AFORISMA

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Nostra Signora del Carmelo

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sabato 28 gennaio 2017

Origine dei VANGELI (Fotomontaggio?) di Padre Claudio Truzzi - Parte Terza

3 – ORIGINE DEI VANGELI [Fotomontaggio?]

Un montaggio di ... diapositive
Tuttavia – poiché si tratta di una cosa, per moltissimi cristiani, sconosciuta –, crediamo che valga la pena soffermarci ancora ed approfondire meglio tali passaggi.
*    I primi discepoli hanno seguito Gesù, dietro l'invito del loro maestro Giovanni Battista, senza sapere esattamente chi egli realmente fosse. Lo hanno ascoltato con attenzione, come si ascolta un profeta. Sono persino giunti a pensare che potesse essere il Profeta, il Messia. Ma soltanto dopo la Pente-coste essi iniziano a scoprire chi fosse quell'uomo loro amico: il Figlio di Dio! I ricordi degli anni passati con lui vengono ad assumere perciò un'importanza tutta nuova ed essi cercano di ricostruirli.
*    Questo lavoro di ricostruzione diventa ancora più importante man mano che gli anni passano.
Verso la fine della vita di Gesù, essi avevano cominciano a credere che con lui arrivasse il Regno di Dio o, in altre parole, secondo la credenza del tempo, la fine del mondo. Ma i mesi e gli anni tra-scorrono: bisogna organizzarsi nella lunga durata dell'attesa. Per vivere, ogni società ha bisogno di darsi delle regole. MA Gesù NON ha lasciato nulla di scritto.
       Gesù, infatti, non ha scritto nulla, eccetto una volta... sulla sabbia. Ha, invece parlato, ha vissuto: tutto qui. Cosa non meno importante. [Socrate non ha lasciato nessuno scritto, ma Platone, suo discepolo, ha redatto gli insegnamenti del suo maestro. Ora si studiano le opere di Platone, ma ci si interessa alla persona di Socrate]. 
Ciò è ancora più vero per Gesù.  Alle origini della buona novella, del Vangelo, c'è Lui, la sua persona. Se egli avesse scritto, noi avremmo potuto essere tentati di considerarlo soltanto come un “maestro di sapienza”. Ma, poiché egli ha semplicemente “vissuto”, noi siamo rimandati – è giocoforza –  alla sua stessa persona. Proprio la sua persona, con tutto il suo mistero, ha impressionato i discepoli.
Un laboratorio fotografico
I discepoli sono stati “impressionati” dalla figura di Gesù.  
Questa parola è usata anche nel linguaggio fotografico: quando si fotografa un oggetto, la pellicola ne è impressionata; 1'oggetto vi è registrato. Ma ancora non si vede nulla. Affinché appaia l'immagine registrata, affinché quest'immagine sia rivelata, occorre che la pellicola sia immersa in un bagno di acidi speciali che si chiama “rivelatore”.
Si potrebbe dire, allo stesso modo, che i discepoli sono stati “impressionati” dalla persona di Gesù: dal suo modo di vivere, dalle sue parole e dai suoi atti. Ma, in quel momento, ne erano inconsapevoli e dopo la Pentecoste, tutto resta nero. Affinché l'immagine molteplice che essi conservano di lui appaia biso-gnerà che essi vengano immersi in un “bagno rivelatore” che è la vita delle diverse comunità.
Si sa che lo sviluppo in laboratorio è importante: la fotografia sarà più o meno “contrastata” a secon-da dei tempi di esposizione o dei prodotti usati; la si può far variare nei colori; si può far apparire questo o quel particolare... Allo stesso modo, le immagini di Gesù saranno un po' differenti a seconda del "rive-laore", a seconda delle comunità nelle quali saranno trattate, a seconda dei problemi che vengono posti.
Allo stesso modo, durante gli anni che seguono, la Pentecoste, la Palestina, l'Asia Minore e la Grecia possono essere paragonate ad un immenso laboratorio fotografico in cui le diverse comunità spingono i discepoli a rivelare le immagini molteplici del loro maestro. Immagini diverse perché le comunità erano diverse: alcune composte da vecchi giudei divenuti cristiani, altre da pagani, alcune da proletari e schiavi, altre da artigiani, professionisti...
La vita come “rivelatore”
La vita delle comunità viene dunque a essere il “bagno rivelatore” che permette alle immagini di Cristo di apparire. Tutto ciò avviene soprattutto secondo tre attività principali.
1. – La predicazione.
Sin dagli inizi, i discepoli proclamano la loro fede in Gesù risorto, con brevi frasi che riassumono l'es-senziale della buona novella. [Gli specialisti chiamano questa predicazione con una parola greca, kerygma, cioè il grido dell'araldo, la proclamazione pubblica di qualcosa].
