AFORISMA

Meglio aggiungere vita ai giorni, che non giorni alla vita
(Rita Levi Montalcini)

Nostra Signora del Carmelo

Nostra Signora del Carmelo
colei che ci ha donato lo scapolare
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lunedì 20 luglio 2026

TESTIMONIANZA DELLE PICCOLE SUORE DI S. TERESA DEL BAMBINO GESU' DI IMOLA A RICORDO DI PADRE NICOLA GALENO OCD



Istituto Piccole Suore di S.Teresa del Bambino Gesù
Via Emilia 233 - tel. e Fax : 0542.23631
40026 IMOLA (Bologna)

A nome della Madre Generale e delle Consorelle dell’Istituto S.Teresa del Bambino Gesù di Imola, porgo questo ringraziamento per il nostro carissimo amico e benefattore, il Padre Nicola Galeno OCD.

L’Istituto  S.Teresa del Bambino Gesù di Imola è il primo istituto sorto in Italia di Suore Carmelitane di vita attiva che si ispira a S.Teresina di Lisieux che, proprio in quello stesso 1923 veniva beatificata.

Il 14 giugno 1986 il Vescovo di Imola Mons.Luigi Dardani, in apertura dell’anno centenario della nascita della nostra Fondatrice, la Madre Maria Zanelli, disse: “La Vostra Congregazione, accolta ufficialmente nel grande Carmelo vi inseriva nella sua alta spiritualità, nella partecipazione ai suoi meriti, nella particolare intercessione dei Santi, insieme al costante e valido appoggio dei fratelli maggiori, i Padri Carmelitani.

Chi è stato, dunque, per noi il Padre Nicola se non uno tra i più importanti fratelli del Carmelo che, per pura grazia di Dio, ci ha aiutato in uno degli eventi più significativi di questi ultimi quindici anni della vita dell’Istituto, ossia l’apertura delle due cause di beatificazione dei nostri Venerati 
Fondatori, il Padre Giuseppe Mazzanti e la Madre Maria Zanelli?


(Penso di fare cosa gradita, alla signora Marta Montanari,  moglie del pittore Angelo Titonel, il quale ha ritratto i due fondatori delle Piccole Suore di Imola e le cui immagini mi sono state inviate dal caro Padre Nicola). 
Con vera passione, amore, competenza e … senza badare mai al tanto sacrificio, ha trascritto centinaia, migliaia di pagine, spesso di difficile lettura, degli scritti olografi dei Fondatori o di quanto ad essi si riferiva.

Ci ha aiutato a scoprire la profondità di alcune pagine che hanno tutto il sapore di scritti Teresiani. Quanti scatti fotografici, quante vere e proprie liriche su eventi che senza di lui sarebbero finiti nell’ombra dei tempi.

Chi ha avuto la grazia di collaborare con il Padre Nicola ha scoperto il capitale segreto racchiuso nel suo cuore: il suo grande amore a Dio e al Carmelo, il valore della preghiera del cuore, l’austerità vissuta nel nascondimento e la sofferenza fisica che accompagnava i suoi giorni.

Le Piccole Suore di S.Teresa del Bambino Gesù di Imola si uniscono in preghiera riconoscente a tutto l’Ordine Carmelitano per l’anima di questo fratello maggiore che ora, in Cielo, avrà la gioia di incontrare anche i nostri Fondatori ed insieme implorare per tutte noi grazia e fedeltà al carisma contemplativo apostolico.

     La superiora Generale, Madre Erika Cavalleretto e Consorelle

Imola, 29 giugno 2026


Nota dell'amministratore di questo blog. Padre Nicola aveva redatto un bellissimo ricordo ma, essendo in pdf, non riesco a trasferirlo, in ogni caso mi aveva inviato per la pubblicazione diversi articoli, che potete leggere a questi link.


sabato 11 luglio 2026

UN RICORDO DI PADRE NICOLA GALENO di ALESSANDRA GIUSTI

Mi chiamo Alessandra Giusti, sposata Leveque

ho sessantasette anni; milanese, abito da tanti anni in Valle d’Aosta nel paese di mio marito. Mia mamma conobbe Padre Nicola nel 1981, quando egli insegnava religione nella stessa scuola elementare milanese dove ella era maestra. Tra lui e i miei genitori scattò un’immediata simpatia e comunione di idee; nel 1984 mio marito e io avemmo la possibilità di conoscerlo anche di persona, dopo averne tanto sentito parlare. Si instaurò anche con noi un ottimo rapporto e successivamente, dopo la nascita di nostra figlia, anche con lei. Rapporto che è continuato fino alla scomparsa del nostro Amico, e che continuerà fino a quando ci ritroveremo di Là. Avrei da raccontare tanto in merito a Padre Nicola, a partire dal momento in cui ebbi la fortuna di conoscere la sua amata mamma Concetta, che, quando il figlio andava a trovare, non mancava mai di portare in visita da noi. Ho potuto conoscere, anche se solo telefonicamente, anche la cara sorella Nicoletta, nonché, negli ultimi anni, di persona il fratello Beppe. Conobbi anche l’amico di sempre, Padre Vincenzo Prandoni ed altri Confratelli. Avrei tanto, ripeto, da raccontare. La corrispondenza, dapprima cartacea poi tramite email, tra Giappone, terra di Missione del Padre, e Italia, nonché quella dai vari monasteri e conventi dove visse Padre Nicola in Italia. Ho tanti suoi scritti, sia in prosa che in poesia; di lui mi ha sempre colpito il desiderio di essere partecipe delle sofferenze e dei lutti di amici, familiari e Confratelli tramite scritti poetici a corredo di opere d’arte sacra. Una forma di preghiera per quelli che ne sono stati destinatari e che hanno apprezzato. Tra di essi il ricordo commosso delle Suore della Congregazione delle Missionarie del Lieto Messaggio di Pontremoli (MS) e delle Monache Benedettine di Milano. Per quanto riguarda me e la mia famiglia, desidero narrare un solo, ma splendido, episodio. Nel 2023 mia figlia perse, alla fine del nono mese di gravidanza, la bambina che aspettava. Era sana e bella; sconosciute le cause. Padre Nicola ci fu vicino con delicatezza e seppe dirci parole di profonda fede e conforto. La nostra bambina divenne la sua; mi confidò che si rivolgeva a lei nei momenti di maggior difficoltà a causa della salute e la invocava affinché intercedesse per lui presso la Madonna, quale piccolo Angelo. Penso che basti questo a testimoniare la profonda fede del Padre e la sua sensibilità, se ce ne fosse bisogno. Adesso siamo noi a chiedere a lui di intercedere per noi, ancora pellegrini in terra. A Dio, Padre Nicola!

