AFORISMA

Meglio aggiungere vita ai giorni, che non giorni alla vita
(Rita Levi Montalcini)

Nostra Signora del Carmelo

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sabato 12 luglio 2025

QUANDO L'IPOCRISIA E' AL POTERE di Padre MAURO ARMANINO

 




"Rappresenta  il messaggio insito nel dipinto: giustizia e pace si baceranno c'è scritto nel Salmo 84 .L'abbraccio ed il bacio tra Maria, madre di Gesù ed Elisabetta, madre di Giovanni Battista, è stato splendidamente raffigurato dal pittore francese Arcabas, da tutti riconosciuto come il maestro dell'arte sacra contemporanea 

Quando l’ipocrisia è al potere


Tutto o quasi assomiglia ad una grande finzione ben orchestrata.’Fingere’ è infatti l’etimologia greca della parola ipocrisia come atteggiamento con cui si ‘finge’ di avere sentimenti, opinioni, virtù morali che in realtà non ci abitano. Ciò per trarre in inganno gli altri sulle proprie reali intenzioni e trarne i benefici. Ci si spaccia dunque per benefattori, salvatori della patria, onesti fautori del bene comune, politici integerrimi e incorruttibili e soprattutto venditori di fugaci promesse di rinnovamento, rifondazione o novità. Non raramente si prende Dio come garante o ostaggio di quanto affermato dietro giuramento. Dalle parole mercenarie, svendute o, banalmente, manipolate, nasce l’ipocrisia.
Nel Sahel abbiamo la sabbia e la polvere che da essa è generata. La polvere si deposita nottetempo oppure nei momenti e luoghi meno opportuni. Si infiltra sorniona o, più raramente, domanda il permesso prima di entrare per accomodarsi nelle case e nelle cose. Si adagia e adatta ad ogni superficie e circostanza. A modo suo la polvere è democratica perchè non fa differenze di classe, religione o genere. Non è politicamente corretta perché assume un ruolo destabilizzante tanto nei regimi civili che in quelli militari. Ricorda agli imperi, alle diplomazie e agli strateghi che prima o poi dovranno fare i conti con lei. La polvere è il colore delle civiltà, della barbarie e dell’ipocrisia.
L’ipocrisia è l’applicazione e l’estensione della polvere alla vita personale, sociale e politica. Polvere e ipocrisia vanno assieme e si completano in una secolare complicità. Affinità elettive potremmo dire perchè un elemento abbisogna dell’altro per portare a compimento la propria peculiare identità. Ci sono infatti le grandi ipocrisie, le finzioni, le farse che si sviluppano nella diplomazia tra Paesi, nelle istituzioni internazionali, nell’uso della giustizia a seconda delle convenienze del momento. I premi Nobel per la pace affidati a guerrafondai, le guerre umanitarie e le giustificazioni per usare le armi contro inermi popolazioni civili. Non si tratta che di ipocrisie che la polvere copre di legittimità.
Arriviamo alle finzioni che, essendosi installate nella durata, sono state naturalizzate. In questo particolare ambito vanno inseriti buona parte dei politici, dei religiosi e degli intellettuali. Mentire, che non è una delle forme per applicare l’ipocrisia, non desta scandalo, stupore o sconcerto perché, com’è noto, le loro promesse impegnano solo chi le ascolta. I mezzi di comunicazione, con qualche lodevole eccezione, appartengono al settore citato perchè ciò che si comunica sarà funzionale al sistema che li finanzia. Inutile il codice deontologico che obbliga a cercare e trasmettere la verità.
Il sistema sanitario internazionale, di cui l’Organizzazione Mondiale della Sanità è l‘espressione, non fa che confermare tristemente quanto appena rilevato. Chi finanzia questo ente onusiano ha il diritto e dovere di imprimere i finti orientamenti che organizzano i ‘loro’ interessi globali. Il sistema capitalista è nato dalla drammatica ipocrisia chiamata sfruttamento e così pure le ideologie che nel frattempo hanno dilaniato il mondo di guerre. Il nazionalismo, nelle sue diverse varianti, nasce e si perpetua con finzioni che continuano a mietere vittime e inneggiano agli eroi, morti con onore.
La grande ipocrisia e quella particolare non potrebbero vedere la luce senza le finzioni quotidiane che, in maniera capillare, attraversano persone, relazioni umane e la struttura sociale nel suo insieme. Parole, scelte, giudizi e azioni nella vita diaria, così come la polvere di cui sopra, sono spesso marcati da ‘micro-ipocrisie’ alle quali non si dà più importanza tanto sono parte del paesaggio. L’abbandono dei valori che reggono la democrazia, la censura della dimensione spirituale della persona, la riduzione di tutto e tutti a beni commerciali, costituiscono e perpetuano il quotidiano tradimento della non negoziabile dignità umana. Questo ed altro non sono che forme di ipocrisia.
Rovesciare il potere dell’ipocrisia non è difficile come si crede. Basta lasciar soffiare fratello vento di verità che, cominciando dalle parole, inventa un mondo libero dove pace e giustizia si baciano.

