Il Paradiso non può attendere
Blog di riflessioni con uno sguardo alla spiritualità carmelitana
lunedì 16 marzo 2026
domenica 15 marzo 2026
CHIESA - quinta conferenza quaresimale di Padre CLAUDIIO TRUZZI OCD
5 – CONFERENZA
CHIESA
□ – CHIESA – SANTA SEDE – VATICANO
«Non è che si faccia un po’ [fra noi cattolici) e tanta [fra quelli chi non si sentono tali] confusione quando ci si esprime a proposito degli interventi vari che vengono dal “Centro di Roma”, tra Chiesa, Papa, Santa Sede, Vaticano…? Mi sembra che siano realtà con contenuto diverso!»
1 – Chiesa. «La parola «Chiesa» significa «convocazione». Designa l'assemblea di coloro che la Parola di Dio convoca per formare il popolo di Dio e che, nutriti dal Corpo di Cristo, diventano essi stessi corpo di Cristo.
• La Chiesa è, ad un tempo, via e fine del disegno di Dio: prefigurata nella creazione, preparata nell'Antica Alleanza, fondata dalle parole e dalle azioni di Gesù Cristo, realizzata mediante la sua croce redentrice e la sua risurrezione, essa è manifestata come mistero di salvezza con l'effusione dello Spirito Santo.
Avrà il suo compimento nella gloria del cielo come assemblea di tutti i redenti della terra.
– La Chiesa è ad un tempo visibile e spirituale, società gerarchica e corpo mistico di Cristo. È una realtà formata di un elemento umano e di un elemento divino. Questo è il suo mistero, che solo la fede può accogliere.
– La Chiesa è nella storia, ma al contempo tempo la trascende. È unicamente «con gli occhi della fede» che si può scorgere nella sua realtà visibile, una realtà nello stesso tempo spirituale, portatrice di vita divina. [Catechismo]
Caratteristiche: Cristo, unico mediatore, ha costituito sulla terra la sua Chiesa santa come un organismo visibile; incessantemente la sostenta e per essa diffonde su tutti la verità e la grazia.
La Chiesa è, ad un tempo:
— la società costituita d’organi gerarchici e il corpo mistico di Cristo;
— l'assemblea visibile e la comunità spirituale;
— la “Chiesa della terra” e la “Chiesa ormai in possesso dei beni celesti”.
Tali dimensioni formano una sola realtà risultante di un elemento umano e di un elemento divino.
La Chiesa ha la caratteristica di essere nello stesso tempo:
• umana e divina – visibile, ma dotata di realtà invisibili,
• fervente nell'azione e dedita alla contemplazione – presente nel mondo e, tuttavia, pellegrina.
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Santa Sede è l'entità suprema di governo della Chiesa cattolica, composta dal Papa (il Vescovo di Roma) e dalla Curia Romana (gli organismi che lo assistono nell'esercizio del suo potere universale sulla Chiesa).
Sede Apostolica: Termine spesso usato come sinonimo di “Santa Sede”, indica la cattedra di Pietro, simbolo del primato del Papa. In sintesi, la Santa Sede è il cuore pulsante della Chiesa cattolica a livello globale, l'entità che la governa spiritualmente e la rappresenta politicamente nel mondo.
Curia Romana: Il complesso di dicasteri (congregazioni, tribunali, consigli) che aiutano il Papa nel suo governo. La Segreteria di Stato è l'organo che collabora più strettamente con il Pontefice.
Stato della Città-Vaticano. Esso è il piccolo territorio-strumento che garantisce l'indipendenza della Santa Sede, come stabilito dai Patti Lateranensi del 1929.
□ – PRETI, Monaci, frati, suore, religiosi... è solo questione di parole?
• «Talvolta alla televisione appaiono persone “fuori del normale” (detto senza polemica!), cioè sacerdoti, frati, suore ... Che differenza e che ruolo occupano nel mondo ecclesiale?».
• «Non mi giudichi troppo ignorante, ma non ho ben chiara la differenza tra frati e preti: non dite tutti Messa? E perché ci sono tanti tipi di frati e suore? Non sarebbe più funzionale riunire tutti in un solo organismo? Le sarei grato se vorrà darmi qualche lume».
– Chi pone simili domande non è l’unico a trovare difficoltà nel capire il perché della distinzione tra frati e preti (e monache e suore); e in generale catalogare questi “esseri strani” fra i fedeli “normali”. Cercherò di essere il più chiaro e semplice possibile.
Come si sa, tutte le parole hanno una loro storia e quella “sacerdoti”, di "monaco", "frate", “monaca e suora" è legata alle diverse esperienze religiose vissute da queste persone, e dalle loro fini .
1° – I Cattolici – tutti uguali in identica dignità di figli di Dio – si distinguersi in chierici, religiosi, laici.
Chierici, sono coloro che hanno ricevuto pure il Sacramento dell'Ordine (Sacerdoti e Diaconi);
Religiosi (frati, monache, suore …), sono quei fedeli che professano i “Consigli evangelici” di povertà, castità ed obbedienza in un Ordine o in un Istituto di vita consacrata, riconosciuto dalla Chiesa;
Laici, sono tutti gli altri fedeli.