Alessandra e famiglia


domenica 31 luglio 2022

ARMANDO CUGNOD: un ricordo di ALESSANDRA GIUSTI



ARMANDO CUGNOD

Vorrei dedicare un ricordo ad un caro amico poeta a vent’anni dalla sua scomparsa, avvenuta il 31 luglio 2002. Ringrazio di cuore l’amica Dani che mi offre la possibilità di farlo.

Armando Cugnod, nato a Brusson in Valle d’Aosta l’8 novembre 1911, figlio di una famiglia contadina di nove fratelli, studiò Letteratura presso il Seminario Maggiore di Aosta dove era stato accolto avendo espresso l’intenzione di farsi sacerdote; ma lungo il cammino capì che non era quella la sua vocazione. In seguito, lavorò presso l’Ufficio di Collocamento in vari paesi della sua Valle d’Ayas, una delle più belle vallate valdostane laterali. Profondamente credente, tutta la sua vita fu un inno al Creato, tanto da far percepire a coloro che hanno avuto il dono, come me, di conoscerlo, di trovarsi di fronte ad un piccolo gigante. La sua statura fisica, infatti, non rispecchiava quella morale, ma appena incominciava a parlare, ecco che la grandezza spirituale si manifestava in tutta la sua potenza. Un antesignano della difesa dell’ambiente, un illuminato che sapeva vedere lontano. La sua fede si esprimeva, oltre che tramite la sua poesia, attraverso la sua capacità di accoglienza del prossimo, la sua disponibilità nei confronti dei più deboli, il suo profondo senso di giustizia, la sua attenzione alle piccole cose, ai fiori, alle piante, alla Terra intera. Visse tutta la sua vita insieme alla sorella Graziella, di salute cagionevole, dedicandosi a lei con vero amore fraterno. Ecco, dunque, qual era la strada che il Signore aveva tracciato per lui.

Il “supporto” che amava di più per le sue poesie non era cartaceo: erano le pietre, per l’esattezza le “lose”, sottili lastre di ardesia spaccate a mano e utilizzate per la copertura dei tetti delle case, sulle quali egli scriveva con eleganti pennellate bianche, esponendole poi fuori di casa alla portata di tutti. Ogni passante rimaneva colpito e si fermava a leggere e, se Armando era sulla soglia, invitava le persone ad entrare: ascoltarlo era sempre un piacere e un arricchimento. Scriveva in francese, italiano e latino e la sua voce dolce incantava l’ascoltatore. Ebbe la gioia, poco prima della sua scomparsa, di vedere pubblicate, questa volta su carta, le sue composizioni nel volume “Rime e Pensieri”, di cui si occupò personalmente con l’aiuto di alcuni volenterosi compaesani affascinati dal suo scrivere. Sulla copertina del libro sono ritratti Armando e Graziella.

Da “Rime e Pensieri” riporto la seguente poesia, priva di titolo, come spesso le sue composizioni:

Je vous aime humbles fleurs de la montagne,

des glaciers vous êtes les fidèles compagnes…

c’est vous si petites, si pures, si belles

qui m’apprenez à gravir la mystique échelle

qui de sommet en sommet mène à Dieu.


Alessandra Giusti


venerdì 13 maggio 2022

13 maggio, ricorrenza Apparizione a Fatima della Vergine Maria - testimonianza di P. Anastasio Roggero


Agli amici di Gesù Bambino.

Carissimi. Saluti e benedizioni da Praga. Penso che vi farà piacere leggere
quanto segue.  Circa 18 anni orsono in chiesa, come mia abitudine
salutai una signora.  Veniva dal Portogallo ed era la dottoressa della
comunità delle carmelitane di Coimbra quando suor Lucia era ancora vivente.
Aveva comprato una piccola statua di Gesù Bambino da portare come regalo
alle sue suore. Non mi sono lasciato sfuggire l’occasione dell’opportunità.
Allora ero   anche il superiore del convento.  Ho consegnato alla dottoressa
la replica della nostra statua in porcellana come regalo della nostra
comunità carmelitana di Praga alle nostre sorelle carmelitane di Coimbra.
Ho avuto dopo pochi giorni una bella sorpresa. Una lettera della priora
comunità di Coimbra che mi ringraziava del regalo e mi inviava la foto di
suor Lucia che teneva in braccio la statua di Gesù Bambino ricevuta dalla
dottoressa Paula Branca con la quale sono ancora in contatto e le invio la
nostra rivista Amicizia Missionaria. La dottoressa tempo fa mi ha regalato
una corona del rosario che il Papa San Giovanni Paolo II aveva donato a suor
Lucia. La priora mi invitava per una visita alla comunità, ma non ho ancora
trovato il tempo per rispondere all’invito
La foto di suor Lucia non la avevo più. Nel maggio 2019 una bella sorpresa: la
dottoressa Alexandra Branca   figlia della dottoressa Paula Branca, mi ha
portato una lettera della mamma che conservo come reliquia e libri di suor
Lucia.  Mi ha poi mandato le foto che allegate.  I cugini di suor Lucia:
Giacinta e Francesco sono già alla gloria degli altari e presto li
raggiungerà suor Lucia, la quale come devota di Gesù Bambino gli dirà una
parolina per tutti noi.  Ho il piacere di fare giungere queste notizie per il giorno di
domani nel quale la chiesa ricorda il Messaggio di Fatima.
  P. Anastasio













