4° Conferenza
GESU' CRISTO
□ CRISTO “SOLO UOMO”, È MEGLIO? QUALE CRISTO CI SERVE ?
• «Ho letto che Cristo potrebbe benissimo essere e restare un "grande" della storia. Anzi, se non fosse ritenuto Dio, sarebbe meglio per la civiltà e il progresso, perché ci stimolerebbe maggior-mente, col suo richiamo all'amore, alla libertà, alla convivenza sociale piena, senza assillarci con dogmi, chiese e preti, interpreti del suo verbo. Lei che ne pensa? Quale Cristo ci serve?».
• «Non pare che nel presentare la figura di Gesù Cristo, si preferisca oggi porre in luce i suoi tratti umani? E questo a scapito della divinità. Le sembra che l'uomo contemporaneo abbia proprio bisogno di questo?».
Sono preoccupazioni che credo abbiano un fondamento reale.
Storicamente c’è stata nel passato «una tendenza ad accentuare talmente la divinità di Gesù Cristo da porne in ombra l’umanità piena e vera. Si pensava che se nella vicenda terrena del Nazareno è il Figlio di Dio ad agire, sembrasse necessario contemporaneamente escludere da Lui ogni possibile imperfezione. Ne risultava così l'immagine di un Dio «a passeggio tra gli uomini», di una vera e propria “parodia d'umanità” (J. Maritain).
Contro questo Gesù "troppo" divino, ha reagito la fede e la teologia cristiana degli ultimi anni.
Non c'è dubbio che l'uomo contemporaneo viva in un mondo ed in una cultura fortemente secolarizzati.
«La sua mentalità di fronte alla realtà, in prevalenza, non è contemplativa, ma "operativa": il mondo è il campo in cui è messa in opera la sua azione egemonica. Ogni visione trascendente viene spazzata via come inutile, perché il mondo, si dice, è saldamente nelle mani dell'uomo che sembra poter fare sempre più a meno di Dio, nella "città secolare", dove di Dio l'uomo non avrebbe più né nostalgia, né bisogno, s’è fatta strada l'esigenza di scoprire un Cristo umano, compagno di strada e fratello degli uomini.
Si crede che soltanto un simile Gesù sarebbe capace di parlare ancora ai nostri contemporanei.
«Conseguenze di questa nuova “maturità” dell'uomo sarebbero l'emancipazione da ogni forma di dipendenza, la liberazione da ogni dogmatismo e da ogni intermediario "sacro". Così lungi dal fondare una chiesa, Gesù avrebbe liberato l'uomo da ogni chiesa, rendendolo responsabile in prima persona e a testa alta di fronte al mondo e alla storia». (Bruno Forte)
Lo slogan "Gesù sì, Chiesa no", riassume questa riscoperta dell'uomo Gesù e questo contemporaneo rifiuto di tutto ciò che non sia la libertà sovrana da lui conquistata per ogni uomo.
• Mi sembra che tuttavia ci sia pure in questa visione un aspetto positivo, e sarebbe proprio il bisogno d’incontrare un Dio "concreto". Forse s’obbedisce inconsciamente a tale desiderio quando si "desacralizza" Gesù, e lo s’avvicina ad ogni costo all'uomo, affinché l'uomo incontrandolo, non veda un estraneo, un lontano.
– È invece proprio il caso, di affermare chiaramente che in simile situazione di crisi l'uomo può salvarsi da un completo naufragio solo incontrandosi con Gesù di Nazareth come l'Uomo-Dio. Il bisogno di concretezza, è legittimo, a condizione che non si defraudi il contenuto della persona di Gesù Cristo. A Filippo che gli chiedeva: «Signore, mostraci il Padre, e ci basta», Gesù risponde: «Chi ha visto me, ha visto il Padre».