• Normalmente nelle parrocchie [* Parrocchia: la più piccola circoscrizione territoriale ecclesiastica, costituita da un gruppo di fedeli affidati alle cure spirituali di un sacerdote – il parroco] incontriamo i Preti (dal greco "preteri = anziani") preposti alle comunità cristiane fin dal tempo degli Apostoli: ossia quei sacerdoti che sono alle "dipendenze" del Vescovo [* responsabile della Diocesi – Essa è un tipo di suddivisione amministrativa utilizzata nell’impero romano-, in seguito fu utilizzata nell’organizzazione delle chiese cristiane. Più diocesi facenti riferimento gerarchico a un un arcivescovo, possono costituire una provincia ecclesiastica].
I preti sono incaricati di prendersi cura dei fedeli di una parrocchia. Sono essi i primi responsabili del Popolo di Dio. Questi sacerdoti sono tenuti ad osservare il celibato ecclesiastico ed a prestare obbedienza al proprio vescovo; ma senza obbligo di vita comune e possono possedere dei beni (immobili, terreni, ecc) anche a titolo personale.
• Il termine "monaco" (tra quelli segnalati) è il più antico e si rifà alla esperienza di numerosi cristiani che decisero di ritirarsi dal mondo e vivere una vita ascetica: o soli o in comunità. Il termine "monaco, più volte spiegato come se avesse il significato di "solo" (ma non è questa l'unica spiegazione), è venuto con il tempo a indicare le persone che seguono una regola dell'antichità: per esemplificare, quella di san Benedetto o altre analoghe. Di qui il termine: Regola monastica. [*La Regola è documento di riferimento per una data comunità monastica o religiosa, nella quale si indica sia l'indirizzo spirituale dell’Ordine, sia una serie di norme pratiche destinate a regolare la vita quotidiana dei monaci]. E ciò fino a oggi. Essi vivono nei “monasteri” sotto un Abate.
• Quando nel secolo XIII san Francesco d'Assisi diede vita all'Ordine dei “Frati Minori” [Francescani], egli insistette sulla "fraternità": tutti sono fratelli (anche se, naturalmente, con incarichi differenti) questi termini di "frate, fraternità, frati" sono passati ad indicare una categoria ben determinata di persone: non più gli antichi monaci, ma i '"frati" degli Ordini medievali, quelli detti "Mendicanti" [Francescani, Domenicani, Carmelitani, Agostiniani, Trinitari…]. Essi vivono in “conventi” – sacerdoti e fratelli laici – dedicandosi ad una specifica missione: predicazione, studi, esempio di povertà, dediti alla contemplazione… ma sempre come comunità.
Fra i religiosi maschili, quelli ricevono il sacramento dell'Ordine, diventano sacerdoti, e sono chiamati "Padri"). Essi continuano ugualmente a far parte del proprio Ordine – Istituto –; ne mantengono i Voti, lo stile di vita, le finalità e l'abito, ma esercitano pure il ministero sacerdotale (in parole povere: possono celebrare la Messa, confessare...). A molti Istituti religiosi maschili, per mancanza di preti (e quindi “parroci”), vengono affidate ai frati-sacerdoti le parrocchie: ecco perché può capitare d’incontrare un frate-parroco.
• Per il termine "monaca", "suora" avvenne il medesimo processo. All'inizio non c'era distinzione fra loro: le donne che vivevano una vita ascetica erano dette sia santimoniali, “moniali” o monache, sia suore. Poi, quando nel Medioevo fu imposta la clausura, il termine "monaca" fu gradatamente riservato alle donne che vivevano in clausura [Carmelitane, Clarisse,..], ed emettono Voti solenni ed appartengono a Ordini religiosi antichi; mentre per le altre (generalmente non vivono in clausura) che si dedicano ad opere di apostolato attivo in scuole, ospedali, asili, eccetera, si è usato il termine "suora" (sorella).
Queste (nate in età moderna) fanno parte dei cosiddetti “Istituti di perfezione”.
C'è comunque il termine che comprende tutte queste varie categorie di persone, è il termine di “religioso", già usato fin dal secolo XIII. Quindi quest'ultimo termine è una categoria generale, entro la quale ci sono varie specie di “consacrati”.
2° – Per quanto riguarda l' “unificazione razionalizzazione” delle famiglie religiose – auspicata – avrei delle perplessità. Questa la motivazione personale:
La varietà delle famiglie religiose è suscitata nella Chiesa dallo Spirito Santo per manifestare la ricchezza della grazia di Cristo e per venire incontro ai bisogni della Chiesa e della sua missione.
Di solito ogni Ordine o Istituto ha una fine particolare nella Chiesa (Predicazione, vita contemplativa, insegnamento religioso, opere sociali, missioni... ). Come non ricordare la pluralità di mansioni nella casa del Padre, affermata da Gesù?
L'unità non è uniformità.
Il ministero del Papa e dei vescovi è pure un servizio all'unità nella varietà. Per questo il Concilio ha riaffermato con forza il compito del Vescovo nella chiesa locale: a lui spettano – tra l'altro – l'armonizzazione e la valorizzazione delle diverse realtà suscitate dallo Spirito nella diocesi a lui affidata. Anche le famiglie religiose presenti nella diocesi, pur godendo di una propria libertà e autonomia, non possono esimersi dal riferimento al Vescovo.
Come si vede, la Chiesa è stata "fornita" di doni e di ministeri per l'unità nella varietà.
Certo non c'è l'esenzione dal rischio d’incomprensioni e, forse, anche di qualche "rivalità"; ma si evita il pericolo dell'appiattimento e della monotonia! Del resto non mi pare che le grandi pianificazioni dei nostri tempi siano sempre positive e rispettose dell'irripetibilità di ogni persona! dal Dizionario degli Istituti di Perfezione.
