AFORISMA

Meglio aggiungere vita ai giorni, che non giorni alla vita
(Rita Levi Montalcini)

Nostra Signora del Carmelo

Nostra Signora del Carmelo
colei che ci ha donato lo scapolare

domenica 21 gennaio 2024

11 LO STILE DEL CRISTIANO fARISEO Conferenza P. CLAUDIO TRUZZI OCD



11 CONFERENZA P. CLAUDIO TRUZZI


11 – STILE DEL CRISTIANO
a – ATTEGGIAMENTI COERENTI

1.  FARISEO E PUBBLICANO 

la gratuità del tuo Amore. 

«Disse poi una parabola per alcuni che erano persuasi di essere giusti e disprezzavano gli altri.
Due uomini salirono al tempio per pregare: uno era fariseo e l'altro pubblicano. Il fariseo se ne stava in piedi e pregava così fra sé: “O Dio, ti ringrazio perché non sono come gli altri uomini: rapaci, ingiusti adulteri, e neppure come questo pubblicano. Io digiuno due volte la settimana e offro la decima parte di quello che possiedo”.  Il pubblicano invece si fermò a distanza e non osava neppure alzare lo sguardo al cielo, ma si batteva il petto dicendo: “O Dio, sii benigno con me, peccatore”. Vi dico che questi tornò a casa giustificato, l'altro invece no».  (Luca 18, 9-14)
Dopo aver raccomandato una preghiera fiduciosa ed insistente, Gesù precisa quale sia l'atteggiamento giusto – ossia gradito a Dio – dell'orante.
Più che una parabola, questa è una lezione, una “storia esemplare”.
Si mettono in scena, nella cornice solenne del Tempio, due personaggi antitetici. 
1 – Il fariseo, ossia l'osservante scrupoloso della Legge, il praticante fedele, la persona pia per eccellenza.
Lui prega nella posizione giusta, secondo il costume giudaico: in piedi, a testa alta, le braccia sollevate verso il cielo. E attacca con la preghiera più bella: l'azione di grazia, la lode.
Ma il difetto è che il fariseo non ringrazia Yahweh per la sua grandezza e misericordia, ma lo ringrazia per ciò che è lui, a differenza degli altri. Quest'uomo, per far risaltare meglio le proprie benemerenze, sente il bisogno di denunciare tutti gli altri (ladri, ingiusti, adulteri...).
Egli guarda, sì, in alto, ma anche dietro. E il pubblicano gli serve per ricordare a Dio che lui, per fortuna, non è come quello là. Tanto per essere chiaro e non dar adito ad equivoci...!
Passa, quindi, a snocciolare i suoi meriti, ad illustrare la propria condotta irreprensibile. 
È uno che non si accontenta della normalità: compie più dello stretto necessario. – Sarebbe obbligato a rispettare il digiuno una sola volta l'anno (il giorno dell'Espiazione).
Ma lui digiuna due giorni la settimana [il lunedì e il giovedì], riparando così i peccati di tanti miscredenti. 
– Dovrebbe pagare le decime [destinate alle spese del Tempio, ai poveri e al mantenimento delle scuole rabbiniche] soltanto sul frumento, il mosto e l'olio.
Ma lui si tassa volontariamente dei dieci per cento su tutti gli acquisti, senza eccezione. Sa, infatti, che i contadini e i commercianti si sottraggono spesso e volentieri a questo dovere. 
E lui non vuole rendersi complice in nessuna maniera di una violazione della Legge. E rimedia anche per gli evasori, di tasca propria.–  Il pubblicano, invece, è giustificato perché riconosce di essere peccatore.
Lui non si scusa; non guarda in direzione del fariseo [Non dice: «Quello va sempre in chiesa, ha una facciata irreprensibile..., ma è peggio degli altri!», e neppure: «Preferisco essere quello che sono», e neppure: «In fondo sono più onesto di lui»]. Sa di essere una canaglia, e lo riconosce. E per non esserlo più, ha bisogno della misericordia del Signore: non ha nulla di buono da offrire, e quindi tutto da ricevere da Dio.
Il pubblicano, facendo l'inventario dentro di sé, non trova nulla di cui vantarsi. Non cade nell'errore di sentirsi buono (o “meno cattivo”) confrontandosi con gli altri, ossia alle spalle del prossimo, a spese dei difetti altrui. In tal caso, diventerebbe automaticamente un fariseo (= si diventa farisei nel momento stesso in cui uno è sicuro di non esserlo!).
«Il pubblicano non parla degli altri, non critica gli altri. Non crede necessario demolirli per ottenere un eventuale favore da parte di Dio. La propria miseria gli basta. Conta unicamente sulla grazia di Dio» (A. Maillot).••• Per chi Gesù propone la parabola?  «… [Gesù] disse questa parabola per alcuni che presumevano di essere giusti e disprezzavano gli altri». Capita la lezione Il fariseo è pieno di sé e delle proprie “opere buone”. Non c'è spazio in lui, dove collocare i doni di Dio. Le credenziali della propria irreprensibilità che si sente in dovere di snocciolare, non hanno però valore agli occhi di Dio. I titoli di benemerenze, “il certificato di buona condotta” non servono nella preghieraDavanti al Signore, dobbiamo una buona volta imparare l'atteggiamento del povero, di chi non ha nulla, di chi non rivendica nulla. Le uniche credenziali valide, per Lui, gli unici titoli di benemerenza, sono le nostre miserie, il nostro vuoto, il riconoscimento della condizione di peccatori.
Soltanto quando siamo sinceramente convinti di non avere nulla di presentabile, solo allora possiamo presentarci davanti a Dio.
– Il fariseo ha bisogno di Dio per essere ammirato, affinché i suoi conti siano registrati nella banca del cielo.
– Il pubblicano ha bisogno di Dio per ripartire da zero.
E si direbbe che Dio abbia una simpatia spiccata, non per gli “arrivati”, ma per quelli che, percuotendosi il petto, gli fanno segno che hanno voglia di ricominciare... (Pronzato, Il pane della Domenica, C, 199)
O Signore, 
ogni Tua parola è verità e luce che s’incarna come gesto d'amore e di salvezza nel profondo dell'anima. 
Certe Tue affermazioni hanno un certo sapore di studiata invettiva da suscitare scandalo;
Esse mi fanno continuamente pensare:
 «In verità vi dico: I pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio». 
E sempre stato così: dinanzi a Te, davanti alla Tua grazia 
è più facile cedere da parte d’un peccatore, anche il più traviato. 
Chi crede invece di essere nel giusto, farisaicamente a posto, blocca qualsiasi miracolo. 

