AFORISMA

Meglio aggiungere vita ai giorni, che non giorni alla vita
(Rita Levi Montalcini)

Nostra Signora del Carmelo

Nostra Signora del Carmelo
colei che ci ha donato lo scapolare

sabato 12 settembre 2026

l nuovo re di Norvegia è Haakon VIII

l nuovo re di Norvegia è Haakon VIII, salito al trono il 28 agosto 2026 dopo la morte del padre, re Harald V, dal balcone del Palazzo reale saluta il suo popolo con la famiglia. 







Re FELIPE DI SPAGNA CON LA FIGLIA LEONOR


 Belli il re Felipe di Spagna con la figlia maggiore Leonor di Borbone-Spagna (nome completo in spagnolo Leonor de Todos los Santos de Borbón y Ortiz; Madrid, 31 ottobre 2005), principessa delle Asturie dal 2014, è l'erede al trono di Spagna secondo la Costituzione spagnola.

È la primogenita del re Filippo VI e della regina Letizia e la sorella maggiore dell'infanta Sofia.




COME UN SOFFIO di Padre MAURO ARMANINO

                             

Come un soffio


… ‘Mauro, siamo attaccati a niente’...! Così mi diceva un conoscente nell’antica chiesa di San Lorenzo dove si sposarono i nostri genitori. Siamo attaccati a niente, fragili, come un soffio da cui la vita dipende. Lo ricorda in modo insuperabile l’autore del salmo 38 della bibbia ebraica. 

Ogni uomo è come un soffio

Va e viene come un’ombra

La sua fatica è come un soffio

Accumula ricchezze

Ma non sa chi le raccolga

Cambiano solo di forma ma il contenuto rimane invariato e ogni epoca fabbrica i suoi idoli. Il noto episodio del vitello d’oro, lettura biblica della permanente tentazione nella storia umana, ne è un’acuta metafora. La prolungata assenza del leader, l’improbabile e difficile libertà nel deserto rischiano di aggrapparsi alle proprie illusorie e adorabili costruzioni. Hanno bocca e non parlano, occhi e non vedono, orecchi e non odono, non c’è soffio nelle loro bocche. Ancora in modo insuperabile il salmista nel salmo 135 che continua affermando...così diventi chi li fabbrica e chiunque ha fede in loro. In effetti abbiamo ereditato la propensione a diventare ciò che adoriamo.

Pensiamo di governare il potere ma il potere ci governa. Crediamo di possedere il denaro e l’altro ma in realtà sono essi a possederci. Presumiamo di organizzare e limitare la violenza che poi ci abita e straripa come la storia delle guerre e delle armi mostra agevolmente. Idolatriamo la scienza e la tecnica che si tramutano poi in dittature spietate di cui i nostri tempi incontrollabili sono espressione. Costruiamo un dio a nostra immagine e somiglianza per poi trasportarlo sui luoghi di battaglia perché benedica i nostri eserciti. Il capitalismo inteso come orizzonte di profitto e trasformazione del mondo in merce è stato da tempo identificato come religione, ad esempio da Walter Benjamin. La nazione si tramuta in appetibile e seducente idolo da adorare e dunque per il quale offrire anche i più cruenti e giustificati sacrifici umani. Ad ogni epoca i propri idoli come idee da creare, custodire, trasmettere e venerare. Per ognuno di essi c’è la classe dei fabbricatori, sacerdoti, pensatori, divulgatori, profittatori e vittime. La comprensione della crisi della nostra cultura occidentale non dovrebbe prescindere da questa dimensione ‘idolatrica’ pena il rincorrere risposte tecniche ad una realtà anche interiore. La parola idoli dal greco antico significa immagine, simulacro o fantasma. Nessuno di essi ha un soffio.