□ – I miracoli: anche nelle altre religioni?
«Una persona mi ha detto bruscamente: “Io crederò nei miracoli soltanto quando avrò visto ricrescere la gamba a chi non l’ha più”. La dura affermazione mi ha messo in crisi e non ho saputo rispondere.
Mi chiedo inoltre: i miracoli avvengono anche nelle altre religioni? Ho sentito dire che sulle rive del Gange si può assistere ad eventi straordinari».
1° – Anzitutto occorre precisare che di fronte a fatti miracolosi non viene impegnata la nostra fede nella Parola di Dio, che è la condizione per salvarsi. La Parola decisiva, infatti, è già stata detta, ed è quella contenuta nella rivelazione storica della Bibbia culminata in Cristo.
I miracoli, invece, appartengono alla zona esterna alla fede, cioè al momento della "credibilità" dei segni che possono legittimare agli occhi della ragione l'atto di fede. Qui, ognuno resta libero e responsabile nel proprio giudizio. Se egli non giunge a convincersi della verità storica dei presunti miracoli, non per questo intacca la sua "fede cristiana".
2° – Ma la questione dei "segni miracolosi" che rendono credibile il messaggio cristiano ci riporta ai Vangeli e alla vita di Gesù. E qui c’imbattiamo in un dramma che resta attualissimo.
Pure Gesù s’è trovato di fronte a persone che, per credere, ponevano condizioni inaccettabili. Esigevano – come narra il Vangelo – "segni dal cielo" e prove schiaccianti. Ponevano condizioni a Dio stesso, quasi la fede dovesse essere una "cattura" da parte di Dio, una lotta destinata a far conseguire la vittoria dell'uno con la morte dell'altro: Dio cresce se l'uomo viene annullato, l'uomo cresce se è Dio a venir annullato. Mors tua, vita mea! È facile scoprire in simile mentalità la grande accusa che, da due secoli, le culture nate con l' “Illuminismo” (soprattutto il messianismo marxista) rivolgono alla fede religiosa: credere in Dio, aliena l'uomo.
• • Gesù, come rispose alle provocazioni dei suoi contemporanei?
Li ha sfidati in termini di responsabilità. Gesù non intende violentare le coscienze: lascia a Dio – e solo al termine di un lungo processo – il compito di segnare vittoria. Predilige i segni che provocano a riflettere, a fare passi liberi con Lui, con la grazia e la luce della verità e della Parola.
D'altra parte oggi, soprattutto dopo le scoperte della scienza, diventa sempre più difficile discernere i veri miracoli da quella ricca zona di fenomeni eccezionali o strani che non sono miracoli. Non è netto il confine tra l'impossibile in assoluto per l'uomo e per le forze della natura, e ciò che è solo improbabile.
3° – Mi si chiede, poi, se i miracoli appartengono a tutte le religioni. Il Vangelo ci presenta un Gesù che fa miracoli anzitutto per amore, e non principalmente per motivi apologetici.
A tutto ciò che compie annette anche un valore di "segno" che induce a credere; ma soprattutto egli intende rispondere ai bisogni e alle invocazioni dei poveri e dei malati. In tal senso – poiché tutte le religioni includono la preghiera d’invocazione – esse dispongono quindi ad accogliere la "grazia" da parte di Dio, il quale è «un padre che fa piovere sui giusti e sui peccatori».
La dottrina cattolica, tuttavia, pensa che solo sul fronte della "credibilità" (ossia dei segni che da parte di Dio approvano come vera una dottrina di fede) non si possano verificare casi in cui Dio, attraverso miracoli, confermi delle falsità o contraddizioni all'interno delle religioni. (Cioè, se essa sia vera o meno).
In realtà, il Cristianesimo, sin dai suoi primi apologisti, fa leva non tanto sul fatto che solo nell'area cristiana avvengano miracoli, quanto sulle loro circostanze: numero, contesto, correlazione con la fede e con la carità.
Quindi, non importa tanto l'aspetto di “meraviglioso”, d’“inspiegabile”, di "oltre e sopra le possibilità naturali"...; conta piuttosto la coerenza con tutti gli altri doni e segni di Dio. È questa coerenza il vero "segno di Dio". Come a dire: non la festa come un momento separato, ma in quanto connessa con il feriale, al quale essa deve dare e dal quale deve attingere. Dovremmo preoccuparci un po' di più di tale armonia: Dio e fede dentro tutta l’esistenza, e non a stagioni, a momenti. Quasi per distrarre o alienare.
□ – Non è l'anagrafe che fa il cattolico
«Sono cattolico, ma non frequento la chiesa, i preti. Siccome sento sempre parlare di “Chiese”, di “sette”, di “cattolici, di” protestanti” e di “ortodossi”, vorrei chiedere al teologo se può dirmi in poche parole cos'è la Chiesa cattolica e in che cosa si distingue dalle sue sorelle, la ortodossa e la protestante. All'origine delle divisioni e delle differenze c'è solo un conflitto di poteri?».
Ciò che caratterizza una comunità cristiana è la fedeltà al Vangelo di Cristo, a quel complesso, cioè, di ideali per cui Gesù è vissuto, gli uomini l'hanno ucciso e Dio lo ha glorificato.
Tale fedeltà esige necessariamente momenti di richiamo, di confronto comunitario, e comporta, perciò, strutture di annuncio e d’organizzazione pastorale e scelte storiche conseguenti.
