MARIA, UNA DI NOI – UMANA
Seconda conferenza mese di maggio di Padre CLAUDIO TRUZZI OCD
Maria è una povera donna di Nazareth
Una “anawin”(“povera di Javeh”). Una che ha appreso a confidare in Dio poiché intorno a sé non ci sono molti segni di tenerezza. E il Dio d’Israele non è soltanto il suo rifugio, ma la pietra angolare che dà stabilità alla sua vita, la terra fedele che sostiene la sua laboriosità. E Maria s’aggrappa ad una confidenza e ad una promessa. E inizia a credere.
Si converte nella donna credente. Nonostante nessuno se n’accorgeva: passava per le viuzze di Nazareth come qualsiasi altra persona. E allora Dio la convertì nella “benedetta”. La bellezza e la bontà di Dio si sparsero sulla sua “povertà” e l’illuminò della sua luce.
È lo stile di Dio. Pur avendo dinnanzi a sé ogni splendore, Egli continua a preferire le “vittime”, gli uomini dal volto sciupato, le donne dallo sguardo fermo e dal cuore spezzato, la gente senza terra e senza pane, chi cerca e dubita perché tutto intorno a sé è crollato come una costruzione di carte da gioco.
Lui continua a scegliere preferibilmente i poveri, perché sono loro che maggiormente necessitano di un briciolo di tenerezza.
È albeggiato il nuovo secolo. Una nuova opportunità perché questa bellezza e bontà continui a svilupparsi, affinché noi, gli uomini e le donne di questo tempo, possiamo soffermarci sull’umile, sul piccolo, e così creare nuovi legami di generosità e amore in un mondo bisognoso di Dio. Questi sono i tempi nuovi, il tempo in cui continuare ad alimentare la possibilità di sperare.
È sempre bene farsi domande. Un cristiano che non se ne pone, è un povero cristiano, perché tale atteggiamento, molte volte, indica che la fede che lo deve sostenere è una fede morta, sterile per il vuoto che ha dentro. Perché allora non porci alcune domande su Maria, sulla Madre, sulla Discepola del Signore?
– Come presentare Maria agli uomini e donne di secolo XXI?
– Quali sarebbero gli aspetti nuovi che risalterebbero e quegli vecchi che verrebbero meno?
– O anche, più semplicemente, come mi pongo io dinanzi a Lei?
• Maria: “una creatura come noi”
Nei dibattiti sulla Vergine Maria si delineano in genere due tendenze:
– la prima sottolinea la sua unicità, e in particolare il suo privilegio dell’Immacolata Concezione;
– la seconda invece insiste sulla condizione terrena, di “creatura”, di Maria di Nazareth e su una fede del tutto simile alla nostra, e quindi sottoposta ad oscurità e difficoltà.
Non si tratta di dare ragione agli uni o agli altri, ma di contemplare la figura di Maria per meglio conoscerla, e rendere così più solida e “vera” la nostra devozione verso di Lei.
• Maria la credente
Prima di tutto vorrei attirare l'attenzione sull'importanza della fede in lei, o meglio, del fatto che Maria sia stata una credente.
Tale realtà è già riconosciuta dalla cugina Elisabetta: “Beata colei che ha creduto nell'adempimento delle parole del Signore” (Luca 1,45). E, da notare, non si tratta qui di un semplice dato della personalità religiosa di Maria, ma di un principio fondamentale che sta alla radice della sua missione.
Come puntualizzò Giovanni Paolo II, nelle parole di Elisabetta – con a quelle dell'angelo che la indicano “piena di grazia” (Lc 1,28) –, «si rivela un'essenziale contenuto mariologico, cioè la verità su Maria, che è diventata realmente presente nel mistero di Cristo perché ha creduto» (“Redemptoris Mater” 12).
Quindi una retta interpretazione della fede di Maria coincide con la vera immagine di Lei secondo il disegno salvifico di Dio.
• “La piena di Grazia”
Nella persona di Maria occorre salvaguardare due aspetti testimoniati dalla sacra Scrittura stessa:
– la pienezza di grazia: che la rende in modo unico amata da Dio e redenta da Cristo (mediante il privilegio dell'Immacolata Concezione),
– e la condizione terrena di creatura credente.
