AFORISMA

Meglio aggiungere vita ai giorni, che non giorni alla vita
(Rita Levi Montalcini)

Nostra Signora del Carmelo

Nostra Signora del Carmelo
colei che ci ha donato lo scapolare

lunedì 16 febbraio 2026

Suggerimenti dopo il Festival di Limes 2026 di Genova di Padre MAURO ARMANINO


Suggerimenti dopo il Festival di Limes 2026 di Genova

1.Un grazie a Limes e in particolare a Lucio Caracciolo. L’incontro vocale con lui rimonta all’epoca del colpo di stato militare nel Niger, nel settembre del 2023. Chiamò per saperne di più e per chiedere se poteva essere messo in contatto con qualcuno del posto. Fu così che iniziò il suo contatto con l’amico Rahmane Idrissa che in effetti poi venne a Genova. E’ un privilegio l’averlo conosciuto personalmente.

2.’Io sono la guerra’! Je suis le guerre, disse con sgomento una signora rifugiata dalla Repubblica Democratica del Congo. Aveva perso tutto: casa, famiglia...e integrità fisica, da parte dei gruppi ribelli che occuparono il Paese. Ciò accadde durante il mio servizio coi migranti e rifugiati a Niamey che ebbe una durata di 14 anni. ‘Io sono la guerra’ è un grido, anche e soprattutto di ‘geopolitica’, ossia delle conseguenze delle geopolitiche che hanno derubato il Paese da decenni....!

3.Sullo sfondo di quanto abbiamo condiviso durante il festival c’era la nostalgia di un passato europeo di ‘pace’ unico, di qualche decennio! Probabilmente vero ma sarebbe dimenticare le tante guerre attorno che hanno visto presenze occidentali...Nella RDC, ad esempio, ci sono stati milioni di morti! La terza guerra mondiale a pezzi era iniziata ben prima di quanto se ne parlasse in Occidente.

4. Io stesso ho avuto modo di scoprire gli effetti delle geopolitiche in Costa d’Avorio, Argentina, Liberia e Niger! Guerre, rifugiati, migranti e una grande e nascosta sofferenza che, durante il Festival, non è emersa! Mancavano i volti di coloro che le strategie geopolitiche le vivono sulla loro carne. Volti di sfollati, trattati come pedine di un triste gioco di poteri. Erano i grandi assenti del Festival di Limes!

5. Ho sentito con piacere, durante gli interventi, che sembra terminata l’epoca nella quale la ragione strumentale era l’unico soggetto della riflessione e scelte geopolitiche. Altri fattori sono emersi come novità nelle scelte geopolitiche. Le nazioni, gli immaginari, le passioni, la storia, la sovranità...Ed è anche per questo che avevo apprezzato l’allusione di Caracciolo sulla geopolitica che dovrebbe servire alla pace...! In realtà poi, di quest’ultima, non si è parlato molto. Si percepiva, lontano, sullo sfondo e spesso, in relazioni con riarmi o comunque sempre in chiave competitiva, Quanto lontane le aspettative di chi, come  il papa Paolo sesto gridava alle Nazioni Unite...’mai più la guerra’!

6. Veniva accennato al ruolo possibile dell’Italia in questa ‘Rivoluzione’...La geografia che decide la politica, così come la storia e dovremmo aggiungere... la Costituzione! Essa, lo ricordiamo, afferma al numero 11 che ‘l’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali’...Anche questa scelta ‘Costituzionale’ è qualcosa che il nostro Paese può e deve offrire allo scacchiere delle geopolitiche odierne.

7. Durante il suo recente soggiorno nel Sahel, chi scrive ha percepito la ‘sabbia’ come una delle metafore per interpretare quanto accadeva. La politica, l’economia, la giustizia e...il colpo di stato, erano nient’altro che sabbia. Elemento che permane, schiacciato, calpestato, offeso, messo ai lati delle strade e che puntualmente ritorna, resiste e persiste. Passano i re, i principi e gli imperi ma la sabbia, il popolo dei poveri, rimane!

