AFORISMA

Meglio aggiungere vita ai giorni, che non giorni alla vita
(Rita Levi Montalcini)

Nostra Signora del Carmelo

Nostra Signora del Carmelo
colei che ci ha donato lo scapolare

sabato 27 giugno 2026

I CANI DEI RICCHI ABBAIANO SEMPRE AI POVERI di Padre MAURO ARMANINO


I cani dei ricchi abbaiano sempre ai poveri

...’Interessante vero? I cani dei ricchi abbaiano sempre ai poveri. A chi abbaiano? Alla negazione dell’altro compiuta dal ricco. Sto usando il termine ‘ricco’ per riferirmi a una persona che nega l’altro perché ha paura di perdere quello che possiede. Il mio cane sa esattamente chi sono i miei nemici’. Sono parole estratte da ‘Emozioni e linguaggio in educazione e politica’. L’autore è Humberto Maturana, biologo e filosofo morto il 6 maggio del 2021 a Santiago nel Cile. Durante il mio soggiorno nei pressi di Abano Terme alla periferia di Padova ero stato colpito dalla moltitudine dei cartelli ‘attenti al cane’. La messa in guardia, con tanto di disegno esplicativo, si voleva come un deterrente per eventuali visite indesiderate nelle ricche (e ben difese elettronicamente) ville dei vicini. 


Humberto Maturana

 Anche la nostra ‘ricca’ società o civiltà occidentale ha deciso quali sono i suoi nemici e le frontiere di questo particolare spazio geopolitico ne assumono compiutamente le scelte. Ad esempio nella cosiddetta ‘Rotta Balcanica’, che incammina a Trieste e, più in generale nell’Est europeo, migliaia di esiliati dall’Afganistan, Pakistan, Bangladesh e Nepal. In molti dei musei o istituzioni preposte alla memoria degli anni della ‘Cortina di Ferro’, c’è sempre la figura del cane inteso come unità cinofila legata alle polizie di frontiera. Memoria e politica camminano assieme e non è difficile cogliere il legame con i nazisti, i cani, i campi e la caccia al povero e al diverso. 

Un rapporto a cura di ‘Border Violence Monitoring Network’ è un elenco di testimonianze raccolte di brutali attacchi di cani che da allora si sono susseguiti sul confine con la Bosnia-Erzegovina. Frontex, la gestione delle frontiere esteriori europee, ha eseguito diversi programmi di formazione canina a Zagabria, in Croazia, durante l’estate del 2019. In Tunisia invece dei cani c’è il mare, preso come ostaggio dalle politiche esterne dell’Europa e degli accordi bilaterali. Per una questione di giustizia le mamme dei giovani che scompaiono in mare hanno creato nel 2016 l’Associazione delle madri dei dispersi. Cercano di dare un senso al dolore di chi non ha più notizie dei figli partiti per avere un futuro e ingoiati da un Mediterraneo che spesso non restituisce neppure i corpi.

In Tunisia tante mamme, tanti famigliari, non riescono ad accettare che il proprio ragazzo scomparso, a volte giovanissimo, sia morto. Non riescono a mettere la parola ‘fine’ al dramma di un distacco, a volte senza neanche un saluto, un abbraccio, e continuano a cercare. Come una nuova versione di Madri di Plaza de Mayo in Argentina, girano con le foto dei propri figli per uffici ministeriali, prefetture, sedi di Ong, e attendono. Molti giovani, almeno una volta nella vita, programmano l'ḥarga, come si chiama il ‘viaggio’ irregolare, dal verbo ḥaraqa ‘incendiare’, utilizzato per indicare l’atto di bruciare i confini europei e al tempo stesso i documenti sostanzialmente inutili per l’impossibilità di ottenere visti regolari.


La Commissione internazionale indipendente d’inchiesta dell’ONU sui Territori Palestinesi Occupati e Israele ha pubblicato il 23 giugno scorso un rapporto dettagliato di 100 pagine. In esso si documenta il sistematico uso della violenza brutale contro i bambini palestinesi da parte dello Stato d’Israele e del suo esercito. Il titolo del rapporto è eloquente: “L’essenza dell’infanzia è stata distrutta”. La Commissione indipendente ha esaminato violenze e attacchi sui bambini nei diversi territori palestinesi occupati, non solo a Gaza, e i crimini che essi hanno subito, compresi i crimini psicologici. Si nota l’uso strumentale di termini come ‘terrorista, animale, bestia, abusivo’ o il temine di ‘prostituta’ usato come insulto nei confronti di attiviste.