Tali aspetti vanno spiegati attentamente – e, prima ancora, mantenuti ben uniti, perché:
– se si abbandona il primo (Immacolata), Maria viene declassata e ridotta al nostro livello di fedeli attratti dal peccato e, di fatto peccatori; ma,
– se si dimentica il secondo (creatura come noi) si rischia di rendere la Madonna una “quasi-donna”, una “semi-dea”.
È importante, allora, rifarsi alla radice della discussione, cioè alla dottrina definita dell'immunità di Maria dal peccato originale (Concilio 1854). Per questo è necessario, anzitutto, capire in che cosa consista il “peccato originale”, per comprendere come la santa Vergine ne sia stata esentata.
Ora, l'essenza del peccato originale sta nella mancanza sia della grazia divina, sia dell'elevazione soprannaturale alla quale l'uomo era stato originariamente destinato. Proprio da tale privazione deriva la nostra l'incapacità di amare Dio sopra tutte le cose e, di conseguenza, di evitare i peccati gravi personali.Da tutto ciò appare chiaro come, l'Immacolata Concezione (= concepita senza peccato originale) implichi che Maria è stata creata nella grazia di Dio – la quale è ordinata ad una vita santa e senza peccato.Pur non essendo dogma di fede che Maria sia stata immune dalla “concupiscenza disordinata” si ammette comunemente che essa non si trovi in Lei, poiché tale concupiscenza “deriva dal peccato e conduce al peccato” (Conc. di Trento). Ciò che invece bisogna riconoscere in Maria – e che neppure il peccato originale toglie nei battezzati –, è la “natura umana”, con tutto quanto comporta nella sua costituzione: funzione nutritive, generative, corporale, spirituali...: sottomissione alla legge della progressività nell'approfondimento e maturazione, condizionamento della cultura e dell'ambiente; passaggio tra le fasi dell'infanzia, adolescenza, gioventù, maturità, vecchiaia, malattia, morte...; esperienza di fame, sete, sensibilità alla temperatura, fatica, sofferenza. È chiaro che Maria avrebbe potuto essere esentata da simile condizione naturale attraverso i doni cosiddetti “preternaturali” [cioè, non dovuti alla natura umana]. Però, attenzione: ciò bisogna provarlo volta per volta alla luce della rivelazione o in base ad un'esigenza certa della sua missione...
• “La notte della fede”
Ma, proprio il Vangelo pone in guardia dall'attribuire a Maria certi doni o privilegi. Una volta si ripeteva: “De Maria, numquam satis bene” (= su Maria [non si parla bene] mai abbastanza); ma meglio correggere in: “De Maria numquam bene satis (… abbastanza bene, in modo appropriato, senza esagerare).
È infatti lo stesso Vangelo che ci informa circa il sentimento di meraviglia provato da Maria e da Giuseppe udendo le parole di Simeone (Lc 2,32); anzi assicura che nel ritrovamento di Gesù al tempio “essi non compresero le sue parole” (L 2,50).
A parte l'apparizione dell'angelo Gabriele, il cammino terreno di Maria è determinato, come abbiamo notato, dalla fede. Per due volte Luca, infatti, presenta Maria in atteggiamento di silenzio meditativo per comprendere, penetrare azioni e parole riguardanti il Figlio, che anche per Lei resta sempre un enigma permanente: «Maria, da parte sua, serbava tutte queste cose meditandole nel suo cuore» (Lc 2,19; cf 2,15).
E poi, Maria, pur inondata dalla grazia dello Spirito Santo e da tanti carismi, deve superare i condizionamenti culturali e religiosi del suo popolo per accogliere la novità evangelica instaurata dal Figlio.
Ella sperimenta, sotto le parole di Gesù a Cana e nella vita pubblica, il passaggio non indolore da madre a discepola. Deve progressivamente re-interpretare la sua missione di madre nel contesto del regno di Dio, dando la precedenza all'iniziativa del Figlio e puntando sui legami spirituali con lei.
E deve superare una certa concezione del messianismo in auge al suo tempo per aprirsi all'inaudita esperienza del mistero di un Redentore che salva, sì, il mondo, ma attraverso la sua morte e risurrezione.
Non esente dalle condizioni naturali, Maria non è neppure esonerata dal dolore. Conosce l'esilio in terra straniera (Mt 2,13-15), il disagio abituale nei pellegrinaggi che ella compie ogni anno da Nazareth a Gerusalemme (Lc 2,41), un dolore vivissimo quando smarrisce il Figlio dodicenne (Lc 2,48).