Sono appunto questi elementi – sacramenti, tradizioni dottrinali, consuetudini liturgiche, strumenti pastorali – a costituire le Chiese. La diversità fra le Chiese cristiane deriva dalla varia combinazione di queste componenti e dai modelli storici utilizzati nella esecuzione di queste varie funzioni.
• “È una questione di potere?”, ci si pone la domanda.
All'origine delle divisioni e al loro perpetuarsi storico vi sono anche, certo, dinamiche di potere, c'è stata anche la volontà di dominare una piccola o grande fetta di mondo e di escludervi altri. Ciò che, però, costituisce le Chiese nella loro identità, non è il potere che esercitano, i "numeri" che possono vantare, la perfezione delle strutture che hanno creato, ma è la fedeltà al Vangelo di Cristo e la testimonianza che ne danno nel mondo.
1 – La Chiesa cattolica è il complesso di comunità cristiane che si richiamano alla tradizione apostolica conservata nella Chiesa di Roma e che riconoscono il Papa come guida suprema del loro cammino storico.
– La Chiesa ortodossa si richiama, invece, alla tradizione conservata in altre venerande Chiese dell'antichità: Gerusalemme, Antiochia, Alessandria d'Egitto, Costantinopoli (Bisanzio) e, più tardi, Mosca.
Le differenze tra la Chiesa cattolica e le Chiese ortodosse non sono molto rilevanti dal punto di vista dottrinale. Esse riguardano una diversa sensibilità nel parlare del mistero di Dio e nell’importanza d’attribuirsi alla funzione del Papa come successore di Pietro. Più vistose sono, invece, le diversità nel campo liturgico, disciplinare e giuridico. Esse hanno origini remote: perché all'inizio della Chiesa le singole comunità avevano abitudini ed usi non sempre conformi. Perfino nel fissare la data della Pasqua nelle prime comunità cristiane si seguivano criteri diversi.
Tali differenze si sono moltiplicate con il passare del tempo ed a volte ad esse si è dato un valore così assoluto da provocare insinuazioni ed accuse reciproche d’infedeltà e di eresia.
– Le Chiese protestanti (Luterani, Calvinisti, Presbiteriani, Anglicani [sotto certi aspetti ]…) sono sorte dal tronco della Chiesa cattolica sotto lo stimolo di eventi politici ed ecclesiali disparati.
Le differenze dottrinali fra la Chiesa cattolica e queste chiese sono più rilevanti. Riguardano infatti, in vario modo, la natura della Chiesa, l'esercizio e il numero dei sacramenti, il valore della gerarchia, la funzione del Papa, il culto della Madonna dei santi.
– Le Sette, infine, sono sorte all'interno di comunità protestanti come organizzazioni autonome, con accentuazioni dottrinali specifiche, spesso ispirate a presunte rivelazioni; quasi nuove religioni con elementi cristiani.
2° – Essere, però, ortodossi, cattolici, protestanti o altro, non è semplice questione anagrafica, ma deve costituire una scelta personale. Non è certo il battesimo a qualificare religiosamente una persona. Col battesimo, infatti, ci si impegna a testimoniare la fede secondo gli ideali evangelici. Quando questa testimonianza non esiste, nessun legame particolare vincola il soggetto ad una Chiesa. La fede suppone il coinvolgimento personale, e non può ridursi ad una semplice appartenenza burocratica.
□ – IL CONCLAVE È DAVVERO GUIDATO DALLO SPIRITO SANTO?
«L’elezione di un Papa è un evento che ha sempre incuriosito tutti, L’opinione pubblica laica tende a vederlo come una vicenda di intrighi e segreti, ma non sa sottrarsi al fascino millenario dei riti della Chiesa. Ma c’è un aspetto che resta incompreso, pure da molti cattolici. La Chiesa che cosa dice del Conclave? Quanta parte hanno le logiche politiche terrene e come entra in gioco Dio?».
A chiarire il problema, fu Joseph Ratzinger nel 1997. Gli fu chiesto – in una intervista – se, appunto, fosse lo Spirito Santo il responsabile della scelta dei papi ed egli rispose testualmente:
«Direi che lo Spirito Santo non prende esattamente il controllo della questione, ma che (...) lascia molto spazio, molta libertà, senza pienamente abbandonarci. Così che il ruolo dello Spirito dovrebbe essere inteso in un senso molto più elastico: non che Egli detti il candidato per il quale uno debba votare. Probabilmente l’unica sicurezza che Egli offre è che la cosa non possa essere totalmente rovinata. Ci sono troppi esempi di Papi che evidentemente lo Spirito Santo non avrebbe scelto».
La risposta di Ratzinger sembra semplice, ma esprime concetti teologici profondi. Essa piega che Dio rispetta sempre la nostra libertà, anche quella dei cardinali chiamati ad eleggere il Papa. L’uomo ai suoi occhi non è mai una marionetta di cui Egli tira i fili. Ma è un figlio che sceglie in libertà.
• Ma ciò significa che Dio è indifferente alle scelte del Conclave?
Ovviamente no. Lo Spirito Santo illumina i cardinali che si pongono in ascolto della sua ispirazione.
• Però, c’è pure chi persegue disegni suoi e logiche mondane. E può prevalere. Per questo la Chiesa chiede ai cristiani di pregare affinché gli elettori facciano la scelta giusta. Perché quello che lo Spirito Santo garantisce – precisava Ratzinger– è che, pure nel caso di Papi inadeguati o “indegni”, l’opera della salvezza «non possa essere totalmente rovinata».