8. Mi verrebbe da dire che è questa l’unica geopolitica che conta...una geopolitica di sabbia. Perché proprio così finiranno gli imperi, uno dopo l’altro, compresi coloro dei quali si è parlato. Trovandoci a Genova sarebbe forse utile, nello svolgimento dei prossimi Festival di Limes, fare una capatina al noto cimitero monumentale di Staglieno. Una visita guidata in quel luogo aiuterebbe a interpretare altrimenti la collocazione geopolitica dell’Italia nella rivoluzione mondiale, titolo del Festival.



 CHIESA DI GENOVA


Bastimento nel porto di Genova

       Mauro Armanino, Genova, 15 febbraio 2026

BICCHIERE PIENO D'ACQUA FINO ALL'ORLO da Ordine Secolare OCDS

 


A Milano, durante un laboratorio per bambini, la maestra mostrò un bicchiere pieno d’acqua fino all’orlo. «Vedete? Non ci entra più niente.» Poi versò lentamente un po’ di sabbia, e l’acqua traboccò. In fondo alla sala c’era anche un gruppo di adulti: genitori, curiosi, perfino qualcuno che non credeva a nulla. La maestra disse: «La Quaresima è come questo bicchiere: se è troppo pieno, non puoi aggiungere ciò che conta davvero.» Un uomo in fondo alla sala, Daniele, si sentì toccato più dei bambini. Si rese conto che aveva la vita piena di cose, ma non di ciò che serviva. «Non si tratta di togliere tutto», continuò lei. «Si tratta di fare spazio a ciò che vale.» Daniele uscì dalla sala con un pensiero semplice e tagliente: “Forse il mio bicchiere è pieno delle cose sbagliate.” E per la prima volta da anni, sentì che poteva ricominciare...
Nella vita viviamo per tante cose importanti
 ma non è detto che siano anche essenziali...

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"Infatti quale vantaggio avrà un uomo se guadagnerà il mondo intero,
ma perderà la propria vita? O che cosa un uomo potrà dare in cambio della propria vita?  Perché il Figlio dell'uomo sta per venire nella gloria del Padre suo,
con i suoi angeli, e allora renderà a ciascuno secondo le sue azioni".
(Vangelo di Matteo 16, 26-27)
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Avevo mille pensieri, progetti, ricordi nella testa e ho detto:
"Signore, discendi in me."
Mostrandomi l'ingombro di tutte queste cose estranee, mi ha detto:
"Non c'è posto. Comprendi che, perché IO entri in un'anima,
occorre che IO mi senta a casa Mia e non a casa sua.
Se ti invitassero a occupare una camera così piena di mobili
che tu non potessi introdurti, non penseresti:
"Se avessero buttato tutto questo fuori,
come io vi troverei davvero un luogo per riposare!"".
(Gabrielle Bossis - Lui e Io - Diario intimo di una mistica del novecento)

