AFORISMA

Meglio aggiungere vita ai giorni, che non giorni alla vita
(Rita Levi Montalcini)

Nostra Signora del Carmelo

Nostra Signora del Carmelo
colei che ci ha donato lo scapolare
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sabato 16 aprile 2022

UN PEZZO DI LEGNO CHE TI ...SALVA!



Un racconto che fa riflettere!

Un pezzo di legno che ti...salva!

C'è un uomo che tiene appeso in salotto, nel posto d'onore, uno strano oggetto.

Se qualcuno gli chiede il perché di quella stranezza racconta: " Il nonno, una volta mi accompagnò al parco.

Era un gelido pomeriggio d'inverno. Il nonno mi seguiva e sorrideva, ma sentiva un peso. Il suo cuore era malato, già molto malandato. Volli andare verso lo stagno. Era tutto ghiacciato, compatto!

      "Dovrebbe essere magnifico poter pattinare", urlai, "vorrei provare a rotolarmi e scivolare sul ghiaccio almeno una volta!". Il nonno era preoccupato. Nel momento in cui scesi sul ghiaccio, il nonno disse: "Stai attento...”. Troppo tardi.

       Il ghiaccio non teneva e urlando caddi dentro. Tremando, il nonno spezzò un ramo e lo allungò verso di me. Mi attaccai e lui tirò con tutte le sue forze fino a estrarmi dal crepaccio di ghiaccio.

Piangevo e tremavo.

      Mi fecero bene un bagno caldo e il letto, ma per il nonno questo avvenimento fu troppo faticoso, troppo emozionante. Un violento attacco cardiaco lo portò via nella notte.

Il nostro dolore fu enorme. Nei giorni seguenti, quando mi ristabilii completamente, corsi allo stagno e ricuperai il pezzo di legno. È con quello che il nonno aveva salvato la mia vita e perso la sua!

Ora, fin tanto che vivrò, starà appeso su quella parete come segno del suo amore per me!"

Buona Santa Pasqua a tutti voi! 



giovedì 31 marzo 2022

III EDIZIONE Concorso RICORDANZE di Cortemaggiore (PC): 200 anni dalla morte di NAPOLEONE racconto di DANILA OPPIO - 2° Classificato

Qualche tempo fa, Padre Nicola Galeno OCD mi raccontava di quanto l'arte sacra fosse stata rubata o danneggiata dalle truppe napoleoniche, ma  non ero a conoscenza di tali saccheggi. Ho effettuato alcune ricerche e in seguito ho ricevuto da parte degli organizzatori del Concorso in oggetto, l'invito a partecipare con un racconto relativo a Napoleone. Detto fatto! Cosa c'era di meglio che unire il condottiero corso ad Alessandro Manzoni, che per lui scrisse l'ode Cinque Maggio? Così mi sono auto invitata a casa del Conte Don Lisander per intervistarlo, duecento anni dopo! 
Ho ricevuto oggi il premio conseguito per la III Edizione del CONCORSO RICORDANZE di Cortemaggiore, indetto da Circolo "L'AQUILONE" organizzato dalla Prof. CARLA MAFFINI. Un piatto dipinto a mano della Richard Ginori, munito di targa, il Diploma d'Onore e la silloge poetica delle poetesse Carla Maffini e Ornella Chiastri del 2020. Ringrazio il Padre Carmelitano per avermi parlato delle chiese devastate dalle razzie napoleoniche. Aveva ragione, eccome! Me l'ha confermato anche Manzoni!




Ed ecco il mio racconto:


DIALOGO FANTOMATICO CON ALESSANDRO MANZONI su Napoleone Bonaparte nel 200° anniversario della morte.

 La macchina del tempo mi condusse in via del Morone, a Milano, e mi ritrovai davanti al palazzo dell’autore dei Promessi Sposi, ma anche dell’elogio funebre di Napoleone, il famoso 5 Maggio. Dovevo assolutamente discutere con lui del senso di quella poesia, poiché mi è parso di intravedere ironia e amarezza sulle gesta del condottiero corso. L'avventura napoleonica raggiunse la sua apoteosi il 2 dicembre 1804, quando si autoproclamò Imperatore, nella cattedrale di Parigi, Notre-Dame. Bussai al portone, e chiesi di poter incontrare il conte Don Lisander, per discutere con lui riguardo alla poesia dedicata a Bonaparte. Mi accolse nel suo salotto, e m’indicò una comoda poltrona, dove accomodarmi. Arrivai subito al sodo, chiedendo lumi su alcuni versi.

Né sa quando una simile
Orma di piè mortale
La sua cruenta polvere
A calpestar verrà.

Me lo chiarisce in prosa:
- Tutti restano muti pensando alle ultime ore di quest’uomo inviato dal fato e nessuno sa dire quando un uomo simile tornerà di nuovo a calpestare la terra che lui stesso ha calpestato, lasciando un cammino sanguinoso.

