AFORISMA

Meglio aggiungere vita ai giorni, che non giorni alla vita
(Rita Levi Montalcini)

Nostra Signora del Carmelo

Nostra Signora del Carmelo
colei che ci ha donato lo scapolare

lunedì 15 giugno 2026

Attenzione. Area sottoposta a video-sorveglianza . di Padre MAURO ARMANINO

 



Attenzione. Area sottoposta a video-sorveglianza

...’Quando una rete di quasi 3.000 telecamere contribuisce allo sviluppo di sistemi di AI, il dibattito deve diventare una questione pubblica affinché la cittadinanza possa sapere quali dati vengono raccolti, come vengono utilizzati e, soprattutto, chi ne trae beneficio.

È questo il confronto che oggi manca a Genova’...Chi condivide questa preoccupazione è Carlo A. Bachschmidt, nato a Genova, architetto e documentarista. Certo il fenomeno non è nuovo. Siamo stati gradualmente addomesticati alla presenza amica, confortante, rassicurante e protettiva delle aree sottoposte a video-sorveglianza. Sono tornato l’anno scorso dal Niger. Disegnato nel Sahel, ricco della sua diversità e insieme occupato, in ampie zone, dalla guerra tra gruppi armati e militari governativi. Per anni la parola ‘sicurezza’ è ripetuta come un ‘mantra’ nell’immaginario collettivo


Sia i gruppi armati che i governativi possiedono droni e altri sistemi di controllo. Quanto alle telecamere, quando c’era la corrente funzionavano regolarmente nelle banche e nei grandi hotel della capitale Niamey. Il treno in città non è mai partito. Il trasporto pubblico è affidato a migliaia di taxi che danno il sostentamento a una vasta porzione di famiglie. Buone ricadute anche per i meccanici auto per le riparazioni dei mezzi che, spesso, sono auto dismesse dall’Europa. Il controllo dei cittadini era affidato, come qui una volta, ai vicini di casa. Oppure a gente prezzolata dal governo per raccogliere informazioni su comportamenti o idee non compatibili col potere del momento. Una sorpresa, dunque, tornando al Paese di origine, rilevare la pervasività e capillarità delle aree sottoposte al video-controllo. Stazioni, treni, bus, strade, banche, scuole, edifici, uffici e chiese.

Naturalmente tutto si giustifica con il tema trasversale, ineccepibile, agognato e, in fondo atteso, della ‘nostra’ sicurezza. Nei treni e nei bus che solcano, con alterne fortune, le città e i comuni più importanti, ritorna, tra una fermata e l’altra, il ricordo della presenza di telecamere. Esse sono naturalmente istallate per la sicurezza del personale e dei viaggiatori. C’è stata un’epoca nella quale Dio era rappresentato con un grande occhio a forma di triangolo e l’allusione, poco velata, al fatto che tutto, ma proprio tutto, cadeva sotto il suo sguardo. Da bambini questa immagina lascia tracce di sospetto, come se tutto fosse potenzialmente da inquisire. Naturalmente poi, nel quotidiano, ci si dimenticava del ‘grande occhio’ e si combinava ciò che meglio ci pareva. Gradualmente e inesorabilmente è tutta l’architettura sociale, fondata sull’economia come religione che l’ha sostituito.

Con la scusa della sicurezza e dunque del ‘bene’ del cittadino, la sorveglianza generalizzata è al servizio del controllo politico, economico e simbolico dei cittadini. Anche perché, da tempo, non è evidente che i politici siano contaminati dalla ricerca del bene comune. Sono fondamentalmente scelti per amministrare i privilegi di coloro che già hanno il potere e organizzarne la sicurezza. Sappiamo bene che, anche nelle aree controllate, solo vediamo ciò che vogliamo vedere. Ciò che accade nel Mediterraneo, sulla rotta balcanica, a Ventimiglia, Trieste, Castelvolturno, Pachino e la Capitanata, risulta del tutto invisibile. Anche il recente rogo mortale di Amendolara, dovutamente registrato da videocamere, arriva dall’invisibilità e finisce nel nulla di fatto. Finché gli stessi cittadini gradiranno di essere tifosi della ‘schiavitù volontaria’ di cui parla Etienne de la Boétie, il sistema di normalizzazione andrà a gonfie vele

 ‘...I farisei che erano con lui udirono queste parole e gli domandarono: ‘per caso siamo ciechi anche noi’? Gesù rispose: ’se foste ciechi non avreste colpa; invece dite ‘Noi vediamo’. (Giovanni 9, 41).