     Mauro Armanino, Niamey, luglio 2025


sabato 29 marzo 2025

QUANDO LE PAROLE (RI)FONDANO LA REALTA' NEL SAHEL di Padre MAURO ARMANINO

 

il generale Abdourahamane Tiani
Quando le parole (ri)fondano la                     realtà nel Sahel                   

 

Il primo colpo di stato nel Niger è stato operato nel 1974 da un gruppo di miltari riuniti sotto il segno del Consiglio Militare Supremo, CMS condotto dal colonnello Seyni Kountché, capo di stato maggiore delle Forze Armate Nigerine. Il gruppo ha rovesciato il primo presidente del Paese, Diori Amani la cui sposa fu uccisa al momento del putch. Il secondo golpe è sopraggiunto nel 1996. Un altro gruppo di ufficiali, guidati dal capo di stato maggiore delle Forze Armate Nigerine, operando in nome del Consiglio Nazionale di Salvezza, CNS, ha rimosso il presidente Mahamane Ousmane, eletto tre anni prima. Il colonnello Ibrahim Baré Mainassara che prese il potere per la circostanza fu assassinato all’aeroporto di Niamey nel 1999 dal terzo colpo di stato. Un gruppo di militari, riuniti nel Consiglio di Riconciliazione Nazionale, CRN, diretto dal capo della guardia presidenziale, il comandante Daouda Malam Wanké, mise fine alla sua vita e al suo potere.

Nel febbraio del 2010 si registra il quarto colpo di stato diretto dal Consiglio Supremo per la Restaurazione della Democrazia, CSRD, con a capo il comandante Djibo Salou, responsabile di una compagnia militare di Niamey. Il presidente esautorato fu Tandja Mamadou, militare in pensione che aveva tentato di andare oltre i due mandati presidenziali canonici. Arriviamo al quinto colpo di stato, in meno di cinquanta anni, effettuato contro il presidente Mohamed Bazoum il 26 luglio del 2023. Operato dal capo della guardia presidenziale e attuale capo dello stato, il generale di brigata Abdourahamane Tiani, a nome di un gruppo di militari sotto il nome del Consiglio Nazionale per la Salvaguardia della Patria, CNSP. Ogni volta, i militari hanno giustificato i golpe col pretesto di una deleteria gestione di governo economico, sociale, politico e securitario, per l’ultimo putch.


Dal Consiglio Militare Supremo si passa al Consiglio Nazionale di Salvezza per andare al Consiglio di Riconciliazione Nazionale e sfociare nel Consiglio Supremo per la Restaurazione della Democrazia. L’ultimo in ordine di tempo, come citato, è il Consiglio Nazionale per la Salvaguardia della Patria. Di Consiglio in Consiglio, Supremo o comunque Nazionale soprattutto con la Patria, ultimo concetto per ridefinire o meglio, rifondare la sovranità nazionale. Consigli militari e dunque affidati alle canne dei fucili per convincere e soprattutto conservare il potere. Mentre ci si basa sulla carta della transizione o rifondazione per i prossimi 60 mesi, con possibilità di ulteriori variazioni, il presidente spodestato è ancora prigioniero nel palazzo presidenziale con la sua signora. Quando il fine giustifica i mezzi è opportuno preoccuparsi perché tra i due esiste un’inscindibile complicità.