- Esattamente come pensavo! Speriamo che nessun altro venga a calpestare il nostro suolo patrio! Proseguo con un altro verso.

Fu vera gloria? Ai posteri
L’ardua sentenza: nui
Chiniam la fronte al Massimo
Fattor, che volle in lui
Del Creator suo spirito
Più vasta orma stampar.
 
Manzoni spiega:
- Fu vera gloria la sua? Spetta ai posteri la difficile sentenza: noi ci inchiniamo umilmente al Sommo Creatore che volle fare di Napoleone un simbolo della sua potenza divina. Ma ne siamo certi? Dio non desidera che uomo colpisca un suo simile. 

- Le dirò, cara signora, che Napoleone combinò molti misfatti qui da noi come quando, con il decreto del 25 aprile 1810, soppresse tutti gli “stabilimenti, corporazioni, congregazioni, comunità e associazioni ecclesiastiche di qualunque natura e denominazione” eccettuate le suore di carità e poche altre congregazioni aventi finalità educative e vietò a chiunque “di vestir l’abito di veruno ordine religioso”.  
I beni delle istituzioni furono incamerati dallo Stato e, nel caso di opere di particolare valore artistico, portate in Francia se trovate in altri Paesi. Tali conseguenze sul piano economico e politico sono note come spoliazioni napoleoniche, o più semplicemente come furti della stessa mano. In realtà, per aver io letto un testo del Direttorio esecutivo, fu piuttosto obbligato a prendersi la colpa di simili misfatti, cui diede ascolto nel 1796:

«Cittadino generale, il Direttorio esecutivo è convinto che per voi la gloria delle belle arti e quella dell'armata ai vostri ordini siano inscindibili. L'Italia deve all'arte la maggior parte delle sue ricchezze e della sua fama; ma è venuto il momento di trasferirne il regno in Francia, per consolidare e abbellire il regno della libertà. Il Museo nazionale deve racchiudere tutti i più celebri monumenti artistici, e voi non mancherete di arricchirlo di quelli che esso si attende dalle attuali conquiste dell'armata d'Italia e da quelle che il futuro le riserva. Questa gloriosa campagna, oltre a porre la Repubblica in grado di offrire la pace ai propri nemici, deve riparare le vandaliche devastazioni interne sommando allo splendore dei trionfi militari l'incanto consolante e benefico dell'arte. Il Direttorio esecutivo vi esorta pertanto a cercare, riunire e far portare a Parigi tutti i più preziosi oggetti di questo genere, e a dare ordini precisi per l'illuminata esecuzione di tali disposizioni.»
L’anno successivo giunse la petizione degli artisti francesi:
“La Repubblica francese, con la sua forza e la superiorità del lume e dei suoi artisti, è l'unico paese al mondo che può dare una dimora sicura a questi capolavori. Tutte le altre nazioni devono venire a prendere in prestito dalla nostra arte.”
Non bastasse, in Italia le spoliazioni napoleoniche erano sconfinate nelle ruberie e nel vandalismo. Alla ricerca di oro e di argento, gli ufficiali francesi fusero il Gioiello di Vicenza del Palladio, e tentarono pure di fondere le opere del maestro orafo manierista Benvenuto Cellini. I napoleonici tagliarono a pezzi il più grande Rubens in Italia, la Trinità Gonzaga, per poterlo vendere meglio sul mercato. Il tesoro della Basilica di San Marco venne fuso, il Bucintoro, la nave ammiraglia della flotta veneta, bruciata per recuperare l'oro delle decorazioni, l'Arsenale di Venezia, ancora colmo dei trofei militari della Serenissima, smantellato. I francesi cercarono in diverse occasioni di sviluppare delle tecniche che consentissero loro il distacco degli affreschi, con notevoli danni strutturali sia alle opere sia ai muri. Nel 1800 si tentò con la Deposizione di Daniele da Volterra nella cappella Orsini di Trinità dei Monti a Roma attraverso lo stacco a massello che provocò danni così seri all'intera struttura che la rimozione dovette essere interrotta e il muro restaurato da Pietro Palmaroli rinunciando a spedirlo a Parigi. Simili tentativi vennero effettuati presso la Chiesa di San Luigi dei Francesi, ma vennero abbandonati per i danni arrecati agli affreschi. Questi tentativi non vanno come episodi isolati, poiché il vero obiettivo degli ufficiali francesi era di riuscire a distaccare gli affreschi di Raffaello nelle Stanze Vaticane e di spedire in Francia la Colonna Traiana. Ora molte di queste opere trafugate, si trovano presso il Museo del Louvre a Parigi. Signora, sono stato “obbligato” a scrivere un elogio funebre per Napoleone, ma non ho potuto tralasciare l’amarezza dovuta ai tanti danni arrecati ovunque. 

