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lunedì 14 ottobre 2024

ELOQUENZA DEL SILENZIO di IVAN ILLICH - testo inviatomi da Padre MAURO ARMANINO

            Eloquenza del silenzio

                                                               di Ivan Illich

Biografia: Ivan Illich (Vienna, 4 settembre 1926 – Brema, 2 dicembre 2002) è stato uno scrittore, storico, pedagogista e filosofo austriaco.

Personaggio di vasta cultura, viene citato spesso come teologo (definizione da lui stesso rigettata), poliglotta e storico. Viene però più spesso ricordato come libero pensatore, capace di uscire da qualsiasi schema preconcetto e di anticipare riflessioni affini a quelle altermondiste. Estraneo a qualsiasi inquadramento precostituito, la sua visione è strettamente affine all'anarchismo cristiano. Vice rettore dell'Università di Porto Rico e fondatore in Messico del Centro Intercultural de Documentación (CIDOC), ha focalizzato gran parte della sua attività in America Latina.

Illich nacque a Vienna da Ivan Peter Illich, croato, e da Ellen Rose Regnstreif-Orfortiebi, ebrea sefardita. Sin da bambino si dimostrò estremamente versatile: conosceva l'italiano, il francese e il tedesco come un madrelingua e imparò in seguito il croato, il greco antico e in aggiunta lo spagnolo, il portoghese, lo hindi e altri idiomi. Nel 1941 con la madre e i fratelli andò a vivere a Firenze, completò le scuole secondarie al liceo scientifico Leonardo Da Vinci e iniziò l'università. Nel 1944 si iscrisse alla Pontificia Università Gregoriana di Roma con il progetto di diventare prete, e nel 1951 fu ordinato presbitero.

Prestò servizio come assistente parrocchiale a New York, nella diocesi retta dal cardinal Francis Joseph Spellman. Nel 1956 fu nominato vice-rettore della Pontificia Università Cattolica di Porto Rico, e nel 1961 fondò il Centro Intercultural de Documentación (CIDOC) a Cuernavaca, in Messico, che aveva il compito di preparare i preti e i volontari dell'Alleanza per il Progresso alle missioni nel continente americano.[2]

Dopo dieci anni l'attività di analisi critica del CIDOC, l'elaborazione del manifesto dei descolarizzatori e la pubblicazione dei primi cinque testi fortemente critici con le istituzioni moderne, si acuisce il conflitto con il Vaticano. In seguito a contrasti con i membri della Sacra Congregazione Pro Doctrina Fidei Illich subisce un interrogatorio durante il quale gli vengono fatte domande sulle attività condotte nei suoi centri di documentazione e sulle sue posizioni politiche e religiose. Successivamente gli viene chiesto di rispondere per iscritto alle domande, ma Illich si appella alla facoltà di non rispondere. Il suo processo non viene mai portato a termine, Illich decide di astenersi dal celebrare la messa pur mantenendo il celibato. Di fatto non viene mai scomunicato, restando un "monsignore atipico".

Nel 1976 Illich, apparentemente preoccupato per l'afflusso di accademici formali e per la crescente istituzionalizzazione del CIDOC nonché per le pregresse conflittualità, decise, con il consenso degli altri membri, di chiuderlo. Molti dei soci hanno poi proseguito la loro attività di scolarizzazione linguistica a Cuernavaca.

Nel 1977 insegnò alla Facoltà di Sociologia dell'Università di Trento dove tenne lezioni e organizzò seminari, diventando presto un riferimento per il movimento studentesco.

Dal 1980 Ivan Illich iniziò una lunga serie di viaggi, dividendo il proprio tempo tra gli Stati Uniti, il Messico e la Germania. Fu inoltre nominato Visiting Professor di Filosofia, Scienza, Tecnologia e Società presso la Penn State e insegnò anche all'Università di Brema.

Negli ultimi anni fu colpito da una crescita tumorale sul volto che, in conformità con la sua critica alla medicina ufficiale, tentò, senza successo, di curare con metodi tradizionali. Fumava regolarmente oppio per lenire il dolore. All'inizio della malattia, consultò un medico per valutare la possibilità di rimuovere il tumore, ma gli fu detto che con grande probabilità avrebbe perso la facoltà di parlare e così convisse come meglio poté con la malattia, da lui definita "la mia mortalità".

Il suo essenziale interesse fu rivolto all'analisi critica delle forme istituzionali in cui si esprime la società contemporanea, nei più diversi settori (dalla scuola all'economia e alla medicina), ispirandosi a criteri di umanizzazione e convivialità, derivati anche dalla fede cristiana, così da poter essere riconosciuto come uno dei maggiori sociologi dei nostri tempi.Le persone comunicano assai più profondamente con i silenzi che con le parole. Le parole e le frasi sono, infatti, composte anche da silenzi che hanno ancora più significato dei suoni stessi. Queste pause pregnanti che esistono tra i suoni e le espressioni diventano punti luminosi in un immenso vuoto. Il linguaggio è una corda di silenzio con alcuni nodi che sono i suoni...Confucio paragonava il linguaggio ad una ruota: sono i raggi che la uniscono al centro, ma sono gli spazi vuoti che fanno la ruota.

Per questo, se vogliamo capire un uomo, dobbiamo imparare a conoscere piuttosto i suoi silenzi che le sue parole, e, da parte nostra, non è tanto attraverso i suoni, che riusciamo a pronunciare, che trasmettiamo il significato, quanto piuttosto è attraverso le pause, che possiamo farci capire. Lo studio di una lingua si basa sull'apprendimento più dei suoi silenzi che delle sue parole. Soltanto i cristiani credono in una Parola che è, contemporaneamente, Silenzio. 

Imparare una lingua in modo umano e maturo, quindi, significa accettare la responsabilità dei silenzi e dei suoni di questa lingua. Il dono che un popolo ci fa quando ci insegna la sua lingua è più prezioso per il ritmo, il tono, le sottigliezze del suo sistema di silenzi, che per l'accordo dei suoni. E' un dono intimo e personale, per il quale dobbiamo essere riconoscenti a questo popolo che ci ha affidato la ricchezza della sua lingua. Una lingua di cui si conosca soltanto le parole e non le pause di silenzio è una continua offesa per chi l'ascolta, è una caricatura, come il negativo di una fotografia. 

Ci vuole più tempo, uno sforzo maggiore, una delicatezza più grande ad imparare il silenzio di un popolo che non le sue parole. Qualcuno ha un'attitudine particolare per questo, altri no. Questo forse spiega perché certi missionari, nonostante i loro sforzi, non giungono mai a parlare come si deve, a comunicare con delicatezza anche attraverso i silenzi. Anche se arrivano a parlare' con l'accento degli indigeni' rimangono sempre a mille miglia lontano. L'arte di imparare la grammatica del silenzio è assai più difficile di quella della grammatica dei suoni. Se le parole possono essere apprese col semplice ascolto, seguito da penosi sforzi di imitazione della parlata locale, i silenzi, invece, devono essere acquisiti con l'apertura del cuore. Proprio come per le parole vi è un'analogia tra il nostro silenzio con gli uomini e il nostro silenzio con Dio. Per imparare il pieno significato del primo, dobbiamo praticare ed approfondire il secondo.

Anche questo silenzio è minacciato, non solo dalla fretta e dalla profanazione della delicata molteplicità degli atti racchiusi in una parola, ma soprattutto dalla nostra abitudine ai discorsi verbosi ed alla fabbricazione in serie delle parole con criteri di produzione di massa che non possono perdersi dietro la delicatezza del linguaggio. La testimonianza silenziosa del missionario è, in ultima analisi, un dono, un dono di preghiera, appreso, cioè, nella preghiera da qualcuno che è infinitamente distante e infinitamente straniero, e sperimentato nell'amore per gli uomini che sono sempre più distanti e stranieri di quelli che conosce in patria. Ora, può avvenire che il missionario dimentichi che il suo silenzio è un dono nel suo significato più profondo, cioè qualcosa di dato gratuitamente, un dono concretamente fatto a noi da coloro che vogliono insegnarci la loro lingua. Colui che tenta di acquistare una lingua come si acquista un vestito, di conquistarla impadronendosi della grammatica, è qualcuno che in sostanza tenta di violentare la cultura nella quale è stato inviato. Fino a che si considera un missionario, dovrà riconoscere di essere frustrato, di essere stato, sì, mandato da qualcuno, ma di non essere arrivato da nessuna parte; ha lasciato la sua patria, ma non ha trovato nessun'altra terra, ha lasciato la sua casa, ma non ne ha più trovata un'altra. Continua a predicare ed è sempre più consapevole di non essere capito. Le sue parole sono la parodia di una lingua.

