AFORISMA

Meglio aggiungere vita ai giorni, che non giorni alla vita
(Rita Levi Montalcini)

Nostra Signora del Carmelo

Nostra Signora del Carmelo
colei che ci ha donato lo scapolare

domenica 22 marzo 2026

Sesta ed ultima conferenza quaresimale di Padre CLAUDIO TRUZZI OCD

6  – CONFERENZA   

CRISTIANI

□ –  “CRISTIANI SENZA AGGETTIVI”

«Sono una giovane di 23 anni e fin da bambina ho frequentato dei gruppi parrocchiale. Il mio cammino di fede è iniziato nell'Azione Cattolica Diversi anni dopo entrai nel “Rinnovamento nello Spirito”, poi continuai con le "Celle di evangelizzazione”. Qualche anno fa ebbi occasione di fare il "Corso della felicità”: un cammino vocazionale tenuto da un sacerdote missionario. Esperienze belle, che mi aiutarono a maturare. 

Ma vedo tra loro, differenze di "visione" del Vangelo. E, quindi, differenze nel vivere il Vangelo. Non tutti i sacerdoti "parlano la stessa lingua". Credo che sia un problema da non sottovalutare all'interno della Chiesa, perché confonde i fedeli ed indebolisce il nostro cammino di fede.

 Ciò che voglio dire è che, purtroppo, lo stesso Cristo me l'hanno fatto vedere in tanti modi diversi. E questo mi ha un po' confusa. Vorrei un parametro maggiore per regolare le mie scelte e i miei comportamenti. Ma, ripeto, spesso mi sento influenzata da questa o quella "mentalità". A volte, ho l'impressione che pure quel missionario sia influenzato dalla esperienza missionaria. Ognuno ci mette un po' del "suo". Non sono la sola ad aver questo problema: molti giovani del mio gruppo mi pongono le stesse domande. E io non so cosa rispondere».

Quando ebbe inizio l'avventura dell'annuncio evangelico e della sequela di Gesù – il giorno di Pentecoste – l'evento si presentò in forma contraddittoria: tutti i presenti sentivano gli apostoli parlare ciascuno nella propria lingua. Eppure erano «Giudei osservanti di ogni nazione che è sotto il cielo», come si legge negli Atti. C'era nello stesso tempo un “dividersi” e un “unificarsi” di linguaggi. Che ognuno potesse capire segnava la dimensione universale del Vangelo, per cui tutti gli uomini della terra possono ritrovarsi nell’unità dell'unica fede. 

E ciò avveniva non già costringendo tutti a parlare la stessa lingua, ma facendo risuonare il messaggio per ognuno nella propria lingua. A significare che l'unità non avrebbe mai dovuto pagare il prezzo della uniformità.

Ma se, per incredibile miracolo, potessimo spostarci nello spazio e vivere in una comunità cristiana del Giappone o in alcuni villaggi eschimesi o nelle chiese del Burundi, e potessimo spostarci nel tempo per partecipare – mettiamo il caso – a una Messa nel duomo di Milano celebrata da san Carlo Borromeo, nel Cinquecento, o andare a Santiago de Compostela con pellegrini del XII secolo, il nostro stupore crescerebbe a dismisura.

L'enorme ricchezza di forme di vivere la fede cristiana si traduce in un fattore pericoloso e negativo soltanto se una forma s’impone come assoluta e tende ad escludere le altre. Ma finché si è tutti capaci di riconoscere lo stesso Signore Gesù, creduto e amato e seguìto nella molteplicità di sentimenti, di lingue e di culture, d’impegni diversi e di progetti di vita differenziati, significa soltanto che la sua ricchezza è inesauribile. Perché c'è molto di più nella rivelazione di Dio di quanto il singolo cristiano o la Chiesa intera possano in un solo momento comprendere e vivere.

La realtà è che ciascuno di noi riceve la comunicazione della fede da alcune persone determinate, le quali non possono darcela che nella forma in cui loro la stanno vivendo. Ma perché io dovrei vivere il mio cristianesimo così come lo sta vivendo questo o quello? È vero che la fede si comunica – diciamo così – quasi per contagio: non esiste una specie di contenuto della fede totalmente asettico, isolabile dall'esperienza della perso-na che me lo sta donando. E se esiste, sta nei libri: le formule del credo, i dogmi, le condanne delle eresie...

Eppure nel ricevere la fede si deve sempre andare al di là della persona che me la sta porgendo, fosse pure il più autorevole. La fede è un grande profondo e stringente patto di amore. Ma con Gesù. Anzi è qualcosa di così totalizzante da essere giustificabile solo se mi lega a Lui, e non ad alcuna altra persona umana.

Nella comunità cristiana ci sono sempre stati, e oggi abbondano, credenti dotati di grande carisma. Sono costoro che costituiscono dei poli di attrazione per molti, i quali restano conquistati dalla loro testimonianza. Molta gente si converte così. E molti, pur già credenti, trovano così la loro strada per porsi con maggiore determinazione al seguito di Gesù. Ed alla fine, ci si trova ad appartenere a questo o a quel gruppo, a questo o a quel movimento, a questo o a quell'ordine religioso.

