AFORISMA

Meglio aggiungere vita ai giorni, che non giorni alla vita
(Rita Levi Montalcini)

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Nostra Signora del Carmelo

Nostra Signora del Carmelo
colei che ci ha donato lo scapolare

sabato 24 luglio 2021

IL DIRITTO ALL'OPACITÀ, FILOSOFIE DI SABBIA di PADRE MAURO ARMANINO



EDOUARD GLISSANT

Il diritto all’opacità,

 filosofie di sabbia

…’Per questo io chiedo per tutti il diritto all’opacità. Non mi è più necessario ‘comprendere’ l’altro, cioè ridurlo al modello della mia propria trasparenza, per vivere con quest’altro o costruire con lui. Il diritto all’opacità sarebbe oggi il segno più evidente della non-barbarie’… Scriveva così, tra l’altro, Edouard Glissant, poeta, scrittore e saggista francese, originario delle Antille. Parole ancora più vere se messe nel contesto del ‘nuovo’ mondo nel quale, grazie anche all’invasività dei mezzi di comunicazione, tutto dev’essere visto e ‘compreso’ in tempo reale. La frontiera tra pubblico e privato è stata da tempo, almeno in Occidente, cancellata dalle confessioni pubbliche dei vizi e delle virtù di chi conta. Di riflesso, anche nel nostro continente che, a suo modo, cerca di resistere all’attacco incessante della ‘trasparenza assoluta’. Transparency International, ad esempio, è un’organizzazione non governativa che si occupa dell’ingiustizia della corruzione, non solo politica, in un centinaio di Paesi. Detta lodevole istituzione diventa, suo malgrado, come una parabola della strategia di rendere tutto ‘trasparente’, leggibile, comprensibile e soprattutto controllabile. Una società che, come quella occidentale, si avvicina paurosamente a ciò che ha ripudiato nel recente passato: la dittatura attraverso il sistema di controllo dei propri cittadini.

In Africa, come in altre parti del Sud del mondo, il colonialismo si veste e si presenta in modo differente ma, nella pratica, ribadisce il principio guida che lo anima da sempre: perpetuare il potere di dominazione sull’altro. Ciò si articola tramite i tecnici dello sviluppo e delle ‘religioni’, antropologi assoggettati e funzionali al sistema, organismi internazionali che vincolano gli aiuti e i progetti al pensiero unico egemonico dell’interesse. Alla base di tutto ciò si trova quanto Glissant afferma nel testo sopra citato e cioè la ‘riduzione’ dell’altro al modello della mia ‘trasparenza’. Adeguare l’altro al tipo di interpretazione del mondo che considero l’unica possibile e necessaria. Gli studi, i piani di sviluppo, le ricerche, le indagini e financo i più sinceri tentativi di avvicinamento culturale, risulteranno come viziati da questa postura, autentico ‘peccato originale’ di chi possiede il potere dello sguardo e della parola. Smarrito lo sguardo contemplativo, che ‘accarezza’ la realtà, sapendola più grande di sé, da rispettare nel suo silente mistero, si preferisce lo sguardo del ‘mercante’. Questa figura non è in sé banale perché è ciò che ha guidato, almeno in buona parte, le conquiste, i possedimenti, gli imperi e le guerre come conseguenza. Lo sguardo del mercante possiede come degli artigli che usano la realtà, persone e cose, da conoscere per sfruttare. L’idea della conoscenza come potere ha prodotto il mercante di cui anche la scienza è ormai una componente essenziale. Strada facendo abbiamo dimenticato che la conoscenza è fatta per contemplare la verità originaria da scoprire . Abbiamo smarrito questa maniera di conoscere e siamo diventati dei commercianti. 

L’altro potere è quello sulla parola, un potere che crea e profana allo stesso tempo la realtà. Il potere di dichiarare una guerra, per esempio quella sanitaria, che si dice di ‘combattere’ in certe parti del mondo o di dichiarare uno stato permanente di urgenza temporanea. L’ordine di abbigliarsi con indumenti che, come le maschere, rendono solo più trasparente il regime nel quale si è costretti a vivere oggigiono, in alcune parti del globo terrestre. Si maschera il volto e, nel contempo, si smaschera il sistema che ordina i coprifuoco, i giorni possibili di preghiera e il numero di persone a tavola per un giorno di festa. Perché la parola abbia l’effetto sperato c’è dunque bisogno della trasparenza dell’immagine. Per questo ci sono le forze di polizia,  telecamere in ogni angolo di strada, i droni a volteggiare e se questo non bastasse, i vicini di casa che, zelanti come sempre, denunceranno le infrazioni alla buona condotta imposta da leggi e decreti senza fine. 

