AFORISMA

Meglio aggiungere vita ai giorni, che non giorni alla vita
(Rita Levi Montalcini)

Nostra Signora del Carmelo

Nostra Signora del Carmelo
colei che ci ha donato lo scapolare

martedì 30 gennaio 2024

benedizioni dal Sahel di Padre MAURO ARMANINO

                                                         

Spesso abbiamo bisogno di Abbracci e di parole incoraggianti, per cacciare i timore e affrontare le immancabili avversità della vita. Ringrazio Padre Mauro, missionario a Niamey,  in Niger., coraggio per la salute! tutto andrà bene, Mauro che da tempo mi sta donando conforto.


 Benedizioni dal Sahel

Come tutto ciò che ci riguarda, anche le benedizioni, sono da noi di polvere, anzi polvere di vento. In questi giorni, a Niamey la capitale e dintorni, loro sono tornati. Il vento che porta la polvere del deserto che si raffredda la notte e il primo mattino. I pomeriggi assolati ma non eccessivamente perché siamo nella stagione dell’Harmattan, termine inglese adattato da lingue locali. Le benedizioni le porta il vento dove uno meno se le aspetta, nel Sahel imprevedibile per sua natura. 

Sono benedetti i bambini di Makalondi, cittadina ad un centinaio di kilometri dalla capitale. L’altro giorno sono andati a scuola e hanno trovato le scuole chiuse perché senza insegnanti. Essi sono stati minacciati di fare la stesse fine di un loro collega, rapito e ucciso da uomini armati che hanno affermato di conoscere le case di tutti gli insegnanti. Eppure, in questa città sono stazionati i militari che la notte trovano difficoltà ad assicurare protezione alle migliaia di cittadini sfollati della zona.

L’altra benedizione è accaduta ieri, venerdì, nel cimitero cristiano della capitale, attorno ad una croce di ferro piantata nel terreno. Sulla tavoletta di ferro saldata alla piccola croce c’è il nome di Godwin Monday, nigeriano. Nato di lunedì 46 anni or sono, è tornato alla terra promessa che ha cercato nel Benin, Etiopia, Kenia, Dubai degli Emirati Arabi Uniti e infine il Niger di Niamey dove il tumore che portava nel volto ha avuto ragione delle cure che stava seguendo. Dio avrebbe vinto.

Sono poi benedetti, clandestinamente o per meglio dire ‘illegalmente’, proprio loro, i migranti che del Sahel hanno esplorato le infinite possibilità di viaggiare. Il regime militare al potere dal colpo di stato del passato luglio ha deciso di abrogare la legge sulla migrazione, fatta ad immagine e somiglianza dell’Unione Europea. Detta legge, dal 2015, aveva scelto di ‘criminalizzare’ quanti collaboravano all’avventura migratoria per meglio negare i diritti dei migranti alla mobilità.

Non raramente detta benedizione arriva in ritardo. Nel Mediterraneo centrale i migranti morti in mare nel 2023 sono stati oltre 2.800 e nel deserto nessuno è potuto andare ad indagare perché tutto era militarizzato, specie le piste conosciute dagli autisti. Nel frattempo, l’italica repubblica convoca gli stati africani assicurando loro che, ispirandosi ad Enrico Mattei, inventore dell’ENI, il progetto di esternalizzare le detenzioni e i controlli dei migranti sarà sul modello italiano dell’Albania.

L’ultima benedizione nel Sahel, però, è naturalmente per la sabbia. Essa è del popolo la migliore metafora e immagine. Lei, la sabbia, è paziente, resistente, tace, geme, persiste, si adatta ai regimi che l’attraversano e tutto ricopre, alla fine, di una coltre che il tempo sedimenta. Com’è noto il cielo e la terra passeranno ma lei, la sabbia, resterà come unico testimone del popolo benedetto dal vento della speranza.

                                                     


                   Mauro Armanino, Niamey, 28 gennaio 2024


lunedì 29 gennaio 2024

Conferenze di P. Claudio TRUZZI- 12 STILE DEL CRISTIANO .B , ATTEGGIAMENTI COERENTI - 3 AMMINISTRATORE INFEDELE

 


 12 – STILE DEL CRISTIANO

b – ATTEGGIAMENTI COERENTI


3.  AMMINISTRATORE INFEDELE 

«Un uomo ricco aveva un amministratore, e questi fu accusato dinanzi a lui di aver dissipato i suoi beni. Il padrone lo chiamò e gli disse: “È vero quello che sento dire di te? Rendi conto della tua amministrazione, perché da questo momento non potrai più amministrare”. 

L'amministratore disse fra sé: “Che farò ora che il mio padrone mi toglie l'amministrazione? Zappare, non ho forza, medicare, mi vergogno. 

So io che cosa devo fare, affinché quando mi sarà tolta l'amministrazione, mi accolgano nelle loro case”. Chiamò uno ad uno quelli che avevano debiti con il suo padrone e disse al primo:“Tu quanto devi al mio padrone”. Quello rispose: “Cento barili d'olio”. Gli disse: “Prendi il tuo foglio, siediti e scrivi cinquanta”. Poi disse ad un altro:“E tu quanto devi?”. Quello rispose: “Cento misure di grano”. Gli disse: “Prendi il tuo foglio e scrivi ottanta”. 

Il padrone lodò quell'amministratore disonesto, perché aveva agito con scaltrezza. Infatti, i figli di questo mondo, nei loro rapporti con gli altri, sono più astuti dei figli della luce». (Luca 16,)

Si tratta, indubbiamente, di una parabola imbarazzante, persino scandalosa.

Un latifondista capta alcune voci circa l'irregolarità amministrative compiute da un suo fattore. 

Lo manda a chiamare. L'interessato non pensa neppure a discolparsi: i libri contabili gli danno torto. Il licenziamento risulta inevitabile.

Ciò di cui lui si preoccupa è del proprio futuro. 

L'unica maniera per cavarsela, dal momento che non saprebbe fare altri mestieri, consiste nel procurarsi degli amici.

Ed eccolo subito in azione. Convoca i debitori del suo padrone – probabilmente mercanti-grossisti – e riduce notevolmente l'ammontare del loro debito. Una riduzione del venti per cento per il grossista di grano, e del cinquanta per cento per quello dell'olio. In ogni caso, l'abbuono è di parecchi milioni.

Bella maniera di “sistemare” uno scandalo amministrativo! A una serie d'irregolarità si rimedia con altre irregolarità. Scoperta la truffa, si evitano le conseguenze spiacevoli con altre operazioni truffaldine.