                           Ex Presidente Mohamed Bazoum


L’attuale regime militare al potere preferisce parlare di ‘rifondazione’ dello stato, della repubblica, della vita politica e soprattutto del cittadino. Rifondare è l’azione di fondare di nuovo e soprattutto in ambito politico designa l’azione per la quale si punta a rinnovare i principi sui quali si basa un’organizzazione o un sistema. Rifondare per adattare alla nuova situazione esistente. La carta riposa, tra l’altro, su un certo numero di valori e principi, tra i quali il patriottismo, la disciplina, il civismo, l’inclusione, la solidarietà, la fraternità...l’integrità, l’onore, il rispetto del bene comune, la tolleranza, il dialogo e il perdono. Poi la giustizia, la riconciliazione, la dignità, il lavoro, l’onestà e il coraggio. Tutto ciò era già stato detto, scritto e professato nelle precedenti costituzioni ma la rifondazione presume che quanto costruito finora era fuori luogo oppure non compiuto. Tra nuovo e antico ci sono loro, i militari dalle attraenti uniformi che, di Consiglio in Consiglio, rifondano le parole.


             Mauro Armanino, Niamey, marzo 2025 


martedì 18 marzo 2025

La speranza quale forza sociale - ricevuto da Padre Mauro Armanino - suggerita la lettura

Gustavo Esteva


La speranza quale forza sociale

Speranza forza sociale / di Gustavo Esteva, Elias Gonzáles Gómez, Ana Cecilia Dinerstein; a cura di Aldo Zanchetta. - Museodei by Hermatena, 2024. - 216 p. - (Ripensare il mondo). - ISBN 979-12-81662-00-1. 
di Salvatore A. Bravo - mercoledì 12 marzo 2025 - 74 letture 
“Speranza forza sociale” è un testo che già nel titolo è trasgressivo rispetto all’ordine costituito. Nella gabbia d’acciaio del nostro tempo la “speranza” non è accolta e non è pensata; è stata sostituita con le “merci” che assediano i consumatori. In una realtà pianificata ad immagine e somiglianza del consumo illimitato per l’accumulo di risorse finanziarie, anche gli stessi cittadini non sono più tali ma “clienti” sempre più simili a merci prodotte in serie. Nella gabbia d’acciaio l’immensa rete informatica agisce su ogni punto dello spazio (comunità territoriali) e del tempo (coscienze) per fagocitarci e nulla sembra esistere al di fuori della rete.