Chi sa costruire con arte certi schemi o modi di fare apparentemente positivi e docili 
(ma in realtà vuoti, privi di contenuti vitali),
sarà preceduto nel regno dei cieli anche dai peccatori più ostinati.
Ho chiesto a Dio
Ho chiesto a Dio di donarmi la pazienza, e Dio disse: "No!".
Suggerì che la pazienza è il frutto della tribolazione. Non è donata: occorre conquistarla.
Ho chiesto a Dio di portarmi via l'orgoglio, e Dio rispose: "No!”.
Disse che non toccava a Lui portarlo via, ma che dovevo rinunciarci io.
Ho chiesto a Dio di darmi la felicità, e Dio disse: "No!". 
Mi ricordò che lui mi dà i suoi doni. La felicità è compito mio.
Ho chiesto a Dio di evitarmi il dolore e Dio disse: "No!"
Disse che la sofferenza ci sottrae alla logica del mondo, e ci avvicina di più a lui.
Ho chiesto a Dio di far crescere il mio spirito, e Dio ripeté: "No!". 
Disse, che io devo crescere da solo, e che lui mi poterà per farmi fruttificare.
Ho chiesto a Dio se mi amasse, e Dio approvò: "Si!".
Disse, che ha dato il suo unico Figlio che morì per me, e un giorno andrò in cielo perché credo.
Ho chiesto a Dio di aiutarmi ad amare gli altri come lui mi ama, e Dio sottoscrisse la mia richiesta:
"Ah, finalmente hai capito!".
SIGNORE,
Convincimi, una buona volta, che per Te, l’importante 
non è apparire virtuosi..., – né avere la coscienza tranquilla..., – né essere in regola con la tua Legge.
Aiutami a comprendere che l’essenziale non è neppure considerarmi buono o cattivo,
ma soltanto il presentarmi dinanzi a Te, senza maschere, apertamente, tal quale sono.
Ficcami bene in testa; incidimi nel cuore il motivo, il titolo cui attribuire il mio vero valore:
la gratuità del tuo Amore.
Per il fatto che tu mi ami, Signore, io sono quel che sono:
sono buono..., sono santo..., o posso, per lo meno, aspirare ad esserlo.
Mai, il contrario.
Liberami dalla tentazione di pensare che se mi ami è per le mie “opere buone”,
per le mie “pratiche religiose”. Però aprile, questo sì, alla tua grazia.
La preghiera, Signore, – a dire di Teresa di Gesù –,
è il luogo donde proviene la luce per intendere le verità.
Che sia la verità su noi stessi, la prima verità che scopriamo...
La nitidezza, però, con cui uno scopre la propria miseria sotto la luce della tua grandezza,
non si trasformi mai in amarezza, né scoraggiamento;
al contrario, ci serva da trampolino per lanciarci verso Te, spinti dalla tua infinita bontà e misericordia.
La nostra Teresa di Lisieux – convinta che persino nelle case dei più poveri non si nega nulla ai bambini –
aspirava a presentarsi a Te, al termine della vita, in questo modo: «Con le mani vuote».
Soltanto così – pensava – avresti rovesciato su di lei tutti i tuoi doni. Aiutaci ad imitarla.
A parte tutto – e per miopi che possiamo essere – 
se ci guardiamo nello specchio di una sincerità ‘media’… di che possiamo pavoneggiarci?
SIGNORE:
mi hanno raccontato ‘questa parabola: è una copia imperfetta della tua; però sicuramente non ti offenderai. 
Anzi, certamente sei stato Tu ad ispirare chi me l’ha raccontata:
«Quella domenica, due uomini uscirono in strada. Anche qui, uno era fariseo e l’altro pubblicano. 
Il fariseo andò a Messa. Il pubblicano, al bar. 
E il fariseo, in chiesa, pregava così, nel suo cuore:
«Ti ringrazio, o Dio!, perché non sono come gli altri uomini: corrotti, donnaioli, scansafatiche, drogati, dediti al vino...
e neppure quel “pubblicano” che s'è infilato nel bar, senza neppure pensare d’andare a Messa.
Vedi Signore, che io non solo osservo il precetto di Pasqua, ma che traccio una “x” sul modulo dell’“8 per 1000” a favore della Chiesa; appartengo a varie confraternite, digiuno e faccio penitenza...».
Da parte sua il “pubblicano”, chiacchierava con un amico al tavolo del bar:  «Guarda, Pino, io avrò mille difetti. Sarò di manica larga nel trattare affari; sarò pure un proiettile in fatto di donne; se appena posso non è che mi “ammazzi’” in officina. Per questo ed altro mi potresti chiamare uno svergognato.
Però, ciò che non sono è l’essere “ipocrita”, come quel “fariseo” là che è andato in chiesa. Io non vado a Messa, né faccio elemosina affinché mi vedano. E non osservo ciò che la Chiesa mi dice, perché non mi sale da dentro...».
Vi dico – termina la parabola – che il primo si condanna in quanto superbo e fariseo. 
Però anche quest’ultimo si condanna perché superbo lui pure, “pubblicano” e per tutte quelle schifezze cui ha alluso.

