Apocalissi leggere nel quotidiano
Introduzione
Gli alberi fioriscono perché non possono parlare (Franco Arminio)
Tracce apocalittiche
Sono le sconfitte che ci salvano e sono le debolezze che ci aprono all’inedito di un futuro fuori da ogni schema o programmazione. Le ferite della guerra, del dolore, della malattia, dei tradimenti propri e altrui, individuali e collettive, proprio perché come ‘solchi’, consentono di seminare opportunità rinnovate, autentiche ri-creazioni che dalla debolezza fanno germogliare la novità. Non si spiegherebbe, infatti, come malgrado tutte le drammatiche vicende della storia umana si apra il cammino, tortuoso ma reale, verso un altrove che di fatto tradisce la nefasta eredità di ciò lo ha preceduto.
Non è una legge codificata e scritta nella natura o nel destino umano. Nondimeno meraviglia come da sconfitte talvolta indelebili possano scaturire speranze e indicazioni per sentieri non battuti. Potremmo parlare di un destino forse teologico nel senso ampio del termine. L’apparizione di un miracolo che proprio dalla debolezza e dalle ferite, insinua un’insurrezione già avvenuta. Da questo punto di vista ogni umana ferita è anche una ferita ‘divina’. Proprio per questo l’apocalisse come rivelazione e opacità, trova il suo senso e la sua precaria consistenza. Nessuna sofferenza o sconfitta umana andrà perduta perché le ferite sono come ‘crepe’ scavate nei muri di cinta. Esse, nelle fortezze della vita umana, consentono di far passare, clandestinamente, la luce
Non c’è più filosofia o teologia possibile dopo Auschwitz o Hiroshima/Nagasaki...ma solo la divina debolezza che, con umiltà, tocca e identifica la sconfitta umana con la propria. Il sepolcro, i cimiteri non sono l’ultima ma la penultima parola scritta della storia. Essa va avanti, in modo discontinuo e ‘irregolare’ in modo che dalle ferite possano nascere e crescere fragili ed eterne novità.
Sostare sulle frontiere
...’Per di più, tra noi e voi è stato fissato un grande abisso: coloro che di qui vogliono passare da voi, non possono, nè di lì possono giungere fino a noi’... ( Lc 16, 26)
Abitare le frontiere è un’esperienza unica e accorgersi di essere abitati da frontiere è un’apocalisse, una rivelazione. Le frontiere sono variegate e sono fatte di parole, di carta, di sabbia, di pietra, d’acqua, armate, metalliche o elettroniche. Si trasformano in muri oppure magicamente in sorgenti di futuro e, nel migliore dei casi, in ponti. In ogni caso sono inaggirabili perché nasciamo, cresciamo e moriamo con esse e in esse. Le frontiere ci fanno e noi facciamo le frontiere. Luogo di passaggio e anche di soggiorno ma soprattutto luogo sul quale sostare ma non a lungo. Le frontiere sono mobili. Inventare, costruite, reali, pericolose, opportunità di salvezza e al contempo griglia di lettura, includente o escludente, dell’alterità.
Le frontiere possono essere talvolta mortali e di fatto lo sono, in particolare per i poveri o e per coloro che si avventurano oltre le ‘Colonne d’Ercole’ che l’Occidente ha perpetuato da allora. Nel mare, nel deserto, nei campi di detenzione, nei luoghi ibridi dove nè legge nè diritto assicurano la dignità inerente ad ogni persona in qualunque stato o situazione essa sia. Cimiteri senza nome e al contempo strada maestra per un futuro differente, le frontiere rappresentano e rivelano meccanismi di potere, rapporti di forza e sono a volte occasione di dialogo. Ma la grande frontiera è l’abisso!
Visibilissima e al contempo invisibile perchè ‘naturalizzata’, la frontiera che divide il mondo in tanti mondi si è approfondita, scavata, fino, appunto, a prendere la forma di un abisso. Si trovano dei ‘sud’ nel NORD e dei ‘nord’ nel SUD, questo è certo e risaputo. Nondimeno la linea di faglia tra Nord e Sud è ben reale. Opera e utilizza le frontiere come mezzo e strumento di controllo sociale, economico e politico. Si passa da una all’altra ma a caro prezzo. Da questa prospettiva la frontiera rivela, alla maniera di un’apocalisse, come funziona il mondo, l’economia, la politica, le relazioni umane e la messa in pratica di ciò che si chiama ‘mobilità’. Diritto riconosciuto come tra i fondamentali nella Dichiarazione Universale primigenia e purtroppo non applicato da buona parte dei Paesi che compongono le Nazioni Unite.