E che dire della “spada” che trafiggerà la sua anima (Lc 2,35)? La partecipazione materna di Maria alla passione del Signore è compiuta a caro prezzo allorché vede il Figlio suo ripudiato, oltraggiato, tradito, crocifisso, ucciso. Che dire, poi, quando si ritrova sulle ginocchia il suo Gesù calato dalla croce: livido, sanguinante per la flagellazione, con una corona di spine… Soltanto una madre potrebbe farsene un’idea! Forse sarà sgorgato dal suo cuore un “Perché, Padre?”. Più che mai allora sperimenta una particolare fatica del cuore, unita ad una sorta di “notte della fede”, forse la più profonda nella storia dell'umanità (cf. Redemptoris Mater, 17-18).
E il dolore di Maria si prolunga nella vita della Chiesa primitiva, quando il rifiuto del suo Cristo si manifesterà e prenderà sempre più forza sino alla persecuzione dei suoi discepoli.
Tutto questo mostra a sufficienza come la vita terrena della Madre di Gesù, pur essendo libera dal peccato, non è stata esente dalla fatica, dalla sofferenza e dalla legge del susseguirsi drammatico della storia. Giustamente il concilio Vaticano II ha riassunto la vicenda evangelica di Maria con le celebri parole: “Così anche la Beata Vergine avanzò nella peregrinazione della fede...” (LG 58).
Maria risolveva tutto con speditezza e facilità? No, per il semplice motivo che era sottoposta alla legge del tempo, che imponeva anche a Lei i ritmi di assimilazione e maturazione.
Così, del resto, la presenta il Vangelo. C'è una frase, nel vangelo che conclude il racconto dell'Annunciazione, che ci deve far riflettere: «... e l'angelo si partì da lei».
Maria rimane sola. Più nessuna comunicazione straordinaria. Più nessun messaggio che rassicuri ed elimini i dubbi. Il cammino lo deve compiere con l'aiuto della propria fede, non con l'assistenza speciale dei un angelo. Anche nella sua vita, come nella nostra, scoccheranno i “perché”. E la luce la dovrà ricavare attraverso le tenebre più fitte, non attraverso risposte prefabbricate.Non è certo un lieto fine. Semmai è un grandioso ma faticoso e impegnativo inizio.
L'angelo ha esaurito il suo compito. Ha terminato di parlare. D'ora innanzi la Madonna dovrà interrogare gli avvenimenti quotidiani per sapere qualcosa. Memoria e riflessione. Custodia e “accosta-menti” delle varie vicende, per seguirne il senso, il filo conduttore.
Ed ogni volta che dirà di “sì” – prima ancora di aver capito, – approfondirà il significato del mistero della propria esistenza. Ad ogni “sì”, c'è un aumento di conoscenza.
Il “sì” anticipa la spiegazione.L'abbandono fiducioso precede il ragionamento.
L'accoglienza passa prima dell'indagine.
La strada la si conosce... percorrendola. La verità la si trova ... facendola.
• Si deve pure affermare che a Maria fu chiesto più che a qualsiasi altra creatura e che la sua fede fu continuamente sottoposta alla prova della contraddizione: da Betlemme – dove vide nascere il Messia promesso, nell'estrema povertà, al Calvario: dove Maria è testimone, umanamente parlando della completa smentita delle parole dell'angelo circa il regno di Dio.
Nonostante i privilegi di grazia, dobbiamo concludere che la condizione religiosa di Maria non differisce essenzialmente da quella della Chiesa e i cristiani. Quindi la fede di Maria è simile alla nostra, anche se molto più perfetta, tanto da divenire tipo e modello per tutto il popolo cristiano. Anzi, Giovanni Paolo II afferma che la “peregrinazione di Maria nella fede” si ripete e trasmette alla Chiesa e all'umanità: “La sua eccezionale peregrinazione della fede rappresenta un costante punto di riferimento per la Chiesa, per i singoli e le comunità, per i popoli e le nazioni e, in un certo senso, per l'umanità intera” (RM 6).
-------------------------
Mi sia concesso di citare (liberamente) da Stefano De Fiore) una riflessione su Maria, esempio per la donna “moderna”, prendendo spunto dal Magnificat.
