lunedì 20 luglio 2026
TESTIMONIANZA DELLE PICCOLE SUORE DI S. TERESA DEL BAMBINO GESU' DI IMOLA A RICORDO DI PADRE NICOLA GALENO OCD
sabato 11 luglio 2026
UN RICORDO DI PADRE NICOLA GALENO di ALESSANDRA GIUSTI
Mi chiamo Alessandra Giusti, sposata Leveque
ho sessantasette anni; milanese, abito da tanti anni in Valle d’Aosta nel paese di mio marito. Mia mamma conobbe Padre Nicola nel 1981, quando egli insegnava religione nella stessa scuola elementare milanese dove ella era maestra. Tra lui e i miei genitori scattò un’immediata simpatia e comunione di idee; nel 1984 mio marito e io avemmo la possibilità di conoscerlo anche di persona, dopo averne tanto sentito parlare. Si instaurò anche con noi un ottimo rapporto e successivamente, dopo la nascita di nostra figlia, anche con lei. Rapporto che è continuato fino alla scomparsa del nostro Amico, e che continuerà fino a quando ci ritroveremo di Là. Avrei da raccontare tanto in merito a Padre Nicola, a partire dal momento in cui ebbi la fortuna di conoscere la sua amata mamma Concetta, che, quando il figlio andava a trovare, non mancava mai di portare in visita da noi. Ho potuto conoscere, anche se solo telefonicamente, anche la cara sorella Nicoletta, nonché, negli ultimi anni, di persona il fratello Beppe. Conobbi anche l’amico di sempre, Padre Vincenzo Prandoni ed altri Confratelli. Avrei tanto, ripeto, da raccontare. La corrispondenza, dapprima cartacea poi tramite email, tra Giappone, terra di Missione del Padre, e Italia, nonché quella dai vari monasteri e conventi dove visse Padre Nicola in Italia. Ho tanti suoi scritti, sia in prosa che in poesia; di lui mi ha sempre colpito il desiderio di essere partecipe delle sofferenze e dei lutti di amici, familiari e Confratelli tramite scritti poetici a corredo di opere d’arte sacra. Una forma di preghiera per quelli che ne sono stati destinatari e che hanno apprezzato. Tra di essi il ricordo commosso delle Suore della Congregazione delle Missionarie del Lieto Messaggio di Pontremoli (MS) e delle Monache Benedettine di Milano. Per quanto riguarda me e la mia famiglia, desidero narrare un solo, ma splendido, episodio. Nel 2023 mia figlia perse, alla fine del nono mese di gravidanza, la bambina che aspettava. Era sana e bella; sconosciute le cause. Padre Nicola ci fu vicino con delicatezza e seppe dirci parole di profonda fede e conforto. La nostra bambina divenne la sua; mi confidò che si rivolgeva a lei nei momenti di maggior difficoltà a causa della salute e la invocava affinché intercedesse per lui presso la Madonna, quale piccolo Angelo. Penso che basti questo a testimoniare la profonda fede del Padre e la sua sensibilità, se ce ne fosse bisogno. Adesso siamo noi a chiedere a lui di intercedere per noi, ancora pellegrini in terra. A Dio, Padre Nicola!
Alessandra e famiglia
domenica 31 luglio 2022
ARMANDO CUGNOD: un ricordo di ALESSANDRA GIUSTI
ARMANDO CUGNOD
Vorrei dedicare un ricordo ad un caro amico poeta a vent’anni dalla sua scomparsa, avvenuta il 31 luglio 2002. Ringrazio di cuore l’amica Dani che mi offre la possibilità di farlo.