Anche in periodi bui, il Capo della Chiesa resta Cristo e Lui, alla fine, la guida al porto. Tuttavia non si può certo dire “un Papa vale l’altro”.
• Ma, allora in che cosa consiste l’ispirazione dello Spirito Santo per i cardinali? È qualcosa di vago? No. Essi chiedono d’essere “illuminati” per comprendere chi può meglio difendere il Credo della Chiesa stessa. Poi ogni Papa agisce con la sua sensibilità, ma nessun Papa è sulla Cattedra di Pietro per affermare opinioni personali. È lì per custodire il “deposito della Fede” e senza trovate personalistiche.
Lo chiarì, il 7 maggio 2005, proprio Benedetto XVI:
«La potestà d’insegnamento spaventa tanti uomini dentro e fuori della Chiesa. Si chiedono se essa non sia una presunzione contrapposta alla libertà di pensiero. Non è così. Il potere conferito da Cristo a Pietro e ai suoi successori è, in senso assoluto, un mandato per servire. La potestà d’insegnare, nella Chiesa, comporta un impegno a servizio dell’obbedienza alla fede. Il Papa non è un sovrano assoluto, il cui pensare e volere sono legge…».
Alla vigilia del Conclave le «potenze che determinano l’opinione pubblica» fanno pressioni enormi. Sta ai cardinali decidere se obbedire a loro o ascoltare lo Spirito Santo». ( Socci , Il Giornale, 25- 4- 2025)
––––––––––––––
(Aneddoto)
La Chiesa - mistero dell'unione degli uomini con Dio
Un giorno un tale si avvicinò a Gesù e gli disse:
«Maestro, tutti noi sappiamo che tu vieni da Dio e insegni la via della verità. Ma devo proprio dirti che i tuoi seguaci, quelli che tu chiami i tuoi apostoli o la tua comunità, non mi piacciono per niente. Ho notato che non si distinguono molto dagli altri uomini. Ultimamente ho fatto una solenne litigata con uno di loro. E poi, lo sanno tutti che i tuoi discepoli non vanno sempre d'amore e d'accordo. Ne conosco uno che fa certi traffici poco puliti... Voglio perciò farti una domanda molto franca:
– È possibile essere dei tuoi senza avere niente a che fare con i tuoi cosiddetti “apostoli”? Io vorrei seguire Te ed essere cristiano (se mi passi la parola), ma senza la comunità, senza la Chiesa, senza tutti questi apostoli!».
Gesù lo guardò con dolcezza ed attenzione. «Ascolta – gli disse – ti racconterò una storia:
– C'erano una volta alcuni uomini che si erano seduti a chiacchierare insieme. Quando la notte li coprì con il suo nero manto, fecero una bella catasta di legna e accesero il fuoco. Se ne stavano seduti ben stretti, mentre il fuoco li scaldava e il bagliore della fiamma illuminava i loro volti.
Ma uno di loro, ad un certo punto, non volle più rimanere con gli altri e se ne andò per conto suo, tutto solo. Si prese un tizzone ardente dal falò e andò a sedersi lontano dagli altri.
Il suo pezzo di legno in principio brillava e scaldava. Ma non ci volle molto ad illanguidire e spegnersi.
L'uomo che sedeva da solo fu inghiottito dall'oscurità e dal gelo della notte.
Ci pensò un momento, poi si alzò, prese il suo pezzo di legno e lo riportò nella catasta dei suoi compagni. Il pezzo di legno si riaccese immediatamente e divampò di fuoco nuovo. L'uomo si sedette nuovamente nel cerchio degli altri. Si scaldò e il bagliore della fiamma illuminava il suo volto».
Sorridendo, Gesù aggiunse: «Chi mi appartiene, sta vicino al fuoco, insieme ai miei amici.
Perché io sono venuto a portare il fuoco sulla terra, e ciò che desidero di più è vederlo divampare».
È proprio questo, la Chiesa: la garanzia di stare vicino al fuoco!
Il rischio è che la vita sia inghiottita dall'oscurità e dal gelo di questo mondo...
ASSETATI NEL DESERTO – Cuore nuovo per entrare
Un uomo si era perduto nel deserto e si trascinava da due giorni sulla sabbia infuocata. Era ormai giunto allo stremo delle forze.
Improvvisamente vide davanti a sé un mercante di cravatte. Non aveva con sé nient'altro: solo cravatte. E cercò subito di venderne una al pover'uomo, che stava morendo di sete.
Con la lingua impastoiata e la gola riarsa, l'uomo gli diede del pazzo: si vende una cravatta a uno che muore di sete? Il mercante alzò le spalle e continuò il suo cammino nel deserto.
Alla sera, il viaggiatore assetato, che strisciava ormai sulla sabbia, alzò la testa e rimase allibito: era nel piazzale di un lussuoso ristorante, con il parcheggio pieno d'automobili! Una costruzione grandiosa assolutamente solitaria in pieno deserto. L'uomo si arrampicò a fatica fino alla porta e, sul punto di svenire, gemette: «Da bere, per pietà ». «Desolato, signore», rispose il compitissimo portiere: «Qui non si può entrare senza cravatta».