E il tutto con la benedizione del padrone, il quale “lodò quell'amministratore disonesto, perché aveva agito con destrezza”. – Anzi, secondo certi studiosi, l'approvazione non sarebbe del padrone, ma del Signore! Ossia Gesù stesso ammira il comportamento del fattore infedele.

Per questo molti parlano di “scandalo”. Qualcuno definisce il racconto come “la più raccapricciante delle parabole”. Una vergogna, insomma. Non c'è più religione (!), dal momento che Dio stesso tiene il sacco ad un ladro.

– Cerchiamo di mantenere la calma.

L'approvazione del Signore va all'amministratore disonesto, certo. 

La lode, tuttavia, non riguarda la sua disonestà, bensì la scaltrezza di cui ha dato prova. 

Gesù non pronuncia un giudizio morale sulla condotta truffaldina. Ma apprezza l'intelligenza e l'intraprendenza del furfante.

Nell'interpretazione di una parabola [ormai lo sappiamo!], si deve evitare l'errore di trovare ad ogni costo un significato, un'applicazione pratica – o, peggio, un motivo edificante – in ogni particolare. Occorre cogliere il motivo dominante, la lezione di fondo, senza soffermarsi sugli elementi di contorno.

Ora, nel nostro caso, la lezione fondamentale non è quella dell'ingiustizia, ma della capacità di tirarsi fuori da una situazione critica. 

Il Signore ama le parsone che si danno da fare, che non si dimenticano di possedere un cervello, che ricorrono alle risorse della fantasia.

Qui, l'amministratore infedele trova un varco che gli permette di uscire dalla sua situazione attraverso una scoperta decisiva: la scoperta degli altri. 

Finora non si era accorto, praticamente, della loro esistenza; aveva pensato solo a sé, ai propri interessi. Adesso scopre la realtà dell'amicizia. Dispone ancora una volta ingiustamente della proprietà che deve amministrare, tuttavia non più per sé, ma a vantaggio degli altri. E la propria salvezza passa attraverso quest'apertura agli altri.

•   Mi sembra questa una lezione essenziale per la Chiesa. 

Essa non è padrona, bensì semplice amministratrice e dispensatrice dei tesori del suo Signore. 

La Chiesa non può vivere in un circuito chiuso, pensando alla propria sicurezza, ai propri diritti, al proprio prestigio. Deve “porre in circolazione” i beni del suo Padrone. Deve scoprire la propria identità nel suo “essere per” gli uomini.

La Chiesa non può trasformare la propria vocazione in autogestione o, peggio – in “auto-digestione”. Elezione non significa privilegio, ma servizio. 

I beni del Signore vengono “dissipati” quando sono tenuti per sé, chiusi, protetti, difesi. La colpa non sta nel dilapidare, ma nell'appropriarsi. Non nel dilapidare a vantaggio dell'umanità.

Chi può illudersi di saper amministrare fedelmente? 

Eppure, la vera, grossa infedeltà consiste nel non largheggiare, nel non distribuire a piene mani.

Ed è bello, è giusto, che la Chiesa – come l'amministratore che si dichiara incapace di maneggiare la zappa – non sappia, non possa, non debba fare “altri mestieri”. L'unico suo mestiere, l'unica sua specializzazione, infatti, è: perdonare, usare misericordia, compatire, comprendere, aprire, liberare.

•• La lezione riguarda anche ciascuno di noi.

Nessuno ha registri a posto. Per poco che Dio ci dia un'occhiata, c'è da tremare. I conti con Lui non tornano mai.

Ebbene, la parabola ci insegna a compiere “irregolarità”. Anche se in altra maniera.

Dio ama le “irregolarità” che vanno a vantaggio del prossimo.

Si tratta di minimizzare le colpe degli altri (e non di maggiorarle, come facciamo abitualmente), di ridurre i loro difetti, di cancellare le offese, di tirare una riga sopra i torti, di non ragionare in termini di diritti o ragione, ma in termini di amore. 

Le nostre mani ridiventano “pulite” quando le spalanchiamo nel gesto del dono, per regalare gioia, luce, speranza.

Col prossimo non sono consentite le misure “giuste”. L'unica misura consentita è la “dismisura”, l'eccesso. Allora il Signore tornerà a fidarsi di noi.

Certo, mancherà sempre qualcosa nei nostri conti: farli quadrare sarà praticamente impossibile. 

Lui, però, è soddisfatto ugualmente della nostra “cattiva amministrazione”. 

Perché, ciò che manca dovrà andarlo a cercare “altrove”, e non nel portafoglio. I suoi beni sono al sicuro nelle tasche degli altri, che sono poi i legittimi destinatari.

Allora, noi ci saremo fatti degli amici che parleranno bene di noi presso l'Amico.

……………………….

4.   PARABOLA DEL FICO STERILE (LA PAZIENZA DI DIO)

«Disse anche questa parabola: Un tale aveva un fico piantato nella vigna e venne a cercarvi frutti, ma non ne trovò. 

Allora disse al vignaiolo: – Ecco, son tre anni che vengo a cercare frutti su questo fico, ma non ne trovo. Taglialo. Perché deve sfruttare il terreno? –. 

Ma quegli rispose: – Padrone, lascialo ancora quest'anno, finché io gli zappi attorno e vi metta il concime e vedremo se porterà frutto per l'avvenire; se no, lo taglierai –» (Luca 13,6-9).

Potremmo disquisire a lungo sulla giustizia di Dio, ma non che sia una giustizia che non sappia attendere, così come sa attendere il cuore d’un Padre. 

Potremmo dire tante cose sulla pazienza di Dio, ma non che essa non sappia esigere ciò che è giusto e buono per ciascuno di noi, per essere dei veri figli.

Una pazienza, perciò, che è attesa del nostro impegno. 

Un'attesa che non perdona un disimpegno, ma lo rimuove, pena l'auto-condanna. Dio interviene, suscita una scelta continua.

Ogni intervallo di passività è messo sotto giudizio da Dio, che, se dilaziona la condanna, è per provocare una crisi e un risveglio. 

Pazientare non è perciò un guardare in silenzio l'oziare dei figli. È un dialogare continuo tra uno sguardo d'amore del Padre e lo sforzo di questi figli. 

Dio attende che il nostro aprire gli occhi e le orecchie agli inviti della coscienza, che sono poi i richiami di Dio stesso, diventi l'inizio di una ripresa di dialogo.