Ecco perché, di fronte allo sguardo che riduce l’altro a cosa e alla parola che lo umilia, qui si rivendica l’opacità. Il senso del mistero della vita, il ritorno e il ricupero delle iniziazioni in parte dimenticate o tradite, il segreto nelle parole che solo il rispetto può cogliere nel profondo, il silenzio dinnanzi al mistero della vita e la prossimità nel tempo del dolore e della morte, i legami con coloro che ci hanno preceduto e la paziente tessitura dei fili sottili che costituiscono la trama delle relazioni umane. L’opacità per evitare la barbarie.

        Mauro Armanino, Niamey, 25 luglio 2021

domenica 18 luglio 2021

I SACRIFICATI DEL SAHEL di Padre MAURO ARMANINO

 


I sacrificati del Sahel

Sono anzitutto loro, i capri, che occupano senza averlo scelto, tutti gli spazi utili lungo le strade della capitale Niamey. Bene in vista per gli acquirenti che, con l’auto, possono imbarcare l’animale e spesso il fieno necessario per nutrirlo fino alla festa di martedì. La Tabaski, Aid el- kebir, ricorda il sacrificio chiesto ad Abramo, patriarca nella fede delle religioni monoteiste. I capri non sono soli in questo drammatico, beninteso per loro, frangente. Altri animali, piccoli ruminanti e bovini, sono anch’essi possibile bersaglio del sacrificio rituale che consisterà a sgozzare l’animale, svuotarlo delle interiora e poi cuocerlo a fuoco lento fino a cottura completa. La crisi economica, securitaria e le conseguenze delle politiche restrittive legate al Covid, rende l’acquisto degli animali più complicato del solito. I commercianti deplorano un minore afflusso di clienti. Non è chiesto il parere degli animali perché, si sa, la storia è scritta dai vincitori.

Oltre agli animali, il rito della Tabaski implica altri elementi ugualmente indispensabili alla festa: la legna o il carbone per cuocere l’animale, i pali di legno, gli utensili per le varie operazioni legate alla cottura e alla consumazione. Tra questi troviamo oggetti di fabbricazione locale e altri provenienti da commerci trans-frontalieri. Coltelli, ‘machete’, padelle, necessario per gli spiedini, i barbecue, filo di ferro, griglie, fornelli a gas e grosse pentole. I venditori sanno che i clienti verranno all’ultima ora come sempre per l’acquisto della vigilia, quando ci sarà il pienone di gente. Infine ci sono le spezie per dare sapore alla carne e sono le donne a farle da padrone al mercato dei peperoncini, il condimento più ricercato dalle clienti. Una carne senza piccante non è concepibile e questo le donne lo sanno per esperienza culinaria tramandata di generazione in generazione.

Il settimanale governativo offre ampi spazi agli auguri della festa. Ola energia, l’Ecobanca, la Banca dell’Habitat nel Niger e, infine, la Banca Islamica, con una foto in primo piano di un capro con le corna girate in modo classico. Un sacrificato di lusso che evidenzia l’orgoglio caprino per la scelta operata dal fotografo pubblicitario. La lista dei sacrificati del Sahel, meno nota, è lunga e va ben aldilà degli animali citati. Nel vicino Burkina Faso nei primi sei mesi dell’anno si sono registrati oltre 237 mila sfollati, nel Mali e nel Niger siamo su cifre analoghe. Nella confinante Algeria, a un ritmo quotidiano, settimanale e mensile, vengono espulsi e buttati nel deserto centinaia di migranti e rifugiati, madri e bimbi compresi. Si sacrifica la politica all’economia e i giovani all’incertezza permanente sul tipo di furto che sarà perpetrato sul loro futuro. Si immola la libertà e la democrazia in cambio di una un finta pace sociale senza giustizia e verità.