sabato 10 luglio 2021

IL DOVERE DI TESTIMONIARE - Un ricordo di MARIA BOLLA - testo di RENATA RUSCA ZARGAR



Il dovere di testimoniare

Un ricordo di Maria Bolla

 Ieri, 6 luglio, è mancata la signora Maria Bolla, presidente dell’ANED (Associazione ex deportati nei campi di sterminio) di Savona e Imperia per una malattia di quelle che definiamo “brutte” e che lo sono veramente. Tanti anni fa, quando sono stata trasferita al Liceo Artistico, ho trovato, in sala insegnanti, una circolare che dava notizie dell’Aned e dei Concorsi che l’Associazione bandiva per organizzare i pellegrinaggi ai campi di sterminio.

Oltre alle informazioni storiche che avevo come docente di materie letterarie e alle poche familiari (i miei parenti non ne volevano sapere di parlare della guerra, anzi, dicevano addirittura che non bisogna mai dire a nessuno per chi si vota!), ero rimasta molto colpita, anni addietro, poco più che bambina, dalla lettura di un libro: La casa delle bambole: https://www.sololibri.net/La-casa-delle-bambole-ka-tzetnik.html


In quel romanzo, si parlava delle torture e degli esperimenti che i nazisti facevano usando il corpo delle donne. Non avendolo mai dimenticato, ho fatto poi leggere il libro anche alle mie figlie perché l’ho sempre ritenuto uno stimolo emozionale importante per spingere a studiare e comprendere la storia.

Dunque, trovata quella circolare, mi ero subito messa in contatto con l’Aned. Da allora, per parecchi anni, ho collaborato, tanto è vero che numerosi miei alunni, hanno avuto la grande opportunità di aderire alle varie attività dell’Associazione: non solo viaggi ma incontri, conferenze, testimonianze, pubblicazione di libri. La signora Maria era un turbine di proposte e non si occupava solo degli ex deportati e di quel periodo storico, spesso mi richiamava alla drammatica situazione attuale.

Abbiamo condiviso, avendo io stessa accompagnato gli alunni vincitori, ben cinque pellegrinaggi a Mauthausen, Dachau, Gusen, Ebensee, poi uno a Terezin, infine, con mio marito Zahoor Ahmad e mia figlia minore Zarina siamo stati ad Auschwitz-Birkenau. Ho avuto l’opportunità di essere presente ad alcuni Congressi Nazionali dell’Aned, esperienze di grande valenza intellettuale oltre che umana. Infine, la mia collaborazione con l’Aned si è conclusa perché, come pensionata, non ho più alunni e non frequento più nessuno. Ora tocca ad altri, che sono nel pieno dell’attività lavorativa.

Tra me e la signora Maria è rimasto, però, sempre un rapporto affettuoso, fuori da qualsiasi ruolo e competenza istituzionale.

Ogni tanto, mi mandava nel negozio di mio marito, magari dai suoi amatissimi nipoti, un tortino di verdure fatta con le sue mani perché sapeva che io non le faccio. Oppure, mi regalava un libro da leggere, di solito, di deportate donne. O mi diceva: “Meno male che hai telefonato, pensavo proprio a te.” Maria aveva un carattere molto forte, e disgraziatamente anch’io, era spiccatamente decisionista e, forse, anche perfezionista.

L’ultimo suo progetto è stato un libro, “Il dovere di testimoniare”, che, oltre a raccogliere le testimonianze dei nostri deportati/e liguri, traccia la via maestra della sua essenza e arriverà a settembre nelle scuole. Infatti, ella ha dedicato il suo tempo (fin dagli anni ’70) a far capire cosa sia stato il nazismo e il fascismo, a quali mostruosità siano riusciti ad arrivare.


Credeva, come credo anch’io, che sia necessario battersi perché queste cose non tornino, seppure in forma diversa, anche se travestite da faccine sorridenti, occhi dolci, slogan che, a prima vista, potrebbero sembrare di buon senso.

Ma i travestimenti scompaiono presto, quando si trova giusta la tortura dei carcerati o non si possono accettare le evidenze scientifiche che ognuno nasca con la sua natura. O che sia meglio difendere la vita di un cane piuttosto che quella di un bambino, magari nero.

La signora Maria è arrivata a una bella età ed era perfettamente cosciente e consapevole. Per questo, ha dovuto soffrire a causa della malattia e ciò mi dispiace infinitamente. Io mi auguro, e so che lo pensa anche lei, che la sua Associazione continui a operare. Certamente, non esiste un’altra Maria Bolla.

Speriamo, però, che si trovi una persona molto competente e capace che possa dedicare una parte della sua esistenza a un compito tanto duro quanto quello di formare le nuove generazioni.

 Il funerale si è tenuto nella Chiesa della Villetta a Savona, l’8 luglio alle ore 9,30. La Presidente Maria Bolla Cesarini aveva lasciato disposizione perché, invece dei fiori, si facesse una donazione all’AIRC o a Savona Insieme.