Il numero stesso dei casi indagati e documentati dalla Commissione evidenzia un chiaro schema secondo cui i bambini sono stati presi di mira direttamente dalle forze di sicurezza israeliane. Ciò costituisce un elemento chiave dell’intento genocida delle autorità israeliane di eliminare il gruppo palestinese a Gaza. La Commissione ritiene che l’uccisione e le gravi lesioni fisiche e mentali inflitte ai bambini palestinesi facessero parte di una strategia volta a distruggere la continuità biologica e l’esistenza futura del popolo palestinese a Gaza. Le autorità israeliane e le sue forze di sicurezza hanno commesso il crimine di genocidio a Gaza uccidendo e causando gravi lesioni fisiche o mentali ai membri del gruppo, compresi i bambini palestinesi, ivi presenti. (tratto da Kritica, giugno 2026)

Beninteso i cani come tali sono esenti da colpe o responsabilità poiché non fanno che accompagnare, appunto da cani fedeli e amici dell’uomo, le emozioni e le scelte del padrone. Lo sguardo dovrebbe centrarsi, beninteso, su coloro che Maturana definisce il ricco e cioè di colui che...’ nega l’altro perchè teme di perdere quello che possiede’. Detto in altri termini ciò implica l’adesione attuale della spesso dimenticata ‘lotta di classe’ che molti hanno interesse a trattare come relitto ideologico del passato. Lo ricordava bene il citato miliardario americano Warren Buffet in una intervista di vent’anni fa...’La lotta di classe esiste, ed è stata la mia classe, quella dei ricchi, a vincerla’.


Questo scritto è pubblicato nel giorno anniversario della morte di don Lorenzo Milani, priore di Barbiana. Ha offerto gli ultimi anni della sua vita, minata dalla leucemia, consacrandola ai figli di contadini che lui ardeva dalla voglia di vedere crescere e camminare come uomini liberi sui sentieri del mondo. Amandoli tanto che in punto di morte si preoccupò di aver forse voluto più bene a loro che a al Signore. Espresse il bisogno di giustificarsi nel suo testamento col dire: ‘Ho voluto più bene a voi che a Dio, ma spero che Lui non stia attento a queste sottigliezze’.

             Mauro Armanino, Genova 26 giugno 2026



lunedì 22 giugno 2026

SPRAZZI DI VITA DI PADRE MAURO ARMANINO CHE RINGRAZIO DI CUORE

Ho conosciuto Padre Mauro Armanino, solo da lontano, quando era Padre Missionario per la SMA (Società Missionaria Africana) in Niger, e da allora mi ha tenuto sempre aggiornata sulle sue esperienze in quella terra del Sahel rivestita di sabbia e vento.

Oggi mi ha fatto uno splendido regalo, inviandomi alcune sue foto scattate nei vari tempi del suo percorso di vita.

Sono queste:







che il Padre indica così:

1) Da bimbo con mio padre

2) Volontario in Costa D’avorio

3) Argentina già sacerdote con Carlos a Cordòba nel 1999

Posso solo risponderti con un grande GRAZIE! Sono foto stupende, così posso conoscere il tuo papà del quale hai parlato più volte, e che da tempo è volato in Cielo,  e la tua prima infanzia, nonché la tua gioventù come volontario in Costa d'Avorio e come giovane sacerdote in Argentina con il tuo compagno di viaggio da religioso! Ci tengo davvero e spero che tu non abbia riserve e non mi sgriderai per aver pubblicato queste foto (un vero regalo!) sui miei blog. I miei lettori hanno imparato a conoscerti attraverso i tuoi scritti e quindi avranno piacere di vederti in queste foto.