Maria, ha qualcosa da dire alle donne del nostro secolo? Esempio per la donna moderna
– La condizione storica da lei vissuta coincide con quella sperimentata attualmente da milioni di donne.
– Sua patria era la Palestina, un paese sottosviluppato e dominato da una potenza straniera.
– Lei però ha vinto i condizionamenti umani del suo tempo con la coraggiosa adesione al piano di Dio.
È un fatto che molte donne del nostro tempo non si ritrovano in Maria.
– Ella è vista come modello astratto, idealizzato, troppo vicino a un principio; oppure
– come un modello opaco, poco operativo ed in ultima analisi alienante.
Senza dubbio il discorso su Maria di Nazareth rischia di diventare evasivo dei problemi della donna attuale se e quando ne presenta un'immagine di una donna che vive all'ombra di Giuseppe o di Cristo) o troppo alta (di una santa sublime ed inimitabile).
Simbolo della donna oppressa
La condizione storica vissuta da Maria coincide con quella sperimentata da milioni di donne: una lunga fila di formiche, addette ai lavori di riproduzione e di sussistenza. E Maria appartiene a tale fila in quanto condivise la povertà e lo stato d’inferiorità delle sue contemporanee.
La sua patria è la Palestina, un paese sottosviluppato e dominato da una potenza straniera (cfr. Lc 2,1-5);
il villaggio dove abita, Nazareth, è sconosciuto dai Libri Sacri degli ebrei ed è disprezzato dall’apostolo Natanaele: «Può venire qualcosa di buono da Nazareth?» (Gv 1,46);
la sua famiglia, a dispetto dell'albero genealogico (Mt 1,1-16), è modesta, tanto che ella viene data in sposa ad un falegname (Mt 13,55-56);
dà alla luce il figlio nell'emarginazione più completa (Lc 2,7)
e lo riscatta nel Tempio con la offerta dei poveri (Lc 2,23).
Maria in persona dipinge il suo stato con le parole: «(Dio) ha guardato alla bassezza della sua serva» (Lc 1,48). Cogliendo lo sfondo socio-religioso di questo versetto, Lutero ne offre una pertinente parafrasi: «Ciò che Maria vuol dire è questo: Dio ha rivolto i suoi sguardi a me serva povera, disprezzata e insignificante... Avrebbe potuto scegliersi la figlia di Anna o di Caifa, che erano i capi della nazione. Invece, ha volto a me i suoi occhi pieni di pura bontà e si è servito per i suoi scopi di un'ancella misera e disprezzata» (Commento al Magnificat).
Al di là della povertà economica, qui si tratta d’un atteggiamento tipico dei “poveri del Signore”: disponibilità al Signore e apertura alla sua volontà, pur col cuore spezzato da sofferenze e persecuzioni.
Queste non mancano a Maria, che la pietà popolare venera come “Madonna dei sette dolori”.
Il primo tra tanti dolori è dovuto alla scelta della verginità,
considerata ordinariamente dagli ebrei come un obbrobrio, in quanto chiudeva la donna al dono della maternità e dei figli (Gioele 1,8; m 5,2; SaI 127,3);
l'incomprensione dei compaesani cresce con il concepimento verginale: sospettata dal fidanzato (Mt 1,18-19),
Maria vive l'esperienza della ragazza-madre isolata e criticata dall'ambiente (Mc 6,3; Gv 8,41).
L'ostilità dei suoi contemporanei esploderà con la coraggiosa e trascendente missione del Figlio:
In Maria si ripercuotono queste drammatiche prese di posizione contro suo Figlio e pesano su di lei come la spada predetta da Simeone (Lc 2,35). In tale profezia – nota Padre Bénoit – «non è in causa soltanto l'angoscia di una madre, afflitta per il profilarsi dell'agonia del Figlio; ma è il dolore ben più elevato, più grande, della 'donna' che porta nel suo cuore il destino di tutto un popolo ed è desolata per l'indifferenza e la contraddizione di tutti coloro che rifiutano la salvezza offerta dal figlio. Il dolore non è più limitato al dramma del Calvario; è quello di tutta una vita, durante la quale camminando sulle orme dl suo figlio nell'abiezione e negli insuccessi, Maria ha vissuto, giorno per giorno, la crisi in cui doveva soccombere la maggioranza di Israele».