A guardare i capri lungo le strade o nei mercati, insieme e isolati, poco consapevoli di quanto loro accadrà tra qualche giorno, non è difficile immaginarli come un simbolo dei sacrificati di oggi. Insieme, eppure ognuno per sé, preparati per anni di svuotamento etico neo-liberale alle dittature che si disegnano all’orizzonte non lontano. I proletari di tutto il mondo non si uniscono più come una volta e pochi credono ancora in una rivoluzione possibile. La salvezza arriverà improvvisa sulle ali di una farfalla chiamata dignità

Mauro Armanino, Niamey,

 20 luglio, festa della Tabaski 

giovedì 15 luglio 2021

FESTA DELLA MADONNA DEL CARMINE - dalla Scuola per l'Infanzia della Parrocchia carmelitana di Legnano (MI)

Ciclo su Fiori della nostra Scuola per l'Infanzia di Legnano per la Madonna del Carmine 2021


カルメル山の聖母にささげたうちの幼稚園の花です

LA STATUA DELLA MADONNA DEL CARMINE

Le rose gareggiavano per fare
le Damigelle della Vergin Santa,
che disse al Pargoletto: “Scegli tu!”.
E lui col suo ditino le toccò,
sapendone aumentare la fragranza!












 IL TRICOLORE

E pur il Tricolore compiaciuto
della felice scelta sventolò!

 (Legnano 15-7-2021), Padre Nicola Galeno

sabato 10 luglio 2021

IL DOVERE DI TESTIMONIARE - Un ricordo di MARIA BOLLA - testo di RENATA RUSCA ZARGAR



Il dovere di testimoniare

Un ricordo di Maria Bolla

 Ieri, 6 luglio, è mancata la signora Maria Bolla, presidente dell’ANED (Associazione ex deportati nei campi di sterminio) di Savona e Imperia per una malattia di quelle che definiamo “brutte” e che lo sono veramente. Tanti anni fa, quando sono stata trasferita al Liceo Artistico, ho trovato, in sala insegnanti, una circolare che dava notizie dell’Aned e dei Concorsi che l’Associazione bandiva per organizzare i pellegrinaggi ai campi di sterminio.

Oltre alle informazioni storiche che avevo come docente di materie letterarie e alle poche familiari (i miei parenti non ne volevano sapere di parlare della guerra, anzi, dicevano addirittura che non bisogna mai dire a nessuno per chi si vota!), ero rimasta molto colpita, anni addietro, poco più che bambina, dalla lettura di un libro: La casa delle bambole: https://www.sololibri.net/La-casa-delle-bambole-ka-tzetnik.html


In quel romanzo, si parlava delle torture e degli esperimenti che i nazisti facevano usando il corpo delle donne. Non avendolo mai dimenticato, ho fatto poi leggere il libro anche alle mie figlie perché l’ho sempre ritenuto uno stimolo emozionale importante per spingere a studiare e comprendere la storia.

Dunque, trovata quella circolare, mi ero subito messa in contatto con l’Aned. Da allora, per parecchi anni, ho collaborato, tanto è vero che numerosi miei alunni, hanno avuto la grande opportunità di aderire alle varie attività dell’Associazione: non solo viaggi ma incontri, conferenze, testimonianze, pubblicazione di libri. La signora Maria era un turbine di proposte e non si occupava solo degli ex deportati e di quel periodo storico, spesso mi richiamava alla drammatica situazione attuale.

Abbiamo condiviso, avendo io stessa accompagnato gli alunni vincitori, ben cinque pellegrinaggi a Mauthausen, Dachau, Gusen, Ebensee, poi uno a Terezin, infine, con mio marito Zahoor Ahmad e mia figlia minore Zarina siamo stati ad Auschwitz-Birkenau. Ho avuto l’opportunità di essere presente ad alcuni Congressi Nazionali dell’Aned, esperienze di grande valenza intellettuale oltre che umana. Infine, la mia collaborazione con l’Aned si è conclusa perché, come pensionata, non ho più alunni e non frequento più nessuno. Ora tocca ad altri, che sono nel pieno dell’attività lavorativa.

Tra me e la signora Maria è rimasto, però, sempre un rapporto affettuoso, fuori da qualsiasi ruolo e competenza istituzionale.

Ogni tanto, mi mandava nel negozio di mio marito, magari dai suoi amatissimi nipoti, un tortino di verdure fatta con le sue mani perché sapeva che io non le faccio. Oppure, mi regalava un libro da leggere, di solito, di deportate donne. O mi diceva: “Meno male che hai telefonato, pensavo proprio a te.” Maria aveva un carattere molto forte, e disgraziatamente anch’io, era spiccatamente decisionista e, forse, anche perfezionista.