La grammatica del nostro tempo è la disperazione, poiché l’esistenza si sciupa e si dilapida nella violenza e nell’insensato. Eppure, l’assoluto (il capitalismo) che incombe ha i suoi punti ottici di resistenza e di azione che dimostrano che la coscienza umana è condizionabile, ma non è determinabile, malgrado le tempeste della storia è “libera”. La libertà è manifesta nel cupo dolore di molti.
La resistenza consapevole, anche di un numero esiguo di oppositori all’ordine costituito, dimostra che nella “gabbia d’acciaio” la speranza c’è e le sbarre che appaiono invalicabili sono in realtà miseramente umane e non sono l’assoluto dinanzi al quale bisogna chinare il capo e abdicare ad ogni progettualità politica. Nella gabbia d’acciaio non vi è solo la passione triste della resilienza, ma abita anche colui che ancora sa guardare e scorgerà la presenza reale della speranza nel presente. Vi è un contro-potere che silenziosamente e lentamente sta avanzando, malgrado i trombettieri abbiano proclamato “la fine della storia”.
Il testo composto da una serie di saggi è dedicato a Gustavo Esteva [1] scomparso nel 2022. L’impegno di Gustavo Esteva per la speranza è durato quanto la sua esistenza e l’ha testimoniata con le sue opere e con le sue parole. Gustavo Esteva fu “intellettuale deprofessionalizzato”, ovvero egli da uomo che viveva la speranza, sapeva bene che la speranza non è nell’intellettuale chiuso nel suo ruolo ieratico che indica l’orizzonte verso cui marciare, è pane condiviso, è parola che diviene prassi, solo la coralità del dolore e la progettualità discussa dal basso può far emergere la dimensione della speranza nella distopia della gabbia d’acciaio.
Le parole di Gustavo Esteva sono esplicative del processo di emancipazione dal capitalismo, il quale, non è “fuori” del soggetto, ma si infiltra nel corpo e nella mente, distorce la percezione sensoriale fino a “insegnare” al suddito ad astrarsi dalla materialità viva del suo tempo per proiettarlo in una dimensione solipsistica e impotente. Egli ha testimoniato e testimonia la necessità di disalienarsi dalle tossine del capitalismo per imparare a guardare la “speranza” che fiorisce anche nella prigione invisibile del nostro tempo. Si impara la speranza come si impara a guardare, ma ciò non può che avvenire nella comunità piccola o grande, non importa, purché essa sia “il tempo” nel quale affrancarsi dai miti divisori del capitalismo per vivere la prossimità del dono. La speranza è nel tocco che genera e rigenera la vita e le vite, è nella resistenza di coloro che difendono la propria umanità con “l’economia del pane”:
“All’interno di una lotta anti-capitalista non possiamo liberarla fintanto che si mantenga una visione del capitalismo che ci sommerge in questa paranoia unitaria e totalizzante, finché la si percepisce come un sistema unificato, omogeneo, che occupa tutto lo spazio sociale e dal quale niente può fuggire. Sarebbe onnipresente e quasi onnipotente. (…) Quello che è importante per il nostro proposito è riconoscere il capitalismo come un regime economico caratterizzato da determinate relazioni sociali di produzione, descritte tecnicamente dai tempi di Marx. Nelle società dove questo regime domina, esistono ampi spazi in cui non prevalgono queste relazioni sociali. Questi spazi autonomi come le aree sotto controllo zapatista sono circoscritti e sono minacciati dal regime dominante, ma sono sacche di resistenza dalle quali si sprigiona e si organizza l’insurrezione in corso, come esaminerò più avanti. Lì, come anche in spazi sotto lo stretto controllo del regime dominante, iniziano a svilupparsi nuovi tipi di relazioni” [2].
Speranza e dolore
La speranza nasce dalla deportazione e dall’esilio, è il fiore del deserto, è il segno che l’umanità è spirito che vince le frontiere geografiche e mentali e apre i numerosi chiavistelli che il potere ha posto a sua custodia. Essa in una realtà terrorizzata dal “nuovo” e che tutto pianifica e prevede, è lo spirito e sbriciola la meccanica organizzazione causale ordita dal potere. Le oligarchie l’avversano, poiché è la forza rigeneratrice della vita che trascendendo sofferenze indescrivibili con le parole e ciò malgrado comunicabili con lo sguardo e con la delicatezza espressiva dei gesti smentisce i “piani” e le “pianificazioni” del dominio. La storia è in questa lotta tra la vita (speranza) e la morte (potere). La speranza è già nel presente in forme che il dominio con i suoi servitori non sa immaginare e decodificare. Gli ultimi sono il motore della storia, ne sono il sale, poiché la speranza giunge a noi con l’esperienza del dolore dal quale sgorgano prospettive impensabili e che sono visibili già nel presente:
“La speranza nasce sempre da una deportazione e un esilio. Ogni altra speranza è illusoria perché non si fonda sulla sabbia dalla quale tutto scaturisce e alla quale tutto ritorna. Essa si incontra soprattutto dove si presume non possa trovarsi e torna quando tutto è perduto” [3].
