AFORISMA

Meglio aggiungere vita ai giorni, che non giorni alla vita
(Rita Levi Montalcini)

Nostra Signora del Carmelo

Nostra Signora del Carmelo
colei che ci ha donato lo scapolare

domenica 26 aprile 2026

USURPATORI DI LIBERTA' di padre MAURO ARMANINO

               Usurpatori di libertà


Il tempo è galantuomo perché rimette le stagioni della storia al loro posto. Sono passati 81 anni dal giorno in cui è stata proclamata la liberazione dell’Italia dal ventennio di tirannia nazi-fascista. Ricordi e dimenticanze si avvicendano a seconda delle convenienze. Sappiamo bene che le memorie sono altamente selettive. E’ infatti con gli occhi del presente che si intercetta e ricostruisce il passato per tentare di governare il futuro. In tutto ciò nulla di nuovo, se vogliamo citare il buon George Orwell nel noto romanzo distopico ‘1984’... ‘Chi controlla il passato controlla il futuro. Chi controlla il presente controlla il passato’. In termini letterari Orwell descrive come la manipolazione della verità, della storia e della lingua servano a sostenere il potere assoluto.

Il tempo è galantuomo perché mi ha concesso di accompagnare l‘anniversario della liberazione dalla dittatura, nel mio Paese di origine. Non accadeva da anni poiché, in questo giorno, mi trovavo a vivere nel Sud del mondo con altre date e avvenimenti da celebrare. Il noto proverbio italiano sopracitato indica la possibilità, offerta dal tempo, di rivelare la verità, rendere giustizia e aprire un futuro liberato per tutti. Il quadro dell’avvenimento è stata la città di Genova, insignita della Medaglia d’Oro al Valor Militare per la Resistenza. Unico capoluogo italiano capace di liberarsi autonomamente dal dominio nazi-fascista il 25 aprile del 1945, prima dell’arrivo degli Alleati. L’insurrezione iniziò il 23 aprile e terminò con la resa del generale tedesco Gunther Meinhold. Unico caso di resa ai partigiani in Europa


Il tempo è galantuomo perché ci evidenzia le nostre quotidiane usurpazioni. Sappiamo che usurpare significa far proprio con la violenza o con la frode ciò che spetta legittimamente ad altri. Significa fregiarsi indegnamente di un titolo o ricoprire indegnamente un ufficio. Profittare di qualcosa che si è ottenuto senza effettivo merito. Anzitutto la dignità che abbiamo ereditato e tradito in questi ottant’anni di transito sedicente democratico. Secondo l'Articolo 3 della Costituzione italiana è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l'uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese. Abbiamo usurpato.

Il tempo è galantuomo perché rimette le bandiere, gli stendardi e i gonfaloni al loro vento. Colori, scritte, immagini e allusioni a patrie che indicano appartenenza, accomunanza di destini e, non raramente, l’orizzonte militarizzato. Non si dimenticano i morti perché sarebbe come ucciderli una seconda volta. Ci vorrebbe il silenzio del quale solo i cimiteri e il dolore dei padri e delle madri custodiscono il segreto. L'Articolo 11 della Costituzione Italiana sancisce il ripudio della guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali. Promuove la pace e la giustizia tra le nazioni, consentendo limitazioni di sovranità necessarie a organizzazioni internazionali. Usurpatori siamo della verità di questa opzione.


Il tempo è galantuomo perché offre spazi di giustizia, luoghi di redenzione e aperture a futuri differenti per tutti. Oggi è arrivato il giorno perché sapessi e visitassi ciò che venne chiamato il ‘sotterraneo dei tormenti’. Di ritorno dalla manifestazione festosa, partecipata e, in fondo funzionale al potere attuale, ho scoperto ciò che molti in città ancora ignorano. All’interno della ‘Casa dello Studente’ in Corso Aldo Gastaldi, primo partigiano d’Italia, esiste una zona che il regime nazi-fascista aveva adibito a celle e torture per i dissidenti. Per anni questa parte dell’edifico era stata murata onde farne dimenticare l’esistenza, l’orrore e, per compiacenza del politicamente corretto, le complicità. Come alla ‘Casa dello Studente’ si è ormai chiuso il tempo delle mistificazioni cosi si continui, altrove, quello delle insurrezioni con le sole mani nude da sventolare.