Essenziale è dare al Signore il permesso di entrare in azione, di creare cioè quel minimo indispensabile che dia via libera alla grazia di fare il resto.

Affinché un filo d'erba spunti è necessaria almeno una zolla; un seme può attecchire anche in una fessura di muro, purché trovi qualcosa in cui marcire.

L'esigenza di questo “minimo” – in confronto alla potenzialità e al miracolo dell'agire di Dio è sempre un minimo anche il nostro eventuale eroismo – è quanto basta per rendere possibile il dialogo tra Dio e noi.

La morte di ciascuno di noi (ci ricorda il Vangelo).

Ogni stagione ha il suo frutto squisito. Ogni pianta ha la sua stagione per maturare. La natura è varia e sempre interessante, sia nel suo apparire morta, sia nel suo rifiorire e rivivere a tempo opportuno. 

La natura è sempre obbediente alla legge di Dio. Per questo ci affascina. Se non si riesce più ad assaporare la dolcezza di un frutto, colpa sarà sempre dell'uomo che ha intaccato con il suo egoismo di pietra anche le bellezze più innocenti di questo mondo.

Più che lo scatenarsi di una tempesta, la natura paventa l'imprevidenza e la noncuranza dell'essere più intelligente, che s'accorge troppo tardi del danno che può procurare ogni forma di violazione dell'armonia nel creato.

Se tutto il mondo è una parabola, tutto va giudicato e letto come un messaggio della bontà e della giustizia di Dio. Perché chiudere gli occhi? Perché non sentire?

Se un albero abbattuto da una raffica di vento può impressionare, che dire d’un'anima sconvolta da una tragedia, d’una coscienza tradita nella sua più profonda bellezza interiore?

Se il sussultare della terra – mai esente da una responsabilità umana – può terrificare e farci gridare contro il Cielo, che dire allora quando l'uomo imbestialisce a tal punto da ridurre tutto a odio, vendetta, sangue, depravazione morale?

Quando Cristo è morto sulla croce, anche la natura ha pianto. Ma l'uomo, dov'era?

Quando certe piante secche della nostra società – cioè coloro che riduciamo tali con la nostra indifferenza –, non ci impressionano più nella loro dignità emarginata, ma ci danno fastidio perché rovinano il bel panorama del nostro egoismo –, non è forse segno che siamo diventati noi delle piante aride e prive di frutti, mentre Dio ha già scelto dove far scaturire il seme di speranza per un mondo nuovo?

O Gesù, 

mi piace identificarti in quel saggio vignaiolo, 

che chiede tempo all'impazienza del padrone della vigna. 

Non che Tuo Padre sia solo giusto, senza cuore! 

Forse perché senza un tale Figlio 

il volto di Dio sarebbe stato diverso. 

Non è concepibile un Padre senza Te, Figlio! 

Lo Spirito Santo non è forse questa reciproca esigenza? 

Ed è proprio questo Spirito a rinnovare la faccia di questo mondo. 

Dove c'è Spirito, 

c'è vita, c'è il rifiorire dell'uomo, il suo camminare a maturazione. 

O Gesù, ho sempre nel cuore 

quella frase che hai rivolto alle donne di Gerusalemme, sulla via della croce:

«Perché, se trattano così il legno verde, che avverrà del legno secco?». 

Se Tu, o Cristo, il legno verde, 

il frutto benedetto dello Spirito e del sì d’una Vergine ebrea, 

hai percorso la strada del sacrificio supremo, 

perché noi, legni secchi, alberi ricchi di sole foglie, 

ci crediamo dispensati 

dal duro impegno di rinascere continuamente a vita nuova, 

facendo del nostro indispensabile sì allo Spirito di Dio 

un'adesione verginale, 

una testimonianza di povertà, una fede operosa? 

Tu dilazioni la pazienza del Padre in un'attesa d'amore; 

ma non togli il nostro impegno di dissodare il terreno, 

per dare più vitalità alla pianta della nostra vita.

Proprio perché Tu sei paziente, 

noi dovremmo a maggior ragione assumerci più responsabilità, 

corrispondere al Tuo amore in attesa con più impegno, 

come il figliol prodigo ritornato a casa dal padre, 

la cui pazienza d'amore 

è sempre rimasta presente 

nel cuore del figlio, pur lontano. Don Giorgio De Capitani (Messaggero)




 


venerdì 26 gennaio 2024

Mons. de Brésillac, Vescovo Missionario e Fondatore della società delle Missioni Africane

Mons.Melchior de Brésillac Vescovo missionario Fondatore della Società delle missioni Africane SMA





Mons. de Brésillac, a 160 anni dalla morte

 25 giugno è un giorno di memoria per la SMA: si fa ricordo della morte del Fondatore della SMA, Mons. Melchior de Marion Brésillac, avvenuta 160 anni fa.

Era stato nominato dal Vaticano Vicario Apostolico di Sierra Lione il 21 marzo 1858. Il 3 Novembre 1858 partono i primi missionari per Freetown. Il 10 marzo 1859 parte anche Mons. de Brésillac con due confratelli, un sacerdote e un fratello.

Dopo varie tappe giungono a Freetown il 14 maggio. Durante un’epidemia di febbre gialla i missionari si prestano per alleviare le sofferenze di chi ne è contagiato. Infine loro pure si ammalano.

Il 2 giugno, festa dell’Ascensione, muore padre Riocreux. Il 5 giugno, muore padre Bresson.

Anche Mons. de Brésillac è colpito dall’epidemia.

Il 18 giugno muore il fratello Monnoyeur. Il fratello Reynaud Mpmsè imbarcato su una nave perché rientri in Francia.

Le condizione di Mons. de Brésillac peggiorano. Muore il 25 giugno1859, all’età di 46 anni.

Così racconta la sua morte un testimone, il commerciante francese Brémond,: “Levò gli occhi al cielo e disse con un’espressione che non dimenticherò mai: ‘La fede, la speranza e la ca…’. Completai io stesso dicendo: ‘E la carità!’. Grazie, mi disse, molto debolmente. Si spense alle 13,20, in una calma perfetta, ma dopo aver avuto una terribile agonia di circa mezz’ora”.

L’indomani, il suo funerale si svolge alla presenza di tutte le autorità, dei notabili, senza distinzione di religione, e di molta gente. Gli abitanti di Freetown, afferma ancora il sig. Brémond, “accompagnarono alla sua ultima dimora il nostro povero vescovo che aveva saputo, in così poco tempo, attirarsi il rispetto di tutti”.

Dal suo sacrificio è nata la Società delle Missioni Africane.