                     (Illich, I., Rivoluzionare le istituzioni, Mimesis)                                                                                                                                                               Mauro Armanino,Niamey

Ora, dopo una breve biografia ripresa da Internet, perché volevo conoscere questo personaggio a me sconosciuto, prima che mi inviasse il  ì testo Padre Armanino, posso riportarlo qui, così capiamo parte del loro immenso pensiero:

Eloquenza del silenzio
    di Ivan Illich

Le persone comunicano assai più profondamente con i silenzi che con le parole. Le parole e le frasi sono, infatti, composte anche da silenzi che hanno ancora più significato dei suoni stessi. Queste pause pregnanti che esistono tra i suoni e le espressioni diventano punti luminosi in un immenso vuoto. Il linguaggio è una corda di silenzio con alcuni nodi che sono i suoni...Confucio paragonava il linguaggio ad una ruota: sono i raggi che la uniscono al centro, ma sono gli spazi vuoti che fanno la ruota.

Per questo, se vogliamo capire un uomo, dobbiamo imparare a conoscere piuttosto i suoi silenzi che le sue parole, e, da parte nostra, non è tanto attraverso i suoni, che riusciamo a pronunciare, che trasmettiamo il significato, quanto piuttosto è attraverso le pause, che possiamo farci capire. Lo studio di una lingua si basa sull'apprendimento più dei suoi silenzi che delle sue parole. Soltanto i cristiani credono in una Parola che è, contemporaneamente, Silenzio. 

Imparare una lingua in modo umano e maturo, quindi, significa accettare la responsabilità dei silenzi e dei suoni di questa lingua. Il dono che un popolo ci fa quando ci insegna la sua lingua è più prezioso per il ritmo, il tono, le sottigliezze del suo sistema di silenzi, che per l'accordo dei suoni. E' un dono intimo e personale, per il quale dobbiamo essere riconoscenti a questo popolo che ci ha affidato la ricchezza della sua lingua. Una lingua di cui si conosca soltanto le parole e non le pause di silenzio è una continua offesa per chi l'ascolta, è una caricatura, come il negativo di una fotografia. 

Ci vuole più tempo, uno sforzo maggiore, una delicatezza più grande ad imparare il silenzio di un popolo che non le sue parole. Qualcuno ha un'attitudine particolare per questo, altri no. Questo forse spiega perché certi missionari, nonostante i loro sforzi, non giungono mai a parlare come si deve, a comunicare con delicatezza anche attraverso i silenzi. Anche se arrivano a parlare' con l'accento degli indigeni' rimangono sempre a mille miglia lontano. L'arte di imparare la grammatica del silenzio è assai più difficile di quella della grammatica dei suoni. Se le parole possono essere apprese col semplice ascolto, seguito da penosi sforzi di imitazione della parlata locale, i silenzi, invece, devono essere acquisiti con l'apertura del cuore. Proprio come per le parole vi è un'analogia tra il nostro silenzio con gli uomini e il nostro silenzio con Dio. Per imparare il pieno significato del primo, dobbiamo praticare ed approfondire il secondo.

Anche questo silenzio è minacciato, non solo dalla fretta e dalla profanazione della delicata molteplicità degli atti racchiusi in una parola, ma soprattutto dalla nostra abitudine ai discorsi verbosi ed alla fabbricazione in serie delle parole con criteri di produzione di massa che non possono perdersi dietro la delicatezza del linguaggio. La testimonianza silenziosa del missionario è, in ultima analisi, un dono, un dono di preghiera, appreso, cioè, nella preghiera da qualcuno che è infinitamente distante e infinitamente straniero, e sperimentato nell'amore per gli uomini che sono sempre più distanti e stranieri di quelli che conosce in patria. Ora, può avvenire che il missionario dimentichi che il suo silenzio è un dono nel suo significato più profondo, cioè qualcosa di dato gratuitamente, un dono concretamente fatto a noi da coloro che vogliono insegnarci la loro lingua. Colui che tenta di acquistare una lingua come si acquista un vestito, di conquistarla impadronendosi della grammatica, è qualcuno che in sostanza tenta di violentare la cultura nella quale è stato inviato. Fino a che si considera un missionario, dovrà riconoscere di essere frustrato, di essere stato, sì, mandato da qualcuno, ma di non essere arrivato da nessuna parte; ha lasciato la sua patria, ma non ha trovato nessun'altra terra, ha lasciato la sua casa, ma non ne ha più trovata un'altra. Continua a predicare ed è sempre più consapevole di non essere capito. Le sue parole sono la parodia di una lingua.
                     (Illich, I., Rivoluzionare le istituzioni, Mimesis)                                                                                                                         
                                        Mauro Armanino, Niamey

CHI E' IL CAPITANO MARCOS DELL'EZLN (informazioni ricevute da Padre Armanino)

Marcos ha spiegato in cosa consiste il tema La Tempesta e il Giorno Dopo, che sarà discusso negli Incontri Internazionali di Ribellione e Resistenza 2024-2025. Foto/archivio per camera oscura

11 ottobre 2024 23:59
Dopo aver chiesto fino a che punto o in che misura le tecnologie della modernità controllano già, o no, la creazione artistica e la ricerca scientifica?, il Capitano Marcos dell'Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (EZLN), ha affermato che “il sistema ha convinto al ' maggioranze" che senza di esso, senza capitalismo, l'umanità è impossibile."
In una dichiarazione rilasciata questo venerdì, si è anche chiesto: “Le arti e le scienze dipendono dalle tecnologie della modernità? Cioè se non ci sono internet, applicazioni, cellulari, tablet e computer, intelligenza artificiale, energia da combustibili fossili, ecc. È possibile l'arte drammatica? Il dipinto? La musica? Il ballo? La scultura? Letteratura? Il cinema? Le scienze?»
Le arti, ha aggiunto, «non sono nate con il sistema che ormai strangola l'intera umanità, ma forse è già un 'cambio di paradigma' (un alibi per eccellenza per la resa)».
Ha sottolineato che “non si tratta di reindirizzare, con l’esplosione di un ordigno nucleare, un asteroide affinché si schianti e distrugga il telescopio Hubble: né di incendiare o saccheggiare centri di ricerca scientifica (la criminalità organizzata e i governi si stanno già preoccupando di quello). e quelli che saltano dalla scienza alla politica). 
In quel caso, ha affermato, “sono sicuro che l’intera comunità scientifica si unirebbe se qualcuno tentasse anche solo di chiudere la struttura di ricerca; minacciare i suoi membri; sporgere denunce penali contro di loro; o agganciare la ricerca scientifica a un progetto politico di parte, giusto? (ah, il mio sarcasmo non è sottile?)
E aggiunge: “Mi riferisco, però, a una situazione estrema, dove queste risorse sono impossibili da ottenere, o ci sono molte difficoltà per accedervi. Cosa accadrà alle scienze e alle arti, nonché alle persone che in esse si impegnano?
Marcos ha spiegato in cosa consiste il tema La Tempesta e il Giorno Dopo, che sarà discusso negli Incontri Internazionali di Ribellione e Resistenza 2024-2025, convocati dalle Assemblee Collettive dei Governi Autonomi Zapatisti (Acegaz), dalle comunità zapatiste e l'EZLN.
Ora, ha proseguito, “si potrebbe pensare che questo scenario non sia nemmeno possibile, e che non sia altro che una brutta sceneggiatura per un brutto film di fantascienza – 'fantascienza': un ossimoro, come 'politico onesto'. Ok, ok, continua sul tuo palco, cavalletto, schermo 8k, piattaforma digitale, laboratorio, accademia.”
Ha sottolineato: “Sono sicuro che disponete di dati concreti - studi comprovati, modelli di simulazione, conteggio delle risorse non rinnovabili, tendenze di consumo e di sostituzione - che questo scenario è 'molto improbabile' - insieme al riscaldamento globale, al cambiamento climatico, alle guerre di riconquista, inquinamento ambientale, genocidi come quello attuale in Palestina; e che ha accesso a indagini del tutto attendibili che dimostrano che le persone sono soddisfatte del loro attuale tenore di vita (quindi è remota anche la possibile insorgenza di rivolte, rivolte, insurrezioni, proteste, saccheggi, rivolte)”. E ha concluso: “Ok, non ti contraddico. 
Tu hai fama e posizione nelle Arti e nelle Scienze, ed io sono solo un povero capitano di fanteria, ora addetto al settore 'Partecipazioni di Nozze, Battesimi, Prime Comunioni, Divorzi, Riunioni, XV anni e... Incontri'. " 