Dove inizia la speranza? In quale tempo essa si configura? Mauro Armanino ci risponde con la semplicità di colui che conosce le profondità dell’anima. La speranza è dove l’alterità è riconosciuta nella sua umanità. Il miracolo è nel tempo ordinario degli sguardi che si riconoscono come parte di un unico destino nella medesima fragilità della carne. La condivisione libera dalle morbosità che si annidano nel corpo e nello spirito incidendo in essi ferendoli. Nello sguardo che fuga le paure e i timori abita la speranza:
“La speranza ha un corpo migrante che le intemperie, il caldo del giorno e il freddo delle notti nel deserto hanno reso ancora più sottile ed esiguo. Anche il corpo della speranza è passato attraverso la grande tribolazione del viaggio che in fondo costituisce il proprio di ogni migrazione, talvolta più importante della destinazione. La guarigione dei corpi accade nel momento in cui il migrante è trattato da persona umana, ed è precisamente quel miracolo che riesce a far sorridere, per un momento, la speranza, silenziosa fino ad allora” [4].
Principio di scarsità
Il dominio per inficiare la speranza pone in essere “il principio di scarsità”. Si è ricchi e ci si percepisce miseri, si ha tutto eppure ci si tormenta per i beni che mancano. Il principio di scarsità insegna a tenere basso lo sguardo. Esso si fissa verso la terra e ricerca solo le merci, in tal modo ci si divide dai fratelli, si opera un taglio che spinge verso la solitudine mai paga dell’accumulo. L’arsura delle merci divide e rende fragili, in quanto la rabbia e la paura prevalgono e oscurano lo sguardo:
“Il risveglio della speranza sgretola i due aspetti del principio di scarsità. Alla scarsità contrappone la sufficienza, la nozione che non siamo privi di qualcosa, non siamo esseri che hanno bisogno di qualcosa, ma abbiamo quanto basta e possiamo vivere gioiosamente e pienamente a partire dai tessuti comunitari del dono condiviso. All’espropriazione che instaura l’individuo carente e bisognoso si contrappone la condivisione che forgia la persona e la sua rete di amicizia di sostegno e di dono reciproco” [5].
Ogni tempo ha la sua lotta, e dove vi è lotta vi è speranza. Nel nostro tempo al principio di scarsità si aggiunge la riduzione della vita a “nuda vita”. La speranza deve confrontarsi con l’inganno della vita burocratizzata e ridotta a soffio vitale senza spirito. Il dolore di coloro che disperdono la vita sotto il giogo dell’amministrazione non è definibile, perché è infiltrante e indefinibile. La speranza si genera tra le piaghe e tra le pieghe della burocratizzazione della vita ridotta a mezzo senza voce:
“La vita umana, ridotta a nuda vita, diviene un fatto burocratico, amministrativo, e, come dicono gli zapatisti, le persone vengono trattate secondo il principio dell’usa e getta. In una società tecnologica avanzata come quella odierna ne servono sempre meno, omogeneizzate secondo le esigenze di macchine più complesse e più obbedienti” [6].
La speranza è collettiva
La speranza deve confrontarsi con le asperità della storia con i suoi inganni e con le sue tragedie quotidiane, è la sorpresa che rovescia i troni e innalzi gli umili verso nuove configurazioni sociali. La speranza obbedisce all’autentica natura umana, essa è agire collettivo. L’essere umano per natura è sociale e solidale, pertanto dove la natura umana non è vinta risorge la speranza quale forza che rimescola “i tempi della storia” e sorprende con il suo incanto, finché l’essere umano sarà sul pianeta nella forma che conosciamo, non perirà, poiché è nella natura dell’essere umano la pratica immaginativa della speranza:
“Niente è fattibile finché non lo diventa attraverso l’azione collettiva” [7].
Il capitalismo ha fondato la prima società autofaga e antropofaga. La vita è minacciata nella sua totalità. La sofferenza è generalizzata e attraversa in modo differente popoli e culture. Il potere non è assoluto, è umano troppo umano; pertanto, è necessario conoscerlo per disarticolarlo nella sua malvagia insipienza. La speranza è nel dolore di coloro che lo conoscono, poiché è nella loro carne, ma da questo vulnus nell’anima e nel corpo rinasce la vita e con essa la speranza. Solo coloro che sono toccati dalla sofferenza sono il pane del mondo dalla cui forza vitale risorge eterna la passione della speranza che rompe il disperato grigiore del potere e delle passioni tristi. Il futuro non è in una dimensione altra, ma come Gustavo Esteva affermava, è “qui ed ora”. La speranza ha il suo cominciamento nel dono e nella pratica dei bisogni autentici che rompono con l’asfissiante atomismo della globalizzazione con il suo dogma “il principio di scarsità”:
“La strategia da applicare, sottolinea Esteva, è quella del ritorno dal futuro astratto al presente reale, al qui e ora, e alla realtà del territorio in cui si vive, contrapposto al mito della globalizzazione” [8].
Il potere ci vuole tutti, ricchi e poveri, soli e disperati in modo da nutrirci con le cattive merci e con i suoi miti, ma noi restiamo umani, malgrado tutto; da questo germoglio di consapevolezza inizia una storia sconosciuta ai dominatori del “pensiero unico”. L’assoluto del capitale si scioglie al sole della speranza, questa verità è l’incipit comunitario di un’altra storia.


