nella corrente. 

Rientrò in città. Il giovane aveva due anitre nella bisaccia ed ancora uno dei ciottoli in mano. 

Nei pressi della città, un gioielliere lo fermò con un’esclamazione di sorpresa. 

«Ma è un diamante, quello che hai in mano! Vale almeno diecimila euro!». 

Il giovane cacciatore impallidì e poi si disperò: «Ma che stupido sono stato! Ho usato tutti quei diamanti per uccidere degli uccelli... Se li avessi guardati bene, ora sarei ricco, e invece la corrente li ha portati via!». 

Ognuno dei nostri giorni è come un diamante prezioso. Ciò che conta è accorgersene, e non sprecarlo per andare a "caccia" di ciò che non può renderci veramente felici…

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2.  UN SEME CHE SA IL FATTO SUO  

«Succede del Regno di Dio, come di un uomo che abbia gettato la semente nella terra; e poi, dorma o stia in piedi, a seconda che sia notte o giorno, il seme germoglia e cresce: come lui stesso non lo sa. Da se stessa la terra produce prima l'erba, poi la spiga, poi il chicco pieno nella spiga. Allorché il frutto lo consente subito ci mette la falce, poiché è il tempo della mietitura». Marco 4, 26-29

È significativo che soltanto Marco registri questa parabola, semplice soltanto all'apparenza. Lui non teme di presentare questa parabola difficile che vorrebbe farci capire qualcosa del mistero del Regno.

•   Nelle parabole precedenti, Marco aveva messo a fuoco prima di tutto la figura del seminatore e “fissato” il suo gesto [«Uscì un seminatore per seminare...»]; quindi si era soffermato sui vari tipi di terreno [«... parte di esso cadde lungo la via..., parte in un luogo roccioso dove non c'era molta terra; … parte cadde fra le spine... Infine parte cadde sul terreno buono»]. 

Adesso, giustamente intende richiamare l'attenzione sul seme [cioè la Parola di Dio – Mt 13, 19], sulla sua caratteristica principale: cioè, la sua forza intrinseca. Il seme è l’elemento più debole, ma anche la più forte.

Non è che s'intenda minimizzare l'azione del contadino. Come non si nega l'importanza del terreno. Di ciò si è già parlato nella parabola del seminatore. L'opera e l'azione del contadino è stata ed è necessaria (semina, aratura, sarchiatura, ecc). 

Ma ora non interessa. Ci si occupa, ora, della forza vitale insita nel seme, che è indipendente dall'azione dell'uomo e dal suo sapere [«Come, egli stesso non lo sa» v. 27]. Il contadino può andare a dormire o alzarsi, non perché il suo lavoro sia irrilevante, ma perché si parla d'altro, e lui, a questo punto, passa in second’ordine.

•  Due tentazioni sono sempre in agguato contro questa parabola: l'interpretazione allegorica e l'interesse esasperato per quello che “fa” o “non fa” il contadino. Si potrebbe, cioè, facilmente scivolare sul piano morale quando si tratta di trarre le conseguenze, ed allora, la parabola costituirebbe un invito alla pazienza, un'apologia della speranza. 

Evidentemente ci si sente imbarazzati di fronte al seme: non si sa che cosa dire. Si preferisce, quindi, parlare dell'uomo, sia pure per ammirarne la calma o per esortare ad aver fiducia.

La parabola, invece, rappresenta un preciso invito a scoprire l'azione del seme e la sua potenza. 

Perché la Parola di Dio è viva; ha una sua forza: fa “succedere” qualcosa. 

Il Regno è essenzialmente potenza di Dio, non azione dell'uomo. Il  Regno cresce e agisce, anche se pare non succeda nulla. “Produce”, anche se tutto rimane come prima.

Riassumendo: il Regno è considerato da tre angolature diverse. 

–   Come seminagione [parabola del seminatore] (Mt, 13, 3-9).

–   Come accoglienza e responsabilità [spiegazione di Gesù della parabola] (v. 18-23). 

–   Come potenza [il grano che cresce da sé]. 

Quest'ultimo aspetto non esclude i primi due – anzi, li presuppone come condizione – ma si sgancia da essi. Ossia: la forza vitale non è stata data al seme dall'attività del contadino. La possiede in sé. 

[Cfr. parabola del “lievito”: «Il Regno dei cieli è simile a un po' di lievito che un donna prende e mescola in tre misure di farina, finché tutta la pasta sia fermentata». Matteo 13, 33]

••   Il credente – come il contadino – è uno che “è cosciente” di tutto questo.

Attenzione, quindi! La parabola non suggerisce che l'uomo “non” sa. Il credente, infatti, è uno che “sa” del Regno; è a conoscenza della sua presenza, ed azione. 