venerdì 17 novembre 2023

INTERVISTA DI AMÈLE DEBEY A BERNARD WICHT per L'IMPERTINENT

 Ricevo da P. Mauro Armanino il testo di un articolo in lingua francese. L'ho tradotto in italiano, per chi non conoscesse la lingua in cui stato scritto. 

Ecco il testo:

Questo articolo è liberamente accessibile grazie alle persone che si sono iscritte per offrirtelo. Che ha scelto di salvare la stampa libera e indipendente.  

Amèle Debey, per L'Impertinent: All'inizio dell'anno lei ha detto che la guerra in Ucraina aveva aperto il vaso di Pandora di una guerra contro l'Europa occidentale. Sei ancora sulla stessa linea?

Bernard Wicht: Sì, e vado ancora oltre: ritengo che l'attacco di Hamas del 7 ottobre sia l'apertura di un secondo fronte. L’Europa e gli Stati Uniti erano già ben “intrecciati” con l’Ucraina, dove hanno mostrato tutta la loro debolezza in questa materia. Ed ecco un secondo fronte ancora più complesso e delicato. Dal mio punto di vista – e qui sto solo facendo un’analisi strategica – questo attacco è sostenuto dall’Iran e fissa la potenza americana e l’Europa ancora più a est. Vediamo quanti capi di Stato occidentali vengono uno dopo l’altro a Gerusalemme, non solo per fornire sostegno, ma soprattutto per cercare di evitare qualsiasi escalation.

Ciò che intendo per guerra non è un remake della Guerra Fredda o della Seconda Guerra Mondiale; uno scontro tra eserciti regolari. Secondo me questa guerra è già scoppiata. Se si guarda alla situazione in Europa, le attività dei narcotrafficanti stanno aumentando in modo esponenziale. Abbiamo due stati considerati quasi narcostati: i Paesi Bassi e il Belgio. Poi le periferie delle grandi città sono in fermento per diversi motivi. Esiste quindi già una prima fonte di conflitto.

Poi arrivano i flussi migratori che attraversano tutta l’Europa e dimostrano che essa non è più in grado di proteggersi. Questi movimenti si spostano dalla Serbia al Regno Unito, dall’Italia alla Svezia, alla Norvegia, ecc. Come analista che parla dalla prospettiva della storia a lungo termine, paragono facilmente questi flussi alle invasioni che posero fine all’Impero Romano.

Non si tratta di gridare ai barbari! Ma grazie alle ricerche condotte negli ultimi vent’anni sulla caduta dell’Impero Romano, ora sappiamo che quelle che chiamiamo “grandi invasioni” furono principalmente “grandi migrazioni” di popolazioni che venivano a stabilirsi nell’Impero.

Inoltre, l’Europa si è dimostrata indifesa. Non ha più nulla nei suoi arsenali, ha usato tutto quello che aveva. Il dibattito in Svizzera sui venticinque carri armati o sui diecimila proiettili che potremmo donare (o meno) mostra chiaramente che tutti i paesi della NATO stanno raschiando i profitti. L’Europa è apertamente disarmata!

Che collegamento fa tra la guerra in Ucraina e quella in Medio Oriente?

La mia analisi è che il conflitto in Ucraina è una guerra per procura lanciata dagli Stati Uniti e dalla NATO contro la Russia. Angela Merkel lo ha riconosciuto esplicitamente affermando che gli accordi di Minsk (nel 2014) sono stati conclusi solo per dare tempo all’esercito ucraino di acquisire potere. L’analisi era senza dubbio che la Russia sarebbe rimasta coinvolta in questo conflitto come gli Stati Uniti erano rimasti coinvolti in Vietnam. Ma gli strateghi russi sembrano più abili dei loro omologhi occidentali.

In un anno e mezzo di conflitto, vediamo che il problema è sempre più da parte occidentale, con la necessità di investire risorse colossali per sostenere pienamente lo sforzo bellico ucraino. Inoltre, non possiamo più approvvigionarci di gas russo a buon mercato, dobbiamo rivolgerci al gas nordamericano che è molto più costoso. Non dobbiamo dimenticare che tutto questo faceva parte dello scenario russo.

“L’obiettivo di Putin è la destabilizzazione del sistema occidentale dipendente dal dollaro”

In effetti, Vladimir Putin ha parlato nel gennaio 2022 con il think tank russo Valdaï. Ha dichiarato che lo “scenario di guerra” stava diventando un’ipotesi credibile, che l’obiettivo principale non era l’annessione delle province autonome dell’Ucraina sudorientale, ma la destabilizzazione del sistema occidentale totalmente dipendente dal dollaro. Ma il dollaro è particolarmente volatile, come tutti sanno. Possiamo vedere chiaramente che questo calcolo viene fatto: la Germania, il motore economico dell’Europa, è in recessione. Gli altri paesi non se la passano bene, la Francia è in una situazione quasi insurrezionale. L’Europa occidentale soffre enormemente a causa di questo conflitto con un’inflazione galoppante. Il Regno Unito ne soffre moltissimo.

Ma qual è il legame con il Medio Oriente?

È un po' come la risposta del pastore alla pastorella. Quando vediamo che gli Stati Uniti sono completamente coinvolti nella guerra in Ucraina, compreso il blocco della Camera dei Rappresentanti, mettere nelle loro mani la patata bollente del conflitto Hamas-Israele crea loro un secondo problema. Quando ho saputo dell’attacco del 7 ottobre, il mio primo pensiero è stato quello di chiedermi: “Ma perché Hamas vuole fornire un simile servizio a Israele?” Perché lo stavo dicendo? Perché dall’inizio dell’anno, o addirittura dalla fine dello scorso anno, la società israeliana sperimenta una divisione molto, molto grave. Lo dicono i giornali israeliani, i giornali delle comunità ebraiche d'Europa che analizzano questa situazione: “La società israeliana è sull'orlo della guerra civile” a causa della prevista riforma della Corte Suprema. Poiché Israele non ha una costituzione, è questa Corte, per così dire, a svolgere il ruolo di quadro giuridico, garante della democrazia e delle istituzioni.

I riservisti dell'esercito hanno scioperato, in particolare i piloti. Tuttavia, l'aeronautica israeliana è il principale strumento di difesa di Israele. Quando ci sono piloti militari della “milizia” che si rifiutano di prestare servizio, capiamo che il divario è enorme. Tuttavia, l’attacco di Hamas ha provocato proprio la sacra unione e la società israeliana ha immediatamente ritrovato la sua coesione. Ecco perché il mio primo pensiero è stato considerare che Hamas avesse davvero scelto male il suo momento.

“Il declino degli Stati Uniti sta accelerando!”

Ma poi... quando vediamo gli americani inviare due gruppi di portaerei nella regione, che devono quindi spogliare della loro flotta nell'Oceano Indiano che dovrebbe venire in aiuto di Taiwan, che non solo hanno difficoltà a produrre abbastanza munizioni per mantenere l’esercito ucraino, ma ora dovranno produrre munizioni per mantenere l’esercito israeliano. Secondo me, questa è ciò che chiamiamo “l’apertura di un secondo fronte” che fissa il potere americano e lo abbatte. Il declino americano sta accelerando!