CONFERENZE QUARESIMA – 2026 1 – QUARESIMA - di Padre CLAUDIO TRUZZI OCD




CONFERENZE QUARESIMA – 2026    
1 – QUARESIMA


►   PENITENZA QUARESIMALE
     «Siamo un gruppo “spontaneo “che si riunisce un paio di volte al mese per pregare e riflettere un po' sulla vita cristiana. Ci siamo, però, arenati sul significato e motivazioni della penitenza quaresimale. 
– Chi è “contrario” sostiene che è superata l'idea di un Dio da placare con la penitenza e che il cristiano deve avere un atteggiamento positivo verso se stesso e le cose. 
– I “favorevoli” sono divisi sulle motivazioni. Alcuni ubbidiscono alla Chiesa per riparare i propri e altrui peccati; altri perché sentono la necessità di un po' di disciplina per il proprio bene spirituale e fisico e per il rispetto dell'ambiente; altri ancora pensano ai poveri e fanno qualche rinuncia per poterli aiutare; c’è, poi, chi si oppone a simili argomentazioni sostenendo che solo "a gloria di Dio", si deve digiunare (e si richiamano ai santi), tutto il resto riguarderebbe soltanto la morale. Vuole provare lei a metterci d'accordo?».                  
   •  Farò un piccolo tentativo, ma occorre non lasciarsi prendere dal "fondamentalismo"! Ossia, non si deve leggere la Parola, gli insegnamenti della Chiesa sottolineando soltanto ciò che sostiene le nostre idee. 
Quaresima (e Avvento) sono tempi liturgici in cui la Chiesa ricorda che per accogliere e seguire Cristo occorre rinnovare il cuore, la mente, l'agire. 
Indicandoci alcune forme di penitenza (digiuno, il magro, rinuncia a favore dei bisognosi, ecc.), la Chiesa ci indica dei mezzi e dei segni per meglio attivare l'impegno a seguire Cristo che s’è fatto povero, casto ed ubbidiente per amore del Padre e dei “fratelli” (noi). E Dio che ci è Padre, non è certo un Dio dispotico e adirato con gli uomini, così da dover essere placato con un'ubbidienza cieca e con una penitenza il più dolorosa possibile. Egli chiama ogni uomo a collaborare alla propria ed altrui salvezza. Salvezza che inizia già qui, quando amiamo Dio, il prossimo, noi stessi e il creato. Riassumendo:
– La Chiesa non ha mai proposto la penitenza come esaltazione della sofferenza, come autopunizione, come distruzione di sé; piuttosto, ha sempre raccomandato il rinnovamento o "sacrificio del cuore".
– Suggerendo alcune pratiche penitenziali, essa chiede all'uomo – fatto anche di carne e di relazioni con gli altri e con le cose – di coinvolgere tutto se stesso nella sequela di Gesù. Così facendo, acquisterà maggiore equilibrio e favorirà l'armonia personale, sociale e ambientale.
– Certamente la penitenza è a "gloria di Dio", ma quest’intenzione non esclude gli altri fini, anzi le richiede. 
Le argomentazioni presenti possono integrarsi, a patto di non arroccarsi nella propria, negando quella degli altri, e di lasciarsi istruire e purificare dal Vangelo e dalle indicazioni della Chiesa rettamente ascoltate!

►   DIO, “TENTATORE” «La Quaresima ci ripropone sempre l’episodio del diavolo che tentò Gesù. 
Ma non è che il vero, inarrivabile tentatore sia proprio il Signore?».
«Tentare significa “dividere”, far dirottare, proporre un altro itinerario. E il Signore fa esattamente questo: Lui pretende di “separarci” dalla strada che percorriamo per sollecitarci a cambiare direzione nella nostra vita. Inconsciamente sentiamo che le sue “tentazioni” sono infinitamente più pericolose di quelle del diavolo. Gesù ci perseguita, ostinato, affinché ci “disinstalliamo” dalle comode posizioni in cui ci siamo accucciati. Devasta i nostri timidi progetti, per presentarci un progetto di audacia da capogiro, degno di noi: la santità.
E noi, però, non facciamo che resistere cocciutamente a tali tentazioni salutari, perché abbiamo la nostra minuscola tana da difendere. Lui invece pretende che “prendiamo il largo”.
Abbiamo timore delle “sue” tentazioni, più che di quelle altre... E riusciamo, purtroppo a resistere abbastanza bene...! Avvezzi a spremere minuscole gioie, diventiamo incapaci di accogliere la felicità che Lui ci propone. Quasi ci spaventa. La mediocrità costituisce l’evidenza delle nostre resistenze alle “sue” tentazioni. Rischioso il silenzio, una trappola micidiale la preghiera, con questo Dio in agguato. Meglio stipulare un’assicurazione contro i rischi della santità: “Ma liberami dalla santità. Amen!”.
Noi ci accontentiamo del volto di persona “normale”, di “diligente” impiegato della fede cristiana. Perché il Signore si ostina a tentarci con una misura che supera le nostre capacità e i nostri orizzonti familiari?
Potremmo anche provare a seguirlo, ma Lui pretende – addirittura! –  che gli teniamo dietro portando la croce sulle spalle. Ogni giorno. Se almeno ci fornisse qualche coperta per ammorbidire il contatto con quel legno ruvido… Ma il Signore è ostinato. O tutto, o niente. Non è possibile giungere ad un accomodamento … Eppure, Signore, ti prego: «Non stancarti, per favore. Insisti nelle tue tentazioni. Vedrai che una volta o l’altra finirò per cederti. Amen!» (da A. Pronzato) 