Eppure non è in questa maniera che si diventa membri della Chiesa, ma soltanto con la professione di fede, il battesimo e l'eucarestia. Rispetto a tale esperienza-base dei Sacramenti vissuti nella chiesa locale, le altre vie possono essere molto più suggestive, ma restano secondarie. Potranno apparire e sparire, mentre l'appartenenza al corpo della Chiesa senza aggettivi – e senza bisogno di leader particolari –, rimane. La maggioranza dei cre-denti, infatti, vive la sua fede nella più assoluta semplicità del puro e semplice ascolto del Vangelo. E con la sola grazia dei sacramenti che riceve nella propria chiesa. 

Tutto si gioca nel rapporto personale con Gesù: che non può essere sostituito dall'esperienza di fede di nessun altro, fosse pure il Papa o il più sublime dei santi. 

Non è che altri abbiano qualcosa di nuovo e di proprio da far affluire nel grande fiume del cristianesimo, e io no. Il Padre non ci chiama alla fede solo ponendoci davanti la persona di Gesù, con cui confrontarci con le sole nostre forze, ma infonde in noi il suo Spirito, il quale anima e guida dall'interno il nostro cammino. 

•  L'attenzione umile e sincera a non confondere le aspirazioni personali con le ispirazioni dello Spirito, l’ascolto del Vangelo – l'occhio aperto sui fratelli nella fede, – la partecipazione alla vita della Chiesa, ...costituiranno la garanzia per non smarrirci nel cammino. E ci daranno la possibilità di offrire qualcosa di “nostro” per coloro che cercheranno anche in noi un segno della grazia di Dio. 

□  –  NEL CREDO NON C'È L’EUCARISTIA!                                                                                                              «Mi chiedo come mai nel Credo, dove sono riassunte tutte le verità di fede, non c'è nessun riferimento alla presenza di Gesù nell'Eucaristia, mentre si cita invece il sacramento del Battesimo. È  una omissione voluta o una svista?».   

 La confessione di fede (il Credo) che recitiamo nell'Eucaristia dei giorni festivi corrisponde al Simbolo Niceno-Costantinopolitano, cosiddetto perché viene fatto risalire a questi primi due Concili della Chiesa, celebrati rispettivamente negli anni 325 e 381 della nostra era. L'intendimento dei due Concili era di definire la vera fede sui misteri della Trinità e di Gesù Cristo contro le eresie del tempo. La presenza di Gesù nell'Eucaristia, invece, non faceva problema in quel tempo e non richiedeva un'esplicitazione. Solo nel X e XI secolo serpeggiarono errori al riguardo. [Questo per quanto riguarda l'aspetto storico della domanda].


All’interrogativo che viene posto – secondo una mentalità che è piuttosto del nostro tempo – penso che si possa rispondere in questo modo. I cristiani del IV secolo, professando la loro fede nella Chiesa (“una, santa, cattolica ed apostolica”), credevano nei grandi misteri pasquali di Gesù che, dietro suo comando, venivano celebrati nella Chiesa. Il principale di questi era, senza dubbio, il “memoriale” della Cena del Signore, che si celebrava ogni domenica, a ricordo della Risurrezione e della Pentecoste. In tale liturgia la presenza del-l'amore di Cristo s’esprimeva e veniva comunicata ai fedeli tramite i segni del pane e del vino e le parole di Gesù pronunciate su di questi. [Noi la chiamiamo: Messa, Eucarestia]

Professando inoltre la fede nel Battesimo (il primo sacramento della fede), era implicita l'affermazione della presenza del Signore nell'Eucaristia, che costituiva la sorgente e la pienezza della comunione con la Trinità attraverso il Figlio morto e risorto per noi nella potenza dello Spirito, e a cui lo stesso battesimo era ordinato come a suo compimento. Non si deve perciò pensare né ad un’omissione voluta, né ad una svista (!). Potrebbe essere utile, infine, leggere la solenne professione di fede di Paolo VI (1968), molto estesa, e che dedica tre paragrafi alla dottrina sulla presenza di Gesù nell'Eucaristia. Giobbe Gazzon

□  – S. MESSA – DOV’È IL VERO AGGIORNAMENTO?

* «Recentemente m’è capitato di partecipare a una celebrazione eucaristica domenicale durante la quale, prima dell'offertorio, un gruppo di fedeli ha cantato un lungo "inno" allo Spirito Santo, dove si ripeteva a mo' di ritornello: «Vieni, usami!». Colpita, sia dal testo, sia dalla sua collocazione (l'offertorio), chiesi al celebrante il motivo di tale canto. Un po' seccata la risposta: «È un gruppo di gente molto devota che ha chiesto ospitalità; non fa niente di male, non ha grilli per la testa e prega molto». Poco convinta, chiesi perché non avessero scelto tra gli inni liturgici già in uso. Il sacerdote mi rispose che bisognava adattarsi ai tempi e all’esigenze dei fedeli e non restare attaccati al passato. Le due risposte non mi hanno convinto: forse che ogni gruppo di persone può pretendere una celebrazione aggiornata su misura?