Maria diviene al Calvario la Figlia di Sion che partorisce nel dolore il nuovo popolo di Dio (Gv 16,21; 19,25-27); l'Apocalisse ce la presenterà come la donna partoriente che vive la «pressura» del tempo della Chiesa in attesa della liberazione messianica (Ap 12,1-2).In Maria trovano così il proprio volto sofferente milioni di donne che vivono in situazioni di neo-colonialismo, di povertà e sottosviluppo, o sono oggetto di pregiudizi, incomprensione, tutela e oppressione.
Come Maria esse vivono il processo doloroso, simile ad un parto, per la nascita di un mondo più umano e rispondente al piano di Dio.
Di fronte all'esperienza evangelica di Maria cadono i miti della donna passiva e intimista, della donna esclusivamente madre, della donna narcisista e possessiva.
La Vergine di Nazareth, la vergine del “Magnificat”, è una donna che riflette sulla storia, ne coglie le ingiustizie ed insieme l'intervento liberatore di Dio a favore degli oppressi;s’impegna in questa storia con libera e personale decisione;
allarga il suo compito materno a dimensioni universali.
alla speranza attiva nella realizzazione di un mondo diverso, dove uomini e donne troveranno il modo di vivere in comunione di amore con Dio ed in rapporti di giustizia e fraternità tra di loro».
«Mi è stato detto e ho anche letto in varie parti che le tentazioni di Gesù sono state vere e non simboliche; e inoltre che la Madonna non ha avuto nessuna tentazione poiché, essendo stata concepita senza peccato, non poteva averne. Ma allora la Madonna è superiore a Gesù stesso? Mettendo le cose in tal modo, non si umanizza troppo Gesù e non si divinizza quasi la Madonna? Faccio parte di un gruppo e ci raduniamo per leggere e commentare il Vangelo, ma il sacerdote che ci guida non ha saputo darci una risposta chiarificatrice, o, per lo meno, noi non abbiamo capito».“TENTATA”, LA MADONNA?
Ignoro dove la lettrice abbia letto che la Madonna non avrebbe avuto tentazioni, a differenza di Gesù. Comunque mi auguro che al suo gruppo biblico si studino e si meditino altre cose che non simili pie aberrazioni. Se di Cristo è detto che fu «uguale a noi eccetto che nel peccato», cosa si dovrà dire di Maria? Che oltre al peccato fu preservata dalla tentazione? Nel capitolo VIII della “Lumen Gentium”, si afferma che «anche la Beata Vergine avanzò nella peregrinazione della fede e serbò fedelmente la sua unione col Figlio sino alla croce dove... se ne stette soffrendo...» (n. 58).
«Peregrinazione nella fede» è un'espressione molto forte che significa: cammino, avanzamento, ricerca, maturazione, che richiede fede, e quale fede! In questo percorso di una vita di prove, di contrasti, non solo esterni, ma anche interni («Essi – Maria e Giuseppe – non compresero quello che egli aveva detto», nota Luca a proposito della risposta di Gesù nel tempio. Ma «sua madre custodiva queste cose in cuor suo». La tentazione non può essere elusa. Maria ha ben altri titoli di venerazione e, se vogliamo, di ammirazione presso il popolo cristiano che non privilegi che sanno più di “marialatrìa” [divinizzata] che di “mariologia” [studio di].
EDICOLE sacre (Cappellette)
Oggi sta avvenendo un grande recupero della pietà popolare e quindi non potevano mancare opere anche su queste immagini, così caratteristiche e numerose in un Paese tradizionalmente cristiano.Riguardo ai nomi, quello proprio, quello più appropriato e preferito dagli studiosi: è "edicola sacra. Ma, a seconda delle zone, le denominazioni si differenziano. Per esempio:
Capitèlo (al plurale capiteli) a Venezia; capiteo a Verona, Vicenza, Padova; capitel a Treviso, Belluno, Trieste, Trento; mainis o anconis nel Friuli e nella Carnia; maina nel Cadore; santelle a Brescia; tribuline a Bergamo; maestà o cappellette in Lombardia; pilon in Piemonte; pilastrini in Emilia-Romagna; cellette nelle Marche; tabernacoli in Toscana; chiesuole nel Lazio; Madonnelle a Roma; capele o ex-voto in Val d'Aosta; altarini, un po' ovunque. Edicole sacre è il termine più usato dagli scrittori. L'elenco non è né tassativo né completo; ma ci dà un'idea della varietà dei nomi.Pure riguardo all'origine credo che non si possa essere tassativi, ma che debba guardare alle singole zone. Si sostiene che la città di Venezia abbia il privilegio di aver dato i natali ai capitèi. Su di essi fu scritta un'opera nel secolo XV, dal monaco tedesco Johann Faber. Ancora oggi essi sono numerosissimi: circa cinquecento nei sei sestrieri [quartieri] del centro storico ed altrettanti nella Laguna e nelle isole».