Non c’è soffio di vita negli idoli. Non c’è soffio di vita nella politica e nell’economia attuale, non c’è soffio di vita nei mezzi di comunicazione e la fin troppo discussa e abusivamente chiamata Intelligenza Artificiale. Non c’è soffio di vita ma solo l’odore necrofilo del profitto e del potere. Non si sbagliava Stanislaw Jerzy Lec, poeta e scrittore polacco che conobbe e si salvò da un campo di sterminio nazista. Tra gli aforismi che si trovano nel suo più noto ‘Pensieri Spettinati’ scriveva ... ‘Se abbattete i monumenti, risparmiate i piedistalli. Potranno sempre servire’...Chi ha scritto ciò manifesta una profonda conoscenza della storia e dell’umano transitare il tempo. I piedistalli sono pronti e disponibili a sostenere gli antichi e nuovi idoli di ogni epoca. 

Per fortuna, scelta o miracolo non sono mai mancati coloro che non hanno mai piegato le loro ginocchia o bruciato l’incenso davanti a loro. Si tratta dei poeti, dei profeti e dei folli.

   Mauro Armanino, Genova, 11 settembre 2026


mercoledì 9 settembre 2026

Oggi l'ultimo saluto al re di NORVEGIA HARALD V






















Oggi l'ultimo saluto a questo Re che ha fatto tutto il possibile per seguire il suo popolo, ed è stato per questo molto amato.  Sono meravigliata che la nostra TV non abbia trasmesso la cerimonia funebre e che per poter avere qualche informazione abbia dovuto rilevarla da FB, dove tutti si sono attivati per pubblicare foto e ringraziamenti. Il mio nipotino, che è nato a Oslo, cittadino norvegese di diritto, vive lì e frequenta la scuola elementare, ha deposto un mazzo di fiori sulla piazza antecedente il palazzo reale, che era già diventata un'esposizione floreale, al fine di dimostrare quanto questo re fosse amato dal suo popolo e non solo dai norvegesi, ma da tutti coloro che per lavoro si erano trasferiti nel suo territorio.  Nessun Re mi ha mai impressionato come Harald, che da giovane fu uno sportivo di grande valore, I principali sport praticati:
  • Vela: È stato il suo sport principale e la sua grande passione agonistica. Re Harald ha rappresentato la Norvegia come velista in tre edizioni dei Giochi Olimpici: a Tokyo nel 1964 (dove è stato anche portabandiera), a Città del Messico nel 1968 e a Monaco di Baviera nel 1972. Ha continuato a gareggiare a livelli importanti per gran parte della sua vita.
  • Caccia all'alce: Praticava la caccia durante i suoi soggiorni nello chalet di montagna a Sikkilsdalen.
  • Sci e attività all'aperto: Come da tradizione della famiglia reale norvegese, è cresciuto praticando gli sport invernali e la vita attiva nella natura della Norvegia. 
  • Addio meraviglioso Re, ti ricorderemo sempre.
  •   Suo figlio L'attuale re di Norvegia è Haakon VIII, succeduto al padre Harald V il 28 agosto 2026. Nome di nascita: Haakon Magnus (noto in precedenza come principe ereditario Haakon).Ascesa al trono: Ha assunto la corona all'età di 53 anni. Predecessore: Il padre re Harald V. Erede al trono: Sua figlia, la principessa ereditaria Ingrid Alexandra.  Dedicherò prossimamente un articolo al nuovo re di Norvegia Haakon. 



 

domenica 6 settembre 2026

IN RICORDO DEL RE HARALD V DI NORVEGIA UN RE DAVVERO AMANTE DEL SUO POPOLO

 





















Varie sequenze fotografiche a ricordo del grande Re di Norvegia Harold V tanto amato dal suo popolo per la sua attenzione verso tutti. Il suo funerale si terrà il 9 settembre 2026 e spero vivamente che i reali e rappresentanti di ogni Nazione siano presenti, inteso i reali DANESI e INGLESI, che gli sono parenti stretti. Io non ho potuto omaggiare con fiori e lettere, come hanno fatto tutti coloro che si sono recati nella grande piazza cui si affaccia il palazzo reale. In passato ho percorso il lungo Karl Johans Gate è senza dubbio una delle strade più belle di Oslo. Ho amato la sua vivace atmosfera, la varietà di negozi e caffè, e gli imponenti edifici storici. Oggi sono contenta che il mio nipotino norvegese (nato a Oslo e residente lì come cittadino) sia stato accompagnato presso la reggia per deporre il suo omaggio floreale. Lo ha fatto per tutti noi impossibilitati a viaggiare.