 Guarda il video e leggi la biografia di Mons. de Brésillac 

Nelle foto: pellegrinaggio SMA a Freetown, al monumento in memoria di de Brésillac





giovedì 25 gennaio 2024

Le père Hans Joachim Lohre, missionnaire d'Afrique, a été libéré en novembre 2023 documento inviato da P. MAURO ARMANINO


IL PADRE  MISSIONARIO TEDESCO RAPITO DA UN GRUPPO ARMATO IN MALI LIBERATO E0 STATO LIBERATO A NOVEMBRE 2O23

Le père Hans Joachim Lohre, missionnaire d'Afrique, a été libéré en novembre 2023. Il avait été enlevé à Bamako par un groupe armé puis retenu en otage par le Jnim, le Groupe de soutien à l'Islam et aux musulmans, lié à al-Qaïda. Il revient pour Aleteia sur les conditions de sa libération. 
Le 22 novembre 2022, le missionnaire allemand Hans-Joachim Lohre était enlevé par des djihadistes alors qu’il s’apprêtait à célébrer la messe à Bamako, au Mali. Sur le lieu du rapt, ses paroissiens ne trouveront que la croix du père blanc, qui restera prisonnier dans le Sahel pendant 370 jours, « accompagné par le Seigneur et votre prière ». À Rome, lors de la première conférence organisée depuis sa libération, le prêtre s’est confié sur ce qu’il affirme avoir vécu comme un « temps sabbatique » tourné vers l’oraison et la contemplation.
« Une voiture est arrivée ‘full speed‘. Je me suis dit que c’était un peu tôt pour la messe. Un homme est sorti et m’a dit : ‘mon père, vous êtes en état d’arrestation' ». Il est sept heures trente, jour de la fête du Christ-Roi, quand le père « Ha-Jo » – prononcer « Ayo » – se fait enlever. On le menotte, lui met une cagoule sur la tête, et le charge à l’arrière d’une voiture. Un ravisseur lui déclare : « N’ayez pas peur, nous on ne va rien vous faire, on est des bons, on vient d’Al Qaïda ».
Sa bible et son chapelet brûlés
Après des heures de route, on le débarrasse de toutes ses affaires – notamment des habits et du matériel liturgiques, de sa bible et de son chapelet. Tout lui est enlevé, sauf un T-shirt sur lequel était écrit « I love my king« , un signe pour lui, en cette solennité du Christ-Roi. « Ils ont tout brûlé, (…) mais ils ne peuvent pas prendre ma foi », comprend-il alors.
Quand il était jeune, le père Ha-Jo se destinait à devenir agent pastoral et à fonder une famille, chez lui en Allemagne, mais s’est senti appelé irrésistiblement à rejoindre les pères blancs après une rencontre dans son diocèse. Envoyé au Mali pour la première fois il y a quarante ans, il y a passé vingt-huit ans, un travail de longue haleine, notamment dans le domaine du dialogue interreligieux, qui l’avait cependant fatigué, au point qu’il demande à ses supérieurs, quelque temps avant son enlèvement, une année sabbatique.
Remettre le jour de sa libération à Dieu.
« Quand j’ai été enlevé, je me suis dit que je commençais mon temps sabbatique : plus de rendez-vous, plus de travaux, plus de conférences à organiser, pas de stress… et beaucoup de temps pour prier », déclare-t-il avec humour. Il sait que les prêtres otages sont généralement enlevés pendant quatre ans avant d’être libérés, et n’envisage alors pas sa libération au bout d’un an, un record et « un miracle » selon lui.
Il pense aussi à sa lecture des travaux du psychiatre autrichien Viktor Frankl sur les prisonniers du camp d’Auschwitz, dans lequel le professeur explique que les survivants « ont haï ou qui se sont résignés », mais ceux « qui ont donné un sens à ce non-sens ». Il décide alors de « remettre le jour de sa libération à Dieu », prenant comme horizon cette parole de la Genèse, prononcée par Joseph en secourant ses frères, eux qui l’avaient pourtant livré auparavant : « Vous aviez médité de me faire du mal : Dieu l’a changé en bien ». Le père Lohre n’a plus de bible, mais il a la chance d’en connaître de nombreux extraits par cœur pour l’accompagner dans son épreuve.
Alors qu’on l’emmène dans un camp de brousse du Sahel, le missionnaire apprend qu’il a été enlevé en raison de la présence de militaires allemands qui aident l’armée malienne à Garo. Quelques jours plus tard, on l’emmène dans un autre camp, où vivent d’autres djihadistes « très religieux », qui tentent de le convertir en lui expliquant vouloir construire une société respectant la Charia, « sans débauche et sans alcool ». « Je ne leur donne pas raison, mais j’ai admiré leur sincérité », reconnaît le prêtre, qui leur répond et défend sa foi, sans jamais être inquiété ni brutalisé.
Ecouter la messe de Noël et suivre les JMJ malgré sa captivité
On lui donne à manger suffisamment, notamment du pain dont il prend soin de conserver un morceau pour la messe, et une radio avec laquelle il peut écouter les stations locales, mais aussi souvent les émissions anglophones et francophones de Radio Vatican. Il raconte avoir pu ainsi entendre la messe du pape François au Vatican le jour de Noël : « J’étais aux anges ». Il pourra aussi suivre tous les grands événements catholiques de l’année : les JMJ à Lisbonne, le Synode… Mais son plus grand bonheur viendra quand il capte sur les ondes une radio malienne qui affirme que des musulmans et des chrétiens prient ensemble pour sa libération. « Je ne me suis jamais senti plus missionnaire qu’à ce moment-là », confie-t-il avec émotion.
À la fin du mois de décembre, on l’emmène dans le désert où il est confié à des Touaregs. Il souffre un peu du froid la nuit, malgré le don d’un manteau de cachemire par un de ses geôliers, mais commence alors pour lui une « vraie retraite de prière ». Il passe « vingt deux heures sur vingt quatre » allongé sous une bâche, et ne peut se dégourdir les jambes sur un parcours délimité par ses gardes. Plus tard, on l’emmène dans une région montagneuse. Il y retrouve d’autres otages. Pendant toute cette période, il est nourri, soigné… et peut se consacrer à prier entièrement.
Il célèbre une messe de 2h chaque jour
Sa journée type : tout d’abord une messe de plus de deux heures. Cette célébration, il la commençait par l’invocation des saints du jour, ainsi que de trois saints qui l’accompagnent pendant toute sa captivité : sainte Bakhita, qui connut le rapt comme lui et parvint à accorder son pardon à ses ravisseurs, saint Charles de Foucauld, apôtre des Touaregs, et son saint patron Jean-Baptiste. Puis il continuait avec l’ordinaire, avant de réciter de tête les évangiles, puis de prêcher. « Je m’imaginais dans une des communautés de Bamako ». Ensuite, il consacrait un temps d’intentions de prière d’une demi-heure, confiant tout ce qu’il entendait à la radio, ainsi que pour ses « frères Maliens ». De tête, il récitait ensuite l’offrande, et la prière eucharistique. Il peut consacrer le pain qu’il garde pour cette occasion, et un « vin imaginaire », ses geôliers lui refusant de lui en donner. « Ce n’est peut-être pas valide, mais pour moi, c’était la vraie messe », affirme-t-il.
À midi, le père Ha-Jo récitait le chapelet, puis, dans l’après-midi, consacrait deux heures à la méditation contemplative. Il a confié avoir prié en particulier pour que « ceux qui sont dans l’angoisse » à cause de son enlèvement reçoivent un peu de la sérénité qu’il avait trouvé dans sa captivité.
Finalement, on lui annonce qu’il va être libéré, ce qui arrive le 26 novembre 2023. Aujourd’hui au repos en attente d’une nouvelle mission – qui ne sera pas au Mali, ce qui le désole – le père Lohre se dit heureux d’avoir pu revoir sa mère de 92 ans, qui était hospitalisée au moment de son rapt. Et remercie tous ceux qui l’ont soutenu : « Ce que je suis maintenant, je le suis grâce à vos prières ».
aleteia