*  Il parroco ha, poi, invitato un gruppo di signore che recitavano a voce alta il rosario in chiesa, a sospendere tale usanza per non impedire il raccoglimento di chi volesse meditare in silenzio: eppure, il rosario è una preghiera approvata dalla Chiesa e che viene già recitata pubblicamente ogni sera! Il gruppo ha trovato ospitalità in altra chiesa e diserta anche la messa domenicale della parrocchia. Ma sono giuste tali pretese? È vero aggiornamento accontentare i gusti di alcuni a scapito della "maggioranza silenziosa”?».

Un po' frettolosamente s’è pensato che l'adozione della lingua italiana rendesse comprensibile a tutti le diverse celebrazioni liturgiche; ma di fatto non è stato così. Senza un buona comprensione delle celebrazioni e vivendole da spettatori, è facile che in alcuni nasca il bisogno di preghiere e gesti in cui ci si senta più protagonisti (anche quando si chiede di essere "usati"!). 

Anche il senso della preghiera liturgica come atto della Chiesa tutta – atto che genera vera comunione al di là del nostro sentire e gustare –, è piuttosto fievole. Sarebbe buona cosa non accontentarsi di tenere o  acquistare fedeli accondiscendendo alle loro richieste, bensì partire da queste per impostare e proporre una catechesi liturgica che li aiuti a comprendere ed amare i testi e i riti offerti dalla Liturgia.

Pensando al primo caso citato, non posso non chiedermi: «Ma a quei fedeli è stato spiegato bene il rito della Messa nei suoi diversi momenti e, ancora, sanno che il “sacerdozio comune”, conferito loro dal battesimo, li rende attivamente partecipi alla celebrazione (altro che "essere usati"!) senza nulla togliere al ministero proprio del celebrante? Comprendono la celebrazione eucaristica come atto di tutto il popolo di Dio, non “privatizzabile”?

L'insegnamento della Chiesa ricorda anche come liturgia (e specie quella eucaristica), e preghiera personale e privata siano strettamente interdipendenti. Se questo legame s’attenua nelle coscienze, ci si ritrova a vivere la liturgia come un fatto esteriore, dovuto, ma non come nutrimento della preghiera personale. 

Così pure la preghiera personale cede ai gusti, all'intimismo e , anche quando è fatta per gli altri e per la Chiesa, perde la sua dimensione ecclesiale.

Non dobbiamo dimenticare che in un mondo che ci permette rapidi spostamenti e grandi raduni – ma spesso rende difficili i rapporti interpersonali veri – l'individuo può scaricare sulla preghiera una quantità di bisogni e carenze inconsce che portano alla sua privatizzazione, sia individuale, sia di gruppo.

È bene che tutti, fedeli e pastori, c’impegniamo a riscoprire continuamente la ricchezza della liturgia. 

E da poco inizierà il nuovo anno liturgico: potrebbe essere una buona occasione per ricominciare una seria "esplorazione" della liturgia. 

□  –  MESSA,  PRECETTO DOMENICALE 

«La Madonna, nelle sue varie apparizioni, ci richiama sempre ai nostri doveri. In particolare, apparendo a Salette, ha insistito sull'obbligo della partecipazione alla Messa domenicale. Le chiedo se questo, che noi conoscevamo come uno dei cinque precetti della Chiesa, esiste ancora. Vivo tra persone che tralasciano la Messa con leggerezza, e non hanno più coscienza di mancare ad un preciso dovere del cristiano». 

* È  comando divino celebrare la santa Messa: «Fate questo in memoria di me!» (Lc 22,19b). Di fatto, poi, la determinazione del tempo e delle circostanze di tale celebrazione appartiene alla legge della Chiesa.

1 – L'uso di celebrare la Messa la domenica – e quindi di parteciparvi – risale alla Chiesa apostolica: «Il primo giorno della settimana [la domenica], ci eravamo riuniti a spezzare il pane... » (At 20,7). Tale uso è pre-sentato come pratica abitualmente seguita in tutte le comunità cristiane, già dai tempi di papa Clemente I, vescovo in Roma sul finire del primo secolo (88-97).

Ma la partecipazione dei fedeli alla Messa domenicale ha quasi subito costituito problema, visto che nella predicazione dei Padri della Chiesa si riscontrano lamentele e rimproveri per l'assenza di molti cristiani dalla celebrazione della domenica. Così i Concili iniziarono assai presto a parlare di «dovere» di ascoltare la Mes-sa nel giorno del Signore. Basti ricordare i Concili di Elvira (300- 303), di Sardi (343), di Laodicea (380).