sabato 5 settembre 2026

SOTTOCOSTO di Padre MAURO ARMANINO


Sottocosto

L’AMT di Genova oggi sciopera. L’Azienda Municipalizzata dei Trasporti assicura il servizio essenziale solo in alcune fasce orarie del mattino e della sera. In attesa di un dimenticato sciopero nazionale per il caro vita e altre faccende legate a una ‘guerra mondiale a pezzi’ che ci coinvolge. Ciò è quanto testualmente affermato dall’ Avvocatura dello Stato, ci ricorda Gianni Alioti cofondatore di The Weapon Watch – Osservatorio sulle armi nei porti europei e mediterranei) già sindacalista della Cisl. Quest’ultimo sembra da tempo un sindacato fantasma accodatosi all’ombra del potere attuale. Quando i sindacati d’epoca dicevano ‘Uniti si Vince’ sapevano quello che sarebbe accaduto dopo.
Se prendete la linea del 17 che fa capolinea a Via Ceccardi a Genova vi dirigerete verso la bella Nervi. Arrivati al cavalcavia di Via Carrara, sulla sinistra c’è un supermercato con tanto di parcheggio sotterraneo. La pubblicità da cui ho rubato il titolo dell’articolo viaggia col bus e si ferma proprio qui. Dice la Treccani che sottocòsto (o 'sótto còsto') avv. – A un prezzo inferiore a quello di costo: vendere, comprare una merce s.; cedere s. le rimanenze. La prima realtà sottocosto nella nostra società occidentale, com’è noto, è la vita dei poveri. I più indifesi sono quelli che avrebbero potuto nascere e per tanti motivi non hanno ricevuto il permesso di soggiorno per questa terra. Poi quelli che avrebbero voluto avere accesso alle nostre sponde e ne sono stati impediti da politiche necrofile. Poi per i quali, anziani, la vita si presume senza importanza e aiutati a sparire senza che nessuno prenda dovuta nota del loro umano transito. Le vite dei profughi e degli sfollati dalle innumerevoli guerre organizzate dalla nuova ‘Classe Armata’ secondo la drammatica intuizione dell’amico David Colantoni.
Sottocosto appaiono anche i sogni. Quelli funzionali al mantenimento del sistema, diciamo i sogni consumisti, vengono venduti a prezzo ribassato del tipo tre al prezzo di due o anche di più. Gli altri, quelli pericolosi e sovversivi, sono naturalmente fuori mercato e anche fuori zona di ‘comfort’ intesa come area nella quale uno si sente al sicuro. I luoghi nei quali si sogna un mondo pericolosamente differente vengono isolati o, come esperimentato in era Covid, immunizzati perché non contaminino il futuro. Sottocosto specie lui, il futuro, perché temuto in quanto portatore di indefinita novità. La prova più evidente è quella del citato ‘inverno demografico’ o per meglio dire, l’inconsapevole eppure prevedibile riduzione a comparsa dell’Occidente. In effetti l’Istituto di statistica italiano, Instat, prevede che tra vent’anni le coppie senza bambini saranno più numerose di quelle con bambini.
Sottocosto il lavoro che tra morti quotidiane, sfruttamento nei luoghi di raccolta industriale di frutti, legumi e affiliati, rende drammaticamente risibile l’articolo primo della Carta Costituzionale. In esso si afferma che la Repubblica è fondata sul lavoro e che la sovranità appartiene al popolo.  Quest’ultimo (da prendere in senso letterale) la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione. Entrambi i principi sono sconfessati dalla pratica ma c’è di peggio perché, da tempo, abbiamo smarrito il senso del lavoro come trasformazione della realtà. In centro storico di Genova come, suppongo, in altre città, si vedono scorrere sulle strade biciclette elettriche adattate con autisti di origine straniera. Muniti di zainetto e pubblicità i ‘riders’, ciclo-fattorini, sono un emblema dell’attuale liquidità sociale.
Sottocosto sono le parole come ricordava papa Leone agli ambasciatori...’ il significato delle parole è sempre più fluido e i concetti che esse rappresentano sempre più ambigui. Il linguaggio non è più il mezzo privilegiato della natura umana per conoscere e incontrare... diviene sempre più un’arma con la quale ingannare o colpire e offendere gli avversari... che le parole tornino ad esprimere in modo inequivoco realtà certe’...Le parole vere non sono in vendita e neppure da esibire per ingannare Dio o imbrogliare il popolo nella politica. Quelle pericolose sono state crocifisse e risorgono nei poveri ma solo dopo tre giorni.