            Mauro Armanino, Genova, giugno 2026 


domenica 14 giugno 2026

VISITANDO PARTE DELLA VAL D'AOSTA GRAZIE AI RACCONTI E FOTO DI ALESSANDRA GIUSTI

Carissima Dani, 

Tanto per distrarci un po' dai pensieri, ti invio delle fotografie della visita guidata del FAI ad Antagnod (1.700 m.) e Lignod (1.600 m.), villaggi della parte alta della Valle d'Ayas, vicino a Champoluc.

La Chiesa di San Martino di Tours ad Antagnod (Valle d'Aosta) ha origini antiche. La parte inferiore del muro perimetrale risale alla seconda metà del XV secolo. Nei secoli subì varie trasformazioni, fino a quella attuale, frutto di una completa ristrutturazione nella seconda metà del XIX secolo, con la creazione di tre navate e colonne in pietra locale. L'altare maggiore è considerato l'esempio più importante e prezioso di arte barocca di tutta la Valle d'Aosta. Realizzato in legno intagliato, dipinto e dorato, fu consacrato nel 1716 e si sviluppa su tre fasce. La sua parte più antica (fascia intermedia) risale al XVII secolo e custodisce cinque statue del XV e XVI secolo


La Cappella di Lignod, da poco restaurata, è dedicata a San Giovanni Battista ed è particolare per la facciata che raffigura il Giudizio Universale, dipinto nella seconda metà dell'Ottocento, a sostituzione di una decorazione precedente con il medesimo soggetto. Sono evidenti i richiami michelangioleschi; comprende il Paradiso popolato da figure di Santi, esponenti del clero, un guerriero e gente del popolo, il Purgatorio e la caverna dell’Inferno. Le origini della cappella di Lignod sono molto antiche, come attestano le campane, l'una decorata con l'immagine di Maria e la data 1448 e l'altra del XVI secolo. A un primo rinnovamento a metà Seicento, seguirono i lavori di ampliamento condotti un secolo più tardi.


Il quattrocentesco rascard di Lignod è un esempio di costruzione rurale tipica della Valle d'Aosta ed è molto ben conservato. La famiglia viveva nella parte in muratura, mentre la parte superiore, lignea, serviva come fienile e anche come deposito granaglie. Per evitare che i topi "banchettassero", la struttura in legno era appoggiata su "funghi" il cui gambo era in legno e il cappello del "fungo" in pietra. In questo modo, pur arrampicandosi i topi fino al cappello del "fungo" stesso, non riuscivano poi a salire oltre.


Cara Dani, finalmente sono riuscita a scriverti qualcosa in più del solito, non mi sembra vera tutta questa libertà! Ora ritorno con rinnovata energia al "travaglio usato".

Buon fine settimana!

Alessandra

Carissima Alessandra, ti ringrazio per le bellissime foto e i relativi racconti dei luoghi che hai visitato e che io difficilmente potrò vedere di persona, quindi sei davvero speciale, condividendo con me  le tue esperienze. 
Ti abbraccio con tutto il cuore
Dani tua

sabato 13 giugno 2026

OGGI FESTA DI SANT'ANTONIO DI PADOVA 13 giugno 2025 e auguri a tutti coloro che si chiamano Antonio, Antonia, Antonietta ecc.

 Qualche foto dal sito padovano dei Frati Francescani - Antoniani

Chi desidera seguire può collegarmi a questo sito su FB

 https://www.facebook.com/search/top?q=sant%27antonio%20di%20padova%20-%20i%20frati%20della%20basilica




Padre Giancarlo Zamengo, direttore del Messaggero di Sant'Antonio, benedice il pane!


La basilica di Padova dedicata a Sant'ANTONIO

                            
          Padre Giancarlo tocca la tomba del Santo


Lettera di Padre Giancarlo ricevuta alla fine dei festeggiamenti a Padova, nel giorno di Sant'Antonio. 

Ciao DANILA,

è con il cuore colmo di gioia e di gratitudine che desidero condividere con te le emozioni che ho vissuto in questa giornata così speciale e voglio ringraziarti di vero cuore per la tua presenza alla Festa di sant'Antonio!