martedì 23 gennaio 2024

IMPOSTORI DI SABBIA di PADRE MAURO ARMANINO




Impostori di sabbia

Eppure, il cambiamento era dietro l’angolo. Il mondo vecchio stava scomparendo e bastava una spallata per buttarlo giù. Erano gli anni operai delle assemblee, delle 150 ore retribuite in fabbrica per la licenza media e il testo faro di don Milani ‘Lettera a una professoressa’. Il terrorismo e le manipolazioni della sedicente rivoluzione proletaria. Il sospetto, col tempo, che tutto fosse giocato d’avanzo e che l’italico Paese, colonia degli Stati Uniti Vaticani, divenne preda scelta di manovre eversive delle stragi che avrebbero insanguinato banche, piazze, treni e stazioni. Credavamo che il cambiamento fosse una questione di stagioni.

Lo stesso accade da questa parte del mondo che si suole chiamare Sahel. Una spallata al mondo antico, nato, nutrito e perpetuato dal neocolonialismo, espressione della globalizzazione del mondo come mercato unico. I militari, non casualmente, hanno preso il potere con colpi di stato in vari Paesi dell’Africa Occidentale, Centrale e altrove, spesso. Alcuni si sono camuffati da civili per perpetuarsi. Promettono pure loro un mondo nuovo, liberato da corrotti, faccendieri, venduti agli stranieri e dunque traditori della patria. Finalmente sono arrivati i buoni, i giusti e i giustizieri perché il mondo nuovo era dietro l’angolo.

Finché, in pieno processo di cambiamento o forse ancora fin dall’inizio, sono arrivati loro, gli impostori. Essi sono coloro che si ‘avvantaggiano con l’abituale ricorso alla falsità e alla menzogna’. Questo ed altra recita la definizione di questa parola così evocativa. Le imposture non datano d’oggi e nella storia recente di questo spazio dell’Africa Occidentale si chiamavano colonialismo. Un’impostura ammantata di una vernice di civilizzazione al sapore universale che doveva mettere in rilievo il ‘fardello dell’uomo bianco’, prototipo dell’umano da esportare ovunque. Venne poi l’indipendenza che apparve come l’unica verità della storia.

L’impostura è un ‘vistoso apparato di falsità e di menzogne, un raggiro ’, secondo il dizionario consultato per la circostanza. Si è creata il suo spazio e ha preso in prestito l’idea e le possibilità della democrazia. Quest’ultima, spesso orientata e manipolata, non poteva che condurre allo sfacelo che la comunità internazionale e le sue istituzioni economiche classiche hanno concertato. I piani di aggiustamento strutturale degli anni ’80 hanno costituito l’applicazione dell’impostura del sistema volta a normalizzare i recalcitranti per metterli alla scuola del capitalismo totale.

Quest’ultimo è la grande ‘trasformazione’ che regge buona parte del mondo da alcuni secoli ma in particolare da quando, come ben ricorda lo storico e sociologo Karl Polanyi, l’economia si è slegata dalla società. Per rapporti di forza asimmetrici, l’ha poi messa a suo servizio. Da allora l’economia, ha trasformato le relazioni sociali, i sistemi di produzione e, appunto, imposto il mercato come unico pretesto della storia. L’impostura continua e si perpetua grazie ad un uso sempre più consistente di impostori che, con l’abituale ricorso alla menzogna, convincono.

Qui da noi, per fortuna, per scelta o per disegno divino, gli impostori sono di sabbia. Appartengono cioè all’universo che costituisce l’orizzonte del nostro mondo. Arriviamo dalla sabbia, nella sabbia viviamo e cresciamo e, prima o poi, dalla sabbia saremo accolti. Proprio quanto accade con le imposture, anch’esse condizionate dalla sabbia e che vengono, malgrado loro, smascherate dal vento. Un vento che il potere non riesce a fermare e che, con caparbia determinazione, smaschera col tempo come alleato, gli impostori che pensano di creare un mondo nuovo con false promesse.


                      Mauro Armanino, Niamey, 21 gennaio 2024

Karl Paul Polanyi è stato uno storico, antropologo, economista e per un breve periodo politico ungherese. È noto per la sua critica della società di mercato espressa nel suo lavoro principale, La grande trasformazione


domenica 21 gennaio 2024

11 LO STILE DEL CRISTIANO fARISEO Conferenza P. CLAUDIO TRUZZI OCD



11 CONFERENZA P. CLAUDIO TRUZZI


11 – STILE DEL CRISTIANO
a – ATTEGGIAMENTI COERENTI

1.  FARISEO E PUBBLICANO 

la gratuità del tuo Amore. 