 Mauro Armanino, Genova, settembre 2026

 

lunedì 31 agosto 2026

Apocalissi leggere nel quotidiano di Padre MAURO ARMANINO

          Apocalissi leggere nel quotidiano

                                           Introduzione

Gli alberi fioriscono perché non possono parlare  (Franco Arminio)


Un altro nome di apocalisse potrebbe essere quello di  insurrezione che poi è sinonimo di ‘rivelazione’. Tra le due parole c’è una profonda connessione e per così dire ‘ complicità’. Ogni autentica sovversione non è, in fondo, che  la rivelazione di un mondo altro che, fatto prigioniero da quello esistente, è‘naturalizzato’ da un’apparente ineluttabilità. Le apocalissi sono dunque incursioni che svelano l’ambizione di offrire chiavi di lettura per interpretare la propria storia. Essa è parte integrante di quella più ampia che involucra e incide su quella realtà che crediamo unica.  Le apocalissi hanno  il sapore dell’ultimità e, per certi versi, di fragile passerella per i tempi di crisi che sono i cambiamenti d’epoca.

                                     Tracce apocalittiche 

Le ferite come ‘feritoie’ del futuro
   Anche perdere ci appartiene (Rainer Maria Rilke) 

     

  Sono le sconfitte che ci salvano e sono le debolezze che ci aprono all’inedito di un futuro fuori da ogni schema o programmazione. Le ferite della guerra, del dolore, della malattia, dei tradimenti propri e altrui,  individuali e collettive, proprio perché come ‘solchi’, consentono di seminare opportunità rinnovate, autentiche ri-creazioni che dalla debolezza fanno germogliare la novità. Non si spiegherebbe, infatti, come malgrado tutte le drammatiche vicende della storia umana si apra il cammino, tortuoso ma reale, verso un altrove che di fatto tradisce la nefasta eredità di ciò lo ha preceduto. 

Non è  una legge codificata e scritta nella natura o nel destino umano. Nondimeno meraviglia come da sconfitte talvolta indelebili possano scaturire speranze e indicazioni per sentieri non battuti. Potremmo parlare di un destino forse teologico nel senso ampio del termine. L’apparizione di un miracolo che proprio dalla debolezza e dalle ferite, insinua un’insurrezione già avvenuta. Da questo punto di vista ogni umana ferita è anche una ferita ‘divina’. Proprio per questo l’apocalisse come rivelazione  e opacità, trova il suo senso e la sua precaria consistenza. Nessuna sofferenza o sconfitta umana andrà perduta perché le ferite sono come ‘crepe’ scavate nei muri  di cinta. Esse, nelle fortezze della vita umana, consentono di far passare, clandestinamente, la luce 

Non c’è più filosofia o teologia possibile dopo Auschwitz o Hiroshima/Nagasaki...ma solo la divina debolezza che, con umiltà, tocca e identifica la sconfitta umana con la propria. Il sepolcro, i cimiteri non sono l’ultima ma la penultima parola scritta della storia. Essa va avanti, in modo discontinuo e ‘irregolare’ in modo che dalle ferite possano nascere e crescere fragili ed eterne novità.

                                     Sostare sulle frontiere

...’Per di più, tra noi e voi è stato fissato un grande abisso: coloro che di qui vogliono passare da voi, non possono, nè di lì possono giungere fino a noi’... ( Lc 16, 26)

Abitare le frontiere è un’esperienza unica e accorgersi di  essere abitati da frontiere è un’apocalisse, una rivelazione. Le frontiere sono variegate e sono fatte di parole, di carta, di sabbia, di pietra, d’acqua, armate, metalliche o elettroniche. Si trasformano in muri oppure magicamente in sorgenti di futuro e, nel migliore dei casi, in ponti. In ogni caso sono inaggirabili perché nasciamo, cresciamo e moriamo con esse e in esse. Le frontiere ci fanno e noi facciamo le frontiere. Luogo di passaggio e anche di soggiorno ma soprattutto luogo sul quale sostare ma non a lungo. Le frontiere sono mobili. Inventare, costruite, reali, pericolose, opportunità di salvezza e al contempo griglia di lettura, includente o escludente, dell’alterità. 