Armando Cugnod, nato a Brusson in Valle d’Aosta l’8 novembre 1911, figlio di una famiglia contadina di nove fratelli, studiò Letteratura presso il Seminario Maggiore di Aosta dove era stato accolto avendo espresso l’intenzione di farsi sacerdote; ma lungo il cammino capì che non era quella la sua vocazione. In seguito, lavorò presso l’Ufficio di Collocamento in vari paesi della sua Valle d’Ayas, una delle più belle vallate valdostane laterali. Profondamente credente, tutta la sua vita fu un inno al Creato, tanto da far percepire a coloro che hanno avuto il dono, come me, di conoscerlo, di trovarsi di fronte ad un piccolo gigante. La sua statura fisica, infatti, non rispecchiava quella morale, ma appena incominciava a parlare, ecco che la grandezza spirituale si manifestava in tutta la sua potenza. Un antesignano della difesa dell’ambiente, un illuminato che sapeva vedere lontano. La sua fede si esprimeva, oltre che tramite la sua poesia, attraverso la sua capacità di accoglienza del prossimo, la sua disponibilità nei confronti dei più deboli, il suo profondo senso di giustizia, la sua attenzione alle piccole cose, ai fiori, alle piante, alla Terra intera. Visse tutta la sua vita insieme alla sorella Graziella, di salute cagionevole, dedicandosi a lei con vero amore fraterno. Ecco, dunque, qual era la strada che il Signore aveva tracciato per lui.
Il “supporto” che amava di più per le sue poesie non era cartaceo: erano le pietre, per l’esattezza le “lose”, sottili lastre di ardesia spaccate a mano e utilizzate per la copertura dei tetti delle case, sulle quali egli scriveva con eleganti pennellate bianche, esponendole poi fuori di casa alla portata di tutti. Ogni passante rimaneva colpito e si fermava a leggere e, se Armando era sulla soglia, invitava le persone ad entrare: ascoltarlo era sempre un piacere e un arricchimento. Scriveva in francese, italiano e latino e la sua voce dolce incantava l’ascoltatore. Ebbe la gioia, poco prima della sua scomparsa, di vedere pubblicate, questa volta su carta, le sue composizioni nel volume “Rime e Pensieri”, di cui si occupò personalmente con l’aiuto di alcuni volenterosi compaesani affascinati dal suo scrivere. Sulla copertina del libro sono ritratti Armando e Graziella.
Da “Rime e Pensieri” riporto la seguente poesia, priva di titolo, come spesso le sue composizioni:
Je vous aime humbles fleurs de la montagne,
des glaciers vous êtes les fidèles compagnes…
c’est vous si petites, si pures, si belles
qui m’apprenez à gravir la mystique échelle
qui de sommet en sommet mène à Dieu.
Alessandra Giusti
venerdì 13 maggio 2022
13 maggio, ricorrenza Apparizione a Fatima della Vergine Maria - testimonianza di P. Anastasio Roggero
sabato 10 luglio 2021
IL DOVERE DI TESTIMONIARE - Un ricordo di MARIA BOLLA - testo di RENATA RUSCA ZARGAR
Il dovere di testimoniare
Un ricordo di Maria Bolla
Ieri, 6 luglio, è mancata la signora Maria Bolla, presidente dell’ANED (Associazione ex deportati nei campi di sterminio) di Savona e Imperia per una malattia di quelle che definiamo “brutte” e che lo sono veramente. Tanti anni fa, quando sono stata trasferita al Liceo Artistico, ho trovato, in sala insegnanti, una circolare che dava notizie dell’Aned e dei Concorsi che l’Associazione bandiva per organizzare i pellegrinaggi ai campi di sterminio.
Oltre alle informazioni storiche che avevo come docente di materie letterarie e alle poche familiari (i miei parenti non ne volevano sapere di parlare della guerra, anzi, dicevano addirittura che non bisogna mai dire a nessuno per chi si vota!), ero rimasta molto colpita, anni addietro, poco più che bambina, dalla lettura di un libro: La casa delle bambole: https://www.sololibri.net/La-casa-delle-bambole-ka-tzetnik.html
In quel romanzo, si parlava delle torture e degli esperimenti che i nazisti facevano usando il corpo delle donne. Non avendolo mai dimenticato, ho fatto poi leggere il libro anche alle mie figlie perché l’ho sempre ritenuto uno stimolo emozionale importante per spingere a studiare e comprendere la storia.
Dunque, trovata quella circolare, mi ero subito messa in contatto con l’Aned. Da allora, per parecchi anni, ho collaborato, tanto è vero che numerosi miei alunni, hanno avuto la grande opportunità di aderire alle varie attività dell’Associazione: non solo viaggi ma incontri, conferenze, testimonianze, pubblicazione di libri. La signora Maria era un turbine di proposte e non si occupava solo degli ex deportati e di quel periodo storico, spesso mi richiamava alla drammatica situazione attuale.
