AFORISMA

Meglio aggiungere vita ai giorni, che non giorni alla vita
(Rita Levi Montalcini)

Nostra Signora del Carmelo

Nostra Signora del Carmelo
colei che ci ha donato lo scapolare

mercoledì 14 febbraio 2024

IL FESTIVAL DI SABBIA di Padre MAURO ARMANINO

Il Festival di Sabbia

‘Grazie molte Mauro. Ho apprezzato tutta questa letteratura di sabbia. Dimmi … che penseresti tu di un Festival di Sabbia? Grazie e a presto, AKM’.  .. Confesso che l’idea dell’amico esperto in gestione e sviluppo rurale mi ha intrigato. Se etimologicamente la parola ‘festival’ aveva un connotato festivo è da tempo usata per giustificare l’assemblaggio di una vasta gamma di soggetti disparati. Festival musicali, cinematografici, di bellezza, arte, poesia, danza, scienza, filosofia, religione, sport e moda. Ammetto che non avevo mai pensato ad un ‘Festival di Sabbia’ inteso come improbabile celebrazione di questo elemento che caratterizza la vita, la storia e la politica del nostro tempo. D’altra parte, ciò che viviamo nel Sahel non è che un drammatico e affascinante Festival nel quale la sabbia appare come la protagonista ma non la sola.

Lei e, naturalmente, la polvere che di essa si nutre e propaga. In questa stagione cha da queste parti si chiama ‘Harmattan’, il vento del deserto che sposa la sabbia e da questo connubio nasce la polvere che il vento modella, trasporta distribuisce con superba equità nei vari Paesi del Sahel. Si può dunque affermare senza alcun dubbio che il Festival di Sabbia è inseparabile da quello della Polvere. Proprio lei che ricopre il vestito di Lawrence, originario della Liberia, cantante e chitarrista di classe ‘Reggae della Giamaica’. Dopo quindici anni di guerra civile nel suo Paese canta la pace e, già maturo di età, decide di raggiungere il Marocco e se possibile, passare il mare Mediterraneo un giorno. Arrivato a Niamey, complici le frontiere chiuse per le sanzioni decise dopo il colpo di stato nel Niger, si prende un tempo di meditare la sua vita.

 I soldi di Lawrence e la voglia di viaggiare sono entrambi finiti nella sabbia che, inutilmente, la ‘cintura verde’ della capitale e cioè gli alberi piantati come barriera, ha cercato di fermare. Ringrazia, passa più volte in ufficio e, in attesa di un non prossimo rimpatrio, si informa su spazi e luoghi dove poter esprimere il suo talento musicale. Il Festival di Sabbia risponderebbe alla sua attesa e solo mancano le condizioni per pubblicizzarlo quanto basta. A chi, invece, riesce bene l’evento menzionato, sono le scelte politiche dei tre Paesi dove i militari hanno preso il potere. Il Mali, il Burkina Faso e il Niger sono orchestrati da capi in uniforme kaki le cui immagini troneggiano, a tratti, su poster giganti nelle strade, sui giornali e circolano sui telefoni cellulari. Dopo aver estromesso le forze francesi dai territori citati, preso di mira gli accordi europei sul controllo delle frontiere e delle migrazioni, hanno imposto il ritiro dal consesso delle nazioni dell’Africa occidentale, chiamata familiarmente CEDEAO. Un Festival di parole e di velleità che la magia della ‘sovranità’ e la salvaguardia della Patria accendono d’immenso. Si rivela un autentico Festival di Polvere.

La stagione secca rima con venti che soffiano talvolta relativamente forti e per questo ‘fabbricano’ tutta la polvere che altera la qualità dell’aria e può favorire le malattie respiratorie come la tosse, mal di gola e influenze. L’organo maggiormente colpito dal fenomeno dalla polvere sono però gli occhi e dunque lo sguardo che si offusca e smarrisce una visione limpida e onesta della realtà. Attorno alle numerose rotonde che abbelliscono la capitale c’è almeno un agente della polizia nazionale che porta il mitra a tracolla, cosa inimmaginabile fino a un paio di mesi or sono.  Quanto alle citate frontiere, per non citare che quella con il Benin, sono diventate un mercato in piena regola nel quale militari, marinai, doganieri e agenti antidroga guadagnano come non mai prima. I numerosi viaggiatori che sfidano la chiusura prendendo la piroga sono discriminati a seconda della nazionalità di origine, i documenti in possesso e la mercanzia che trasportano. Ormai da sei mesi il Festival di Sabbia attraversa il fiume Niger in piroga senza darlo a vedere. 

Al momento la Democrazia come strumento politico di cambiamento per la quale molti hanno impegnato lotte, energie e talvolta la vita, sembra una realtà passata di attualità. Per fortuna arriva lei, la sabbia di polvere che il vento trascina, per l’unico Festival che davvero conti. Quello dei poveri che, come la sabbia, sono stati per troppo tempo calpestati e umiliati. Sono loro, di diritto, i primi protagonisti di un Festival che, come Lawrence scappato dal suo Paese per esportare la pace, cantano in silenzio la speranza di un popolo.