I NUOVI PUBBLICANI
Proteggici, Signore, dai “nuovi” pubblicani.
Da quelli che chiamiamo “vanitosi”.
Sai bene che oggi è di moda il proclamarsi “franchi” e “sinceri”. ... E... atei…, agnostici...
Ahi, Signore, Signore...!
Il tuo pubblicano era peccatore, ma umile.
I pubblicani di oggi, anche loro confessano peccati: soltanto che, quelli dei farisei con gusto sadico
mentre i loro..., i loro diventano quasi virtù, di cui gloriarsi...
Scusa, Signore, ma non so se ti sei reso conto che il “pubblicanesimo” di oggi, 
oltre ad essere molto più di moda del fariseismo, è molto più a buon mercato e leggero:
cioè, far quel che pare e piace, e poi vantarsi d’essere sincero...,
non come uno di quei farisei repulsivi e ipocriti… [bacchettoni…!]
Basta questo! Gesù, facci comprendere che tutti nel DNA abbiamo qualcosa di fariseo.
E più di tutti, ...  i moderni pubblicani.
………………….
2.   PARABOLA DEI DUE FIGLI
«Che ve ne pare? Un uomo aveva due figli; rivoltosi al primo disse: – Figlio, va' oggi a lavorare nella vigna –. Ed egli rispose: – Sì, signore! –; ma non andò. Rivoltosi al secondo, gli disse la stessa cosa. Ed egli rispose: – Non ne ho voglia –; ma poi, pentitosi, ci andò. 
Chi dei due ha compiuto la volontà del padre? Rispondono: – L'ultimo –. 
E Gesù disse loro: In verità vi dico: i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio. 
È venuto a voi Giovanni nella via della giustizia e non gli avete creduto; i pubblicani e le prostitute, invece, gli hanno creduto. 
Voi, al contrario, pur avendo visto queste cose, non vi siete neppure pentiti per credergli». Mt 21, 28-32.
Oggi farebbe meraviglia e darebbe scandalo se uno denunciasse le incoerenze che talora con tanta facilità contraddistinguono il “primo figlio” di casa. Un figlio “perbene”, perché conosce la diplomazia: con un sì, pronunciato con la bocca, salva le apparenze del decoro e dell'educazione. Se il cristianesimo fosse unicamente un assenso fatto a parole, avremmo già una totalità di coerenza cristiana.
Se la volontà del Padre si adempisse con le adesioni formali d’un sì pronunciato con un sorriso, saremmo tutti già perfetti, più di Cristo. Questa piccola parabola dei due figli sconvolge tutta la nostra perfezione formale, la nostra ipocrisia, il nostro falso sorriso. È una tremenda denuncia, purtroppo ancora attuale, che scende nel profondo dell'anima: il giudizio di Dio – che è poi la nostra coscienza nella sua purezza e responsabilità – non si lascia sorprendere neppure da mille sì, detti senza cuore.
È una parabola molto realistica. Siamo proprio fatti così, noi uomini: figli che fanno fatica a respirare con libertà e consapevolezza l'aria di casa. 
–  O viviamo, senza voler porre problemi di coscienza e di impegno, confondendo il fare con un dire un sì senza seguito, rimandando casomai al domani l'attuazione di promesse e di scelte; – oppure viviamo in lotta, cedendo all'istinto di un “no” immediato, trovando anche giustificazioni a tale rifiuto; ma poi con fatica la volontà di Dio muove il nostro agire.
•  Il terzo figlio – colui cioè che dice subito di sì con la bocca e con il cuore – è solo il Figlio di Dio. Ma neppure Lui ha trovato facile compiere la volontà del Padre •.
Gli uomini si rispecchiano nei due figli: il nostro impegno di cristiani coerenti sarà sempre pronunciare meno “sì formali”, pronunciare meno “no” istintivi... Ciò che importa dinanzi a Dio è attuare nella vita più volere che scaturisca dal cuore di Cristo.
Dio non metterà sulla bilancia del suo giudizio i “sì” o i “no” da noi pronunciati con fretta, ma i “si” o i “no” delle nostre incoerenze o dei nostri sforzi di bene.
Non ci salveremo neppure se sapremo essere abili e diplomaticamente educati nel coprire con un “sì” un disimpegno o una mancata testimonianza. 
Se Cristo fosse qui oggi a ripetere con la potenza della sua parola quanto disse ai connazionali del suo tempo: «In verità vi dico: i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio», gli faremmo fare la stessa fine che ha subito ed accettato, morendo in croce. Lo tratteremmo come un ateo, come uno che ha poco rispetto della casa, come uno che scandalizza...
Eppure, questo Cristo è presente anche oggi in questa sua parola. Se siamo più che convinti nel dire che questa parola di Dio va proclamata, va annunciata al mondo, abbiamo la stessa convinzione nel ritenere che Cristo come ai suoi tempi si è rivolto agli ebrei, così oggi si rivolgerebbe a noi di casa?
• La parabola parla di figli, di un padre, perciò di una famiglia, di una casa.
Se un estraneo fosse incoerente, sarebbe più sopportabile; ma se un figlio fosse insincero – peggio, se facesse della propria fede una incongruenza o una continua bugia – sarebbe imperdonabile.
Dio Padre non ci chiede un'obbedienza già perfetta. Sopporta meglio di noi le nostre debolezze umane. 
È più paziente di tutti: ci conosce e sa di che pasta siamo fatti. Chiede, però, sincerità. Preferisce magari un capriccio, un “no” detto per istinto o per ostinazione, più che un “sì” insincero.
Il figlio preferito da Dio è colui che strappa, magari con fatica, dopo tentennamenti e ripensamenti, un gesto di generosità, un atto di coerenza, uno sforzo di maggior impegno.
Chi obbedisce con tutta facilità, dà poca garanzia di sincerità. 
L'obbedienza al Padre, cioè ad una coerenza di coscienza, di dignità umana, costa talora sangue.
Il nostro egoismo ci fa dire subito un “no”, se siamo sinceri. Il “sì” vissuto poi in una accettazione concreta del comando di Dio, esige sempre un sacrificio.
«Se l'egoismo è la causa d’una lotta per vivere da uomini e da cristiani, figli devoti di Dio, fratelli solidali nell'amore, la falsità – cioè il giustificare con un sì apparente un rifiuto a Cristo e al prossimo – è la più subdola tentazione per un discepolo del Signore. 
– Quando si pensa di salvare la faccia con un gesto di formalità; 
– quando si ritiene che basti rimanere dentro un recinto per essere figli devoti; 
– quando l'obbedienza – cioè l'essere figli –, non procura alcuna ferita; 
– quando non si è mai tentati di mandare tutto a quel paese con un “no” secco – che, se non altro, può significare una scelta e un atto di coerenza ..., 
la nostra sarà una povera casa dove sarà sempre impossibile intenderci, vivere da fratelli, nell'armonia di chi lotta uno accanto all'altro per imparare a stare assieme, per sorreggersi reciprocamente, pur nella limitatezza e scontrosità di caratteri, ma con dentro una grande sete di bontà, d’amore, con un forte desiderio di dar più respiro a tutti, di capire e di aiutare chi fa più fatica a tradurre un “sì” nella vita di ogni giorno, perché magari frastornato da tanti “no” inconcludenti di chi dovrebbe essere il primo a dare il buon esempio con una testimonianza operativa nella vigna di Dio».  (da Pronzato, Vangeli scomodi, 349)
O Signore,
ancora oggi dà magari nell'occhio uno scandalo morale
–  e Tu hai condannato con durezza chi scandalizza i più piccoli –,
ma perché non dovrebbe dar nausea
chi incoerentemente vive una vita di fede, 
senza sentire una sofferenza per il proprio agire, 
senza voler dare un contenuto sincero e reale al proprio sì di fede? 
L'apparenza non costruisce; la verità impone coerenza; 
il tempo darà ragione di tutto quel bene che ciascuno si sforzerà di fare, 
nonostante le continue tentazioni di un istintivo rifiuto per quanto Dio propone. 
Non è necessario dire tanti “sì” nella vita: ne basta uno solo, ed è la scelta di Te, o Signore, 
da rinnovare ogni giorno nello sforzo e nell'impegno di un amore al prossimo; 
da attuare incondizionatamente, pur nei limiti di una debolezza umana, camminando sulla Tua strada:
«Chi non porta la propria croce e non viene dietro di me, non può essere mio discepolo». Don Giorgio De Capitani (Messaggero

lunedì 15 gennaio 2024

il ritorno di GODWIN, MIGRANTE PER L'ETERNITÀ di Padre MAURO ARMANINO

 