- Ci sarebbe da dire molto altro, nel bene e nel male, ma ho voluto toccare solo l’argomento dedicato all’arte: il suo elogio funebre e le spoliazioni dell’arte figurativa, un vero atto vandalico. Le sono grata, illustre Manzoni, per le notizie dettagliate sulla conquista napoleonica della nostra bella Penisola, e le dirò che Jacques-Louis David raffigurò Napoleone sul suo impennato cavallo bianco Marengo, a simboleggiare la potenza del suo Cavaliere e che ogni anno, presso Villa Pusterla - Crivelli, a Limbiate, (MB) si mette in scena, in costumi dell’epoca, la rievocazione storica dell’evento del doppio matrimonio notturno delle sorelle di Napoleone, Elisa e Paolina Bonaparte, che si sposarono nell’oratorio della frazione di Mombello alle tre di notte, (chissà poi perché in un’ora antelucana?). C’è ancora chi lo osanna, e lo fece il pittore David, essendo francese e ritrattista personale dell’Imperatore, ma noi italiani dovremmo prendere le distanze dai condottieri, tanto declamati sui libri di Storia, poiché troppi invasero la nostra Terra, ambita preda, a cominciare dai barbari e che, a mio avviso, furono solo grandi distruttori, guerrafondai e saccheggiatori delle proprietà altrui. Napoleone è stato uno di questi, credo che il mio pensiero non si discosti molto dal suo. La ringrazio per il tempo prezioso che mi ha dedicato e ora torno da dove sono venuta: due secoli dopo.
Danila Oppio

domenica 2 gennaio 2022

UNA CASCATA DI LUCI STELLARI E INFINITI SOGNI DALLA BEFANA di RENATA RUSCA ZARGAR

 

UNA CASCATA DI LUCI STELLARI E INFINITI SOGNI
DALLA BEFANA

Ciao. Sono la Befana.
Sì, proprio io.
No, non sono la vecchia dal naso lungo, con quell’orribile cappello, che vola a cavallo di una scopa.
Oggi, quella Befana non usa più. Io sono giovane, sempre giovane, non importa quanti anni siano trascorsi o debbano ancora trascorrere, e sono molto carina (ognuno può immaginarmi come gli piace secondo i suoi canoni estetici).
Inoltre, mi rifiuto di svolazzare su una vecchia scopa come le streghe (anche loro non sono più di moda).
Dobbiamo dire basta a questi stereotipi antiquati!
Anche perché io vivo su un Pianeta lontano lontano. Voi Umani, per fortuna, non l’avete ancora scoperto. Infatti, è meraviglioso, come doveva essere la Terra prima del vostro arrivo.
Ogni anno, quando sta per arrivare la mia festa, acchiappo il mio asteroide personale (altro che scopa!) e parto.  Arrivo in vista della Terra con tanti doni, almeno quelli che posso caricare sui satelliti del mio asteroide che ci seguono allacciati fermamente con una catena a cascata di luci stellari.
Non è facile essere la Befana al giorno d’oggi.
Prima di tutto, sulla Terra ci sono molti più abitanti e questo complica parecchio il lavoro.
Poi, il mondo, in tutti questi millenni, non è migliorato affatto. Anzi! I ricchi sono rimasti sempre ricchi (o più ricchi ancora) e i poveri sempre poveri (o più poveri ancora). La crudeltà, la corruzione, il tradimento, l’egoismo, sono uguali a secoli fa. Forse, sono cambiati gli abiti, le usanze, ma, per il resto, è tutto tale e quale.
I bimbi, però, aspettano ancora una sorpresa da me perché essi hanno il cuore puro e appendono con fiducia la calza perché io la riempia.
Non è difficile farlo nel mondo facoltoso. Essi richiedono regali che mi posso procurare con facilità. Forse, non sono più trombette, cavalli a dondolo, bambole immobili e mute…
Ora sono play station, spade laser, auto sportive telecomandate, ombrelli al contrario, lampade, chitarre elettriche, bambole interattive, cellulari e tecnologie varie.
Ma non ci vuole tanto a far arrivare loro gli oggetti dei desideri direttamente dai miei satelliti.
Il problema sono i milioni di bambini che non hanno cibo, acqua, casa. Le loro domande sono molto più semplici; eppure, io non riesco a esaudirle.
Avrebbero bisogno di un luogo dove abitare, degli alimenti sostanziosi, acqua pulita, medicine per quando sono malati e vaccini. Invece, molte volte, non hanno più neppure la mamma o il papà.
Per la Befana è un grande dolore non esaudire la richiesta di un bambino o di una bambina.
Però, cerco di fare del mio meglio.
Qualche volta, durante l’anno, entro nei sogni degli Umani, quelli che hanno conservato un cuore fanciullino. Li spingo ad aiutare chi ha meno, a prendersi cura dei bambini del Pianeta, a rinunciare a qualche insignificante superfluo per salvare un Essere Umano.
Spesso ci riesco, ma è pur sempre poco.
Il mondo non ha pietà. L’ingiustizia e la prevaricazione dettano legge.
Alla fine, tutto ciò che io posso fare ancora è solo inviare infiniti sogni con una cascata di luci stellari, proprio la notte della Befana.
Così, tutti i bambini della Terra ricevono, almeno in sogno, abbracci, coccole e baci.
Ora, vi state chiedendo se la Befana spedisca Amore anche a quei bambini che hanno già accettato costosi doni nella loro calza di lusso.
Sì, certo. Anche a loro. Qualche volta, quei piccoli fortunati hanno persino più bisogno di affetto e di attenzione.
Amore, tanto Amore, è il dono autentico della Befana.
Quello che non costa denaro ma sentimento.
Lo so, è solo un sogno.
Che può donare luce e calore alla realtà.