Per la cronaca a questo proposito, nel 2003 gli Stati Uniti entrarono in Iraq sotto il naso dell’ONU, dell’opinione mondiale e contro il parere di due dei suoi grandi alleati, Francia e Germania. Nel 2023, dove sono 20 anni dopo? Nella storia, 20 anni non sono niente. L’Impero Romano, per crollare, per passare dalla sequenza del 2003 “noi siamo i più forti” al 2023 “calmatevi ragazzi, non abbiamo più i mezzi”, ci sono voluti tre secoli.

Si è parlato molto di questa famosa controffensiva ucraina che recentemente ha suscitato scalpore. Come vedi la fine di questo conflitto?

Non subito comunque. Molti di noi pensano che l’esercito ucraino non fosse assolutamente in grado di combattere questa guerra e abbiamo elementi abbastanza solidi per sostenere questa opinione: nel 2021, le forze militari ucraine hanno registrato 6.000 morti che non hanno nulla a che vedere con i combattimenti. Le ragioni erano: alcolismo, suicidio, nonnismo andato storto e uso improprio di armi ed esplosivi. Per qualcuno che ha una minima conoscenza di come funziona un esercito, cosa significa? Che non è operativo!

La Russia disponeva di un simile esercito nel 1994, all’epoca del caso di Grozny, in Cecenia. I soldati vendevano le armi per comprare alcolici, gli ufficiali erano corrotti. Ci sono voluti dieci anni e un pugno di ferro per ricostruire l’esercito russo e renderlo uno strumento efficace, come lo è oggi. Pertanto, dire che vinceranno gli ucraini è come dire a uno dei tuoi colleghi sulla pagina sportiva che la squadra di calcio di terza divisione di Bourg-La-Pontet ieri sera ha battuto il Manchester United e si è qualificata per la finale di Coppa. E' ovvio.

“L’intera generazione di giovani ucraini dai 18 ai 43 anni viene usata come carne da cannone”

In secondo luogo, torno a quello che ho detto prima, i russi hanno una visione della strategia diversa dalla nostra. Non cercano necessariamente di vincere sul campo. Guardano all’avversario come a un sistema (questo risale al pensiero marxista di cui sono eredi) e si chiedono come destabilizzarlo.

I russi volevano invadere l’Ucraina? Perché affrontare un paese in cui metà della popolazione (la parte occidentale) è loro sfavorevole e che, dopo un anno e mezzo di guerra, è praticamente distrutto? Non hanno alcun interesse a farlo. Allora perché combattere questa guerra e perché rimanere sul campo in prima linea? Perché avremmo potuto anche prevedere che, una volta riconquistate le due province e Mariupol, queste si sarebbero ritirate.

Penso che sia stato il blocco a livello diplomatico a portare i russi a dire “beh, giocheremo al logoramento ed esauriremo il potenziale, non solo militare, ma demografico dell’Ucraina”. Poiché l'intera generazione di giovani dai 18 ai 43 anni viene utilizzata come carne da cannone sul campo di battaglia.

Apriamo una parentesi. Ciò che mi fa dire questo è che gli storici stanno attualmente rianalizzando la guerra civile spagnola del 1936-1939. Grazie all'apertura degli archivi e grazie al fatto che le emozioni si sono un po' calmate nella memoria del popolo spagnolo. Ciò che è interessante è che fino a due o tre anni fa (quando uscirono i nuovi studi) si pensava sempre che il generale Franco, il leader dei nazionalisti che vinsero la guerra, fosse un politico molto abile, ma d'altra parte un povero stratega che aveva prolungato inutilmente la guerra per due o anche tre anni. Diamo esempi completamente veri. All'inizio del suo intervento avrebbe potuto precipitarsi verso il Real Madrid, allora scarsamente difeso. Se la capitale fosse caduta in quel momento, i repubblicani si sarebbero seduti al tavolo delle trattative e avrebbero concordato un cessate il fuoco. Ora, con la pubblicazione degli archivi, possiamo vedere nero su bianco che Franco voleva consapevolmente prolungare la guerra proprio per esaurire il bacino demografico repubblicano. E lo dice nei suoi taccuini, negli appunti dello Stato Maggiore: “che senso ha vincere la guerra quando il Paese resta infestato dai propri nemici?” Ha costantemente lasciato aperte opportunità di attacco ai repubblicani e ogni volta sono state demolite. Perché, come i russi, in quel momento Franco aveva una grande superiorità nel fuoco. Dal mio punto di vista, la strategia russa al momento è esattamente la stessa.

I due luoghi in cui le forze russe accettarono la battaglia furono Mariupol, una città russofila, non dobbiamo dimenticarlo, dove furono le unità cecene a sopportare il peso maggiore dei combattimenti. E Bakhmout, per ragioni strategiche, dove furono i mercenari di Wagner a condurre i combattimenti. Vediamo quindi questo desiderio di risparmiare il soldato russo e di distruggere il potenziale ucraino. E, da questa parte, le crepe cominciano ad apparire in pieno giorno.

Dall'inizio del conflitto, Zelenskyj è stato elevato al rango di eroe, invitato a tenere discorsi agli Oscar, ai Golden Globe, nei Parlamenti d'Europa, trattato come una vera star. E mi chiedevo se non ci fosse anche da parte sua un interesse a prolungare questo conflitto? Perché gli esseri umani sono ancora piuttosto fallibili e pieni di ego. Anche Zelenskyj ha interesse che questo conflitto continui?

Questa è una bella domanda. Quando scoppiò la guerra, dieci o quindici giorni dopo l'inizio dell'attacco russo, in Turchia si tennero i primi colloqui di pace. E i russi che partecipano a questi colloqui dicono che gli ucraini hanno messo sul tavolo proposte molto interessanti e che ci stiamo muovendo verso un possibile negoziato. Sono la NATO, l’UE e gli Stati Uniti che diranno a Zelenskyj: “Ritirate immediatamente queste proposte di pace. Ti sosterremo e andrai in guerra”.

Quindi penso che da lì, sì, ci deve essere stato un cambiamento. Ad un certo punto, Zelenskyj si è detto: "visto che non ho altra scelta, allora andiamo avanti, andiamo fino in fondo". E da questo punto di vista ha costantemente alzato la posta.

Da un punto di vista strategico, questa storia di controffensiva è ancora un po’ una faccenda grand guignol. Quando prepariamo una controffensiva, cerchiamo di nascondere il più possibile le nostre intenzioni al nemico per sorprenderlo. Ci mostriamo deboli se siamo forti, ci mostriamo forti se siamo deboli. Non grideremo certo su tutti i televisori, su tutti i principali giornali: guardate, lanciamo la controffensiva e si ritireranno fino agli Urali. Questo non è serio!

“Il fronte unito ucraino si sta sgretolando da tutte le parti”

Poi, quando si recò in Francia, Londra e negli Stati Uniti per dire che non era pronto per questa operazione, alzò la posta. Quindi penso che ora ci sia un atteggiamento duro a morire che può essere spiegato anche con le defezioni all'interno del suo governo. Qualche mese fa, il ministro della Difesa ucraino è stato licenziato, presumibilmente per un caso di corruzione che non regge davvero, riguardante le giacche militari ordinate dalla Turchia. Inoltre, uno dei suoi consiglieri voleva candidarsi contro di lui alle elezioni del 2024 perché credeva che si dovesse trovare una soluzione negoziata con i russi. E ora Zelenskyj ha annullato le elezioni per il prossimo anno. Questo fronte unito si sta sgretolando da tutte le parti.

La guerra in Medio Oriente avvantaggia Putin?

Sì, ed è per questo che parlo di un secondo fronte. Questa volta è davvero difficile far sembrare il primo ministro Netanyahu come Winston Churchill e il leader di Hamas come Adolf Hitler. Quello che abbiamo fatto con Ucraina e Russia. Esiste una divisione nell’opinione pubblica che si manifesta con l’aumento dell’antisemitismo e dell’islamofobia. Ciò avvantaggia enormemente Vladimir Putin e, soprattutto, pone un pesante fardello sull’economia occidentale. Per quello? Perché questa economia è completamente finanziarizzata. Abbiamo visto l’influenza di questa guerra sul mercato azionario. L’Occidente si è seriamente deindustrializzato. Dipende da paesi come Cina, Vietnam e molti altri per la produzione effettiva. Quindi sì, per Vladimir Putin è una manna dal cielo.

