Il Paradiso non può attendere
Blog di riflessioni con uno sguardo alla spiritualità carmelitana
domenica 1 marzo 2026
BIBBIA - terza conferenza di Padre CLAUDIO TRUZZI OCD
3 – Conferenza
BIBBIA
† – BIBBIA – NON È PIÙ VERO NIENTE? – Discutendo con un frate mi sono sentito dire che:
– nella Bibbia, molti libri sono romanzi come “I Promessi Sposi”;
– nel Vangelo, gli indemoniati sono solo “epilettici", ecc.;
– le apparizioni di Gesù, della Madonna e dei Santi sono... un'altra cosa;
– Dio, morto per i nostri peccati, quindi sa bene che noi siamo fragili, e ci perdona sempre.
Allora io sono in buona compagnia perché con me hanno sbagliato tutti i santi.
Sono 5 domande estremamente impegnative; ci vorrebbe almeno una pagina per ogni risposta. Mi ridurrò al minimo, sperando d'essere chiaro. Ecco le affermazioni:
1 – «Nella Bibbia molti libri sono romanzi come “I Promessi Sposi?”». Rispondo distinguendo:
– dal punto di vista dei “generi letterari” la cosa è possibile anche nella Bibbia, cioè nell'Antico Testamento;
– ma dobbiamo prima dimostrare che si tratta di quel genere letterario (cosa non sempre facile).
Ma, anche dopo aver dimostrato che si tratta di quel genere letterario, resta sempre vero che il contenuto (cioè la verità annunciata) è ispirato, com’è ispirata tutta la Bibbia. Perciò anche se i libri di Giobbe, di Tobia o di Ester, di Giuditta e di Rut, ecc.) “storicamente” non faranno testo dal punto stori-co, non cesseranno d’esserlo dal punto di vista del messaggio spirituale e teologico che contengono.
2 – «Nel Vangelo gli indemoniati sono solo «epilettici» ecc. (isterici, psicastenici,...). Ancora distinguo:
– che allora fosse possibile [come pure oggi] confondersi, è certamente vero; e che i termini usati per indicare i fenomeni fossero ambigui, è anche possibile;
– ma che tutti gli esorcismi o che tutte le liberazioni d’indemoniati operate da Gesù si debbano solo ritenere guarigioni di epilettici e simili, questo è tutto da dimostrarsi. [E tuttavia sarebbero sempre grandi cose].
Il caso dell'indemoniato di Gerasa (Mt 8,28-34; Mc 5, 1-13; Lc 8, 26-34) è certamente quello più misterioso. Con tutto ciò, non possiamo privare il Vangelo d’una serissima componente storica... soltanto per il fatto che contiene alcuni avvenimenti non facilmente spiegabili e comprensibili.
3 – «Le apparizioni di Gesù, della Madonna Maria, dei Santi sono... un'altra cosa!». chiariamo:
– Le apparizioni di Gesù dopo la Pasqua per quei famosi 40 giorni di cui ci parla Luca, sono da ritenersi fisiche, con relativa visione oculare. In tal modo gli apostoli sono testimoni oculari del Cristo Risorto.
A tale categoria molti autori fanno risalire pure la visione di s. Paolo sulla via di Damasco; visione cui è legata la sua strepitosa conversione e tutto il suo apostolico. Paolo è così un vero testimone del Cristo Risorto e quindi un apostolo a tutti i diritti. (Atti d. Ap, 9, 1-9)
– Tutte le altre apparizioni di Gesù, di Maria SS. o di Santi – avvenuti nella storia della Chiesa – sono piuttosto da ritenersi visioni immaginarie o simili. Si tratta cioè di fenomeni cosiddetti mistici.
Ciò, non significa che non siano reali. Non si tratta di semplici immaginazioni o autosuggestioni. Per sé la visione non comporta necessariamente la presenza fisica e locale dell'oggetto contemplato. Quindi il “visionario” non raggiunge l'oggetto attraverso i suoi sensi esterni (es. la vista), ma soltanto attraverso i sensi interni (es. l’immaginativa). Simili verifiche le può decidere solo l'autorità suprema della Chiesa; ma, di fatto, non lo fa, sia perché è difficile, e sia perché non è affatto necessario per la nostra salvezza.
4 – «Dio è morto per i nostri peccati, quindi sa bene che noi siamo fragili e ci perdona sempre».
La risposta è semplice: Certamente Dio ci perdona, ma a condizione che noi Gli si chieda il perdono...
5 – Infine, «Io sbaglierei in buona compagnia, perché con me hanno sbagliato tutti i santi, che hanno dato tutto per chi tutto aveva dato a beneficio dei fratelli».
Stare con i santi è certamente bello, ma è ancora più bello evitare di “sbagliare con i santi”. Se i santi avessero saputo di sbagliare forse non lo avrebbero fatto – ma certamente, se ne sono ben pentiti!