Nella foto in alto (scattata da me), l’ingresso al campo di Dachau, nel 2003, con la Presidente Maria Bolla, gli ex deportati Eugenio Largiu e Antonio Arnaldi, insieme ai ragazzi delle superiori in pellegrinaggio.PUBBLICATO SU:

https://www.liguria2000news.it/societa/il-dovere-di-testimoniare-un-ricordo-di-maria-bolla/

Renata Rusca Zargar 

giovedì 13 agosto 2020

IL SACRIFICIO E I SACRIFICATI: lettera dal SAHEL di Padre MAURO ARMANINO


Il sacrificio e i sacrificati : lettera dal Sahel

DI padre Mauro Armanino

Dal Blog   https://www.senzafine.info/2020/08/lettera-dal-sahel-di-padre-mauro.html

Senzafine: Arte, Cultura e Società di Renata Rusca Zargar

La festa della ‘Tabaski’, comunemente chiamata così nell’Africa Occidentale francese, iniziata ieri terminerà lunedì. Questa importante festa del calendario musulmano ricorda, con allusioni al racconto biblico, la fede obbediente di Abramo che non aveva esitato a sacrificare il figlio (Isacco o Ismaele, secondo il racconto). Fermato in tempo prima del gesto fatale, il figlio fu sostituito da un capro e la festa in questione fa memoria di questo avvenimento, sacrificando un capro o più per famiglia. Malgrado la crisi conseguente alla pandemia, che ha finora relativamente risparmiato il Niger, la cerimonia si è svolta come di consueto. Lungo le strade di Niamey e nei cortili, i capri uccisi sono messi ad arrostire, consumati in famiglia il giorno seguente e parti dell’animale condivise con parenti, vicini e poveri. Il sacrificio è stato preceduto dalla rituale preghiera alla ‘grande moschea’ di Niamey e nelle altre sparse nei quartieri della città. La tradizione, sempre molto sentita dalla popolazione, si è rinnovata. L’acquisto dei capri per la circostanza, ha permesso a molti allevatori dei villaggi e in città, di tornarsene a casa con il necessario per far sopravvivere la famiglia.

In effetti, nel Niger come altrove nel Sahel, ad essere sacrificato non è solo il capro. Secondo i risultati della prima edizione ‘Dell’inchiesta armonizzata sulle condizioni di vita delle famiglie’ nello spazio economico dell’Africa Occidentale, il Niger è il paese che conta il più grande numero di poveri. Tre abitanti su quattro, secondo questo rapporto, vivono sotto la soglia di povertà. L’inchiesta si basa sulla soglia internazionale di povertà  monetaria moderata, per la quale si considera povera la persona che spende meno di 3,2 dollari al giorno. Da ciò risulta che il 75,5 % della popolazione del Paese si trova in questa particolare categoria di persone. Nello stesso rapporto si evidenzia che la Costa d’Avorio e il Senegal sono i Paesi dell’Unione Monetaria con la più debole concentrazione di poveri mentre, a parte il Mali e il Benin, la maggior parte degli altri Paesi si trova sotto la soglia di povertà. Questi sono tra i ‘sacrificati’ del sistema che, almeno fino all’imprevista visita del Coronavirus, si vantava di cifre record nella macroeconomia, in barba alle crisi di crescita registrate altrove. Sacrificati invisibili ma reali che appaiono nelle statistiche per poi scomparire. 

Naturalmente non sono gli unici a perpetuale il sacrificio rituale. Dovremmo parlare di alcuni attivisti sui diritti umani e un giornalista del Paese che hanno passato e reso attuale la festa del sacrificio in carcere. Anche altrove che cose non vanno meglio. Ricordava un rapporto di Global Witness di appena qualche giorno fa, che oltre 200 militanti per l’ambiente e i diritti umani, sono stati sacrificati, la maggior parte di loro in Asia. Dovremmo sommare le centinaia di migliaia di sfollati nel vicino Burkina Faso, Mali e lo stesso Niger. Rifugiati provocati dal banditismo armato verniciato di djiadismo, tutti quanti poveri contadini e già "gli invisibili’ prima ancora di essere stati strappati dalle loro case e terre. Le migliaia di bambini che non avranno mai l’opportunità di mangiare e bere quanto basta per garantire una sana e decente crescita umana. Lo ricordava recentemente un articolo pubblicato sul ‘Le Monde’ che il ‘virus della fame’ minaccia, nel già fragilizzato Sahel, milioni di persone. 

Tutte le conseguenze delle misure anti-Covid-19, messe in atto dagli Stati saheliani, sono state sottostimate’, afferma Alexandra Lamarche dell’ONG Refugees International,’ il Programma Alimentare Mondiale stimava che 3,9 milioni di persone nel Sahel centrale avrebbero sofferto di insicurezza alimentare in questa stagione. Oggi siamo a 5 milioni’. La chiusura di mercati e frontiere, i coprifuoco, il divieto dell’uso delle moto e altre restrizioni negli spostamenti, hanno avuto come conseguenza quella di complicare la vita dei contadini e più in generale sul sistema agro-pastorale che dà lavoro a circa 25 milioni di saheliani. Dalla memoria del sacrificio di Abramo, della sua obbediente sottomissione all’appello di Dio fino ai numerosi ‘sacrificati’ di oggi esiste una tragica continuità. Saperli riconoscere e assumerne la ferita è solo il primo passo. In questo ambito la ‘sottomissione obbediente’ di Abramo si chiamerebbe ‘complicità’.                                    

