Ciclo su Canti del 28 ottobre 2025
Grazie Marta!
Blog di riflessioni con uno sguardo alla spiritualità carmelitana
Ciclo su Canti del 28 ottobre 2025
Grazie Marta!
Trovate il negozio o bottega incuneata nel bel mezzo di altri esercizi che costellano Sottoripa nel Centro Storico di Genova. Siamo nel quartiere del Molo, a pochi passi dall’Acquario e di fronte a Caricamento. Sottoripa è una storica via pedonale messa al riparo da antichissimi portici, tra i primi in Italia. Tra banchi esterni con ricordi e regali della città, friggitorie, frutta secca e le immancabili trattorie con tipico pesto genovese, passa inosservato il cartello che porta la scritta citata nel titolo. Ivi si fabbricano, con cura e mestiere, chiavi o duplicati di chiavi. Esse, com’è noto, sono strumenti metallici adoperati per aprire e chiudere una serratura: del portone, di casa, di un lucchetto, di un cassetto e financo dell’auto. Diventano talvolta un simbolo di potere. Nella vita è tutta una questione di chiavi.
Ricordo con una certa emozione quando, con la consunta chiavetta, ho avviato il motore di una vecchia ‘cinquecento’ di colore verde chiaro. La prima macchina della nostra famiglia operaia dopo l’ape ‘Innocenti’ del padre. Dopo anni di lavoro alla fornace dei mattoni usando la bicicletta. La chiave di casa si lasciava fuori, sulla serratura, senza alcun timore. Nel millennio scorso, nei paesi, ci si fidava dei vicini e dei passanti. L’importanza della chiave, nome che deriva dal latino ‘claudere’ e significa ‘chiudere’ è evidente solo quando ci si accorge di non trovarla. Si comincia allora a frugare dove si presume averla lasciata e, d’abitudine, il pensiero cerca il luogo dove essa è stata depositata e poi persa. In effetti ci sono chiavi che, strada facendo, abbiamo dimenticato e infine smarrito.
La prima dimenticata e poi perduta del mazzo di chiavi ritenute essenziali per il viaggio è quella della meraviglia. Parola che deriva dal verbo latino ‘mirari’, guardare con stupore’ o ‘ammirare’. Nel nostro Occidente che tutto vuole misurare, delimitare, controllare e far funzionare abbiamo gradualmente espunto la capacità di stupirci. Si è ormai dimenticato uno sguardo riconoscente sulla realtà che ci consente di avvicinarci, in punta di piedi, al mistero della vita. Chi eredita questo tipo di occhi sono anzitutto i bambini i cui occhi arrivano aperti sul mondo e tutto diventa una quotidiana scoperta. I mesi passati nel seno della madre ha solo fatto intravvedere e udire qualcosa del reale. Adesso si tratta di operarne lo svelamento tramite l’esperienza che si riveste di novità e dunque di stupore.
Dalle nostre parti i bambini sono pochi, isolati e sovente assediati dai grandi. Spesso, questi ultimi, invece di mettersi in ascolto dei loro occhi, vogliono in fretta imporre il loro sguardo deluso su una realtà che va posseduta. Da uno sguardo stupito e riconoscente si vuole far passare ad uno da conquistatori o seduttori della realtà. Il passaggio al tutto consumabile e traducibile in merce che caratterizza parte dello spirito del nostro tempo inizia dallo stupore tradito dei bambini. Esso può nondimeno risorgere nello sguardo dei poeti, dei folli, dei santi e di coloro che si lasciano ferire dal mistero. Lo stesso che insinua la seconda chiave, essenziale anch’essa, che è quella della memoria. Ricordiamo quanto sarebbe bene archiviare e cancelliamo il senso della nostra comune fragilità.
Creature di sabbia e di vento, totalmente dipendenti da mani che ci hanno ricevuto. Erranti e esuli dalla nascita che si nutrono di parole germogliate dalla terra e dal cielo. Facessimo memoria dei nostri esodi e delle porte trovate socchiuse saremmo più onesti con coloro che solo chiedono l’ospitalità dei loro sogni confiscati. Consapevoli della duplice perdita potremo, con umiltà, avvicinarci alla bottega degli artigiani delle chiavi. E domandare loro se per caso, nel deposito delle chiavi perse, riparate, rifatte o messe da parte, non si trovino quelle dello stupore e della memoria grata. Sono queste le due chiavi che potrebbero salvare il mondo.