Le frontiere possono essere talvolta mortali e di fatto lo sono, in particolare per i poveri o e per coloro che si avventurano oltre le ‘Colonne d’Ercole’ che l’Occidente ha perpetuato da allora. Nel mare, nel deserto, nei campi di detenzione, nei luoghi ibridi dove nè legge nè diritto assicurano la dignità inerente ad ogni persona in qualunque stato o situazione essa sia. Cimiteri senza nome e al contempo strada maestra per un futuro differente, le frontiere rappresentano e rivelano meccanismi di potere, rapporti di forza e sono a volte occasione di dialogo.  Ma la grande frontiera è l’abisso!

Visibilissima e al contempo invisibile perchè ‘naturalizzata’, la frontiera che divide il mondo in tanti mondi si è approfondita, scavata, fino, appunto, a prendere la forma di un abisso. Si trovano dei ‘sud’ nel NORD e dei ‘nord’ nel SUD, questo è certo e risaputo. Nondimeno la linea di faglia tra Nord e Sud è ben reale. Opera e utilizza le frontiere come mezzo e strumento di controllo sociale, economico e politico. Si passa da una all’altra ma a caro prezzo. Da questa prospettiva la frontiera rivela, alla maniera di un’apocalisse, come funziona il mondo, l’economia, la politica, le relazioni umane e la messa in pratica di ciò che si chiama ‘mobilità’. Diritto riconosciuto come tra i fondamentali nella Dichiarazione Universale primigenia e purtroppo non applicato da buona parte dei Paesi che compongono le Nazioni Unite.

I migranti, nella loro ragionevole follia sono coloro che meglio hanno saputo interpretare le frontiere e la loro messa in relazione con la storia della mobilità e povertà. Essi, infatti sono una frontiera vivente che cammina, naviga, vola, sogna e spera. Portano in loro stessi la loro frontiera, fatta di carne, di sangue, di fatica, di sudore e di paura convertita in speranza o disperazione a seconda del viaggio e soprattutto della destinazione dello stesso. Portatori di qualcosa di unico e irripetibile. L’avvento di un mondo differente nel quale le frontiere servano a credere che il grande abisso si converta, un giorno, in tanti  ponti o porti nei quali approdare accolti da una moltitudine in festa.

                                          Nei volti sta scritto

     Il futuro, forse, può essere ascoltato, non previsto ( Russel Jacob)

Sono i volti, prima incurvati e sottomessi dalle tante schiavitù, conseguenze delle idolatrie, che si risollevano, perché la liberazione non è lontana. Il volto, ogni volto, è un’epifania, una rivelazione e dunque un’apocalisse leggera dell’infinito nel tempo e nello sguardo. Tra le maschere e i volti ci sta tutta la differenza che esiste tra la nudità che si offre all’altro e la fuga di chi si nasconde  dallo sguardo alieno. I volti sono una delle espressioni più marcanti della nostra vulnerabilità perché, in qualche modo, ci si dà ‘in pasto’ agli occhi e alla percezione dell’altro. Si rischia la profanazione o la lettura ambigua di ciò che non si è e che, comunque, appare, disponibile persino al naufragio. Il volto rivela e nasconde perché l’opacità appartiene di diritto ad ognuno. Non tutto dev’essere visibile, misurabile e controllabile. Occorre la saggezza e l’umiltà di rieducarsi ad accogliere il limite.