         Mauro Armanino, Niamey, 1 agosto 2020

Commento di Renata Rusca Zargar

Sono stata fortunata: sono nata in Italia, i miei genitori erano piuttosto abbienti, anche se, ai miei tempi, usava far capire che non si può sempre avere tutto nella vita. Infatti, mia madre non mi comprava le banane o i gelati e neppure, diventata un po' più grande, i dischi o gli orecchini di plastica che mi piacevano tanto. Pur essendo una femmina che non ha mai avuto tanti diritti quanto il beato maschio, mi hanno fatto studiare, così i diritti me li sono conquistati da sola. Poi, ho sempre lavorato, il che mi ha permesso di fare scelte libere nella vita perché sono sempre stata economicamente autosufficiente. La cultura, infine, mi ha resa privilegiata. Dunque, sono stata molto fortunata. Dove io sia nata geograficamente o da quale famiglia, non è merito mio. Però, senza merito, ho avuto tutto nella vita.
Così, quando sento dire che arrivano nel nostro paese persone che non vengono da luoghi in guerra non riesco a non farmi alcune domande: "Se io posso mangiare, divertirmi, curarmi, ho potuto far studiare i miei figli senza problemi che, a loro volta, saranno sempre privilegiati, perché altre persone umane come me non possono avere nulla? Perché muoiono di fame, i bambini non hanno i vaccini, non possono curarsi, avere tutte le belle cose che io ho? Come mai? Sono davvero criticabili se pensano che, venendo qui, avranno anche loro e i loro figli quello che io ho?"

Ovviamente, non ho mai avuto una risposta compatibile con i diritti umani di tutti gli esseri umani.

Commento di Danila Oppio

Non l'ho neppure io, una risposta a tanto scempio umano, a tanta indifferenza tranne che al dio denaro. Anzi, l'avrei, ma sarebbe poco indicata ad essere pubblicata sul tuo blog, Renata, perché è una parolaccia. Che poi approfittino del "Covid" per rendere ancora più difficile la vita al prossimo, e non solo in Africa, anche in Italia, mi pare una vera assurdità. Quante aziende piccole o grandi hanno dovuto chiudere? Quanti lavoratori sono rimasti disoccupati? Sì, anche in questa nostra Nazione occidentale, quella che gli africani o gli asiatici pensano sia un luogo dove rifarsi la vita. Ahinoi! Non è proprio così. L'economia italiana va male, e allora la domanda è: se non ce la facciamo noi a tirare i remi in barca, come possono farcela tutti quei disperati che credono di trovare da noi il "Paese di Cuccagna"? Sono dell'avviso che le organizzazioni mondiali dovrebbero aiutare "in loco" i Paesi definiti del terzo mondo. Ma temo che vogliano che tutto rimanga invariato, che restino sempre confinati nella povertà più assoluta. E per povero non intendo quello che non può permettersi i vestiti firmati, i gioielli, il cellulare di ultima generazione, le auto potenti, tanto per avere lo status symbol, anche a costo di indebitarsi di rate per ottenerlo. Povero è chi non ha pane ogni giorno, che non ha acqua per bere e per l'igiene, che non ha una casa decente o meglio sarebbe dire che vive nella miseria più nera, anche se non sono africani.
Sarebbe auspicabile che ogni abitante della Terra abbia il necessario per una vita dignitosa, e questo è il diritto di ognuno. Ma le grandi potenze economiche non hanno alcun interesse per realizzare tutto questo. Non ho altre parole da aggiungere, e la carità che il singolo individuo può mettere in atto per dare un concreto aiuto, spesso non giunge a destinazione, e comunque non abbraccia un'intero popolo. Questo aiuto è di competenza degli Stati Mondiali. Le briciole non risolvono certe gravi situazioni. Il Covid ha dato il colpo di grazia.

 

sabato 28 dicembre 2019

NATALE 1943 di MARIO MONTANARI






NATALE 1943 DI MARIO MONTANARI 
(Storia di un sopravvissuto “N. 315540)

   E la morte, la grande e terribile amica dei Lager, iniziò le sue visite. Prima rade, poi sempre più frequenti col passare del tempo; venne improvvisa, mentre noi eravamo prostrati per la denutrizione, il freddo, le minacce e la paura.
   Venne e fuori c’era tanta neve, che cresceva ogni giorno e la terra ondulata si sperdeva contro un fiume lontano e contro la collina a nord, ove era sorto un cimitero diviso dalle fosse comuni.
   Venne e, ad uno ad uno, incominciarono a spegnersi gli amici, così, alla chetichella, quasi timorosi di farsi vedere morire. Se ne andavano con gli occhi sbarrati e vitrei sul volto cadaverico, incorniciato dalle barbe incolte, alcuni dopo avere lungamente e strenuamente lottato, altri invece si lasciavano morire. Altri, si sarebbe detto, che desideravano finire.
   Ma gli appelli estenuanti continuavano per ore e ore egualmente, sotto la pioggia, al vento gelido e la fame cresceva, e la brodaglia era sempre più acquosa, senza il riscaldamento necessario a tanto gelo.    I vestiti erano laceri per l’uso, inadatti a quella latitudine, essendo la più parte di noi venuta dalle terre calde della Grecia e della Balcania.
   La strada era ormai aperta alle malattie e questi magnifici giovani, che le pallottole avevano risparmiato, divennero preda di febbri iniziali senza peso, poi d’influenze più forti, a cui subentravano complicanze mortali: la bronchite, la polmonite, tubercolosi, l’enterite, ausiliarie fedeli della morte, che poteva così iniziare il suo raccolto.
   I malati li vedevano andare prima nell’infermeria, priva di tutto, tanto per cambiar posto, dinanzi all’indifferenza ostile dei tedeschi, accompagnati dalla nostra angoscia che si esprimeva con parole di augurio e con qualche stentato sorriso. Dopo alcuni giorni li scorgevamo ritornare entro a una grande cassa di pino a ricevere l’estremo e accorato nostro saluto e la benedizione del cappellano militare.
   Nudi ritornavamo alla terra, perché tutto era del grande Reich, che “benignamente” ci ospitava entro una cassa da morto, per tutti sempre quella.  Uscivano dal campo portati a spalla, seguiti dai nostri occhi disperati e da una scorta d’onore, diretti alla collina bianca. Ancora, ma per poco,  si scorgevano, poi tutto spariva e solo si udiva lontano, portato dal vento, il salmodiare del sacerdote. Là ora riposano in mezzo a soldati di tutte le stirpi, i figli di questa nostra agitata umanità, nata ad alti destini, cui piace, invece, intristire se stessa, tuffarsi in lavacri di sangue, nel richiamo brutale della giungla.
   In quest’atmosfera di morte venne Natale e fu il più duro, di quanti avessi mai trascorsi, vinti solo dal Natale in cui venne a mancarmi, improvvisamente, la mia santa mamma.
   Quante lacrime in quella baracca da noi trasformata in piccola Chiesa, presso l’altare dominato dall’immagine della Madonna di Czestochowa che un nostro compagno aveva disegnato con amore.    Non valsero i canti, non le parole accorate del nostro Don Pasa. Il Natale con la fiumana di ricordi rese più tragico il confronto.
   Ripensammo allora al Natale della nostra infanzia quando al mattino prestissimo in fila, segnando sulla neve i passi, andavamo in S. Biagio a cantare le nenie al Bambino. Era buio pesto fuori, ma quanta luce sprigionava dall’altare il Redentore del mondo, mentre dall’organo le mani espertissime di Don Baccilieri sapevano trarre dolcissimi suoni e un’atmosfera di candore e di pace penetrava nell’anima di tutti.
   Era l’armonia spirituale, splendida e umana, che l’ambiente natalizio compenetrava nella nostra lieta giovinezza. Oh perché non fui anch’io tra i pastori? Perché sono qui a contarmi le ossa, a subire violenza in tuo nome, o Signore?