► – CONFESSARSI, CHE FATICA!  – «Vorrei esporle un problema mio, e credo anche di altri: faccio una fatica tremenda a confessarmi. Non so mai che cosa dire...; perché, anche, non so più che cosa e quali sono i "peccati"? E d'altra parte, questa stessa parola mi suona quasi senza senso…».
Confrontarsi col sacramento della Riconciliazione (“Confessione”) è per i cristiani spesso un tormento. Molti si avvicinano a fatica; alcuni hanno smesso di andare a confessarsi senza aver l'impressione che manchi loro qualcosa...; altri, addirittura, come una liberazione…  Perché questo? 
Le risposte possono essere tante: 
–  Forse perché l'ha sperimentato come qualcosa di automatico, un elenco di "peccati" (che poi sono i soliti tre o quatto...) senza una sincera contrizione, senza ricavarne alcun frutto. Per cui. «Che serve confessarmi?».
–  Un altro motivo risiede proprio in ciò che si accenna: non si capisce più che cosa significhi "peccato".
Oggi sembra una parola strana; nel linguaggio corrente si usa piuttosto parlare di fallimento, di errore, di comportamento sbagliato, di debolezze… Come mai si è giunti a non comprendere più questo termine?
a – Innanzi tutto perché con fatica accettiamo ciò che di negativo c'è nella nostra vita ed affrontarlo coscienziosamente. Vogliamo e desideriamo la felicità, la libertà, escludendo tutto ciò che sa di dubbio, angoscia, tristezza, colpa (che sembrano minacciare i nostri desideri e progetti).
b – Ci sentiamo, d'altra parte, sempre meno liberi. Tutti sono coscienti dei fattori che influiscono sulla nostra condotta: esperienze passate, persino infantili, tare ereditarie, influssi della società... La colpa viene così scaricata al di fuori: sulla società, sui genitori, sugli educatori…
c – Siamo bombardati da tante notizie su aberrazioni in ogni campo, da diventar indifferenti al male, se non addirittura spinti a "fare come tutti"... Valori che formavano la base della convivenza familiare e civile sono presentati come "superati", e al loro posto – tanto per fare alcuni esempi, l’omosessualità, la convivenza prematrimoniale... L'aborto è [infanticidio] ... è propalati come “diritto”! Non ci capisce più nulla!
Queste ed altre cause stanno alla base della difficoltà di capire il "peccato". La parola ci evoca un dovere di carattere religioso che limita la libertà personale. D'altra parte, per chi prende ancora la cosa sul serio, la continuità delle nostre debolezze può far nascere un senso di delusione nei confronti di noi stessi.
Non riusciamo, però, a liberarci neppure di un'altra esperienza: «Ho fatto qualcosa "che non va"». Proviamo in molti casi sensi di colpa. Inoltre, fuori di noi, nella società che ci circonda, in molti avvenimenti del mondo vediamo il male, ne sentiamo il peso, e la minaccia: uomini torturati, uccisi, violenza sui più deboli, manipolazione di giovani vite per bramosia di denaro (droga, sfruttamento dei bambini...), popolazioni intere sterminate...  E tutto questo non ci può lasciare indifferenti. 
Forse, è vero: non sappiamo più che cosa significhi "peccato"; però il suo contenuto ci risuona dentro.
•  Ebbene, la strada ultima, ed unica, per capire che cosa sia veramente il peccato, è interrogarci su Dio, su di noi e sul nostro rapporto con Lui e gli altri uomini, nostri fratelli. Se non ci si riferisce a Dio, non si comprenderà mai come "peccato" significhi "offesa" a Dio per aver fatto del male a "noi" e agli "altri"