Mauro Armanino, Genova, ottobre 2026
La società dei reclusi e i rivoltosi
Ne parla diffusamente l’amico Italo Di Sabato nel suo ultimo libro ‘Democrazia Punitiva’. Viviamo, consapevolmente o meno, da reclusi. Oltre un decennio or sono ero tra i volontari che visitavano regolarmente il carcere di Marassi a Genova. Per avere i colloqui coi detenuti dovevo passare, dall’esterno all’interno almeno sette cancelli ad apertura elettrica azionata dal personale. Ingenuamente credevo, una volta uscito dal carcere, di lasciarmi la prigione alle spalle. L’allusione alla società dei reclusi come metafora del nostro tempo mi appare tutt’altro che fuori luogo. Se nelle carceri italiane, secondo quanto ricorda l’associazione Antigone, si trovano circa 66 mila persone, il numero, che fondamentalmente coincide con la società stessa, è incalcolabile. Meno reati e più detenuti perché, ricorda Antigone, cambiano le leggi, i tipi di reati, si elevano le pene e si restringono le possibilità alle misure alternative. La società nel suo insieme si presenta come ‘punitiva’.
La programmata mutilazione dello spirito, componente essenziale dell’identità della persona, si è tradotta nella precipitosa caduta nella mercificazione totale di tutto ciò che si presume misurabile e dunque oggetto di mercato. Uno dei drammi della nostra epoca, nell’Occidente, è l’appiattimento dell’umano alla sola dimensione commerciale. Questa è la seconda porta o cancello del carcere. Il terzo potrebbe essere identificato, di conseguenza a questa lotta senza quartiere per potere, denaro e mercati, in una nuova ‘classe armata’, riprendendo la straordinaria riflessione scritta dell’amico David Colantoni. Una classe armata che, per auto-generarsi e perpetuarsi, si avvale della collaborazione di tanti complici che assecondano questo progetto distruttivo.
Senza l’esautorazione della politica e lo svuotamento della Costituzione questa operazione non sarebbe stata possibile. Questo tradimento è il quarto cancello che reclude la società attuale. La svendita graduale di tutto ciò che ha costituito i valori insiti nella carta costituzionale. Il bene comune, la solidarietà, la dignità e il ripudio della guerra. Il tutto fondato sul lavoro. Lo smarrimento del senso e significato de lavoro appare come il quinto cancello della grande reclusione attuale. Precariezzato, sfruttato, tornato all’epoca feudale, accettato o subito spesso in condizioni di neo schiavismo. Il lavoro, inteso come trasformazione del mondo e, nel contempo di sé, è stato svuotato da ogni esperienza di legame, solidarietà e mistica del conflitto, come ricorda il citato Di Sabato. Imprigionati tra i morti sul lavoro, la diserzione sindacale e la delocalizzazione produttiva dove si paga meno.
Il sesto cancello reclusivo e recludente appare come una conseguenza di quanto sopra elencato e si potrebbe identificare come frammentazione e isolamento. Per dirla con Zygmunt Bauman, la solitudine del cittadino globale generata dalla strategia del sospetto, la fabbricazione della paura e la caccia al nemico, più debole naturalmente. Ciò insinua e provoca il settimo sigillo, cancello, porta metallica che reclude. La peggiore di tutte perché è un misto di cecità, rassegnazione, accomodamento o semplicemente convenienza a vivere, felici, contenti e protetti, in una gabbia.
La libertà, lo sappiamo, è per sua natura pericolosa perché implica una triplice responsabilità. Nei confronti di stessi, degli altri e della storia. Pure le parole sono pericolose perché creano mondi. La parola recluso significa rinchiudere ma anche aprire o dischiudere. In quest’ultima accezione, allora, non rimane altro che l’opzione della rivolta. Rivoltarsi per volgersi di nuovo ai volti dimenticati, feriti e traditi lungo la strada. Questa è forse l’unica chiave da usare per aprire i cancelli.