Dal secolo IX in poi; si parla di precetto di «ascoltare» la Messa festiva, sotto pena di peccato grave in senso specifico. Ora, noi sappiamo che il precetto esplicita soltanto – per porlo in primo piano alla coscienza – quello che ogni cristiano non può non riconoscere come suo dovere primario: accettare e fare proprio, in comunione con i fratelli, l'atto di culto che Cristo ha offerto al Padre col sacrificio di se stesso.

Il Codice di diritto canonico si pone evidentemente su tale linea, chiarendo così quanto dev'essere prima-rio nel cuore del cristiano il: «Ricordati di santificare la festa» (3° Comandamento!). In concreto, si ricorda al cristiano che la domenica dev’essere vissuta come il «giorno festivo primordiale». 

* 2 – Concretamente: in che cosa consiste il precetto festivo? Risponde il can. 1247: 

– Ogni fedele è tenuto a partecipare alla s. Messa; 

– Ci si deve, inoltre, astenersi dalle attività che, in qualche modo, possano impedire di rendere culto a Dio, di vivere la letizia caratteristica del Giorno del Signore, di riposare e di ricrearsi nella mente e nel corpo.

– Infine, il can. 1248 dichiara che la s. Messa è valida per il precetto in qualunque rito cattolico sia celebrata [il turismo e l'emigrazione possono mettere a contatto con riti cattolici diversi dal proprio], purché nel tempo ch’è compreso tra il vespro della vigilia e l'intera giornata della festività. 

• Qualora mancasse il sacerdote, o un grave motivo impedisse di partecipare alla Cena del Signore, come ci si deve comportare? In questi casi ogni cattolico è vivamente invitato: 

– o a partecipare almeno alla Liturgia della Parola che, in mancanza di sacerdote, può e deve esser celebrata nella chiesa parrocchiale o in altro luogo adatto; 

– oppure, qualora questa liturgia non ci fosse, a dedicare un congruo spazio di tempo alla preghiera fatta personalmente – meglio, in famiglia –, oppure in una riunione di più famiglie. 

* In conclusione: resta senz'altro il precetto della Messa domenicale. Imperfetti come siamo, abbiamo tutti e sempre il bisogno del richiamo della legge. Ciò che risulta più urgente, per sacerdoti, catechisti, genitori, ecc., è formare i cristiani all'importanza della domenica. Esiste, cioè, un giorno preciso in cui tutti i cristiani sono chiamati a rivivere il mistero d'amore di Dio, li ha salvati. Per questo essi, in quel giorno s’incontrano col Signore che si fa presente in mezzo a loro, li introduce nel mistero di Cristo e santifica la vita d’ogni giorno.                

□  –  LAVORO – MESSA NON SERVE!

«Nell'ambiente dove lavoro si afferma spesso che andare a Messa non serve a niente. Se uno crede – dicono – è meglio che faccia opere buone, mentre «quelli che vanno a Messa sono peggio degli altri». 

Io non sono in grado di opporre grandi obiezioni: mi rendo conto di avere difetti e di non essere abbastanza coerente, ma mi preoccupa l'effetto che tali parole fanno sui giovani, che non solo le usano per non andare a Messa, ma anche per giustificare il loro comportamento: «Tanto – ripetono –-, la Chiesa dovrebbe guardare alle sue colpe e non predicare agli altri!». Come comportarsi; che cosa rispondere?»  

Purtroppo chi vuole avere ragione a tutti i costi difficilmente sa ascoltare e giudicare serenamente. Spesso dietro le accuse alla Chiesa e ai cristiani si celano problemi esistenziali e morali molto complessi. 

Nessuno ha la formula magica per sbrogliare e convincere, però qualcosa possiamo e dobbiamo tentare.

– Per prima cosa è bene migliorare la nostra preghiera ed approfondire con gli altri il senso della nostra partecipazione all'Eucaristia; nella preghiera chiediamo anche aiuto per essere più coerenti nella vita. 

– Evitiamo, poi, le polemiche sterili o i battibecchi su chi ha più meriti o difetti: cercando, per quanto ci è possibile, di portare l'attenzione sui valori che loro vorrebbero vederci incarnare meglio e sui problemi che si vogliono nascondere sotto le critiche. Con un po’ di buon senso non sarà difficile scoprire un richiamo a correggere certi limiti nostri, ma pure ad intavolare qualche ragionamento più pacato sul fatto che, forse, l'Eucaristia ci aiuta ad essere meno peggio di ciò che saremmo senza la “forza” che in Essa ci viene donata! Come a dire (passi l'esempio un po’ irriverente!): la gravità di certe malattie diminuisce con cure adeguate e ... col tempo si potrà anche guarire. Ma senza medicina che cosa accadrebbe?

Coraggio! San Pietro ci esorta a «rendere ragione della nostra speranza». Non è sempre facile, ma è possibile. Dio infatti non ci chiede mai cose impossibili e, quel che conta di più, ci è sempre vicino per aiutarci ed aiutare tutti, specialmente chi tentenna o è in difficoltà. Auguri di buon apostolato! 