Volti nuovi dei bambini, volti adulti e volti scolpiti dal tempo e dunque ricchi di cicatrici, rughe e pezzi di vita attaccati ad impercettibili segni che solo l’attenzione e il rispetto permettono di interpretare. Il sorriso, la preoccupazione, il pianto e il dolore che, con la gioia, trovano nel volto uno spazio unico e definitivo per ri-velarsi o meglio s-velarsi. Sui volti sta scritta la vita, quella passata, presente e soprattutto quella futura. Nella società dello ‘spettacolo’, dove i volti, specie femminili, sono offerti e svenduti ad ogni tipo e qualità di sguardo.Forse la cosa migliore sarebbe quella di ‘velare’ il volto o almeno una parte di questo, in modo da riscoprirne la funzione che è quella di introdurci al mistero. Così come il venerdì santo con le croci.

 Il volto, infatti, non è che l’atrio del mistero, lo spazio tra il mondo esterno e l’interiorità del sacro. Ecco perché, specie nel femminile, quando il volto è ‘commercializzato’ e manipolato si opera una profanazione.

         Nei poveri si rivela la storia

Dove non entra il povero Dio non entra/ Possono dire quello che vogliono/Possono fare statue d’oro/ ma Dio non entra mai dalla porta dove non entra il povero    (Arturo Paoli)

Una delle più rivoltanti (o consolanti) apocalissi, ci ricorda il brano,  accade quando il mistero si nasconde ad alcuni e si svela ad altri. Per Arturo Paoli sono i poveri di ieri e quelli di tutti i tempi, soprattutto coloro che non sanno di esserlo. Probabilmente non si porta fino alle ultime conseguenze l’affermazione sottesa  alla citazione. Vi troviamo in effetti una delle chiavi di lettura della storia più contundenti che mai siano state offerte. I privilegiati non sono quelli che ci si aspetta di trovare sul palcoscenico della storia : i potenti e coloro i cui nomi sono scritti sui monumenti, sulle piazze e nei libri di testo. 

I sapienti e i saggi, alla maniera del sistema di dominazione attuale, saranno spazzati via da ogni possibile apocalisse e dunque da ogni memoria. Coloro che, invece, sono stati considerati come ‘invisibili’, inutile zavorra nel cammino delle idee e della mondializzazione illuminata, costituiscono l’autentica realtà. Ad essi e a quanti loro assomigliano appartiene la risurrezione e dunque la chiave della saggezza delle umane avventure. I piccoli, i poveri sono una fragile e leggera apocalisse permanente perché, in un modo misterioso, in essi si cela, nascosto ed evidente, il segreto del senso e del cammino della storia.  Fossimo conseguenti dovremmo imparare a riformulare la nostra storia, personale e collettiva dal rovescio del mondo o dai ‘sotterranei’ della storia. 

Ci hanno provato in tanti, eretici, santi e rivoluzionari che poi hanno fondamentalmente la stessa prospettiva esistenziale. Messi al rogo oppure accettati e normalizzati dall’istituzione, creata per perennizare l’eventuale carisma espungendone la carica di esplosività. Ci hanno provato, da millenni, le donne di ogni età e stato sociale. Ci ha provato una persona che poi si è cercato di incorniciare  trasformandola in una sorta di subalterna divinità. Maria, la madre di Cristo che, secondo l’evangelista Luca, sostiene che ‘ il Signore ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore, ha rovesciato i potenti  dai troni, ha innalzato gli umili, ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato i ricchi a mani vuote’. (Lc 1, 51- 53)

                                      Nell’ora della morte

L'amore non muore mai di morte naturale. Muore perché noi non sappiamo come rifornire la sua sorgente. Muore di cecità e di errori e tradimenti. Muore di malattia e di ferite, muore di stanchezza, per logorio o per opacità. (Anais Nin)


A ben vedere la storia del mondo non è solo quella delle lotte di classe, come il noto ‘Manifesto’ di Marx e Engels evidenziavano. La storia del mondo è anche e forse soprattutto quella dei ‘cimiteri’, dove si custodiscono per un certo tempo le ossa inaridite di tutte le morti che accompagnano l’umano transito. Nella vita di una persona, marcata dal mistero della morte, ci sono tante morti. Stagionali, quotidiane, imprevedibili oppure già note, le morti stanno come cani fedeli al capezzale della vita. Di fatto la morte è l’Apocalisse quasi definitiva perché lì, nell’agonia, si svela quanto di più profondo giace sedimentato nell’animo umano. Progetti, viaggi, lotte e sconfitte trovano in quel momento, in quell’ora, la definitiva rivelazione. Ricordati, uomo (Adam) che sei polvere e in polvere tornerai, si dice per le ceneri di mercoledì.


