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lunedì 26 gennaio 2015

Vatican Insider: LA PAURA DELLA GUERRA TRA I PROFUGHI DI BANGUI

La paura della guerra tra i profughi di Bangui


BANGUI. PADRE TRINCHERO FRA I "SUOI" BAMBINI
Nella capitale della Repubblica Centrafricana i carmelitani ospitano migliaia di persone che scappano dalla guerra. In una nazione martoriata dalla sete di vendetta, l’annuncio cristiano è la via per la pace
LUCIANO ZANARDINI
ROMA




La terra della Repubblica Centrafricana non ne può più di accogliere il sangue delle vittime. Nel pieno della crisi umanitaria, dal dicembre 2013 la comunità carmelitana di Bangui ha allestito un campo profughi per migliaia di persone e rilegge tutto come «un grande dono del Signore». La situazione sociale è «drammatica. Il Paese – racconta padre Federico Trinchero – era povero prima della guerra e ora lo è ancora di più. Lo Stato è avvelenato dallo scontro tra musulmani e cristiani. Prima non era così. Manca una vera società civile consapevole e attiva».

Segnali di speranza arrivano, comunque, dal dialogo interreligioso. Mons. Dieudonné Nzapalainga, arcivescovo di Bangui, si è attivato con i protestanti e i musulmani. «È stata creata una “piattaforma” per il dialogo delle religioni. In questa guerra, la cosa più bella è che molte chiese, molti sacerdoti (molti autoctoni) hanno accolto e salvato la vita a centinaia di musulmani. È successo a Carnot, a Boda, a Boali. Anche qui al Carmel. Lo stesso arcivescovo ha ospitato dei musulmani nella sua abitazione. Sono gesti che parlano più del dialogo».

Nella guerra si sente il bisogno della testimonianza per non lasciare il campo alla vendetta. «Si annuncia Cristo comportandosi da cristiani. Perdonando, rispettando l’altro, privilegiando chi è più debole. Il Centrafrica ha bisogno di Gesù. Il resto (scuole, strade, ospedali…) è utilissimo, ma è un palliativo».

Sacerdote carmelitano in Centrafrica dal 2009, per quattro anni è stato a Bouar, nel nord ovest, adesso padre Federico vive al Carmel di Bangui, nella capitale, in una comunità di 12 missionari tra sacerdoti, frati in formazione, prenovizi e aspiranti. Con la speranza di avere una chiesa più grande (celebrano all’aperto) e di creare un centro di spiritualità, si occupano della formazione dei giovani e cercano di aiutarli a studiare all’università. Con entusiasmo è stato applaudito l’annuncio dell’intenzione di Papa Francesco di visitare questi territori martoriati. Non ci sono, però, «segnali forti dal punto di vista politico. C’è molta tensione e si vive una fase di transizione in attesa delle elezioni. Un segnale importante è la stanchezza della gente che vuole cambiare e dice: “Mai più così!”».

La Chiesa fa «tantissimo» nella capitale ma soprattutto nella provincia «dove la presenza dello Stato è più debole o quasi inesistente. Insegna la dignità di ogni persona, indipendentemente dall’etnia o dalla religione. Proprio in questi giorni, qui tra i profughi del Carmel, è nata una discussione (con feriti) circa la dote pagata da un uomo anziano per sposare una ragazzina, che aveva deflorato, come seconda moglie. Una donna non si compra. Padre Mesmin ha passato il pomeriggio a far capire questo e a riconciliare le due famiglie implicate. Questa è evangelizzazione allo stato puro. E gli africani la sanno fare meglio di noi perché hanno assimilato il Vangelo e conoscono la loro cultura».

Certamente è necessaria una presa di coscienza del popolo per arrivare a una vera riconciliazione e imboccare la via dello sviluppo. «Il Centrafrica ha bisogno di verità e di umiltà. Deve riconoscere i suoi errori, smetterla di accusare gli altri, deporre le armi e rimboccarsi le maniche per lavorare alla ricostruzione morale e sociale; soprattutto i giovani devono prendere in mano l’avvenire del Paese che, per troppi anni, è stato governato da persone che guardavano solo al loro interesse». Al momento diventa indispensabile la presenza delle forze militari europee, perché il Paese è «nell’anarchia più totale e ogni presenza militare straniera di interposizione tra i ribelli è la benvenuta. I militari italiani – alpini della Brigata Julia – hanno anche ripulito canali e montato un ponte, battezzato “ponte dell’unità”. Le gente riserva normalmente un’accoglienza positiva: sanno che sono qui per la pace e non per conquistare il Paese».

Anche i missionari sono accolti bene, ma rischiano la vita. «La gente ama i missionari e sa che siamo qui per loro e non per i diamanti. Personalmente, spero di non scandalizzarvi, non ho nessuna particolare sete di martirio, ma penso che chiunque annunci il Vangelo metta in conto di rischiare la vita. Se no, che gusto ci sarebbe? Ma questo vale in qualsiasi parte del mondo. E poi, se penso alla Nigeria, all’Iraq, alla Siria o al Pakistan, la situazione del Centrafrica mi sembra l’anticamera del paradiso».



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