□  –  MADONNE CHE PIANGONO

«Forse le sembrerà banale, ma non so come comportarmi quando si parla tra conoscenti ed amici delle statue di Maria che piangono”. Sinceramente sono un po' infastidita dallo spazio e dai commenti che vi dedicano i "media": proprio l'altro giorno, in treno, ho ascoltato un discorso tra studenti e mi è sembrata una discussione sul derby della squadra del cuore! Ma anche dei miei conoscenti, non praticanti, vogliono andare a vedere, “perché non si sa mai”, e si meravigliano per il fatto che io non mi "scaldi" troppo, io che vado a Messa. Ma perché tanto baccano, a che può giovare? Lei, che ne pensa?».  

Speriamo che Dio, che sa "sfruttare" tutto a fin di bene, riesca a raggiungere tanti cuori anche attraverso il "prurito" suscitato dai mezzi di comunicazione! Tuttavia alcune riflessioni si impongono.

La mania di fare colpo ha contagiato un po' tutti i mezzi di informazione; il bisogno atavico di "straordinario", che si accentua nei momenti di incertezza e confusione, è alimentato dalla mancanza di una solida formazione alla fede.

A prescindere dall'argomento, dovremmo, un po' tutti, non dare troppa corda a quest’uso della "notizia", che finisce per alterare sia i fatti sia la loro interpretazione. Eviteremo anche il rischio d’essere pilotati o "depistati" nei nostri interessi e riflessioni.

L'uomo porta in sé, che gli piaccia o no, un anelito religioso; ma la storia dimostra che, se non è ben gestito, può portare all'idolatria, allontanando dalla fede. L'incertezza (e in questo periodo ve n'è di vari tipi: morale, ideale, sociale, economica ...) e l'ignoranza (si pubblicano catechismi, ma si parla anche dell'urgenza di rie-evangelizzare) possono spingere acriticamente verso qualsiasi cosa che susciti un po' di clamore e di "fervore religioso".

Conscia di questi pericoli l'autorità ecclesiastica si è sempre mossa con i piedi di piombo! Essa deve pascere con prudenza e saggezza il popolo di Dio, e  – senza escludere la possibilità di manifestazioni straordinarie – ha nella Parola di Dio (sacra Scrittura e Tradizione) e nei Sacramenti mezzi più che sufficienti per illuminare e confortare il cammino d’ogni persona e del popolo tutto.

Maria, nei Vangeli, è presentata molto parca di parole e molto riservata nella manifestazione dei suoi sentimenti. Luca, che più degli altri Evangelisti insiste sulla figura di Maria, la presenta raccolta e pensosa: non capisce subito ciò che sta succedendo, ma lo «conserva nel suo cuore». 

Anche nel momento della Passione del Figlio la sua presenza è discreta, silenziosa. Negli Atti degli Apostoli si dice di Lei, piena di grazia, che prega e attende lo Spirito con gli altri.

Questa è Parola rivelata. Ancoriamoci ad essa ed aiutiamo gli altri ad amarla e custodirla: certamente così  faremo cosa gradita a Maria e concederemo meno al nostro bisogno di emozioni, che – detto per inciso – offre buon gioco alle fantasie e persino al demonio, il “menzognero” per eccellenza, secondo la sacra Scrittura.


MESSA – Devi andarci tu!

Un uomo aveva l’abitudine di dire ogni  domenica mattina a sua moglie: 

«Va’ in chiesa tu, e prega per tutti e due».

Agli amici diceva: «Non c’è bisogno che io vada in chiesa: c’è mia moglie che va per tutti e due»!.

Una notte quell’uomo fece un sogno. 

Si trovava con sua moglie davanti alla porta del Paradiso e aspettava per entrare.

Lentamente la porta si aprì e udì una voce che diceva a sua moglie: 

«Tu puoi entrare per tutti e due!". La donna entrò e la porta si richiuse. 

L’uomo ci rimase così male che si svegliò.

La più sorpresa fu sua moglie, la domenica dopo, quando all’ora della Messa si trovò accanto il marito che le disse: «Oggi vengo in chiesa con te!».

Ricordati di santificare le feste…

Pane condiviso-Eucarestia

Quando l'anziano dottore morì, giunsero i suoi tre figli per sistemare l'eredità: i pesanti vecchi mobili, i preziosi quadri e i molti libri. 

In una finissima vetrinetta il padre aveva conservato i pezzi della sua memoria: bicchieri delicati, antiche porcellane, pensieri di viaggio e tante altre cose ancora. 

Nel ripiano più basso, in fondo all'angolo, fu trovato un oggetto strano: sembrava una zolletta dura e grigia. 

Come fu portata alla luce, si bloccarono tutti: era un antichissimo pezzo di pane rinsecchito dal tempo. Come era finito in mezzo a tutte quelle cose preziose? 