In altre parole: la particolarità, anzi la singolarità di Gesù non si può conoscere sorvolando ciò che proprio a Lui stava più a cuore: il suo rapporto ed insieme la sua identità col Padre. Nella sua umanità Gesù è sempre intimamente "dal Padre" e perciò “figlio di Dio".
Quindi, bene questa riscoperta dell'umanità di Dio e, di conseguenza, l'umanità dell'uomo; è tuttavia necessario ribadire la divinità di Cristo: senza tale buona novella, non avrebbe valore né la riscoperta della nostra dignità di persone umane a partire da Gesù, né la speranza della gloria che in Lui ci è rivelata.
«Se il Nazareno fosse soltanto un uomo, sia pure il più grande e il più puro dei figli dell'uomo, egli non ci avrebbe salvati, non ci avrebbe dato, cioè, la vita che viene dall'alto e che è destinata a non finire: la morte non sarebbe vinta, né lo sarebbe il peccato. Solo se Gesù è Dio, se in lui si è compiuto l'inaudito incontro della terra e del cielo, che ci è data la certezza della vittoria finale del bene, della giustizia e dell'amore. Nel Figlio di Dio che muore per noi abbiamo la certezza: che è possibile vincere l'egoismo e il peccato – che è possibile amare e superare nell'amore la morte, che l'ultima parola della vita e della storia non sarà l'in-giustizia e il dolore, ma la pace fatta di giustizia, di gioia senza fine. Per Lui ... è bello vivere e dare la vita: in lui ha senso la fatica dei giorni ed ha un futuro persino la speranza che sembra morire». (Bruno Forte)
• Ma la difficoltà di comprensione non ci autorizza ad un mutamento sostanziale della nostra fede. L'uomo di oggi non ha, perciò, bisogno, dopo lunga e spesso tormentata ricerca, d’incontrarsi a tu per tu con un altro uomo, "soltanto" con un uomo: sarebbe un bluff, causa d’indicibile amarezza. Ed il suo cuore e la sua mente dovrebbero ricominciare da capo un faticoso cammino.
□ – Il Vangelo e i “FRATELLI" di Gesù
«Il Vangelo riporta diverse volte la frase "i fratelli di Gesù". Dunque Gesù non fu il solo figlio di Maria. Questa è una delle affermazioni martellanti dei Testimoni di Geova e di altri per negare o la divinità di Gesù o la verginità della Madonna. Se le cose non stanno così perché allora si continuò a tradurre nelle nostre Bibbie e si legge in chiesa "i fratelli di Gesù"?».
Nella Bibbia la parola fratello è largamente usata con significato molto ampio: oltre ai figli dei medesimi genitori, o di uno di loro (stesso padre e madri diverse), indica pure cugini, nipoti, cognati, zii ecc.
Nelle civiltà in cui i legami del sangue sono fortissimi e la lingua piuttosto povera di vocaboli come l'ebraico e l'aramaico [le lingue parlate dal popolo della Bibbia], è comprensibile che la parola fratello abbia assunto estensione e significati che non trova spazio nella nostra lingua.
Indubbiamente gli autori dei Vangeli hanno scritto in greco, lingua in cui ci sono vocaboli per esprimere diversi gradi di parentela, ma non si deve dimenticare che la prima fissazione e diffusione di ciò che Gesù disse e fece, avvenne nella primitiva comunità cristiana, di origine giudaica, che parlava normalmente l'aramaico, come Gesù. La traduzione in lingua greca del "materiale" che riguardava Gesù è rimasta impregnata della mentalità e dei modi di esprimersi degli ebrei, come era accaduto qualche secolo prima con la traduzione in greco dell'Antico Testamento (detta dei Settanta), la quale, tra l'altro, usa correntemente la parola fratello (adelfòs) ogni volta che ricorre la corrispondente parola ebraica, anche quando si tratta palesemente di altro grado di parentela. Ricordiamo solo il caso di Abramo il quale dice a Lot: «Noi siamo fratelli» (Genesi 13,18), mentre in realtà Lot è nipote di Abramo, figlio di suo fratello Haran (Genesi 11,27).