Un caro saluto e un grande abbraccio

Danila


‘ una persona deve lasciare dietro di sé segni di lotta’ di Padre Mauro Armanino

   ‘ una persona deve lasciare dietro di sé segni di lotta’


Questa citazione del poeta di origine ebrea Eli Eliyahu mi ha subito colpito per la sua puntuale evocazione del vissuto che ci scolpisce, nello spirito e nel corpo. Il contesto nel quale essa è stata pronunciata non è innocente. La terra di Israele- Palestina che non è forse mai stata solo una terra nella quale vivere e generare storia al quotidiano. Da tempo è stata trasformata in un crocevia di simboli umani e divini di un conflitto dall’apparenza insanabile. A più forte ragione, pertanto, va preso sul serio il verbo usato dal poeta citato, coniugato all’imperativo. Una persona ‘deve lasciare’, inteso come condizione per l’essere e manifestarsi di una persona, per rimanere umano. L’uso dell’imperativo ‘deve’ insinua la possibilità che questo possa anche non accadere e cioè che essa passi senza lasciare traccia alcuna. Parole, azioni, scelte, progetti e realizzazioni sono sempre tentati dall’irrilevanza, dall’inutilità o, peggio ancora, dalla radicale inconsistenza. Così tanto assomiglia al nichilismo che, nella nostra cultura, non è mai realmente passato di moda. 

‘Dietro di sé’, continua la citazione segnalando che, coscientemente o meno, siamo parte di una storia che ci precede e seguirà dopo di noi. Siamo eredi di coloro che ci hanno preceduto e padri o madri di coloro che ci seguiranno. Le vicende umane continueranno dopo il nostro fugace passaggio terreno. Siamo anche la nostra genealogia e non solo la biografia o la cronaca. ‘Dietro di sé’ perché continua la strada, i sentieri, le rotte, le scoperte e i tradimenti che della storia costituiscono la trama reale. C’è allora un prima e un dopo di noi del quale dovremmo essere responsabili e cioè dare risposte a domande poste dalle generazioni che ci seguono. Da questo punto di vista il poeta insinua un atteggiamento di umiltà e dunque di ascolto, di chi ci ha preceduto e, cosa non meno difficile, di chi ci seguirà. 


I ‘segni di lotta’ si trovano negli occhi, le mani, lo spirito e il corpo. Li ho trovati in nostro padre partigiano diciottenne, nelle sue dita spaccate dal calore dei mattoni usciti dalla fornace e dalle mani incrociate nel feretro. Nelle dita tagliate dal falcetto della madre e le mani che avevano imparato a fare gratuitamente iniezioni contadine al vicinato. I ‘segni di lotta’ in fabbrica negli anni ’80 con la partecipazione che è la democrazia tentata in quella stagione che era anche la mia. Il blocco delle portinerie, lo sciopero del rendimento e le esperienze di gestione dell’ambiente di lavoro da parte degli operai. I ‘segni di lotta’ poi in Costa d’Avorio col passaggio al multipartitismo degli anni ’90. L’Argentina dei post desaparecidos e poi la guerra in Liberia. ‘Tracce di lotta’ in se stessi per non fuggire, i campi di sfollati come città e, al ritorno, il Centro storico di Genova. Vite sempre in bilico tra realtà e invisibilità, come nel carcere di Marassi, dove si capisce la libertà perduta e, talvolta, ritrovata. Il Niger coi migranti che, in loro, portavano le tracce di un mondo ancora da inventare eppure a portata di viaggio. ‘I segni di lotta’ si trovavano nelle comunità contadine, cristiane e non, per decidere come sopravvivere al probabile attacco dei gruppi terroristi che volevano imporre un dio armato. 


Anche in Pierluigi Maccalli, confratello rapito da uno di questi gruppi per oltre due anni si trovano, ben visibili,’ i segni di lotta’, disarmata che l’accompagna da quando è stato sciolto dalle catene. Chi scrive intercetta altri ‘segni di lotta’ alle frontiere che ha visitato, visto, esperimentato dal suo ritorno dal Sahel. Transitare il millennio e cercare di abitare le ferite e le attese dove in modo più forte scorre il nostro tempo scava solchi. I ‘segni di lotta’ non sono altro, in fondo, che nascoste cicatrici silenti.


                  Mauro Armanino, Genova, 21 giugno 2026


sabato 20 giugno 2026

Un attacco alla dignità umana Denuncia missionaria sul Regolamento UE per i rimpatri - PADRE MAURO ARMANINO

Consiglio internazionale JPIC ad Assisi

Un attacco alla dignità umana

Denuncia missionaria sul Regolamento UE per i rimpatri

“Non si può rimanere indifferenti nei confronti di coloro che periscono in mare, cadono vittime della tratta di esseri umani o sono costretti a fuggire dalla guerra, dalla violenza, dalla persecuzione, dalla fame o dal degrado ambientale anche perché potrebbero fare parte della nostra famiglia” (Papa Leone XIV)

 davanti al Palazzo Ducale di Genova presente anche Padre Mauro Armanino

Noi, membri della Commissione Giustizia, Pace e Integrità della Creazione degli Istituti Missionari in Italia (JPIC-CIMI), sappiamo per esperienza cosa significhi essere stati stranieri in altri continenti. Abbiamo condiviso per anni la vita e le speranze di fratelli e sorelle nel “Sud del mondo”. Ci è stato insegnato al quotidiano quanto l’umano che ci unisce sia molto più forte delle frontiere che troppo spesso usiamo per escludere e dividere.