Renata Rusca Zargar

sabato 9 ottobre 2021

I RACCONTI DI LA E DO - di ALESSANDRA GIUSTI e DANILA OPPIO


Alessandra Giusti e Danila Oppio hanno scritto un libro insieme titolato

I RACCONTI DI LA E DO

Sinossi

Lo scambio di corrispondenza tra LA e DO riassume un anno di condivisione di giorni trascorsi nel tempo di distanziamento obbligatorio, non solo per l’incombere del virus che ha creato non poche difficoltà, ma anche per l’effettiva distanza fisica tra due amiche che hanno condiviso gli stessi punti di vista, una vera e propria alleanza grazie alle affinità elettive che hanno scoperto, di giorno in giorno, nel loro scambio epistolare, così come uno straordinario parallelismo di esperienze di vita, non comune. Vuol essere testimonianza di come l’amicizia sincera e affettuosa possa crearsi e vivere nonostante le difficoltà vissute in una situazione difficile. Un’amicizia così forte, che durerà per sempre, poiché per loro vale il detto: “Chi trova un amico, trova un tesoro”. Questo libro è nato dalla reciproca volontà di testimoniare come si possano creare rapporti intensi anche solo per corrispondenza. Un concerto di note musicali, non udibili ma trasmesse dall’anima, chiude questo libro. 

Il libro è distribuito in tre edizioni diverse: questo che appare in copertina contiene immagini a colori, per cui il costo è un po' alto, ma ne è valsa la pena. Comporta 534 pagine, quindi è proprio un bel tomo!

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La stessa versione è stata editata anche il e-book Kindle, al costo di 3 euro. Questo per agevolare chi ama leggere anche da un tablet o dal cellulare. Qui sotto come si presenta la versione digitale.



In seguito è stato modificato con le immagini in bianco e nero, per poter
rendere il prezzo più abbordabile.
questa la copertina della nuova edizione



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Noi siamo soddisfatte di aver portato a termine questo lungo e laborioso lavoro a quattro mani, perché ha rafforzato la nostra splendida amicizia.
Alessandra Giusti è la discendente del poeta Giuseppe Giusti, amico di Alessandro Manzoni, per il quale ha scritto  la lirica Sant'Ambrogio, che bonariamente prende in giro il Granduca o chi per lui.
Questo per sottolineare che Alessandra, mia compagna di questa avventura letteraria, ha preso molto dal suo antenato, in quell'ironia dolce, o le divertenti battute che troverete in questo libro. Così come il suo buon cuore. 
Uno dei poeti, un tempo certamente più conosciuti dagli studenti (i suoi versi si imparavano a memoria fin dalle elementari, spesso senza capirci un’acca), è Giuseppe Giusti (1809-1850), i cui versi sono caratterizzati dall’associazione tra la satira e l’invettiva, efficacemente espressa usando, tuttavia, un linguaggio, la parlata toscana, spesso oscuro e, comunque, di non facile impatto. Eppure lui le sue poesie le chiamava “scherzi”, senza prendersi troppo sul serio. Su uno di questi “scherzi”, Sant’Ambrogio, lavorò a lungo per giungere ad una poesia dal tono narrativo, con uno stile colorito e colloquiale, fondendo l’emozione lirica con l’occasione comica. Il risultato è una lirica tradizionale nella forma ottave di endecasillabi, rimati secondo lo schema ABABABCC, quello del poema epico cavalleresco, per intenderci) ma decisamente fuori dal comune nel contenuto, specialmente laddove il poeta vuole esprimere un giudizio severo nei confronti dell’oppressore ma nello stesso tempo esterna, attraverso il registro comico, un atteggiamento pietoso e tollerante verso chi in casa altrui la fa da padrone.
La lirica prende spunto da un fatto realmente accaduto: mentre si trovava a Milano, ospite di Alessandro Manzoni, Giusti fece visita alla basilica di Sant’Ambrogio, al cui interno s’imbatté in un gruppo di soldati austriaci che a quei tempi occupavano il Lombardo-Veneto. Ad un primo sentimento di repulsione nei confronti dell’oppressore, si sostituisce una sorta di compartecipazione alla sorte di quei soldati che, lontani dalla patria, sono ridotti, forse loro malgrado, a strumento di sopraffazione. Il canto intonato da quei soldati suscita nel poeta una commozione inaspettata da cui scaturisce una riflessione profonda sulla sorte dei popoli che spesso sono soltanto delle marionette nelle mani di chi detiene il potere. di rivolgersi ad un alto funzionario della polizia o granducale (il poeta è pistoiese) o austriaca, Giusti inizia con questi versi:

