AFORISMA

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(Rita Levi Montalcini)

Nostra Signora del Carmelo

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domenica 19 aprile 2026

ADDOMESTICARE LE FRONTIERE di Padre MAURO ARMANINO

                     Addomesticare le frontiere

Il Preambolo alla Costituzione dell’UNESCO ((United Nations Educational, Scientific and Cultural Organization) dichiara che ‘Poiché le guerre hanno origine nello spirito degli uomini è nello spirito degli uomini che si debbono innalzare le difese della pace’… e lo scopo dell’Organizzazione è di ‘contribuire alla pace e la sicurezza attraverso... l’educazione, la scienza e la cultura per un maggiore rispetto universale della giustizia, della legge, dei diritti umani e delle libertà fondamentali che sono affermate per tutti i popoli del mondo senza distinzione di razza, sesso, lingua o religione dalla Carta delle Nazioni Unite’.

Siamo nel novembre del 1945. Qualche giorno dopo la nascita ufficiale dell’Organizzazione delle Nazioni Unite, il 24 ottobre. L’anno successivo, il 4 novembre 1946, entrò in vigore la Costituzione dell’UNESCO, a seguito della ratifica di ulteriori 20 paesi.

                         Addomesticare 

 Nel preambolo citato provassimo a sostituire la parola ‘guerre’ con quella di ‘frontiere’ potremmo facilmente identificare da dove esse nascono e anche come ‘addomesticarle’.  Potremmo anche usare il suggestivo colloquio del Piccolo Principe di Antoine de Saint- Exupery:

... ‘No’, disse il piccolo principe. ‘ Cerco degli amici. Che cosa vuol dire addomesticare?’
‘ È una cosa da molto dimenticata. Vuol dire creare dei legami’…

‘ Creare dei legami?’. ‘Certo’, disse la volpe. Se tu mi addomestichi, noi avremo bisogno uno dell’altro. Tu sarai per me unico al mondo, e io sarò per te unica al mondo.’

Parafrasando si potrebbe osare dire che ... come le guerre così le frontiere hanno origine nello spirito degli umani ed è nello spirito che anch’esse potranno, un giorno, sperare di essere trasformate.

                                        La pelle

Forse lo dimentichiamo. Ma è proprio lei, la pelle, a costituire la frontiera primordiale tra noi e il mondo. Superficie naturale che ci definisce fin dalla concezione e si offre senza riserve come elemento che individualizza e unisce ogni essere vivente. La pelle come frontiera che apre al dialogo con se stessi, gli altri e il mondo. Una frontiera che, lo sappiamo bene, delimita ciò che siamo e ci presenta nella nostra accessibile vulnerabilità. Ci sono momenti nei quali la pelle appare come unico e ineludibile spazio che facilita l’incontro con l’altro. La pelle crea, appunto, legami a prescindere dal colore, la dolcezza o ruvidezza della pelle del vicino. Si tratterebbe allora di lasciarsi ‘‘addomesticare’ dall’incontro con il confinante di pelle che poi è quanto di più umano si potrebbe immaginare. Le frontiere allora, da fronte armato belligerante o sospetto sarebbe un affare da pelle a pelle. L’abbraccio ne rappresenterebbe la cifra più eloquente. Frontiere dunque a ‘fior di pelle’!

                                          Le parole

Le portiamo sulle labbra e prima ancora nello spirito. Quello che menziona il preambolo del documento citato dell’UNESCO nel quale la parola frontiere sostituisce quella di guerre. Le parole che raccontano il reale e così facendo l’interpretano. La realtà percepita a sua volta ricrea le parole. Esse cambiano col tempo, le situazioni, il contesto e gli occhi con cui si leggono o le mani con cui si scrivono. Sassi, reti metalliche, cani addestrati, sensori, ponti levatoi, campi di detenzione e ‘non luoghi’...tutto si trova dentro le parole quando si afferma ‘prima noi’. Si denunciano gli ‘untori’ che arrivano da lontano e i barbari che non sanno parlare la nostra lingua. Le parole sono frontiere che organizzano le difese della fortezza nel ‘deserto dei tartari’, da dove si presume che arriverà il nemico. Parole imparate da piccoli, ascoltate, inventare, tramandate, tradite e mai innocenti. Parole che, risorte il terzo giorno, potrebbero tramutarsi in altrettante passerelle per attraversare il confine senza ferite. Parole inventate, prestate, custodite, seminate e fatte carne per rifondare una terra nuova, senza lacrime e filo spinato. Ciò renderebbe obsoleta l’arte della guerra. Saranno le parole dei poeti e il balbettio dei neonati a dettare le regole della grammatica da insegnare in famiglia.