† – LA SCRITTURA GIUSTIFICA LA VIOLENZA? –
«Nell’Antico Testamento ci s’imbatte in fatti violenti commessi dal “Popolo eletto”contro i nemici, e alcune volte sotto incitamento di Dio stesso. Non è la Bibbia ispirata da Dio? Ma allora, Dio stesso ammette simili atteggiamenti?».
• Si sente spesso toccare tale argomento, specialmente quando si confronta l’Antico Testamento con la parola e i fatti del Nuovo Testamento. Come lo si può spiegare e che senso dare?
Ecco la risposta di un noto biblista Ravasi (in Vita pastorale 1 (2005)).
«Effettivamente, se stiamo a una statistica (R. Schwager), nella Bibbia ci s'imbatte in 600 passi che ci informano sul fatto che «popoli, re e singoli individui hanno attaccato altri, li hanno annientati o uccisi»; in più di 1.000 passi è l'ira di Dio a scatenarsi «punendo con la morte, con la rovina, col fuoco divorante, giudicando, vendicando e minacciando l'annientamento» e in oltre 100 passi è il Signore stesso a «ordinare espressamente di uccidere uomini».
È evidente che il principio: “C'è nella Bibbia e quindi è da credere” diventa pericoloso quando è adottato in modo meccanico e “letteralistico”. È il cosiddetto "fondamentalismo" che, partendo anche da una personale buona fede e desiderio di fedeltà assoluta, sconfina nel paradosso, per non dire nell'assurdo. Il discorso, perciò, è ancora una volta la corretta interpretazione delle Scritture tenendo presenti, da un lato, una componente letteraria (il modo di esprimersi, i "generi" e così via) e, dall'altro, una componente teologica capitale.
La Bibbia (Antico e Nuovo Testamento) non è un'asettica collezione di tesi o teoremi astratti da accettare e praticare automaticamente. È una storia della salvezza. Dio si rivela entrando nella vicenda dell'umanità, grondante peccato e miserie, e lentamente, progressivamente e con pazienza conduce l'uomo verso orizzonti di verità e di amore più alti e perfetti. La Rivelazione non è una parola sospesa nei cieli e comunicabile solo con l'estasi, ma è concepita come un seme o un germe che si apre la strada sotto il terreno sordo e opaco dell'esistenza terrena. Non dobbiamo allora fermarci al singolo passo: esso può essere espressione della paziente educazione di Dio nei confronti della "durezza di cuore" o del "collo indurito" dell'uomo (ciò vale anche per le violenze dell'epoca cristiana, nonostante l'evidente collisione col Vangelo.
Senza voler mostrare la meta cui ci conduce Gesù Cristo (definito da san Paolo "nostra pace", colui che ci invita persino a «porgere l'altra guancia»), già nell'Antico Testamento è presentato un Dio che: perdona fino alla millesima generazione (Es 34,7), scommette sulle possibilità di conversione del peccatore, cambia persino parere ed impedisce alla sua giustizia di irrompere sul male perpetrato (Es 32,14). In proposito citiamo due testi emblematici: «Forse che io ho piacere della morte del malvagio – dice il Signore Dio – o non piuttosto che desista dalla sua condotta e viva? [...] Io non godo della morte di chi muore» (Ez 18, 23.32); «Tu, padrone della forza, giudichi con mitezza, ci governi con molta indulgenza [...]. Con tale modo di agire hai insegnato al tuo popolo che il giusto deve amare gli uomini» (Sapienza 12,18-19).
Una nota particolare merita la frase di Gesù: «Non crediate che io sia venuto a portare la pace sulla terra; non sono venuto a portare la pace, ma una spada» (Mt 10,34). Anche in questo caso la lettura “letteralistica” è stravolgente: Gesù, attraverso l'immagine della spada, si presenta come «segno di contraddizione» (Lc 2,34) ed esige una presa netta di posizione nei confronti del suo messaggio, che impone una scelta tutt'altro che indifferente e inoffensiva sulla propria esistenza e le decisioni morali e vitali.
La conferma è nelle parole che ripete ai discepoli l'ultima sera della vita terrena quando li esorta così: «Chi non ha spada, venda il mantello e ne compri una». Di fronte alla reazione "letteralistica" e ottusa dei discepoli che gli dicono: «Signore, ecco qui due spade!», Gesù sconsolato grida: «Basta!» (Lc 22, 36.38).
† – RADICALITÀ DEL VANGELO
«Padre, sento sempre più spesso predicare anche ai laici la radicalità del Vangelo, l'urgenza della sequela senza compromessi. L'invito è affascinante, ma come metterlo in pratica quando si ha la responsabilità di una famiglia, di far quadrare un bilancio che comprenda una sicurezza per i figli? Non dice la Chiesa che dobbiamo compiere il nostro dovere proprio con i “prossimi”? I preti, mi scusi, fanno in fretta a sentenziare, ma sanno che cosa significa avere famiglia e vivere in un mondo del lavoro che dà spazio solo ai lupi? Creda, non voglio essere irriverente, ma per i poveretti non vi è scampo!».