         Mauro Armanino, Genova, 25 aprile 2026



domenica 19 aprile 2026

ADDOMESTICARE LE FRONTIERE di Padre MAURO ARMANINO

                     Addomesticare le frontiere

Il Preambolo alla Costituzione dell’UNESCO ((United Nations Educational, Scientific and Cultural Organization) dichiara che ‘Poiché le guerre hanno origine nello spirito degli uomini è nello spirito degli uomini che si debbono innalzare le difese della pace’… e lo scopo dell’Organizzazione è di ‘contribuire alla pace e la sicurezza attraverso... l’educazione, la scienza e la cultura per un maggiore rispetto universale della giustizia, della legge, dei diritti umani e delle libertà fondamentali che sono affermate per tutti i popoli del mondo senza distinzione di razza, sesso, lingua o religione dalla Carta delle Nazioni Unite’.

Siamo nel novembre del 1945. Qualche giorno dopo la nascita ufficiale dell’Organizzazione delle Nazioni Unite, il 24 ottobre. L’anno successivo, il 4 novembre 1946, entrò in vigore la Costituzione dell’UNESCO, a seguito della ratifica di ulteriori 20 paesi.

                         Addomesticare 

 Nel preambolo citato provassimo a sostituire la parola ‘guerre’ con quella di ‘frontiere’ potremmo facilmente identificare da dove esse nascono e anche come ‘addomesticarle’.  Potremmo anche usare il suggestivo colloquio del Piccolo Principe di Antoine de Saint- Exupery:

... ‘No’, disse il piccolo principe. ‘ Cerco degli amici. Che cosa vuol dire addomesticare?’
‘ È una cosa da molto dimenticata. Vuol dire creare dei legami’…

‘ Creare dei legami?’. ‘Certo’, disse la volpe. Se tu mi addomestichi, noi avremo bisogno uno dell’altro. Tu sarai per me unico al mondo, e io sarò per te unica al mondo.’

Parafrasando si potrebbe osare dire che ... come le guerre così le frontiere hanno origine nello spirito degli umani ed è nello spirito che anch’esse potranno, un giorno, sperare di essere trasformate.

                                        La pelle

Forse lo dimentichiamo. Ma è proprio lei, la pelle, a costituire la frontiera primordiale tra noi e il mondo. Superficie naturale che ci definisce fin dalla concezione e si offre senza riserve come elemento che individualizza e unisce ogni essere vivente. La pelle come frontiera che apre al dialogo con se stessi, gli altri e il mondo. Una frontiera che, lo sappiamo bene, delimita ciò che siamo e ci presenta nella nostra accessibile vulnerabilità. Ci sono momenti nei quali la pelle appare come unico e ineludibile spazio che facilita l’incontro con l’altro. La pelle crea, appunto, legami a prescindere dal colore, la dolcezza o ruvidezza della pelle del vicino. Si tratterebbe allora di lasciarsi ‘‘addomesticare’ dall’incontro con il confinante di pelle che poi è quanto di più umano si potrebbe immaginare. Le frontiere allora, da fronte armato belligerante o sospetto sarebbe un affare da pelle a pelle. L’abbraccio ne rappresenterebbe la cifra più eloquente. Frontiere dunque a ‘fior di pelle’!

                                          Le parole

Le portiamo sulle labbra e prima ancora nello spirito. Quello che menziona il preambolo del documento citato dell’UNESCO nel quale la parola frontiere sostituisce quella di guerre. Le parole che raccontano il reale e così facendo l’interpretano. La realtà percepita a sua volta ricrea le parole. Esse cambiano col tempo, le situazioni, il contesto e gli occhi con cui si leggono o le mani con cui si scrivono. Sassi, reti metalliche, cani addestrati, sensori, ponti levatoi, campi di detenzione e ‘non luoghi’...tutto si trova dentro le parole quando si afferma ‘prima noi’. Si denunciano gli ‘untori’ che arrivano da lontano e i barbari che non sanno parlare la nostra lingua. Le parole sono frontiere che organizzano le difese della fortezza nel ‘deserto dei tartari’, da dove si presume che arriverà il nemico. Parole imparate da piccoli, ascoltate, inventare, tramandate, tradite e mai innocenti. Parole che, risorte il terzo giorno, potrebbero tramutarsi in altrettante passerelle per attraversare il confine senza ferite. Parole inventate, prestate, custodite, seminate e fatte carne per rifondare una terra nuova, senza lacrime e filo spinato. Ciò renderebbe obsoleta l’arte della guerra. Saranno le parole dei poeti e il balbettio dei neonati a dettare le regole della grammatica da insegnare in famiglia.