Vostra Eccellenza, che mi sta in cagnesco
per que’ pochi scherzucci di dozzina,
e mi gabella per anti-tedesco
perché metto le birbe alla berlina,
o senta il caso avvenuto di fresco
a me che girellando una mattina
càpito in Sant’Ambrogio di Milano,
in quello vecchio, là, fuori di mano.

Fin dall’incipit si può osservare l’ironia con cui il poeta esprime la sensazione di essere guardato in cagnesco da quel funzionario che l’ha di certo etichettato come anti-tedesco perché nei suoi scherzucci si prende gioco dei birbanti (tiranni, traditori, finti liberali …). Dopo il preambolo, con quel O senta tutto toscano si appresta a raccontare al suo interlocutore ciò che gli era successo una mattina in occasione di una visita nella basilica di Sant’Ambrogio.

M’era compagno il figlio giovinetto
d’un di que’ capi un po’ pericolosi,
di quel tal Sandro, autor d’un romanzetto
ove si tratta di Promossi Sposi…
Che fa il nesci, Eccellenza? o non l’ha letto?
Ah, intendo; il suo cervel, Dio lo riposi,
in tutt’altre faccende affaccendato,
a questa roba è morto e sotterrato.

Il poeta si trova in compagnia del giovane figlio del Manzoni (forse Filippo), qui chiamato confidenzialmente Sandro e scherzosamente definito un di que’ capi un po’ pericolosi, riferendosi, senza mezzi termini, alla palese avversione che Manzoni nutriva nei confronti degli Austriaci e definendo il capolavoro del poeta lombardo romanzetto, prendendosi gioco anche di lui. L’intento di gabbare il funzionario si fa palese in quel Che fa il nesci (più o meno lo gnorri), salvo poi giungere alla conclusione che forse quel romanzo non l’ha letto perché il suo cervello ha tante altre faccende di cui occuparsi, prima fra tutte, è sottinteso, rendere infelici i poveri “oppressi”. Ecco che, proseguendo lo scherzo, arriva la sferzata per l’ignaro interlocutore: Dio lo riposi è un augurio che solitamente viene rivolto ai morti: il cervello del tale è, dunque, morto e sotterrato, constatazione che porta ironicamente l’attenzione del lettore sull’ignoranza e la pochezza di certi ufficiali.

La straordinaria coincidenza che unisce il poeta toscano alla pro-pro nipote Alessandra, è che se l'antenato era in visita a Milano, ospite del Manzoni, Alessandra a Milano ci è nata e cresciuta. 
Entrambe abbiamo lasciato la metropoli lombarda per vivere in altri luoghi, lei in Val d'Aosta, io in provincia di Milano, ma comunque via dalla pazza folla! 
Questo ha unito anche noi: i ricordi milanesi, e i racconti reciproci delle nostre vite che in alcuni strani casi, coincidono tra loro. 
Spero che chi si accosta a questa nostra scrittura, ne resti soddisfatto.

Danila Oppio e Alessandra Giusti

giovedì 29 luglio 2021

LA VOLONTÀ DI DIO - Antica leggenda orientale - di RENATA RUSCA ZARGAR




Vasilij Kandinskij, Il cavaliere azzurro, 1903. Olio su tela.