Riguardo al tempo a cui risalgono queste immagini, si sostiene che: Le origini di queste forme d'arte e di devozione risalgono all'epoca tardo-romana, allorché il pagus [circoscrizione territoriale rurale (cioè al di fuori dei confini della città) accentrata su luoghi di culto locale pagano] divenne la pieve rurale [circoscrizione ecclesiastica minore –“parrocchia”] e le già esistenti edicole vennero lentamente cristianizzate, sostituendo all'immagine dei lares [divinità latine protettrici del focolare domestico e della famiglia] quella di Gesù, della Madonna, dei Santi. Gli anni più fertili per questo genere di edilizia popolare furono la prima metà del 1600 e la seconda metà del 1800. Sono opere modeste dal punto di vista artistico, m1a importanti sotto l'aspetto psicologico e sociale”.Don Bosco e Maria Ausiliatrice
La piccola Margherita, parigina, stava lentamente spegnendosi a causa di una tubercolosi polmonare. «Guarirà! – promise Don Bosco alla madre in lacrime –; recitate ogni giorno un Padre, Ave e Gloria, poi un Salve Regina, affinché la Madonna Ausiliatrice vi esaudisca. Pregate sino al 15 agosto...». «Per due mesi e mezzo, padre mio! – si lamentò la madre –; quando penso che voi potreste semplicemente prendere mia figlia per mano e lei sarebbe guarita...». Don Bosco divenne severo: «Fate come vi ho detto!», ordinò.
La malattia continuava il suo corso: aumentava il sangue nel catarro, la febbre non dava pausa, mentre la bambina diventava sempre più scheletrica... Come è duro aver fede in queste condizioni! Ma la madre tenne duro, continuando a pregare e sperare. Il 15 agosto la madre si stava vestendo per recarsi a messa. Un grido di Margherita: «Mamma, mamma, sono guarita!». La malata, infatti, è raggiante, le sue gote rosate, lo sguardo senza traccia di febbre! Si veste rapidamente e va a messa con la madre... Fu così ben guarita, che la sua storia terminò come in una fiaba: Si sposò, divenne felice ed ebbe molti bambini...» La Magnifica Avventura di M. Pélissier - p. 133
Un vecchio amico di Don Bosco, stava spegnendosi lentamente all'età di ottantatre anni, a Torino.Sei volte 2.000 franchi
«Ah! È proprio la fine, Padre mio – mormorò a Don Bosco, venuto a visitarlo. Ancora qualche istante e partirò per l'eternità». «No, no, replicò l'uomo di Dio. La Santa Vergine ha ancora bisogno di voi in questo mondo, per la costruzione della sua chiesa».
«Io vi aiuterei volentieri! Ma vedete, non c'è speranza. «E che fareste se Maria vi rendesse la salute?».
«Verserei per sei mesi duemila franchi alle vostre iniziative».
«Ebbene, tornerò dai miei ragazzi; ci metteremo a pregare e strapperemo la grazia. Abbiate fiducia!».
Tre giorni dopo, mentre Don Bosco stava scrivendo una lettera, vide inquadrarsi alla soglia della porta il suo moribondo guarito, vispo e tutto felice di portare, lui stesso, il primo dei sei versamenti promessi.Visse ancora per sei anni e non smise, sino alla morte, di aiutare le iniziative del Servo di Dio.
A. Auffray «Il Beato Don Bosco», p. 236
Amare Gesù come l'amava Maria. Amare Maria come l'amava Gesù
«Mia buona Madre, ti dono la mia intelligenza per studiare la tua grandezza, la mia memoria per non dimenticare i tuoi benefici, tutti i miei pensieri affinché siano tutti tuoi, il mio cuore per amarti sempre. (…)
Sola nella mia cameretta, tutta sola con Dio solo, allora verso la mia anima nel Signore. È dolce per la mia anima la poesia della solitudine, il grande silenzio nell’amore supremo, nel dolore, il sacrificio e i baci divini di Gesù, inizi di eterni appuntamenti.