La donna che si occupava della casa raccontò: 

– Negli anni della fame, alla fine della grande guerra, il dottore s’era ammalato gravemente e per lo sfinimento le energie lo stavano lasciando. 

Un suo collega medico aveva borbottato che sarebbe stato necessario procurare del cibo. Ma dove poterlo trovare in quel tempo? 

Un amico del dottore portò un pezzo di pane sostanzioso cucinato in casa, che lui aveva ricevuto in dono. 

Nel tenerlo tra le mani, al dottore ammalato vennero le lacrime agli occhi. 

E quando l'amico se ne fu andato, non volle mangiarlo, bensì donarlo alla famiglia della casa vicina, la cui figlia era ammalata. «La giovane vita ha più bisogno di guarire, di questo vecchio uomo», pensò il dottore. 

La mamma della ragazza ammalata portò il pezzo di pane donatole dal dottore alla donna profuga di guerra che alloggiava in soffitta e che era totalmente una straniera nel paese. 

Questa donna straniera portò il pezzo di pane a sua figlia, che viveva nascosta con due bambini in uno scantinato per la paura d’essere arrestata. 

La figlia si ricordò del dottore che aveva curato gratis i suoi due figli e che ora giaceva ammalato e sfinito. 

Il dottore ricevette il pezzo di pane e subito lo riconobbe . Si commosse profondamente. 

«Se questo pane c'è ancora, se gli uomini hanno saputo condividere tra loro l'ultimo pezzo di pane, non mi devo preoccupare per la sorte di tutti noi», rifletté il dottore. 

«Questo pezzo di pane ha saziato molta gente, senza che venisse mangiato. È un pane santo!». 

Chi lo sa quante volte l'anziano dottore avrà più tardi guardato quel pezzo di pane, contemplandolo e ricevendo da esso forza e speranza specialmente nei giorni più duri e difficili!. 

I figli del dottore sentirono che in quel vecchio pezzo di pane il loro papà era come più vicino, più presente, che in tutti i costosi mobili e i tesori ammucchiati in quella casa. 

Tennero quel pezzo di pane, quella vera preziosa eredità tra le mani come il mistero più pieno della forza della vita. 

Lo condivisero come memoria del loro padre e dono di chi, una volta, per primo, lo aveva spezzato per amore

«Prendete, mangiate: questo è il mio corpo!» (Mt 26,26)

Ricordati di santificare le feste...



sabato 21 marzo 2026

IL TRENO di Padre MAURO ARMANINO

                                                         Il treno


Ero appena tornato dalla frontiera di Ventimiglia, in treno. Due giorni dopo dopo sugli stessi binari camminava un giovane che cercava di passare la frontiera nella galleria in località Balzi Rossi. Si tratta di una parete rocciosa attraversata da caverne dove sono stati scoperti reperti risalenti al paleolitico superiore. Tra questi una ventina di sepolture umane alcune delle quali riferibili a individui del tipo Cro-Magnon, uomo di Grimaldi. Il corpo irriconoscibile di Meher Naffouti, ragazzo tunisino di 25 anni è stato trovato il sabato mattina 14 marzo scorso sui binari presso il confine di Stato di Ponte San Ludovico. Un corpo che è stato difficilmente riconosciuto da indizi che la stessa famiglia ha potuto confermare. Ero appena tornato da quella zona con un nodo di tristezza negli occhi di cui, solo adesso, ho colto appieno la premonizione. Un binario che conduce all’ultimo viaggio.


E' stato il macchinista di un treno francese in ingresso in Italia a vedere il corpo sui binari verso le 10 di mattina. Meher, nato il 22 agosto 1999 a La Marsa, in Tunisia dove vive la sua famiglia, era già stato in Olanda. Aveva poi vissuto in Germania per qualche anno e desiderava stabilirsi definitivamente in Francia. Il destino lo aveva portato in Italia da dove si accingeva ad uscire, camminando come un acrobata di utopie, sui binari del treno che solca il confine di Stato. Come tanti altri migranti, almeno una cinquantina dal 2025, ha perso la vita lungo la ferrovia che avrebbe potuto portarlo dove sognava di vivere. Pensava che attraversando il confine sui binari non avrebbe trovato posti di controllo della polizia francese. Dalle testimonianze raccolte si parla di lui come di ‘una persona gentile, disponibile e che condivideva tutto ciò che aveva...amava le motociclette’, ricordano gli amici.

Gli stessi amici non riescono a spiegarsi come sia potuto accadere. Raccontano di un ragazzo prudente, attento, lontano da comportamenti rischiosi. «Non aveva né documenti né soldi – dichiarano – Forse è per quello che ha provato a oltrepassare il confine a piedi». Lo ha fatto lungo i binari, al buio. Impossibile per il macchinista accorgersi di quel giovane che camminava da solo sui binari. E’ morto con addosso il giubbotto che amava, lo stesso piumino nero che indossa nella foto sorridente scattata dai suoi amici. Poche ore prima della morte, la sera prima alle 23, Meher aveva comunicato il suo piano ad amici in Germania. Aveva espresso con semplicità il suo piano di raggiungere la Francia, Paese in cui desiderava continuare il suo futuro. Dalla Germania era stato trasferito in Svizzera e poi in Italia.