Con l’oro, l’incenso, la mirra dei Magi
ti offro, Gesù sotto la stella
                      la fame che fiacca le mie ginocchia,                 
l’orgoglio che vibra nelle parole,
le pene di questa mia povera vita.
……………………………
(Trascrizione di P. Nicola Galeno, Milano 26-12-2019)

domenica 19 maggio 2019

DOBBIAMO IMPARARE DA MARCO - testimonianza di Giulys



DOBBIAMO IMPARARE DA MARCO

   Il prof. Andreoli parlò dell'esistenza della bellezza interiore del dolore a una trasmissione sull'importanza delle parole,  che ora è solo esteriore.
Non la capii, mi rivolsi a psichiatri e psicologi conosciuti ma nessuno di loro mi diede una spiegazione plausibile.

   Ieri, quando Marco è mancato, amico di mio fratello, una vita di sofferenza e mi è ritornata alla mente quanto sostenuto dal prof. Andreoli.

   Marco fin da piccolo era malato ai reni. Dopo varie operazioni subì un trapianto fino a ridursi su una sedia a rotelle , alternando periodi buoni a altri sempre peggiori.

   Ciò non gli ha impedito di studiare, di sfruttare e sviluppare le sue doti quale giornalista e radiocronista sportivo per i vari sport locali, fino ai suoi ultimi giorni.

   La madre lo accompagnava in auto al collegio Brandolini tutti i giorni perché potesse frequentare l'Istituto per Ragionieri, e poi a Udine le lezioni di Economia e Commercio che purtroppo ha dovuto interrompere per l'aggravarsi del suo stato di salute. Non avrebbe potuto recarsi da solo con autobus: lei pazientemente e con grande forza, che ha trasmesso al figlio non solo attraverso il suo DNA ma anche con la consueta pazienza, lo aspettava nel piazzale antistante gli edifici scolastici e universitari. In auto attendeva la fine delle lezioni, che ci fosse pioggia o vento, nebbia o sole, trascorreva il tempo a cucire, a ricamare pizzi, centritavola, tende, tovaglie, camicie, e a rammendare. A ogni buon esito medico e scolastico c'era un pizzo completato per qualcuno, spesso per la basilica della Madonna di Motta.

   Il padre Sergio, da bravo falegname, ha costruito la loro casa al fine di eliminare tutte le barriere architettoniche, fin da quando ancora non si parlava di agevolazioni fiscali al riguardo, o addirittura inventando adattamenti secondo le progressive difficoltà.  Accompagnava Marco a tutti gli appuntamenti sportivi che entrambi seguivano con l'entusiasmo pari ai quello dei tifosi più agguerriti. Non mancavano mai a cantare nel coro della parrocchia e della basilica, entrambi e sempre con presenza attiva e fervente.

   Marco aveva anche una bella voce e, oltre che radiocronista e cantore, era anche lettore durante la “messa granda delle dieci in Basilica, e si notava quanto fosse dispiaciuto se qualcuno gli toglieva incautamente il posto, non pensando che per lui era un'occasione  importantissima per la sua vita.

   Era una penna difficile, non largo di giudizi benevoli agli sportivi, graffiante e duro come spesso accade per chi si trova a dover lottare ogni momento per muoversi, mangiare, dormire, ciò che di solito  per chi non ha problemi di salute, fa senza rendersi conto di quanto sia fortunato. Ci metteva però sempre tanta volontà, come quando incitava e sosteneva gli animi delle sue pallavoliste preferite.

   E le vacanze? E perché no!  La montagna era una meta familiare cui non si doveva rinunciare, così come i pellegrinaggi a Lourdes e alla Terra Santa, quel sacro luogo che lui sperava di poter rivedere anche a giugno 2019.