Il famoso "prossimo" della parabola del Samaritano, non è un suo parente (!), e Gesù definisce come prossimo ogni persona che necessita del nostro soccorso. Egli è poi feroce verso coloro che vogliono utilizzare i legami di sangue e di religione per non seguirlo fino in fondo: «Lasciate che i morti seppelliscano i morti...».
Grazie a Dio, il Concilio, senza cancellare il pluralismo delle vocazioni, ha richiamato fortemente i doni e i doveri assunti con il Battesimo e quindi non restringendoli ai soli preti e religiosi! Se ci guardiamo attorno possiamo trovare tanti esempi di figli indigenti che vengono presi dal giro della "mala"; ma anche tanti figli di "buona famiglia" che finiscono male (... quando va bene, si sfasciano con le macchinone!..).
Ancora: la ricerca del bene dei figli non può ridursi a ciò che si può comperare. Loro hanno bisogno di valori e d’esempi che li aiutino a vivere con una dignità ben diversa da quella della pubblicità.
Detto questo... le difficoltà pratiche restano e sembrano acuirsi sempre più nel mondo che va seguendo il “modello del vincente”; neppure è detto che preti e frati capiscano sempre il "peso" di chi ha famiglia. Ma dove sta scritto che solo preti e frati debbano risolvere i problemi del vivere cristiano?
I battezzati ricevono il dono dello Spirito Santo, che non è dato solo per “portare l'anima in paradiso, ma per costruire il Regno già da ora! Certo, Gesù è finito in croce, ma non dimentichiamo che la croce è proprio frutto dell'egoismo e dell'ottusità degli uomini. È tempo che ogni cristiano e i cristiani insieme ricerchino con più rigore la giustizia nell'uso dei beni, nelle strutture politico ed economiche. Il Signore ci ha scaraventati come agnelli in mezzo ai lupi, ma ci ha pure invitato chiaramente ad essere non soltanto candidi come colombe, ma anche guardinghi, “furbi” come serpenti! La furbizia evangelica non ha nulla da spartire con l'imbroglio, le mazzette, l'arrivismo. Essa si fonda sull'“uso” dei doni naturali al servizio del bene comune, poiché non vi è bene vero che non sia per tutti.
È vero: tradurre in pratica l’ideale non è per nulla facile, ma abbiamo il dovere di provarvi, per trafficare i talenti battesimali. Il laico dovrebbe trovare forme proprie di digiuno e distacco, iniziando dai ‘miti’ del nostro tempo, e concepire l'aiuto non solo come elemosina, ma come impegno a sostenere, sia pure criticamente, quelle iniziative volte a rendere le strutture sociali, economiche, lavorative più a misura d'uomo, inteso come persona responsabile del proprio e dell'altrui bene.
Certamente occorre che la fede incida sulla scelta dei mezzi – e la speranza purifichi i nostri progetti. Allora la Carità sarà veramente capace di creatività per il Regno.
† – CRISTIANESIMO, SOLO IPOTESI?
«Le grandi religioni sono ritenute dai rispettivi credenti quali uniche depositarie della Verità, per questi ultimi, quindi, tutte le cose della vita terrena e dell'aldilà sono chiare e già dimostrate. E se invece si trattasse di pure ipotesi? A mio avviso, esiste un'unica Vita: quella cosmica, di cui tutti siamo parte. Un'Intelligenza Suprema ed Inconoscibile regola il cosmo, e qualsiasi eventuale attributo è frutto di pensiero umano. Vita terrena ed ultraterrena sono "aspetti" diversi, ma pur sempre parte di un "unicum" che sfugge ad ogni possibile indagine… Rispetto il vostro credo. Però, nulla v'è che possa staccarmi da quelle mie idee».
Certo, se ci si basa solo sulle proprie convinzioni, tutto si può congetturare, anche in campo religioso.
Ma forse c'è qualcosa che sfugge alla considerazione personale. Il fatto, intanto, che nella storia umana, siano sorti grandi profeti che hanno saputo cogliere qualcosa di più profondo nello scandagliare sulla natura e sui fini ultimi dell'uomo, e meritano quindi una particolare attenzione. Il Cristianesimo poi, si basa su un fatto storico d’una importanza capitale: il pensiero sull'uomo e sul suo destino è stato rivelato dal Verbo stesso di Dio. Noi pensiamo che a Lui c'è da dar credito, più che ad ipotesi personali.
† – IL CRISTIANESIMO È L'UNICA VERA RELIGIONE?
«Di fronte alla pluralità delle religioni qualcuno potrebbe pensare che una religione valga l'altra. Come facciamo a dimostrare che la religione cristiana è quella vera?».