                                           I volti 


Incontriamo ogni giorno sulla strada un volto strano, clandestino. Un volto da meteco. Parola che deriva dalla Grecia che indicava lo straniero libero e residente stabilmente in una città. La sua posizione giuridica non gli consentiva di prendere parte alla vita politica. ‘Con questa faccia da straniero’ è il titolo italiano di una nota canzone di George Moustaki, nato in Egitto, d’origine italo-greca e naturalizzato francese. Artista -pittore, scrittore e poeta come tutti gli stranieri irregolari. La mia faccia da straniero l’ho indossata per oltre trent’anni in Africa Occidentale e in Argentina. Ed è stata l’altra frontiera che mi ha portato in giro. Dalla pelle alle parole e al volto, la barriera è labile, incerta eppure unica. Siamo anche e sopratutto il volto che ci definisce. I volti, riprendendo l’intuizione di Emmanuel Levinas, sono una rivelazione offerta all’altro che, nella loro vulnerabilità, obbligano la nostra responsabilità. Ecco perché, ricorda il filosofo, dinnanzi al volto di un bimbo che dorme siamo indifesi, proprio come il suo. Le frontiere, recitava Erri De Luca sono dei fronte a fronte, volti che rappresentano le reali e più autentiche frontiere. Anch’esse, nondimeno, abbisognano di qualcuno per addomesticarle. Ci vuole tempo, pazienza e umiltà che poi non è altro che buona terra, humus, dalla quale siamo fatti e alla quale torniamo.

                                          I cimiteri


Esprimono, a modo loro, il grande confine. Sempre meno nel cuore delle città e dei paesi si trovano ai margini eppure al cuore del paesaggio. Un confine labile e eppure talmente solido che, entrando in un camposanto, la prima cosa che si incontra è il silenzio. Tra vivi e morti non c’è neppure uno steccato se non quello che per motivi igienici o di convenienza si è creato. Un tempo si trovavano dietro le chiese. A volte all’interno stesso oppure si seppelliva i morti nei cortili per conservarne la presenza. A volte si costruiscono cimiteri diversi per rispettare il modo differente di considerare la vita, la morte e la religione che ci lega agli altri. Le tombe sono le une accanto alle altre e c’è tutta un’eternità per tentare di capire perché si è spesa la vita per dividersi e organizzare le guerre. Riapprendere a addomesticare sorella morte, evento censurato dall’attuale Occidente, aiuterebbe a creare nuovi sentieri da percorrere assieme. La vita non è che un viaggio tra due rive, senza frontiere.

                                         Le porte


Mi hanno sempre affascinato. L’attimo che scorre quando ci si trova da soli dinnanzi ad una porta chiusa. Tra il campanello, il citofono, i cani disegnati che spaventano i visitatori o le porte senza nessun numero o scritta per motivi di sicurezza. C’è quell’istante che sembra un’eternità di attesa che resta in bilico fino alla voce che, di solito, chiede ‘chi c’è’. Ho fatto esperienza di porte chiuse e di quelle che si aprono con diffidenza. Di porte che si tengono strette con le mani per non osare troppo. Porte che, come nei campi profughi, sono semplici tendine. Porte che non ci sono perché mancano i soldi per completare la casa. La porta è una delle frontiere meno considerate eppure decisive della nostra vita. Ci sono porte con catenacci, combinazioni tipo cassaforte e con insopportabili sistemi di controllo visivo. Aree video-sorvegliate che permettono di eludere incontri potenzialmente indesiderati alle porte di casa, del quartiere, delle città, dei Paesi e dei continenti. La porta si presenta come un momento epifanico e dunque rivelatore di ciò che siamo o temiamo. La scelta preventiva ad ogni costo rischia di ‘normalizzare’ le buone notizie che ogni visita, soprattutto inattesa, potrebbe apportare. Le porte sono inedite aperture al rischio di uno strano messia in cerca di dimora.