Il ritorno di Godwin, migrante per l’eternità
Ieri, sabato, non c’era nessuno per la sua sepoltura. Solo la terra, silenziosa e accogliente come un grembo materno, l’ha preso e custodito. Lui era arrivato ad un certo punto dell’anno scorso sostenendo di essere liberiano di nazionalità. O meglio, liberiano oppure nigeriano secondo le prospettive, le circostanze e soprattutto le opportunità offerte dal destino. Sosteneva anche di non essere in possesso di alcun documento di identità o di viaggio. L’unica cosa certa, ben visibile, era un tumore che si era installato sulla parte sinistra del suo volto che gli diminuiva la facoltà di parlare e di vedere correttamente.  La croce rossa nigerina prima e il servizio pastorale dei migranti poi, hanno accompagnato gli sforzi dei servizi medici locali per lenire il dolore e tentare un’improbabile guarigione. Fin dal suo arrivo a Niamey sosteneva di chiamarsi Steven e di essere portatore di una duplice ed effimera nazionalità.
Col passare dei giorni e la vicinanza di alcuni migranti liberiani, ha esibito un passaporto nel quale emergevano dettagli imprevedibili del suo percorso migratorio. Confezionato ad Addis Abeba in Etiopia, con un timbro dell’arrivo a Dubai, negli Emirati Arabi Uniti, l’altro ad Abidjan nella Costa d’Avorio. Mancava quello dell’ingresso nel Niger dove era arrivato perché gli avevano detto che a Niamey ci si prende cura dei migranti. Ed è così che Steven, si è trasformato successivamente in Godwin, il nome scritto sul passaporto che attestava la sua nazionalità nigeriana. Godwin, Dio vince, era il nome chi si portava addosso come il gonfiore sul volto che non accennava a diminuire finchè cominciò la chemioterapia nell’ospedale di oncologia di Niamey. Passavano i mesi, la terapia e le la cura di medicine con scarsi risultati perché il corpo sembrava stanco del tanto camminare nel mondo. 
Godwin si è spento l’altro giorno, un giovedì sera verso le 19 e, con celerità si è fatto il possibile perché egli abbia una degna sepoltura nel cimitero cristiano della capitale. Un breve soggiorno all’obitorio del cimitero musulmano e poi, dopo la pulizia del corpo, Godwin è stato adagiato in un feretro di legno leggero e arricchito da una croce scolpita nella parte superiore della cassa. Il trasporto sul retro di una Pick up fino al cimitero e poi l’ingresso per l’ultima migrazione, la più impegnativa di tutte, dopo una breve preghiera di commiato e la benedizione della tomba. Il feretro è stato deposto nella nuda terra e poi ricoperto di sabbia. Un paio di amici che l’hanno accompagnato in questi mesi e soprattutto lei, la terra che nel silenzio materno l’ha preso in sé. Accanto alla tomba non c’era nessun membro dell’ambasciata della Nigeria e dell’associazione dei nigeriani di Niamey, malgrado fossero informati del decesso. Godwin, il Dio che vince, era morto abbandonato da tutti. Solo il grembo della terra si è riaperto e l’ha custodito, per l’eternità.