Il vescovo argentino Henrique Angelelli, assassinato per il suo impegno coi poveri, scriveva che l’uomo non è che fango che cerca la vita, una mescolanza di terra e di cielo. Proprio queste due dimensioni della vita appaiono in piena luce ‘nell’ora della morte’, il mistero dei misteri che, rimasto nell’ombra per tutta la vita, insorge nel momento più tragico. Accade in quello spazio liminale che da sempre sfugge al ‘controllo’ umano ed è marcato dalla fragilità e dalla verità. Le due camminano assieme perché è nella fragilità che più forte si manifesta la verità della creaturalità dell’essere umano. Nessuno si è dato la vita o ha scelto di venire a questo mondo. C’è stata una chiamata, un appello o una condanna per certuni, al mistero della vita. La verità di una sottrazione oppure di una porta che si apre alla pienezza inedita o solo sospettata che per i credenti prende il nome impronunciabile di Dio. 

Nostra sorella morte, cantava san Francesco ferito dalle stigmate e forse dall’abbandono che sempre diventa una costante nella relazione col divino. La morte come porta o come riva apre, per chi assume la vita come dono, ad una definitività che non la rende meno dura  ma insinua la parvenza di un senso. In questo modo supera ogni umana disperazione. La morte si infiltra, clandestina o accettata, nel correre o camminare della vita e i tentativi di ‘addomesticarla’  si traducono nelle simbologie o strategie che ogni cultura inventa. Il peggior servizio che si possa rendere alle nuove generazioni sarebbe proprio quello di mutilarne l’esistenza, l’effettività e la portata. Educarsi ad assumerla come parte, drammatica, della vita, dovrebbe essere uno dei compiti delle culture e delle religioni che meritano questo nome.

                            Utopia come profezia

...’E vidi un cielo nuovo e una terra nuova: il cielo e la terra di prima, infatti, erano scomparsi e il mare non c’era più’... (Ap 21, 1)

L’utopia si coniuga con l’apocalittica e insieme offrono al mondo e alla storia l’unica lettura che possa offrire un’alternativa radicale alla banalità del quotidiano. Le apocalissi come utopie insinuano frammenti di una visione radicalmente alternativa a miti e immaginari ortodossi dell’umano intendere. Chiamiamo profezia l’umanizzazione divina delle relazioni umane e una nuova direzione della storia.

Essa appare scritta, finora, dai forti e dai potenti di turno, dai padroni e da coloro che adesso hanno le chiavi del potere sulla vita e il destino degli altri. Il loro nome corre veloce e appaiono ai più come invincibili, immortali, eterni. Cadranno come statue dai piedi di argilla. L’utopia come profezia afferma che la storia si fa dal basso, dalla mitezza e dall’umiltà consapevole dell’unica insurrezione per la quale vale la pena di dare la vita. Questa visone dell’esistenza è espressa nel vangelo di Matteo al capitolo 5, con la  parola ‘beati’ e cioè felici, realizzati in pienezza. Solo appartiene a coloro che di fatto sono considerati i perdenti della storia. Tracce di questo nuovo mondo si hanno quando, per un attimo, si squarcia la polvere e la cecità che copriva il reale e appare in piena luce la saggia follia dei martiri. Si tratta dei testimoni che incarnano, con il sacrificio di loro corpo, ciò per cui la vita è degna di essere vissuta. Offrono un fragile segno che fa apparire, per un istante, come il mondo potrebbe essere per ricrearlo, nuovo, ogni giorno.

Mauro Armanino, Casarza Ligure, fine agosto 2026                                                 

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Il Paradiso non può attendere: dobbiamo già cercare il nostro Cielo qui sulla terra! Questo blog tratterà di argomenti spirituali e testimonianze, con uno sguardo rivolto al Carmelo ed ai suoi Santi