Come è avvenuto a livello tecnico l'attentato del 7 ottobre?

Quando leggiamo i blog dei soldati israeliani che non erano necessariamente in servizio in quel momento, ma che prestavano servizio sulla linea di demarcazione tra Israele e Gaza, ciò che colpisce è che tutti sono sorpresi dal fatto che non vedevamo arrivare nulla: " Ci sono sensori ovunque, un gatto miagola, lo sentiamo, quindi come abbiamo potuto perderci una cosa del genere", si chiedono?

Davvero i servizi segreti israeliani non hanno visto nulla? Oppure l'hanno visto, ma data la grave divisione all'interno della società israeliana, si sono detti che avrebbero lasciato che questo attacco iniziasse, per ricreare la sacra unione della società israeliana? La domanda deve essere posta. Soprattutto perché non è la prima volta che si verifica questo tipo di scenario. Negli anni Novanta, quando erano in corso veri negoziati tra Israele e le organizzazioni palestinesi, quando il governo israeliano era aperto a trovare una soluzione, ogni volta che i negoziati procedevano in modo interessante, si verificava un attentato islamista, un kamikaze che stava per farsi esplodere su una terrazza a Tel Aviv o altrove.

Tanto che le ambasciate occidentali in Israele avevano ventilato la possibilità che un’agenzia di intelligence manipoli una frazione estremista di gruppi palestinesi e li faccia agire ogni volta per bloccare il processo di pace e i negoziati. Questo scenario si è ripetuto?

Ritiene credibile l'ipotesi, avanzata da diverse ONG, secondo cui Israele avrebbe utilizzato bombe al fosforo su Gaza?

È molto difficile da dire! In questo momento in queste guerre, sia in Ucraina che in Medio Oriente, siamo come in un'indagine di Agatha Christie con il detective Hercule Poirot che scopre un crimine e si rende conto che tutti gli mentono. Deve quindi districare il falso dal vero in base alla sua conoscenza della società e della psicologia umana. Ricordo a questo proposito che stiamo ancora cercando armi di distruzione di massa in Iraq... senza dimenticare la vicenda degli asili nido del cosiddetto reparto maternità di Kuwait City. Attualmente l’opinione pubblica occidentale reagisce in modo essenzialmente emotivo. Se parli delle bombe al fosforo che hanno ucciso i bambini, ti garantisci molta simpatia. Tuttavia, la capitale della simpatia di Israele si sta sciogliendo come neve al sole.



Prima parlavi di inflazione, di carenza di elettricità... Ma mi chiedo se la guerra non abbia mal di schiena. Abbiamo stampato soldi come matti durante la crisi Covid, il famoso “whatever it takes”. Non è un po’ semplicistico attribuire la colpa di questi conflitti all’inflazione?

Hai abbastanza ragione. In campo economico giochiamo con il fuoco fin dalla caduta del muro di Berlino. Abbiamo completamente finanziarizzato le economie occidentali. Ciò che conta non è la qualità e il valore dei prodotti che l’industria è in grado di portare sul mercato, sono i dividendi delle aziende. In Svizzera questo ci viene un po' risparmiato, per un motivo non ben noto agli stessi svizzeri: il 70% dei giovani sceglie la formazione professionale in azienda. Abbiamo quindi una gran parte dei giovani che, fin dall’inizio, si troveranno ad affrontare un problema di produzione, di esportazione dei prodotti, di qualità, ecc. Anche la Germania non si è arresa del tutto a questo. Inoltre ha esternalizzato ben poco della sua produzione, anche quando era in difficoltà, mantenendo sempre le industrie sul suo territorio. Ma il resto d’Europa ha esternalizzato tutto. Ad esempio, la Gran Bretagna è un paese che ha costruito automobili, aerei, ha avuto un’industria elettronica all’avanguardia e ora non ha nulla. Anche la Rolls-Royce e altri grandi nomi sono stati rilevati da società straniere. Basta guardare la Brexit. Nel loro approccio non si rendevano affatto conto di quanto dipendessero dall’estero e dal grande mercato europeo per il funzionamento della loro azienda. Un esempio che va esattamente sulla falsariga della tua domanda: gli inglesi sono mangiatori di carne di maiale e importano questa carne dalla Germania. È comunque fantastico! Gli allevamenti di suini tedeschi sono più attraenti dal punto di vista finanziario rispetto alla produzione locale. Abbiamo indebolito la nostra economia, l’abbiamo finanziarizzata, l’abbiamo vincolata al dollaro. Nel 2009-2010 c’è stata la crisi dell’euro provocata per salvare il dollaro. È stata la banca Goldman Sachs che, riscrivendo il bilancio greco, ha permesso a questo paese di entrare nella zona euro, anche se non soddisfaceva nessuno dei criteri. Nel 2009-2010, è stata la banca Goldman Sachs a privare la Grecia della sua credibilità e a causare il collasso dell’euro. Quindi la guerra è una buona cosa, ma era il fattore scatenante che mancava. E quando Putin dice che può destabilizzare l’Occidente perché il suo sistema economico è fragile, questa è un’analisi perfettamente corretta.

Gli Stati Uniti stanno proteggendo Israele più per interesse che per convinzione, per mantenere il controllo sulla regione?

Questo c'è, penso. C’è anche l’importanza politica della comunità ebraica negli Stati Uniti, che è uno dei maggiori donatori del Partito Democratico. Gli Stati Uniti hanno un legame straordinariamente forte con la protezione di Israele. Quando Obama è stato scelto come candidato, dopo le primarie, in seno al Partito Democratico, la sua prima frase è stata quella di ribadire il suo sostegno allo Stato di Israele.



Una cosa a cui abbiamo prestato poca attenzione è che nel 2023 gli americani non ci sono più. Non sono più in Medio Oriente. L’Iraq è il caos. L’Iran è con la Russia. E, cosa assolutamente incredibile, la Cina è riuscita a ripristinare le relazioni diplomatiche tra Iran e Arabia Saudita. Mentre l’Arabia Saudita è, in quanto grande monarchia petrolifera, l’alleato fedele e incrollabile degli Stati Uniti da molto tempo. Sia durante l’Intifada degli anni ’80, sia poi durante la guerra tra Hezbollah e Israele nel 2006, oppure con lo sviluppo della colonizzazione che ha fatto rabbrividire tutte le popolazioni arabo-musulmane. Per l’Arabia Saudita non è mai stato un problema presentarsi come l’alleato privilegiato e fedele degli Stati Uniti. Ma ora hanno cambiato direzione: riavvicinamento all’Iran, nemico quasi ereditario degli Stati Uniti, e vogliono far parte dei BRICS. Questo tuttavia promette di essere un centro internazionale che mira a ristabilire un mondo multipolare e non più un mondo unipolare. Stiamo assistendo ad una vera e propria svolta.

Ma il conflitto in Medio Oriente non destabilizza la creazione dei BRICS?

No, non la penso così. Perché la piazza arabo-musulmana non è altrettanto tollerante nei confronti della politica israeliana, della colonizzazione dei territori, del blocco di Gaza. I BRICS si stanno rafforzando. La Russia è riuscita a riunire attorno a sé un centro arabo-musulmano, soprattutto l'Iran, forse l'Arabia Saudita che si avvicina, il Qatar e l'Asia.

C'è una cosa che è chiara e che non abbiamo notato perché pensavamo fosse un dettaglio: l'impiego delle milizie cecene nella presa di Mariupol. Con i combattenti ceceni che si filmavano su TikTok mentre urlavano Allahu Akbar con i kalashnikov in aria, il messaggio non avrebbe potuto essere più chiaro. D'ora in poi siamo dalla parte russa. Sono loro che rappresentano il baluardo contro il Grande Satana americano. I russi continuano a lasciare che l’Azerbaigian faccia lo stesso anche nel Nagorno-Karabakh, per ragioni strategiche. Perché devono poter utilizzare il Mar Caspio se mai vogliono lanciare missili contro la flotta americana che si trova nel Mar Rosso o nel Mediterraneo. Anche qui vale la pena notare, perché l'attaccamento del Nagorno-Karabakh all'Armenia è stato percepito come una sorta di crociata dei cristiani armeni contro i musulmani.Sempre secondo la mia analisi, stiamo per avere un mondo organizzato attorno a tre poli. Abbiamo il Nord America. Abbiamo la Russia, l’Iran e i BRICS. E poi abbiamo la Cina. Ma è un po' difficile dire dove si trovi perché sta mostrando i muscoli nello Stretto di Taiwan, ma la sua situazione economica è pessima. Con il lockdown dovuto al Covid hanno davvero dato un duro colpo alla loro produzione.