Si afferma soltanto che non sa come avviene (v. 27). Il che è ben diverso! 

Il “come” non aggiungerebbe nulla. Anzi, toglierebbe qualcosa, tanto alla sua fede, quanto alla potenzialità del seme. Il credente ha persino bisogno che il “come” rimanga segreto; altrimenti sparirebbe dalla sua vita lo stupore e la dimensione del rispetto. Non lo vedremmo, cioè, mai in ginocchio, ma sempre indaffarato, sempre curvo a controllare – o, peggio, a manipolare –.

Questa parabola, poi, mette in imbarazzo perché non suggerisce né che cosa dobbiamo fare e neppure che cosa dobbiamo evitare. Il contadino – dopo aver portato a termine quello che era necessario –, adesso “lascia fare”. 

Ed è l'azione più difficile da attuare, perché nel campo del Regno l'attivismo semplicemente non c'entra: ci pensa già il seme, da sé! Il cristiano non è un costruttore del Regno, né tanto meno un direttore dei lavori. È, più modestamente ma più utilmente, uno che offre delle possibilità al Regno. Qualche volta, la possibilità più apprezzata può essere proprio quella di “non intralciare”.

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3.  LA FORZA ESPANSIVA DELLA GRAZIA [Granellino di Senape] 

«[il Regno di Dio] è come un granellino di senape: quando viene seminato nel terreno è più piccolo di tutti i semi che sono sulla terra; ma, una volta che sia seminato, cresce e diventa più grande di tutti gli ortaggi, e mette rami così grandi che gli uccelli del cielo possono ripararsi alla sua ombra...». Marco 4, 30-34

La senape, a voler essere pignoli, non è il più piccolo seme che si conosca. Ma, in Palestina, stava ad indicare proverbialmente una cosa minuscola, una quantità minima. Pur piccolissimo, è assai attivo: in un anno la pianta supera abbondantemente il metro. E può aggiungere i tre o quattro metri di altezza (specie nelle regioni del lago di Tiberiade).

•  Fissiamo una prima indicazione importante: Dio sceglie le realtà più umili per realizzare un suo disegno di grandezza. Tutta l'operazione dev'essere attribuita esclusivamente a Lui. 

Il Regno è opera esclusiva di Dio. 

Nel Regno di Dio è cancellata ogni idea di conquista; ad essa si sostituisce quella di rifugio e protezione: «... gli uccelli del cielo possono ripararvisi alla sua ombra». Esso è qualcosa di benefico, rassicurante...

•  Per interpretare correttamente la parabola si rende necessaria una precisazione.

–  L'uomo moderno che passi attraverso un campo, considera lo sviluppo di una pianta, la crescita della messe, come un processo normale che ubbidisce a delle leggi biologiche.

–   L'uomo della Bibbia, invece, ci scorge una serie di miracoli.

In tale prospettiva, la parabola parla della crescita del Regno di Dio come qualcosa di prodigioso [azione di Dio], e che, quindi, non è fondato su normali previsioni umane. Il Regno si sviluppa, non attraverso una crescita che ubbidisce a leggi naturali, ma grazie all'azione miracolosa di Dio.

• A questo punto si eviti un'interpretazione abusiva, anche se piuttosto comune. Non si deve in questa parabola correre subito col pensiero allo sviluppo e alla diffusione della Chiesa. 

«Il Regno di Dio è bensì operante sulla terra e nella Chiesa, ma non è una dimensione visibile e un'istituzione esteriore come la Chiesa stessa. 

Se si applicasse immediatamente la parabola alla Chiesa, si potrebbe essere indotti a valutazioni che sono proprio all'opposto rispetto al significato della parabola stessa. 

Per cui si sarebbe portati a interpretare manifestazioni esterne di grandezza, estensione d'influenza,... statistiche..., come segni sicuri che il seme s'è sviluppato e i rami si allargano sempre più; che il seme ha superato definitivamente lo stadio di seme». (A. Pronzato, ib.).

Ora, pare che la parabola indichi, invece, che la realtà del Regno sfugge ad ogni valutazione in base ai criteri terreni. In parola povere: non è possibile fotografare lo sviluppo del Regno di Dio e nemmeno “fissarne” un momento particolare; così come non è possibile scomporlo in varie fasi di crescita.

•  Per quanto riguarda il Regno di Dio, stando ai nostri calcoli, si corre sempre il pericolo di scrivere la storia alla rovescia.