                 Mauro Armanino, Genova, aprile 2026



domenica 12 aprile 2026

CICLO su CARTOLINE ILLUSTRATE DI ASSISI didascalie poetiche di Padre NICOLA GALENO OCD














E QUANDO GLI INVISIBILI di Padre MAURO ARMANINO - AEROPORTO APRILE 2026

                       E quando gli invisibili



                                            E quando gli invisibili

Si accorgeranno di avere da sempre in mano la storia e quello sarà il giorno atteso fin dall’inizio. Ci si accorgerà che tutto congiurava perché arrivasse quel momento. Quel giorno è Il giorno dei poveri che, all’insaputa dei potenti, intessevano precari mondi alternativi, nuovi orizzonti e umane grammatiche rimaste invendute nel mercato globale delle finzioni. Si trattava di artigiane insurrezioni non sospette. Per questo passano inosservate perché fuori dai normali circuiti del sistema. 

A Fez, nel Marocco, vengono molti studenti dell’Africa Sub-sahariana. Una sorta di ‘élite’ universitaria che tra i tanti meriti annovera quello di ricordare all ’Africa cosiddetta ‘bianca’, del nord, che le Afriche sono tante e una allo stesso tempo. Tengono in vita una pluralità religiosa altrimenti spazzata via dal monolitismo tipico dei regimi che tendono ad omologare ogni dissidenza. I migranti si ritagliano spazi di sopravvivenza in un contesto nel quale l’identità nazionale surclassa quella umana, invisibile.

In una camera c’è lei. Una donna originaria della Costa d’Avorio a cui, per salvarle la vita, sono state amputate entrambe le gambe. Vive di aiuti, visite, solidarietà e pietà in una camera del quartiere dei migranti di Fez. Eppure lei aveva viaggiato persino nel Paesi arabi, lavorato come domestica e generato figli. Invisibile in una camera senza finestra nell’attesa che il destino dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni l’aiuti a tornare al Paese, prima che non sia troppo tardi.

Invece a Oujda, importante città di frontiera tra l’Algeria e il Marocco, i migranti sono migliaia. Giovani che fuggono dall’eterna guerra nel Sudan e da altre simili provocate da interessi, poteri, complicità e soprattutto indifferenza perché, appunto, sofferte da invisibili senza importanza geopolitica. Alla frontiera è stata scavata una profonda fossa di 100 kilometri in territorio algerino e un’alta rete metallica in zona marocchina. Nella stagione delle piogge questa fossa diventa invisibile, di notte.

A Taza, invece, alcuni migranti erano nascosti in un cortile non troppo lontano dalla rinnovata stazione ferroviaria. Hanno tentato più volte di passare in territorio spagnolo ‘attaccando’ la triplice barriera metallica di Melilla, alta sei metri e dotata di sensori, filo spinato e lame acuminate per dissuadere coloro che osino tentare avventurarsi. Invisibili sono e tali dovrebbero rimanere. Alcuni di loro portano ferite nella carne e nello spirito. Il pensiero del suicidio non è mai troppo lontano.

Anche perché la storia vera, quella fuori dei libri di testo, scorre altrove. Una storia marginale, da sotterranei della storia come ricordava l’amico Alex Zanotelli e prima di lui il peruviano Gustavo Gutierrez. La forza storica dei poveri invisibili nei quali nessune crede. Anche la Chiesa, senza colpo ferire, è passata dall’opzione per i poveri a quella ‘preferenziale, non esclusiva’ e infine occasionale. Si applaude, invece, quando incontra e consiglia i potenti e i capi di stato che fanno la fila in Vaticano.

Sono pochi a riconoscere gli invisibili anche perché, con loro, c’è da abbassarsi e scrivere sulla sabbia invece che sulla roccia per le leggi immutabili della storia. D’altronde, le insurrezioni degli invisibili sono fatte di poche cose. Silenzio, dolore e gioia che si mescolano come polvere tra le lacrime delle madri e la cupa tristezza dei padri. Proprio In quel giorno, atteso fin dall’inizio, la storia si racconta da bambini che giocano, in piazza, coi vecchi.


Messa di Pasqua



Padre Armanino con Edwin


Oujda frontiere


MIGRANTI
           Mauro Armanino, Aeroporto, aprile 2026

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Il Paradiso non può attendere: dobbiamo già cercare il nostro Cielo qui sulla terra! Questo blog tratterà di argomenti spirituali e testimonianze, con uno sguardo rivolto al Carmelo ed ai suoi Santi