   Durante una celebrazione  per il giubileo mariano alla quale partecipavano gruppi cristiani residenti nei dintorni, mi colpì il suo disappunto per le loro movenze esuberanti e canti rituali tipici africani. Quelle persone, socialmente in difficoltà, erano più simili a lui che alla platea per problemi di accoglienza e di integrazione: erano stranieri  e quindi emarginati, ma  li disapprovava per la diversità del loro modo di partecipare alla funzione religiosa,  secondo lui non attinente al rito religioso rigorosamente classico in cui era cresciuto.

   Un duro in tutti i sensi, anche nell'intransigenza di una fede che gli ha permesso di lottare fino alla fine, con la certezza di vivere ogni minuto immerso nella gratitudine, affidandosi alla volontà divina, nonostante le continue battaglie fisiche sempre più estenuanti.

   Ogni ricovero era un'incognita e i medici si stupivano per le subitanee riprese. Lo scorso anno gli riscontrarono una massa abnorme nell'addome infiltrata tra vari organi, tanto che l'equipe sanitaria si rifiutò di intervenire, poiché l'unico rene era malato e lo stato fisico debilitato.

   Il marito di una nostra amica, ricercatore oncologo a Trento, analizzò gli esami e lo propose a Verona, dove tentarono l'impossibile: Marco sapeva che non aveva scampo, ma comunque volle sottoporsi all’intervento chirurgico, pur col rischio di rimanere sotto i ferri o aspettare la fine precoce. Non sarebbe stato un’operazione decisiva e risanante, ma una prova, un esperimento.

   E anche questa volta, a dispetto di tutti, Marco reagì positivamente, poiché si affidava sempre alla Madonna, e anche i medici dissero che forse si era trattato di un miracolo.
Lentamente si riprese e riuscì a fare terapia riabilitativa, a uscire in carrozzina elettrica. Era un informatico di ultima generazione, guai a farsi sfuggire le pur costose novità tecnologiche che gli permettevano di muoversi un po'. Fece qualche vacanza ancora in montagna, anche lì  subì qualche ricovero in vari ospedali, per un mal di gola che peggiorò il respiro e la deglutizione, facendo uso di antibiotici sbagliati ma, ancora una volta, ne venne fuori.

   Seguiva sempre lo sport anche nei letti d'ospedale, e raccontava che aveva compiuto i quarant'anni in Terra Santa e ne andava fiero. Come ho già detto in precedenza, progettava di ritornarvi a giugno 2019, ma poco prima di Pasqua le sue condizioni peggiorarono precipitosamente e il giovedì Santo era di nuovo a Ca' Foncello.
  
   Le vene erano fragili e iniziarono a infilare il catetere per la dialisi su quella del collo,  le sue sofferenze divennero sempre più intense. Rifiutava gli antidolorifici perché non voleva dormire, desiderava stare sveglio per vivere ogni minuto,  prevedendo che  avrebbe potuto essere l'ultimo.

   A Pasqua il fratello mi disse che combatteva con tenacia, il morale alto,  come spesso dimostrava, ma stavolta  appariva stanco come mai prima d’ora. Iniziava a gonfiarsi e la pressione scendeva sempre più, e a metà settimana in Albis non si alzò più dal letto e non riusciva a parlare. Avendo perduto tutte le forze, la madre chiamò il Cappellano per la Comunione e lui muovendo un dito, fece intendere che la voleva ricevere.

   Sabato 27 aprile 2019 compì quarantasei anni. Lunedì 29 aprile 2019 all'alba ebbe un infarto, si agitò e chiamarono i familiari. Tentarono di rianimarlo, e la madre percorse velocemente in auto i 45 chilometri  che la separavano da Treviso. Arrivò in tempo prima che un secondo infarto lo portasse via da questa terra.  Ho avuto la fortuna di salutarlo, pochi giorni prima della sua scomparsa, nel piazzale della Madonna e mi aveva detto: “fin che la va!”.
   Giovedì Santo fioriva un giglio con un mese di anticipo, il famoso giglio della nonna materna, che preannunciò la morte di papà, e lo avvertii come un presentimento per Marco; il Sabato Santo fiorì un altro e lo associai  ad una cara signora che ebbe un infarto e il terzo per il marito dell'amica materna che si era aggravato.  Sembra stupido, lo so, ma ho iniziato a leggere queste fioriture come un segno, un legame invisibile tra terra e cielo, qualsiasi sia la natura, divina o ancestrale.

   Capitò durante giornate grigie, col ritorno del freddo vento invernale che di norma arresta i primi germogli primaverili. Eppure…i gigli fiorirono. In realtà questi gigli sono apparsi come angeli per Marco, perché alle cinque del 29 aprile 2019, lui spirava mentre la rosa ultracentenaria di mio nonno paterno fioriva. La mattina, quando mi alzai e la vidi fiorita, pensai subito a Marco, e ne ebbi conferma quando più tardi dai giornali lessi la dolorosa notizia . 

   E’ la rosa di Marco, “innamorato della vita”. I frati non usano nominare singoli soggetti durante le messe, invece per lui era da molto tempo che chiedevano preghiere, e furono pronti a dargli il saluto di commiato, tanto erano ammirati per il suo calvario vissuto con indubbia fede.

   I giornali e gli sportivi l’hanno voluto ricordare mentre la famiglia ha deciso di vestirlo con abiti sportivi e la maglia firmata da atlete dell'Imoco Volley per la quale stravedevano. La madre ha voluto deporre il suo corpo nella bara del Papa, di legno chiaro, come di compensato, semplice e ornata da un mazzo di calle, umili fiori di campo come lo era lui, rustico ma profondamente essenziale.