     Mauro Armanino, Niamey, febbraio 2024








Foto con P. Armanino, in acuni momenti della sua opera missionaria in Niger

lunedì 5 febbraio 2024

GEOGRAFIE DI SABBIA NEL SAHEL di Padre MAURO ARMANINO


                       Geografie di sabbia nel Sahel

Qui nessuno ne ha parlato. Il vertice Italia Africa era troppo lontano dalla situazione politica del Paese per sperare di lasciare qualche traccia. Il Niger, dal colpo di stato del passato luglio, è attualmente in ‘osservazione giuridica’ da parte della Comunità Internazionale. Numerose, al Vertice, le rappresentanze di Stati africani, organizzazioni e istituzioni finanziarie internazionali, banche per lo sviluppo e vertici dell’Unione Europea. Ancora più numerosi, però, gli assenti come ad esempio la società civile africana, le rappresentanze di migranti e soprattutto quell’Africa profonda che i capi di stato non rappresentano affatto, i poveri. L’ambiguità del Piano Mattei sta tutta nelle parole dell’attuale segretario generale dell’Unione Africana che rilevava l’esclusione dell’Africa al momento di proporre un ‘Piano’ che la riguarda. Quanto all’approccio ‘paritario, non predatorio e non caritatevole, con l’obiettivo di contribuire alla crescita dell’Africa’, per intenderlo basta ricordare gli accordi che l’Italia ha stipulato con la Tunisia e l’Albania.

Senza probabilmente saperlo Constantin arriva in ufficio proprio durante il Vertice in questione. Partito dal Camerun da qualche anno, ha viaggiato nel Mali, la Costa d’Avorio, la Guinea ed ha soggiornato in Gambia e nel Senegal. Seguendo improbabili tracciati ha finalmente raggiunto la Tunisia con l’idea di raggiunger il Paese che ha organizzato il Vertice col suo continente di origine. Ha lavorato come giornaliero per tre anni raccogliendo pomodori e, visto il clima intimidatorio creatosi nel Paese, dormiva sotto gli alberi di olivo. Messi assieme i soldi per i ‘passeurs’ ha tentato per tre volte il mare che ogni volta ha mostrato tutta la sua buona volontà sull’esito del viaggio. L’ultimo tentativo è stato però fatale perché le guardie costiere tunisine l’hanno preso, detenuto, spogliato dei suoi averi e poi abbandonato nel deserto contiguo a quello algerino. Era notte e i militari hanno semplicemente indicato ai migranti le luci che si vedevano brillare, lontano. Lui e i suoi amici hanno camminato di notte e sopravvissuto al deserto per quattro giorni.

 Raggiunta un’oasi di ristoro e di salvezza, nella prima città algerina dove in seguito soggiornano, sono avvicinati da alcuni militari. Vengono arrestati, accompagnati e poi detenuti in un centro di transito fino alla definitiva espulsione e deportazione nel deserto che finge separare l’Algeria dal Niger. Constantin, giunto a Niamey in camion, si registra presso l’Organizzazione Internazionale delle Migrazioni e con l’idea di tornare con chi rimane della famiglia che ha lasciato nel Camerun. Spera di arrivare in fretta nel suo Paese per raccontare ai figli, nel frattempo cresciuti con la madre, cosa significhi imparare a memoria la geografia scritta dalla sabbia nei suoi occhi. Lo stesso conta fare Julien, originario dello stesso Paese e sbarcato a Niamey, per noncuranza, dopo il Vertice di Roma. Quasi quarantenne ha lasciato il Camerun nel 2009 per raggiungere il suo futuro. Dopo sette anni, passati a lavorare ad Oran in Algeria si sposta a Casablanca nel Marocco. Per due volte tenta invano di raggiungere la Spagna via mare. 

Durante il secondo tentativo, nel 2017, la nave fa naufragio e almeno sette suoi amici perdono la vita. Decide allora di raggiungere la Tunisia per tentare il viaggio nell’ Italia del Piano Mattei per l’Africa. Troppo tardi si accorge dell’errore commesso per precipitazione. Tra il Marocco e la Tunisia si trova infatti l’Algeria che colleziona migranti e rifugiati per spedirli nel deserto che tutto copre. Julien, senza documenti, con le medicine scadute e la sua formazione in informatica, chiede di essere aiutato a tornare a casa. Dopo così tanti anni di assenza ritiene che al libro scritto di geografia della sua vita manchi l’ultimo capitolo.

                        Mauro Armanino, Niamey, 4 febbraio 2024

martedì 30 gennaio 2024

benedizioni dal Sahel di Padre MAURO ARMANINO

                                                         

Spesso abbiamo bisogno di Abbracci e di parole incoraggianti, per cacciare i timore e affrontare le immancabili avversità della vita. Ringrazio Padre Mauro, missionario a Niamey,  in Niger., coraggio per la salute! tutto andrà bene, Mauro che da tempo mi sta donando conforto.


 Benedizioni dal Sahel

Come tutto ciò che ci riguarda, anche le benedizioni, sono da noi di polvere, anzi polvere di vento. In questi giorni, a Niamey la capitale e dintorni, loro sono tornati. Il vento che porta la polvere del deserto che si raffredda la notte e il primo mattino. I pomeriggi assolati ma non eccessivamente perché siamo nella stagione dell’Harmattan, termine inglese adattato da lingue locali. Le benedizioni le porta il vento dove uno meno se le aspetta, nel Sahel imprevedibile per sua natura. 