► CONFESSIONE … ALLA ROVESCIA 
Una causa della “fatica” o allergia o “apparente inutilità” non sta anche nella nostra maniera di confessarci? Non abbiamo dimenticato che è “riconciliazione”? Con chi? Con Dio o con noi stessi? Spesso ho l’impressione che lo si scambi con una “seduta dallo psicologo”. Mi sfogo, racconto i miei problemi, i miei sensi di colpa aspettandomi una risposta che mi aiuti a risolverli, a farmi “star meglio” [e i può anche stare] e poi s’innaffi il tutto con i soliti “peccati” per ricevere l’assoluzione. È stata questa l’intenzione di Gesù Cristo?
Ecco un banale esempio di “soliti peccati facili”:
• In questa settimana ho avuto molte distrazioni durante le pratiche di pietà e la santa Messa
• Ho mormorato e anche perso la pazienza nei riguardi dei miei di casa e in ufficio!
• Ho mancato di modestia e ho avuto tentazioni…
• Ho … trascurato… la preghiera personale.
• Mi accuso inoltre… di essermi lasciata andare a parlar male, ma senza cattiva intenzione...
• Mi accuso infine…  di non aver abbastanza combattuto contro il mio difetto predominante…
– Che delusione. Sempre lo stesso programma…; mai le notizie, sia pure notizie non troppo consolanti che interessano al Signore. Il Signore vuole sentire da noi ben altri peccati, molto più importanti, e che si tengono nascosti accuratamente, chiusi a chiave, chissà dove.
• “Almeno faccio tutto il possibile…”.
– Si fanno tante cose. Ma si fanno proprio per non farle. Per non farle, cioè, come si deve.
Intendo dire… che cosa ricaviamo fuori dall’esame di coscienza? I peccati veri, autentici, o non piuttosto i surrogati dei peccati? Sì, perché ci sono i peccati genuini e i surrogati (…) Così come ci sono i peccati facili e quelli difficili (…); e a forza di accontentarci dei peccati fasulli, dei peccati facili, si finisce col costruirsi, un monumento alla propria mediocrità. E la santità rimane nelle nicchie, che, fra l’altro, sono già occupate.
– Proviamo – come esempio – a capovolgere la confessione prendendo spunto dai nostri “elenchi”.
1 – Ho avuto troppe distrazioni fuori della preghiera. Sono stata distratto e perciò non mi sono accorto della presenza del Signore nel bambino piagnucoloso, in quella vicina che mi sgranava il rosario dei propri guai, in quel poveraccio che mi ha lasciato indifferente quando gli sono passato accanto, in quella “amica” bisbetica, nella collega (o) che viene a disturbare mentre sono occupato, in quel lavoro noioso, in quella croce che proprio non mi aspettavo … Gesù è relativamente facile incontrarlo in chiesa, nonostante le distrazioni! … Ma fuori! Quanti appuntamenti mancati…).
2 – Ho mormorato troppo poco e perso troppo raramente la pazienza con me stesso, con i miei difetti. 
Mi sto accontentando facilmente di quel che sono.  Mi sto adattando alla mediocrità. 
Mai ai che mi arrabbi veramente e reagisca contro la mia vita scialba ed insignificante. 
Mai una volta che faccia la rivoluzione contro questo comodo trantran che mi addormenta. 
Non ho il coraggio di mormorare, di ribellarmi contro la mia tacita rinunzia alla santità.
3 – Ho tenuti gli occhi troppo chiusi (meditazione a parte…). Non ho avuto la forza di aprirli su una realtà scomoda, …. su una miseria altrui. La fame, la miseria, la segregazione razziale, le ingiustizie firmate anche da tanti cristiani, lo sterminio sistematico d’intere tribù primitive nell’America Latina, la disoccupazione, la disperazione di tanta gente; e ancora: le sofferenze, le delusioni, i cento piccoli drammi di chi mi sta vicino. 
4 – Ho pregato “troppo”. Troppo facilmente, voglio dire; con eccessiva leggerezza, lasciando che le parole anticipassero o addirittura sostituissero il cuore. 
Mi sono accontentato di un facile sdegno per i “cattivi di turno”, senza una preghiera al Signore per loro – che sono pur sempre suoi figli. Ho “osato” dire troppe volte: “Padre nostro”, senza preoccuparmi, prima, di sentire, di creare, di vivere veramente la fraternità con tutti i miei simili.
– Ho fatto ricorso con eccessiva precipitazione alla preghiera. Ossia, ho svegliato subito il Signore, che dorme sulla barca, senza essermi dato da fare, prima, per mettere a posto le cose che andavano storte. La preghiera è diventata, così, un comodo alibi alla mia pigrizia, un tacito rifiuto a fare il mio duro “mestiere” umano.
– Ho pregato più per ottenere ciò che voglio io, che per fare ciò che vuole il Signore.
5 – Ho amato troppo il silenzio, anche quando avrei potuto, dovuto parlare. Ho parlato così male di Dio: senza calore, più per abitudine, quasi per mestiere, che per un'irresistibile urgenza interiore. Soprattutto ho parlato così poco con la vita. Ho fatto troppo spreco di parole, e ho parlato in maniera assai avara con i fatti.
6 – Mi accuso, inoltre, di non aver scandalizzato abbastanza chi c’è d’intorno o con cui vengo a contatto, con la mia fede che dovrebbe trasportare montagne e non trasporta un bel nulla, con la mia santità che non si vede, non perché sia nascosta ma perché non c’è; con le mie follie evangeliche che restano immancabilmente annegate in un mare di falsa prudenza e di goffo buon senso. 
Ecco, mancanza di scandalo (doveroso) per mancanza di fede, santità e pazzia.
7– Infine mi accuso di aver combattuto troppo contro il mio difetto predominante e di essermi, perciò dimentica-to di combattere per la virtù predominante. Ossia, la carità. Per cui ho avuto l’illusione di progredire nella via della virtù... e mi sono allontanata da Dio. Che è Amore.  
(da Le mille e una suora di A. Pronzato pag 47-55 )

