La società dei reclusi e i rivoltosi
Ne parla diffusamente l’amico Italo Di Sabato nel suo ultimo libro ‘Democrazia Punitiva’. Viviamo, consapevolmente o meno, da reclusi. Oltre un decennio or sono ero tra i volontari che visitavano regolarmente il carcere di Marassi a Genova. Per avere i colloqui coi detenuti dovevo passare, dall’esterno all’interno almeno sette cancelli ad apertura elettrica azionata dal personale. Ingenuamente credevo, una volta uscito dal carcere, di lasciarmi la prigione alle spalle. L’allusione alla società dei reclusi come metafora del nostro tempo mi appare tutt’altro che fuori luogo. Se nelle carceri italiane, secondo quanto ricorda l’associazione Antigone, si trovano circa 66 mila persone, il numero, che fondamentalmente coincide con la società stessa, è incalcolabile. Meno reati e più detenuti perché, ricorda Antigone, cambiano le leggi, i tipi di reati, si elevano le pene e si restringono le possibilità alle misure alternative. La società nel suo insieme si presenta come ‘punitiva’.
La programmata mutilazione dello spirito, componente essenziale dell’identità della persona, si è tradotta nella precipitosa caduta nella mercificazione totale di tutto ciò che si presume misurabile e dunque oggetto di mercato. Uno dei drammi della nostra epoca, nell’Occidente, è l’appiattimento dell’umano alla sola dimensione commerciale. Questa è la seconda porta o cancello del carcere. Il terzo potrebbe essere identificato, di conseguenza a questa lotta senza quartiere per potere, denaro e mercati, in una nuova ‘classe armata’, riprendendo la straordinaria riflessione scritta dell’amico David Colantoni. Una classe armata che, per auto-generarsi e perpetuarsi, si avvale della collaborazione di tanti complici che assecondano questo progetto distruttivo.
Senza l’esautorazione della politica e lo svuotamento della Costituzione questa operazione non sarebbe stata possibile. Questo tradimento è il quarto cancello che reclude la società attuale. La svendita graduale di tutto ciò che ha costituito i valori insiti nella carta costituzionale. Il bene comune, la solidarietà, la dignità e il ripudio della guerra. Il tutto fondato sul lavoro. Lo smarrimento del senso e significato de lavoro appare come il quinto cancello della grande reclusione attuale. Precariezzato, sfruttato, tornato all’epoca feudale, accettato o subito spesso in condizioni di neo schiavismo. Il lavoro, inteso come trasformazione del mondo e, nel contempo di sé, è stato svuotato da ogni esperienza di legame, solidarietà e mistica del conflitto, come ricorda il citato Di Sabato. Imprigionati tra i morti sul lavoro, la diserzione sindacale e la delocalizzazione produttiva dove si paga meno.
Il sesto cancello reclusivo e recludente appare come una conseguenza di quanto sopra elencato e si potrebbe identificare come frammentazione e isolamento. Per dirla con Zygmunt Bauman, la solitudine del cittadino globale generata dalla strategia del sospetto, la fabbricazione della paura e la caccia al nemico, più debole naturalmente. Ciò insinua e provoca il settimo sigillo, cancello, porta metallica che reclude. La peggiore di tutte perché è un misto di cecità, rassegnazione, accomodamento o semplicemente convenienza a vivere, felici, contenti e protetti, in una gabbia.
La libertà, lo sappiamo, è per sua natura pericolosa perché implica una triplice responsabilità. Nei confronti di stessi, degli altri e della storia. Pure le parole sono pericolose perché creano mondi. La parola recluso significa rinchiudere ma anche aprire o dischiudere. In quest’ultima accezione, allora, non rimane altro che l’opzione della rivolta. Rivoltarsi per volgersi di nuovo ai volti dimenticati, feriti e traditi lungo la strada. Questa è forse l’unica chiave da usare per aprire i cancelli.
Mauro Armanino, Genova, ottobre 2026