• I discepoli affermano: “Questo Gesù che voi avete crocifisso, Dio l'ha risuscito, lo ha esaltato, l'ha costituito Signore: noi ne siamo i testimoni. Egli c'invia il suo Spirito. Credete alla buona novella e sarete salvi”.
• Si raccolgono anche le diverse beatitudini  che Gesù dovette pronunciare per proclamare questa buona novella: ormai i poveri non sono più poveri, perché Dio viene a stabilire il suo regno ...
• Si raccontano i miracoli di Gesù che mostrano la sua vittoria sul male, sulla malattia, sulla morte...
• Si riprendono anche le  parabole, insegnamenti sotto forma di racconto, che esprimono bene e con semplicità la felicità che Gesù viene a  portare e la necessità di scegliere..
         2.  La celebrazione. I discepoli ripetono l'ultima Cena di Gesù che dà un senso alla sua morte.
– Fino a che ci sono soltanto i primi discepoli, non si sente il bisogno di entrare nei particolari: essi san-no bene di che cosa si tratta. Ciascuno può persino esprimere ciò che ha capito, aggiungere particolari. Possiamo facilmente immaginare Pietro che racconta come ha tradito il suo Signore, Giovanni che dice ciò che ha vissuto ai piedi della croce...
  Molto presto, però, si aggiungono altri discepoli che non hanno conosciuto direttamente Gesù, e biso-gna spiegar loro il significato di certi gesti, come “spezzare il pane” e “bere la coppa”...  Nel contesto liturgico ci si ricorda anche di certe azioni di Gesù che permettono di comprendere meglio questa cena: la moltiplicazione dei pani, p. es, pasto prodigioso coi quale Gesù ciba le folle.
Il racconto sulla "Passione” – come tutti gli altri racconti su Gesù – viene fatto alla luce della sua   resurrezione. [è forse così che ben presto nacque un primo racconto della passione].
Quando infatti fanno questa narrazione, non raccontano la passione e la morte di uno che è morto, bensì di un vivente; e questo cambia tutto. [Allorché, infatti, si racconta per es., la malattia molto grave di una persona cara, lo si fa di certo in modo molto diverso, a seconda che questa si trovi all'ospedale, tra la vita e la morte, oppure a casa, quando è guarita]. Nella Eucaristica, Gesù si rende presente alla comunità e allorché i discepoli raccontano la sua morte, lo fanno con lui vivente.
Il racconto della passione, come tutti gli altri racconti su Gesù, si fa quindi alla luce della resurrezione.
         3. L'insegnamento o catechesi
I nuovi battezzati, ora, devono vivere da discepoli di Gesù. 
E per sapere come vivere in comunità, per  rispondere ai problemi posti dalla vita quotidiana, bisogna tornare alla vita di Gesù, alle sue parole e alle sue azioni.
– Si riprendono le parabole adatte all'attualità: bisogna vegliare, restare vigilanti, essere come la buona terra... Si cerca un insegnamento nuovo nei miracoli: la piccola comunità ha coscienza di essere una fragile barca sbattuta dai flutti tempesta; riesce a salvarsi dal naufragio soltanto perché Gesù risorto interviene nella tempesta, dietro la preghiera della sua chiesa: "Signore salvaci!"
– Come devono comportarsi i responsabili della comunità? Si richiamano alla memoria le parole di Ge-sù: “Voi siete al servizio degli altri”; e non lasciava loro che due regole: la misericordia e il perdono...
Così, ovunque si formino comunità cristiane, emergono alla memoria dei discepoli immagini di Gesù. Queste immagini, questi flash, si raggrupperanno rapidamente in sequenze.
§ Ma prima di considerare questo aspetto, occorre ricordare un avvenimento importante: il teologo giudeo Saulo o Paolo è diventato cristiano. §
I primi discepoli, Pietro, Giovanni... erano gente senza grande cultura religiosa. Paolo è invece un rabbino. Ha passato la sua giovinezza a studiare le Scritture. Sulla via di Damasco il risorto “afferra” questo teologo giudeo, per fame un teologo cristiano, uno che rifletta sul mistero di Gesù, sul suo ruolo nel disegno di Dio. Durante quindici anni (dal 36 ai 50), Paolo predica e fonda comunità; durante i quindici ultimi anni della sua vita scriverà pure alle comunità delle lettere che sono a volte dei veri trattati di teologia. Ciò aiuterà gli altri discepoli a reinterpretare i loro ricordi su Gesù.
       Un montaggio di diapositiveDurante le sere d'inverno viene in mente di raccogliere le diapositi-ve prese durante le vacanze, per ordinarle, per fame un montaggio. Consideriamo le diverse fasi attra-verso cui si deve passare. Immaginiamo di essere stati, durante le vacanze, al mare, in montagna, in campagna e di aver fatto foto-grafie di ciò che ci piaceva, senza un'idea precisa: paesaggi, monumenti, scene familiari… Queste foto-grafie, “rivelate” in laboratorio, sono diventate diapositive.