• Ci sono persone che attraversano il deserto di questo mondo, con una sete smodata di esperienze piacevoli e bramosie di ogni tipo. Trattando da poveri pazzi quelli che cercano di presentare il Vangelo. È un messaggio così stupido nel loro deserto!
Ma quando vorranno entrare nell'«Hotel del Signore», verrà loro detto:
«Desolato, qui non si può entrare senza un cuore rinnovato»
giovedì 12 marzo 2026
lunedì 9 marzo 2026
LA CREAZIONE DEL MONDO SECONDO L’UOMO. Da Il Passero Solitario (Ordine Secolare Carmelitano)
domenica 8 marzo 2026
TERZO VIAGGIO APOSTOLICO DI PADRE NICOLA GALENO OCD
Spiccioli di Pensieri (01)
TERZO VIAGGIO APOSTOLICO
Sicuramente quelli dell’apostolo Paolo hanno prodotto più frutti, se
ancora vengono ricordati a quasi duemila anni di distanza. A renderceli
vivi bastano le sue lettere e gli Atti degli Apostoli. Per me si tratta della
terza venuta in Giappone col visto di residente.
La prima fu nell’agosto del 1971 e si concluse nel maggio dell’anno
successivo a causa di difficoltà respiratorie. Dieci mesi in tutto. Bilancio?
Se non altro per Natale ero già disponibile per la Messa in giapponese,
predica esclusa.
Passati quasi tredici anni in Italia con quattro permanenze,
rispettivamente a Milano, Parma, Bologna e di nuovo a Milano (la più
lunga fu quella felsinea di sei anni), ritentai la traversata nel febbraio
dell’85, resistendo sino all’ottobre del ‘99 e lavorando a Tokyo, Oita e
Fukuoka. Stavolta battei il mio precedente record di Bologna con ben
dieci anni ad Oita. Ed ora, dopo una parentesi di 50 mesi con soste
lavorative a Parma e Torino, ritento la carta nipponica in un’atmosfera
prenatalizia.
Diverse sono state anche le rotte aeree, segno dell’evoluzione
tecnologica. Nel ’71 feci quella del sud: Milano, Roma, Karachi, Bangkok,
Hong Kong, Taipei, Osaka, Tokyo. Nell’85 fu la volta della rotta polare:
Milano, Bruxelles, Anchorage, Tokyo. Ed ora quella siberiana con
un’unica tratta Milano-Tokyo.
Come al solito arrivo al giorno della partenza con ancora tutto da
sistemare nella valigia… Penso sempre alla gioia del commiato da questa terra quando non dovremo portarci dietro niente! Due cortesi parrocchiani del Corpus Domini di Milano mi accompagnano per tempo alla Malpensa.
Quando dico per tempo, mi riferisco sempre ad almeno tre ore prima della
partenza prevista per le 20.45. Ho così tempo di scrivere gli ultimi auguri
natalizi, affrancandoli con bolli prioritari. Postalmente parlando,
l’aeroporto si rivela piuttosto inadeguato: la corrispondenza infatti viene ritirata solo una volta al giorno e precisamente a mezzogiorno. Mi pare davvero troppo poco…
Poco dopo le 18 decido di avvicinarmi ai banchi del check ìn per la
consegna dei bagagli e l’ottenimento del boarding pass (quanto mi spiace
di dover usare tutte queste parole inglesi che lasciano la sensazione della
gomma americana in bocca!). Mi pento di non esserci andato prima: ho
davanti a me una schiera di giapponesi con molti bagagli…
Vedo che un impiegato gioca la carta della simpatia, venendo
cortesemente incontro ai vari quesiti dei passeggeri. Gli dico ridendo che
stanno finalmente copiando i giapponesi! Per mia fortuna l’impiegata della
business class, essendosi liberata dei pochi clienti, mi invita a passare dal
suo banco. Sbrigo tutto in pochi minuti, lasciando poi alcuni bigliettini
natalizi delle nostre Monache di Tokyo. Vedo che gradiscono molto
quell’augurio dal sapore nipponico.
Riesco finalmente a rintracciare la Cappella, dove mi recito tutto il
breviario, avendo poi grossi problemi di lettura in aereo a causa delle
vibrazioni. Trovo qualche persona in preghiera. Quando sono verso la
fine, un giovanotto mi chiede di confessarlo. E qui sono rimasto perplesso
in quanto mi trovo fuori regione. Se nelle nostre chiese carmelitane
dappertutto posso confessare, mi pare che altrove occorra sempre il
permesso del Parroco del luogo. Mi spiace dirgli che non posso.
Comunque a momenti dovrebbe arrivare il Cappellano dell’aeroporto.
Questi poi mi dirà che ora ogni sacerdote può confessare dappertutto. Io
comunque gli faccio presente con grande sua meraviglia che a Torino,
benché residenti, ogni anno noi dobbiamo chiedere in Curia il permesso
scritto per le confessioni.
Quando manca un’ora e mezza alla partenza, passo per il controllo
personale e quello dell’unico bagaglio a mano: essendo stato più che
meticoloso nel togliermi di dosso qualsiasi oggetto metallico, il rilevatore
non tintinna. Ricordo che a Tokyo sedici anni fa, non sapendo
dell’esistenza di quello strano aggeggio, venni da una poliziotta
sottoposto ad una perquisizione cannibalesca. Quella volta anche
la corona del rosario ebbe la sua parte di colpa…
Sbrigo in un attimo le formalità del passaporto e mi aggiro quindi dalla
parte dei ristoranti. Più che una fame reale è la previsione dello
spartanissimo pranzo nella classe economica. Viste le code, rinuncio
facilmente. Entro nella libreria per comprare la settimana enigmistica
(piace tanto ad un confratello di Tokyo), un quotidiano destinato ad
essere divorato da qualche altro confratello più sportivo degli altri e due
tessere telefoniche. Così mi libero di parecchie monetine di euro.