Osservando più da presso i Vangeli, constatiamo subito che Matteo e Luca, nelle pagine che rie-vocano l'infanzia di Gesù, lo presentano come figlio unico. Non si potrebbe immaginare, per esempio, che Maria andasse in pellegrinaggio da Nazaret a Gerusalemme con Gesù dodicenne e Giuseppe (Luca 2,41-52) se avesse avuto diversi altri figli necessariamente più piccoli, tanto più che le donne non erano obbligate al pellegrinaggio. La parola primogenito (Luca 2,7) non implica altri figli, ma designa solo il primo nato in vista dei particolari obblighi che la legge imponeva a suo riguardo (Luca 2,22-39).
I Vangeli non ci dànno la storia della famiglia di Gesù e solo occasionalmente nominano i suoi "fratelli". Tuttavia, solo lui è chiamato "il figlio di Maria" (Marco 6,3), così come Maria è solo e sempre "la madre di Gesù" o "la madre di lui"; mai si afferma che sia la madre di qualcuno di coloro che son detti fratelli di Gesù. Di quattro di essi Marco (6,3) ricorda pure i nomi: Giacomo, Ioses (o Giuseppe), Giuda e Simone. Lo stesso Marco ci dà un'informazione che qui ci interessa, quando narra che alla crocifissione di Gesù erano presenti Maria Maddalena, Maria madre di Giacomo il minore e Ioses (Marco 15,40), cioè dei primi due "fratelli" suddetti. Orbene, questa Maria, nominata dopo la Maddalena in un momento così solenne e conosciuta come la madre di Giacomo e di Ioses, non può essere certamente la madre di Gesù, né i suoi figli per conseguenza sono i suoi fratelli carnali.
Anche Giovanni ricorda una Maria sorella della madre di Gesù accanto alla croce (Giov 19,25). Se Maria – madre di Giacomo e Ioses – e Maria sorella della madre di Gesù, presenti alla crocifissione, sono la stessa persona, i "fratelli di Gesù" Giacomo e Ioses risultano essere, di fatto, suoi cugini primi.
E noto poi come Gesù morente affidi sua madre al discepolo che egli amava (Giov 19,25-27): il valore e il significato del celebre testo supera certamente il senso di un semplice affidamento per la protezione e l'assistenza, ma esso contiene pure un gesto di pietà filiale difficilmente pensabile se Maria avesse avuto altri figli.
In sostanza, il linguaggio e la mentalità dell'ambiente in cui visse Gesù e si sviluppò la primitiva comunità cristiana, consentono di spiegare l'espressione "fratelli di Gesù" nel senso che la tradizione cristiana, e poi anche la fede definita della Chiesa, hanno sempre inteso: non si tratta di figli di Maria. Basarsi sulla parola "fratello" per sostenere il contrario non è scientificamente sostenibile. [Spesso è “solo per polemica”]
• Quanto all'ultima proposta del lettore, direi che non è il caso di cambiare le nostre traduzioni (tra l'altro suonerebbe molto buffo sostituire "fratelli" con “cugini” e “parenti alla lontana”, in certi detti di Gesù: ci si provi a farlo in Marco 3,31-35: «Giungono poi sua madre e i suoi fratelli, che fermandosi di fuori, lo mandano a chiamare… Gli dicono: “Ecco, tua madre e i tuoi, fuori ti cercano”. Risponde loro: “Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?”. Poi, guardando in giro coloro che gli sedevano intorno, dice: ”Ecco mia madre e i miei fratelli! Chi fa la volontà di Dio, questi è mio fratello, mia sorella e mia madre”»). I seguaci di Gesù, prima che fosse "inventato" il nome cristiano (Atti 11,26), si chiamavano semplicemente "fratelli" e "sorelle".
□ – Ma Gesù sapeva tutto?