sabato 8 marzo 2025

I PAESI DA EVITARE QUEST'ANNO di Padre MAURO ARMANINO



Finora ho collegato l'Isola che non c'è con l'articolo di Padre Mauro, ma ho solo voluto alleggerire il problema che invece è molto grave! Padre Armanino non specifica a quale Paese si riferisca, ma penso abbia in mente tutti quei Paesi occidentali che credono solo al dio denaro e non tengono in considerazione quei popoli che invece avrebbero un gran bisogno di aiuti concreti!
 I Paesi da evitare quest’anno


Quali frontiere sono le più pericolose da attraversare? Safeture, piattaforma svedese la cui missione è quella di allertare i turisti sui rischi possibili del viaggio, ha stilato la lista annuale dei Paesi più pericolosi nel 2025. La carta prevede cinque livelli distinti di pericolosità, passando dal rischio ‘limitato’ per i Paesi più sicuri al ‘rischio critico’ per i Paesi da evitare. I criteri presi in considerazione tengono conto del livello di sicurezza, la criminalità, il rischio sanitario, l’ambiente e la qualità delle cure mediche. La destinazione più sconsigliata, per Safeture, è il Burkina Faso.

Segue poi la Repubblica Centroafricana soprattutto per la presenza del gruppo Wagner. Il Libano è da evitare, così come Myanmar, il Niger, i territori palestinesi, la Somalia, il Sudan, la Siria e lo Yemen. Altri Paesi, fuori lista ma citati sono l’Iran, l’Ucraina e il Mali. In effetti è da tempo che nel Paese dove vivo da 14 anni, il Niger, non è più ambita meta turistica malgrado i paesaggi offerti dal deserto. Vero, la situazione nell’ambito della sicurezza, dopo il rapimento dell’amico Pierluigi Maccalli nel 2018, è peggiorata. A giusto titolo sembra che fare turismo in questa zona del Sahel sia sfidare il buonsenso.

La citata piattaforma omette, per ovvi motivi, il Paese in assoluto più pericoloso, per turisti, viaggiatori, esploratori e curiosi. I parametri usati per gli altri Paesi ivi sono applicabili solo in parte. Detto Paese non si trova nelle carte geopolitiche ad uso dal grande pubblico anche perché, a tutt’oggi non possiede confini ben delimitati. Al contrario si tratta di frontiere ‘porose’ determinate dalla classe sociale e soprattutto dal capitale finanziario potenzialmente incalcolabile. Messo assieme, il reddito di alcuni cittadini di questo Paese, vale tanto quanto un centinaio di Paesi possono vantare.

Il Paese non ha un nome, esattamente come il ricco alla porta del cui palazzo si metteva il povero Lazzaro nella nota parabola del Vangelo di Luca. I poveri hanno un nome ma non questo Paese. Si trova senza nome ma coloro che lo compongono il nome l’hanno ed è ben conosciuto. Non possiedono una terra specifica a cui legarsi. Solo attivano interessi, banche, agenzie di notazione, speculazioni finanziarie e sfruttamento senza pudore dei lavoratori nelle industrie o attività economiche. Il profitto e la moltiplicazione illimitata del loro capitale sono il loro passaporto.

La legge che regge e governa il Paese è quella dell’esclusione della parte del mondo considerata inutile, superflua e, non raramente, deleteria. Ogni realtà giudicata ‘vulnerabile’ e di ostacolo per la buona marcia del loro sistema di spoliazione e sfruttamento globale sarà eliminato, con le buone e soprattutto le cattive maniere. Il Paese ha infatti dalla sua parte una sorta di polizia altrettanto globale che ha per mandato di mettere a tacere le voci dissidenti o critiche rispetto al loro sistema. I cittadini di questo Paese sono notoriamente molto religiosi e offrono quotidiani sacrifici al loro dio denaro.

Questo è dunque, in pochi tratti sommari, il più inaffidabile dei Paesi, poco citato e temuto ma in realtà l’unico che sarebbe da boicottare. Purtroppo, la trappola funziona ancora. Artisti, intellettuali, imprenditori politici e religiosi si lasciano lusingare da vane promesse di un mondo fatto a immagine e somiglianza di questo Paese da temere. Meglio ancora, in conclusione, i nostri Paesi di sabbia, di vento e di polvere. Ricchi di contraddizioni e della loro povertà. Pericolosi per i turisti ma ancora e malgrado tutto, umani.

                    Mauro Armanino, Niamey, marzo 2025

BENVENUTO|

Il Paradiso non può attendere: dobbiamo già cercare il nostro Cielo qui sulla terra! Questo blog tratterà di argomenti spirituali e testimonianze, con uno sguardo rivolto al Carmelo ed ai suoi Santi