In consonanza con la Conferenza Episcopale Europea, vogliamo esprimere il nostro sgomento e la nostra indignazione nei confronti dell’approvato “Regolamento rimpatri” da parte del Parlamento Europeo. Molti dei voti a favore del testo sono arrivati da partiti che spesso rivendicano un’ispirazione cristiana. 

Già oggi la politica migratoria italiana fa un crescente ricorso alla deterrenza, alla detenzione amministrativa e ai meccanismi di espulsione dei migranti. Ancor più ci preoccupa il nuovo Regolamento sui rimpatri per l'intera Unione Europea, che permette di trattenere le persone fino a 24 mesi, prorogabili in determinate circostanze, rafforza il riconoscimento reciproco delle decisioni di rimpatrio tra gli Stati membri e apre all'utilizzo di “hub di rimpatrio” collocati in Paesi terzi al di fuori dell'UE, con rischi sulla trasparenza delle procedure e l'effettiva garanzia dei diritti fondamentali.

I vescovi europei ci ricordano che la migrazione non è semplicemente una questione di procedure, statistiche o gestione delle frontiere. Riguarda esseri umani: donne, uomini e bambini, ognuno dei quali possiede una dignità inviolabile che deve rimanere al centro di ogni decisione politica. 

Autorevoli indagini sui fenomeni migratori  indicano che la costruzione di muri e il rafforzamento delle frontiere esterne non diminuiscono gli arrivi, ma aumentano esponenzialmente i costi e i rischi del viaggio per gli stranieri, così come le risorse pubbliche destinate al controllo dei confini.

Nessuno di noi accetterebbe di essere trattenuto dallo Stato senza aver commesso alcun illecito, e tanto meno per aver esercitato il diritto a cercare condizioni di vita migliori. Non è accettabile per altri ciò che sarebbe inammissibile per noi.

Le politiche in materia di migrazione e asilo devono rimanere saldamente ancorate al rispetto della dignità umana, dei diritti fondamentali, del diritto di chiedere asilo, della tutela dell'unità familiare e di una particolare attenzione ai più vulnerabili. Sicurezza e solidarietà non sono principi contrapposti. 

Che tipo di Europa vogliamo costruire? In questo momento decisivo, non siamo chiamati a rinunciare ai valori fondanti della cittadinanza e della storia europea, ma a riaffermarli con coraggio, saggezza e umanità.

  Hein de Haas et al., DEMIG (Determinants of International Migration) Project, International Migration Institute (University of Oxford), 2010–2014.

L'acronimo GPIC sta per Giustizia, Pace e Integrità del Creato ed è un ufficio e una commissione di coordinamento presente in diversi ordini religiosi (tra cui francescani e comboniani) e nella CIMI (Conferenza degli Istituti Missionari in Italia). Si occupa di promuovere l'ecologia integrale, la solidarietà e i diritti umani. 

18 giugno 2026          Commissione GPIC 

Ricevuto da Padre MAURO ARMANINO della SMA


lunedì 15 giugno 2026

Attenzione. Area sottoposta a video-sorveglianza . di Padre MAURO ARMANINO

 



Attenzione. Area sottoposta a video-sorveglianza

...’Quando una rete di quasi 3.000 telecamere contribuisce allo sviluppo di sistemi di AI, il dibattito deve diventare una questione pubblica affinché la cittadinanza possa sapere quali dati vengono raccolti, come vengono utilizzati e, soprattutto, chi ne trae beneficio.