«Disse poi una parabola per alcuni che erano persuasi di essere giusti e disprezzavano gli altri.
Due uomini salirono al tempio per pregare: uno era fariseo e l'altro pubblicano. Il fariseo se ne stava in piedi e pregava così fra sé: “O Dio, ti ringrazio perché non sono come gli altri uomini: rapaci, ingiusti adulteri, e neppure come questo pubblicano. Io digiuno due volte la settimana e offro la decima parte di quello che possiedo”.  Il pubblicano invece si fermò a distanza e non osava neppure alzare lo sguardo al cielo, ma si batteva il petto dicendo: “O Dio, sii benigno con me, peccatore”. Vi dico che questi tornò a casa giustificato, l'altro invece no».  (Luca 18, 9-14)
Dopo aver raccomandato una preghiera fiduciosa ed insistente, Gesù precisa quale sia l'atteggiamento giusto – ossia gradito a Dio – dell'orante.
Più che una parabola, questa è una lezione, una “storia esemplare”.
Si mettono in scena, nella cornice solenne del Tempio, due personaggi antitetici. 
1 – Il fariseo, ossia l'osservante scrupoloso della Legge, il praticante fedele, la persona pia per eccellenza.
Lui prega nella posizione giusta, secondo il costume giudaico: in piedi, a testa alta, le braccia sollevate verso il cielo. E attacca con la preghiera più bella: l'azione di grazia, la lode.
Ma il difetto è che il fariseo non ringrazia Yahweh per la sua grandezza e misericordia, ma lo ringrazia per ciò che è lui, a differenza degli altri. Quest'uomo, per far risaltare meglio le proprie benemerenze, sente il bisogno di denunciare tutti gli altri (ladri, ingiusti, adulteri...).
Egli guarda, sì, in alto, ma anche dietro. E il pubblicano gli serve per ricordare a Dio che lui, per fortuna, non è come quello là. Tanto per essere chiaro e non dar adito ad equivoci...!
Passa, quindi, a snocciolare i suoi meriti, ad illustrare la propria condotta irreprensibile. 
È uno che non si accontenta della normalità: compie più dello stretto necessario. – Sarebbe obbligato a rispettare il digiuno una sola volta l'anno (il giorno dell'Espiazione).
Ma lui digiuna due giorni la settimana [il lunedì e il giovedì], riparando così i peccati di tanti miscredenti. 
– Dovrebbe pagare le decime [destinate alle spese del Tempio, ai poveri e al mantenimento delle scuole rabbiniche] soltanto sul frumento, il mosto e l'olio.
Ma lui si tassa volontariamente dei dieci per cento su tutti gli acquisti, senza eccezione. Sa, infatti, che i contadini e i commercianti si sottraggono spesso e volentieri a questo dovere. 
E lui non vuole rendersi complice in nessuna maniera di una violazione della Legge. E rimedia anche per gli evasori, di tasca propria.–  Il pubblicano, invece, è giustificato perché riconosce di essere peccatore.
Lui non si scusa; non guarda in direzione del fariseo [Non dice: «Quello va sempre in chiesa, ha una facciata irreprensibile..., ma è peggio degli altri!», e neppure: «Preferisco essere quello che sono», e neppure: «In fondo sono più onesto di lui»]. Sa di essere una canaglia, e lo riconosce. E per non esserlo più, ha bisogno della misericordia del Signore: non ha nulla di buono da offrire, e quindi tutto da ricevere da Dio.
Il pubblicano, facendo l'inventario dentro di sé, non trova nulla di cui vantarsi. Non cade nell'errore di sentirsi buono (o “meno cattivo”) confrontandosi con gli altri, ossia alle spalle del prossimo, a spese dei difetti altrui. In tal caso, diventerebbe automaticamente un fariseo (= si diventa farisei nel momento stesso in cui uno è sicuro di non esserlo!).
«Il pubblicano non parla degli altri, non critica gli altri. Non crede necessario demolirli per ottenere un eventuale favore da parte di Dio. La propria miseria gli basta. Conta unicamente sulla grazia di Dio» (A. Maillot).••• Per chi Gesù propone la parabola?  «… [Gesù] disse questa parabola per alcuni che presumevano di essere giusti e disprezzavano gli altri». Capita la lezione Il fariseo è pieno di sé e delle proprie “opere buone”. Non c'è spazio in lui, dove collocare i doni di Dio. Le credenziali della propria irreprensibilità che si sente in dovere di snocciolare, non hanno però valore agli occhi di Dio. I titoli di benemerenze, “il certificato di buona condotta” non servono nella preghieraDavanti al Signore, dobbiamo una buona volta imparare l'atteggiamento del povero, di chi non ha nulla, di chi non rivendica nulla. Le uniche credenziali valide, per Lui, gli unici titoli di benemerenza, sono le nostre miserie, il nostro vuoto, il riconoscimento della condizione di peccatori.
Soltanto quando siamo sinceramente convinti di non avere nulla di presentabile, solo allora possiamo presentarci davanti a Dio.
– Il fariseo ha bisogno di Dio per essere ammirato, affinché i suoi conti siano registrati nella banca del cielo.
– Il pubblicano ha bisogno di Dio per ripartire da zero.
E si direbbe che Dio abbia una simpatia spiccata, non per gli “arrivati”, ma per quelli che, percuotendosi il petto, gli fanno segno che hanno voglia di ricominciare... (Pronzato, Il pane della Domenica, C, 199)
O Signore, 
ogni Tua parola è verità e luce che s’incarna come gesto d'amore e di salvezza nel profondo dell'anima. 
Certe Tue affermazioni hanno un certo sapore di studiata invettiva da suscitare scandalo;
Esse mi fanno continuamente pensare:
 «In verità vi dico: I pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio». 
E sempre stato così: dinanzi a Te, davanti alla Tua grazia 
è più facile cedere da parte d’un peccatore, anche il più traviato. 
Chi crede invece di essere nel giusto, farisaicamente a posto, blocca qualsiasi miracolo. 