► COME VALUTARE LE RICADUTE?
«Da quando ho deciso di cambiare vita, conformandomi a principi morali più giusti, di tanto in tanto mi ritorna il ricordo del passato non sempre “lineare” e, – anche al presente faccio continuamente esperienza di come cado “sempre nei soliti peccati”. Questo mi scoraggia, e la solita confessione sembra “non servire un granché”. Faccio il proposito e poi, alla prima occasione...
Questo ritorno di ricordi – forse accompagnato da tentazioni e, magari, da ricadute nelle debolezze del passato, nonostante il cambiamento di vita, è cosa del tutto normale. Ed anche il presente ce lo portiamo addosso – specie se è rinforzato da certe abitudini –. Allora, è bene tener presente che in genere vale il principio che soltanto a poco a poco si riesce a guarire dalle nostre malattie morali. Ciò che conta è la buona volontà.
Non si dovrebbe mai dimenticare che il valore morale delle nostre azioni non dipende tanto dalla materialità degli atti da noi compiuti, quanto dalla presa di posizione nei confronti di Dio, che tali azioni esprimono. In una parola, Gesù guarda al nostro cuore (Mc. 7, 17 5.), al desiderio sincero che abbiamo di restare nella sua amicizia, al fatto che, nonostante tutto, vogliamo migliorare noi stessi. 
È proprio il Nuovo Testamento a presentarci la visione così dinamica della morale cristiana. 
La vita cristiana è un "camminare dietro a Gesù" («Se uno vuol venire dietro a me, prenda la sua croce e mi segua», Mt. 16, 24); è una corsa, una lotta («Io corro, ma non come chi è senza meta; faccio il pugilato, ma non come chi batte l’aria», 1 Cor. 9, 26); insomma, è un atletismo spirituale (2 Tim. 4, 7).
Allora una caduta può rivestire un significato totalmente diverso a seconda dei casi. 
– Si può cadere, ma rialzandosi subito per riprendere il cammino con slancio maggiore. In tal caso la caduta può diventare un'esperienza addirittura molto ricca, e piena di speranza anche per il futuro.
– Si può, invece cadere e rinunciare a proseguire, perché avviliti dall'umiliazione o spaventati dalle difficoltà. 
Il vero peccato, più che nella caduta in sé, sta proprio qui: nello scoraggiarsi, nel rinunciare a rialzarsi. 
Certamente la conversione richiede la volontà seria di cambiare l'orientamento della propria vita. Si deve effettivamente essere fedeli al Signore; e, perciò, occorre prendere delle misure concrete, realistiche, per rendere possibile tale fedeltà. Ma non dovremmo porre in dubbio la sincerità dei nostri proponimenti se, conoscendo la nostra lentezza e fragilità, prevedessimo o constatassimo che non riusciamo a correggere radicalmente la nostra condotta da un giorno all'altro. Quando si parla del proposito di non ricadere più, bisogna distinguere: 
– una cosa è il fatto di non ricadere più;
– altro, invece, è la promessa e lo sforzo di correggere a poco a poco la nostra condotta e di ricominciare da capo ogni giorno. È QUESTO CHE possiamo fare, e che Gesù attende da noi.
E un grande aiuto ci verrà proprio dal sacramento della confessione
«Anche qui, però, occorre precisare che la confessione – prima d’essere l'accusa delle proprie colpe fatta al sacerdote, dovrebbe essere una professione di fede che Dio ci ama così come siamo. 
Ciò, ovviamente, esclude il non-sentirsi responsabili delle nostre azioni e delle conseguenze; ma credere, al di là d’ogni cosa, che Dio è sempre pronto a perdonarci «non sette volte, ma settanta volte sette» (Mt. 18, 22), cioè, a dimenticare tutto e a trasformare in carica positiva anche le eventuali nostre esperienze più negative. Va da sé che di fronte all'amore di un Padre – che ci conosce e sa comprenderci infinitamente più di quanto noi possiamo immaginare – non dovremmo più vedere le nostre mancanze con gli occhi dell'orgoglio ferito, ma con la semplicità e la confidenza del bambino. Si è mai visto un bambino meravigliarsi di essere caduto? Forse è anche questo l'insegnamento che vuole darci la predilezione di Gesù verso i bambini (Mc. 10, 14)». (Gino Rocca, Città N, 12, 1979)