Da dove mi viene questa sete sempre più ardente di luce e di verità, questo bisogno di riavvicinarmi sempre più alla bellezza di Dio. Nessuna calma, nessun riposo, nessuna gioia può più entrare in me, oltre al solo Dio. Tutto non è nulla, tutto mi è vano fuorché Dio. Tutto mi stanca. Tu solo, oh Dio, puoi accontentare la mia anima: Amare Gesù come l'amava Maria. Amare Maria come l'amava Gesù». Marthe Robin, 6 Gennaio 1931
Kannon, la grande Misericordiosa…Una delle varianti popolari del buddismo in Cina è il buddismo della “Terra Pura” (Tsing-tou). Il suo fondatore cinese, Houei-yuan, morto nel 416 d. C., trasformò il Budda storico (Gautama Buddha) in Amitabah, vale a dire Budda eterno. Questi si sottomise alla condizione umana per portare a tutti la salvezza. Tale buddismo amidista (della Terra Pura) colloca al lato di Budda una serie di esseri (bodhisattva) che aiutano Budda nell’opera di salvezza. Il più celebre è Kouan-yin che i cinesi rappresentano sotto forma di una donna.
Le pitture e le statue cinesi rappresentano Kouan-yin come una navigatrice, di una serena bellezza, che aiuta Amitabah a condurre la barca della salvezza attraverso l’“Oceano del Dolore” sino alla riva del paradiso. Da questa barca, su cui sono stipati uomini e donne di tutte le condizioni, si alza incessante l’invocazione seguente: «Oh Kouan-yin, tu la grande misericordiosa, la più graziosa, la consolatrice universale, stacci vicino nella gioia e nel dolore, conducici sino alla terra dei beati!».
Questo testo – che noi ritroviamo quasi identico in certe preghiere mariane – ci aiutano a comprendere come mai i primi giapponesi convertiti, ma impregnati di civiltà cinese, abbiano accostato Maria, “Madre dei Dolori e Regina della Misericordia”, a questa divinità buddista.
Per poter dare libero corso ai loro sentimenti di pietà, malgrado le proibizioni della loro religione e la interdizione da tutte le manifestazioni di fede, i giapponesi convertiti hanno rappresentato la Madre di Cristo con i tratti di Kannon. Queste statuette, agli occhi delle autorità, sembravano esprimere il credo buddista, ma un segnale incomprensibile ai non iniziati – una croce – per esempio, testimoniavano sempre il carattere cristiano della statua che era, per queste anime fedeli, l’immagine della Regina dei Martiri. E la devozione a Maria sopravvisse a due secoli di durissima persecuzione, tanto da diventare per loro uno dei caratteri distintivi del Cattolicesimo (insieme alla devozione al Papa e al celibato dei sacerdoti).In Giappone è chiamata Kannon.
La Vergine colpita da radiazioni di Nagasaki, in GiapponeHenri Mora, M. E. P., La dévotion mariale au Japon (La devozione mariana in Giappone)
Quando la bomba atomica americana "Fat Boy" rase al suolo Nagasaki, 80 anni fa, uno degli edifici distrutti era la cattedrale di Urakami, una delle più grandi in Asia. L'esplosione che devastò la città, quel 9 Agosto 1945, facendo più di 70.000 morti, fracassò le finestre e le pareti dell'edificio, bruciò il suo altare, fuse la campana. Ma, quello che i cattolici giapponesi hanno chiamato un miracolo, è stata la testa di una statua lignea della Vergine Maria sopravvissuta all'inferno! L'icona ha mantenuto le cicatrici della guerra: gli occhi bruciati, lasciando due orbite nere, la guancia destra è annerita e una crepa corre per la lunghezza del viso come una lacrima. «Quando l'ho vista per la prima volta, ho pensato che la Vergine stava piangendo», ha detto Shigemi Fukahori, un parrocchiano di 79 anni, che conosceva la statua prima dell'esplosione. «È stato come se lei ci mettesse in guardia contro gli orrori della guerra, sacrificando sé stessa", ha aggiunto.
La statua mutilata è ora in mostra nella nuova chiesa ricostruita nella stessa posizione, a soli 500 metri dal punto centrale al di sopra del quale la bomba al plutonio è esplosa.
Nessun commento:
Posta un commento