«Ho voluto affrontare con i miei ragazzi del catechismo il problema Gesù. Trattandosi di ragazzi di seconda media, ho creduto opportuno approfondire con loro l'identità di Cristo. Sul problema della sua "vera umanità" ho trovato seri ostacoli. Gesù Cristo, lessi su un libro (con l'imprimatur), non sapeva tutto, dovette imparare, è stato libero… Ne dedussi, che Gesù riuscì miracolosamente a “spogliarsi” della gloria e della potenza che aveva prima d’incarnarsi. In tal modo, su questa terra viveva come ciascuno di noi. E quindi, per esempio, non sapeva oggi cosa gli poteva capitare domani. Per scrupolo, volli interpellare alcuni sacerdoti. Bene. Da qualcuno ebbi conferma delle mie conclusioni; da altri passai per eretico. Per questi ultimi, Gesù era, oltre che uomo, anche Dio e quindi, in tale veste, nulla gli sfuggiva e tutto sapeva. – A questo punto, coi miei ragazzi cambiai argomento».
Ecco espresso in modo limpido un interrogativo che affiora spesso tra chi desidera approfondire la cosiddetta questione “Cristo, Dio-uomo”.
La questione della coscienza che Gesù ha della sua storia è ovviamente molto complessa. Il teologo, infatti, deve da un lato conservare fedelmente la proclamazione della divinità del Cristo, ma d'altro canto deve stare attento a non ridurre l'uomo Gesù di Nazaret ad una larva, cadendo così nelle eresie gnostiche.
Ora, propria di Dio è l'onniscienza; proprie dell'uomo sono invece la progressività nel conoscere e l'evoluzione nel tempo. Non per nulla i Vangeli notano che Gesù «cresceva in sapienza, età e grazia davanti a Dio e agli uomini» (Lc 2,52) – che ignora il giorno del giudizio (Mc 13,32) – o chi gli abbia toccato il mantello (Mc 5,30-33, la donna emorroissa), – che le sue nozioni culturali riflettono le idee scientifiche inadeguate e persino erronee del suo tempo e che egli soffre realmente. E allora? Teniamo presente, ora:
1 – La cristologia tradizionale aveva cercato d’ignorare o di semplificare tali dati indiscutibili, attribuendo al Cristo un umanità estremamente esaltata e quasi irriconoscibile: egli avrebbe goduto della visione beatifica in ogni istante della sua esistenza terrena e le conoscenze sperimentali proprie di ogni uomo sarebbero state nel Cristo affiancate da una scienza infusa dall'alto.
2 – La cristologia contemporanea ha, invece, posto maggiormente l'accento sulla reale "carnalità" (Gv 1,14: «E il Verbo si fece carne e dimorò fra noi») del Cristo, sulla sua gradualità e sulla sua evoluzione cosciente.
Da queste due impostazioni nascono le reazioni antitetiche dei "consulenti" interrogati dal catechista. Naturalmente l'orientamento moderno è più fedele al dato biblico e salvaguarda meglio la realtà dell'umanità del Cristo, senza elidere la sua divinità.
La complessità del problema è situata nella calibratura e nella composizione dei due dati.
[Per chi intendesse approfondire – lo scritturista Ravasi suggerisce “Gesù di Nazaret, storia di Dio e Dio della storia” di Bruno Forte (Edizioni Paoline 1981, in particolare alle pp. 195-221].
□ – «Padre, perché mi hai abbandonato?». – Si legge nei Vangeli che Gesù invocò il Padre dicendo: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?». «Se Gesù Cristo – che era Dio – sapeva che sarebbe risorto, perché tale certezza non gli fu di sollievo nel travaglio della Passione? O il suo lamento era semplicemente quello di un uomo solo e abbandonato, che, quale vero uomo, aveva assorbito dubbi e incertezze, simili a quelle che quotidianamente ci accompagnano?».