La volontà di Dio
Antica leggenda orientale


C’era una volta, un antico villaggio arroccato su un'altura. Il suo territorio era dolce e armonioso e il saliscendi delle verdi colline si stendeva tutt’intorno, specchiandosi nei corsi d’acqua che cantavano al cielo le loro canzoni. 
Nei campi, i contadini raccoglievano a piene mani il frutto del loro lavoro, mentre mucche e pecore pascolavano tranquille nei prati. 
A quel tempo, un nobile signore viveva solo in uno splendido palazzo di tufo e mattoni, arredato dai più lussuosi mobili del tempo. 
Spesso il nobiluomo si sedeva alla finestra a osservare il paesaggio che amava tanto: lo sfondo del cielo azzurro sulle colline, le mura della città e le case dei suoi vicini. 
La servitù che sfaccendava su e giù per gli ampi scaloni, non contribuiva, però, a mitigare la sua solitudine e il suo carattere diventava di giorno in giorno più aspro. Allora le sue urla risuonavano da una stanza all’altra e tutti, compreso il maggiordomo, fuggivano a nascondersi nelle stalle. 
Egli aveva, però, un devoto consigliere, Battista, che lo seguiva dappertutto cercando di ispirarlo a compiere il bene e che concludeva sempre i suoi avvertimenti e l’analisi dei fatti dicendo:
-É la volontà di Dio. -
Il padrone aveva tollerato quei commenti senza dar loro molto peso fino a quando, un giorno, si era ferito a un dito con il coltello.
Allora, l’usuale risposta -É la volontà di Dio - era suonata come un’offesa alla sua persona per cui, incollerito, aveva fatto sbattere il consigliere nelle segrete del palazzo a pane e acqua.
Bisogna sapere che, di solito, Carlo, così si chiamava il signore, quando il tempo era buono, soleva andare a caccia a cavallo, seguito da molti altri nobili e servitori. Così, un bel giorno di primavera, l’intera compagnia era partita dirigendosi verso i fitti boschi che non mancavano appena fuori le mura della città. 
Gli alberi alti lasciavano filtrare solo a tratti qualche lama di sole, il profumo dei fiori era così intenso da far girare la testa, l’acqua scorreva tra i sassi cantando sottili ritornelli e il nobiluomo, trascinato dalla malia dei luoghi, aveva gettato il suo cavallo, il migliore, al galoppo, mentre le frasche si spostavano ossequianti al suo passaggio e il sole tardava a tramontare per prolungare il suo momento di fiaba. 
Cavalcando cavalcando, Carlo aveva lasciato indietro il suo seguito ed era rimasto solo, fino a quando non aveva scorto in lontananza le torri e le mura di una città sconosciuta.
- Bene! - aveva pensato - laggiù mi potrò riposare! -
Ma, appena giunto, intento ancora ad ammirare la bellezza dei palazzi costruiti in una pietra dal delicato colore di rosa, era rimasto colpito dalla tristezza dipinta sui visi delle persone. 
Nonostante ciò, era stato accolto con grande onore, accompagnato al castello dove, accudito da attraenti fanciulle, era stato lavato, profumato, abbigliato elegantemente, nutrito e condotto alla presenza del Signore della città, mentre i volti dei cittadini erano diventati improvvisamente allegri.
Non dovete ignorare, cari lettori, che, in quella città, c’era stata una terribile epidemia. 
Né medici né stregoni erano riusciti a farla cessare: la popolazione si era dimezzata e tutti ormai vivevano nella disperazione e nel terrore. 
Un mago, però, aveva predetto che la malattia sarebbe finita con il sacrificio di un nobile forestiero che giungesse da molto lontano. 
Da parecchi giorni, tutti attendevano che un forestiero varcasse le porte dell’abitato!  
Ecco perché Carlo era stato preparato con cura: il mago stava per esaminarlo e decretare la sua morte, mentre l’epidemia, che già aveva mietuto molte vite, sarebbe cessata. 
- Miei cari cittadini, - aveva, però, concluso il mago con la sua voce tonante - quest’uomo non è adatto per il sacrificio perché ha una ferita al dito. Solo esseri integri possono liberare la città dal suo cattivo destino. -
A quelle parole, la tristezza era tornata sui volti di tutti ma non di Carlo che, lieto di averla scampata, aveva ripreso il suo cavallo ed era ripartito al galoppo.
Tornato a casa, Carlo aveva fatto liberare Battista. 
- Ho capito che Dio ha voluto che mi tagliassi il dito per salvarmi la vita. Ma dimmi, - gli aveva chiesto - perché Dio ha permesso che ti facessi rinchiudere nelle segrete del palazzo? 
- Nobile Carlo - aveva risposto il consigliere - come tu sai, io ti seguivo fedelmente ovunque. Se fossi venuto a caccia con te, non ti avrei lasciato solo e avrei raggiunto, insieme a te, la città del sacrificio. Accertato che tu non eri adatto, avrebbero ucciso me che non avevo ferite! Ecco perché mi trovavo prigioniero: la mia vita è cara a Dio. -
Da quel giorno, Carlo divenne più ragionevole e si impegnò a seguire i consigli di chi voleva il suo bene. 

Renata Rusca Zargar

sabato 30 gennaio 2021

LE AVVENTURE DI JONNY -NATALE LUNARE di MAC DONALD (P.Nicola Galeno)


LE AVVENTURE DI JONNY (1)

NATALE LUNARE

Libertà ... vigilata! 