I migranti, nella loro ragionevole follia sono coloro che meglio hanno saputo interpretare le frontiere e la loro messa in relazione con la storia della mobilità e povertà. Essi, infatti sono una frontiera vivente che cammina, naviga, vola, sogna e spera. Portano in loro stessi la loro frontiera, fatta di carne, di sangue, di fatica, di sudore e di paura convertita in speranza o disperazione a seconda del viaggio e soprattutto della destinazione dello stesso. Portatori di qualcosa di unico e irripetibile. L’avvento di un mondo differente nel quale le frontiere servano a credere che il grande abisso si converta, un giorno, in tanti ponti o porti nei quali approdare accolti da una moltitudine in festa.
Nei volti sta scritto
Il futuro, forse, può essere ascoltato, non previsto ( Russel Jacob)
Sono i volti, prima incurvati e sottomessi dalle tante schiavitù, conseguenze delle idolatrie, che si risollevano, perché la liberazione non è lontana. Il volto, ogni volto, è un’epifania, una rivelazione e dunque un’apocalisse leggera dell’infinito nel tempo e nello sguardo. Tra le maschere e i volti ci sta tutta la differenza che esiste tra la nudità che si offre all’altro e la fuga di chi si nasconde dallo sguardo alieno. I volti sono una delle espressioni più marcanti della nostra vulnerabilità perché, in qualche modo, ci si dà ‘in pasto’ agli occhi e alla percezione dell’altro. Si rischia la profanazione o la lettura ambigua di ciò che non si è e che, comunque, appare, disponibile persino al naufragio. Il volto rivela e nasconde perché l’opacità appartiene di diritto ad ognuno. Non tutto dev’essere visibile, misurabile e controllabile. Occorre la saggezza e l’umiltà di rieducarsi ad accogliere il limite.
Volti nuovi dei bambini, volti adulti e volti scolpiti dal tempo e dunque ricchi di cicatrici, rughe e pezzi di vita attaccati ad impercettibili segni che solo l’attenzione e il rispetto permettono di interpretare. Il sorriso, la preoccupazione, il pianto e il dolore che, con la gioia, trovano nel volto uno spazio unico e definitivo per ri-velarsi o meglio s-velarsi. Sui volti sta scritta la vita, quella passata, presente e soprattutto quella futura. Nella società dello ‘spettacolo’, dove i volti, specie femminili, sono offerti e svenduti ad ogni tipo e qualità di sguardo.Forse la cosa migliore sarebbe quella di ‘velare’ il volto o almeno una parte di questo, in modo da riscoprirne la funzione che è quella di introdurci al mistero. Così come il venerdì santo con le croci.
Il volto, infatti, non è che l’atrio del mistero, lo spazio tra il mondo esterno e l’interiorità del sacro. Ecco perché, specie nel femminile, quando il volto è ‘commercializzato’ e manipolato si opera una profanazione.
Nei poveri si rivela la storia
Dove non entra il povero Dio non entra/ Possono dire quello che vogliono/Possono fare statue d’oro/ ma Dio non entra mai dalla porta dove non entra il povero (Arturo Paoli)
Una delle più rivoltanti (o consolanti) apocalissi, ci ricorda il brano, accade quando il mistero si nasconde ad alcuni e si svela ad altri. Per Arturo Paoli sono i poveri di ieri e quelli di tutti i tempi, soprattutto coloro che non sanno di esserlo. Probabilmente non si porta fino alle ultime conseguenze l’affermazione sottesa alla citazione. Vi troviamo in effetti una delle chiavi di lettura della storia più contundenti che mai siano state offerte. I privilegiati non sono quelli che ci si aspetta di trovare sul palcoscenico della storia : i potenti e coloro i cui nomi sono scritti sui monumenti, sulle piazze e nei libri di testo.
I sapienti e i saggi, alla maniera del sistema di dominazione attuale, saranno spazzati via da ogni possibile apocalisse e dunque da ogni memoria. Coloro che, invece, sono stati considerati come ‘invisibili’, inutile zavorra nel cammino delle idee e della mondializzazione illuminata, costituiscono l’autentica realtà. Ad essi e a quanti loro assomigliano appartiene la risurrezione e dunque la chiave della saggezza delle umane avventure. I piccoli, i poveri sono una fragile e leggera apocalisse permanente perché, in un modo misterioso, in essi si cela, nascosto ed evidente, il segreto del senso e del cammino della storia. Fossimo conseguenti dovremmo imparare a riformulare la nostra storia, personale e collettiva dal rovescio del mondo o dai ‘sotterranei’ della storia.