                     Mauro Armanino, Niamey, 14 gennaio 2024

4 LO STILE DI FIGLI - 10 -NON AVRAI ALTRO DI O DI FUORI DI ME




4 – LO STILE DI FIGLI
10 – NON AVRAI ALTRO DIO DI FUORI DI ME    - 1  RICCO EPULONE  





«C'era un uomo ricco, che vestiva di porpora e di bisso e tutti i giorni banchettava lautamente. Un mendicante, di nome Lazzaro, giaceva alla sua porta, coperto di piaghe, bramoso di sfamarsi con gli avanzi che cadevano dalla mensa del ricco. Persino i cani venivano a leccare le sue piaghe. Un giorno il povero morì e fu portato dagli angeli nel seno di Abramo. 
Poi morì anche il ricco e fu sepolto. 
Finito nell'Ade fra i tormenti, alzando lo sguardo verso l'alto, vide da lontano Abramo e Lazzaro che era con lui. Allora gridò: “Padre Abramo, abbi pietà di me e manda Lazzaro ad intingere nell'acqua la punta del dito e a bagnarmi la lingua, perché soffro terribilmente in questa fiamma”. Ma Abramo rispose: “Figlio, ricordati che hai ricevuto la tua parte di beni durante la tua vita e Lazzaro, parimenti le sofferenze. Ma adesso lui è consolato, tu invece sei tormentato. Per di più, tra noi e voi c'è un grande abisso. Se qualcuno di noi vuol passare da voi, non lo può fare; così pure nessuno di voi può venire da noi”. 
Quello continuò: “Allora, padre, ti supplico di inviarlo a casa di mio padre. Ho cinque fratelli e vorrei che li ammonisca a non venire anche loro in questo luogo di tormento”. 
Abramo rispose: “Hanno Mosè ed i profeti: li ascoltino!”. Quello replicò: “No, padre Abramo; ma se qualcuno dai morti andrà da loro, cambieranno il modo di vivere”. Abramo disse: “Se non ascoltano Mosè e i profeti, non si lasceranno convincere neppure se qualcuno risorge dai morti”»   Luca 16, 19,31
Una parabola pericolosa per le semplificazioni abusive cui può dar luogo.
Ad esempio: Tutto è rimandato all'aldilà. Soltanto allora ci sarà il rovesciamento delle situazioni presenti: i ricchi all'inferno ed i poveri in paradiso. Giustizia è fatta! Per cui: i poveri devono solamente pazientare un poco, giusto il tempo che i ricchi finiscano tranquillamente il loro banchetto e ricevano una bella sepoltura... Poi, gli appartenenti alla categoria di Lazzaro si prenderanno la loro strepitosa rivincita.
Ma, nessuna concezione è più opposta allo spirito della Bibbia di simile “rassegnazione”, di questo rimandare all'aldilà le soluzioni delle ingiustizie presenti. La fede – non dimentichiamolo – è anche principio d'indignazione, di lotta, non solo di rassegnazione. Il giudizio di Dio va letto e proclamato anche nella storia presente, non rimandato all'ultimo giorno. [Cfr. Il Magnificat!]
––– Cerchiamo quindi, di cogliere la parabola nel suo significato più genuino.
•  Il povero ha un nome piuttosto comune nell'ebraismo: Lazzaro (da Eleazaro, che significa “Dio aiuta”, “Yahweh viene in soccorso”). Il ricco, invece, non ha nome. Secondo la concezione semitica, il nome esprime la realtà profonda delle persone, riassume la sua storia. 
Ora, questo ricco non ha nome perché ha costruito la sua esistenza sul vuoto. Ha perso il nome perché ha smarrito le vere ragioni del vivere (non si può vivere per banchettare tutti i giorni...).
– Non sono poche, infatti, le persone che hanno “smarrito il proprio nome”, perché l'hanno sostituito con altri nomi: “denaro”, “carriera”, “potere”, “successo”, “piacere”, “yacht” ...
– E poi chiediamoci: è proprio vero che l'eternità costituisca il rovesciamento radicale della situazione presente? Almeno nel caso del ricco, pare proprio di no.
La sua sorte nell'aldilà non è altro che la fissazione definitiva di ciò che egli vive (o non-vive) oggi, il prolungamento di ciò che egli è (o, non-è) sulla terra. Lui è un isolato. Impegnato a guardare nel piatto ricolmo, non vede il povero che sta alla sua porta. I cani vedono meglio di lui. 
Ora, l'inferno non è altro che la “consacrazione” di questo stato di separazione: separazione da Dio e dai suoi amici (Abramo, Lazzaro). 
Perché? Perché quaggiù lui è vissuto lontano dagli altri, separato dai veri valori, attaccato unicamente all'avere, appiccicato al piacere egoistico, separato dal se stesso più autentico.
Il ricco in questione era già un “dannato” durante la sua esistenza terrena, scandita da regolari abbuffate, perché imprigionato nel suo “privato”. Perché, privato dal senso della vita.
Si potrebbe obiettare: “Ci sono, però, là, anche i tormenti. Mentre sulla terra quell'individuo ha goduto, s’è divertito, se l'è spassata. Almeno in questo, sembrerebbe, la situazione dell'aldilà costituisce un capovolgimento”. Ma, siamo proprio sicuri che il banchettare spensieratamente, indossare vestiti di gran lusso, accumulare denaro, spendere senza vergogna per ferie,… sia sorgente di felicità?
Ritengo non ci sia tormento maggiore di una vita vuota, o riempita di cose inutili, che è la stessa cosa; che ci sia tortura più lancinante dell'isolamento, della chiusura agli altri, del non vedere di là del proprio “io”, del non saper usare le mani nel gesto del dono, del soffocare le esigenze dello spirito. 
Anche se tale tormento, quest'angoscia sono soffocati con l'allegria e la spensieratezza, con il chiasso stordente, la dissipazione. Se cadessero le maschere, vedremmo spalancarsi ferite profonde, abissi di disperazione. Un inferno, appunto. Già su questa terra. Un inferno dotato di tutti i comfort.
•• La parabola evangelica, più che descriverci la geografia dell'aldilà, più che informarci di ciò che avviene nell' “altra vita”, ci ammonisce severamente che la sorte dell'uomo si gioca oggi, quaggiù, in questo momento. È il presente che viene “fissato” in eternità.
È l'”al di qua” che viene trasformato in “al di là”. Il ricco pare accorgersi di aver bisogno degli altri (di Abramo, oppure di Lazzaro) quando ormai ha “passato” l'abisso, quando non è più in tempo. E sembra occuparsi degli altri (i suoi cinque fratelli) in ritardo. 
Gli incontri, infatti, avvengono quaggiù; gli appuntamenti decisivi sono per l'oggi.
È soltanto l'oggi, qui, che si può essere liberati dal proprio passato, e garantirsi quindi il futuro.
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–– Esistono ricette per dimenticare il passato e non temere il futuro?
Il rimedio facile non esiste, giacché è impossibile vivere senza dar peso agli avvenimenti che han lasciato tracce in noi, soprattutto riguardo al male. Questi, a loro volta, ci predispongono e ci marcano per il futuro. Però, sì, deve esistere un’attitudine d’abbandono e di confidenza in Dio, e da questa fede, cercar di vivere soltanto il momento presente. Un proverbio ascetico afferma: 
«L'ora che tu vivi, il compito che adempi, l’uomo che tu incontri in questo momento 
sono i più importanti della tua vita».
• Perché, in "tre secondi" ci giochiamo molto ...
Se tutta la santità si riduce al fatto d’essere o no fedeli alla missione che il Signore ci chiede in ogni istante, l'esercizio di tale “fedeltà” consisterà nell'accettazione di ciò che Dio desidera da noi in questo preciso momento per quanto breve sia. Per questo, oggi, molti autori spirituali parlano del "sacramento dell'istante presente", perché ogni momento – quantunque secondo gli esperti non duri più di due o tre secondi – è sempre pieno d’infiniti messaggi divini, d’infinite lezioni. Esso contiene più saggezza di quanto l'uomo possa apprendere in libri o consigli.
Quindi lo dobbiamo trattare in maniera adeguata. Non si tratta, infatti, di pregare in questa o quell'altra occasione, ma di convertire ogni "istante" della vita in preghiera. Sembra che sia così ...: 
Il "presente" dell'uomo dura esattamente questi tre secondi. Vale a dire, un istante fugace.
Perdonami, Signore; però è chiaro che sono un po’ “spiazzato". 
Ho appena saputo che gli uomini non sono capaci di ritenere l'immagine del presente più di tre secondi. 
Tre secondi, ed è tutto finito: l'aria stessa che ho appena respirato non mi appartiene più. 
L'immagine che ho appena terminato d’essere è già memoria del passato. 
Il bacio che ho appena dato è morto fra l'emozione e il sospiro.
Mi dico, Signore: questo è terribile! Mi dico: questa constatazione limita, in modo angustiante, quella sensazione di potere che finora ci aveva sostenuto in piedi sulla terra. 
–  Noi assicuravamo che il passato non ci apparteneva, che però non ce ne importava molto. 
In alcune occasioni l'avevamo vissuto; in altre c’era appartenuto, e che ce ne restava la memoria, 
e la malinconia, e la nostalgia; 
o il dolore, che il suo passaggio aveva potuto lasciare sulla nostra pelle.
–  L'assunto del futuro poneva ancor meno problemi. 
Il futuro non c’era mai appartenuto, e neppure eravamo sicuri di poterlo vivere. 
Ti assicuro, Signore, che molte volte, quando ho pensato alle guerre e agli incerti ed insicuri orizzonti futuri dell'umanità, mi sono rifugiato – un po' vigliaccamente – nella consolante idea che forse mi avresti chiamato a Te prima che accadessero. Sarei entrato nel tuo seno, e si sarebbe posto fine a tutto questo "guazzabuglio"; o sarebbe iniziata la gioia completa, che è ancor molto più consolante.
– Però, nel presente c'eri Tu, Signore! 
Tu stesso! Più affidabile che mai; più che mai possesso nostro, cosa nostra e alimento dello spirito. 
Il presente è come tenerti fisicamente fra le mani. È come se stessi scaldando il nostro cuore. È qui, diciamo. ... Lo diciamo, e il nostro cuore si colma di gioia.
– E ora, scopriamo, che non è proprio così! 
Ora constato che appena, appena ci appartieni, non più che per questi tre miserabili secondi! 
Ci scorrono fra le dita e Tu non sei altro che la memoria dell'immediato passato. 
Sei stato cancellato da un’altra immagine, da un'altra sensazione... 
Ci possono essere immagine di Te, un'altra volta, ma che, ugualmente, non è più quella di prima.