Sbircio i prezzi degli altri negozi: non sono davvero roba da frati!
Individuo una cabina telefonica piuttosto appartata e mi faccio qualche
telefonata. Apprendo purtroppo che una cara conoscente non sta affatto
bene. Se soltanto mi avessero chiamato prima al telefonino, sarei
passato a trovarla, tanto più che ci separavano sì e no ottocento metri,
essendomi recato al mattino a dir la Messa dalle nostre Suore Teresiane
di Milano.
Avrei voluto fare tante altre telefonate piuttosto telegrafiche, com’è nel mio stilema essendomi già disfatto del cellulare, a memoria non
ricordavo che pochi numeri. Telefonare poi ai nostri Monasteri era inutile,
in quanto la segreteria telefonica a quell’ora la faceva da padrona…
E’ la prima volta che trovo una coda spaventosa davanti alla porta
d’imbarco. Mancano venti minuti alla partenza ed ancora non noto alcun
movimento del personale di controllo. Per me non si parte in orario… E
difatti accumuleremo ben tre quarti d’ora di ritardo. Ho poi capito il
perché: in questa stagione sulla rotta siberiana chi proviene da occidente
incontra delle correnti favorevoli che fanno guadagnare oltre un’ora agli
aerei.
Se ho una notevole resistenza nel camminare (giorni fa uno sciopero
selvaggio dei tranvieri milanesi mi ha lasciato per strada ed a causa di
impegni precedentemente presi ho dovuto utilizzare il cavallo di S.
Francesco per quasi quattro ore!), quando si tratta di stare fermo in piedi
stento alquanto… Mi sento sollevato quando finalmente vengono aperti i
cancelletti d’imbarco. Stavolta mi trovo al piano superiore del candido Jumbo
della Japan Air Lines. Peccato che gli annunci vengano dati solo
in giapponese e inglese. Comunque, afferrandoli entrambi, vengo a sapere
che l’aereo viaggerà al completo. Confermano purtroppo una notizia che
mi era stata anticipata dal Cappellano dell’aeroporto: c’è una forte turbolenza
nei paraggi… Viene dato finalmente il via libera e ci muoviamo lentamente.
Chissà perché, non sento alcuna trepidazione come in passato nel
lasciare l’Italia. E’ come se interiormente fosse già avvenuto il distacco…
Ancora in fase di decollo comincio a sentire notevoli vibrazioni dovute
alla turbolenza. Cerco di concentrarmi sulla contemplazione del
paesaggio sottostante che pare davvero un presepe illuminato. Credo che
questo gigante dell’aria stia facendo la rotta sulle zone altamente
popolate dell’asse Varese-Como-Lecco-Bergamo-Brescia-Verona-Vicenza.
Ci pensano poi le nubi ad are tutto il resto del nordest italiano.
Comincio a sudare per i sussulti: meno male che non abbiamo ancora
mangiato, altrimenti sarebbe un macello per il mio povero stomaco! Per
mia fortuna, entrando in Austria, tutto ritorna nella normalità. Posso
seguire sul piccolo schermo piazzato sullo schienale posteriore del
passeggero della fila davanti il percorso dell’aereo: quanto mi sarebbe
piaciuto viaggiare di giorno per godermi tutta questa “geografia reale”!
Il cortesissimo personale di bordo ci porta una bevanda a scelta con
una confezione di noccioline. Buon segno: presto arriverà la cena! E così
è. Stavolta debbo dire che non è malvagia. Tra me ed il compagno di
viaggio c’è un posto libero, credo uno dei pochi dell’aereo. Peccato che
lui si trovi alla mia destra, la parte dove il mio orecchio svolge una
funzione puramente …ornamentale! Debbo sovente farmi ripetere le cose.
Non mi sembra molto addentro nelle cose di Chiesa, essendosi
meravigliato che io non sia… sposato! E’ comunque un tipo scherzoso e
soprattutto innamorato pazzo del Giappone: almeno due volte all’anno vi
si reca per passione.
Io continuo ad immaginare intanto quello che stanno facendo
confratelli e consorelle. “Ecco – mi dico- loro sono già a nanna, mentre io
sto volando sopra Mosca e non c’è verso di trovare il bandolo del
sonno…”. Cambio continuamente posizione, ma effettivamente nella
classe economica è tale anche il sonno, soprattutto per uno come me che
dorme già a fatica nel suo letto.
Non avendo con me l’orologio, sbircio il grafico della rotta dove vien
riportato sempre l’orario della nazione di partenza, oltre naturalmente a
dettagli per me importanti. L’aereo infatti sta viaggiando sempre sugli
undicimila metri ad una velocità che quasi tocca i mille cento chilometri.
Di questo passo, nonostante il ritardo accumulato alla partenza,
dovremmo arrivare prima. E difatti si prevede l'atterraggio a Tokyo Narita
verso le 15.30 locali.