Sono benedetti i bambini di Makalondi, cittadina ad un centinaio di kilometri dalla capitale. L’altro giorno sono andati a scuola e hanno trovato le scuole chiuse perché senza insegnanti. Essi sono stati minacciati di fare la stesse fine di un loro collega, rapito e ucciso da uomini armati che hanno affermato di conoscere le case di tutti gli insegnanti. Eppure, in questa città sono stazionati i militari che la notte trovano difficoltà ad assicurare protezione alle migliaia di cittadini sfollati della zona.

L’altra benedizione è accaduta ieri, venerdì, nel cimitero cristiano della capitale, attorno ad una croce di ferro piantata nel terreno. Sulla tavoletta di ferro saldata alla piccola croce c’è il nome di Godwin Monday, nigeriano. Nato di lunedì 46 anni or sono, è tornato alla terra promessa che ha cercato nel Benin, Etiopia, Kenia, Dubai degli Emirati Arabi Uniti e infine il Niger di Niamey dove il tumore che portava nel volto ha avuto ragione delle cure che stava seguendo. Dio avrebbe vinto.

Sono poi benedetti, clandestinamente o per meglio dire ‘illegalmente’, proprio loro, i migranti che del Sahel hanno esplorato le infinite possibilità di viaggiare. Il regime militare al potere dal colpo di stato del passato luglio ha deciso di abrogare la legge sulla migrazione, fatta ad immagine e somiglianza dell’Unione Europea. Detta legge, dal 2015, aveva scelto di ‘criminalizzare’ quanti collaboravano all’avventura migratoria per meglio negare i diritti dei migranti alla mobilità.

Non raramente detta benedizione arriva in ritardo. Nel Mediterraneo centrale i migranti morti in mare nel 2023 sono stati oltre 2.800 e nel deserto nessuno è potuto andare ad indagare perché tutto era militarizzato, specie le piste conosciute dagli autisti. Nel frattempo, l’italica repubblica convoca gli stati africani assicurando loro che, ispirandosi ad Enrico Mattei, inventore dell’ENI, il progetto di esternalizzare le detenzioni e i controlli dei migranti sarà sul modello italiano dell’Albania.

L’ultima benedizione nel Sahel, però, è naturalmente per la sabbia. Essa è del popolo la migliore metafora e immagine. Lei, la sabbia, è paziente, resistente, tace, geme, persiste, si adatta ai regimi che l’attraversano e tutto ricopre, alla fine, di una coltre che il tempo sedimenta. Com’è noto il cielo e la terra passeranno ma lei, la sabbia, resterà come unico testimone del popolo benedetto dal vento della speranza.

                                                     


                   Mauro Armanino, Niamey, 28 gennaio 2024


lunedì 29 gennaio 2024

Conferenze di P. Claudio TRUZZI- 12 STILE DEL CRISTIANO .B , ATTEGGIAMENTI COERENTI - 3 AMMINISTRATORE INFEDELE

 


 12 – STILE DEL CRISTIANO

b – ATTEGGIAMENTI COERENTI


3.  AMMINISTRATORE INFEDELE 

«Un uomo ricco aveva un amministratore, e questi fu accusato dinanzi a lui di aver dissipato i suoi beni. Il padrone lo chiamò e gli disse: “È vero quello che sento dire di te? Rendi conto della tua amministrazione, perché da questo momento non potrai più amministrare”. 

L'amministratore disse fra sé: “Che farò ora che il mio padrone mi toglie l'amministrazione? Zappare, non ho forza, medicare, mi vergogno. 

So io che cosa devo fare, affinché quando mi sarà tolta l'amministrazione, mi accolgano nelle loro case”. Chiamò uno ad uno quelli che avevano debiti con il suo padrone e disse al primo:“Tu quanto devi al mio padrone”. Quello rispose: “Cento barili d'olio”. Gli disse: “Prendi il tuo foglio, siediti e scrivi cinquanta”. Poi disse ad un altro:“E tu quanto devi?”. Quello rispose: “Cento misure di grano”. Gli disse: “Prendi il tuo foglio e scrivi ottanta”. 

Il padrone lodò quell'amministratore disonesto, perché aveva agito con scaltrezza. Infatti, i figli di questo mondo, nei loro rapporti con gli altri, sono più astuti dei figli della luce». (Luca 16,)

Si tratta, indubbiamente, di una parabola imbarazzante, persino scandalosa.

Un latifondista capta alcune voci circa l'irregolarità amministrative compiute da un suo fattore. 

Lo manda a chiamare. L'interessato non pensa neppure a discolparsi: i libri contabili gli danno torto. Il licenziamento risulta inevitabile.

Ciò di cui lui si preoccupa è del proprio futuro. 

L'unica maniera per cavarsela, dal momento che non saprebbe fare altri mestieri, consiste nel procurarsi degli amici.

Ed eccolo subito in azione. Convoca i debitori del suo padrone – probabilmente mercanti-grossisti – e riduce notevolmente l'ammontare del loro debito. Una riduzione del venti per cento per il grossista di grano, e del cinquanta per cento per quello dell'olio. In ogni caso, l'abbuono è di parecchi milioni.