• Per fare il montaggio, però, dobbiamo prima raccoglierle in sequenze.
 A questo punto ci chiediamo: come raggruppare le foto? Si può farlo secondo i luoghi: montagna, mare ... o secondo i generi: foto familiari (non importa se in montagna o al mare); oppure possiamo semplice-mente rispettare la cronologia per ripercorrere tutti gli spostamenti successivi.
Allo stesso modo, le diverse immagini di Gesù, rivelate nelle diverse comunità, si vanno raggruppando anch'esse in sequenze. – Si raccolgono, ad esempio, i miracoli, le parabole; mentre i detti isolati di Gesù saranno riuniti insieme per formare discorsi. – Oppure i cristiani di Cafarnao o di Gerusalemme si ricor-deranno tutto ciò che Gesù ha detto e fatto tra loro.
Aprite i vangeli, e si ha l'impressione che la mattina Gesù si domandi: “Che devo fare oggi?”. Consulta la sua agenda: “Oggi, miracoli...”, e Marco ci mostra Gesù che compie dieci miracoli uno dopo l'altro. Il giorno dopo di nuovo sull'agenda: “Oggi, parabole...”.
Chiaro che le cose non sono andate così. Ci si accorge facilmente che gli Evangelisti hanno integrato nella loro opera chiare sequenze, già formate, di miracoli, di parabole, di discorsi.
O ancora, all'inizio del Vangelo di Marco si trova quella che è chiamata “la giornata di Cafarnao”. Gesù chiama i primi 4 discepoli sulla riva del lago. Entra con loro a Cafarnao, predica nella sinagoga, caccia un demonio, guarisce la suocera di Pietro; la sera la città intera si riunisce: Gesù fa dei miracoli; giunta la notte, egli va in un luogo deserto a pregare, Pietro va a cercarlo e ripartono per la predica-zione... Un vero "tour de force". è chiaro che tutte le “immagini” sull'attività di Gesù a Cafarnao si raggruppano in una sola sequenza.
  Ora il Montaggio. –  Una volta raggruppate le nostre foto in sequenze, occorre fare il montaggio.
Mettiamo una dopo l'altra le sequenze. Vi aggiungiamo magari qualche foto dell'anno precedente o acquistata in un negozio [un monumento, per esempio] e chiamiamo gli amici per vedere insieme, una sera, le diapositive delle vacanze.
Attraverso il montaggio, emerge il modo con il quale noi ora ripensiamo alle vacanze passate. Con le stesse diapositive si avrà un risultato diverso se a fare il montaggio saranno, per esempio i genitori o i figli. Il montaggio mostra il modo in cui ciascuno ha vissuto quegli stessi avvenimenti.
Analogamente, in tempi diversi e in diverse comunità, i 4 discepoli (che la tradizione ha chiamato Matteo, Marco, Luca e Giovanni) hanno intrapreso il loro montaggio su Gesù. Raccolgono a tale scopo le diverse sequenze già formate, aggiungono episodi che loro stessi hanno raccolto e ne fanno un film. Quattro film che presentano il modo in cui essi stessi e le loro comunità vedono Gesù.
Così i Vangeli ci parlano di Gesù, ma ci parlano anche delle comunità nelle quali i Vangeli sono nati, perché ogni comunità ha fatto emergere di Gesù gli aspetti, le parole, le azioni che più le servivano per rispondere alle loro aspettative, ai loro bisogni.
CONCLUSIONE
 è  nell'ambito di “questa” Chiesa primitiva, come appare dalle fonti, sono sorti i nostri 4 Vangeli.
Resta vero che essi provengono direttamente dalla fede, dalla predicazione, dalla vita della Chiesa primitiva e dalla personalità di ciascun evangelista. E resta ancor vero che essi servivano innanzitutto alla fede, alla predicazione, alla vita della Chiesa  primitiva.
Proprio da tali origini provengono tante loro caratteristiche proprietà, specialità, discordanze su parole, su particolari, sull'ordine degli episodi.
La predicazione viva si permette tutto questo, e non vi bada, a differenza dello studio scientifico, o del documento di archivio, o del magnetofono.

Come pure essa può e deve servirsi dei “generi letterari” in uso fra la gente per esprimere in modo facile e comprensibile per gli ascoltatori il proprio messaggio; e si può capire anche perché i singoli Evangelisti – tra loro, e più ancora nei confronti di altri scrittori del Nuovo Testamento –, diano accentuazioni e sfumature diverse e complementari alla figura e alla parola di Gesù Cristo, e saranno un po' differenti a seconda del “rivelatore”, a seconda delle comunità nelle quali saranno trattate.

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