Chi sa costruire con arte certi schemi o modi di fare apparentemente positivi e docili 
(ma in realtà vuoti, privi di contenuti vitali),
sarà preceduto nel regno dei cieli anche dai peccatori più ostinati.
Ho chiesto a Dio
Ho chiesto a Dio di donarmi la pazienza, e Dio disse: "No!".
Suggerì che la pazienza è il frutto della tribolazione. Non è donata: occorre conquistarla.
Ho chiesto a Dio di portarmi via l'orgoglio, e Dio rispose: "No!”.
Disse che non toccava a Lui portarlo via, ma che dovevo rinunciarci io.
Ho chiesto a Dio di darmi la felicità, e Dio disse: "No!". 
Mi ricordò che lui mi dà i suoi doni. La felicità è compito mio.
Ho chiesto a Dio di evitarmi il dolore e Dio disse: "No!"
Disse che la sofferenza ci sottrae alla logica del mondo, e ci avvicina di più a lui.
Ho chiesto a Dio di far crescere il mio spirito, e Dio ripeté: "No!". 
Disse, che io devo crescere da solo, e che lui mi poterà per farmi fruttificare.
Ho chiesto a Dio se mi amasse, e Dio approvò: "Si!".
Disse, che ha dato il suo unico Figlio che morì per me, e un giorno andrò in cielo perché credo.
Ho chiesto a Dio di aiutarmi ad amare gli altri come lui mi ama, e Dio sottoscrisse la mia richiesta:
"Ah, finalmente hai capito!".
SIGNORE,
Convincimi, una buona volta, che per Te, l’importante 
non è apparire virtuosi..., – né avere la coscienza tranquilla..., – né essere in regola con la tua Legge.
Aiutami a comprendere che l’essenziale non è neppure considerarmi buono o cattivo,
ma soltanto il presentarmi dinanzi a Te, senza maschere, apertamente, tal quale sono.
Ficcami bene in testa; incidimi nel cuore il motivo, il titolo cui attribuire il mio vero valore:
la gratuità del tuo Amore.
Per il fatto che tu mi ami, Signore, io sono quel che sono:
sono buono..., sono santo..., o posso, per lo meno, aspirare ad esserlo.
Mai, il contrario.
Liberami dalla tentazione di pensare che se mi ami è per le mie “opere buone”,
per le mie “pratiche religiose”. Però aprile, questo sì, alla tua grazia.
La preghiera, Signore, – a dire di Teresa di Gesù –,
è il luogo donde proviene la luce per intendere le verità.
Che sia la verità su noi stessi, la prima verità che scopriamo...
La nitidezza, però, con cui uno scopre la propria miseria sotto la luce della tua grandezza,
non si trasformi mai in amarezza, né scoraggiamento;
al contrario, ci serva da trampolino per lanciarci verso Te, spinti dalla tua infinita bontà e misericordia.
La nostra Teresa di Lisieux – convinta che persino nelle case dei più poveri non si nega nulla ai bambini –
aspirava a presentarsi a Te, al termine della vita, in questo modo: «Con le mani vuote».
Soltanto così – pensava – avresti rovesciato su di lei tutti i tuoi doni. Aiutaci ad imitarla.
A parte tutto – e per miopi che possiamo essere – 
se ci guardiamo nello specchio di una sincerità ‘media’… di che possiamo pavoneggiarci?
SIGNORE:
mi hanno raccontato ‘questa parabola: è una copia imperfetta della tua; però sicuramente non ti offenderai. 
Anzi, certamente sei stato Tu ad ispirare chi me l’ha raccontata:
«Quella domenica, due uomini uscirono in strada. Anche qui, uno era fariseo e l’altro pubblicano. 
Il fariseo andò a Messa. Il pubblicano, al bar. 
E il fariseo, in chiesa, pregava così, nel suo cuore:
«Ti ringrazio, o Dio!, perché non sono come gli altri uomini: corrotti, donnaioli, scansafatiche, drogati, dediti al vino...
e neppure quel “pubblicano” che s'è infilato nel bar, senza neppure pensare d’andare a Messa.
Vedi Signore, che io non solo osservo il precetto di Pasqua, ma che traccio una “x” sul modulo dell’“8 per 1000” a favore della Chiesa; appartengo a varie confraternite, digiuno e faccio penitenza...».
Da parte sua il “pubblicano”, chiacchierava con un amico al tavolo del bar:  «Guarda, Pino, io avrò mille difetti. Sarò di manica larga nel trattare affari; sarò pure un proiettile in fatto di donne; se appena posso non è che mi “ammazzi’” in officina. Per questo ed altro mi potresti chiamare uno svergognato.
Però, ciò che non sono è l’essere “ipocrita”, come quel “fariseo” là che è andato in chiesa. Io non vado a Messa, né faccio elemosina affinché mi vedano. E non osservo ciò che la Chiesa mi dice, perché non mi sale da dentro...».
Vi dico – termina la parabola – che il primo si condanna in quanto superbo e fariseo. 
Però anche quest’ultimo si condanna perché superbo lui pure, “pubblicano” e per tutte quelle schifezze cui ha alluso.