Bella maniera di “sistemare” uno scandalo amministrativo! A una serie d'irregolarità si rimedia con altre irregolarità. Scoperta la truffa, si evitano le conseguenze spiacevoli con altre operazioni truffaldine.

E il tutto con la benedizione del padrone, il quale “lodò quell'amministratore disonesto, perché aveva agito con destrezza”. – Anzi, secondo certi studiosi, l'approvazione non sarebbe del padrone, ma del Signore! Ossia Gesù stesso ammira il comportamento del fattore infedele.

Per questo molti parlano di “scandalo”. Qualcuno definisce il racconto come “la più raccapricciante delle parabole”. Una vergogna, insomma. Non c'è più religione (!), dal momento che Dio stesso tiene il sacco ad un ladro.

– Cerchiamo di mantenere la calma.

L'approvazione del Signore va all'amministratore disonesto, certo. 

La lode, tuttavia, non riguarda la sua disonestà, bensì la scaltrezza di cui ha dato prova. 

Gesù non pronuncia un giudizio morale sulla condotta truffaldina. Ma apprezza l'intelligenza e l'intraprendenza del furfante.

Nell'interpretazione di una parabola [ormai lo sappiamo!], si deve evitare l'errore di trovare ad ogni costo un significato, un'applicazione pratica – o, peggio, un motivo edificante – in ogni particolare. Occorre cogliere il motivo dominante, la lezione di fondo, senza soffermarsi sugli elementi di contorno.

Ora, nel nostro caso, la lezione fondamentale non è quella dell'ingiustizia, ma della capacità di tirarsi fuori da una situazione critica. 

Il Signore ama le parsone che si danno da fare, che non si dimenticano di possedere un cervello, che ricorrono alle risorse della fantasia.

Qui, l'amministratore infedele trova un varco che gli permette di uscire dalla sua situazione attraverso una scoperta decisiva: la scoperta degli altri. 

Finora non si era accorto, praticamente, della loro esistenza; aveva pensato solo a sé, ai propri interessi. Adesso scopre la realtà dell'amicizia. Dispone ancora una volta ingiustamente della proprietà che deve amministrare, tuttavia non più per sé, ma a vantaggio degli altri. E la propria salvezza passa attraverso quest'apertura agli altri.

•   Mi sembra questa una lezione essenziale per la Chiesa. 

Essa non è padrona, bensì semplice amministratrice e dispensatrice dei tesori del suo Signore. 

La Chiesa non può vivere in un circuito chiuso, pensando alla propria sicurezza, ai propri diritti, al proprio prestigio. Deve “porre in circolazione” i beni del suo Padrone. Deve scoprire la propria identità nel suo “essere per” gli uomini.

La Chiesa non può trasformare la propria vocazione in autogestione o, peggio – in “auto-digestione”. Elezione non significa privilegio, ma servizio. 

I beni del Signore vengono “dissipati” quando sono tenuti per sé, chiusi, protetti, difesi. La colpa non sta nel dilapidare, ma nell'appropriarsi. Non nel dilapidare a vantaggio dell'umanità.

Chi può illudersi di saper amministrare fedelmente? 

Eppure, la vera, grossa infedeltà consiste nel non largheggiare, nel non distribuire a piene mani.

Ed è bello, è giusto, che la Chiesa – come l'amministratore che si dichiara incapace di maneggiare la zappa – non sappia, non possa, non debba fare “altri mestieri”. L'unico suo mestiere, l'unica sua specializzazione, infatti, è: perdonare, usare misericordia, compatire, comprendere, aprire, liberare.

•• La lezione riguarda anche ciascuno di noi.

Nessuno ha registri a posto. Per poco che Dio ci dia un'occhiata, c'è da tremare. I conti con Lui non tornano mai.

Ebbene, la parabola ci insegna a compiere “irregolarità”. Anche se in altra maniera.

Dio ama le “irregolarità” che vanno a vantaggio del prossimo.

Si tratta di minimizzare le colpe degli altri (e non di maggiorarle, come facciamo abitualmente), di ridurre i loro difetti, di cancellare le offese, di tirare una riga sopra i torti, di non ragionare in termini di diritti o ragione, ma in termini di amore. 

Le nostre mani ridiventano “pulite” quando le spalanchiamo nel gesto del dono, per regalare gioia, luce, speranza.

Col prossimo non sono consentite le misure “giuste”. L'unica misura consentita è la “dismisura”, l'eccesso. Allora il Signore tornerà a fidarsi di noi.

Certo, mancherà sempre qualcosa nei nostri conti: farli quadrare sarà praticamente impossibile. 

Lui, però, è soddisfatto ugualmente della nostra “cattiva amministrazione”. 

Perché, ciò che manca dovrà andarlo a cercare “altrove”, e non nel portafoglio. I suoi beni sono al sicuro nelle tasche degli altri, che sono poi i legittimi destinatari.

Allora, noi ci saremo fatti degli amici che parleranno bene di noi presso l'Amico.

……………………….