È questo il confronto che oggi manca a Genova’...Chi condivide questa preoccupazione è Carlo A. Bachschmidt, nato a Genova, architetto e documentarista. Certo il fenomeno non è nuovo. Siamo stati gradualmente addomesticati alla presenza amica, confortante, rassicurante e protettiva delle aree sottoposte a video-sorveglianza. Sono tornato l’anno scorso dal Niger. Disegnato nel Sahel, ricco della sua diversità e insieme occupato, in ampie zone, dalla guerra tra gruppi armati e militari governativi. Per anni la parola ‘sicurezza’ è ripetuta come un ‘mantra’ nell’immaginario collettivo


Sia i gruppi armati che i governativi possiedono droni e altri sistemi di controllo. Quanto alle telecamere, quando c’era la corrente funzionavano regolarmente nelle banche e nei grandi hotel della capitale Niamey. Il treno in città non è mai partito. Il trasporto pubblico è affidato a migliaia di taxi che danno il sostentamento a una vasta porzione di famiglie. Buone ricadute anche per i meccanici auto per le riparazioni dei mezzi che, spesso, sono auto dismesse dall’Europa. Il controllo dei cittadini era affidato, come qui una volta, ai vicini di casa. Oppure a gente prezzolata dal governo per raccogliere informazioni su comportamenti o idee non compatibili col potere del momento. Una sorpresa, dunque, tornando al Paese di origine, rilevare la pervasività e capillarità delle aree sottoposte al video-controllo. Stazioni, treni, bus, strade, banche, scuole, edifici, uffici e chiese.

Naturalmente tutto si giustifica con il tema trasversale, ineccepibile, agognato e, in fondo atteso, della ‘nostra’ sicurezza. Nei treni e nei bus che solcano, con alterne fortune, le città e i comuni più importanti, ritorna, tra una fermata e l’altra, il ricordo della presenza di telecamere. Esse sono naturalmente istallate per la sicurezza del personale e dei viaggiatori. C’è stata un’epoca nella quale Dio era rappresentato con un grande occhio a forma di triangolo e l’allusione, poco velata, al fatto che tutto, ma proprio tutto, cadeva sotto il suo sguardo. Da bambini questa immagina lascia tracce di sospetto, come se tutto fosse potenzialmente da inquisire. Naturalmente poi, nel quotidiano, ci si dimenticava del ‘grande occhio’ e si combinava ciò che meglio ci pareva. Gradualmente e inesorabilmente è tutta l’architettura sociale, fondata sull’economia come religione che l’ha sostituito.

Con la scusa della sicurezza e dunque del ‘bene’ del cittadino, la sorveglianza generalizzata è al servizio del controllo politico, economico e simbolico dei cittadini. Anche perché, da tempo, non è evidente che i politici siano contaminati dalla ricerca del bene comune. Sono fondamentalmente scelti per amministrare i privilegi di coloro che già hanno il potere e organizzarne la sicurezza. Sappiamo bene che, anche nelle aree controllate, solo vediamo ciò che vogliamo vedere. Ciò che accade nel Mediterraneo, sulla rotta balcanica, a Ventimiglia, Trieste, Castelvolturno, Pachino e la Capitanata, risulta del tutto invisibile. Anche il recente rogo mortale di Amendolara, dovutamente registrato da videocamere, arriva dall’invisibilità e finisce nel nulla di fatto. Finché gli stessi cittadini gradiranno di essere tifosi della ‘schiavitù volontaria’ di cui parla Etienne de la Boétie, il sistema di normalizzazione andrà a gonfie vele

 ‘...I farisei che erano con lui udirono queste parole e gli domandarono: ‘per caso siamo ciechi anche noi’? Gesù rispose: ’se foste ciechi non avreste colpa; invece dite ‘Noi vediamo’. (Giovanni 9, 41).

            Mauro Armanino, Genova, giugno 2026 


domenica 14 giugno 2026

VISITANDO PARTE DELLA VAL D'AOSTA GRAZIE AI RACCONTI E FOTO DI ALESSANDRA GIUSTI

Carissima Dani, 

Tanto per distrarci un po' dai pensieri, ti invio delle fotografie della visita guidata del FAI ad Antagnod (1.700 m.) e Lignod (1.600 m.), villaggi della parte alta della Valle d'Ayas, vicino a Champoluc.