   Giace sereno, sembra un bambino con le piccole mani bianche e la grande testa, il viso ancora un po' abbronzato. Il fratello lo rimprovera già: guarda che lì hai fatto guai, guarda che devi fare questo, fare quello...

   La madre è come lui, forte, afferma che lui non ce la faceva più. E’ contenta quanto i social parlano di lui; era importante, non era solo un malato in carrozzella, un ultimo. Il padre tace, un uomo sempre a disposizione degli altri e l'ombra di Marco, non sa nascondere il suo abbattimento.

   L'epigrafe riassume il credo famigliare: E' in Paradiso. Stasera primo maggio si reciterà il S. Rosario, domani alle ore 11 non un semplice funerale, ma la liturgia di Resurrezione. Lui ha vissuto pienamente ed ho così compresa l'espressione del prof. Andreoli sulla bellezza del dolore. Sto piangendo ancora la dipartita del mio papà e ora lui è con Marco che gli farà di sicuro la telecronaca del Giro d'Italia.

   Il due maggio, giorno dell'ultimo saluto in terra, festeggerà con i nostri grandi eroi più intimi, insieme al tavolo di Leonardo da Vinci, brindando all’anniversario della scomparsa del grande artista, avvenuta 500 anni fa, nel 1519. E ditemi se sia solo una fatalità. Vorrei fermarmi qui a raccontare di Marco, ma il funerale, anzi la liturgia di Risurrezione scelta in tutto il rito dalla famiglia, mi spinge ancora, solo per fare memoria, a rileggerla per ricordarmi un buon esempio forte di vita.

   Il rosario è gremito di giovani, amici, sportivi: si recita il primo maggio così che tante persone possono parteciparvi. Il giorno dopo la chiesa è gremita, tanto che molta gente è dovuta rimanere fuori:  giornalisti, calciatori, pallavolisti che portano la lunga bara bianca spoglia per un corpo piccolo. Ma sono più adulti, tantissimi lo conoscevano e anche i suoi amici frati che leggono le letture pasquali e di Resurrezione.
   La fede famigliare in cui è cresciuto li sorregge nella certezza che non è stata una vita persa ma piena e ora in assoluta lucentezza. Le campane hanno suonato rintocchi di festa pasquale, gioiosi nell'accompagnare a piedi il feretro. Ho tentato trascrivere qualche passo dell'omelia del Parroco. Quando rileggerò i miei appunti, penso di trovare tante ripetizioni, ma chissà che possano tornare utili ...

    “I valori di Marco radicati in Cristo per non essere nullità, ma diventare dignità: anche nell'importanza di celebrare il rito (era molto attaccato alla tradizione severa, difficile) ...Era un terremoto per come si esprimeva nelle varie relazioni umane. Un cuore limpido per orientarsi verso le stesse che Dio offre e che attendono di esprimersi nella normalità: ciò dona il senso di Risurrezione e pienezza. Il corpo lascia vuoto da riempire in altra dimensione.

   Altro passo scritto nella vita di Marco: sua convinzione che chi cammina in fede, apre orizzonti per godere pienezza nel Signore. Ricordate l’entusiasmo per le sue tante passioni. L’amore concreto per la Terra Santa e lo sport. Lascia traccia di lievito consegnato per far lievitare la farina che in noi secca. Storia non scritta di emozioni di strada ma dentro di noi il Risorto matura dentro: il sole all'orizzonte al tramonto illumina ancora come il Sole che giunge a Pasqua. Il canto scelto da famiglia è Victimae Paschali Laudes, inno pasquale, perché lui ha vissuto con i segni della Passione. Cristo Risorto vi avvii sulla strada di Marco, che ci da' una mano da vittorioso, non dobbiamo vedere la sua dipartita come morte di una vita, ma di vincita, starà sempre con noi dandoci coraggio.

   Era un terremoto, lassù ne starà combinando una delle sue. Era anche battagliero come serve nello sport. La benedizione dell'acqua alla sua salma: come nel Battesimo che rigenera e la sua morte non deve sembrare una pianta spezzata ma potata per rigermogliare; l'incenso: resina che profuma e si espande similmente al suo fare e pensare; cero pasquale come la Luce di Cristo che arde per sempre.”

   Il canto finale è stato l'inno a Maria Regina Coeli che la folla ha ripetuto spontaneamente più d'una volta, Maria Maddalena che è stata la prima a trovare il sepolcro vuoto, sua Madre che corse in auto per essergli accanto per l'ultima volta, qui in terra. Un padre mi ha detto che devo far conoscere questa esperienza del dolore cristianamente vissuto da Marco che è preziosa eredità: anche se l'ho buttata giù di corsa e mi scuso per chi troverà tante ripetizioni e slittamenti nel fantastico, da modesta credente e scarsa scrittrice. Ognuno di noi perde tanti affetti nella propria vita che fanno nascere in noi sentimenti contrastanti di rabbia e timore. La dipartita di Marco trasmette invece un segno di speranza e di quiete.

                                                                                GIULYIS


   NdR: La testimonianza dell’autrice è un ottimo incentivo per aiutarci a vivere una vita veramente cristiana, così come l’ha vissuta Marco, e per comprendere che la morte terrena non è la fine di tutto, ma l’inizio di una nuova Vita.

   Il testo è stato rivisitato, per eliminare ripetizioni, e dare un senso ad appunti presi al volo o non molto chiari, ma il contenuto resta quello che Giulys ha voluto trasmetterci. E la ringraziamo di cuore per il racconto che ci ha trasmesso.




                                                                                             

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Il Paradiso non può attendere: dobbiamo già cercare il nostro Cielo qui sulla terra! Questo blog tratterà di argomenti spirituali e testimonianze, con uno sguardo rivolto al Carmelo ed ai suoi Santi