È innegabile – per chiunque prenda in mano i Vangeli –, che Gesù si presenta come il Figlio di Dio fatto uomo. Con grande scandalo dei suoi avversari, egli si attribuisce il potere (che per sé spetta solo a Dio) di perdonare i peccati (Mc. 2, 10). Del resto, sarà questo il motivo per cui il Sinedrio lo condannerà a morte.
Gesù svela il rapporto d'amore unico, che corre tra Lui ed il Padre. Il Padre, tuttavia, «ha talmente amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, affinché chiunque crede in lui, abbia la vita eterna» (Gv. 3, 16).
Siamo di fronte, come si vede, non ad un dio “solitario”, inaccessibile, che troneggia nei cieli impassibile sulle miserie umane; ma ad un Dio che ama infinitamente, al punto da "consegnare" al mondo il proprio Figlio – mediante l'incarnazione Gesù è diventato uno di noi – per comunicarci la sua vita.
La missione di Gesù sarà di farci “conoscere il Padre” ed aiutarci a vivere da “figli”. Ciò spiega le esigenze da lui proclamate: la fede e l'abbandono nelle mani del Padre, che ci fa certi del suo amore in tutte le circostanze, anche le più dolorose; l'amore verso il prossimo; amore concreto, che abbraccia tutti, anche i nemici, e perdona di cuore senza stancarsi mai; l'indissolubilità coniugale; la castità pure nei desideri, ecc.
Simile amore si tocca nella persona di Gesù. Scandalizzando e ponendosi, di conseguenza, in urto con i capi religiosi della nazione ed i loro seguaci, egli accoglie nella comunità del “Regno” (riconoscendo loro persino un diritto di precedenza) tutte quelle categorie di persone, che i pregiudizi di religione o di classe avevano emarginato. Guarisce i malati, anche in giorno di sabato; avvicina i peccatori; frequenta la gente povera e senza cultura; riabilita la donna dentro e fuori del matrimonio; predilige i bambini...Ad un certo momento viene dal Padre “abbandonato” in balia dell'opposizione crescente dei suoi avversari. Morirà su una croce [il patibolo riservato agli schiavi] e la sua opera sembrerà finire nel fallimento completo. I Vangeli elencano, poi, diverse apparizioni di Gesù risorto ai discepoli, ancora in preda alla paura.
Ora facciamo questa semplice riflessione: o tutto ciò è vero, oppure ci troviamo di fronte ad uno dei più grandi assurdi che la storia abbia mai registrato. Per chi, infatti, conosca anche solo un poco, cultura e mentalità ebraica del tempo di Gesù (come pure la psicologia ed il pensiero umano in genere), è impossibile che un tale concetto di Dio, una simile dottrina morale, una siffatta figura di Salvatore: il Messia “fallito”, il Dio crocifisso «scandalo per i giudei, stoltezza per i pagani» (1 Cor. 1, 23) – e l'inarrestabile movimento spirituale che n’è scaturito, possano essere il “frutto dell'invenzione” di un gruppo di discepoli ebrei illetterati. Tutto, invece, si spiega se alla radice si ammette l'iniziativa di Dio.
La risurrezione di Gesù sarebbe il sigillo apposto dal Padre a tale iniziativa. Gli apostoli ne sono stati testimoni (1 Cor. 15, 1-9). Si tratta di accettare la loro testimonianza, che ha tutti i crismi della credibilità.
Se le cose stanno così, restano vere le affermazioni di Gesù di se stesso: «Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non attraverso di me» (Gv. 14, 6). In altre parole, per il cristiano – pur nel rispetto e nell'umile collaborazione con tutti gli appartenenti alle altre religioni – Gesù resta sempre l’unità di misura, la pienezza della luce, verso cui tendono tutte le luci ed i valori sparsi nelle altre religioni.
† – QUALE FEDE È RICHIESTA?
«Gesù è davvero scoraggiante. Gli apostoli gli chiedono d’accrescere la loro fede e Lui per tutta risposta: – Se aveste fede come un granello di senape, potreste dire a quella montagna di scansarsi, ed essa lo farebbe; a quel gelso di spostarsi in mezzo al mare», e quello... se ne andrebbe verso il mare –. Ma nessun gelso, credo, ci ha mai ascoltato; nessuna montagna s’è mai mossa. Niente fede, quindi! Questi miracoli dove sono? O non c'è proprio neanche quel "granellino"?
Le domande potrebbero continuare, facendosi eco della fatica di credere che pesa su tanti cuori, sfidati e sfibrati dalle repliche della storia del mondo all'audacia della fede.Sono queste domande, però, a consentirci di chiederci che cosa la fede sia, e che cosa essa non sia. Credere non è assentire a una dimostrazione chiara ed evidente o ad un progetto privo d’incognite e di conflitti: non si crede a qualcosa, che si possa possedere e gestire a propria sicurezza ed a proprio piacimento.