Abbiamo condiviso, avendo io stessa accompagnato gli alunni vincitori, ben cinque pellegrinaggi a Mauthausen, Dachau, Gusen, Ebensee, poi uno a Terezin, infine, con mio marito Zahoor Ahmad e mia figlia minore Zarina siamo stati ad Auschwitz-Birkenau. Ho avuto l’opportunità di essere presente ad alcuni Congressi Nazionali dell’Aned, esperienze di grande valenza intellettuale oltre che umana. Infine, la mia collaborazione con l’Aned si è conclusa perché, come pensionata, non ho più alunni e non frequento più nessuno. Ora tocca ad altri, che sono nel pieno dell’attività lavorativa.
Tra me e la signora Maria è rimasto, però, sempre un rapporto affettuoso, fuori da qualsiasi ruolo e competenza istituzionale.
Ogni tanto, mi mandava nel negozio di mio marito, magari dai suoi amatissimi nipoti, un tortino di verdure fatta con le sue mani perché sapeva che io non le faccio. Oppure, mi regalava un libro da leggere, di solito, di deportate donne. O mi diceva: “Meno male che hai telefonato, pensavo proprio a te.” Maria aveva un carattere molto forte, e disgraziatamente anch’io, era spiccatamente decisionista e, forse, anche perfezionista.
L’ultimo suo progetto è stato un libro, “Il dovere di testimoniare”, che, oltre a raccogliere le testimonianze dei nostri deportati/e liguri, traccia la via maestra della sua essenza e arriverà a settembre nelle scuole. Infatti, ella ha dedicato il suo tempo (fin dagli anni ’70) a far capire cosa sia stato il nazismo e il fascismo, a quali mostruosità siano riusciti ad arrivare.
Credeva, come credo anch’io, che sia necessario battersi perché queste cose non tornino, seppure in forma diversa, anche se travestite da faccine sorridenti, occhi dolci, slogan che, a prima vista, potrebbero sembrare di buon senso.
Ma i travestimenti scompaiono presto, quando si trova giusta la tortura dei carcerati o non si possono accettare le evidenze scientifiche che ognuno nasca con la sua natura. O che sia meglio difendere la vita di un cane piuttosto che quella di un bambino, magari nero.
La signora Maria è arrivata a una bella età ed era perfettamente cosciente e consapevole. Per questo, ha dovuto soffrire a causa della malattia e ciò mi dispiace infinitamente. Io mi auguro, e so che lo pensa anche lei, che la sua Associazione continui a operare. Certamente, non esiste un’altra Maria Bolla.
Speriamo, però, che si trovi una persona molto competente e capace che possa dedicare una parte della sua esistenza a un compito tanto duro quanto quello di formare le nuove generazioni.
Il funerale si è tenuto nella Chiesa della Villetta a Savona, l’8 luglio alle ore 9,30. La Presidente Maria Bolla Cesarini aveva lasciato disposizione perché, invece dei fiori, si facesse una donazione all’AIRC o a Savona Insieme.
Nella foto in alto (scattata da me), l’ingresso al campo di Dachau, nel 2003, con la Presidente Maria Bolla, gli ex deportati Eugenio Largiu e Antonio Arnaldi, insieme ai ragazzi delle superiori in pellegrinaggio.PUBBLICATO SU:
https://www.liguria2000news.it/societa/il-dovere-di-testimoniare-un-ricordo-di-maria-bolla/
Renata Rusca Zargar
giovedì 13 agosto 2020
IL SACRIFICIO E I SACRIFICATI: lettera dal SAHEL di Padre MAURO ARMANINO
DI padre Mauro Armanino
Dal Blog https://www.senzafine.info/2020/08/lettera-dal-sahel-di-padre-mauro.html
Senzafine: Arte, Cultura e Società di Renata Rusca Zargar
La festa della ‘Tabaski’, comunemente chiamata così nell’Africa Occidentale francese, iniziata ieri terminerà lunedì. Questa importante festa del calendario musulmano ricorda, con allusioni al racconto biblico, la fede obbediente di Abramo che non aveva esitato a sacrificare il figlio (Isacco o Ismaele, secondo il racconto). Fermato in tempo prima del gesto fatale, il figlio fu sostituito da un capro e la festa in questione fa memoria di questo avvenimento, sacrificando un capro o più per famiglia. Malgrado la crisi conseguente alla pandemia, che ha finora relativamente risparmiato il Niger, la cerimonia si è svolta come di consueto. Lungo le strade di Niamey e nei cortili, i capri uccisi sono messi ad arrostire, consumati in famiglia il giorno seguente e parti dell’animale condivise con parenti, vicini e poveri. Il sacrificio è stato preceduto dalla rituale preghiera alla ‘grande moschea’ di Niamey e nelle altre sparse nei quartieri della città. La tradizione, sempre molto sentita dalla popolazione, si è rinnovata. L’acquisto dei capri per la circostanza, ha permesso a molti allevatori dei villaggi e in città, di tornarsene a casa con il necessario per far sopravvivere la famiglia.