La vera grandezza

Il Regno di Dio è poco appariscente [seme piccolissimo], ma presente ed operante. Cristo Gesù esalta la potenza intrinseca della Parola di Dio. Il seme diventa un albero. E per sottolinearne la “grandezza”, Gesù che fa? Ci mette ... i nidi, gli uccelli! Estendere i rami, allargare la propria zona d'ombra, in sé non ha senso. Ciò che ha senso – ossia dà significato alla pianta – è che gli altri ci trovino posto. Sono i nidi “che raccontano” la pianta; non il proprietario.

–  Certe grandezze umane esauriscono in sé il loro significato. Non rimandano più ad un significato superiore. L'importanza, il prestigio, l'essere influenti su un piano umano, il maneggiare, portare avanti opere grandiose, non sono “segni” [né lo potranno mai diventare, a dispetto di tutte le buone intenzioni] di quelle altre cose importanti. Non lasciano intuire la realtà superiore. Semmai la nascondono.

Corrono il rischio di diventare, anzi, opacità ed impedimento a scorgere qualcos'altro.

È l'equivoco di troppe istituzioni religiose. Ci si illude che essere considerati da un punto di vista economico, di potere, di cultura, si presti un servizio per la crescita del Regno di Dio.

Solo la piccolezza ha una possibilità. Un segno troppo clamoroso finisce per infastidire; diventa irrilevante, o irritante.

Un segno dovrebbe semplicemente “far sospettare” qualcos'altro. Non un punto esclamativo, ma interrogativo.

venerdì 3 novembre 2023

SANTUARIO DI BARMASC - Val D'Aosta - FOTO E TESTO di ALESSANDRA GIUSTI

Ricevo dalla cara amica Alessandra Giusti quelle bellissime immagini dalla Val D'Aosta.



 
DESCRIZIONE

A 1828 metri s.l.m. in un paesaggio di alta montagna, ai margini di un bosco isolato sorge il santuario di Barmasc (frazione a monte di Antagnod). Il santuario, costruito tra l’anno 1661 e l’anno 1663, attirò subito folle di pellegrini provenienti dalle parrocchie più lontane per invocare il dono della pioggia, il rito propiziatorio era quello di immergere la croce nell’ acqua che nasce sotto la cappella. Il 15 luglio 1990 il santuario fu visitato da S.S. Giovanni Paolo II.
Il santuario edificato nel 1661 viene restaurato nel 1897; attualmente avrebbe bisogno di un ulteriore restauro perché l’edificio soffre di umidità dovuta alla sorgente che sale dalle fondazioni.
Sulle pareti all’interno della chiesa troviamo affreschi della Natività, Incoronazione della Vergine, Annunciazione, Deposizione dalla Croce. Altare con baldacchino, tabernacolo in legno e tela della Madonna col Bambino tra i Santi Grato e Giocondo. Due sportelli di trittico in legno dipinto (Sant’Anna con la Madonna e il Bambino Gesù, Santa Caterina di Alessandria, San Martino con il povero ai suoi piedi e San Lorenzo sulla graticola).
La venerata immagine della Madonna incoronata che allatta il Bambino Gesù, su cartone dipinto, è attualmente conservata nel museo parrocchiale di arte sacra, che è situato accanto alla Chiesa Parrocchiale di Antagnod . Gli ex Voto si sviluppano lungo le pareti. La festività principale si svolge il 3 agosto.
La storia del Santuario di Barmasc
Il santuario di Barmasc si trova lungo l’antico sentiero che attraversa il Col Portola e va ad Antey. Un viandante che lo stava percorrendo trasportando un quadro della Vergine col Bambino si fermò qui per dissetarsi e riprendere fiato. Posò il quadro sopra un masso e si riposò sotto un larice. Al risveglio cercò di riprendere il quadro ma non fu più in grado di risollevarlo. Corse allora a chiamare il Parroco di Antagnod. Questi, dopo alcune benedizioni e preghiere, riuscì a sollevarlo al cielo e lo portò giù sull’altare maggiore, chiudendo la Chiesa a chiave.
Il mattino dopo però il quadro era sparito. Lo ritrovarono nuovamente a Barmasc, dove il sole faceva brillare il suo vetro come un diamante. Poiché i pascoli di Barmasc appartenevano alla frazione di Lignod, questa volta esso venne portato sull’altare della sua cappella, ma nuovamente esso tornò a Barmasc. Nemmeno il parroco riuscì più a spostarlo e fu quindi qui che sorse, in onore della Madonna del Buon Soccorso, il Santuario posto sopra la sorgente.

Ringrazio Alessandra per la preziosa informazione e aggiungo un po' di sue foto scattate durante il foliage d'autunno. 






BENVENUTO|

Il Paradiso non può attendere: dobbiamo già cercare il nostro Cielo qui sulla terra! Questo blog tratterà di argomenti spirituali e testimonianze, con uno sguardo rivolto al Carmelo ed ai suoi Santi