Credere è fidarsi di Dio, assentire alla sua chiamata che invita, rimettere la propria vita nelle mani sue affinché sia Lui ad esserne l’unico Signore. [«Non avrai altro Dio fuori di me» – 1° Comandamento] Fede è resa, consegna, abbandono, non possesso, garanzia, sicurezza.
Credere, perciò, non è evitare lo scandalo, fuggire il rischio, avanzare nella serena luminosità del giorno: si crede non “nonostante” lo scandalo ed il rischio, ma proprio quando si è sfidati da essi ed in essi.
«Credere significa stare sull'orlo dell'abisso oscuro, e udire una Voce che grida:” Gettati, ti prenderò fra le mie braccia!”» (S. Kierkegaard). Ed è sull'orlo di quell'abisso che s’affacciano li dubbi inquietanti: «E se invece di braccia accoglienti ci fossero soltanto rocce laceranti? E se oltre il buio ci fosse ancora nient'altro che il buio del nulla?».
Credere è abbracciare la “Croce” della sequela di Gesù: non quella comoda e gratificante che avremmo voluto, ma quella umile ed oscura che ci viene donata, per completare in noi ciò che manca alla passione di Cristo [come confessa san Paolo), a vantaggio del suo Corpo, la Chiesa. Crede chi confessa l'amore di Dio nonostante la non-evidenza dell’amore; Crede chi spera contro ogni speranza.
• «La fede richiesta non è una “qualsiasi fede”
(quelli che dicono: «tutti credono in qualcosa...».
È solo quella fede che depone a poco a poco
le pretese d’imporre a Dio
i modi d’intervenire legati ai nostri schemi,
alle nostre esigenze,
per accettare i suoi comportamenti
che smentiscono regolarmente le nostre attese
e sfasciano le immagini che abbiamo fabbricato.
Si tratta di aver fede non solo perché Dio “veglia”.
Bisogna fidarsi anche di un Dio che “dorme”». (A. Pronzato)
la Fede vince la paura
Una volta la paura andò a bussare alla porta della vita di un uomo.
Ma l'uomo era un credente, e la fede in Dio andò ad aprire quella porta.
E l’uomo con meraviglia scoprì che non c'era nessuno...
La fede fa scomparire la paura.
Chi crede in Dio non ha nessun motivo per essere triste,
mentre ne ha tanti per essere sereno...
«Ma egli disse loro: Sono io, non temete» (Giov. 6, 20).
verso la CIMA
la scorciatoia
Alcuni turisti s’erano prefissi di raggiungere presto un castello, abbarbicato sul fianco di una montagna.
C’erano varie strade, tutte abbastanza agevoli ma lunghe, eccetto una, ch’era una scorciatoia molto breve, anche se estremamente dura ed erta. Lì non c’era spazio per fermarsi, rifocillarsi o riposare, e la solitudine era grande, perché pochissimi la percorrevano.
Tutti, meno uno, scelsero le strade lunghe e facili. Si rivelarono, tuttavia, così lunghe che alcuni si stancarono e fecero marcia indietro senza raggiungere la meta; altri si trattennero all’ombra per schiacciare un pisolino o conversare, e si fermarono lì definitivamente.
Colui che attaccò la scorciatoia, da solo, passò per ogni sorta di privazioni, ma nel momento in cui gli parve che non ce l’avrebbe più fatta, sbucò al portone del castello. Fu l’unico che lo raggiunse. (Segundo Galilea)
Siamo cittadini del cielo. Per giungere fin là alla cima, se vogliamo conseguirlo rapidamente, dobbiamo scegliere la “scorciatoia” che vi ci porta direttamente, la medesima che fece sua Gesù.
Imitare Gesù in questo cammino, significa seguire i suoi passi, e consiste nella rinuncia a tutto; giacché il Maestro stesso, né nella vita, né nella morte ebbe dove posare il capo. Chi elegge questa traccia che conduce alla vita eterna, deve abbandonare tutte le altre vie.
Tale scorciatoia è, però, stretta ardua e costosa. Chi ci vuole camminare, necessita di molto coraggio, decisione, fermezza, costanza, buoni piedi e grandi polmoni. San Giovanni della Croce ci ricorda che «ci sono molti che desiderano andare avanti e con gran insistenza chiedono a Dio che li attiri e li faccia passare a questo stato di perfezione; ma quando Dio inizia a farli transitare per le prime fatiche e mortificazioni – com’è necessario – non vogliono più proseguire e si ritirano, sfuggendo il cammino stretto della vita, cercando quello ampio della consolazione, che è poi quella della perdizione» (Fiamma di Amor viva, 2, 27).
Chi s’impegna a seguire i passi di Gesù, Dio non lo lascia solo.
Lui precede sempre, aprendo il cammino.
Lui fa tutto; però non ci paralizza, ma al contrario, esige da noi spirito di lotta e che accettiamo i rischi che si parano dinanzi (Esoso 3, 7-11).