                                           I volti 


Incontriamo ogni giorno sulla strada un volto strano, clandestino. Un volto da meteco. Parola che deriva dalla Grecia che indicava lo straniero libero e residente stabilmente in una città. La sua posizione giuridica non gli consentiva di prendere parte alla vita politica. ‘Con questa faccia da straniero’ è il titolo italiano di una nota canzone di George Moustaki, nato in Egitto, d’origine italo-greca e naturalizzato francese. Artista -pittore, scrittore e poeta come tutti gli stranieri irregolari. La mia faccia da straniero l’ho indossata per oltre trent’anni in Africa Occidentale e in Argentina. Ed è stata l’altra frontiera che mi ha portato in giro. Dalla pelle alle parole e al volto, la barriera è labile, incerta eppure unica. Siamo anche e sopratutto il volto che ci definisce. I volti, riprendendo l’intuizione di Emmanuel Levinas, sono una rivelazione offerta all’altro che, nella loro vulnerabilità, obbligano la nostra responsabilità. Ecco perché, ricorda il filosofo, dinnanzi al volto di un bimbo che dorme siamo indifesi, proprio come il suo. Le frontiere, recitava Erri De Luca sono dei fronte a fronte, volti che rappresentano le reali e più autentiche frontiere. Anch’esse, nondimeno, abbisognano di qualcuno per addomesticarle. Ci vuole tempo, pazienza e umiltà che poi non è altro che buona terra, humus, dalla quale siamo fatti e alla quale torniamo.

                                          I cimiteri


Esprimono, a modo loro, il grande confine. Sempre meno nel cuore delle città e dei paesi si trovano ai margini eppure al cuore del paesaggio. Un confine labile e eppure talmente solido che, entrando in un camposanto, la prima cosa che si incontra è il silenzio. Tra vivi e morti non c’è neppure uno steccato se non quello che per motivi igienici o di convenienza si è creato. Un tempo si trovavano dietro le chiese. A volte all’interno stesso oppure si seppelliva i morti nei cortili per conservarne la presenza. A volte si costruiscono cimiteri diversi per rispettare il modo differente di considerare la vita, la morte e la religione che ci lega agli altri. Le tombe sono le une accanto alle altre e c’è tutta un’eternità per tentare di capire perché si è spesa la vita per dividersi e organizzare le guerre. Riapprendere a addomesticare sorella morte, evento censurato dall’attuale Occidente, aiuterebbe a creare nuovi sentieri da percorrere assieme. La vita non è che un viaggio tra due rive, senza frontiere.

                                         Le porte


Mi hanno sempre affascinato. L’attimo che scorre quando ci si trova da soli dinnanzi ad una porta chiusa. Tra il campanello, il citofono, i cani disegnati che spaventano i visitatori o le porte senza nessun numero o scritta per motivi di sicurezza. C’è quell’istante che sembra un’eternità di attesa che resta in bilico fino alla voce che, di solito, chiede ‘chi c’è’. Ho fatto esperienza di porte chiuse e di quelle che si aprono con diffidenza. Di porte che si tengono strette con le mani per non osare troppo. Porte che, come nei campi profughi, sono semplici tendine. Porte che non ci sono perché mancano i soldi per completare la casa. La porta è una delle frontiere meno considerate eppure decisive della nostra vita. Ci sono porte con catenacci, combinazioni tipo cassaforte e con insopportabili sistemi di controllo visivo. Aree video-sorvegliate che permettono di eludere incontri potenzialmente indesiderati alle porte di casa, del quartiere, delle città, dei Paesi e dei continenti. La porta si presenta come un momento epifanico e dunque rivelatore di ciò che siamo o temiamo. La scelta preventiva ad ogni costo rischia di ‘normalizzare’ le buone notizie che ogni visita, soprattutto inattesa, potrebbe apportare. Le porte sono inedite aperture al rischio di uno strano messia in cerca di dimora.

                 Mauro Armanino, Genova, aprile 2026



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