L’ultimo suo progetto è stato un libro, “Il dovere di testimoniare”, che, oltre a raccogliere le testimonianze dei nostri deportati/e liguri, traccia la via maestra della sua essenza e arriverà a settembre nelle scuole. Infatti, ella ha dedicato il suo tempo (fin dagli anni ’70) a far capire cosa sia stato il nazismo e il fascismo, a quali mostruosità siano riusciti ad arrivare.


Credeva, come credo anch’io, che sia necessario battersi perché queste cose non tornino, seppure in forma diversa, anche se travestite da faccine sorridenti, occhi dolci, slogan che, a prima vista, potrebbero sembrare di buon senso.

Ma i travestimenti scompaiono presto, quando si trova giusta la tortura dei carcerati o non si possono accettare le evidenze scientifiche che ognuno nasca con la sua natura. O che sia meglio difendere la vita di un cane piuttosto che quella di un bambino, magari nero.

La signora Maria è arrivata a una bella età ed era perfettamente cosciente e consapevole. Per questo, ha dovuto soffrire a causa della malattia e ciò mi dispiace infinitamente. Io mi auguro, e so che lo pensa anche lei, che la sua Associazione continui a operare. Certamente, non esiste un’altra Maria Bolla.

Speriamo, però, che si trovi una persona molto competente e capace che possa dedicare una parte della sua esistenza a un compito tanto duro quanto quello di formare le nuove generazioni.

 Il funerale si è tenuto nella Chiesa della Villetta a Savona, l’8 luglio alle ore 9,30. La Presidente Maria Bolla Cesarini aveva lasciato disposizione perché, invece dei fiori, si facesse una donazione all’AIRC o a Savona Insieme.

Nella foto in alto (scattata da me), l’ingresso al campo di Dachau, nel 2003, con la Presidente Maria Bolla, gli ex deportati Eugenio Largiu e Antonio Arnaldi, insieme ai ragazzi delle superiori in pellegrinaggio.PUBBLICATO SU:

https://www.liguria2000news.it/societa/il-dovere-di-testimoniare-un-ricordo-di-maria-bolla/

Renata Rusca Zargar 

PER UN ELOGIO DELLA LIMITATEZZA: INDICAZIONI DAL SAHEL di P. MAURO ARMANINO



Per un elogio della limitatezza: indicazioni dal Sahel

Ho scoperto la limitatezza, in questo mese di luglio, anni fa, nell’ospedale San Martino di Genova. Un mese esatto di degenza, per un neoplasma nel cervello, felicemente asportato: trenta giorni immobili e il mondo, cielo compreso, in una stanza comune, e qualche altro giorno, nel reparto di rianimazione. A trent’anni la carne e l’anima hanno compreso che la vita è limitata nel tempo, nello spazio e nel movimento. L’onnipotenza degli anni operai, delle teologie di carta e delle speranze a buon mercato se n’è andata per sempre. L’ultimo giorno del mese, uscendo dal reparto di neurochirurgia ho visto le nubi e sentito l’aria al sapore di mare per la prima volta. I primi incerti passi col timore di aver dimenticato come si cammina e l’attenzione ai dettagli di un mondo che appariva colorato come mai prima. Il primo giorno della creazione era passato.

Nel Sahel sappiamo di non essere onnipotenti e neppure ci proviamo. La vita dura poco e, quando c’è, è fragile, limitata e provvisoria come tutto il resto. Si arriva per caso o comunque senza volerlo, si parte talvolta all’improvviso e raramente preparati come si deve. Nessuno pretende di dettare legge alla vita o semplicemente immaginare di pretendere ciò che non si possiede. Si vive ogni giorno per miracolo o per abitudine e questo basta perché le ore abbiano un senso e una direzione. Si nasce in qualche modo con una promessa da compiere che sta scritta sulla sabbia e basta un poco di vento per imbrogliarne il tracciato. Lo sanno tutti che i diritti sono un lusso che pochi possono permettersi. La vita non si spiega ma si vive.

Non parliamo poi del lavoro che arriva, si perde, scompare una mattina e poi si nasconde per qualche settimana per riapparire, come se niente fosse, un paio d’anni dopo in un ufficio qualsiasi dell’amministrazione penitenziaria. La limitatezza dei contratti inesistenti e il precariato che va in giro con forbici, macchina per cucire, pantaloni da vendere, liquori da spacciare, thermos e il thé per la colazione ambulante, sono il nostro lavoro. Ci sono, è vero, industrie di estrazione e qualcuna di trasformazione, treni che non passano e binari in attesa di treno e mercanzie, ma tutti sanno che, in fondo, a dare il lavoro è solo Dio, inshallah. Noterete negozi di ‘Prêt-à-Porter’, pannelli pubblicitari e bar d’occasione. Passate una settimana dopo e di tutte queste illusorie entità lavorative non troverete traccia. Il Comune le ha demolite.