Con tal attitudine d’abbandono, l’essere umano sperimenterà che, nello stesso tempo in cui s’abbandona, spogliandosi di tutto ciò che è relativo, trova sempre più posto Iddio, il liberatore d’ogni specie d'oppressione.
“L’unica libertà che merita tale nome,
è quella di cercare il nostro bene
attraverso il nostro cammino”
(Stuart Mill)
(da ‘Parabolas de Luz y Vida’ – ed. Monte Carmelo - Burgos)
sabato 28 febbraio 2026
CON LO SGUARDO DI UN COLONIZZATO di PADRE MAURO ARMANINO
Con lo sguardo di un colonizzato
Lo ammetto. Sono stato colonizzato, forse non abbastanza, dall’ Africa Occidentale e in particolare dal Sahel. Fin dal mio primo soggiorno in Costa d’Avorio per un paio d’anni come inesperto insegnante di muratura in un centro professionale. Assieme ad un amico avevamo scelto il volontariato internazionale sostitutivo del servizio militare. Correva la fine degli anni 70, ruggenti, così saranno in seguito definiti. Da allora l’Africa occidentale non mi avrebbe più abbandonato se si eccettua uno splendido transito di tre anni a Cordoba, in Argentina. Anche in quel Paese si trattava di intercettare i fragili sentieri e le parole che parlavano di lotte per la dignità nelle periferie povere della città.
Nel frattempo, licenziatomi dalla fabbrica dove avevo ripreso il lavoro, ero tornato in Costa d’Avorio. Stavolta come missionario di ‘professione’, e cioè come religioso per l’accompagnamento dei giovani studenti fino all’inizio degli anni ’90. Fu poi la volta della Liberia che chiudeva, durante il mio soggiorno, una lunga guerra (in)civile nel 2007. Al ritorno, dopo la pace, ho transitato uno splendido centro storico nella città di Genova. In carcere ma soprattutto sulle strade ho avuto modo di incontrare volti africani nel mio Paese di origine. Arrivai in seguito il Niger, nel Sahel, per quattordici anni, come testimone privilegiato della drammatica ed esaltante realtà dei migranti.
Ed è stato durante quest’ultimo soggiorno, tra sabbia, vento, tempesta e soprattutto polvere che il processo di ‘colonizzazione africana’ si è in qualche modo approfondita, perfezionata e realizzata. Certo l’operazione non si è ancora totalmente compiuta. D’altronde un proverbio più volte ascoltato in quella porzione d’Africa l’affermava con chiarezza...’anche se resta a lungo nello stagno il legno non diventerà mai un coccodrillo’. Viene solo ricordato agli incauti ospiti che l’appartenenza ad una cultura diversa della propria sarà sempre parziale e precaria. La consapevolezza di questa intrinseca fragilità rende il processo di colonizzazione dell’ospite un cantiere permanente.
Ho lasciato il Sahel l’anno scorso per un servizio in patria solo per constatare che il Sahel e l’Africa finora vissuta non mi hanno mai lasciato. Proprio in quel senso parlo di una certa colonizzazione che sembra essere diventata una seconda natura, un modo di reinterpretare il mondo e la vita stessa. Ed è in questa prospettiva che, coinvolto con nostalgia, rammarico e passione, seguo le vicende e i discorsi che emergono da questo amato Continente. Si tratta di metter assieme, con parole di vento, lo sguardo di un colonizzato da un trentennio di soggiorno in Africa occidentale. Sguardo che chi scrive si augura non ritornerà mai più normalizzato e omologato al sistema.
Ad esempio, sembra del tutto irrilevante, ai capi di stato africani recentemente riuniti ad Addis Abeba, che migliaia di giovani, donne e bambini continuino a voler fuggire dal Continente. Non degno di menzione che, in numero imprecisato, trovino la morte nei deserti e nei mari che circondano l’Africa. Nessun riferimento ai centri di disumanizzazione per migranti finanziati dall’ Europa in Libia. Del tutto inosservato passa, nella dichiarazione finale del vertice, la morte di centinaia di giovani africani in Ucraina, inviati al fronte con false promesse da agenzie russe. Il fenomeno era stato denunciato da tempo. I ‘Black Wagner’ dall’Africa al fronte ucraino in nome e una guerra mai scelta.
Il trentanovesimo vertice dell’Unione Africana si è chiuso con, tra l’altro, il duplice impegno di far tacere le armi nel conflitto armato del Sudan e nel Sahel. Quest’ultimo insanguinato dall’azione di gruppi armati ormai da un decennio. I capi di stato hanno altresì sottolineato la non tolleranza a ulteriori tentativi di destabilizzazione delle democrazie mediante colpi di stato militari. Non una parola, invece, sui ‘golpe’ istituzionali che garantiscono per molti dei presenti una ‘presidenza a vita’. Anzi alcuni di loro, per quale alchimia politica non si sa, vengono scelti come mediatori di conflitti. Forse perché affidabili e abili dittatori.