Mi ha commosso nel profondo toccare con mano il legame così forte che unisce il nostro amato Santo a migliaia di devoti e amici in ogni angolo del mondo. Tutti insieme, ci siamo rivolti a sant'Antonio con immensa fiducia e speranza. È stato come stringersi in un grande abbraccio attorno al Santo, nostro compagno di viaggio e fratello.

Ho portato davanti alla sua Tomba le migliaia di preghiere che ho raccolto sia con le vostre lettere sia attraverso i social.

 A nome dei frati della Basilica di Padova, desidero esprimerti il mio grazie più sincero per aver partecipato alla Festa, sia in presenza che online. La tua partecipazione ci ha fatto sentire, ancora una volta, una sola Grande Famiglia unita nella fede, nella preghiera e nel cammino della vita.

 Prego affinché il Signore, per intercessione del nostro Santo, possa benedirti e proteggere te e i tuoi cari, sempre!

Ti invio un abbraccio fraterno, e ti ringrazio ancora per aver condiviso con noi questa meravigliosa giornata.

venerdì 12 giugno 2026

IO SONO LA GUERRA. PAROLA DI RIFUGIATA di Padre MAURO ARMANINO

Io sono la guerra. Parola di rifugiata


A Niamey, capitale del Niger, l’avevamo battezzato ‘ Gruppo del 20 giugno’. Data e nome non erano casuali. Ricordavano ai rifugiati e ai governanti che il 20 giugno era l’anniversario della Convenzione sui rifugiati adottata dall’ONU nel 1951. Si tratta di un accordo destinato a proteggere i diritti delle persone rifugiate e di coloro che sono costretti a fuggire, talvolta per tutta la vita. Proteggere è un verbo denso di ricadute per i profughi. Esso implica la garanzia che ogni persona rifugiata sia trattata con dignità, che i suoi diritti siano rispettati e che riceva il sostegno necessario per ricostruire la propria vita. Dunque trovare un senso di appartenenza in una nuova comunità.

La protezione non è qualcosa che una sola persona o organizzazione può garantire da sola. Si costruisce attraverso le azioni quotidiane, le relazioni e le comunità che scelgono la solidarietà e la giustizia invece che la distrazione, il sospetto o la paura. Essa include:

essere trattati con dignità e avere accesso ai diritti, alla giustizia e alla documentazione legale

vivere in una «casa sicura»

avere accesso all’assistenza sanitaria, all’istruzione e ai servizi essenziali

opportunità di lavorare e mantenere sé stessi e la propria famiglia

appartenere e partecipare a una comunità in cui le persone sono accolte, sostenute e valorizzate

vivere liberi dalla violenza, dalla paura e da condizioni di grave difficoltà, con la possibilità di costruire un futuro con speranza.

                                 Io sono la guerra

Ricordo bene la mattina quando, con la complicità di una ONG locale, stavamo filmando alcune delle testimonianze del gruppo ’20 Giugno’ a Niamey. C’erano rifugiati originari della Repubblica Democratica del Congo, del Centrafrica, del Camerun, della Costa d’Avorio e del Rwanda. In ognuno di questi Paesi il dramma della guerra ha provocato la fuga di migliaia e talvolta milioni di persone. Per vie traverse, per il destino o per scelta alcune decine di loro sono sbarcate nel Niger, Paese cerniera tra l’Africa del nord e l’Africa sub-sahariana.

Durante la registrazione ‘Cisca’ ha gridato con le lacrime agli occhi ...’Io sono la guerra, io sono la guerra’! In tre parole voleva esprimere che la sua stessa presenza, in quel momento, in quel luogo, era l’espressione, il risultato della guerra che l’aveva sorpresa nel suo Paese, la RDC! La sua vita, da anni ormai, era una parabola, un riassunto, un simbolo o, se vogliamo, un sacramento, di ciò che una guerra può produrre nella storia di una donna. Rapita da un gruppo armato, seviziata per giorni e poi abbandonata come morta sul ciglio della strada. Questa era la ‘sua’ guerra, lei ERA la guerra incarnata.