I treni portano lontano e transitano frontiere. Ci sono i binari che li guidano su rotte stabilite per meglio viaggiare, comunicare, spostarsi, viaggiare altrove. Ci sono treni che non portano da nessuna parte anche se lussuosi e magari con l’obbligo di prenotazione. Proprio su uno di questi treni, consapevolmente o meno, ci troviamo. Morire a 26 anni sui binari di treno che attraversa il confine, allungando la lista dei morti sulle frontiere dell’Europa è una grave sconfitta. Almeno 655 persone sono morte o disperse nei primi due mesi dell’anno nel Mediterraneo, il doppio rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso. 


Il nome Meher ha origini persiane e significa amore, amicizia ed è spesso associato alla luce del sole. Proprio quello che una galleria del treno che passa sui binari ha cercato di spegnere. Ora, giusto alla frontiera, c’è solo una stella in più, accanto ad una croce. 

                     Mauro Armanino, Genova, marzo 2025


giovedì 19 marzo 2026

Inizia la tredicina per SantìAntonio da Padova






 

Morto sui binari a Ventimiglia, identificato dalla Polfer il giovane straniero - notizia ricevuta da Padre Mauro Armanino

Morto sui binari a Ventimiglia, identificato dalla Polfer il giovane straniero     


17 marzo 2026 | 18:31

Si chiamava Meher Naffouti e aveva 25 anni. Il ricordo degli amici: «Era un ragazzo generoso, sognava una vita in Francia»

Ventimiglia. Sognava di vivere in Francia ed è morto per raggiungerla, Meher Naffouti: il ragazzo tunisino di 25 anni il cui corpo è stato trovato sabato mattina lungo i binari della linea ferroviaria che collega Ventimiglia a Mentone, in località Balzi Rossi.

Il giovane, che per un lungo periodo aveva vissuto in Germani, era nato il 22 agosto 1999 a La Marsa, in Tunisia, dove vivono i suoi familiari. «Era una persona molto gentile, sempre disponibile per tutti; condivideva tutto ciò che aveva. Amava le motociclette e desiderava stabilirsi definitivamente in Francia», lo ricordano gli amici.

A dare un nome a quel corpo straziato dall’impatto con un treno, sono stati gli agenti della Polizia Ferroviaria, diretti dall’ispettore della Polizia di Stato Roberto Scionti. Dietro all’identificazione, tutt’altro che semplice, c’è stato un lavoro lungo e delicato, condotto con professionalità e umanità dagli agenti della Polfer. Il giovane, infatti, non aveva con sé alcun documento: una circostanza che ha reso necessario avviare accertamenti complessi, estesi anche oltre i confini nazionali. Le verifiche hanno coinvolto più Paesi, incrociando informazioni e contatti fino a risalire alla sua identità e, soprattutto, alla sua famiglia in Tunisia, che è stata infine rintracciata.

Un impegno investigativo che non si è limitato agli aspetti tecnici, ma che ha avuto anche una forte componente umana: restituire un nome a quel corpo e dare una risposta ai familiari del giovane.

Nelle ore precedenti alla tragedia, Meher si era messo in contatto con gli amici in Germania. Erano circa le 23 della sera prima del ritrovamento del corpo, e aveva detto loro chiaramente quale fosse il suo obiettivo: raggiungere la Francia, il Paese in cui desiderava costruire il proprio futuro. Dopo la Germania, invece, era stato trasferito in Svizzera, ma il suo desiderio era rimasto sempre lo stesso: arrivare in Francia e stabilirsi lì definitivamente.

Gli amici, sconvolti dalla notizia, non riescono a spiegarsi come sia potuto accadere. Raccontano di un ragazzo prudente, attento, lontano da comportamenti rischiosi. «Non aveva né documenti né soldi – dichiarano – Forse è per quello che ha provato a oltrepassare il confine a piedi». Lo ha fatto lungo i binari, al buio: impossibile per il macchinista accorgersi di quel ragazzo che camminava da solo sui binari. E’ morto con addosso il giubbotto che amava: lo stesso piumino nero che indossa nella foto sorridente scattata dai suoi amici.   