► CONCUPISCENZA – SOLO “SESSUALE”?
«Il prete che mi ha confessato mi ha fatto riflettere. Parlando delle forme di "seduzione" del Maligno, disse: "Anche chi cerca una santità in modi, tempi e forme che non sono di Dio vive nella concupiscenza. Di solito la concupiscenza è connessa al campo sessuale – come ci hanno abituato a fare – ma è così?».
•  Il senso originario di concupiscenza, indica il desiderio di un bene, talmente intenso da destabilizzare l'equilibrio interiore della persona e provocare in lui la spinta irrefrenabile di possederlo, di afferrarlo, di avere per sé quel bene.  
Essa indica perciò un modo di rapportarsi della persona intera nei confronti del "bene" della vita e del desiderio di essa, in tutte le dimensioni. Una sorta di "bulimia della vita".  Perciò è legittimo parlare di concupiscenza in vari aspetti dell'uomo, come la Bibbia stessa riconosce. 
«Ciascuno di noi è tentato, adescato e sedotto dalla sua concupiscenza. 
E allora la concupiscenza concepisce e dà alla luce il peccato
 e il peccato giunto alla sua pienezza, genera la morte». (Giacomo 1, 14-15 – e in Rm 7,7).
1 – Quella suggerita dal confessore si potrebbe definire come una "concupiscenza spirituale": lo sforzo puramente umano di cercare di raggiungere la santità di Dio attraverso la sola volontà umana; e decidere tempi, modi e forme dell'essere come Dio desidera. 
È evidente che ciò appartiene alla logica della “carne” – direbbe san Paolo, cioè dell'uomo che confida solo in sé stesso e nelle proprie forze. Forma che serpeggia in modo subdolo pure nel mondo cattolico nella persona “molto religiosa” che, cerca di "costruire" la propria santità, obbligando se stesso a seguire regole etiche, nel tentativo di “conquistare" da sé la salvezza, senza rendersi conto che [come in Giacomo 1, 14-15],  proprio questa è la radice di ogni peccato.
2 – A partire da lì esistono altre forme di concupiscenza, da cui pure il mondo cattolico non è esente. 
   a – Quella della mente, in cui la persona cerca di “costruire la Verità”, attraverso lo sforzo della ragione, al cui servizio tutto il resto si piega, fino ad ipotizzare che la realtà sia soltanto l'immagine mentale che noi ci facciamo di essa, diventando così perfettamente al nostro livello. [Dio creò l’uomo a sua immagine e somiglianza, e l’uomo lo ha imitato creando un Dio a propria immagine e somiglianza!]. Anche qui è la logica della “carne” a vincere, perché la verità non può essere posseduta, ma al contrario essa ci possiede.
   b – Possiamo poi, legittimamente, parlare anche di una concupiscenza delle emozioni: cercare, cioè, di sentirsi vivi attraverso lo sperimentare intenso e ripetuto di varie forme di emozione, anche forzando i nostri limiti umani naturali. 
Come non vedere che certe forme di "ricerca del miracolo" strizzano l'occhio a tale logica della “carne”?  L'emozione che cessa d’essere luogo dell'amore di Dio e diventa Dio tout-court, o il metro del buono e valido o del “senza valore”: «Questa sì che stata un bella Messa: mi ha colpito!…». Oppure «Non sento nulla a pregare; dalle confessioni, … davanti al Tabernacolo, mi sento arida … quindi che valore ha?….».
   c– Esiste poi una concupiscenza delle relazioni, in cui si cerca di raggiungere l'unità della "comunione" umana attraverso l'imposizione prepotente sull'altro o l'accettazione della sottomissione all'altro, forzando la relazione oltre i propri limiti naturali. E allora l’“altro” diventa solo un oggetto del mio bisogno.  Il potere! Che smette di essere servizio e diventa il “dio” a cui tutto si piega.
    d – Forse la forma di concupiscenza meno "cattolica" è quella del corpo. Qui la salvezza è identificata soltanto nel raggiungere il benessere, il piacere del corpo, in tutte le sue forme – quindi non soltanto sessuali. 
Si tratta di un benessere che viene ricercato come se questa azione non avesse relazione alcuna con le altre dimensioni della persona, anche forzando i nostri limiti umani naturali.
Ciò ovviamente presuppone di considerare il proprio corpo soltanto un semplice contenitore senza significato. Esso mi serve per procurarmi piacere (vanità, superbia, sesso, droga..). 
Anche qui, si tratta dell'applicazione al corpo della logica della “carne”, in cui il corpo stesso viene in pratica deprezzato, e perciò anche depravato, cioè svuotato della sua verità. E se questa forma non è troppo presente nel mondo cattolico significa soltanto che il corpo lo abbiamo dimenticato fuori dalla porta della Chiesa, non certo che sul piano del corpo abbiamo vinto la concupiscenza (Liberamente, Borghi)