La domanda ripropone un problema che, in realtà, non è nuovo. Eppure, ogni volta che si ripresenta appare sempre attuale sia dal punto di vista strettamente teologico (= la riflessione matura sulla fede (sui suoi contenuti, ma anche sull'esperienza), sia dal punto di vista delle scienze umane.
[È sempre lo stesso affascinante mistero Gesù, Figlio di Dio incarnato: non ci si stanca di approfondirlo!]
• Spieghiamoci. Come vero uomo, Gesù deve essere considerato alla stregua di ogni creatura umana: razionale, intelligente e libera. Soggetto pienamente responsabile dei suoi pensieri, delle sue affermazioni e delle sue azioni. Sapeva di essere Figlio di Dio e al contempo un uomo come gli altri. Ma credo non incompatibile con il dogma il fatto che abbia scoperto a mano a mano, avanzando nella sua avventura, ciò che doveva fare, il senso della sua missione. Forse soltanto nel Getsemani tutto gli è stato chiaro sino in fondo: ed allora, umanissimamente [ed è il segno della sua "normalità" e della sua "condizione non patologica"], ha arretrato.
È probabile che non fosse pronto a morire, sperava che il popolo l'avrebbe capito.
Sono tentativi di risposta su una realtà di Cristo sempre misteriosa e sopra ogni comprensione. È stato notato che «più ci si addentra nella "conoscenza" della sua esistenza terrena e più si assapora la ricchezza del suo insegnamento; si intuisce pure che in lui la divinità non annulla né spegne l'umanità; così come l'umanità non oscura né isola la divinità. Invece di tentare un connubio forzato e artificioso, siamo invitati, anche dal magistero della Chiesa, a considerare l’umanità di Gesù così da giungere ad adorarlo come vero Dio».
Perciò, il fatto che Gesù, come Dio, sapesse di risorgere, nulla toglie alla serietà e alla drammaticità storica del suo epilogo terreno. Anzi, se si riflette che nell'unità della sua persona, anche la divinità ha esperimentato la sofferenza, allora possiamo intuire quale grado di dolore Gesù abbia raggiunto nella sua passione è morte.
□ – E se Gesù avesse scelto il potere e la gloria?
Ho letto un commento sull'episodio evangelico delle Tentazioni di Gesù nel deserto che mi ha lasciato alquanto perplesso, per non dire disorientato, per cui vorrei, se è possibile, una risposta. Ecco il testo:
«La scena, ambientata probabilmente sul monte della Quarantena presso Gerico, può dare al lettore moderno l'impressione che quelle di Gesù non siano state vere tentazioni, ma una semplice discussione. Bisogna invece riconoscere, sotto la forna letteraria, che Gesù è travagliato nella coscienza dal problema fondamentale della sua vita: quale Messia essere. Se "scegliere" cioè quella parte che i suoi stessi discepoli si attendono da Lui (messia regale, politico, temporale), o la parte che gli ha affidato il Padre: il “servo sofferente”. È una "scelta" che lo turba, come sarà turbato nel Getsemani prima di accettare la morte. La disputa col tentatore è il riflesso oggettivato di questa "scelta", in cui è coinvolta la stessa identità di Gesù.".
Simile interpretazione del brano evangelico ha suscitato in me interrogativi, e mi ha portato quasi a dubitare della divinità di Gesù. Perché, è vero che Gesù è stato tentato come uomo, ma essendo una sola persona con la natura divina [due nature, una sola persona], se con la natura umana avesse scelto il messianismo terreno, politico. trionfale, gloriosa – come si aspettavano i suoi discepoli –, anche la natura divina avrebbe dovuto scegliere lo stesso messianismo. E in questo caso si sarebbe posto in opposizione alla volontà del Padre che era quella del “servo sofferente”, e quindi la volontà dei Figlio contro quella del Padre, come due dèi. Voi mi direte che non è successo, ma leggendo questo commento, si vede che l'ipotesi di questa possibilità è sorta nei commentatori.