4.   PARABOLA DEL FICO STERILE (LA PAZIENZA DI DIO)

«Disse anche questa parabola: Un tale aveva un fico piantato nella vigna e venne a cercarvi frutti, ma non ne trovò. 

Allora disse al vignaiolo: – Ecco, son tre anni che vengo a cercare frutti su questo fico, ma non ne trovo. Taglialo. Perché deve sfruttare il terreno? –. 

Ma quegli rispose: – Padrone, lascialo ancora quest'anno, finché io gli zappi attorno e vi metta il concime e vedremo se porterà frutto per l'avvenire; se no, lo taglierai –» (Luca 13,6-9).

Potremmo disquisire a lungo sulla giustizia di Dio, ma non che sia una giustizia che non sappia attendere, così come sa attendere il cuore d’un Padre. 

Potremmo dire tante cose sulla pazienza di Dio, ma non che essa non sappia esigere ciò che è giusto e buono per ciascuno di noi, per essere dei veri figli.

Una pazienza, perciò, che è attesa del nostro impegno. 

Un'attesa che non perdona un disimpegno, ma lo rimuove, pena l'auto-condanna. Dio interviene, suscita una scelta continua.

Ogni intervallo di passività è messo sotto giudizio da Dio, che, se dilaziona la condanna, è per provocare una crisi e un risveglio. 

Pazientare non è perciò un guardare in silenzio l'oziare dei figli. È un dialogare continuo tra uno sguardo d'amore del Padre e lo sforzo di questi figli. 

Dio attende che il nostro aprire gli occhi e le orecchie agli inviti della coscienza, che sono poi i richiami di Dio stesso, diventi l'inizio di una ripresa di dialogo.

Essenziale è dare al Signore il permesso di entrare in azione, di creare cioè quel minimo indispensabile che dia via libera alla grazia di fare il resto.

Affinché un filo d'erba spunti è necessaria almeno una zolla; un seme può attecchire anche in una fessura di muro, purché trovi qualcosa in cui marcire.

L'esigenza di questo “minimo” – in confronto alla potenzialità e al miracolo dell'agire di Dio è sempre un minimo anche il nostro eventuale eroismo – è quanto basta per rendere possibile il dialogo tra Dio e noi.

La morte di ciascuno di noi (ci ricorda il Vangelo).

Ogni stagione ha il suo frutto squisito. Ogni pianta ha la sua stagione per maturare. La natura è varia e sempre interessante, sia nel suo apparire morta, sia nel suo rifiorire e rivivere a tempo opportuno. 

La natura è sempre obbediente alla legge di Dio. Per questo ci affascina. Se non si riesce più ad assaporare la dolcezza di un frutto, colpa sarà sempre dell'uomo che ha intaccato con il suo egoismo di pietra anche le bellezze più innocenti di questo mondo.

Più che lo scatenarsi di una tempesta, la natura paventa l'imprevidenza e la noncuranza dell'essere più intelligente, che s'accorge troppo tardi del danno che può procurare ogni forma di violazione dell'armonia nel creato.

Se tutto il mondo è una parabola, tutto va giudicato e letto come un messaggio della bontà e della giustizia di Dio. Perché chiudere gli occhi? Perché non sentire?

Se un albero abbattuto da una raffica di vento può impressionare, che dire d’un'anima sconvolta da una tragedia, d’una coscienza tradita nella sua più profonda bellezza interiore?

Se il sussultare della terra – mai esente da una responsabilità umana – può terrificare e farci gridare contro il Cielo, che dire allora quando l'uomo imbestialisce a tal punto da ridurre tutto a odio, vendetta, sangue, depravazione morale?

Quando Cristo è morto sulla croce, anche la natura ha pianto. Ma l'uomo, dov'era?

Quando certe piante secche della nostra società – cioè coloro che riduciamo tali con la nostra indifferenza –, non ci impressionano più nella loro dignità emarginata, ma ci danno fastidio perché rovinano il bel panorama del nostro egoismo –, non è forse segno che siamo diventati noi delle piante aride e prive di frutti, mentre Dio ha già scelto dove far scaturire il seme di speranza per un mondo nuovo?

O Gesù, 

mi piace identificarti in quel saggio vignaiolo, 

che chiede tempo all'impazienza del padrone della vigna. 

Non che Tuo Padre sia solo giusto, senza cuore! 

Forse perché senza un tale Figlio 

il volto di Dio sarebbe stato diverso. 

Non è concepibile un Padre senza Te, Figlio! 

Lo Spirito Santo non è forse questa reciproca esigenza? 

Ed è proprio questo Spirito a rinnovare la faccia di questo mondo. 

Dove c'è Spirito, 

c'è vita, c'è il rifiorire dell'uomo, il suo camminare a maturazione. 

O Gesù, ho sempre nel cuore 

quella frase che hai rivolto alle donne di Gerusalemme, sulla via della croce:

«Perché, se trattano così il legno verde, che avverrà del legno secco?». 

Se Tu, o Cristo, il legno verde, 

il frutto benedetto dello Spirito e del sì d’una Vergine ebrea, 

hai percorso la strada del sacrificio supremo, 

perché noi, legni secchi, alberi ricchi di sole foglie, 

ci crediamo dispensati 

dal duro impegno di rinascere continuamente a vita nuova, 

facendo del nostro indispensabile sì allo Spirito di Dio 

un'adesione verginale, 

una testimonianza di povertà, una fede operosa? 