E’ l’alba quando siamo da poco entrati in Siberia. Non sembra esserci
molta neve, ma il freddo deve essere notevole se tutti i fiumi si vedono
ghiacciati. Accendo la lucina che illumina il mio posto per dirmi la
prima parte del breviario. Quando si accendono le luci generali, mi
consolo: segno che tra poco ci porteranno il pranzo o la colazione, a seconda del punto di vista. Stavolta lo stomaco si sente alquanto deluso.
Mi dico vespro e compieta. Proprio in prossimità della costa
giapponese un mare di nubi si mangia tutto il paesaggio…
Mi dico vespro e compieta. Proprio in prossimità della costa
giapponese un mare di nubi si mangia tutto il paesaggio… Ritornano le
vibrazioni, benché non affatto paragonabili a quelle in fase di decollo.
Sarebbe una rovina per il mio stomaco se continuassero… Controllo l’ora
sullo schermo della rotta: sono quasi le 15.25 del Giappone, mentre in
Italia sono ancora le 7.25 del mattino. L’atterraggio non mi sembra dei più
dolci; comunque l’importante è aver rimesso le ruote a terra!
Non essendo mai arrivato in quest’orario, mi prende lo sgomento
quando vedo la coda interminabile per sbrigare le pratiche del passaporto,
nonostante ci siano oltre dieci sportelli. Comunque passo indenne anche
questo penultimo ostacolo. Per fortuna i miei bagagli non sono gli
ultimi ad essere smistati. Cerco sempre le facce più abbordabili quando si
tratta di passare al controllo doganale. In genere i giapponesi mettono
sempre dei giovincelli, controllati a distanza da poliziotti più anziani…
Si stanno liberando due posti contemporaneamente: vado dal
poliziotto che mi fa cenno per primo. E’ una persona molto compita. Mi
chiede subito qualcosa in inglese e si meraviglia che io gli dica di parlare
pure in giapponese, dato che lo capisco meglio del primo. Vista la ragione
del mio visto “per attività religiose”, dice subito il termine giapponese, che
n genere si applica ai pastori protestanti. Io lo correggo amabilmente,
precisando che sono un sacerdote cattolico. Mi sembra quasi contento di
apprendere che ho già speso quindici anni nella sua terra. Mi riconsegna
il passaporto, dicendomi “Arrivedéruci” (i giapponesi stentano a
pronunciare come noi i gruppi di consonanti, inesistenti nella loro lingua)!
Al mio apprezzamento per la quasi corretta pronuncia risponde che sa
soltanto quella parola. Ed io di rimando, naturalmente in giapponese:
”Quello che conta è sempre il primo passo!”.
Dovrebbe esserci un confratello ad attendermi. Non si vede però
nessuno. E dire che la mia barba tutta candida risalta magnificamente sul
vestito nero! Aspetta e spera… Non mi ricordo più dove ho messo le
vecchie tessere telefoniche giapponesi con ancora degli scatti a
disposizione. Mi tocca appartarmi e rovistare in due borse. Trovatele, si
tratta adesso di rintracciare i numeri telefonici. Scovo l’elenco di tutte le
Case dell’Ordine. Provo subito con Tokyo. Mi faccio passare l’unico
confratello italiano che mi rassicura: sono partiti addirittura due confratelli
giapponesi.
Vado allora all’ufficio informazioni per far chiamare con l’altoparlante
uno dei due. Come immaginavo, si erano confusi sull’uscita dei
passeggeri e mi stavano aspettando dalla parte sbagliata. Non riuscendo
più a stare in piedi, dico alle supercortesi impiegate che io intanto vado a
sedermi ad una quindicina di metri di distanza. Passano dieci minuti ed
ecco il volto noto di un confratello rientrato da poco in Giappone dopo una
permanenza di due anni a Roma.
Sono venuti in macchina. Chi fa da autista riterrebbe più sicuro che a
motivo del freddo noi aspettassimo in aeroporto mentre lui va a ricuperare
la macchina. Gli dico che dopo tutto il freddo preso nella nostra Chiesa di
Torino qui mi sembra addirittura di rivivere! Usciamo pertanto tutti e tre,
ciascuno con un bagaglio in consegna.
Si vede subito che i giapponesi non sono abituati a tirarsi dietro tanta
roba, dato che spediscono sempre per corriere i loro bagagli,
ritrovandoseli poi direttamente in aeroporto. Saliti in macchina, una prima
sorpresa: dato che è la prima volta che viene fino a Narita, l’autista
sbaglia l’uscita giusta per imboccare l’autostrada. Non ha nessuna colpa,
perché effettivamente in tutto quel dedalo di strade attorno all’aeroporto,
presidiato in ogni angolo da poliziotti per via della perdurante
contestazione dei contadini espropriati, noi abbiamo trovato una sola
indicazione. Dopo dieci minuti buoni di girovagare, ci ritroviamo dinanzi
allo stesso posto di blocco.
Lui si spiega; comunque deve presentare la sua patente di guida ed
aprire il bagagliaio posteriore. Finalmente azzecchiamo. Dopo una decina
di chilometri una scritta demoralizzante: ci attende una coda di almeno
venti minuti nella direzione di Tokyo. Ma più devastanti agli effetti del
portafoglio sono i continui pagamenti di pedaggio, anche se noi evitiamo
qualsiasi coda ai caselli, usufruendo di una specie di telepass. Al quarto
pagamento io mi addormento, risvegliandomi solo quando mancano
pochi chilometri al Convento. Quello che non ha fatto la Siberia, l’ha
ottenuto la voracità delle autostrade giapponesi!
(Oita Natale 2003), Padre Nicola Galeno
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