«I bambini arrivarono nel santuario un po’ prima della messa, fieri di essere i primi, con gli zaini che si muovevano ancora. Il catechista li fece sedere e disse con calma: “Prima di iniziare, restiamo qui insieme”.
Non sapevano che c’erano i vespri, e li trovarono già iniziati, come un dono che non avevano previsto. La voce del salmo riempiva la chiesa con un ritmo semplice, che non chiedeva di capire, solo di ascoltare.
I bambini si fermarono subito: qualcuno guardava le candele, qualcuno seguiva le parole, qualcuno teneva le mani sul banco. In quella quiete sembravano più raccolti, come quando il cuore si mette in ordine da solo.
Il catechista pensò che era il modo giusto per affidare l’anno a Maria: cominciare ascoltando. La settimana dopo, un bambino disse: “Mi è piaciuto arrivare e trovare quella preghiera”.
Il catechista rispose: “La Parola di Dio, anche solo ascoltata, entra nel cuore e lo fa crescere”. I
l bambino fece un sorriso limpido, come quando una cosa buona ti rimane dentro senza rumore».
«Chi sa fermarsi ad ascoltare Dio prima di agire,
permette alla grazia di mettere in ordine il cuore senza fare rumore».
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Dal Vangelo secondo Luca (Lc 10, 39):
«[Maria] sedutasi ai piedi del Signore, ascoltava la sua parola».
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«Lasciati fare da Me.
Il segreto dell'anima semplice è di non opporre resistenza,
ma di accogliere la mia voce come la rugiada
che scende sul prato nel silenzio del mattino»..»
(Gabrielle Bossis - Lui e Io - Diario intimo di una mistica del novecento)
Verbi e declinazioni possibili
Non casualmente dunque, dal mio ritorno dal Sahel, l’anno scorso di questi tempi, i verbi che ho sentito maggiormente usare sono riconducibili all’ambito militare, a quello della sicurezza, dell’economia politica e della comunicazione. Armarsi, difendersi, controllare, re-migrare, condannare, punire, produrre, eliminare, respingere, disciplinare e molti altri che sarebbe tedioso elencare. Essi dicono molto di ciò che, molto spesso indotto dal potere, costituisce il nostro immaginario sociale quotidiano. Nè le parole e tantomeno i verbi sono innocenti. Rivelano e nascondono allo stesso tempo i rapporti di potere, classi sociali, idee dominanti e istruzioni per l’uso della società.
Ogni giorno scegliamo infatti il modo con cui vogliamo abitare il mondo. Prima ancora però scegliamo il tipo di mondo che vorremmo. Muri, controlli, frontiere armate, selezioni darwiniane in atto nella società o zone protette e sicure. Scegliamo con chi e da parte stare in strada, nel bus, in scuola o sul lavoro. Scegliamo il genere di messaggio che esibiamo con gli abiti, il corpo, il portatile intelligente che portiamo in mano camminando sotto i portici della città. Scegliamo con chi condividere la vita e anche chi evitare di guardare da vicino o negli occhi. Talvolta scegliamo di non scegliere per avere l’illusione di maggiori opportunità tra le merci e gli amici disponibili. Non vogliamo perdere il possibile.
Scegliamo i politici che tradiranno in seguito le promesse elettorali e sceglieremo di chiudere il giornale o i televisori per le notizie che ci disturbano o assediano. Sceglieremo di assentarci il più spesso possibile convinti che intanto nulla cambierà. Sceglieremo di credere a chi conferma le nostre idee e cercheremo di cestinare quanto potrebbe metterci in discussione. Scegliamo il Dio o la religione o l’assenza compatibili con le nostre fugaci e fragili aspettative. Scegliamo, avendole le possibilità, cosa mangiare, bere, dove prendere l’aperitivo e magari anche le prossime vacanze. Scegliamo il nome che i nostri figli porteranno per l’eternità e la scuola che frequenteranno per diventare qualcuno. Scegliamo la data eventuale del matrimonio o di lasciar passare gli anni e il tempo. A volte possiamo persino scegliere come morire o se vivere ancora.
La signora che comincia gli incontri con la domanda sul verbo più importante ha ragione da vendere. Scegliere come declinare il colore del cielo, del mare e delle parole è una nuova creazione della terra.
Mauro Armanino, Casarza Ligure, settembre 2026