Tu dilazioni la pazienza del Padre in un'attesa d'amore; 

ma non togli il nostro impegno di dissodare il terreno, 

per dare più vitalità alla pianta della nostra vita.

Proprio perché Tu sei paziente, 

noi dovremmo a maggior ragione assumerci più responsabilità, 

corrispondere al Tuo amore in attesa con più impegno, 

come il figliol prodigo ritornato a casa dal padre, 

la cui pazienza d'amore 

è sempre rimasta presente 

nel cuore del figlio, pur lontano. Don Giorgio De Capitani (Messaggero)




 


venerdì 26 gennaio 2024

Mons. de Brésillac, Vescovo Missionario e Fondatore della società delle Missioni Africane

Mons.Melchior de Brésillac Vescovo missionario Fondatore della Società delle missioni Africane SMA





Mons. de Brésillac, a 160 anni dalla morte

 25 giugno è un giorno di memoria per la SMA: si fa ricordo della morte del Fondatore della SMA, Mons. Melchior de Marion Brésillac, avvenuta 160 anni fa.

Era stato nominato dal Vaticano Vicario Apostolico di Sierra Lione il 21 marzo 1858. Il 3 Novembre 1858 partono i primi missionari per Freetown. Il 10 marzo 1859 parte anche Mons. de Brésillac con due confratelli, un sacerdote e un fratello.

Dopo varie tappe giungono a Freetown il 14 maggio. Durante un’epidemia di febbre gialla i missionari si prestano per alleviare le sofferenze di chi ne è contagiato. Infine loro pure si ammalano.

Il 2 giugno, festa dell’Ascensione, muore padre Riocreux. Il 5 giugno, muore padre Bresson.

Anche Mons. de Brésillac è colpito dall’epidemia.

Il 18 giugno muore il fratello Monnoyeur. Il fratello Reynaud Mpmsè imbarcato su una nave perché rientri in Francia.

Le condizione di Mons. de Brésillac peggiorano. Muore il 25 giugno1859, all’età di 46 anni.

Così racconta la sua morte un testimone, il commerciante francese Brémond,: “Levò gli occhi al cielo e disse con un’espressione che non dimenticherò mai: ‘La fede, la speranza e la ca…’. Completai io stesso dicendo: ‘E la carità!’. Grazie, mi disse, molto debolmente. Si spense alle 13,20, in una calma perfetta, ma dopo aver avuto una terribile agonia di circa mezz’ora”.

L’indomani, il suo funerale si svolge alla presenza di tutte le autorità, dei notabili, senza distinzione di religione, e di molta gente. Gli abitanti di Freetown, afferma ancora il sig. Brémond, “accompagnarono alla sua ultima dimora il nostro povero vescovo che aveva saputo, in così poco tempo, attirarsi il rispetto di tutti”.

Dal suo sacrificio è nata la Società delle Missioni Africane.

 Guarda il video e leggi la biografia di Mons. de Brésillac 

Nelle foto: pellegrinaggio SMA a Freetown, al monumento in memoria di de Brésillac





giovedì 25 gennaio 2024

Le père Hans Joachim Lohre, missionnaire d'Afrique, a été libéré en novembre 2023 documento inviato da P. MAURO ARMANINO