“Il sistema globale è governato dal dollaro, che non è più governato da nessuno”

Poi hanno lo stesso problema dell’Europa: la generazione dei baby boomer sta andando in pensione. Quindi hanno una carenza di manodopera abbastanza significativa. E poi c’è una cosa che spiega, dal mio punto di vista, che loro stanno dietro ai russi ma non fanno né attivismo né dichiarazioni tonanti contro gli Stati Uniti: anche la Cina dipende dal dollaro. Ha acquistato un’enorme percentuale del debito pubblico americano. È quindi legato al dollaro e alla sua instabilità (secondo il principio: se devo 10.000 franchi al mio banchiere, è lui a trattenermi. Se gli devo 100 milioni, sono io a trattenerlo).

Attualmente il sistema globale è governato dal dollaro, che non è più governato da nessuno. Al contrario, la Russia è solida. Ha un PIL relativamente modesto, ma dispone di risorse naturali sufficienti per far funzionare la sua industria. Vende cereali, gas, petrolio in mercati enormi come Pakistan, Cina, ecc. Quindi, del fatto che non venda più gas all’Europa occidentale, siamo noi a subirne le conseguenze, non loro.

Quindi ci sono tre poli e l’Europa è bloccata lì nel mezzo. Ma non sono sicuro che se ne renda conto. Israele ha appena lanciato un missile contro la Siria. La regione è in fiamme. Stiamo andando verso la terza guerra mondiale?

Israele ha appena lanciato un missile contro la Siria. La regione è in fiamme. Stiamo andando verso la terza guerra mondiale?

Questa è la grande domanda. Voglio dire che non possiamo immaginare una Terza Guerra Mondiale come avremmo immaginato un’invasione sovietica dell’Europa durante la Guerra Fredda, o come abbiamo vissuto la Seconda Guerra Mondiale. Per quello? Perché gli stati che sono in grado di fare la guerra non hanno il potenziale demografico per farlo. Gli Stati Uniti usano gli ucraini come carne da cannone. Possiamo anche dire che Iran e Russia stanno usando Hamas come carne da cannone. Quando l’Azerbaigian prese il controllo del Nagorno-Karabakh, non c’erano molti soldati azeri. Si trattava principalmente di combattenti di gruppi jihadisti in Siria e mercenari turchi. E l’ho detto, quando la Russia ha davvero bisogno di combattere, fa appello a Wagner.

“Non abbiamo più i mezzi per una guerra mondiale”

Non vedo una Terza Guerra Mondiale sulla falsariga delle precedenti. Ma, con il fatto che la leadership americana sta scomparendo a grande velocità, possiamo assistere allo scoppio di conflitti locali e regionali che erano congelati e che possono risvegliarsi: Azerbaigian e Armenia ne sono un esempio. Allo stesso modo. La guerra in Siria dura dal 2011 e funge da riserva di combattenti per il conflitto nel Caucaso. Ora ci sono Israele e Hamas. La Libia è in una situazione di caos... Vedo più un disordine generalizzato, violento. Ma non una terza guerra mondiale. Penso che non abbiamo più i mezzi per farlo.

E la Svizzera, qual è in definitiva il suo ruolo in tutto questo?

Lei è a un bivio.

Dalla fine del XIX secolo è stato costruito un triangolo, prima con la Croce Rossa, poi con la neutralità, poi, dalla metà del XX secolo, con il segreto bancario. La Svizzera, durante tutto questo periodo, avrà quindi uno statuto speciale. Potrà anche evitare di restare intrappolato nei blocchi, di essere vassallo di guerra dell'uno o dell'altro, grazie a questo trittico. Ma era legato al fatto che avevamo Stati sovrani in conflitto tra loro e nessuna autorità al di sopra di essi.

Dal momento in cui, con la fine della Guerra Fredda, si è affermata sul mondo intero la leadership monolitica americana, un Occidente che si credeva vincitore mentre gli altri paesi si riprendevano dal ko tecnico della fine della Guerra Fredda, noi vedo chiaramente che questo trittico comincia a disfarsi.

Abbiamo perso il segreto bancario. La guerra in Ucraina ha dimostrato che eravamo incapaci di svolgere il nostro ruolo umanitario: il dibattito in Parlamento è stato spaventoso. Si limitava a sapere se volevamo rivendere o meno 25 carri armati alla Germania. Abbiamo spazzato via la nostra tradizione umanitaria, abbiamo dimenticato che siamo depositari delle Convenzioni di Ginevra, non abbiamo adempiuto al nostro mandato. E allora addio neutralità, visto che abbiamo preso le sanzioni.

Quindi il contesto è molto cambiato. Tuttavia, se abbiamo perso i tre asset principali, altri stanno emergendo in un nuovo contesto. In un’Europa completamente indebolita, improvvisamente vediamo di avere un esercito che, anche se non è molto ben equipaggiato, è ben equipaggiato. Abbiamo una potenza militare, un Paese capace di difendersi mentre gli altri non sono più in grado di farlo. Ciò che rafforza questo aspetto è che continuiamo a controllare i nostri confini. E poi abbiamo la nostra valuta. Questo è importante in questo momento. Il terzo asset di cui disponiamo è un notevole potenziale di innovazione economica e tecnologica. C'è un potenziale innovativo, attivo, che è notevole e che è legato, come dicevo prima, al sistema della formazione professionale, al fatto che stiamo creando piccole e medie imprese. Questo è il solido anello dell’economia. E poi abbiamo un elemento che non deve essere trascurato: la sovranità popolare che continua ad essere riaffermata attraverso una pletora di iniziative e referendum. La Svizzera è quindi ben posizionata per rappresentare un certo polo di stabilità in questa Europa allo sbando. Queste sono le tre grandi opportunità che vedo nella Svizzera di domani.

 



sabato 24 giugno 2023

Perché chiamiamo Eid al - Adha, Tabaski nell'Africa Nera? editoriale


Perché chiamiamo Eid al-Adha, Tabaski nell'Africa nera?

Il Eid al-Adha (in arabo عيد الأضحى, "festa del sacrificio") o Aīd al-Kabīr (العيد الكبير "la grande festa" in contrapposizione a Eid al-Fitr chiamato eid el-seghir, o piccolo eid), è la festa più importante dell'Islam. Lei è chiamata Tabaski nei paesi dell'Africa occidentale e centrale (Ciad, Camerun) con una grande comunità musulmana. Si svolge il 10 del mese di dhou al-hijja, l'ultimo mese del calendario musulmano, dopo waqfat Arafao stazione sul monte Arafat e segna ogni anno la fine del hajj.

ilEid el-Kebir è chiamato il Tabaski in Senegal e negli altri paesi dell'Africa occidentale francofona (Guinea, Mali, Costa d'Avorio, Benin, Burkina Faso, Togo, Niger, Camerun) e ad esempio in Nigeria. Nel Nord Africa si chiama Tafaska tra la tradizione del Maghreb Amazigh mentre gli altri berberi, in arabo, usano il nome arabo. In Turchia, è chiamato Festa del sacrificio e nei Balcani, Kurban Bajram.

In francese si usa anche il termine festa delle pecore.

Ma è la parola Tabaski, mutuata dai Wolof, ad avere maggior successo nei paesi dell'area sudanese-saheliana, dal Senegal al Ciad, passando per Mali, Burkina e Niger. Il che non sorprende se si sa che i Wolof adottarono l'Islam nell'XI secolo e che il Senegal, beniamino della colonizzazione francese, è stato il punto di riferimento della regione per diversi secoli. 