La Chiesa di San Martino di Tours ad Antagnod (Valle d'Aosta) ha origini antiche. La parte inferiore del muro perimetrale risale alla seconda metà del XV secolo. Nei secoli subì varie trasformazioni, fino a quella attuale, frutto di una completa ristrutturazione nella seconda metà del XIX secolo, con la creazione di tre navate e colonne in pietra locale. L'altare maggiore è considerato l'esempio più importante e prezioso di arte barocca di tutta la Valle d'Aosta. Realizzato in legno intagliato, dipinto e dorato, fu consacrato nel 1716 e si sviluppa su tre fasce. La sua parte più antica (fascia intermedia) risale al XVII secolo e custodisce cinque statue del XV e XVI secolo


La Cappella di Lignod, da poco restaurata, è dedicata a San Giovanni Battista ed è particolare per la facciata che raffigura il Giudizio Universale, dipinto nella seconda metà dell'Ottocento, a sostituzione di una decorazione precedente con il medesimo soggetto. Sono evidenti i richiami michelangioleschi; comprende il Paradiso popolato da figure di Santi, esponenti del clero, un guerriero e gente del popolo, il Purgatorio e la caverna dell’Inferno. Le origini della cappella di Lignod sono molto antiche, come attestano le campane, l'una decorata con l'immagine di Maria e la data 1448 e l'altra del XVI secolo. A un primo rinnovamento a metà Seicento, seguirono i lavori di ampliamento condotti un secolo più tardi.


Il quattrocentesco rascard di Lignod è un esempio di costruzione rurale tipica della Valle d'Aosta ed è molto ben conservato. La famiglia viveva nella parte in muratura, mentre la parte superiore, lignea, serviva come fienile e anche come deposito granaglie. Per evitare che i topi "banchettassero", la struttura in legno era appoggiata su "funghi" il cui gambo era in legno e il cappello del "fungo" in pietra. In questo modo, pur arrampicandosi i topi fino al cappello del "fungo" stesso, non riuscivano poi a salire oltre.


Cara Dani, finalmente sono riuscita a scriverti qualcosa in più del solito, non mi sembra vera tutta questa libertà! Ora ritorno con rinnovata energia al "travaglio usato".

Buon fine settimana!

Alessandra

Carissima Alessandra, ti ringrazio per le bellissime foto e i relativi racconti dei luoghi che hai visitato e che io difficilmente potrò vedere di persona, quindi sei davvero speciale, condividendo con me  le tue esperienze. 
Ti abbraccio con tutto il cuore
Dani tua

sabato 13 giugno 2026

OGGI FESTA DI SANT'ANTONIO DI PADOVA 13 giugno 2025 e auguri a tutti coloro che si chiamano Antonio, Antonia, Antonietta ecc.

 Qualche foto dal sito padovano dei Frati Francescani - Antoniani

Chi desidera seguire può collegarmi a questo sito su FB

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Padre Giancarlo Zamengo, direttore del Messaggero di Sant'Antonio, benedice il pane!


La basilica di Padova dedicata a Sant'ANTONIO

                            
          Padre Giancarlo tocca la tomba del Santo


Lettera di Padre Giancarlo ricevuta alla fine dei festeggiamenti a Padova, nel giorno di Sant'Antonio. 

Ciao DANILA,

è con il cuore colmo di gioia e di gratitudine che desidero condividere con te le emozioni che ho vissuto in questa giornata così speciale e voglio ringraziarti di vero cuore per la tua presenza alla Festa di sant'Antonio!

Mi ha commosso nel profondo toccare con mano il legame così forte che unisce il nostro amato Santo a migliaia di devoti e amici in ogni angolo del mondo. Tutti insieme, ci siamo rivolti a sant'Antonio con immensa fiducia e speranza. È stato come stringersi in un grande abbraccio attorno al Santo, nostro compagno di viaggio e fratello.

Ho portato davanti alla sua Tomba le migliaia di preghiere che ho raccolto sia con le vostre lettere sia attraverso i social.

 A nome dei frati della Basilica di Padova, desidero esprimerti il mio grazie più sincero per aver partecipato alla Festa, sia in presenza che online. La tua partecipazione ci ha fatto sentire, ancora una volta, una sola Grande Famiglia unita nella fede, nella preghiera e nel cammino della vita.

 Prego affinché il Signore, per intercessione del nostro Santo, possa benedirti e proteggere te e i tuoi cari, sempre!

Ti invio un abbraccio fraterno, e ti ringrazio ancora per aver condiviso con noi questa meravigliosa giornata.

BENVENUTO|

Il Paradiso non può attendere: dobbiamo già cercare il nostro Cielo qui sulla terra! Questo blog tratterà di argomenti spirituali e testimonianze, con uno sguardo rivolto al Carmelo ed ai suoi Santi