Non potrò più dimenticare il volto, il grido e la sua storia. Metafora di tante altre ascoltate ancora prima di tornare, l’anno scorso. Intere famiglie scappate dall’interminabile guerra nel Sudan e decine di giovani fuggiti dalla Somalia, alcuni dall’Eritrea, altri dall’Etiopia fino a Gabriel, originario della Libia. Con quest’ultimo, costretto ad abbandonare il suo Paese perché convertitosi al cristianesimo, teme di tornare a una casa che non esiste più. Uccisa la sua famiglia, lui minacciato e torturato, ha trovato salvezza e protezione nel Niger, Paese nella quasi totalità musulmano.


Gabriel


amici ivoriani con Padre Mauro


Ecco il testo originale del messaggio ricevuto via mail qualche giorno fa... 

Good morning, Dad. I hope you're well. I wanted to tell you that yesterday I had an interview at the UNHCR office. They told me that Libyans aren't eligible for asylum, so I'm sending you this message. I just wanted to ask you if I should go to another country or stay here in Niger, as I told you, still strong. May God bless you….

…’Ieri ho avuto un colloquio nell’ufficio dell’Alto Commissariato per i Rifugiati delle Nazioni Unite. Mi hanno detto che i cittadini libici non entrano nei parametri del sistema per l’asilo politico...ti domando allora che fare, rimanere qui nel Niger o andare in un altro Paese...Come ti ho scritto sono ancora forte. Che Dio ti benedica’.

                Mauro Armanino, Genova, giugno 2026

domenica 7 giugno 2026

IL CORPUS DOMINI DI AMENDALARA di Padre MAURO ARMANINO


        Il Corpus Domini di Amendolara

Da antica tradizione, nella la festa del Corpus Domini, c’è l’uso della processione con l’ostia contenuta in quello che si chiama testualmente ‘ Ostensorio’. Nome che deriva dal latino ‘ostendere’, e cioè mostrare. Conosciuto anche come ‘custodia’ è un recipiente utilizzato dalla liturgia cattolica per esporre l’ostia consacrata all’adorazione dei fedeli o per portarla in solenne processione. Fabbricato in metalli preziosi e minuziosamente decorato si compone di due parti. La parte centrale, con vetro e metallo che contiene l’ostia e una struttura a raggi che evoca il sole, simbolo della luce di Cristo per il mondo. Tutto quanto descritto si è declinato ad Amendola in Calabria, il primo giorno di questo mese.

Com’è tristemente noto si tratta della strage di 4 braccianti, bruciati vivi all’interno di un minivan, furgonetta concepita per il trasporto di passeggeri e munita di sedili movibili e portiere. I loro corpi sacrificati al profitto e messi nell’ostensorio, coi vetri scuri e i raggi di sole trasformati in fumo che saliva al cielo. Poi la processione di giornalisti, autorità, compagni di lavori e sindacalisti per tentare per celebrare l’ennesimo olocausto di una Repubblica pensata e voluta come fondata sul lavoro. Il Corpus Domini dovrebbe essere celebrato quest’anno ad Amendolara, in provincia di Cosenza. Oppure a Castelvolturno, nella Capitanata di Foggia o nella Fascia Trasformata di Pachino, in Sicilia.

Sono stati bruciati vivi, come Cristo sulla croce, lui di passione e loro per tradimento, impiegati nella raccolta delle fragole dai capoccia o ‘caporali’, come si suole chiamarli. Sono morti così Ullah Ismat Qiemi (19 anni), Safi Iayjad (27 anni), Amin Fazal Khogjani (28 anni) di nazionalità afghana, e Waseem Khan (29 anni), pakistano. Per la strage sono stati fermati due cittadini pakistani con l’accusa di omicidio volontario plurimo. Mohammad Taj Alamyar, 35enne afghano, unico sopravvissuto del gruppo è riuscito ad abbandonare il veicolo. Ha forzato l’uscita posteriore mentre uno dei presunti colpevoli cercava di chiuderla.


Il Corpo di Cristo, dice il celebrante al momento di deporre l’ostia sulla mano dei fedeli che partecipano e poi comunicano il mistero. Parla e depone il corpo e non un nome o una realtà generica. Il corpo, proprio quello che è stato prima generato, cresciuto, torturato e infine crocifisso. Esattamente come i corpi dei braccianti, bruciati vivi per l’olocausto quotidiano del lavoro in Italia e nel mondo. Il corpo di Jerry Essan Masslo, rifugiato fuggito dall’apartheid e assassinato in una masseria abbandonata di Villa Literno dove dormiva. O allora i corpi di 49 migranti nigerini cercatori d’oro, morti di sete nel deserto di ritorno a casa dal Mali.