Si nota, sempre nel vertice citato, il richiamo al tempo tragico della tratta atlantica degli schiavi dimenticando che è esistita, non meno avvilente, la tratta operata in Africa orientale con le carovane in contesto ‘islamico’. Si domandano scuse e risarcimenti per questo. Mai però si assiste ad una autocritica che faccia luce sulle responsabilità locali che hanno reso possibile il dramma della schiavitù, peraltro già ben esistente e applicata sul posto. Mai si menziona, per il ‘politicamente corretto’ che spesso nei Paesi del Maghreb gli africani sub-sahariani vengano trattati, a tutti gli effetti, da schiavi. L’Africa ‘bianca’ è diversa.
Con lo sguardo di un colonizzato mi verrebbe da aggiungere che nel Continente i poveri non contano quasi nulla se non quando siamo prossimi alle elezioni. Che i militari al potere, senza nessun permesso, facciano ciò per cui sono destinati. Al servizio del popolo tramite il rispetto delle istituzioni. Che smettano, una volta per tutte, di manipolare e sedurre, con le armi in mano, con inutili e vane promesse di benessere. Che i politici e gli intellettuali africani abbiano ancora il coraggio di guardarsi allo specchio e chiedersi dove e come hanno tradito la loro funzione. Che i religiosi, di ogni confessione, smettano di sedere accanto alla mensa dei potenti e siano con coerenza, semplici e umili operatori di giustizia e di verità. E che, infine, i poveri prendano la parola e danzino l’avvenuta liberazione da ogni paura.
Mauro Armanino, Genova, febbraio 2026
venerdì 27 febbraio 2026
NOTIZIE UTILI inviate da PADRE MAURO ARMANINO
Asilo un diritto sotto pressione
Un abitante del pianeta su 67. Questo secondo le stime dell’UNHCR è il dato che fotografa la gravità dello sradicamento forzato a livello globale alla fine del 2024, quando è stato toccata la cifra record di 123,2 milioni di persone in fuga. E se le cause della migrazione forzata continuano a peggiorare, la crisi dell’asilo – soprattutto nel cosiddetto Nord globale – sembra ormai diventata una condizione permanente. È il quadro che emerge dal Rapporto 2025 sul diritto d’asilo della Fondazione Migrantes, intitolato significativamente Richiedenti asilo: le speranze recluse.
Anche se a metà 2025 il dato globale è leggermente sceso (117,3 milioni), soprattutto per alcuni rientri in Paesi come Afghanistan, Siria e Sudan, non si può non notare come si tratti di ritorni in condizioni precarie, che non garantiscono una reale reintegrazione.
Le cause restano le stesse, ma sempre più intrecciate: conflitti armati, persecuzioni politiche, crisi economiche, disuguaglianze e cambiamenti climatici. Nel solo 2024 quasi 46 milioni di persone sono state costrette a spostarsi a causa di eventi ambientali. E, contrariamente alla percezione diffusa in Europa, tre rifugiati su quattro continuano a essere accolti in Paesi a basso o medio reddito. A fronte di un incremento esponenziale delle spese militari, la cooperazione allo sviluppo, che potrebbe potenzialmente migliorare le condizioni di vita in certi contesti e prevenire la necessità di fuga da parte di alcune componenti della popolazione locali, è ai minimi storici. Il confronto è inquietante e smaschera qualsiasi retorica dell’“aiutiamoli a casa loro”: il 2,5 del PIL globale è dedicato alla spesa militare globale, mentre la spesa complessiva per gli aiuti allo sviluppo umano e alla cooperazione si va addirittura contraendo e corrisponde a solo lo 0,33% del PIL globale. L’Italia è ferma allo 0,28%, con la beffa di conteggiare in questa cifra le spese per l’esternalizzazione e il primo anno di accoglienza delle persone che fanno domanda d’asilo.
Il rapporto evidenzia quindi una tendenza preoccupante: la gestione delle migrazioni forzate viene sempre più trattata come una questione di sicurezza e controllo, più che di protezione. Politiche un tempo considerate eccezionali – respingimenti, accordi con Paesi terzi, procedure accelerate o extraterritoriali – stanno diventando la norma. L’Unica norma che sembra attrarre fondi e consenso.
Anche l’Europa si muove in questa direzione. Nel 2024 le domande di asilo per la prima volta nell’Unione sono diminuite a circa 913 mila (-13% rispetto al 2023), ma la percezione politica resta quella di una pressione crescente. Intanto i tassi di riconoscimento mostrano segnali di contrazione e, nei primi mesi del 2025, le decisioni positive risultano in forte calo. Sul fronte degli arrivi irregolari, i dati indicano una diminuzione complessiva, ma il prezzo umano resta altissimo. Nei primi nove mesi del 2025 si contano quasi 1.300 morti o dispersi nel Mediterraneo, con il rischio di morte sulla rotta centrale pari a un caso ogni 58 arrivi. Tra i nodi più controversi emerge la crescente esternalizzazione delle politiche migratorie. Il cosiddetto “modello Albania”, analizzato nella parte dedicata all’Italia, viene interpretato come un laboratorio per spostare fuori dai confini nazionali la gestione dell’asilo, sollevando interrogativi sul rispetto delle garanzie giuridiche e sul futuro stesso del diritto di protezione.