Aneddoti – PECCATO GRAVE E PERDONO
Il potente re Milinda disse al vecchio sacerdote: 
«Tu dici che l'uomo che ha compiuto tutto i mali possibili per cent'anni e prima di morire chiede perdono a Dio, otterrà di rinascere in cielo. Se invece uno compie un solo delitto e non si pente, finirà all'inferno. E giusto questo? Cento delitti, sono più leggeri di uno?».
Il vecchio sacerdote rispose al re: 
«Se prendo un sassolino grosso così, e lo depongo sulla superficie del lago, andrà a fondo o galleggerà?». 
«Andrà a fondo», rispose il re.
«E se prendo cento grosse pietre, le metto in una barca e spingo la barca in mezzo al lago, andranno a fondo o galleggeranno?». 
«Galleggeranno».
«Allora cento pietre e una barca sono più leggere d'un sassolino?».
Il re non sapeva che cosa rispondere. 
E il vecchio spiegò: 
«Così, o re, avviene agli uomini. 
Un uomo, anche se ha molto peccato ma s'appoggia a Dio, non cadrà nell'inferno. 
Invece l'uomo che fa il male anche una volta sola, e non ricorre alla misericordia di Dio, andrà perduto».

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BENVENUTO|

Il Paradiso non può attendere: dobbiamo già cercare il nostro Cielo qui sulla terra! Questo blog tratterà di argomenti spirituali e testimonianze, con uno sguardo rivolto al Carmelo ed ai suoi Santi