I corpi dei migranti e dei rifugiati incontrati durante il soggiorno a Niamey. Quelli dei detenuti nel carcere di Marassi a Genova, visitati e conosciuti per anni di servizio, quelli di un certo numero di ragazze, prezzolati in Centro Storico della stessa città. I corpi dei bambini smarriti o dilaniati nelle guerre, vicine e lontane dagli schermi televisivi. Il Corpo di Cristo, afferma con gravità il celebrante o coloro che offrono la pallida ostia alla mano tesa dei fedeli durante la celebrazione. Quel Corpo sono tutti quei corpi e ognuno con un nome e una croce.


L’unico sopravvissuto al rogo di Amendolara è un bracciante afghano che viveva con le vittime, riuscito a fuggire rompendo a testate un finestrino e a scappare dal bagagliaio. Il lavoratore ha riferito che i boss li minacciavano con coltelli e pistole per farli lavorare senza pagarli. Loro, invece, hanno chiesto più volte di essere retribuiti per il lavoro nei campi di fragole. Il nome Amendolara deriva forse dal greco e significa il ‘Paese dei mandorli’. Le mandorle, primo frutto mediterraneo a fiorire, è un simbolo di vita e la sua forma ovale contiene spesso l’immagine del Cristo vincitore della morte. 


Per la festa del santo patrono nei quartieri del centro storico della città vengono accesi i ‘ fucarazzi’, falò, di cui quello con le fiamme più alte viene premiato.

                            

            Mauro Armanino, Genova, Corpus Domini, giugno 2026

                     CHIESA DI SANTA MARIA DI  Castello . Genova

                                Padre Mauro Armanino celebrante


martedì 2 giugno 2026

DALLE LETTERE DI ELENA ROCCA con i GIGLI del Convento dei Carmelitani di Legnano




DALLE LETTERE DI ELENA ROCCA


Oh il buon Gesù, se lo conoscessimo, quanto di più lo ameremmo! E' un abisso di amore, di tenerezza e di gioia. Tutte le perfezioni, in modo infinito, si racchiudono in questo amabile Cuore. Vorrei io pure amarlo infinitamente, come Lui ama noi.


Vorrei morire per amore, così dar tutto a Gesù; vorrei vivere per morire tutti i giorni, per dargli delle anime e così soddisfare all'ardente sua sete.

....................

Non bisogna avvilirsi sai, mai, mai, perché la nostra Mamma celeste desidera più di noi che siamo tutti del suo amabile Gesù; e non risparmia niente. E tu sai meglio di me quanto può la Madonna presso il Signore.

...................

II mio desiderio di far conoscere e amare Gesù cresce tutti i giorni. Vorrei che tutti fossero infiammati di amore per questo Bene infinito; che tutti i buoni si adoprassero per il vero bene delle anime.                  -


Desidero potermi offrire presto vittima a Gesù per il vero bene delle anime. Desidero potermi offrire presto vittima a Gesù per il bene dei sacerdoti che ne hanno bisogno grande; vorrei essere veramente buona a fatti per essere accetta al Cuore di Gesù.

  



Foto dei gigli del convento di Legnano dei Carmelitani Scalzi, inviatimi da Padre Nicola Galeno OCD

 

domenica 31 maggio 2026

SENTIERI INTERROTTI E PIETRE PARLANTI di PADRE MAURO ARMANINO

                      Sentieri interrotti e Pietre Parlanti



Mi trovavo alla presentazione del libro da parte del suo autore. Nel salone del Centro Banchi, adiacente a Piazza Caricamento di Genova, Roberto Cirelli commentava il suo recente libro. ‘Cronache di un Paese interrotto. Diario di un prof in Palestina’. Seguito per l’occasione da un buon numero di presenti, Roberto ha motivato la scelta della parola ‘Interrotto’. Questa parola, derivata dalla lingua latina, significa ‘sospeso, temporaneamente o definitivamente...incompiuto, non condotto a termine, non continuo, spezzato’. Ce n’è abbastanza per coltivare questa parola come metafora di ciò che stiamo esperimentando oggi. Interruzioni di strade per lavori in corso, di un programma televisivo, della vita di un Paese, del lavoro e di un sentiero. Anzi sono soprattutto i sentieri ad essere, forse malgrado loro, interrotti, spezzati, incompiuti, feriti, abbandonati, proprio come alcuni Paesi. Interrotti in piena crescita della loro storia, civiltà, cultura, passato e futuro. A volte per sempre.