L'Islam, come in molti altri luoghi, si è adattato alle circostanze locali. La struttura altamente gerarchica delle confraternite e il peso dei marabout sono quindi un riflesso della società tradizionale di Wolof. Questo fenomeno di acclimatazione è molto chiaro a livello lessicale. In Senegal, i festival hanno i nomi di Wolof e il calendario islamico è stato completamente "Wolofized" Origine negro-egiziana della parola Tabaski / Tafaska / Pasqua, conservata nel giudaismo, nel cristianesimo e quindi nell'islam:

Secondo l'articolo di Dominique Mataillet dal sito web Jeune Afrique: "

Per tornare a Tabaski, gli storici concordano nel confrontare questa parola con tifeski, il nome della primavera in Mauritania. Secondo un autore molto serio, il professor Raymond Mauny, che ha ricoperto una delle prime cattedre nella storia dell'Africa in Francia, la parola tabaski proviene da berbero che conferma il riavvicinamento con la Mauritania, poiché i Mori sono essenzialmente Tuareg arabizzato dove sarebbe stato ispirato dal latino pasqua, "pasqua", esso stesso dall'ebraico pesakh. Questo ci ricorda che una parte dei berberi è rimasta a lungo fedele alla religione ebraica.

La spiegazione sarebbe ancora più lunga, ma mi fermo qui. 


lunedì 22 agosto 2022

ALLA SCOPERTA DI ROUSSILLON E DEL SENTIERO DELL'OCRA editoriale

Alla Scoperta di Roussillon e del Sentiero dell’Ocra

Dopo aver percorso la Valensole, un’intera vallata immersi nella lavanda, ci dirigiamo verso la prossima destinazione: Roussillon. Repentinamente notiamo il variare del colore della terra che si fa via via più intenso, spostandosi verso le tonalità più calde del giallo e del rosso.

Qui un sentiero permette di immergersi nelle cave di ocra, nascoste tra gli alberi che vi crescono in mezzo. Al fianco delle cave si trova un piccolo borgo, che vale la pena visitare una volta che si arriva fino alle cave.

Per arrivare a Roussillon da Valensole è necessario percorrere circa un’ora e mezzo di automobile (70 chilometri) in direzione ovest all’interno della Provenza, nel sud della Francia. Nonostante ci troviamo più a nord, abbiamo oltrepassato anche la longitudine di Marsiglia e siamo nel pieno del Parco Naturale del Luberon ad appena 10 chilometri da Apt.

Il parco naturale del Luberon rientra tra le riserve della biosfera protette dall’UNESCO.

Il Sentiero dell’Ocra





Il sentiero dell’ocra ci fa rimanere a bocca aperta, già prima dell’ingresso il colore così intenso della terra ci sorprende, e, dall’alto ci sembra di essere in un canyon americano. C’è la possibilità di fare due differenti sentieri: uno più breve (35 minuti) e uno più lungo (50 minuti). Ovviamente noi optiamo per quello più lungo e ne vale assolutamente la pena, perché porta anche in alcune parti più selvagge. La parte rimanente del percorso è la stessa per entrambi i sentieri.

Sicuramente nelle giornate più calde si suderà parecchio, ma sarà comunque meglio che nelle giornate piovose, quando l’acqua bagnerà la terra e renderà il tutto molto fangoso.



All’interno del Sentiero dell’Ocra si potranno ammirare le 19 sfumature di ocra assunte dalla terra, che vanno dal rosa pastello fino all’arancio brillante, grazie al pigmento naturale derivante dal ferro che si ritrova nella terra. La passeggiata è semplice e non troppo impegnativa, ma praticamente impossibile per carrozzine o passeggini. All’interno del Sentier des Ocres si possono introdurre i propri amici cani, portandoli al guinzaglio.

Un’altra informazione utile è quella di visitare il sentiero con scarpe comode e vestiti facilmente lavabili: il terreno è ricoperto da una fine sabbia color ocra che inevitabilmente si attaccherà ai vestiti e alle scarpe.

La leggenda 

C’è una leggenda collegata alla genesi di questa terra. Si narra che la giovane Sirmonde, moglie di Raymonde d’Avignone, si sia suicidata proprio in quest’area, a causa del grandissimo dolore procuratogli dal marito che scoprì la sua storia clandestina e uccise l’amante. Quando Sirmonde seppe del triste destino del suo amato, non riuscì a resistere al dispiacere e decise di gettarsi dalle falesie presenti a Roussillon. Il sangue di Sirmonde, scorrendo dopo il suo gesto fatale, colorò tutta la terra intorno a lei.

Aperture e Costi del Biglietto 

Il Sentier des Ocres, o Sentiero dell’Ocra, è aperto tutti i giorni dell’anno, con orari che variano dalle 10 di mattina fino alle 19 di sera nell’alta stagione. Ad esclusione di luglio e agosto è prevista anche una chiusura durante l’orario di pranzo. Il costo di ingresso è piuttosto basso ed è di 2,50 euro per l’intera visita che dura circa 35/50 minuti. Volendo è possibile richiedere una visita guidata, ad un costo superiore. A questo prezzo va aggiunto quello del vicino parcheggio, praticamente uno dei pochi luoghi in cui è possibile lasciare l’automobile.

Le Cave di Ocra 

Il Sentiero dell’Ocra si snoda nell’area utilizzata come cava per l’estrazione del pigmento Ocra. L’intero territorio di Vaucluse, che comprende anche Roussillon, veniva impiegato già dalla preistoria nell’estrazione dell’ocra per produrre una tinta naturale estremamente resistente anche alla luce solare. Dal XIX secolo la produzione ha subito un fortissimo incremento, tanto da istituire nel 1880 alcuni treni che da qui giungevano fino a Marsiglia per spedire i pigmenti in tutto il mondo. La produzione ha avuto un picco massimo nel 1929, con l’estrazione di oltre 40.000 tonnellate di pigmento all’anno. Da lì cominciò però la decrescita, fino a sospendere la produzione nel 1958 a causa di un ribasso consistente della domanda soppiantato dalla preferenza per le tinte sintetiche. Inoltre, la forte estrazione perpetrata negli anni causava il rischio concreto di un crollo dell’intera area di Roussillon.

Attualmente sono attive piccole cave nei vicini comuni di Gargas e Rustrel.

Roussillon però non è solo il sentiero dell’ocra, ma anche un piccolo borgo che nasce a pochissimi metri di distanza dalle vecchie cave e celebra la cultura dell’utilizzo dei pigmenti estratti, divulgata in un piccolo ‘museo’, chiamato Conservatoire des Ocres.


Il villaggio di Roussillon si vede chiaramente dalle cave di ocra, così come dal villaggio si ha un’ottima vista sulla roccia che nei secoli è stata scavata per l’estrazione di questo pigmento, che ha reso ricca l’intera area.

La particolarità del villaggio di Roussillon è data dai colori degli edifici: questi sfoggiano tutte le diciotto tonalità di ocra che venivano estratte nelle vicine cave. Il centro storico, nel quale è piacevole passeggiare, ha una via principale che disegna una sorta di spirale sulla quale si trovano vari negozi e servizi per i turisti.

Beffroi – Porta di Ingresso 



Il villaggio di Roussillon nacque nel X secolo. Di questo periodo è il castello che venne costruito a difesa del borgo storico e il campanile noto con il nome di Beffroi è l’antica porta di accesso cittadino. Questo accesso proteggeva l’antico Castrum fortificato.

Attraverso Beffroi si entra nei vicoli del centro storico che sono una successione di case colorate, simili alla tavolozza di un pittore che si è divertito a dipingerle delle varie sfumature di ocra.

Anche il centro storico di Roussillon rientra tra i borghi più belli di Francia, o “les plus beaux villages de France” e una passeggiata tra le sue vie vi occuperà poco più di mezz’oretta.

Dalla sommità del borgo è possibile godere di un bellissimo panorama che spazia fino ai monti della Vaucluse.





La chiesa principale della città è la chiesa di St. Michel e si trova a pochissima distanza dall’accesso al centro storico. L’edificio si trova costruito sul bordo della falesia che scende poi a strapiombo sulla vallata. La facciata, così come gli interni, è estremamente semplice e si apre su di una scalinata che permette di accedervi.