I NUOVI PUBBLICANI
Proteggici, Signore, dai “nuovi” pubblicani.
Da quelli che chiamiamo “vanitosi”.
Sai bene che oggi è di moda il proclamarsi “franchi” e “sinceri”. ... E... atei…, agnostici...
Ahi, Signore, Signore...!
Il tuo pubblicano era peccatore, ma umile.
I pubblicani di oggi, anche loro confessano peccati: soltanto che, quelli dei farisei con gusto sadico
mentre i loro..., i loro diventano quasi virtù, di cui gloriarsi...
Scusa, Signore, ma non so se ti sei reso conto che il “pubblicanesimo” di oggi, 
oltre ad essere molto più di moda del fariseismo, è molto più a buon mercato e leggero:
cioè, far quel che pare e piace, e poi vantarsi d’essere sincero...,
non come uno di quei farisei repulsivi e ipocriti… [bacchettoni…!]
Basta questo! Gesù, facci comprendere che tutti nel DNA abbiamo qualcosa di fariseo.
E più di tutti, ...  i moderni pubblicani.
………………….
2.   PARABOLA DEI DUE FIGLI
«Che ve ne pare? Un uomo aveva due figli; rivoltosi al primo disse: – Figlio, va' oggi a lavorare nella vigna –. Ed egli rispose: – Sì, signore! –; ma non andò. Rivoltosi al secondo, gli disse la stessa cosa. Ed egli rispose: – Non ne ho voglia –; ma poi, pentitosi, ci andò. 
Chi dei due ha compiuto la volontà del padre? Rispondono: – L'ultimo –. 
E Gesù disse loro: In verità vi dico: i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio. 
È venuto a voi Giovanni nella via della giustizia e non gli avete creduto; i pubblicani e le prostitute, invece, gli hanno creduto. 
Voi, al contrario, pur avendo visto queste cose, non vi siete neppure pentiti per credergli». Mt 21, 28-32.
Oggi farebbe meraviglia e darebbe scandalo se uno denunciasse le incoerenze che talora con tanta facilità contraddistinguono il “primo figlio” di casa. Un figlio “perbene”, perché conosce la diplomazia: con un sì, pronunciato con la bocca, salva le apparenze del decoro e dell'educazione. Se il cristianesimo fosse unicamente un assenso fatto a parole, avremmo già una totalità di coerenza cristiana.
Se la volontà del Padre si adempisse con le adesioni formali d’un sì pronunciato con un sorriso, saremmo tutti già perfetti, più di Cristo. Questa piccola parabola dei due figli sconvolge tutta la nostra perfezione formale, la nostra ipocrisia, il nostro falso sorriso. È una tremenda denuncia, purtroppo ancora attuale, che scende nel profondo dell'anima: il giudizio di Dio – che è poi la nostra coscienza nella sua purezza e responsabilità – non si lascia sorprendere neppure da mille sì, detti senza cuore.
È una parabola molto realistica. Siamo proprio fatti così, noi uomini: figli che fanno fatica a respirare con libertà e consapevolezza l'aria di casa. 
–  O viviamo, senza voler porre problemi di coscienza e di impegno, confondendo il fare con un dire un sì senza seguito, rimandando casomai al domani l'attuazione di promesse e di scelte; – oppure viviamo in lotta, cedendo all'istinto di un “no” immediato, trovando anche giustificazioni a tale rifiuto; ma poi con fatica la volontà di Dio muove il nostro agire.
•  Il terzo figlio – colui cioè che dice subito di sì con la bocca e con il cuore – è solo il Figlio di Dio. Ma neppure Lui ha trovato facile compiere la volontà del Padre •.
Gli uomini si rispecchiano nei due figli: il nostro impegno di cristiani coerenti sarà sempre pronunciare meno “sì formali”, pronunciare meno “no” istintivi... Ciò che importa dinanzi a Dio è attuare nella vita più volere che scaturisca dal cuore di Cristo.
Dio non metterà sulla bilancia del suo giudizio i “sì” o i “no” da noi pronunciati con fretta, ma i “si” o i “no” delle nostre incoerenze o dei nostri sforzi di bene.
Non ci salveremo neppure se sapremo essere abili e diplomaticamente educati nel coprire con un “sì” un disimpegno o una mancata testimonianza. 
Se Cristo fosse qui oggi a ripetere con la potenza della sua parola quanto disse ai connazionali del suo tempo: «In verità vi dico: i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio», gli faremmo fare la stessa fine che ha subito ed accettato, morendo in croce. Lo tratteremmo come un ateo, come uno che ha poco rispetto della casa, come uno che scandalizza...
Eppure, questo Cristo è presente anche oggi in questa sua parola. Se siamo più che convinti nel dire che questa parola di Dio va proclamata, va annunciata al mondo, abbiamo la stessa convinzione nel ritenere che Cristo come ai suoi tempi si è rivolto agli ebrei, così oggi si rivolgerebbe a noi di casa?
• La parabola parla di figli, di un padre, perciò di una famiglia, di una casa.
Se un estraneo fosse incoerente, sarebbe più sopportabile; ma se un figlio fosse insincero – peggio, se facesse della propria fede una incongruenza o una continua bugia – sarebbe imperdonabile.
Dio Padre non ci chiede un'obbedienza già perfetta. Sopporta meglio di noi le nostre debolezze umane. 
È più paziente di tutti: ci conosce e sa di che pasta siamo fatti. Chiede, però, sincerità. Preferisce magari un capriccio, un “no” detto per istinto o per ostinazione, più che un “sì” insincero.
Il figlio preferito da Dio è colui che strappa, magari con fatica, dopo tentennamenti e ripensamenti, un gesto di generosità, un atto di coerenza, uno sforzo di maggior impegno.
Chi obbedisce con tutta facilità, dà poca garanzia di sincerità. 
L'obbedienza al Padre, cioè ad una coerenza di coscienza, di dignità umana, costa talora sangue.
Il nostro egoismo ci fa dire subito un “no”, se siamo sinceri. Il “sì” vissuto poi in una accettazione concreta del comando di Dio, esige sempre un sacrificio.
«Se l'egoismo è la causa d’una lotta per vivere da uomini e da cristiani, figli devoti di Dio, fratelli solidali nell'amore, la falsità – cioè il giustificare con un sì apparente un rifiuto a Cristo e al prossimo – è la più subdola tentazione per un discepolo del Signore. 
– Quando si pensa di salvare la faccia con un gesto di formalità; 
– quando si ritiene che basti rimanere dentro un recinto per essere figli devoti; 
– quando l'obbedienza – cioè l'essere figli –, non procura alcuna ferita; 
– quando non si è mai tentati di mandare tutto a quel paese con un “no” secco – che, se non altro, può significare una scelta e un atto di coerenza ..., 
la nostra sarà una povera casa dove sarà sempre impossibile intenderci, vivere da fratelli, nell'armonia di chi lotta uno accanto all'altro per imparare a stare assieme, per sorreggersi reciprocamente, pur nella limitatezza e scontrosità di caratteri, ma con dentro una grande sete di bontà, d’amore, con un forte desiderio di dar più respiro a tutti, di capire e di aiutare chi fa più fatica a tradurre un “sì” nella vita di ogni giorno, perché magari frastornato da tanti “no” inconcludenti di chi dovrebbe essere il primo a dare il buon esempio con una testimonianza operativa nella vigna di Dio».  (da Pronzato, Vangeli scomodi, 349)
O Signore,
ancora oggi dà magari nell'occhio uno scandalo morale
–  e Tu hai condannato con durezza chi scandalizza i più piccoli –,
ma perché non dovrebbe dar nausea
chi incoerentemente vive una vita di fede, 
senza sentire una sofferenza per il proprio agire, 
senza voler dare un contenuto sincero e reale al proprio sì di fede? 
L'apparenza non costruisce; la verità impone coerenza; 
il tempo darà ragione di tutto quel bene che ciascuno si sforzerà di fare, 
nonostante le continue tentazioni di un istintivo rifiuto per quanto Dio propone. 
Non è necessario dire tanti “sì” nella vita: ne basta uno solo, ed è la scelta di Te, o Signore, 
da rinnovare ogni giorno nello sforzo e nell'impegno di un amore al prossimo; 
da attuare incondizionatamente, pur nei limiti di una debolezza umana, camminando sulla Tua strada:
«Chi non porta la propria croce e non viene dietro di me, non può essere mio discepolo». Don Giorgio De Capitani (Messaggero

BENVENUTO|

Il Paradiso non può attendere: dobbiamo già cercare il nostro Cielo qui sulla terra! Questo blog tratterà di argomenti spirituali e testimonianze, con uno sguardo rivolto al Carmelo ed ai suoi Santi