Ci hanno provato in tanti, eretici, santi e rivoluzionari che poi hanno fondamentalmente la stessa prospettiva esistenziale. Messi al rogo oppure accettati e normalizzati dall’istituzione, creata per perennizare l’eventuale carisma espungendone la carica di esplosività. Ci hanno provato, da millenni, le donne di ogni età e stato sociale. Ci ha provato una persona che poi si è cercato di incorniciare trasformandola in una sorta di subalterna divinità. Maria, la madre di Cristo che, secondo l’evangelista Luca, sostiene che ‘ il Signore ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore, ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili, ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato i ricchi a mani vuote’. (Lc 1, 51- 53)
Nell’ora della morte
L'amore non muore mai di morte naturale. Muore perché noi non sappiamo come rifornire la sua sorgente. Muore di cecità e di errori e tradimenti. Muore di malattia e di ferite, muore di stanchezza, per logorio o per opacità. (Anais Nin)
A ben vedere la storia del mondo non è solo quella delle lotte di classe, come il noto ‘Manifesto’ di Marx e Engels evidenziavano. La storia del mondo è anche e forse soprattutto quella dei ‘cimiteri’, dove si custodiscono per un certo tempo le ossa inaridite di tutte le morti che accompagnano l’umano transito. Nella vita di una persona, marcata dal mistero della morte, ci sono tante morti. Stagionali, quotidiane, imprevedibili oppure già note, le morti stanno come cani fedeli al capezzale della vita. Di fatto la morte è l’Apocalisse quasi definitiva perché lì, nell’agonia, si svela quanto di più profondo giace sedimentato nell’animo umano. Progetti, viaggi, lotte e sconfitte trovano in quel momento, in quell’ora, la definitiva rivelazione. Ricordati, uomo (Adam) che sei polvere e in polvere tornerai, si dice per le ceneri di mercoledì.
Il vescovo argentino Henrique Angelelli, assassinato per il suo impegno coi poveri, scriveva che l’uomo non è che fango che cerca la vita, una mescolanza di terra e di cielo. Proprio queste due dimensioni della vita appaiono in piena luce ‘nell’ora della morte’, il mistero dei misteri che, rimasto nell’ombra per tutta la vita, insorge nel momento più tragico. Accade in quello spazio liminale che da sempre sfugge al ‘controllo’ umano ed è marcato dalla fragilità e dalla verità. Le due camminano assieme perché è nella fragilità che più forte si manifesta la verità della creaturalità dell’essere umano. Nessuno si è dato la vita o ha scelto di venire a questo mondo. C’è stata una chiamata, un appello o una condanna per certuni, al mistero della vita. La verità di una sottrazione oppure di una porta che si apre alla pienezza inedita o solo sospettata che per i credenti prende il nome impronunciabile di Dio.
Nostra sorella morte, cantava san Francesco ferito dalle stigmate e forse dall’abbandono che sempre diventa una costante nella relazione col divino. La morte come porta o come riva apre, per chi assume la vita come dono, ad una definitività che non la rende meno dura ma insinua la parvenza di un senso. In questo modo supera ogni umana disperazione. La morte si infiltra, clandestina o accettata, nel correre o camminare della vita e i tentativi di ‘addomesticarla’ si traducono nelle simbologie o strategie che ogni cultura inventa. Il peggior servizio che si possa rendere alle nuove generazioni sarebbe proprio quello di mutilarne l’esistenza, l’effettività e la portata. Educarsi ad assumerla come parte, drammatica, della vita, dovrebbe essere uno dei compiti delle culture e delle religioni che meritano questo nome.
Utopia come profezia
...’E vidi un cielo nuovo e una terra nuova: il cielo e la terra di prima, infatti, erano scomparsi e il mare non c’era più’... (Ap 21, 1)
L’utopia si coniuga con l’apocalittica e insieme offrono al mondo e alla storia l’unica lettura che possa offrire un’alternativa radicale alla banalità del quotidiano. Le apocalissi come utopie insinuano frammenti di una visione radicalmente alternativa a miti e immaginari ortodossi dell’umano intendere. Chiamiamo profezia l’umanizzazione divina delle relazioni umane e una nuova direzione della storia.
Essa appare scritta, finora, dai forti e dai potenti di turno, dai padroni e da coloro che adesso hanno le chiavi del potere sulla vita e il destino degli altri. Il loro nome corre veloce e appaiono ai più come invincibili, immortali, eterni. Cadranno come statue dai piedi di argilla. L’utopia come profezia afferma che la storia si fa dal basso, dalla mitezza e dall’umiltà consapevole dell’unica insurrezione per la quale vale la pena di dare la vita. Questa visone dell’esistenza è espressa nel vangelo di Matteo al capitolo 5, con la parola ‘beati’ e cioè felici, realizzati in pienezza. Solo appartiene a coloro che di fatto sono considerati i perdenti della storia. Tracce di questo nuovo mondo si hanno quando, per un attimo, si squarcia la polvere e la cecità che copriva il reale e appare in piena luce la saggia follia dei martiri. Si tratta dei testimoni che incarnano, con il sacrificio di loro corpo, ciò per cui la vita è degna di essere vissuta. Offrono un fragile segno che fa apparire, per un istante, come il mondo potrebbe essere per ricrearlo, nuovo, ogni giorno.
Mauro Armanino, Casarza Ligure, fine agosto 2026
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