Fin da bambino percorrendo i sentieri nei boschi dell’Appennino ligure e, in altra stagione della vita, quelli di montagna, rimanevo meravigliato del mistero in essi nascosto. Sentieri tracciati dai passi di innumerevoli camminatori che mi avevano preceduto e di cui profittavo la sinuosità. Cammini che si inerpicavano, scendevano, avvicinavano e allontanavano dalla vetta o dalla meta finale. Sentieri con ancora la traccia delle scarpe di chi era già transitato, segni di riconoscimento, bollini colorati a seconda della destinazione e talvolta i tempi di percorrenza. In tutto ciò non era importante solo la meta ma anche il percorso in sè, il sentiero, appunto. Tornando a casa ogni tanto dalle missioni in vari Paesi dell’Africa Occidentale, col correre degli anni, mi accorgevo che alcuni dei sentieri conosciuti e camminati erano nel frattempo spariti. Inghiottiti dal tracciato di nuove strade, da insediamenti di pregevole fattura e, in particolare, dall’incuria. Al posto dei sentieri trovavo rovi con alberi abbattuti.

La parola sentiero deriva dal francese ‘sentier’ che a sua volta si innesta sul latino ‘semita’ che significa sentiero. ‘Via a fondo naturale tracciata in luoghi montani e campestri, in boschi e prati, dal passaggio di persone e di animali’... Che alcuni sentieri si interrompano non è certamente una novità. C’è poco di nuovo sotto il sole, ricorda il saggio del libro dell’Ecclesiaste...’quello che è stato è quel che sarà...c’è forse qualcosa di cui si dica ’Guarda, questo è nuovo’. Quella cosa esisteva già nei secoli che l’hanno preceduta’. Sentieri erranti nella selva (o Sentieri interrotti) è una raccolta di saggi del filosofo di origine tedesca Martin Heidegger, nel 1950. Citiamo... ‘Holz è un’antica parola per dire bosco. Nel bosco [Holz] ci sono sentieri [Wege] che, sovente ricoperti di erbe, si interrompono improvvisamente nel fitto. Si chiamano Holzwege. Ognuno di essi procede per suo conto, ma nel medesimo bosco. L’uno sembra sovente l’altro: ma sembra soltanto. Legnaioli e guardaboschi li conoscono bene. Essi sanno che cosa significa ‘trovarsi su un sentiero che, interrompendosi, svia’.

 

‘Pietre Parlanti’ è un’associazione che si occupa della valorizzazione e riscoperta del territorio. Ha la sua sede nei pressi di Lavagna, frazione di Santa Giulia in provincia di Genova. Tra le finalità di ‘Pietre Parlanti’ si nota la mappatura, pulizia e mantenimento dei sentieri, lastricati di ardesia e circondati da muretti a secco. Questi ultimi riemergono spesso da una fitta vegetazione di rovi, dimenticati da anni. L’Associazione contribuisce inoltre a condurre ricerche storico-antropologiche degli usi, costumi e tradizioni del territorio rurale. ‘Pietre Parlanti’ ricorda che la bellezza del paesaggio è creata da mani che lavorano. Solo se le persone coltivano i terreni, scolpiscono declivi e colline che così diventano armonia di cultura e paesaggio. I sentieri interrotti e che ‘sviano’ nei Paesi, nelle città, nelle relazioni e dunque nella politica sono all’origine dei drammi del nostro come di altri tempi. Le Pietre possono riprendere a parlare a condizione che trovino gente disposta ad ascoltarle.

      Mauro Armanino, Casarza Ligure, maggio 2026


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Il Paradiso non può attendere: dobbiamo già cercare il nostro Cielo qui sulla terra! Questo blog tratterà di argomenti spirituali e testimonianze, con uno sguardo rivolto al Carmelo ed ai suoi Santi