 Esule sulla luna - Quante trincee!
Da quando gli uomini han conquistato la luna, hanno smesso di guardarla. E dire che non costa tanto!  Ma si sa: se sulla luna avessero trovato l'oro, se ne sarebbero subito innamorati tanto da fare invidia al sole!
Jonny preparò il suo missile di fantasia e salpò alla volta della luna. Prima di allontanarsi definitivamente dalla terra, volle prenderla in... giro parecchie volte! Vide la sterminata Siberia. Strano! Aveva sempre pensato che fosse una massa compatta. E invece era tutta costellata di tanti arcipelaghi più o meno... gulag!

Avrebbe voluto visitarne uno. Ma si profilarono subito all'orizzonte quattro segugi di super-missili dalle intenzioni poco pacifiche. Jonny capì che anche a cento chilometri di altezza esistono delle barriere invalicabili.
Radar sofisticati lo avevano captato: probabilmente temevano che un bigliettino di un uomo libero, cadendo da quelle vertiginose altezze, provocasse uno scoppio di... libertà. E ingranò la supermarcia, distanziando gli inseguitori.
Jonny non contava più le orbite attorno alla terra, attratto com'era dallo spettacolo degli oceani e dei continenti. “Possibile - si domandava - che un pugno di terra e acqua racchiudano così tanti problemi?“
Jonny era nella posizione ideale per giudicare gli uomini e le cose: più distaccati di così si muore! Innanzitutto sulla terra si commette un errore di prospettiva: si pone l'io al centro dell'universo. Dove sono adesso gli oltre tre miliardi di io che popolano il pianeta?
Jonny puntò il suo potente teleobiettivo per individuare almeno uno di quegli io che procurano tanti grattacapi al Creatore. Nemmeno uno. Provò a puntarlo in direzione di qualche grande metropoli. Nulla. Probabilmente Jonny era troppo in alto per vedere questi piccoli io.
 

 “Va bene, abbasserò la quota — disse fra sé —. Ma se per vedere un uomo devo scendere così in basso, vuol dire che l'uomo non è poi tanto grande”. E Jonny cominciò a capire tutta la piccolezza dell'uomo, se per salvarlo il Figlio di Dio si era fatto uomo!
La luna era ormai vicina. Non c'erano preoccupazioni di atterraggio più o meno morbido: il missile era di costruzione superavveniristica ed aveva risolto tutti i problemi che angustiano gli altri tecnici della terra. Non è che da vicino fosse poi così bella la cara luna. La sua faccia, così inargentata in terra, appariva porosa. Jonny cominciò a preoccuparsi di non finire in uno di quei pori, che s'ingrandivano sempre più. 

“Accidempoli! Anche quassù le foppe, e il Comune non le aggiusta!” II missile atterrò sull'orlo di un cratere. Jonny uscì con circospezione: abituato a tenere i piedi sulla terra, fa un certo effetto muoverli sulla luna. Un po' come chi ha la testa fra le nuvole che non si raccapezza al... traffico della terra! Cammina e cammina: nessun'anima viva. Finalmente un'indicazione stradale in caratteri lunari: 
“Chiesa più vicina a 350.000 chilometri di distanza. Per l'orario delle Messe informarsi sul posto. Chi avesse fretta, è pregato di... rivolgersi in Paradiso!”

Per quanto possa essere prezioso un sasso, è sempre un sasso che non regge il paragone con una comoda poltrona. Comunque in mancanza d'altro, Jonny vi si sedette sopra per contemplare pacificamente il sorgere e il tramonto della terra. Quando si vedono tramontare gli altri (sole, luna e altre stelle), si ha l'impressione di essere invincibili. Ma quando vedi scantonare alla chetichella anche il pianeta Terra, hai quasi vergogna di te stesso e della tua boria. E' difficile per l'uomo misurare se stesso: non riesce mai a trovare il metro adatto. E' sempre piuttosto abbondante, come un grosso cappello che nasconda un piccolo cervello. Eppure la soluzione c'è. O almeno c'era: millenovecentosettantacinque anni fa.

La terra scomparve e Jonny si sentì solo. Nell'improvviso freddo lunare si raggomitolò in se stesso e sentì come il palpito della sua terra. Anche se troppe volte è una trincea, è pur sempre una madre. E forse tu la senti madre, perché non la luna, ma la terra è stata riscattata dal Signore. Jonny s’infilò nel missile ed inseguì la terra: non voleva passare il Natale... per aria! Fu una rincorsa formidabile: il missile ansimava come chi cerca disperatamente di prendere l'ultimo treno per l'aldilà.

  La terra ora s'ingrandiva a dismisura. Bisognava cominciare a frenare. Frena tu che freno anch'io! E se si spacca il freno? Proprio quello che avvenne! E Jonny, invece di atterrare in patria, finì... all'estero! Ma parecchio estero, perché non seppe distinguerne la lingua!