Se c’è un ambito nel quale la limitatezza si realizza con squisita fattura, è quello della politica. Anche i bambini che giocano nei cortili o lungo le strade lo sanno bene. La politica e l’economia sono l’arte del limite applicato ai cittadini. Solo con i mandati presidenziali, per un attimo, questo principio sembra cedere alla realtà del prolungamento indefinito. Ma arriva, inesorabile, l’età, gli acciacchi di stagione e i colpi di stato militare per ricordare agli incauti attentatori del limite costituzionale stabilito, che tutto ha una fine. Progetti, partiti politici, piani di aggiustamento, strategie di sviluppo sostenibile, azioni di contrasto al cambiamento climatico, ruolo imprenditoriale accresciuto per le donne, tutto ciò e molto altro si sposa con la limitatezza delle previsioni più ottimiste. La politica degna di questo nome è quella che rispetta i poveri.  

Eppure tutto ci parla di limitatezza, a partire dal corpo, dall’età che li scolpisce, dagli affetti e dalla vita che un giorno ci lascia per emigrare altrove. Educare al limite, inteso come frontiera aperta all’accettazione riconoscente della creaturalità che ci costituisce, dovrebbe essere uno dei compiti della scuola. È però soprattutto nella famiglia che si dovrebbe imparare a comporre l’elogio della finitezza perché lì la vita si rivela nella sua quotidiana avventura. Qui nel Sahel sappiamo che tutto parla di fragilità. Il presente, il futuro, il cibo, la semina, il raccolto, lo stato di urgenza dovuto ai gruppi armati, l’incertezza di tornare a una casa che forse è stata spazzata via dall’ultima inondazione e del matrimonio, che dura finchè lo porta il vento. Qui amiamo la materialità, la prossimità, la vicinanza degli antenati e crediamo nella follia dei corpi.

Il capitalismo è nato da recinzioni che hanno segregato quanto era patrimonio comune solo per iniziare ad abbattere tutti i limiti che incontrava sul suo cammino. La lotta al capitalismo, se vuole essere onesta con sé, non può non passare attraverso il ricupero della limitatezza che ponga le premesse per la sconfitta totale di questa dittatura. La stessa ecologia, slegata dal limite creaturale, rischia di trasformarsi in un inedito e ambìto nuovo settore del liberalismo. Ritorno alla natura, e l’applicazione abusiva dell’ingegneria genetica è uno dei paradossi drammatici del nostro tempo.  La limitatezza nasce dall’ascolto della pioggia che cade, del fiore che sboccia nel deserto, del vagito di un bimbo, del silenzio paziente delle stelle, del volto scavato di un padre, di una madre che carezza il futuro della figlia e di nostra sorella morte, che ci prenderà per mano.


         Mauro Armanino, Niamey, 11 luglio 2021

       (Ndr: è stata scelta l'immagine di una croce, perché indicata all'articolo)                    

lunedì 5 luglio 2021

PER NON DIMENTICARE ...VITTORIO POZZO, allenatore della Nazionale Italiana di calcio

Ciclo sulla Tomba di Vittorio Pozzo nel Cimitero di Ponderano (BI)

PER NON DIMENTICARE..

All’indomani della vittoria

della nostra Nazionale di calcio

contro il Belgio

mi sono sentito in dovere

di una riverente visita

alla tomba del leggendario 

VITTORIO POZZO,

l’allenatore che la portò

a ben due titoli mondiali consecutivi

negli anni Trenta del secolo scorso.


Forse ben pochi sanno

che si trova sepolto

nel Cimitero piemontese 

di Ponderano (BI).


LA CAPPELLA DELLA FAMIGLIA POZZO


LA LAPIDE DI VITTORIO POZZO

 

UNA VETRATA MARIANA DEL CIMITERO

…………………………..


(Ponderano 3-7-2021), Padre Nicola Galeno


BENVENUTO|

Il Paradiso non può attendere: dobbiamo già cercare il nostro Cielo qui sulla terra! Questo blog tratterà di argomenti spirituali e testimonianze, con uno sguardo rivolto al Carmelo ed ai suoi Santi