IL PADRE  MISSIONARIO TEDESCO RAPITO DA UN GRUPPO ARMATO IN MALI LIBERATO E0 STATO LIBERATO A NOVEMBRE 2O23

Le père Hans Joachim Lohre, missionnaire d'Afrique, a été libéré en novembre 2023. Il avait été enlevé à Bamako par un groupe armé puis retenu en otage par le Jnim, le Groupe de soutien à l'Islam et aux musulmans, lié à al-Qaïda. Il revient pour Aleteia sur les conditions de sa libération. 
Le 22 novembre 2022, le missionnaire allemand Hans-Joachim Lohre était enlevé par des djihadistes alors qu’il s’apprêtait à célébrer la messe à Bamako, au Mali. Sur le lieu du rapt, ses paroissiens ne trouveront que la croix du père blanc, qui restera prisonnier dans le Sahel pendant 370 jours, « accompagné par le Seigneur et votre prière ». À Rome, lors de la première conférence organisée depuis sa libération, le prêtre s’est confié sur ce qu’il affirme avoir vécu comme un « temps sabbatique » tourné vers l’oraison et la contemplation.
« Une voiture est arrivée ‘full speed‘. Je me suis dit que c’était un peu tôt pour la messe. Un homme est sorti et m’a dit : ‘mon père, vous êtes en état d’arrestation' ». Il est sept heures trente, jour de la fête du Christ-Roi, quand le père « Ha-Jo » – prononcer « Ayo » – se fait enlever. On le menotte, lui met une cagoule sur la tête, et le charge à l’arrière d’une voiture. Un ravisseur lui déclare : « N’ayez pas peur, nous on ne va rien vous faire, on est des bons, on vient d’Al Qaïda ».
Sa bible et son chapelet brûlés
Après des heures de route, on le débarrasse de toutes ses affaires – notamment des habits et du matériel liturgiques, de sa bible et de son chapelet. Tout lui est enlevé, sauf un T-shirt sur lequel était écrit « I love my king« , un signe pour lui, en cette solennité du Christ-Roi. « Ils ont tout brûlé, (…) mais ils ne peuvent pas prendre ma foi », comprend-il alors.
Quand il était jeune, le père Ha-Jo se destinait à devenir agent pastoral et à fonder une famille, chez lui en Allemagne, mais s’est senti appelé irrésistiblement à rejoindre les pères blancs après une rencontre dans son diocèse. Envoyé au Mali pour la première fois il y a quarante ans, il y a passé vingt-huit ans, un travail de longue haleine, notamment dans le domaine du dialogue interreligieux, qui l’avait cependant fatigué, au point qu’il demande à ses supérieurs, quelque temps avant son enlèvement, une année sabbatique.
Remettre le jour de sa libération à Dieu.
« Quand j’ai été enlevé, je me suis dit que je commençais mon temps sabbatique : plus de rendez-vous, plus de travaux, plus de conférences à organiser, pas de stress… et beaucoup de temps pour prier », déclare-t-il avec humour. Il sait que les prêtres otages sont généralement enlevés pendant quatre ans avant d’être libérés, et n’envisage alors pas sa libération au bout d’un an, un record et « un miracle » selon lui.
Il pense aussi à sa lecture des travaux du psychiatre autrichien Viktor Frankl sur les prisonniers du camp d’Auschwitz, dans lequel le professeur explique que les survivants « ont haï ou qui se sont résignés », mais ceux « qui ont donné un sens à ce non-sens ». Il décide alors de « remettre le jour de sa libération à Dieu », prenant comme horizon cette parole de la Genèse, prononcée par Joseph en secourant ses frères, eux qui l’avaient pourtant livré auparavant : « Vous aviez médité de me faire du mal : Dieu l’a changé en bien ». Le père Lohre n’a plus de bible, mais il a la chance d’en connaître de nombreux extraits par cœur pour l’accompagner dans son épreuve.
Alors qu’on l’emmène dans un camp de brousse du Sahel, le missionnaire apprend qu’il a été enlevé en raison de la présence de militaires allemands qui aident l’armée malienne à Garo. Quelques jours plus tard, on l’emmène dans un autre camp, où vivent d’autres djihadistes « très religieux », qui tentent de le convertir en lui expliquant vouloir construire une société respectant la Charia, « sans débauche et sans alcool ». « Je ne leur donne pas raison, mais j’ai admiré leur sincérité », reconnaît le prêtre, qui leur répond et défend sa foi, sans jamais être inquiété ni brutalisé.
Ecouter la messe de Noël et suivre les JMJ malgré sa captivité
On lui donne à manger suffisamment, notamment du pain dont il prend soin de conserver un morceau pour la messe, et une radio avec laquelle il peut écouter les stations locales, mais aussi souvent les émissions anglophones et francophones de Radio Vatican. Il raconte avoir pu ainsi entendre la messe du pape François au Vatican le jour de Noël : « J’étais aux anges ». Il pourra aussi suivre tous les grands événements catholiques de l’année : les JMJ à Lisbonne, le Synode… Mais son plus grand bonheur viendra quand il capte sur les ondes une radio malienne qui affirme que des musulmans et des chrétiens prient ensemble pour sa libération. « Je ne me suis jamais senti plus missionnaire qu’à ce moment-là », confie-t-il avec émotion.
À la fin du mois de décembre, on l’emmène dans le désert où il est confié à des Touaregs. Il souffre un peu du froid la nuit, malgré le don d’un manteau de cachemire par un de ses geôliers, mais commence alors pour lui une « vraie retraite de prière ». Il passe « vingt deux heures sur vingt quatre » allongé sous une bâche, et ne peut se dégourdir les jambes sur un parcours délimité par ses gardes. Plus tard, on l’emmène dans une région montagneuse. Il y retrouve d’autres otages. Pendant toute cette période, il est nourri, soigné… et peut se consacrer à prier entièrement.
Il célèbre une messe de 2h chaque jour
Sa journée type : tout d’abord une messe de plus de deux heures. Cette célébration, il la commençait par l’invocation des saints du jour, ainsi que de trois saints qui l’accompagnent pendant toute sa captivité : sainte Bakhita, qui connut le rapt comme lui et parvint à accorder son pardon à ses ravisseurs, saint Charles de Foucauld, apôtre des Touaregs, et son saint patron Jean-Baptiste. Puis il continuait avec l’ordinaire, avant de réciter de tête les évangiles, puis de prêcher. « Je m’imaginais dans une des communautés de Bamako ». Ensuite, il consacrait un temps d’intentions de prière d’une demi-heure, confiant tout ce qu’il entendait à la radio, ainsi que pour ses « frères Maliens ». De tête, il récitait ensuite l’offrande, et la prière eucharistique. Il peut consacrer le pain qu’il garde pour cette occasion, et un « vin imaginaire », ses geôliers lui refusant de lui en donner. « Ce n’est peut-être pas valide, mais pour moi, c’était la vraie messe », affirme-t-il.
À midi, le père Ha-Jo récitait le chapelet, puis, dans l’après-midi, consacrait deux heures à la méditation contemplative. Il a confié avoir prié en particulier pour que « ceux qui sont dans l’angoisse » à cause de son enlèvement reçoivent un peu de la sérénité qu’il avait trouvé dans sa captivité.
Finalement, on lui annonce qu’il va être libéré, ce qui arrive le 26 novembre 2023. Aujourd’hui au repos en attente d’une nouvelle mission – qui ne sera pas au Mali, ce qui le désole – le père Lohre se dit heureux d’avoir pu revoir sa mère de 92 ans, qui était hospitalisée au moment de son rapt. Et remercie tous ceux qui l’ont soutenu : « Ce que je suis maintenant, je le suis grâce à vos prières ».
aleteia