Il lettore pone un quesito teologico estremamente complesso. Mi sono appoggiato ancora alle parole di un biblista, (Ravasi),.
L’argomento che si sviluppa – come sempre, quando ci si avvicina alla realtà Gesù Cristo – lungo i due versanti fondamentali, versanti che sono entrambi da salvaguardare.
– Da un lato c'è la reale umanità di Gesù che non dev'essere ridurIa ad una larva evanescente,
– o ad un dato "spiritualizzato".
Infatti, già agli esordi stessi del cristianesimo, gli scritti dell’apostolo Giovanni dovettero ripetutamente ribadire contro le prime eresie gnostiche [che annullavano l'umanità del Cristo], la grande professione di fedc che il “Verbo si fece carne e pose la sua tenda in mezzo a noi" (Gv. 1,14).
– In questa prima direttrice dell'essere di Gesù Cristo si deve collocare la presenza della “tentazione”, cioè della dinamica della libertà propria della coscienza umana. La lettera agli Ebrei, alludendo alla prova del Getsemani scrive: “Proprio per essere stato tentato ed aver sofferto personalmente, Cristo è in grado di venire in aiuto a quelli che sono tentati” (2,18). La stessa lettera in 4,15 definisce però i limiti di tale "tentazione" in Gesù, e ribadisce che questa fraternità di Cristo con noi non significa che egli avesse corso concretamente il pericolo del peccato, del cedimento.
– È qui che appare il secondo aspetto del problema: l'unicità dell'uomo-Gesù. Egli è anche partecipe della divinità. Cristo prova la lacerazione interiore della libertà e della prova; non dobbiamo ridurre il Cristo ad un automatico esecutore d'un progetto imposto. Ma contemporaneamente dobbiamo riconoscere che Cristo, ... perché Figlio, ha sempre orientato le sue scelte e la sua opera sulla volontà del Padre.
Per la questione specifica delle tentazioni narrate agli inizi dei Vangeli e concernenti la via messianica da scegliere (la via del trionfo politico, taumaturgico ed economico o quella della croce e della fedeltà alla parola di Dio), gli esegeti ritengono che si tratti di un'oggettivazione narrativa del travaglio interiore della libertà del Cristo-uomo. In altre parole si sarebbe "sceneggiata" visivamente la vicenda interiore di Gesù davanti alla sua drammatica missione di salvezza.
Ma le ultime ricerche su questi testi evangelici hanno svelato un aspetto inedito sotteso a quelle narrazioni. In esse Gesù vorrebbe tratteggiare non soltanto il proprio "stile", ma anche quello della Chiesa, il nuovo Israele tentato nel deserto della storia.
La Chiesa (noi!) deve vivere della parola di Dio,
deve adorare solo il Signore e non il mondo,
non deve sfidare le promesse di Dio.
Gesù respinge in anticipo queste tentazioni ed i Vangeli invitano la Chiesa a respingere le medesime tentazioni a cui sarà continuamente sottoposta. In un certo senso protagonisti di tali tentazioni sarebbero i credenti in Cristo, più ancora che il Cristo stesso.
• Dove è Gesù?
La mamma di Domenico, cinque anni, afferma: «Gesù è in cielo!».
«No, Gesù non è in cielo. È nel mio cuore».
La mamma gli spiega che non c'è contraddizione, che il cielo non è un luogo e che Gesù sta anche nel suo cuore.
«No, mamma, Gesù non sta in cielo, sta nel mio cuore. E nel mio cuore è il cielo».
• Un medico visita una bambina: «Chi c'è nelle orecchie? Paperino?». «No!».
«Chi c'è nel naso? Topolino?». «No!».
«Chi c'è nel cuore? Tom e Jerry?».
«No. Quelli sono sulle calze! Nel cuore, c'è Gesù!».
• Quando sorrido, sei tu, dentro, Gesù...


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