Nella notte stellata fu trascinato fuori dal missile da una frotta gioiosa di pastori. Dove andavano? Mah! 
 “Sei tu l'unico cieco nella terra d'Israele? Non hai visto gli angeli? Ci è nato un Bambino: il Figlio divino!" 
Sì. Natale! Come millenovecentosettantacinque anni fa!

MAC DONALD
(Padre Nicola Galeno)

sabato 28 dicembre 2019

NATALE 1943 di MARIO MONTANARI






NATALE 1943 DI MARIO MONTANARI 
(Storia di un sopravvissuto “N. 315540)

   E la morte, la grande e terribile amica dei Lager, iniziò le sue visite. Prima rade, poi sempre più frequenti col passare del tempo; venne improvvisa, mentre noi eravamo prostrati per la denutrizione, il freddo, le minacce e la paura.
   Venne e fuori c’era tanta neve, che cresceva ogni giorno e la terra ondulata si sperdeva contro un fiume lontano e contro la collina a nord, ove era sorto un cimitero diviso dalle fosse comuni.
   Venne e, ad uno ad uno, incominciarono a spegnersi gli amici, così, alla chetichella, quasi timorosi di farsi vedere morire. Se ne andavano con gli occhi sbarrati e vitrei sul volto cadaverico, incorniciato dalle barbe incolte, alcuni dopo avere lungamente e strenuamente lottato, altri invece si lasciavano morire. Altri, si sarebbe detto, che desideravano finire.
   Ma gli appelli estenuanti continuavano per ore e ore egualmente, sotto la pioggia, al vento gelido e la fame cresceva, e la brodaglia era sempre più acquosa, senza il riscaldamento necessario a tanto gelo.    I vestiti erano laceri per l’uso, inadatti a quella latitudine, essendo la più parte di noi venuta dalle terre calde della Grecia e della Balcania.
   La strada era ormai aperta alle malattie e questi magnifici giovani, che le pallottole avevano risparmiato, divennero preda di febbri iniziali senza peso, poi d’influenze più forti, a cui subentravano complicanze mortali: la bronchite, la polmonite, tubercolosi, l’enterite, ausiliarie fedeli della morte, che poteva così iniziare il suo raccolto.
   I malati li vedevano andare prima nell’infermeria, priva di tutto, tanto per cambiar posto, dinanzi all’indifferenza ostile dei tedeschi, accompagnati dalla nostra angoscia che si esprimeva con parole di augurio e con qualche stentato sorriso. Dopo alcuni giorni li scorgevamo ritornare entro a una grande cassa di pino a ricevere l’estremo e accorato nostro saluto e la benedizione del cappellano militare.
   Nudi ritornavamo alla terra, perché tutto era del grande Reich, che “benignamente” ci ospitava entro una cassa da morto, per tutti sempre quella.  Uscivano dal campo portati a spalla, seguiti dai nostri occhi disperati e da una scorta d’onore, diretti alla collina bianca. Ancora, ma per poco,  si scorgevano, poi tutto spariva e solo si udiva lontano, portato dal vento, il salmodiare del sacerdote. Là ora riposano in mezzo a soldati di tutte le stirpi, i figli di questa nostra agitata umanità, nata ad alti destini, cui piace, invece, intristire se stessa, tuffarsi in lavacri di sangue, nel richiamo brutale della giungla.
   In quest’atmosfera di morte venne Natale e fu il più duro, di quanti avessi mai trascorsi, vinti solo dal Natale in cui venne a mancarmi, improvvisamente, la mia santa mamma.
   Quante lacrime in quella baracca da noi trasformata in piccola Chiesa, presso l’altare dominato dall’immagine della Madonna di Czestochowa che un nostro compagno aveva disegnato con amore.    Non valsero i canti, non le parole accorate del nostro Don Pasa. Il Natale con la fiumana di ricordi rese più tragico il confronto.
   Ripensammo allora al Natale della nostra infanzia quando al mattino prestissimo in fila, segnando sulla neve i passi, andavamo in S. Biagio a cantare le nenie al Bambino. Era buio pesto fuori, ma quanta luce sprigionava dall’altare il Redentore del mondo, mentre dall’organo le mani espertissime di Don Baccilieri sapevano trarre dolcissimi suoni e un’atmosfera di candore e di pace penetrava nell’anima di tutti.
   Era l’armonia spirituale, splendida e umana, che l’ambiente natalizio compenetrava nella nostra lieta giovinezza. Oh perché non fui anch’io tra i pastori? Perché sono qui a contarmi le ossa, a subire violenza in tuo nome, o Signore?

Con l’oro, l’incenso, la mirra dei Magi
ti offro, Gesù sotto la stella
                      la fame che fiacca le mie ginocchia,                 
l’orgoglio che vibra nelle parole,
le pene di questa mia povera vita.
……………………………
(Trascrizione di P. Nicola Galeno, Milano 26-12-2019)

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