martedì 23 gennaio 2024

IMPOSTORI DI SABBIA di PADRE MAURO ARMANINO




Impostori di sabbia

Eppure, il cambiamento era dietro l’angolo. Il mondo vecchio stava scomparendo e bastava una spallata per buttarlo giù. Erano gli anni operai delle assemblee, delle 150 ore retribuite in fabbrica per la licenza media e il testo faro di don Milani ‘Lettera a una professoressa’. Il terrorismo e le manipolazioni della sedicente rivoluzione proletaria. Il sospetto, col tempo, che tutto fosse giocato d’avanzo e che l’italico Paese, colonia degli Stati Uniti Vaticani, divenne preda scelta di manovre eversive delle stragi che avrebbero insanguinato banche, piazze, treni e stazioni. Credavamo che il cambiamento fosse una questione di stagioni.

Lo stesso accade da questa parte del mondo che si suole chiamare Sahel. Una spallata al mondo antico, nato, nutrito e perpetuato dal neocolonialismo, espressione della globalizzazione del mondo come mercato unico. I militari, non casualmente, hanno preso il potere con colpi di stato in vari Paesi dell’Africa Occidentale, Centrale e altrove, spesso. Alcuni si sono camuffati da civili per perpetuarsi. Promettono pure loro un mondo nuovo, liberato da corrotti, faccendieri, venduti agli stranieri e dunque traditori della patria. Finalmente sono arrivati i buoni, i giusti e i giustizieri perché il mondo nuovo era dietro l’angolo.

Finché, in pieno processo di cambiamento o forse ancora fin dall’inizio, sono arrivati loro, gli impostori. Essi sono coloro che si ‘avvantaggiano con l’abituale ricorso alla falsità e alla menzogna’. Questo ed altra recita la definizione di questa parola così evocativa. Le imposture non datano d’oggi e nella storia recente di questo spazio dell’Africa Occidentale si chiamavano colonialismo. Un’impostura ammantata di una vernice di civilizzazione al sapore universale che doveva mettere in rilievo il ‘fardello dell’uomo bianco’, prototipo dell’umano da esportare ovunque. Venne poi l’indipendenza che apparve come l’unica verità della storia.

L’impostura è un ‘vistoso apparato di falsità e di menzogne, un raggiro ’, secondo il dizionario consultato per la circostanza. Si è creata il suo spazio e ha preso in prestito l’idea e le possibilità della democrazia. Quest’ultima, spesso orientata e manipolata, non poteva che condurre allo sfacelo che la comunità internazionale e le sue istituzioni economiche classiche hanno concertato. I piani di aggiustamento strutturale degli anni ’80 hanno costituito l’applicazione dell’impostura del sistema volta a normalizzare i recalcitranti per metterli alla scuola del capitalismo totale.

Quest’ultimo è la grande ‘trasformazione’ che regge buona parte del mondo da alcuni secoli ma in particolare da quando, come ben ricorda lo storico e sociologo Karl Polanyi, l’economia si è slegata dalla società. Per rapporti di forza asimmetrici, l’ha poi messa a suo servizio. Da allora l’economia, ha trasformato le relazioni sociali, i sistemi di produzione e, appunto, imposto il mercato come unico pretesto della storia. L’impostura continua e si perpetua grazie ad un uso sempre più consistente di impostori che, con l’abituale ricorso alla menzogna, convincono.

Qui da noi, per fortuna, per scelta o per disegno divino, gli impostori sono di sabbia. Appartengono cioè all’universo che costituisce l’orizzonte del nostro mondo. Arriviamo dalla sabbia, nella sabbia viviamo e cresciamo e, prima o poi, dalla sabbia saremo accolti. Proprio quanto accade con le imposture, anch’esse condizionate dalla sabbia e che vengono, malgrado loro, smascherate dal vento. Un vento che il potere non riesce a fermare e che, con caparbia determinazione, smaschera col tempo come alleato, gli impostori che pensano di creare un mondo nuovo con false promesse.


                      Mauro Armanino, Niamey, 21 gennaio 2024

Karl Paul Polanyi è stato uno storico, antropologo, economista e per un breve periodo politico ungherese. È noto per la sua critica della società di mercato espressa nel suo lavoro principale, La grande trasformazione


BENVENUTO|

Il Paradiso non può attendere: dobbiamo già cercare il nostro Cielo qui sulla terra! Questo blog tratterà di argomenti spirituali e testimonianze, con uno sguardo rivolto al Carmelo ed ai suoi Santi