In effetti, nel Niger come altrove nel Sahel, ad essere sacrificato non è solo il capro. Secondo i risultati della prima edizione ‘Dell’inchiesta armonizzata sulle condizioni di vita delle famiglie’ nello spazio economico dell’Africa Occidentale, il Niger è il paese che conta il più grande numero di poveri. Tre abitanti su quattro, secondo questo rapporto, vivono sotto la soglia di povertà. L’inchiesta si basa sulla soglia internazionale di povertà monetaria moderata, per la quale si considera povera la persona che spende meno di 3,2 dollari al giorno. Da ciò risulta che il 75,5 % della popolazione del Paese si trova in questa particolare categoria di persone. Nello stesso rapporto si evidenzia che la Costa d’Avorio e il Senegal sono i Paesi dell’Unione Monetaria con la più debole concentrazione di poveri mentre, a parte il Mali e il Benin, la maggior parte degli altri Paesi si trova sotto la soglia di povertà. Questi sono tra i ‘sacrificati’ del sistema che, almeno fino all’imprevista visita del Coronavirus, si vantava di cifre record nella macroeconomia, in barba alle crisi di crescita registrate altrove. Sacrificati invisibili ma reali che appaiono nelle statistiche per poi scomparire.
Naturalmente non sono gli unici a perpetuale il sacrificio rituale. Dovremmo parlare di alcuni attivisti sui diritti umani e un giornalista del Paese che hanno passato e reso attuale la festa del sacrificio in carcere. Anche altrove che cose non vanno meglio. Ricordava un rapporto di Global Witness di appena qualche giorno fa, che oltre 200 militanti per l’ambiente e i diritti umani, sono stati sacrificati, la maggior parte di loro in Asia. Dovremmo sommare le centinaia di migliaia di sfollati nel vicino Burkina Faso, Mali e lo stesso Niger. Rifugiati provocati dal banditismo armato verniciato di djiadismo, tutti quanti poveri contadini e già "gli invisibili’ prima ancora di essere stati strappati dalle loro case e terre. Le migliaia di bambini che non avranno mai l’opportunità di mangiare e bere quanto basta per garantire una sana e decente crescita umana. Lo ricordava recentemente un articolo pubblicato sul ‘Le Monde’ che il ‘virus della fame’ minaccia, nel già fragilizzato Sahel, milioni di persone.
‘Tutte le conseguenze delle misure anti-Covid-19, messe in atto dagli Stati saheliani, sono state sottostimate’, afferma Alexandra Lamarche dell’ONG Refugees International,’ il Programma Alimentare Mondiale stimava che 3,9 milioni di persone nel Sahel centrale avrebbero sofferto di insicurezza alimentare in questa stagione. Oggi siamo a 5 milioni’. La chiusura di mercati e frontiere, i coprifuoco, il divieto dell’uso delle moto e altre restrizioni negli spostamenti, hanno avuto come conseguenza quella di complicare la vita dei contadini e più in generale sul sistema agro-pastorale che dà lavoro a circa 25 milioni di saheliani. Dalla memoria del sacrificio di Abramo, della sua obbediente sottomissione all’appello di Dio fino ai numerosi ‘sacrificati’ di oggi esiste una tragica continuità. Saperli riconoscere e assumerne la ferita è solo il primo passo. In questo ambito la ‘sottomissione obbediente’ di Abramo si chiamerebbe ‘complicità’.
Mauro Armanino, Niamey, 1 agosto 2020
Commento di Renata Rusca Zargar
Ovviamente, non ho mai avuto una risposta compatibile con i diritti umani di tutti gli esseri umani.
