Ricevo questo articolo da Padre Mauro Armanino, e racconta quanto succede ai giovani che cercano aiuto in Europa, ma che corrono forti rischi. Preghiamo per la sua anima. 


martedì 17 marzo 2026

Le frontiere delle frontiere come un’apocalisse di Padre MAURO ARMANINO

     Le frontiere delle frontiere come un’apocalisse

Dipendono dall’abito che si porta perché esso, malgrado tutto, fa il monaco. Dipendono ancora e soprattutto dal colore della pelle e i tratti somatici. Dipendono dai documenti che si possiedono o da quelli abbandonati nel viaggio. Dipendono dalle circostanze favorevoli o meno del destino. Dipendono da dove ci si  trova e in quale momento, giusto o sbagliato. Dipende dalla classe sociale alla quale si presume si appartenga. Dipende dalla direzione del viaggio. Dipendono, molto banalmente, dall’attenzione e la buona volontà di chi si trova a decidere. Dipende dalla differenza, sempre labile,  tra i meritevoli di fiducia e gli impraticabili. Dipende, infine, dai nuovi strumenti di controllo, programmati per eludere la coscienza umana. Le frontiere delle frontiere sono senza nome.

Sono, le frontiere, uno degli specchi del nostro tempo. Come le migrazioni, le carceri, gli ospedali, le case di riposo e i gabinetti pubblici. Si tratta di autentiche ‘apocalissi’ perché rivelano i nostri volti reali troppo spesso resi irriconoscibili dal costoso e sofisticato uso di cosmetici. Dimmi chi escludi e ti dirò chi sei. Le apocalissi quotidiane ci mostrano, in tutta evidenza, il volto che abbiamo quando ci troviamo sulle frontiere o le creiamo di sana pianta. Ho capito cosa sono grazie ad alcune esperienze particolari, genuine epifanie. La prima in Croazia, nella zona in quel momento contesa con la Serbia chiamata Kraijna, nel recente passato repubblica autonoma. Accompagnati per una visita nel quadro di un’operazione di pace di nome ‘Colomba’ , abbiamo raggiunto un prato immenso. Sul fondo si vedeva una povera costruzione militare camuffata con rami. Ecco i nemici Serbi, ci disse con enfasi il comandante croato. Nessuna frontiera, limite, barriera, fiume, collina, montagna, muro, filo spianato apparivano. Nulla, se non l’erba appena spuntata di primavera per entrambi i soldati. Le frontiere delle frontiere sono creazioni mentali. 


L’altra apocalisse accadde a Ceuta, enclave spagnola nel territorio del Marocco. A causa di una manifestazione di migranti in città che aveva degenerato, c’era stato l’intervento assai ‘deciso’ della Guardia Civil spagnola. Molti migranti erano stati confinati nella foresta adiacente alla città e al sicuro dietro griglie metalliche come fossero animali da cui proteggersi. Per la prima volta potevo osservare come il confine si materializzava attraverso una recinzione nata per ben altri usi. Le frontiere delle frontiere sono simili a una rete metallica.

Avrei ascoltato, durante il mio soggiorno nel Sahel, l’esperienza di centinaia di migranti i cui anni di vita sono fuggiti. Cercavano di attraversare le frontiere costituite da fili spinati, kilometri di sabbia e di acqua salata dalle lacrime di migliaia di affogati o sepolti nella sabbia. La frontiere si trasformano e si armano per assomigliare a cimiteri informali. Passare, infine, qualche giorno alla frontiera di Ventimiglia, uno dei confini di stato tra Francia e Italia aggiunge un tassello alle apocalissi citate. Ci sono sentieri in montagna, uno di essi chiamato ‘della morte’ e le bandiere del due Paesi dell’Unione Europea. Gendarmi e polizia sembrano collaborare per rendere questa invisibile frontiera il meno sospettabile possibile. Gli espulsi dalla Repubblica francese tornano in città col bus oppure portati da volenterose organizzazioni umanitarie. Riproveranno domani oppure quando gli umori saranno meno ostili. Oppure andranno in un giorno qualunque di pioggia perché, forse, i controlli saranno più labili. Un drammatico gioco tra gatto e topo o, per attualizzare, tra guardie e ladri nel quale non si capisce più chi è l’uno o l’altro. Le frontiere delle frontiere non sono che una farsa che diventa poi tragedia. Così ricordava Karl Marx parlando della storia umana quando si ripete.


Dipendono dal luogo dove si nasce. Dipendono dal mestiere che si fa. Dipendono dai soldi che si possiedono e che, in definitiva ci possiedono. Dipendono dalle politiche del momento e dai rapporti di forza. Dipendono dagli interessi elettorali, compatibili o meno con l’aria del tempo. Dipendono dalla parte della storia in cui ci sia trova. Dipendono dal tipo di Dio o di dei che prendiamo in ostaggio. Dipendono da come interpretiamo la vita e il nostro terreno ed effimero transito. Dipendono da cosa sogniamo e dal tipo di mondo che vorremmo abitare. Dipendono da ciò che ricordiamo oppure desideriamo dimenticare. Dipendono se pensiamo che, dall’altra parte, c’è qualcosa o qualcuno. 

    


Dipendono, in ultimo, dall’originaria ferita come indelebile segno di finitezza di cui siamo i portatori. Le frontiere delle frontiere si trasfigureranno solo allora in apocalissi coi colori dell’arcobaleno. 


Mauro Armanino, in treno da Ventimiglia, marzo 2026




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