E ti voglio dire una cosa, Signore: ciò che più mi abbatte è che Tu stesso ti debba misurare con il nostro tempo. Credo che sbagliasti il giorno che ti sei fatto cosa nostra: perfettamente calcolabile, perfettamente "misurabile". Perché quando ti rendesti come noi, ti sottomettesti alla precarietà del tempo: al prima e al poi. E tutto questo accadde a Te che eri – e che sei – l'eternità che distrugge ogni tempo. Sono sicuro di quel che dico: non l'hai indovinato. ...
C’è, però, una cosa che non ha tempo: l'amore. 
E c'è un'altra cosa che è dura come la morte e bella come uno sguardo: è la fede. 
Temo che gli scienziati dell'immagine che giunsero alla conclusione del fatto che il nostro presente non dura che tre secondi, erano degli esperti per i quali non conta nulla l'immagine oscura della fede.  
A colui che Ti crede, Signore, – che, mi sembra, sia un qualcosa di distinto dall' “avere fede in Te” o credere a Te –, a colui che ha fede gli basta – e gliene avanza –, continuare a possederla: 
– gli bastano gli schiaffi che gli dà l'aria fino a che T’incontri;
– gli basta e avanza questo andare e venire che la fede sempre comporta.
Il meraviglioso non è possedere un cammino per dove camminare. 
Il meraviglioso è averlo iniziato, con te al fianco. I nostri tre secondi del presente diventeranno così i tre secondi più eterni che mai sono dati agli uomini che hanno fede.
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Ammonisce Gesù: «Hanno Mosè ed i profeti: li ascoltino!». E anche noi abbiamo, per questo, “Mosè ed i profeti”, ossia la Parola di Dio. 
Non abbiamo bisogno di miracoli eccezionali, come quello di un morto che venga ad ammonirci (come vorrebbe il ricco per i suoi fratelli). La fede non nasce dai miracoli. Non è un morto resuscitato ma la Parola di Dio che risuona nel nostro cuore che può farci aprire gli occhi. È la Parola il vero miracolo, la sola che può provocare una risurrezione.
 Nessuna conversione può essere fondata su un miracolo spettacolare e la paura. Certo, la risurrezione di Cristo è un miracolo, il grande miracolo. Tuttavia, anche questo miracolo è trasformato, per noi, in Parola efficace, in insegnamento (in parabola). E siamo beati perché, pur non avendo visto Gesù uscire dal sepolcro, ascoltando la Parola di Dio usciamo dal nostro sepolcro e usciamo alla scoperta dei fratelli. 
«Gesù non cerca principalmente di spaventarci con un inferno futuro o di consolarci con un paradiso futuro. Intende, piuttosto mostrarci come il cielo cammini là dove risuona la Parola di Dio che permette ad un uomo di trovare il proprio fratello» (A. Maillot).
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            2 – UN UOMO A COLLOQUIO COI SUOI BENI. (Ricco sazio e stolto)
«Le terre di un uomo ricco avevano dato un buon raccolto. Egli ragionava tra sé così: “Ora non ho più dove mettere i miei raccolti: che cosa farò? 
E disse: “Farò così: demolirò i miei magazzini e ne costruirò altri più grandi, così che raccoglierò tutto il grano e i miei beni. Poi dirò a me stesso: “Anima mia, hai disposizione molti beni, per molti anni; riposati, mangia, bevi e divertiti”. 
Ma Dio gli disse: “Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita e a chi andranno le ricchezze che hai accumulato?”. 
Così accade a chi accumula ricchezze solo per sé e non s’arricchisce davanti a Dio». (Lc 12. 16-21)
Ciò che maggiormente colpisce in quest'uomo ricco ed avido della parabola evangelica, è la sua solitudine. Qualcosa di tetro, terrificante. 
Nessuno è solo come quest'uomo che è circondato, quasi soffocato dai suoi beni. Può contare le sue rendite; lo vediamo a colloquio con le cifre. La sua voce ha il suono dei soldi.
È un individuo senza nome, senza volto [Come il ricco epulone], non ha moglie, figli, amici. 
L'unico legame stretto sono i suoi beni materiali. S'identifica con le proprie ricchezze. Lui stesso diventa campo, granaio, frumento, magazzino, portafoglio. Non è più un uomo. È una cosa in mezzo alle cose.
I beni, invece di essere veicolo di relazione con gli altri, per lui sono cose da accumulare, conservare, proteggere, difendere. Invece di essere mezzi [anticamente si diceva, giustamente, che uno aveva tanti “mezzi”], diventano fine cui si sacrifica tutto.
Quest'uomo squallido è un prigioniero. Può anche ampliare i magazzini. Ma non ne uscirà più.
È un uomo chiuso, senz'avvenire. Proprio lui che s'illude di stare al sicuro per molti anni.
Allorché gli si pronunzia la terribile sentenza: «Questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita», in realtà lui lo è già da un pezzo. La sentenza l'ha pronunziata lui stesso su di sé. Giustamente è stato rilevato che «più che una punizione, è un esaudimento».
•  Gesù lo si definisce “stolto”. Perché?
–  Perché fonda la propria sicurezza sull'avere e non sull'essere.
–  Perché s'identifica con le cose, e non le trasforma in sacramento di comunione con i fratelli.
–  Perché crede che molto denaro significhi molta vita.
–  Perché pensa che il possesso egoistico dia gioia.
–  Perché non sospetta che, anche se i conti tornano, la sua esistenza è un fallimento.
–  Perché non capisce che “l'io non ha altra protezione che il darsi, il perdersi” (A. Paoli).
–  Perché non si rende conto che non è possibile riempire il vuoto con l'ingombro.
–  Perché non si avvede che la vita va colmata di amicizia, di dono, di relazioni; non di cose.
Proviamo, ora a trarre alcune conseguenze.
*  Il possesso è sempre una limitazione. “Chiunque acquista un campo e lo recinge, si priva del resto della natura, s'impoverisce di tutto il resto” (E. Cardenal).
Il possesso è soprattutto limitazione di libertà. «Non avete mai notato che essere ricco si traduce sempre in un impoverimento su un altro piano? Basta dire: “Possiedo questo orologio, è mio!”, e rinchiudere la mano su di esso per avere un orologio, e aver perduto una mano» (A. Bloom). Il nostro spirito, il nostro cuore, tendono a rimpicciolirsi, a restringersi alle dimensioni degli oggetti sui quali si rinchiudono, alle dimensioni dei beni sui quali si ripiegano.
* La ricchezza è falsificazione delle cose, perché falsa i rapporti con esse. Il ricco crede che il suo certificato di possesso lo leghi intimamente ai beni. Ma è una colossale illusione. Le cose, come le persone, hanno una “soglia d'inviolabilità”, un “limite d'invalicabilità che non possono essere forzati da un diritto derivante semplicemente dal denaro. Una cosa non si lascia “violare dal portafoglio” (le persone, qualche volta, sì...). Per questo, anche se mi appartiene, essa rimane inviolata nella sua essenza più vera, e mi lascerà sempre insoddisfatto.
La cosa mi rimane ostinatamente “estranea”; mi sfuggirà di mano anche se la trattengo, anzi, proprio perché pretendo afferrarla, tenerla, mi sorriderà beffarda, intatta, intoccabile.
Per entrare in unione intima con un bene creato (la proprietà legata ai soldi, al diritto), può costituire un ostacolo. La facoltà di possedere si colloca al livello più profondo di noi stessi, là dove un oggetto esterno può entrare soltanto interiorizzandosi. (Liberamente da Domenica C- p. 159)
Per possedere veramente una cosa, bisogna stabilire con essa non un rapporto di possesso, di aggressività, ma di partecipazione, di meraviglia, di contemplazione.
È l'uomo “liturgico”, non l'uomo “economico” che è in armonia col creato. 
La terra appartiene ai “miti”, ossia a coloro che non rivendicano nulla. Soltanto chi prega, avendo le mani vuote, può pregare nelle cose e con le cose.
C'è un momento nella Messa, in cui ci viene ricordato l'uso corretto che dobbiamo fare delle mani. L'offertorio è il momento della consacrazione delle mani; quelle mani che ritrovano la loro funzione più vera nel gesto dell'offerta: “... Dalle tue mani abbiamo ricevuto questo pane, frutto della terra e del lavoro dell'uomo”
Le mani mi sono state date per dare. Chi le usa, abitualmente, soltanto per prendere, tenere, arraffare, non ha ancora imparato ad adoperarle, anche se è molto avanti negli anni. Soprattutto non ha ancora gustato la gioia più grande: la gioia di donare.
Ci si preoccupa d'insegnare a camminare, e il giorno in cui il bambino muove i primi passi segna un grosso avvenimento in famiglia. Bisognerebbe far festa quando il bambino inizia ad usare le mani nell'unica maniera corretta, che è la maniera di dare.
Ci si preoccupa delle mani sudicie. In realtà, le mani sono sporche soltanto quando “trattengono” qualcosa. Un cristiano, ossia un cercatore di Dio, supererà la tentazione di fermarsi, soltanto se sarà capace di trasformare le realtà terrestri in “segno” e “dono”. 
Soltanto se imparerà ad usare le mani nell'unica maniera “giusta”.
I nostri conti, a differenza di quelli dello “stolto” della parabola, 
tornano, quando tornano i conti degli altri.
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Una donna si recò alla fontana: un piccolo specchio tremolante, limpidissimo, tra gli alberi del bosco. 
Mentre immergeva l'anfora per attingere, scorse nell'acqua un grosso frutto roseo, cosi bello che sembrava dire: «Prendimi!»
. Allungò il braccio per coglierlo, ma quello sparì, e ricomparve soltanto quando la donna ritirò la mano dall'acqua. Così per due o tre volte. Allora la donna si mise ad estrarre l'acqua per prosciugare la fontana. Lavorò a lungo, sempre tenendo d'occhio il frutto misterioso, ma quando ebbe estratto tutta l'acqua, s'accorse che il frutto non c'era più. 
Delusa per quell'incantesimo, stava per andarsene via, quando udì una voce tra gli alberi (era il Gufo Belvedere, quello che vede sempre tutto): «Perché cerchi in basso? Il frutto sta lassù ...»
. 
La donna alzò gli occhi e, appeso ad un ramo sopra la fontana, scorse il bellissimo frutto, di cui nell'acqua aveva visto soltanto il riflesso.
••• Ovvio, no? Eppure spesso nella vita ci comportiamo così.