Tutte preoccupazioni che diventano ancora più concrete nel 2026, anno della concreta implementazione del Patto europeo sulla migrazione e l’asilo che renderà il diritto d’asilo e la libertà di movimento ancora più difficile da rivendicare ed esigere. Il quadro che ne emerge è quello di una trasformazione profonda: l’emergenza diventa normalità e il diritto d’asilo rischia di essere progressivamente svuotato.
Ma il rapporto invita anche a una lettura diversa. Le guerre non sono il nostro destino ineluttabile, così come non lo è la corsa al riarmo. Il diritto internazionale, il diritto d’asilo, la diplomazia e la ricerca del bene comune possono e devono tornare al centro. La solidarietà, insieme al rispetto per la terra, sono valori che possiamo e dobbiamo continuare a coltivare. Invertire la marcia rispetto a un orizzonte di sgretolamento dei meccanismi di tutela dei diritti umani e di messa in discussione del diritto d’asilo non solo è possibile, ma necessario. L’orrore e la sofferenza inflitti alle persone nei luoghi d’origine e lungo i percorsi di fuga non possono essere ridotti a errori collaterali o al segno di un tempo in declino. Così come non possiamo accettare che la reclusione o i rimpatri, sempre più privi di garanzie legali, vengano presentati come un’alternativa al diritto d’asilo e all’accoglienza di chi cerca protezione.
Comune.info
Dichiarazione dei vescovi della Calabria: «Il mare ci chiede conto»
Un salvagente arancione. È quello che il comandante della Guardia Costiera di Tropea ha riconosciuto tra le onde, prima ancora di capire che attorno a quel salvagente c’era ancora un uomo. O quel che ne restava. Quella macchia di colore nel grigio del Tirreno è diventata, per noi, il simbolo di questa stagione: una vita che aveva cercato di salvarsi, e non ce l’aveva fatta.
Da Scalea ad Amantea, da Paola a Tropea, da Pantelleria a Custonaci: le coste della nostra terra e della Sicilia hanno accolto nelle ultime settimane almeno quindici corpi senza nome, restituiti dal Mediterraneo dopo i naufragi silenziosi che il ciclone Harry ha consumato tra il 15 e il 22 gennaio. Secondo le organizzazioni umanitarie, i dispersi totali potrebbero essere un migliaio. Un numero che non è una statistica: è una comunità intera inghiottita dal mare mentre l’Europa guardava altrove.
Noi vescovi di Calabria non possiamo tacere.
Lo diciamo con il dolore di pastori che riconoscono in quei corpi anonimi la dignità inviolabile di ogni essere umano, creato a immagine e somiglianza di Dio. Lo diciamo con la fermezza di chi sa che il silenzio, in certi momenti, diventa complicità. Lo diciamo consapevoli che quello che sta accadendo non è una tragedia isolata.
L’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni certifica che nei primi mesi del 2026 i morti sono triplicati: 452 vittime nel solo mese di gennaio, contro 93 dell’anno precedente. Meno arrivi, più morti.
Il nostro primo pensiero e la nostra preghiera di pastori sono rivolti a ognuno di loro, ai loro cari rimasti in patria o che forse li stanno attendendo.
Ai nostri fedeli chiediamo di non abituarsi. Di non lasciare che la notizia di un altro corpo trovato in spiaggia diventi ordinaria amministrazione. Il comandante Durante si è gettato tra le onde per recuperare quel che restava di un uomo. Vogliamo che la nostra Chiesa sia capace della stessa umanità. Dobbiamo pregare per alimentare la speranza, vincere la nostra indifferenza e aprire spazi di accoglienza prima di tutto nella nostra mente e nel nostro cuore.
Chiediamo alle istituzioni italiane ed europee di essere all’altezza della migliore tradizione di civiltà del nostro paese e del nostro continente che crede nella sacralità di ogni essere umano e soprattutto se in difficoltà lo accoglie e se ne prende cura. Chiediamo quindi di aprire corridoi umanitari sicuri per chi fugge da guerre, persecuzioni e miseria.
Chiediamo che le procure di Paola, Vibo Valentia e Trapani ricevano ogni risorsa necessaria per dare un nome a chi è stato restituito dal mare e per accertare le responsabilità.
Chiediamo che si smetta di misurare il successo di una politica migratoria contando solo chi arriva senza considerare chi muore.
Il mare ci chiede conto. Quei morti ci chiedono conto e noi non possiamo rispondere con il silenzio.
I Vescovi della Conferenza Episcopale Calabra
22- 02- 2026