Come è facilmente intuibile dagli esterni, la navata principale è affiancata da due piccole navate laterali.

Conservatoire des Ocres 

Una fabbrica che gestiva l’estrazione del pigmento ocra, a poca distanza da Roussillon, è stata trasformata nel Conservatoire des Ocres. Si trova lungo la strada che porta ad Apt ed è facilmente riconoscibile dalle grandi porte che danno sull’area di passaggio, tutte colorate differentemente tra di loro.

Più che di un museo, si tratta di una serie di laboratori interattivi che variano frequentemente e che sono incentrati sull’utilizzo dei colori. Entrando è possibile vedere i grossi contenitori in cui sono ospitati i diversi pigmenti delle tonalità di Ocra.

Acquistando il biglietto a 6,50 euro, è possibile accedere ad un’area dove viene mostrato il processo di depurazione, scolo, sedimentazione e asciugatura svolto fino a qualche decennio fa. Preferibilmente è da scegliere la visita guidata, in cui si viene accompagnati nella scoperta di questo processo, purtroppo però non è disponibile in tutte le lingue.

Nello shop, oltre ai vari pigmenti del color ocra, è possibile acquistare libri sui colori e altri gadget.


https://www.lorenzotaccioli.it/roussillon-dove-nasce-color-ocra/amp/

Ripreso quasi totalmente dal link sovrastante.

https://www.facebook.com/LeSentierdesOcres

Il profilo FB del luogo è qui sopra.



sabato 7 agosto 2021

NON DISCUTIAMO LE VACCINAZIONI, MA L'USO POLITICO DEL GREEN PASS di GIORGIO AGAMBEN



«Se si reprimono le libertà individuali per decreto a essere in pericolo è la democrazia»

Quello che colpisce nelle discussioni sul green pass e sul vaccino è che, come avviene quando un paese scivola senza accorgersene nella paura e nell’intolleranza - e indubbiamente questo sta avvenendo oggi in Italia - è che le ragioni percepite come contrarie non solo non sono in alcun modo prese seriamente in esame, ma vengono rifiutate sbrigativamente, quando non diventano puramente e semplicemente oggetto di sarcasmi e di insulti. Si direbbe che il vaccino sia diventato un simbolo religioso, che, come ogni credo, funge da spartiacque fra gli amici e i nemici, i salvati e i dannati. Come può pretendersi scientifica e non religiosa una tesi che rinuncia allo scrutinio delle tesi divergenti?

Per questo è importante innanzitutto chiarire che il problema per me non è il vaccino, così come nei miei precedenti interventi in questione non era la pandemia, ma l’uso politico che ne viene fatto, cioè il modo in cui fin dall’inizio essi sono stati governati.

Ai timori che si affacciavano nel documento che ho firmato con Massimo Cacciari, qualcuno ha incautamente obiettato che non c’era da preoccuparsi, «perché siamo in una democrazia». Com’ è possibile che non ci si renda conto che un paese che è ormai da quasi due anni in stato di eccezione e in cui decisioni che comprimono gravemente le libertà individuali vengono prese per decreto (è significativo che i media parlino addirittura di «decreto di Draghi», come se emanasse da un singolo uomo) non è più di fatto una democrazia? Com’è possibile che la concentrazione esclusiva sui contagi e sulla salute impedisca di percepire la Grande Trasformazione che si sta compiendo nella sfera politica, nella quale, com’ è avvenuto col fascismo, un cambiamento radicale può prodursi di fatto senza bisogno di alterare il testo della Costituzione? E non dovrebbe dare da pensare il fatto che ai provvedimenti eccezionali e alle misure di volta in volta introdotte non viene assegnata una scadenza definitiva, ma che essi vengono incessantemente rinnovati, quasi a confermare che, come i governi non si stancano di ripetere, nulla sarà più come prima e che certe libertà e certe strutture basilari della vita sociale a cui eravamo abituati sono annullate sine die? Se è certamente vero che questa trasformazione - e la crescente depoliticizzazione della società che ne risulta - erano già in corso da tempo, non sarà per questo tanto più urgente soffermarsi a valutarne finché siamo in tempo gli esiti estremi? È stato osservato che il modello che ci governa non è più la società di disciplina, ma la società di controllo -ma fino a che punto possiamo accettare che questo controllo si spinga?

È in questo contesto che si deve porre il problema politico del green pass, senza confonderlo col problema medico del vaccino, a cui non è necessariamente collegato (abbiamo fatto in passato vaccini di ogni tipo, senza che mai questo discriminasse due categorie di cittadini). Il problema non è, infatti, soltanto quello, pure gravissimo, della discriminazione di una classe di cittadini di serie B: è anche quello, che sta certamente più a cuore dell’altro ai governi, del controllo capillare e illimitato che esso permette sui titolari stoltamente fieri della loro “tessera verde”. Com’è possibile -chiediamo ancora una volta- che essi non si rendano conto che, obbligati a mostrare il loro passaporto persino quando vanno al cinema o al ristorante, saranno controllati in ogni loro movimento?

Nel nostro documento avevamo evocato l’analogia con la “propiska”, cioè col passaporto che i cittadini dell’Unione sovietica dovevano esibire per spostarsi da una località all’altra. È questa l’occasione di precisare, visto che purtroppo sembra necessario, che cos’ è un’analogia giuridico-politica. Ci è stato senza alcun motivo rimproverato di istituire un paragone fra la discriminazione risultante dal green pass e la persecuzione degli ebrei. È bene precisare una volta per tutte che solo uno stolto potrebbe equiparare i due fenomeni, che sono ovviamente diversissimi. Non meno stolto sarebbe però chi rifiutasse di esaminare l’analogia puramente giuridica - io sono giurista di formazione - fra due normative, quali sono quella fascista sugli ebrei e quella sull’istituzione del green pass. Forse non è inutile rilevare che entrambe le disposizioni sono state prese per decreto legge e che entrambe, per chi non abbia una concezione meramente positivistica del diritto, risultano inaccettabili, perché - indipendentemente dalle ragioni addotte - producono necessariamente quella discriminazione di una categoria di esseri umani, a cui proprio un ebreo dovrebbe essere particolarmente sensibile.

Ancora una volta tutte queste misure per chi abbia un minimo di immaginazione politica vanno situate nel contesto della Grande Trasformazione che i governi delle società sembrano avere in mente - ammesso che non si tratti invece, come pure è possibile, del procedere cieco di una macchina tecnologica ormai sfuggita a ogni controllo. Molti anni fa una commissione del governo francese mi convocò per dare il mio parere sull’istituzione di un nuovo documento europeo di identità, che conteneva un chip con tutti i dati biologici della persona e ogni altra possibile informazione sul suo conto. Mi sembra evidente che la tessera verde è il primo passo verso questo documento la cui introduzione è stata per qualche ragione rimandata.

Su un ultima cosa vorrei richiamare l’attenzione di chi ha voglia di dialogare senza insultare. Gli esseri umani non possono vivere se non si danno per la loro vita delle ragioni e delle giustificazioni, che in ogni tempo hanno preso la forma di religioni, di miti, di fedi politiche, di filosofie e di ideali di ogni specie. Queste giustificazioni sembrano oggi - almeno nella parte dell’umanità più ricca e tecnologizzata - venute meno e gli uomini si trovano forse per la prima volta di fronte alla loro pura sopravvivenza biologica, che, a quanto pare, si rivelano incapaci di accettare. Solo questo può spiegare perché, invece di assumere il semplice, amabile fatto di vivere gli uni accanto agli altri, si sia sentito il bisogno di instaurare un implacabile terrore sanitario, in cui la vita senza più giustificazioni ideali è minacciata e punita a ogni istante da malattie e morte. Così come non ha senso sacrificare la libertà in nome della libertà, così non è possibile rinunciare, in nome della nuda vita, a ciò che rende la vita degna di essere vissuta."


BENVENUTO|

Il Paradiso non può attendere: dobbiamo già cercare il nostro Cielo qui sulla terra! Questo blog tratterà di argomenti spirituali e testimonianze, con uno sguardo rivolto al Carmelo ed ai suoi Santi