Cerchiamo affannosamente ed inutilmente la felicità nelle vicende di questo mondo.
Disillusi ed amareggiati non ci rendiamo conto
 che solo in Dio è la nostra vera fonte di felicità…
Per quale ragione siamo sulla terra?
Noi siamo sulla terra per riconoscere ed amare Dio,
 per fare il bene secondo il suo volere e raggiungere un giorno il cielo
. (Catech. Chiesa Cattolica per Giovani)


"Sulla terra non bisogna attaccarsi a nulla,
 neppure alle cose più semplici e innocenti,
perché ci vengono a mancare quando meno ci si pensa." 
(S. Teresa di Gesù Bambino)

La PAROLA di D I O
Bene e male, vita e morte
povertà e ricchezza, tutto proviene dal Signore, 
Sapienza, senno e conoscenza della legge, 
vengono dal Signore;
carità e rettitudine sono doni del Signore,
Errore e tenebre sono per gli empi
e il male resta per i malvagi.
Il dono del Signore è assicurato ai pii
e il suo favore li rende felici per sempre.
C’è chi è ricco a forza di privazioni e di risparmio; 
ed ecco la parte della sua ricompensa:
quando dira: “Ho trovato riposo, ora mi godrò i miei beni”,
non sa quanto tempo ancora trascorrerà;
lascerà tutto ad altri e morirà.
Sta’ fermo al tuo impegno e fanne la tua vita;
invecchia compiendo il tuo lavoro.
Non ammirare le opere del peccatore,
confida nel Signore e persevera nella fatica, 
perché è facile per il Signore
arricchire un povero all’improvviso.
La benedizione del Signore è la ricompensa del pio;
in un istante Dio farà sbocciare la sua benedizione.
Non dire. “Di che cosa ho bisogno
e di quali beni disporrò d’ora innanzi?”.
Non dire: “Ho quanto mi occorre;
che cosa potrà ormai capitarmi di male?”. 
Nel tempo della prosperità si dimentica la sventura;
nel tempo della sventura non si ricorda la prosperità.
È facile per il Signore nel giorno della morte
rendere all’uomo secondo la sua condotta,
L’infelicità di un’ora fa dimenticare il benessere;
alla morte di un uomo si rivelano le sue opere.
Prima della fine non chiamare nessuno beato;
un uomo si conosce veramente alla fine”.    

martedì 9 gennaio 2024

VERITÀ e FINZIONI NEL SAHEL DEL NOSTRO TEMPO di Padre MAURO ARMANINO

 



Verità e finzioni nel Sahel del nostro tempo
Lo confessava oggi un amico giornalista di qui. Ha risposto sottovoce alla domanda sul motivo per cui, in modo così repentino, giornali, radio e giornalisti affermati si sono allineati col nuovo regime militare al potere nel Niger. ‘On fait semblant’, ha detto sottovoce. Tradotto significa ‘si fa per finta’… E ciò per evitare possibili problemi nel futuro e garantirsi pane e vita più tranquilla. Lui, che ha dato da poco le dimissioni dal giornale per il quale lavorava da anni, non esclude che alcuni lo facciano per convinzione. Come sempre nella vita reale le frontiere tra eroi, santi, navigatori e vigliacchi non sono facilmente tracciabili.
D’altra parte ammettiamolo. Quanto accade nei Paesi limitrofi e nel Niger appare come particolare e
peculiare nel contesto dell’insicurezza dominante in questa ‘sponda’ chiamata Sahel. Regimi militari che, con reale e apparente appoggio di una parte significativa del popolo. conducono alleanze militari,
economiche e politiche tra loro. Smantellano con decreti, ordinanze o leggi promulgate per la circostanza.
Assetti diplomatici, militari e giuridici dei regimi precedenti sono rinegoziati o semplicemente cambiati. Il tutto, naturalmente, senza nessun avallo dell’Assemblea Nazionale, sciolta dal colpo di stato del 26 luglio.
Il Niger, pare realizzare con indubbia creatività, le differenti opzioni e possibilità delle repubbliche e democrazie come sono applicate e vissute oggi. Colpi di stato militari a scadenza decennale. Periodi intensi di transizione, eccezione e confusione. Omicidio di un capo di stato da parte della propria guardia presidenziale e, attualmente, arresti domiciliari dal presidente riconosciuto dalla comunità internazionale. Il tutto ad opera di militari e corpi speciali formati in particolare dagli Stati Uniti e Occidentali. La conclusione non lascia adito a nessun dubbio. Contesti politici ed economici hanno posto i militari ‘arbitri’ del gioco.
Passati i tempi forti di giovani, bambini e adulti delle ‘oceaniche’ allo stadio e delle bandiere nazionali al vento di sabbia dei tricicli guidati da giovani coi caschi e le magliette al colore del Niger. Momenti forti
attorno alle rotonde o alla neo battezzata piazza delle Resistenza attorno a quello che fu la base militare
francese dell’aeroporto. Si passa ad altro in attesa della promessa concertazione nazionale che dovrebbe
dettare le linee del futuro Paese sotto il sigillo della ‘sovranità’ senza concessioni. Dopo aver sospeso le emissioni radiofoniche di Radio Francia Internazionale, familiarmente RFI adesso è il turno del sito web.
Nulla di cui stupirsi se anche l’amministrazione della giustizia appare, come sempre, legata a doppio filo col potere dominante. Vari ministri del passato regime sono in custodia e non si scorgono prospettive per
eventuali processi a loro carico. C’è un clima sociale che risente della pesantezza della crisi economica e
soprattutto della ‘tristezza’ di un pensiero unico che sembra disegnarsi nel panorama politico del Paese.
Difficile poter pensare ad uno scambio sereno, democratico e pluralista quando l’autocensura, facilitata dal contesto attuale, sembra privilegiare una e sola direzione al paese.
Verità e finzione passano frontiere porose dappertutto e il l Sahel non è da meno. Terreno di presenza conquista per multinazionali, gruppi armati, banditi, contrabbandieri, politici corrotti, militari come eroi e
milioni di sfollati, rifugiati e migranti che immaginano la loro vita altrove. Ideologie fuori uso e analisi poco aderenti alla realtà si mescolano, come polvere al vento, con narrazioni di sovranità riconquistata a caro prezzo. Nel Niger e altrove, intanto, si perpetuano ricorrenti carestie e precarietà che il quotidiano vivere
traduce in muto dolore. Solo il nostro popolo di sabbia saprà ritrovare il sentiero, abbandonato, della
dignità .

Mauro Armanino, Niamey, 7 gennaio 2024

martedì 2 gennaio 2024

ELOGIO ALLA PATERNITÀ di PADRE MAURO ARMANINO

                                                 


                  Elogio della paternità 
Il Comitato Nazionale per la Salvaguardia della Patria, in breve CNSP, esiste nel Niger dal 26 luglio passato, giorno in cui è stato fatto prigioniero il presidente Mohamed Bazoum. Passano i mesi e il tema della Patria non accenna a diminuire, anzi, il patriottismo e i patrioti sono ormai i cittadini modello da imitare. Il nuovo cittadino nigerino sarà patriottico o non sarà affatto! Come non pensare agli anni passati nella scuola elementare e ricordare i moti per l’indipendenza, i patrioti pronti ad immolarsi, i carbonari che sognavano un Paese unificato. Poi si mescolano gli abbinamenti orchestrati da regimi politici di sinistra memoria che coniugavano, manipolandoli, la Famiglia, Dio e la Patria. Le trincee della storia e le colonizzazioni occidentali sono state, non raramente, la traduzione geopolitica di tali accostamenti. Poi il linguaggio, specchio e eco dello spirito del tempo, ha impiegato i derivati di patria, dal latino pater. Il ‘pater familias’, padre di famiglia della Roma antica, con insondabile diritto di vita e di morte sui figli, patriottismo e infine patriarcato. Quest’ultimo interpretato come causa di tutto quanto esiste di oppressivo nella civiltà occidentale.

Nostro padre Pietro, il padre di noi e marito di nostra madre, ha attraversato la vita con umiltà perché ha lui stesso sofferto precocemente dell’assenza dei genitori. Giovane partigiano sull’Appennino ligure- parmigiano per lottare contro il nazifascismo imperante, si è poi trasformato in marito, padre, operaio edile e delegato sindacale di base. La sua vita non è stata lunga quanto avrebbe potuto essere. Il suo cuore ha retto fino all’età di 56 anni fin quando, una notte, ha smesso di battere di quella paternità che l’aveva, malgrado le traversie, tenuto in vita. Con sua moglie, nostra madre, ha vissuto, condiviso, atteso e sperato quel futuro che aveva intravvisto sulle montagne, sfiorato più volte dalla morte. Si lasciava sorprendere dalla vita come fosse la prima volta che accadeva ciò che la famiglia, nella sua sobria povertà, attraversava. Una delicatezza coniugale, la sua, che nostra madre, vedova per vent’anni, non terminava di ricordare con tristezza prima e serena letizia in seguito. Sono sepolti assieme nel cimitero di campagna non lontano dalla chiesa millenaria dove si erano sposati, una domenica mattina nel mese di settembre di quell’anno.

Tra patria, padre e patriarcato non c’è quella continuità che si vuol far credere in occidente, dove la paternità sembra passata di moda e di statuto. La crisi nell’identità dei padri, così come concepita e sistematizzata nel passato, sembra irreversibile anche perché legata ai mutamenti dell’identità della donna nella crescente autonomia sul proprio corpo. Una società senza padri degni di questo nome, con un ruolo da reinventare, sarebbe un dramma e creerebbe la stessa sciagura di una società senza madri. Ci sono padri che spariscono e altri latitanti nel momento in cui più si abbisogna di loro. Altri sentono che il potere di un tempo è andato come sabbia tra le dita e hanno smarrito le certezze di una volta. Ridare un volto alla paternità dovrebbe essere uno dei cantieri più urgenti e decisivi del nostro tempo. Senza questo tentativo appare illusorio oppure fuorviante insegnare e recitare coi figli la preghiera del Dio padre.


    Mauro Armanino, Niamey, 31 dicembre 2023                                              

BENVENUTO|

Il Paradiso non può attendere: dobbiamo già cercare il nostro Cielo qui sulla terra! Questo blog tratterà di argomenti spirituali e testimonianze, con uno sguardo rivolto al Carmelo ed ai suoi Santi